TIGRE REALE, di Giovanni Verga - pagina 10
...
.
Tre o quattro cannocchiali si erano rivolti verso quella strana figura che sembrava sorgere improvvisamente dall'ombra.
La signora La Ferlita discorreva sempre gaiamente, e ad un tratto, ad un movimento del marito, alzò gli occhi anche lei.
Giorgio senza finire quel che stava dicendo balbettò che andava a far delle visite ed uscì.
L'incognita si ritrasse nel fondo del suo palchetto, né più si vide.
Di tanto in tanto si udiva lassù, in terza fila, uno scoppio di tosse soffocata.
La signora Erminia non mi avea domandato chi fosse quella sconosciuta la quale per un istante avea attirato la curiosità di una metà degli spettatori, né io avrei saputo dirglielo; ma era tornata a casa taciturna, e sembrava meno allegra di prima.
Mi disse per altro essere in pensiero pel suo Giannino che da qualche giorno stava maluccio.
Giorgio stette un'ora presso la culla a tempestare Rendona di domande, di dubbi e di timori esagerati, e passò il rimanente della sera colla moglie, più affettuoso che mai e quasi riconoscente.
Malgrado di tutto ciò si tradiva in lui un certo sforzo, come se volesse vincere una inesplicabile irrequietezza; sembrava in certi momenti che temesse qualche cosa.
Io ero ritornato ai miei bagni.
Una volta mi era sembrato d'incontrare nel piccolo giardino dell'albergo quella stessa donna che mi avea fatto sì strana impressione al teatro; era la medesima figura estenuata e triste, in cui la fierezza e un certo che di vivo e di ardente, sembravano ribellarsi ancora; andava lenta, stanca, appoggiandosi al braccio di qualcuno - un signore alto e biondo - e mi fissò in volto quei medesimi occhioni divoranti e accerchiati di un solco bruno.
Il giorno stesso vennero a dirmi che la signora che occupava il grande appartamento del primo piano desiderava parlarmi.
Non conoscevo la signora del primo piano, non mi aspettavo quell'ambasciata fatta in modo singolare, ma non fui incerto un istante sul chi ella fosse, e di chi avesse a parlarmi.
Scendendo al primo piano sentivo un presentimento doloroso che mi stringeva il cuore.
Allorché entrai stava presso la finestra; quantunque fosse la metà di maggio, avea fatto accendere un gran fuoco.
Il sole era tramontato e nella stanza regnava la luce incerta di quell'ora, sebbene anche le due lanterne fossero accese.
Dalla finestra si vedevano alcuni fiocchetti di nuvole rade, ancora leggermente illuminate sul cielo più scuro, che andavansi sfilacciando qua e là.
Il viso della donna rimaneva al buio, sprofondata com'era in una gran sedia a bracciuoli.
Era vestita di nero; avea una treccia bionda, allentata e quasi disciolta, che serpeggiava sulla spalliera e le mani dimagrate e bianche scintillavano di gemme.
I suoi occhioni grigi, profondamente infossati, sembravano ardere e consumarsi, le labbra pallide e chiuse avevano una piega dolorosa.
La morte avea lambito colla sua ruvida lingua quel viso trafelato, così bianco come se non vi scorresse più una sola goccia di sangue, e vi avea lasciato delle sfumature livide.
Non la dimenticherò mai più.
Ella inchinò il capo con un triste sorriso, e mi fé cenno colla mano di mettermi a sedere.
Taceva, come dovesse superare uno sforzo, o ricordarsi di quel che voleva dirmi; c'era ancora qualcosa che non era vinta e che si ribellava in lei; la fronte altera di quella tigre ferita a morte avea un'aria di maestà.
"Ella sarà sorpresa del mio invito," mi disse lentamente, "ma io la conosco da un pezzo, e non ho tempo di aspettare una presentazione.
Ella è amico del signor La Ferlita...
l'ho visto spesso con lui a Firenze, allorché egli ebbe un duello...
si rammenta?...
ed anche qui vicino, a Catania...
li ho visti insieme."
Chiuse gli occhi un momento, o almeno mi parve, ché così com'era situata il suo viso non si distingueva chiaramente.
Dopo due o tre secondi di silenzio riprese con un accento che mi parve più profondo.
"Adesso anche lei sa chi sono io...
Giorgio le avrà parlato di me." Costei abbordava il punto spinoso della nostra conversazione con tale altera e disinvolta franchezza che di noi due io ero al certo più imbarazzato di lei.
Mi porse la mano secca, arida, arsa.
"Ora spero che mi perdonerà il disturbo che le ho dato", aggiunse con una voce che mi penetrò sino all'anima; sentivo confusamente quel che avrebbe dovuto esserci nel cuore di Giorgio se egli si fosse trovato al mio posto.
Ella dopo un altro silenzio, forse dopo aver superato un'ultima esitazione:
"Il signor La Ferlita è ammogliato?" mi domandò.
"Si."
"È felice?"
"Lo credo."
Ammutolì e reclinò la fronte sulla mano.
Che cosa sarà stato in quell'anima? Quando rialzò il capo il suo profilo sembrava essersi pietrificato; il naso e la fronte spiccavano nell'ombra con linee secche ed angolose, ma era perfettamente rassegnata o impassibile.
"Grazie, signore", mi disse.
"Un'ultima preghiera...
non gli dica nulla di questa mia fantasia da inferma, non gli dica nemmeno di avermi vista."
Mi accomiatò con un'ultima stretta di mano, e rimase immobile e calma.
Soltanto allorché fui sull'uscio, voltandomi verso di lei, la vidi che si teneva il fazzoletto sul viso.
XII
La Ferlita in quel tempo avea, senza dubbio, "il diavolo" che gli avea scoperto il cugino Carlo.
Fosse la salute malsana del suo bambino, fosse altro motivo, era evidente che faceva grandi sforzi per dissimulare una insolita agitazione, colmava di carezze il bimbo, ed era pieno di attenzioni e di premure per la moglie; ma in modo singolare, con una certa inquietudine, come se volesse farsi perdonare qualche torto, come avesse qualcosa che lo pungesse, o come se temesse di perdere madre e figlio.
Ne' suoi mille progetti d'andare a passare l'estate in campagna, di cominciare grandi lavori nelle sue terre, di andare ai bagni di Alì, c'era dell'irrequietezza.
Gli rincresceva moltissimo che lo stato del bimbo non gli permettesse di mettere in esecuzione su due piedi l'idea fissa che faceva capolino sotto tutte le forme, quella di lasciare la città.
Un giorno ch'ero andato a fargli visita, mi domandò: "Tu che sei all'Albergo dei Bagni...
ci sono molti forestieri?"
"Pochi, per la stagione che corre."
Egli mi fissò, e non aggiunse altro.
Un'altra volta domandò a Rendona: "E la tua ammalata? come sta?"
"Come quelli che se ne vanno."
"Dev'essere assai triste morire così sola in paese lontano!" aggiunse dopo alcuni istanti di silenzio.
"È giunto suo marito."
"Poveretta! chissà dove correrà il suo pensiero! chissà quanto avrà sofferto per arrivare a tal punto! chissà quale passione l'avrà uccisa!"
"Oh la passione! di passione non si muore, mio caro, quando non è accompagnata dalla tubercolosi o dal tifo."
"Tu parli da medico!" rispose Giorgio con un certo sorriso.
"Non sono medico soltanto, e ho avuto anch'io i miei amoretti grandi e piccini.
Ho pianto, in quel beato tempo che avevo più arrendevole la glandula lacrimale, e mi sono strappato i capelli, quando ne avevo molti; ma vedi, non sono morto, e sto benissimo."
"Si vede! Anzi hai messo pancia.
Però ti calunnii alquanto, mio povero dottore; avrai avuto degli amoretti, ti sarai strappato i capelli, conosci le trentanove maniere in cui un galantuomo se ne può andare all'altro mondo, ma ignori completamente quel che sia una passione...
e meglio per te! Potresti vincere la morte, tu che hai tanto studiato? sai che ci sia un rimedio contro la tisi? Quando si è colpiti di quel male, che si chiama una passione, vedi...
è una disgrazia, è una fatalità...
ma è inutile lottare, e bisogna subirla fino all'ultimo."
"Se fosse così, sarebbe meglio mandare pel prete alla prima febbre - e in buona coscienza io credo di fare il mio dovere lottando colla malattia della mia russa, quantunque non abbia la menoma speranza."
"Bravo, dottore!" disse facendosi un po' rossa la signora Erminia, la quale sino allora non avea ardito prender parte alla conversazione.
"Mi pare che sia proprio così! Molti mali ci vengono addosso appunto per la paura che ne abbiamo, e ci vincono più facilmente allorché ci lasciamo sopraffare senza combatterli...
certe cose bisogna guardarle coraggiosamente in faccia per vedere quali sono...
e alla fine forse non ci è nulla di irresistibile, né di fatale."
La Ferlita ascoltava la moglie sorridendo con una specie di tenera compiacenza, di rispetto e d'indulgente compatimento.
"Mia cara Erminia," le disse poscia accarezzandola con la voce, "come vuoi parlare tu di cotesti mali e del modo di vincerli!...
Tu sei una bambina, tu! la sorella maggiore del nostro Giannino!..."
Uno o due giorni dopo La Ferlita ricevette una lettera col bollo di Acireale.
Prima di aprirla le mani gli tremavano; poi entrò nella camera dove erano la moglie e il bambino infermo per dire che un affare urgente lo chiamava la sera stessa a Giarre.
Io mi trovava presente, insieme a Rendona, e mi parve scorgere in Giorgio una singolare agitazione.
Anche la moglie se n'era accorta di sicuro, poiché lo fissava con un'aria mal dissimulata di sorpresa, mentre metteva innanzi mille pretesti per fargli differire quella gita.
Il bambino infatti, sebbene non destasse serie inquietudini, avea peggiorato.
"Andrai domani," gli diceva Erminia, "infine a Giarre non può essere avvenuto nulla di così urgente.
Domani il nostro Giannino starà meglio, e tu partirai più tranquillo."
"Come hai trovato mio figlio?" domandò Giorgio a Rendona, sempre con quel turbamento inesplicabile nella voce, in tutta la persona.
"Come stamane.
La sera poi di solito la febbre si fa più gagliarda."
"Bisogna assolutamente che io vada a Giarre stasera...
se credi che lo stato del mio Giannino non me lo permetta, dimmelo..."
"No...
non ho detto questo..."
"Allora a rivederci, Erminia; sarò di ritorno col primo treno di domani.
Vedi che il nostro Rendona è tranquillo?"
La moglie non rispose, lo accompagnò sino all'uscio, e ritornò a mettersi accanto alla culla, tenendo gli occhi fissi sul bimbo.
