Letteratura Italiana
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TIGRE REALE, di Giovanni Verga
Giovanni Verga
Tigre reale
I
Non sapevo più nulla di Giorgio La Ferlita allorché ricevetti il biglietto che m'invitava alle sue nozze.
Dacché si era messo nella carriera diplomatica non ci eravamo visti che a rari intervalli, e come di sfuggita.
L'ultima volta che l'avevo incontrato a Firenze, in tutta la pompa della sua cravatta bianca, arrivava dal Giappone, e ci stringemmo la mano alla tavola rotonda dell'Albergo della Pace.
Il mio amico era un bel giovane, pieno di brio, alquanto sarcastico e motteggevole, con una vernice di buona compagnia raccolta qua e là, a Londra e a Vienna, un po' commesso viaggiatore in uniforme d'addetto d'ambasciata.
Fu gentilissimo verso di me, mi riconobbe subito, non mi parlò de' suoi viaggi, e a mo' di ringraziamento gli offersi un sigaro mentre prendevamo il caffè; me lo ricambiò con uno de' suoi, accennandomene però la lontana provenienza; il discorso si metteva sul freddino, e finì lì; ci facemmo grandi promesse di vederci spesso, e ci incontrammo due o tre volte sul vestibolo, mentre egli sortiva ed io entravo, o viceversa.
Un bel mattino poi mi capitò in camera come una bomba, parlandomi di non so che duello, pel quale mi pregava di assisterlo con tali discorsi e tal viso da spiritato, che dissi di no due volte invece che una, e naturalmente ci lasciammo meno amici di prima.
Due giorni dopo seppi che era stato inchiodato al letto da un colpo di spada, e andai a trovarlo; egli aveva la febbre; mi narrò una storia, la quale sembrava anch'essa un delirio febbrile, e che racconterò forse in seguito.
Durante la sua convalescenza andavo a trovarlo tutti i giorni; egli mi teneva il broncio, e per dir la verità un po' di rimorso l'avevo anch'io.
Un mattino lo sorpresi mentre in fretta e in furia stava facendo le sue valigie; non mi disse dove andava, non mi disse perché partiva, mi rispose per monosillabi, con impazienza nervosa.
L'accompagnai fino alla stazione, e in mezzo al gran brulichio della folla sembravami completamente sbalordito; al momento di prendere il biglietto mi domandò se quella corsa coincidesse colla partenza del piroscafo da Napoli per Costantinopoli.
"Ma dove vai?" gli chiesi infine.
"Non lo so; vado a Napoli per ora.
To', guarda!"
E con improvvisa risoluzione mi mostrò un biglietto da visita sul quale era scritto:
"Vi amo, parto, addio."
Nient'altro: il nome era stato raschiato col temperino, e sul biglietto rimaneva soltanto una corona di conte, in alto, e quella sola linea fine, elegante, ondulante, che sembrava sdraiarsi mollemente sotto quella corona, stirandosi le braccia, proprio per far perdere la testa al mio povero Giorgio, il quale di per sé non ne aveva già molta.
Lo rividi due mesi dopo al Doney, col naso al vento come uomo cui il vento spiri secondo e imbalsamato di tutti i profumi della giovinezza.
Mi fece una lunga chiacchierata di certi danari che aveva aspettato inutilmente a Napoli, e di certa Palmira che avea rapito ai trionfi del San Carlo per ingannare la noia della bolletta.
"Quella del biglietto da visita?" gli domandai.
"Quale?" quasi non si rammentava più.
"Ah! no! tutt'altro! quella lì correva più lesta di me, e sì che non era il borsellino che mi dava peso! Non quella, pur troppo!"
E si mise a fissare il fumo che svolgevasi dal suo sigaro.
Poi si strinse nelle spalle.
"Ci rivedremo" mi disse, e non ci rivedemmo altro.
Giorgio era sempre stato uno di quei fortunati che attraversano la vita in carrozza, come soleva venire a scuola quando faceva troppo freddo, o quando faceva troppo caldo, ciò che per caso accadeva tutti i giorni.
A vent'anni aveva pubblicato un volume di versi che posarono un'aureola precoce sui suoi capelli biondi; a trenta correva per le capitali e le alcove a spese dello Stato - è vero che babbo La Ferlita, pur brontolando, aiutava parecchio la Stato.
- Suo padre, onesto e forte lavoratore, venuto su dal nulla, adorava con tenerezza materna cotesto ragazzo dElicato e linfatico; avea dedicato tutto se stesso e tutto il suo ave
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