Uscendo con me, Rendona mi disse:
"Che maniera singolare di farmi siffatte domande in presenza della moglie! Un po' inquieto lo sono, è vero; ma avrebbe fatto meglio ad indovinarlo, anziché costringermi a spaventare quella povera donna."
Siccome ritornavo ad Acireale, incontrai La Ferlita alla stazione al momento di partire.
Era solo, senza bagaglio, e parve sorpreso vedendomi, come se non sapesse che quasi tutti i giorni facevo quel va e vieni; egli prese un biglietto per Giarre; c'era uno scompartimento vuoto e l'occupammo noi due.
Giorgio parlava poco, e stette col capo allo sportello dalla parte del mare per quasi tutto il tempo del brevissimo viaggio.
Alla stazione di Aci-Castello credeva fossimo diggià arrivati, e quando il treno si rimise di nuovo in movimento appoggiò i gomiti alle ginocchia e il capo fra le mani.
Prima ancora di giungere ad Acireale, mentre il convoglio fischiava e andava balzelloni rallentando la corsa, egli era alzato e s'era messo ritto dinanzi allo sportello che guardava dal lato opposto all'albergo dei Bagni, appoggiandosi alla manopola.
Non si mosse, più, e tutto il tempo che il treno stette fermo, non disse una parola.
Gli domandai prima di lasciarlo se avremmo fatto il ritorno insieme col treno dell'indomani; ma rispose che non lo sapeva di sicuro, e che forse sarebbe tornato a Catania in carrozza.
Lo sportello si chiuse, e mentre il convoglio ripartiva, non si affacciò nemmeno per vedere la gente che usciva dalla stazione.
All'albergo si passava la sera leggicchiando, pestando sul piano, o fumando e passeggiando in giardino.
Verso le undici si udì arrivare una carrozza dalla parte di Giarre; io stavo per salire in camera mia quando m'imbattei faccia a faccia con La Ferlita.
Giorgio si arrestò bruscamente, poi mi venne incontro risolutamente e mi strine la mano con forza.
"Infine," mormorò, "dovea essere così! Andiamo in sala, in giardino, in camera tua, dove vuoi.
Avrai tutto compreso..."
Io avevo compreso perfettamente e lo condussi in giardino; la sera era mite, ma importuni non ce n'erano a quell'ora.
Mentre cercavamo un banco, al buio, egli mi disse con voce sorda:
"Soprattutto...
non mi far della morale; sai che è inutile."
"Io non te ne ho mai fatta, caro Giorgio; da dove diavolo ti è venuta questa idea..."
"M'è venuta...
che avrei dovuto evitarti, e incontrandoti mi son vergognato di me."
Alcune finestre dell'albergo disegnavano qua e là sulla facciata bruna dei quadranti luminosi.
Giorgio, ritto dinanzi a me, sembrava interrogarle tutte collo sguardo.
"Dov'è?" mi domandò alfine, come se avessimo già parlato di qualcheduno.
"Faccio male, lo so! Hai visto come mi guardava quella povera Erminia? Sembrava che mi leggesse in cuore.
E il mio Giannino?...
chissà come starà a quest'ora?...
Hanno un bel dire...
In questo momento se alcuno mi bruciasse le cervella mi farebbe un gran bene...
Ma sento che è più forte di me...
quella poveretta si muore...
sai...
L'ho sempre dinanzi agli occhi, e se oggi fossi stato costretto a non poter venire qui mi pare che la testa mi sarebbe scoppiata!..."
Egli andava su e giù pel viale; strappava le foglie degli arbusti che masticava con una specie di rabbia.
Ad un tratto lo vidi che si celava il viso fra le mani, e scoppiò in singhiozzi senza poter proferire una sola parola.
Quell'uomo che si accasciava sotto il dolore faceva pietà; Giorgio, di solito così fatuo, così spensierato, si contorceva per nascondermi le sue lagrime e la sua debolezza.
Tentai prendergli una mano; egli mi respinse dolcemente e continuò a piangere.
"Se tu sapessi quanto costino certe gioie fatali!" mi disse alfine con un accento che penetrava l'anima "e quanto si soffra a esser così miserabile!"
"Giorgio!"
"Lo so che sono un miserabile! Ho ingannato quella povera Erminia, ho lasciato mio figlio quando sarebbe stato mio dovere di assisterlo, ho lasciato la mia casa, la mia felicità...
il cuore mi si spezzava a lasciarli...
e son partito!"
"Perché sei partito dunque?"
"Perché" e mi piantò in viso uno sguardo da insensato "perché bisognava...
perché ella mi ha scritto."
"E la tua visita a che le gioverà?"
"Non lo so! a nulla! Bisognava andare."
"Hai provato a pensare il contrario, ad affermarti nell'idea che non avresti dovuto andare...
né per te, né per lei?"
Egli rispondeva come fosse fuori di sé.
"Provare? a che provare? Se è più forte di me, ti dico!...
Si, le conosco tutte le vostre ragioni, le vostre convenzioni, i vostri doveri!...
lo so, sono uno sciagurato!...
ed eccomi qui come un dannato!"
Rimase così qualche tempo, col viso fra le mani, poscia si scosse, udendo suonare la mezzanotte, e con accento risoluto:
"Addio!" mi disse.
"Bisogna che vada.
Lasciami andare."
XIII
I lumi erano spenti quasi tutti nel corridoio che metteva alle stanze di Nata; l'uscio era socchiuso; Giorgio aprì esitando e vide la camera debolmente illuminata.
Ella era ritta accanto al seggiolone, vestita di bianco, immobile, rivolta verso l'uscio.
Gli andò rapidamente incontro, strisciando sul tappeto come un fantasma, più bianca della veste che indossava, colle braccia tese e gli occhi ardenti, e l'avvinse in un abbraccio da lupa.
Non diceva nulla.
Lo teneva sempre così, sul suo petto.
Di tratto in tratto gli afferrava il capo, lo scostava per fissargli uno sguardo felino negli occhi senza dire una parola, e tornava a stringerselo al seno con impeto.
Per caso si udì un lieve rumore dietro l'uscio: ella si volse come una fiera:
"Chiudi!" fu la sola parola che gli disse, con voce che lo fece trasalire.
"Chi può essere di là"
"Mio marito.
Ma non ci abbadare.
Tu avrai il tuo revolver...
se la fatalità lo spinge sin qui, lo uccido."
E senza curarsi dell'impressione che quelle parole potevano fare su di lui, si rimise a fissarlo con occhi insaziati.
"Ti aspettavo!" gli disse poscia sordamente.
Ei la baciava: le labbra di lei rimanevano immobili.
"Hai preso moglie?" domandò alfine.
Ma non gli diede tempo di rispondere: gli si avventò al collo con un che di selvaggio:
"Qui! Dammi la tua fronte!...
e le tue labbra! Qui..."
Ad un tratto si irrigidì, e gli si abbandonò nelle braccia; Giorgio la trascinava verso la poltrona.
"Non è nulla!" balbettava ella col capo arrovesciato all'indietro "non aver paura.
Dammi quella boccetta...
lì..."
Come l'ebbe sturata, si sentì al forte odore che dovea essere un cordiale efficacissimo.
Nata comprese la titubanza di lui, gli sorrise tristamente, e togliendogliela di mano ripetè con impazienza:
"Non aver paura, non potrà farmi un gran male; e adesso ne ho bisogno!"
Appena ebbe bevute due o tre goccie che avea versato in un cucchiaino, le gote le arsero di una fiamma improvvisa, e si mise a ridere in modo che stringeva il cuore.
"Come fa bene! mi sembra che mi abbia messo del fuoco...
qui."
Giorgio stava a guardarla con occhi aridi, senza poter trovare una parola né una lagrima; si sentiva soffocare da un cumulo di sentimenti, d'affetti e d'angoscie diverse.
Ella, con triste civetteria da inferma s'era abbigliata con cura; aveva annodato i suoi capelli in due grosse trecce, avea delle trine preziose sul petto roso dalla tisi.
- Egli la vedeva sempre in fondo a quel palchetto della Pergola, e nei viali del giardinetto in via Principe Amedeo, leggiadra e sarcastica.
"A che pensi? Non voglio che pensi a tua moglie", gli disse ella con collera.
Giorgio sprofondò il capo nelle spalle.
"L'ami cotesta donna? No, non mi rispondere", aggiunse vivamente mettendogli una mano sulla bocca.
"L'ho vista al teatro...
è bella!"
Chiuse gli occhi e due lagrime scesero per le sue guance lentamente, cadendo a piccole scosse.
Successe un lugubre silenzio in quel colloquio d'amanti.
A un tratto Nata spalancando gli occhi e fissandoli sbarrati in quelli di lui:
"Perché mi guardi così? Son diventata brutta? Ho ancora i capelli molto belli, guarda! snodali...
Non aver paura di me, non morrò ancora! E poi, t'amo tanto!"
In così dire brancicando gli si avviticchiava al collo, e gli appoggiava la testa in seno con una specie di voluttà disperata.
Tutt'a un tratto gli mise le mani sul petto, scostandolo con una forza che Giorgio non avrebbe supposto in lei, e con gli occhi ardenti e fisi su di lui.
"Dimmi che non ami questa donna! dimmi che non l'ami!"
Giorgio chinò gli occhi.
"Dimmi che non l'hai amata, che ami me sola.
Dimmelo!"
Ei mentì, senza saper di mentire, e senza vergogna di mentire.
Allora ella seguitò a fisarlo in quel modo, e dopo alcuni secondi di quel silenzio, con un accento intraducibile:
"Hai un figlio di costei?"
Giorgio taceva umiliato; ma Nata all'improvviso attirò bruscamente il capo di lui sul suo grembo, vi appoggiò il suo e cominciò a piangere.
"Non piangere!" esclamò Giorgio che si sentiva spezzare il cuore.
"Non piangerò più...
no, non piangerò più..." le lagrime le si asciugarono nell'occhio febbrile e corrucciato.
"Ho il diritto ad essere felice anch'io...
Che m'importa di costei!...
dille che ti ho amato prima di lei...
dille che morrò presto...
dille...
Non ho avuto la forza di morire senza vederti...
Quando ti scrivevo così...
non credevo che dovessi morire così presto...
non sapevo cosa fosse sentire la vita che fugge...
non mi sentivo il cuore così pieno...
Se sapessi com'è triste il morire! e morir sola, in un albergo! Mio marito è venuto adesso, all'ultimo momento...
gli ha scritto i medico...
così è sicuro di non mancare al suo dovere laggiù...
per più di un mese...
e ha messo in salvo il dovere e la convenienza...
Cosa vuoi che me ne faccia di quest'uomo? cos'è per me? Ti ho fatto ribrezzo quando ho detto che se in questo momento fosse venuto a mettersi fra di noi sarebbe stata una fatalità!...
Cos'è tutto il mondo adesso che sto per lasciarlo?...
Cosa ho da temere dippiù? Cosa devo aspettarmi? Non ho che te, e ti voglio! intendi? a dispetto di tua moglie, a dispetto di tuo figlio, a dispetto di tutti!..."
Parlava con voce sorda e brusca, risolutamente, e con un che di fosco e di fatale.
Egli avea i capelli irti, molli di sudore, l'abbracciava con una frenesia spaventosa, quasi fosse in preda a un delirio; sembravagli che quelle ossa che si avviticchiavano a lui scricchiolassero; l'ebbrezza del suo amore era mostruosa, quasi la dividesse con un cadavere; l'immagine di sua moglie, di suo figlio infermo, della sua dimora tranquilla, della sua felicità domestica, mischiavasi a quel fantasma della donna che avea tanto amato in un orribile e doloroso incubo.
Ella irrigidita, quasi svenuta, metteva dei piccoli gridi selvaggi, e difendeva i veli del suo petto con pudore d'inferma.
Ad un tratto si mise a stracciarli lei stessa, fuori di sé, poi gli si abbondonò nelle braccia con rigidità catalettica, balbettando, singhiozzando, annaspando colle mani verso il letto.
Egli ve l'adagiò, colle vesti disfatte, i capelli sparsi, stecchita come un cadavere.
Delle lagrime le scorrevano lente lente per le guance; avea gli occhi chiusi, e le labbra contratte da una convulsione dei muscoli del viso scoprivano la doppia fila dei suoi denti lucidi ancora come perle.
Mentre sembrava che dormisse, spalancò gli occhi all'improvviso, guardandolo sbigottita, come delirante, e lo respinse con impeto.
"No! quella donna...
quella donna ch'è sempre lì, fra di noi!...
No! no!"
Da quel momento si mise a vaneggiare per quasi mezz'ora; infine si assopì penosamente.
Giorgio udiva il suo respiro sibilante, la sentiva trasalire fra le sue braccia; di tanto in tanto ella si scuoteva con un gran sussulto e gli fissava in volto dei grandi occhi sbarrati senza vederlo; dormiva colla testa arrovesciata all'indietro; il naso sembrava acuto e sottile; gli occhi erano incavernati; due grandi sfumature livide solcavano le gote; i capelli erano sparsi in disordine sul cuscino; la veste bianca la modellava rigidamente, distesa com'era sul letto; attraverso la scollatura semiaperta si vedeva il petto solcato da ombre profonde.
Giorgio fissava su di lei che dormiva gli occhi affascinati.
Quell'orribile notte d'amore durava eterna.
Finalmente apparvero i primi barlumi del giorno sui quadri che ornavano le pareti e sul bianco cortinaggio; i mobili cominciarono a disegnarsi nettamente in una luce ancora incerta; allora l'inferma si svegliò.
"Ho dormito...
mi sento bene!" mormorò, "mi sento proprio bene."
Cercò brancolando la mano di Giorgio, e si voltò verso di lui.
Al chiarore dell'alba il suo viso sembrava ancora più incadaverito.
"È giorno diggià? Come ho dormito a lungo!...
Aiutami ad alzarmi, voglio vedere l'alba."
Ei la sollevò di peso, e tenendosi colle braccia al collo di lui, l'inferma andò sino alla finestra.
Tutti nell'albergo dormivano ancora; alcuni impiegati della stazione andavano e venivano fra le rotaie colle lanterne accese: un gallo ritto e pettoruto su di una catasta di regoli, provava il suo mattutino; il cielo era di un azzurro cupo, striato di vapori lattiginosi, e leggermente rosato verso l'oriente; sul mare ancora grigio e fosco si vedeva per l'ampia distesa la lunga fila delle vele dei pescatori.
"Che pace!" mormorò Nata.
"Quanta gente felice ci sarà a quest'ora!"
Giorgio rabbrividì.
"Addio!" gli disse ella risolutamente, ma con uno sforzo - avea la voce commossa e gli occhi pieni di lagrime.
"Ritornerai stasera?"
"Si"
"Me lo prometti?"
Gli teneva le mani.
"Sarà per poco ancora!...
Vieni...
Non ho che te.
Sarà per poco ancora!"
Giorgio l'abbracciò col cuore preso come in una morsa, ed ella si lasciò baciare, immobile, colle labbra chiuse e gli occhi fisi.
Egli uscì barcollando.
XIV
Rendona non avea potuto fare la solita visita della sera alla sua ammalata dell'albergo, perché era stata chiamato in tutta fretta a casa La Ferlita.
Col cadere del giorno il male del bambino si era aggravato, la febbre erasi fatta violentissima, e la difterite si era presentata improvvisa e minacciosa.
Il bambino era stato messo sul letto, ed Erminia non gli si era tolta d'accanto, spiandone con ansia ed angoscia i più piccoli sintomi sul volto incadaverito, e trasalendo allorché l'udiva strillare in tal maniera e tal voce soffocata che gli occhi e il cuore della povera madre si gonfiavano di lagrime.
Sin che il sole avea scintillato sui vetri della finestra l'era parso di sentirselo in cuore a guisa di un raggio di speranza; ma appena le tenebre cominciarono a calare, sembravale che si aggravassero come gramaglie su quel corpicino sofferente e l'illividissero, se le sentiva condensare in petto come un gruppo di lagrime.
Tutti i domestici erano in moto per la casa, ma ella non permetteva che alcuno entrasse.
Era sola in quella gran camera piena delle ombre del crepuscolo, accanto a quel poveretto che agitava di tanto in tanto le piccole braccia in cerca d'aiuto; non diceva una parola, le lagrime le scorrevano zitte zitte sul viso, e solo allorché udiva un passo nell'altra stanza volgeva verso l'uscio gli sguardi ansiosi per interrogare la prima impressione del medico che veniva d'ora in ora.
I suoi occhi si seccavano, divenivano febbrili ed ardenti; faceva alcune domande al dottore, dicevagli quel che l'era sembrato vedere delle fasi del male con poche parole, brevi e nervose.
Verso le nove arrivò il cugino Carlo tutto sottosopra.
"Cos'è stato?" domandò con premura; "i tuoi domestici mi hanno spaventato."
Ella gli fece cenno di parlar piano, gli strinse la mano forte forte, e scoppiò in pianto.
Gli disse fra i singhiozzi e sollevando il velo che copriva Giannino:
"Vedi, poverino!...
Vedi come soffre!"
A quelle parole disperate e a quelle lagrime che venivano dal fondo del cuore, anche gli occhi del povero giovane si gonfiarono.
Erminia lo guardava piangendo in silenzio, e vedendolo così commosso gli disse sottovoce, ma con accento penetrante:
"Tu gli vuoi bene almeno a quel poverino!...
Non te ne andare, non abbiamo che te, lui ed io!..."
In quella entrò il dottore, domandò una candela e si accostò silenziosamente al bimbo; tutti parlavano piano e camminavano in punta di piedi in quella camera triste e scura.
La candela faceva un gran cerchio giallo sul capezzale.
Nessuno osava fiatare; Rendona finalmente si allontanò dal letto e andò a posare la bugia sul tavolino.
"Non abbiamo peggiorato da un'ora in qua"; rispose lentamente alla febbrile interrogazione degli occhi di Erminia.
"La respirazione è ancora abbastanza libera.
Bisognerebbe tentare una piccola operazione, e se questa riesce il bambino è salvo."
"Dolorosa?" domandò la madre rabbrividendo.
"No...
non molto."
La poveretta si celò il viso fra le mani.
Il dottore scrisse due righe su di un foglio del suo taccuino, e andò in anticamera per dare degli ordini ai domestici.
"Ma bisognerebbe avvisare tuo marito", esclamò Carlo.
Ella non rispose.
"Ho già telegrafato a Giarre", disse Rendona, cui Carlo ripeté l'osservazione.
"Ma la campagna di Giorgio è lontana più di un'ora e mezzo dal paese! Sarebbe stato meglio mandare un uomo a cavallo per le scorciatoie."
"Ci ho pensato; forse arriverà prima.
Manderemo Giuseppe."
Erminia colle labbra strette, colle mani giunte, cogli occhi sbarrati e fisi nel vuoto, lasciava dire, non rispondeva nulla, sembrava che un'onda di amarezza le gonfiasse il petto e le vene del collo.
"Andrò io;" soggiunse Carlo, "e farò più presto di tutti."
"No!" esclamò allora Erminia con voce vibrante, afferrandolo per la mano.
"Tu no! Non ci lasciare soli anche tu."
Finalmente la signora Ruscaglia, la quale avea saputo tardi della piega minacciosa che avea preso il male del nipotino, arrivò anche lei tutta scalmanata.
Erminia si lasciò abbracciare e scoppiò di nuovo in singhiozzi nelle braccia della madre.
Tutti piangevano come se il povero Giannino fosse morto.
Il solo Rendona andava dicendo:
"Coraggio, coraggio, signori miei! finalmente non siamo a questo estremo!...
Abbiamo delle speranze, vi dico!"
Alle parole del dottore succedeva un silenzio penoso.
La signora Roncaglia piagnucolava in un canto del canapè per conto suo; il medico passeggiava lentamente per la stanza; Erminia, seduta ai piedi del letto, covando cogli occhi il bambino, non si muoveva; Carlo le stava vicino, all'impiedi, appoggiandosi alla colonna del letto, senza muoversi e senza fiatare anche lui.
Si udiva nella strada il gran brulichio, il gran va e vieni di carrozze.
Di tanto in tanto passava un monello cantando a squarciagola la canzone venuta col maggio.
Il pensiero della povera madre errava vertiginoso su tutte le date principali delle breve esistenza del caro infermo; le pareva di udire il suo primo vagito, quel vagito che avea fatto trasalire la prima volta le sue viscere di madre, ricordavasi della prima volta che l'avea visto a poppare, e del primo sorriso che le avea fatto, e delle prima cuffietta che avea ricamato per lui, quando l'aspettava, e del primo giorno che lo avea visto palliduccio, e della prima visita che avea fatto il dottore, e la gioia muta e profonda che s'era sentita in fondo al cuore quando quelle inquietudini s'erano dissipate...
e poi, la mattina istessa, quando avea sollevato il velo di quella culla, e avea trovato la sua creaturina con quell'orribile febbre.
In seguito si risovveniva di tutti i castelli in aria che avea fatto quando l'avea cresciuto cogli occhi e coll'immaginazione, e l'avea visto andare a scuola, e avea udito il suo piccolo passo rapido nell'altra stanza, e la vocina che la chiamava mamma - le sembrava di conoscere già il suono di quella voce.
In mezzo a tutti questi ricordi, ce n'era un altro che vi si mischiava ogni momento, di lui, che era stato sempre lì, con lei, in quei castelli in aria e in quelle gioie materne, di lui che aveva tenuto tante volte Giannino nelle braccia, provando un matto piacere quando quel caro piccino sgambettava, e quelle manine gli accarezzavano il viso...
e adesso lui non sapeva che il meschinello in quel momento era steso sul letto, gemendo con voce soffocata, e chiedendo aiuto alla sua povera mamma...
e l'avea lasciato, così male, ed era partito, e non era là.
Il domestico che recava la boccettina ed i piccoli utensili ordinati dal medico picchiò discretamente all'uscio.
Erminia sussultò e si levò di botto, tremando convulsivamente; seguiva la boccettina e la piccola busta nelle mani di Rendona con l'occhio spaventato di un uccello prigioniero.
La signora Ruscaglia cominciò a dire che quello spettacolo le faceva male, e andò ad aspettare l'esito dell'operazione in sala; mentre il medico si avvicinava al letto, la madre, pallida come un cadavere, gli afferrò le braccia.
"Dottore! dottore!..." e la poveretta in preda alla convulsione, non poteva più parlare.
"Cosa fate? Cosa gli farete? Gli farete male?"
"Ma no! È una cosa da nulla; coraggio, cara signora Erminia! vedrà che il bambino sarà salvo; mi lasci fare: se tardiamo ancora una mezz'ora, non rispondo di nulla."
"Allora...
sì! facciam presto...
Oh, Vergine santa, dove ho la testa?...
Ci vorranno dei panni? degli apparecchi?..."
"Ma nulla ci vorrà.
Ci vorrà solo chi mi tenga il bambino un po' sollevato."
"Io! ci son io! Ma come qualcuno?...
Chi potrebbe tenere mio figlio?"
"No! lei proprio no! Nello stato in cui è, rischierebbe di farmi fare un malanno."
"Lo terrò io", disse Carlo.
Erminia stette un momento a guardarlo, come smemorata, e assentì col capo.
"Oh, dottore, mi raccomando! il poverino soffre tanto! è così piccino!...
Oh, Vergine santa...
Oh, Signore!..." e singhiozzava parole rotte e sconnesse, e andava e veniva per la camera senza sapere che facesse, torcendosi le mani, aggirandosi sempre intorno al piccolo gruppo, formato da Rendona e da Carlo che teneva il bambino vicino al lume, verso il quale era attratta e avea paura di avvicinarsi.
Seguiva con occhi ansiosi i più piccoli movimenti del medico, che le sembravano di una durata eterna; si sentiva rimuovere dentro il petto, come se le lacerassero il cuore, tutti i ferri più lucenti e mostruosi da chirurgo che sapesse immaginare.
Il bambino strillava con voce soffocata; ad un tratto mise uno strillo più acuto; allora ella si avventò con un salto da belva.
Il medico riponeva la busticina e diceva tranquillamente:
"Riponetelo sul letto.
È andata benone."
La madre prese il figlio dalle braccia di Carlo con un'aria feroce, e, adagiandolo sul letto, scoppiò in una crisi di pianto che la sollevò.
La signora Rendona rientrò gemendo, e il dottore si sbracciava invano a rassicurare le due donne dicendo che tutto era andato bene, che ci era speranza, che il male avrebbe preso piega migliore dopo la mezzanotte.
Il bambino infatti sembrava respirare più liberamente.
Erminia andava dal letto all'orologio, e di tanto in tanto fermavasi presso la finestra ad ascoltare, come se aspettasse qualcheduno; poi ricominciava a passeggiare, un po' barcollando.
Il dottore avea promesso che non si sarebbe mosso sin dopo la mezzanotte.
Verso il tocco la signora Ruscaglia cascava dal sonno, e tutti concordemente l'avevano indotta a buttarsi sul letto, così vestita com'era.
Erminia era andata ad accompagnarla, e mentre ritornava nella sua camera incontrò nel salotto il cugino Carlo che correva verso di lei.
"Sta allegra, Erminia! il dottore dice ch'è salvo! La febbre rimette; s'è addormentato tranquillamente e respira benissimo."
La poverina si fece smorta in viso; rimase un istante senza dir nulla, cogli occhi sbarrati in quelli di lui, tutta tremante, poi gli buttò le braccia al collo, e scoppiò in singhiozzi dicendo:
"Oh, quanto ti voglio bene!"
Giorgio arrivò a casa ch'era prestissimo.
La porta aperta a quell'ora insolita, i domestici affaccendati, gli misero addosso un gran turbamento e lo fecero correre alla camera della moglie in grande agitazione.
La lucerna ardeva ancora, nonostante che la finestra fosse già chiara: Carlo e Rendona erano seduti sul canapé; Erminia, curva sul bambino, volgeva le spalle all'uscio; udendo entrare il marito, ella si voltò trasalendo, e vedendolo rimase come sbalordita, trafelata in viso, le labbra le incominciarono a tremare senza poter dire una parola; poi quel tremito si estese alle gambe, e cadde seduta sulla poltrona ai piedi del letto.
Carlo e il dottore, vedendo il pallore di Giorgio che non osava fare un passo nella camera, s'erano avvicinati a lui.
"Non è nulla!" diceva Rendona, "siamo fuori di pericolo; l'abbiamo scampata bella, ma siamo fuori di pericolo."
Giorgio si avvicinò al letto come non si reggesse bene sulle gambe; interrogò ansioso l'aspetto del bambino che dormiva, poi prese con mano tremante la mano della moglie.
La poveretta si lasciava fare, ma tremando più forte; all'improvviso si gettò bocconi sul letto e scoppiò in singhiozzi a voce alta.
"Non è nulla," andava dicendo Rendona, "lasciatela sfogarsi.
È una crisi salutare, la tensione nervosa durava da un pezzo.
Lasciatela piangere che le farà bene."
XV
La sua coscienza però diceva a Giorgio che "c'era invece qualche cosa", qualche cosa che gli faceva evitare gli sguardi della moglie, gli toglieva il diritto di domandare del figlio suo, e lo teneva muto e avvilito in presenza di Erminia.
Balbettava con imbarazzo poche parole sconnesse e prive di senso; per fortuna la suocera e il dottore erano lì per coprire tutto con la loro parlantina, e il bambino migliorava sempre nel corso della giornata; le assicurazioni incoraggianti del medico facevano spuntare dei sorrisi e diradavano le fronti increspate.
Erminia cominciava ad esser calma, ma nello stesso tempo l'effetto della stanchezza e dell'agitazione sofferta facevasi sentire; diventava sempre più pallida e abbattuta; la signora Roncaglia la indusse finalmente a mettersi in letto vicino al suo bimbo, il dottore uscì per le sue visite, Carlo andò per i fatti suoi, e la casa ridivenne tranquilla; solo si udiva il passo di Giorgio che andava su e giù pel suo gabinetto.
Egli fu molto male per alcuni giorni, senza che nessuno ne trapelasse mai nulla; un sentimento ombroso di altera delicatezza gli faceva dissimulare penosamente quello che soffriva nelle lunghe notti travagliate dalle febbri e dagli incubi.
Fin da quel giorno una inesplicabile freddezza cominciò ad insinuarsi fra marito e moglie.
Giorgio entrava nella camera di lei, s'informava del figlio, stava presente tutto il tempo che il medico faceva la sua visita, gli raccomandava con premura la salute della moglie, la quale era rimasta molto scossa, e poi non si faceva vedere fino a sera.
La serena e rassegnata dolcezza di Erminia gli pungeva il cuore nel più vivo; sembravagli scorgere qualcosa d'incerto, qualcosa che voleva nascondersi quand'ella gli rivolgeva la parola e gli figgeva in viso gli occhi.
Era arrendevolissimo ai menomi desideri della moglie: ma allorché Rendona avea consigliato un cambiamento d'aria per la madre e per il piccolo convalescente, e avea suggerito che tutta la famiglia andasse a passare l'estate nella loro campagna presso Giarre, egli si era opposto con molta vivacità, senza addurne le ragioni.
Una volta che proprio ci sarebbe stato urgente bisogno di una sua gita a Giarre, si era rifiutato risolutamente.
Non era più andato ad Acireale.
Due o tre volte era arrivato sino alla stazione, e poi era tornato indietro più combattuto che mai.
Non avea il coraggio di rivedere Nata, avea paura.
Quella moribonda era sempre lì, coi suoi occhi impietrati, il suo viso livido, il suo amaro sorriso di rimprovero.
Dall'altro canto c'era in fondo al suo cuore, al di fuori di sé, nelle ciarle del mondo, negli sguardi dei suoi amici, un vago sentimento del dovere, della giustizia, dell'onore, di tutto quello che improvvisamente gli avea fatto sentire la sua mano di ferro nel momento in cui era arrivato sull'uscio della camera del suo bimbo moribondo, sentimento che avea conosciuto allora, per la prima volta in sua vita, sentendolo insorgere dentro di sé come una vampa di rossore, come una fitta di rimorso, e gli s'era inchiodato là, in quella casa, in ogni suo passo, in mezzo a tutti i sofismi della passione, incrollabile e inesplicabile.
Sembravagli in ogni momento di vedere laggiù, su quell'orizzonte dietro il Capo dei Mulini, qualcosa che l'affascinava e l'atterriva.
Avea il presentimento di aspettare una notizia funesta; provava delle scosse nervose all'annunzio più semplice, quando il domestico entrava nel suo gabinetto, quando il campanello squillava all'improvviso.
Errava per la casa quasi barcollante; cercava delle occupazioni; si creava degli affari imperiosi; andava e veniva con un'aria affrettata ed inquieta; in certi momenti avea gli occhi di un pazzo.
Quando vedeva giungere il medico diveniva pallido; allorché Rendona cominciava a parlare dei suoi ammalati si alzava, passeggiava per la camera, tornava a sedere, non diceva una parola, lo guardava con aria stralunata.
Un giorno che era stato a fargli visita, egli era scappato dalla camera della moglie, adducendo un pretesto; poi l'avevo trovato sull'uscio dell'anticamera; mi domandò soltanto:
"Come sta?"
"Credo al solito", gli dissi.
"Non l'hai più vista?"
"No..."
"Insomma, non c'è stato nulla di nuovo all'albergo?..."
"Nulla."
Egli respirò con forza, e mi strinse la mano con un tremito leggiero: "Grazie."
Di tratto in tratto, in mezzo alle occupazioni della giornata un pensiero dispotico gli attraversava la mente e gli dava come una scossa al cuore; la parola gli moriva sulle labbra, i suoi occhi si fissavano nel vuoto, sbarrati, quasi vedessero sorgersi dinanzi un fantasma.
Aveva delle impazienze brusche, irragionevoli, dei tentativi di rivolta contro tutto ciò che non aveva rispettato altrimenti che a parole.
Tutti i principii del bene e del male, del diritto e del torto gli si erano confusi in mente, s'erano smarriti in una grande concitazione; ne parlava con parole amare, come se gli si gonfiassero in cuore con degli accessi irrefrenabili d'amarezza e di collera.
Osservando alla sfuggita Erminia così rassegnata, così calma in apparenza, sentiva un sordo rancore verso quella gran serenità del bene che a lei non costava nulla, eppure inaspriva le sue segrete torture; le invidiava la coscienza tranquilla, e si domandava quel che valesse quella pace non contrastata; quella gran calma inalterata dell'onestà gli rinfacciava ad ogni momento la sua agitazione febbrile e il turbamento della sua coscienza; se ne sentiva soggiogato, invidiava sordamente sua moglie, ammirandola, e nei momenti delle sue angoscie più acute provava un sentimento di ostilità contro di lei.
Se avesse potuto immaginare quanto costava alla povera Erminia!
Ella avea tutto indovinato, colla delicatezza squisita della donna; gli amici di Giorgio s'erano creduti in debito di narrarle un po' alla volta vita e miracoli del marito, e specialmente la leggenda del viale Principe Amedeo; Giorgio in fondo era troppo onesto per riuscire a dissimulare completamente quello che soffriva.
Da principio la povera donna s'era trovata sbigottita; l'isolamento in cui avea passato la prova crudele di quella notte in cui il bambino era stato per morire le faceva paura, vedeva quel triste isolamento sempre dinanzi a sé, per quant'era lungo l'avvenire, nel mutato contegno dello sposo, nelle sue attenzioni impacciate e timide, nelle sue distrazioni, nelle sue preoccupazioni frequenti, in quegli occhi che evitavano i suoi, e che avevano costantemente qualche altra cosa dinanzi.
Si sentiva derelitta; quel bambino convalescente le stringeva il cuore, quasi fosse orfano e qualche volta le carezze del padre urtavano la sua delicatezza, le repugnavano come se fossero mendicate; allora avvampava in viso.
Sentiva istintivamente l'abisso che allargavasi fra lei e quello sposo sul quale si erano appoggiati ad uno ad uno tutti i suoi affetti, dal giorno ch'era rimasta sola con lui, in quella carrozza che l'allontanava al gran trotto dalla sua mamma, dalla sua casa, dalle sue affezioni passate, e metteva intera la sua vita nelle braccia di quell'uomo che per pochi mesi innanzi era ancora uno sconosciuto per lei.
Ora che lo sentiva allontanarsi alla sua volta, provava lo stesso sentimento d'inquietudine, lo stesso sbigottimento, lo stesso bisogno di attaccarsi a qualche cosa che allora l'avea fatta attaccare al braccio di lui; l'isolamento stavolta era più amaro, più agitato, era punzecchiato tratto tratto da vaghi turbamenti, da immagini e riminiscenze che la facevano sognare ad occhi aperti, le gettavano delle fiamme sul viso, delle tepide correnti nei nervi, durante le lunghe ore silenziose della sua camera deserta, e la facevano ridestare di soprassalto.
Non osava lagnarsi; nascondeva gelosamente quel che soffriva, non per dignità, ma per un inesplicabile bisogno, perché non osava confessarlo a se stessa.
Poi, cosa più dolorosa, quello sposo che le toglieva giorno per giorno non solamente il cuore, ma l'intimità, la schiettezza, la fiducia, il sorriso, le imponeva soggezione, diventava non solo un estraneo, ma un padrone.
Da quella notte in cui aveva sofferto per la prima volta come, nelle grandi afflizioni che avea avuto da ragazza, non avea creduto che si potesse soffrire giammai, il cuore della donna si era formato con tutte le tenerezze, con tutta la sua delicata sensibilità, con tutti i tesori dell'affetto, meglio di come non l'avessero fatto le prime impressioni della vita, della giovinezza, della felicità, dell'amore; meglio di come non l'avesse fatto il primo sentimento della maternità che s'era svegliato col primo vagito del suo bambino - e in quella notte il suo Giorgio non era stato là...
il suo pensiero rifuggiva dal cercarlo dove era stato.
Sentiva perciò una gran riconoscenza, una tenerezza più intensa, più profonda pel cugino Carlo che avea sofferto con lei; perché in quella notte in cui tutti i suoi pensieri si sconvolgevano e si abbuiavano, erale parso che tutto il mondo dovesse soffrire come lei.
Il primo irrompere della sua gratitudine era stato impetuoso, l'era montato dal cuore alla testa, come una vertigine, l'avea fatta trasalire sin nelle più intime fibre del cuore! Però da quel momento in cui avea gettato le braccia al collo del cugino come se fosse stato un salvatore, avea evitato istintivamente di trovarsi sola con Carlo; sentiva che il gran bene che gli voleva e che gli avea sempre voluto, la turbava per la prima volta - allorché l'avea rivisto si era fatta di porpora in viso.
Anche Carlo non sembrava più quel di prima.
Stava dei lunghi quarti d'ora in silenzio e giocherellando coi guanti o colla frangia del canapè, mentre la signora Ruscaglia chiacchierava colla figlia, o mentre Erminia colmava di carezze il suo Giannino ancora palliduccio; avea perso il suo gaio umore, il suo riso spensierato, la sua franchezza giovanile; evitava di parlare di quelle cose che potessero rimorchiare a tradimento il volume del Prati o l'anticameretta gialla; discorreva di rado della sua partenza, e vi pensava spesso: si confondeva qualche volta allorché Erminia o suo marito gli domandavano particolari de' suoi viaggi, e si alzava dieci volte per andarsene quando rimaneva solo colla cugina.
- Anche lui, la prima volta che avea rivisto la cugina e s'era accorto delle vampe che le montavano dal collo alla fronte, s'era sentito far di bracia in viso.
Erminia credeva di volergli bene perché egli non cercava di leggerle in cuore, e per lo studio che metteva nell'evitare le occasioni di trovarsi soli e imbarazzati tutti e due.
"Quando ritornerai?" gli domandava.
"Chi lo sa? fra due, fra tre anni..." Erminia sentiva una gran tenerezza pensando che forse non si sarebbero visti mai più.
"Ritornerai contrammiraglio, almeno?" soggiungeva colla migliore intenzione di sembrare gaia e di farlo ridere.
Egli sorrideva tristamente infatti e la guardava in viso senza dir altro.
Il turbamento di Erminia però cominciava a dileguarsi, perché in cuore le si andava gonfiando lentamente una gran pienezza di vita, una grande gioia inquieta e inesplicabile, una dolcezza che si ridestava di tanto in tanto con punte acute le quali le traversavano tutte le vene, una dolcezza che l'invadeva, che l'assopiva a poco a poco, che gettava un balsamo, un velo, sulle sue angoscie, sul suo sconforto, sulle amarezze e il dolore di vedersi abbandonata dal marito, e fin sull'immagine del marito, e le faceva sentire come una dolce stanchezza, come un gran bisogno d'addormentarsi in qualche cosa.
Non sapeva da che le venisse, avea paura di indovinarlo, era felice di ignorarlo.
Quando il suo spirito si svegliava inquieto, ansioso, e turbato, provava un gran desiderio di rituffarsi in quell'oblio, di stare vicino al cugino, di ascoltare la sua voce, di seguirlo col pensiero nelle lontane regioni che alla sua immaginazione sembravano tutte colorate di azzurro; le pareva di volergli bene perché accanto a lui sembravale di ritornare agli anni spensieratamente felici della sua giovinezza, fra le rose del giardino, colte per lui, le strette di mano dell'anticameretta gialla, e i versi letti insieme, vicino a quel tavolinetto, sotto quel lume dalla gran ventola dipinta a fiori.
Sognava, sognava, cogli occhi fisi; il passato era tutto azzurro, come gli ignoti paesi dove il suo pensiero soleva seguir Carlo; non vi si vedeva che le gioie più schiette, più dolci, più profonde, e nello stesso tempo più vaporose.
Allora stava ad ascoltarlo delle ore intiere zitta zitta, a guisa di bambina; ei narrava semplicemente, senza enfasi, ma coll'accento della verità, le splendide albe del mare, i dolci tramonti, la pace immensa, le contrade diverse e lontane, le tempeste solenni e gigantesche, le febbri delle battaglie, fra il rombo assordante, il comando breve ed austero, il tumulto della vita e della morte, le sublimi ebbrezze della lotta e della vittoria, l'orgoglio della gloria, dell'onore, della patria e della bandiera.
Ella non fiatava, si sentiva stringere e allargarsi il cuore con violenza, cambiava di colore cento volte; lo guardava, lo guardava, non poteva saziarsi di mirarlo, e il suo pensiero errava lontano; le pareva di vedere il suo povero cugino ch'era piuttosto delicato, così giovane, così debole, orfano di padre e di madre, in mezzo a tutta quella rovina d'uomini e di elementi in collera, e sorridente, con dolcezza come in quel momento; allora sentiva una gran tentazione di buttargli le braccia al collo e di non lasciarlo partire mai più.
Il cuore le si gonfiava, le si gonfiava con un nodo che le stringeva la gola, e finalmente una volta scoppiò a piangere.
"Cos'hai?" domandò Carlo sorpreso interrompendosi.
"Nulla...
mi fai male...
Mi sembra d'aver paura."
Ei la fissava attentamente.
Erminia di pallida s'era fatta rossa come un papavero, poi s'era fatta pallida di nuovo.
Allora Carlo le afferrò la mano, con un lieve tremito, senza osare di mirarla in faccia, ed ella si nascose il viso nelle mani.
"Ora sei tu che mi fai male!" le diss'egli dopo quel silenzio, e parlando piano.
"Abbi un po' di pietà di me!"
Erminia alzò su di lui gli occhi lagrimosi.
Anche in fondo agli occhi di lui si vedevano luccicare delle lagrime; ei chinò la fronte sulla mano, e dopo un'altra breve pausa, con voce appena intelligibile:
"Bisogna che io abbia il coraggio di partire...
intendi?...
Bisogna ch'io l'abbia questo coraggio!"
Non si dissero altro.
Si sentiva il passo di Giorgio nell'anticamera; ella si alzò trasalendo e si allontanò con vivacità; il cugino alquanto pallido prese il suo cappello bruscamente e si accomiatò in fretta.
Giorgio entrava come fosse un estraneo in camera della moglie, con un'aria imbarazzata che la sua disinvoltura abituale non riusciva a dissimulare.
Era pallido anch'esso da qualche tempo, e dissimulava le sue sofferenze con una energia virile che non sarebbesi supposta in lui.
Una delle sofferenze più acerbe che sentisse era il supplizio di dover stare una mezz'ora al cospetto della moglie, di dover incontrare lo sguardo limpido di lei, e ascoltare la sua voce inalterabilmente dolce e calma.
Quella camera avea una fisionomia onesta; l'aria sembrava circolarvi pura e libera, fra quel gran letto bianco, quella culla color celeste, quei mobili semplicissimi - avea un che d'augusto.
Giorgio vi entrava sempre come fosse in chiesa, e stava dinanzi alla moglie, di cui istintivamente indovinava i dolori e le ripugnanze che egli doveva ispirarle, con una cortesia affettuosa in fondo, ma che sembrava glaciale.
Poi, in quella gran camera silenziosa e tranquilla si sentiva un gran bene, sembravagli che il sangue gli si rinfrescasse nelle vene, e l'immagine fosca e fatale di quella moribonda, di quell'amore spaventoso, non osava inseguirlo sin là.
Colà egli si riposava, e se l'avesse osato avrebbe domandato alla moglie il permesso di fargli dormire un sonno senza incubi in quella grande poltrona ai piedi del letto.
Sentiva un gran rispetto, una gran gratitudine, una gran tenerezza per la madre di suo figlio che era costretto a trattare in quel modo, per la donna che portava così immacolatamente il nome suo; l'ammirava come una natura superiore, parevagli impossibile che tanta serenità, tanta purezza potesse essere turbata, e che le passioni che avevano combattuto lui così violentemente potessero sconvolgere quella tranquilla coscienza, quell'onestà salda e schietta.
- Una volta, vedendo i due cugini seduti accanto, un pensiero gli avea attraversato la mente come un lampo, e s'era sentito mordere improvvisamente al cuore.
XVI
Da quel momento Giorgio avea guardato la moglie con tutt'altri occhi.
Le scopriva ogni giorno di più un'attrattiva pudica, velata, profonda direi, ma fortissima, negli occhi limpidi, nell'accento carezzevole, nell'attitudine modesta, in quel cuore che potea sentire anch'esso il soffio dello stesso uragano che devastava il suo, che anzi l'avea forse sentito, e che lo soffocava coraggiosamente; coteste qualità la rendevano più leggiadra; sentiva che se non fosse stato suo marito, la seduzione di quella grazia così schietta, così ingenua e riservata, avrebbe acceso sino al furore i suoi desideri di seduttore stanco e noiato di artifici donneschi.
L'immagine agitata e agitante di quell'altra donna tanto diversa, tanto lontana, annebbiavasi, scompariva a poco a poco, ed era strano che quell'uomo amasse per la prima volta sua moglie, con quel medesimo impeto che l'avea trascinato a tutti i fuorviamenti della passione perché cominciava a sentire che un altro avrebbe potuto essere trascinato, come lui, dall'attrattiva delle qualità assolutamente opposte, da quelle virtù umili e casalinghe, alle quali allora solamente sentiva come si fossero appoggiati inconsciamente il riposo, la tranquillità, la felicità della sua vita.
Nell'anticamera si era incontrato con Carlo; costui l'avea appena salutato; sembrava volesse evitarlo.
Erminia era ancora pallida, e avea pianto.
Nessuno saprebbe ridire quello che soffrisse quell'uomo nella mezz'ora che passò vicino alla moglie, la quale celavagli le lagrime, gli nascondeva il cuore, non gli apparteneva più, egli che in fondo avea una gran dose di tenerezza e di bontà, e ch'era stato cattivo soltanto perché era debole, egli ch'era sensibile sino ad essere ombroso, ed era delicato sino all'orgoglio.
"Il dottore come ha trovato Giannino?" domandò.
"Meglio...
assai meglio..."
"E tu come stai?"
"Bene."
"Diventi sempre più pallida di giorno in giorno...
bisogna consultare Rendona."
"Io sto benissimo." ripeté ella brevemente.
"Hai bisogno di rifarti...
Se vuoi che andiamo in campagna...
a Tremestieri" si affrettò ad aggiungere.
"Come vorrai."
"Io desidero quel che potrà giovarti..."
"Anche tu non stai bene..." diss'ella esitando.
"Se vuoi che andiamo..."
I loro occhi s'incontrarono per caso e per la prima volta; ei li stornò subito perché sentiva che il suo cuore gli si palesava.
"Io sto bene...
non si tratta di me", rispose reprimendo un'indefinibile commozione e stringendosi nelle spalle.
"Parlane con Rendona; quando avrete risoluto di fare qualche cosa, avvisami."
Appena lasciò Erminia, andò a rinchiudersi nelle sue stanze, adducendo il pretesto di un affare urgente, e per tutta la sera si udì il suo passo febbrile che andava su e giù pel gabinetto, come in quel giorno in cui avea trovato il figlio infermo.
Erminia era rimasta astratta, senza muoversi da quel canapè sul quale l'avea lasciata suo marito, di tanto in tanto gli occhi le si facevano umidi.
La sera venne la visita della signora Roncaglia, ma stavolta non era accompagnata dal suo ufficiale.
"Sai la bella notizia?" disse alla figliuola; "Carlo ha ricevuto l'ordine di partire fra tre giorni, per andare a raggiungere a Genova il suo bastimento che salpa per la Repubblica Argentina, pel Paraguay, che so io, insomma per l'America, un brutto paese in cui si ammazzano fra di loro come cani arrabbiati, e quasi non bastasse quel castigo di Dio, i poveri cristiani muoiono di febbre gialla al pari delle mosche.
Domando io se è agire da galantuomini! E proprio adesso che quel povero ragazzo ha tanto bisogno di rimettersi in salute! anche tu avrai visto com'è magro e sparuto! Non gli danno che la miseria di due mesi ogni due anni, e questa miseria trovano modo di tosarla di un paio di settimane, da veri usurai!...
Insomma, è una birbonata, ed io ho detto al signor tenente di rimandare il suo berretto coi galloni, e prendersi il benservito.
Già un pane non può mancargli in nessuna maniera, così bravo com'è."
Erminia ascoltava la madre senza fiatare.
"E lui perché non è venuto?" domandò infine.
"Nol so; ti par poco avere a digerire uno di questi dispettacci? Prendersi il benservito! ecco quello che c'è di meglio, se vuol dar retta a me, che ho gli anni del giudizio."
Erminia non disse più nulla; sua madre prima d'andarsene le domandò come si sentisse; ella rispose che si sentiva benissimo e si mise a letto colla febbre.
La balia di Giannino che dormiva nella camera accanto la udì gemere e lamentarsi in sogno tutta la notte.
L'indomani venne Carlo colla zia; trovarono Erminia alzata, senza il menomo indizio di quel che avesse potuto soffrire, un po' abbattuta è vero, ma era così da qualche tempo.
Ella avea risposto al saluto e alla stretta di mano di Carlo come al solito; avea preso poca parte alla conversazione, come al solito; anche Carlo mostravasi quale era sempre stato; ad un tratto, mentre la nonna accarezzava il nipotino, s'erano guardati tutt'e due nel tempo stesso, e s'erano scoloriti in viso.
"Prendersi il suo benservito!" ripeteva la zia Ruscaglia ritornando alla sua idea favorita.
"Ecco il mio parere.
Poiché questi signori la intendono a questo modo, prendersi il suo benservito! Vedranno che non si trovano fra i piedi ad ogni passo degli ufficiali che stanno quattordici ore in mare per far loro piacere!..."
"Parti?" domandò Erminia al cugino senza guardarlo.
"Si" rispose egli allo stesso modo.
E non dissero altro, perché qualcosa li soffocava.
"Partirà, sì, se è sciocco partirà!...
ma se vuol fare a modo mio vedrà che tosto o tardi saranno costretti a venire a pregarlo sino a casa sua, cotesti signori che stanno a dar ordini da mille miglia lontano!...
Proprio adesso che avea più bisogno dell'aria nativa! Guardatemelo, se con quel viso lì è proprio il caso di mandarlo a buscarsi la febbre gialla e tutti i malanni di laggiù...
Lasciatemene parlare con mio genero; lui che ha tanti amici al Ministero un buon rimedio saprà trovarlo!"
Erminia levò vivamente il capo.
"No!" esclamò Carlo con vivacità.
"No, zia! sarebbe inutile.
No!"
"Tu farai quello che vorranno coloro che hanno più giudizio di te" rispose la zia perentoriamente.
"Non mi fai mica soggezione, sai, coi tuoi galloni! Tu farai quello che ti dice di fare la tua zia, come quando eri piccino.
Lasciami andare."
Rimasti soli, i due cugini si guardarono di nuovo in viso e volsero altrove gli sguardi tutt'e due nel medesimo istante.
"Quando partirai?" domandò alfine Erminia con voce spenta.
"Sabato."
"Verrai ancora prima di partire?"
"Sì..."
"Verrai tutti i giorni?..."
"Sì, tutti i giorni!...
non ne restano che due..."
Dopo un breve silenzio ella gli stese la mano all'improvviso, mormorando quasi si sentisse morire:
"Addio...
forse non potrò dirtelo più come adesso...
Addio!"
E le lagrime le scorrevano pel viso, zitte zitte, senza che si curasse più di nascondergliele.
Sopravvenne la signora Ruscaglia tutta trionfante:
"L'avea detto io! Non poteva andare così! Giorgio dice che è facilissimo ottenere una proroga di sei mesi per motivi di salute...
insomma, se ne incarica lui.
Tu non partirai!"
Erminia, ch'era accanto al cugino, udendo quelle parole, si scostò da lui con insolita vivacità, avvampò in viso, e per tutto il resto del tempo che durò la visita parve molto imbarazzata.
Il povero ragazzo invece non dissimulava la sua allegrezza, da vero ragazzo.
"A rivederci, dunque!" le disse quando fu per andarsene.
Ella gli strinse le mani senza dir nulla.
La Ferlita avea ricevuto un colpo doloroso alla domanda della suocera; pure s'era impegnato a contentarla per un delicato senso di alterezza.
Non osava menomamente sospettare della moglie, non osava accusarla della preoccupazione febbrile che scorgeva in lei da qualche tempo, e che la povera vittima celava con rassegnazione da martire; ma avea paura; avea paura di quelle passioni che credeva irresistibili, avea paura perché cominciava ad amarla in un altro modo, adesso che il cuore gli era contrastato.
Ei passò una giornata penosa.
La sera trovò Erminia assai abbattuta; la poveretta faceva sforzi sovrumani per dissimulare il suo stato; la febbre che da una settimana l'assaliva tutte le sere era divenuta violenta; ella però era alzata, e cercava di occuparsi ricamando presso il lume; le mani le tremavano, e gli occhi, nonostante il paralume, doveano bruciarle.
"Tu soffri orribilmente!" le disse il marito.
"Tu stai molto male.
Bisogna chiamare Rendona, e subito."
"Perché?...
Non mi sento così male, ti assicuro.
Sarà un po' di agitazione passeggiera."
Giorgio avanzò la mano per prendere quella di lei, ma non osò.
"Erminia" le disse con tal voce che ella non avea udito da molto tempo; "non hai il diritto di ucciderti così; pensa a tuo figlio...
fallo per lui..."
Non osava parlare di sé.
Ella levò il capo sbigottita, e Giorgio chinò lentamente il suo.
"Domani" diss'ella infine risolutamente, dopo un istante di esitazione.
"Vedremo domani."
"Come vorrai" rispose Giorgio levandosi da sedere.
Non le disse una parola del cugino.
Sembrava esitante; stette a lungo prima d'andarsene, più a lungo del solito; le guardava le bianche mani, il viso pallido e dimagrato chino sul ricamo, all'ombra del paralume, la nuca gentile che la luce indorava leggermente screziandola delle tenere ombre dei ricci più fini, i begli occhi colmi di febbre, le pieghe di quella veste che cadevano mollemente sul tappeto; guardava con desiderio quel posto vuoto accanto a lei, sul canapè, che egli, il marito, non osava occupare, e quella spalliera che incurvavasi dietro le sue spalle, sulla quale avrebbe voluto posare il braccio.
Poi una nube passò sui suoi occhi, e si accomiatò bruscamente.
"La signora ha mandato pel medico?" domandò all'indomani.
"Nossignore" rispose il domestico.
"Va bene, andate."
E si rimise a passeggiare pel gabinetto.
Più di una volta fu per andare da lei, e non arrivò all'uscio.
Sembrava che avesse dormito poco e male; era pallido ed accigliato.
Un'ira sorda, inesplicabile, che lo riempiva di onta, bolliva entro di lui.
Andava dallo scrittoio alla parete di faccia, e guardava l'orologio come se aspettasse un'ora decisiva.
XVII
Erminia non avea dormito neppur essa; si levò abbattuta e disfatta in viso; sembrava inquieta anche lei, poiché le sue mani tremavano sul ricamo.
Verso il tocco si udì una scampanellata; ella, senza muoversi, col capo chino sul telaio, avvampò ad un tratto in viso, e istantaneamente si fece ancor più smorta di prima.
Dopo il primo saluto, i due cugini rimasero zitti alcuni momenti, senza poter dominare un inesplicabile imbarazzo; ella punzecchiava il suo canovaccio più febbrilmente che mai.
"Carlo," gli disse infine senza distogliere gli occhi dal disegno, "cosa hai risoluto di fare?"
Il giovanetto sentì la vibrazione sonora che c'era nella voce pacata di lei.
"Nol so..." rispose esitando e sottovoce come lei.
"Bisogna che tu parta...
La mamma, vedi, parla così...
perché certe cose noi altre donne non le possiamo sapere...
Se dai retta a noi altre donne, ti rovinerai nella carriera e sarebbe un gran danno...
Bisogna partire."
"Tu lo vuoi?..." diss'egli così piano che appena si sentiva.
"Bisogna che tu faccia il tuo dovere..." balbettò più pallida che mai e cogli occhi gonfi...
"Bisogna fare il nostro dovere, Carlo..."
"Partirò", rispose il giovanetto chinando il capo.
Non dissero più nulla.
"Partirò col treno di stasera" ripeté infine Carlo.
Ella ricamava sempre, col capo basso, anzi più basso di prima, e delle lagrime calde le cadevano ad una ad una sulle mani.
Ad un tratto gli stese quelle mani tutte bagnate, convulse e tremanti, e così rimasero faccia a faccia, senza dire una parola.
"Addio!" diss'egli, "addio! farò il mio dovere..."
"Anch'io!" mormorò Erminia ricadendo sul canapè.
Il dottore era stato chiamato in tutta fretta.
La signora Ruscaglia, che veniva dall'accompagnare il nipote colle sue querimonie sino alla stazione, era accorsa tutta scalmanata.
Erminia avea una febbre violenta con delirio, e il male mostravasi tanto più pericoloso quanto più era stato trascurato, e sembrava irrompere tutt'a un tratto, con una veemenza che non dava tempo a combatterlo.
Rendona avea messo tutta la casa sossopra in un batter d'occhio, ed erano anche stati chiamati due altri medici per fare un consulto.
La Ferlita andava e veniva come un sonnambulo; ascoltava quello che dicevano i medici, seguiva cogli occhi le persone che si affaccendavano per le stanze; di tanto in tanto si passava una mano sulla fronte.
"Che te ne pare?" domandò a Rendona mentre costui rientrava in sala.
L'altro si strinse nelle spalle: "Cosa vuoi che ti dica?...
vedremo domani al calar della febbre..."
Giorgio sedette di botto come se le gambe gli mancassero.
Verso mezzanotte era arrivato un dispaccio urgente da Acireale per Rendona.
"Dite che non posso", rispose costui dopo averlo letto.
"Telegrafate."
Giorgio ascoltava istupidito; tutta la notte la passò al capezzale dell'inferma senza muoversi; sembrava fosse stato colpito più mortalmente della moglie.
L'indomani la febbre rimesse un poco, il delirio cessò, ma il male si mantenne ancora gravissimo.
Tornarono gli altri due medici a consulto.
"Cosa dicono?" domandò nuovamente La Ferlita appena se ne furono andati.
"Nulla di nuovo; non abbiamo peggiorato", rispose Rendona.
"È salva!" esclamò Giorgio.
"No...
non ho detto questo...
Vedremo."
Tutto il giorno fu un va e vieni di medici, di amici che s'informavano alla porta, di amiche che venivano un momento a bisbigliare sottovoce in sala fra di loro, e a strascinarvi il fruscio delle loro vesti.
La sera calò lenta e triste, una sera d'estate, calda, pesante; i lumi cominciavano ad accendersi; il rumore delle carrozze si udiva più forte e vicino adesso che era cessato il frastuono del giorno; dalle finestre aperte, fra le grandi tende immobili, le stelle cominciavano a tremolare in fondo ad un cielo grigiastro; a poco a poco la luce rossigna del gas si disegnò qua e là sulle muraglie delle case di faccia, vincendo il chiarore incerto del crepuscolo; passavano per la via tutti i consueti rumori della sera; nella gran camera silenziosa e quasi oscura arrivava l'eco di quei passi discreti che si erano uditi tutto il giorno e non osavano avvicinarsi all'uscio; si udiva frequente, sommesso e timido il tintinnio del campanello in anticamera, e di quando in quando la vocina del povero Giannino che strillava fra le braccia della balia nella camera accanto, come se sapesse la sciagura che lo minacciava...
Le ore dal tramonto sino alla mezzanotte durarono eterne.
L'ammalata non delirava più, non si lagnava più, stava immobile, rivolta verso la finestra, col viso nell'ombra, gli occhi chiusi penosamente; di quando in quando li riapriva a stento; si udiva la sua respirazione irregolare e a scosse.
Verso mezzanotte Rendona, affranto dalla fatica, disse che andava a riposare un poco, poiché lo stato dell'inferma in quel momento lo permetteva.
La signora Ruscaglia era più morta che viva.
"Va a dormire anche tu una mezz'ora", disse il medico a Giorgio posandogli una mano sulla spalla.
"Devi esser rifinito anche tu."
Giorgio scosse il capo, e non si mosse dalla poltrona ai piedi del letto.
"Ma Giulietta farà quanto te, e meglio di te; alle due o alle tre poi verrai a rilevarla."
"No", disse Giorgio con la voce rauca che avea dalla mattina.
"Non ho sonno."
E rispondeva sempre: "È inutile, non ho sonno".
Infine Rendona lo lasciò stringendosi nelle spalle.
La Ferlita non avea sonno, ma era affranto.
I suoi nervi si contraevano penosamente, e sentivasi il capo preso in una morsa gigantesca; gli si ripercuoteva penosamente dentro il cervello il rumore delle ultime carrozze e i passi rari che si udivano sotto le finestre; il caldo di quella notte di giugno lo spossava.
In mezzo al grande stordimento della sua mente c'era un guazzabuglio confuso, doloroso, il passato, il presente, le vicende turbolente della giovinezza, i ricordi più lontani e insignificanti, Nata, suo figlio, Firenze, Erminia, la chiesuola di Tremestieri, il viso che avea Rendona quando gli avea detto vedremo, Carlo che solcava il mare, il treno che sbuffava alla stazione di Acireale, tutte queste cose che si urtavano, che si arruffavano, che si confondevano insieme.
In mezzo a quel turbinio c'era sempre la figura di quell'inferma su cui teneva gli occhi fisi, tal quale la vedeva in quel momento, rivolta verso la finestra e col viso nell'ombra.
Il suo pensiero rifaceva continuamente lo stesso camino, dal viale Principe Amedeo alla chiesuola di Tremestieri, e andava a finire a quel letto bianco su cui il paralume gettava la sua ombra.
Poi ricominciava da capo.
A poco a poco in quel gran cerchio scuro si rilevava il corpo di Erminia con contorni indecisi, che si perdevano e sfumavano nelle larghe pieghe della coperta, e a forza di fissarvi lo sguardo quel corpo si vestiva di quella tal veste scura a pieghe molli che cadevano sul tappeto ai piedi dal canapè, com'egli soleva vederla di tanto in tanto, vicino al medesimo lume che dorava quella nuca bianca, screziata dalle ombre leggiadre dei ricci più fini...
e Carlo veniva a mettersi là, fra lui ed Erminia, chetamente, senza far rumore.
Allora si ricordava di quell'altra donna lontana, gli pareva di vederla in quella camera d'albergo, colle braccia tese, gli occhi da fantasma - il suo spettro sorgeva ad ogni tratto dall'ombra, inaspettato, minaccioso e severo, e sembravagli che egli stesse a guardarlo stupidamente, senza sentir nulla in fondo al cuore; a poco a poco sentivasi invaso da una gran paura del fantasma immobile e silenzioso; allora girava gli occhi smarriti per le note pareti che l'attorniavano, li riposava su tutti gli angoli, su tutti i mobili che conosceva minutamente, sulla tappezzeria a gran fiori, sulle tende immobili a larghe strisce orientali, sul canapè trapunto e imbottito; sembrava che quelle pareti domestiche lo circondassero, lo abbracciassero quasi, per proteggerlo e per difenderlo.
L'orologio della camera suonava lentamente le ore una dopo l'altra, con rintocchi netti e sonori, come uno squillo che gli era famigliare anch'esso; poi rispondeva l'orologio della chiesa vicina, poi, ad uno ad uno, nel silenzio della notte, spesso confondendo insieme i rintocchi, tutti gli altri che conosceva, che gli rammentavano delle altre ore passate in quella stessa camera, che gli presentavano con una singolare chiarezza di contorni e di circostanze le immagini di altri avvenimenti, di altri particolari minimi che non credeva di ricordare più, che erano passati forse inosservati e che ora, sfumati così nella lontananza, avevano una identità dolce, malinconica ed amara nel tempo istesso: erano le ore passate accanto a quel canapè, mentre Erminia ricamava - quella sera in cui non erano andati al ballo, ed ella riempiva tutta la poltrona colle balzane leggiere e rigonfie della sua veste - i dolci colloquj, semplici, affettuosi, intimi d'allora, quando si dicevano tutto, in cui non avevano negli occhi dell'imbarazzo, in cui non ci avevano delle febbri, dei turbamenti, degli altri fantasmi lontani, assorbenti, gelosi, implacabili, quando la pace di quella camera era ancora inalterata, e facevano dei progetti, e parlavano insieme dell'indomani, di Giannino, della campagna con fiducia.
Allora quel tempo passato rivestivasi di tutte le iridi dell'ideale.
Giorgio v'immergeva il suo pensiero affaticato con l'energia di chi sente il bisogno di riposo.
Il presente lo sorprendeva sempre, inesorabile, all'improvviso, con l'immagine di Erminia che era là, rivolta verso la finestra, col viso nell'ombra.
Mentre teneva gli occhi fisi su di lei cercava di indovinare per quali lotte fosse passata ella pure prima di allontanarsi da lui, cercava di leggere su quei lineamenti, che nell'ombra sembravano cangiare di aspetto ad ogni istante, al pari di quelli di una sfinge, quali passioni si svolgessero mostruosamente in mezzo ai vaneggiamenti del delirio.
Le ore continuarono a suonare, monotone, impassibili, l'una dietro l'altra, con lunghi intervalli.
Verso l'alba l'inferma cominciò ad essere agitata.
Giorgio seguiva i movimenti di lei con sguardo ansioso, senza osar di fiatare.
Ad un tratto si accorse che gli occhi di Erminia erano spalancati, e che da alcuni istanti li teneva fissi su di lui con una singolare tenacità.
Ei si levò, e stette ritto dinanzi a lei.
Gli occhi di Erminia erano attaccati su di lui con tale insistenza, con tale espressione che gli strapparono la prima parola:
"Cosa vuoi?"
Ella non rispondeva, guardandolo sempre a quel modo; brancolava col braccio fuori dalle coperte, quasi cercasse qualche cosa, poi gli afferrò la mano.
"Voglio parlarti", gli disse con voce appena intelligibile.
A lui parve che quella mano gli stringesse il cuore.
"Ho amato Carlo!..." riprese Erminia vincendo un gran turbamento.
Egli mosse le labbra più volte, senza che alcun suono ne potesse uscire.
"Perdonami..." singhiozzava l'inferma dopo un silenzio più lungo.
"Ho bisogno che tu mi perdoni...
Giorgio!...
Non sono colpevole, sai!...
Non sapevo d'amarlo...
non me n'ero accorta...
ho pianto tanto tanto...
ho tanto sofferto!...
gli ho detto d'andarsene...
ed egli se n'è andato...
Non è mia colpa se è stato più forte di me...
se mi è parso di morire...
Ma lui non ne sa niente...
ti giuro!...
nessuno sa quello che ho sofferto...
Non dirlo a Giannino...
non dirlo nemmeno alla mamma...
dimmi che mi perdoni...
dimmi che non mi lasci in collera!:.."
Giorgio non rispondeva, piangeva silenziosamente, col viso nascosto nell'ombra della ventola.
Ad un tratto volse il lume su di lei, temendo che fosse delirante; allora scorse quell'espressione d'angoscia indicibile e le vide il viso tutto bagnato di lagrime.
Non le disse una sola parola, si chinò sul letto, la abbracciò stretta, colla fronte su quella di lei, e confusero insieme le loro lagrime.
"Oh! come mi fa bene!...
Come mi fa bene sentirmi bagnata dalle tue lagrime!...
Come mi fa bene vedere che tu piangi!...
Perché non hai pianto?...
da tanto tempo!...
da tanto!...
Come mi fa bene!...
Mi sembra che facciami rinascere...
Mi sembra che guarirò..."
Egli non osava dire come fosse colpevole, sentiva che ella lo sapeva, non osava domandarle quel perdono che gli era anticipato generosamente.
Singhiozzava forte, a scosse, senza staccarsi da lei; l'alba entrava dolcemente dalla finestra - come in quell'albergo - e imbiancava quell'altro viso trafelato d'inferma.
"Tu guarirai!..." balbettava alfine Giorgio con voce rotta "senti cosa ti dico, tu guarirai!...
e saremo felici un'altra volta...
partiremo per la campagna...
Là staremo insieme...
Sempre insieme!...
e nessuno!...
nessuno!..."
"Come mi fa bene sentirti parlare così!...
Come mi sembra bella l'alba!...
Mi sento meglio, sì, mi pare di star meglio...
Fa venire Giannino...
Povero bimbo! Fammelo vedere..."
Giorgio andò a prendere il bambino, in punta di piedi, e la madre l'avvinse in un lungo e muto abbraccio, colle lagrime impietrate nell'orbita; poi passò quel povero braccio debole e stanco anche sul collo di Giorgio, ed entrambi si tennero stretti su quel piccino roseo e fresco, che li guardava con i suoi grandi occhioni ancora imbambolati dal sonno.
"Un miglioramento infatti c'è e sensibilissimo", disse Rendona ch'era venuto per tempissimo.
"Un vero miglioramento sul quale si può contare.
Alla buon'ora!...
forse la scapperemo bella anche quest'altra volta", borbottò fra i denti.
XVIII
Erminia migliorò realmente, e in capo a pochi giorni entrò in piena convalescenza.
Giorgio non la lasciava un momento; la covava, come si dice, cogli occhi, quasi dovesse farsi perdonare un gran fallo, dimenticando i brutti giorni passati a misura che la moglie rifioriva in salute, e sentendosi rinascere anche lui.
Godeva di vederla assisa nella sua poltrona, vicino a quella finestra, pallida ancora e dimagrata, sorridendo con una dolce tinta di mestizia a lui e al suo bambino, e provava un vago sentimento di letizia a far riandare il pensiero a quella notte angosciosa, passata ai piedi del letto, a quei tristi giorni agitati.
Allorché contemplava le membra gracili e qualche volta ancora tremanti della cara persona provava una tenerezza nuova, più profonda, più intensa, e insieme una commiserazione affettuosa per quel che ella avea dovuto soffrire, una grande devozione, un gran rispetto per la debole creatura che gli avea dato tal lezione di forza.
In alcuni momenti avea vergogna, trovavasi umiliato dinanzi a lei così nobile e modesta, sentiva confusamente una gran gioia di amarla tanto, e d'esserne tanto amato, per dimenticare insieme a lei.
Verso gli ultimi del giugno, Rendona diede finalmente la sua approvazione a quel famoso progetto d'andare a passare l'estate in campagna, che Giorgio ficcava in tutti i discorsi, e suggeriva come il rimedio per eccellenza.
Faceva già troppo caldo per andare a Tremestieri o alla Piana; Erminia avea fatto accettare Giarre.
I preparativi furono una grande occupazione e una gran festa.
Partirono finalmente una domenica, col treno della mattina; dal cielo sembrava piovere della polvere d'oro, il mare luccicava di strisce d'argento; i giardini sparsi lungo la linea gettavano dentro i vagoni la fragranza dei fiori d'arancio; alle stazioni di campagna si vedevano dei contadini in abito di festa; le ragazze che passavano per le vie di campagna parallele alla strada ferrata salutavano il convoglio con grida giulive.
Alla stazione di Acireale c'era una gran folla di venditori ambulanti, di cacciatori, e di contadini della Calabria che venivano a stormi per la mietitura.
I due sposi erano soli nel loro scompartimento; Erminia osservava con curiosità il va e vieni di bagagli e viaggiatori; Giorgio guardava dall'altra parte.
Il convoglio stava fermo più del tempo prescritto, poiché sulle rotaie si eseguivano delle manovre per un altro treno speciale che partiva.
Questo treno era formato da due sole carrozze, oltre la macchina.
In quel momento giungeva un signore di una certa età, biondo e vestito di nero, seguito da alcuni domestici, anch'essi in lutto; un impiegato della stazione chiudeva con fracasso lo sportello di uno dei vagoni che all'interno era parato di nero; in fondo a quel vagone si vedeva qualcosa come una bara, con una gran corona di fiori e un gran nastro che pendeva da un lato.
Il signore in lutto si era levato il cappello, avea scambiato qualche parola col capo-stazione ed era montato sull'altra carrozza.
Alle finestre dell'albergo stavano affacciati molti curiosi, coi gomiti appoggiati sul davanzale.
Erminia s'era rivolta verso il marito e l'avea visto pallido e stralunato, ritto presso lo sportello, guardando quello spettacolo con occhi affascinati.
La macchina dell'altro treno fischiò e il funebre convoglio partì lentamente, barcollando.
Giorgio, ch'era rimasto tutto quel tempo come una statua, senza fare un gesto e senza dire una parola, si strinse nelle spalle con un brivido improvviso di freddo, sprofondò il capo nelle spalle, quasi volesse nascondervelo, e cadde seduto.
Erminia s'era fatta pallida anch'essa, quasi avesse visto anch'essa quel fantasma implacabile mettevasi fatalmente un'ultima volta sul loro cammino, e sembrava sorgere dalla tomba per attraversare tutti i loro sogni di pace, di amore e di felicità.
Giorgio era annichilato: ad un tratto sentì stringersi la mano e si trovò il bimbo che gli era stato messo fra le braccia; il povero Giannino lo guardava sbalordito.
La Ferlita con un movimento brusco e improvviso nascose il volto fra quelle piccole braccia, fuggendo una visione terribile, e sentì le braccia di Erminia che gli cingevano il collo.
"Povero Giorgio!" mormorava Erminia.
"Noi t'ameremo tanto! tanto!..."
Egli, senza una lagrima, ma pallido come un cadavere, se li strinse entrambi sul petto, forte, e a lungo.
Allorché il convoglio si fermò a Giarre egli alzò il capo tuttora pallidissimo, guardò al di fuori, respirò con forza; sembrava si destasse da un lungo e penoso sonno.
Il funebre corteo che li precedeva era scomparso; il fumo svolgevasi ancora lentamente dall'imboccatura della galleria, squarciandosi e diradandosi in larghi fiocchi sul cielo azzurro.
Non rimaneva più altro del passato.
Quando furono a Giarre, La Ferlita vi trovò un dispaccio telegrafico che era stato rimandato dall'ufficio di Catania, e che l'aspettava.
Il telegramma non conteneva, oltre l'indirizzo e la data, che questa sola parola:
"Addio."
...
[Pagina successiva]