TIGRE REALE, di Giovanni Verga - pagina 14
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"Cos'hai?" domandò Carlo sorpreso interrompendosi.
"Nulla...
mi fai male...
Mi sembra d'aver paura."
Ei la fissava attentamente.
Erminia di pallida s'era fatta rossa come un papavero, poi s'era fatta pallida di nuovo.
Allora Carlo le afferrò la mano, con un lieve tremito, senza osare di mirarla in faccia, ed ella si nascose il viso nelle mani.
"Ora sei tu che mi fai male!" le diss'egli dopo quel silenzio, e parlando piano.
"Abbi un po' di pietà di me!"
Erminia alzò su di lui gli occhi lagrimosi.
Anche in fondo agli occhi di lui si vedevano luccicare delle lagrime; ei chinò la fronte sulla mano, e dopo un'altra breve pausa, con voce appena intelligibile:
"Bisogna che io abbia il coraggio di partire...
intendi?...
Bisogna ch'io l'abbia questo coraggio!"
Non si dissero altro.
Si sentiva il passo di Giorgio nell'anticamera; ella si alzò trasalendo e si allontanò con vivacità; il cugino alquanto pallido prese il suo cappello bruscamente e si accomiatò in fretta.
Giorgio entrava come fosse un estraneo in camera della moglie, con un'aria imbarazzata che la sua disinvoltura abituale non riusciva a dissimulare.
Era pallido anch'esso da qualche tempo, e dissimulava le sue sofferenze con una energia virile che non sarebbesi supposta in lui.
Una delle sofferenze più acerbe che sentisse era il supplizio di dover stare una mezz'ora al cospetto della moglie, di dover incontrare lo sguardo limpido di lei, e ascoltare la sua voce inalterabilmente dolce e calma.
Quella camera avea una fisionomia onesta; l'aria sembrava circolarvi pura e libera, fra quel gran letto bianco, quella culla color celeste, quei mobili semplicissimi - avea un che d'augusto.
Giorgio vi entrava sempre come fosse in chiesa, e stava dinanzi alla moglie, di cui istintivamente indovinava i dolori e le ripugnanze che egli doveva ispirarle, con una cortesia affettuosa in fondo, ma che sembrava glaciale.
Poi, in quella gran camera silenziosa e tranquilla si sentiva un gran bene, sembravagli che il sangue gli si rinfrescasse nelle vene, e l'immagine fosca e fatale di quella moribonda, di quell'amore spaventoso, non osava inseguirlo sin là.
Colà egli si riposava, e se l'avesse osato avrebbe domandato alla moglie il permesso di fargli dormire un sonno senza incubi in quella grande poltrona ai piedi del letto.
Sentiva un gran rispetto, una gran gratitudine, una gran tenerezza per la madre di suo figlio che era costretto a trattare in quel modo, per la donna che portava così immacolatamente il nome suo; l'ammirava come una natura superiore, parevagli impossibile che tanta serenità, tanta purezza potesse essere turbata, e che le passioni che avevano combattuto lui così violentemente potessero sconvolgere quella tranquilla coscienza, quell'onestà salda e schietta.
- Una volta, vedendo i due cugini seduti accanto, un pensiero gli avea attraversato la mente come un lampo, e s'era sentito mordere improvvisamente al cuore.
XVI
Da quel momento Giorgio avea guardato la moglie con tutt'altri occhi.
Le scopriva ogni giorno di più un'attrattiva pudica, velata, profonda direi, ma fortissima, negli occhi limpidi, nell'accento carezzevole, nell'attitudine modesta, in quel cuore che potea sentire anch'esso il soffio dello stesso uragano che devastava il suo, che anzi l'avea forse sentito, e che lo soffocava coraggiosamente; coteste qualità la rendevano più leggiadra; sentiva che se non fosse stato suo marito, la seduzione di quella grazia così schietta, così ingenua e riservata, avrebbe acceso sino al furore i suoi desideri di seduttore stanco e noiato di artifici donneschi.
L'immagine agitata e agitante di quell'altra donna tanto diversa, tanto lontana, annebbiavasi, scompariva a poco a poco, ed era strano che quell'uomo amasse per la prima volta sua moglie, con quel medesimo impeto che l'avea trascinato a tutti i fuorviamenti della passione perché cominciava a sentire che un altro avrebbe potuto essere trascinato, come lui, dall'attrattiva delle qualità assolutamente opposte, da quelle virtù umili e casalinghe, alle quali allora solamente sentiva come si fossero appoggiati inconsciamente il riposo, la tranquillità, la felicità della sua vita.
Nell'anticamera si era incontrato con Carlo; costui l'avea appena salutato; sembrava volesse evitarlo.
Erminia era ancora pallida, e avea pianto.
Nessuno saprebbe ridire quello che soffrisse quell'uomo nella mezz'ora che passò vicino alla moglie, la quale celavagli le lagrime, gli nascondeva il cuore, non gli apparteneva più, egli che in fondo avea una gran dose di tenerezza e di bontà, e ch'era stato cattivo soltanto perché era debole, egli ch'era sensibile sino ad essere ombroso, ed era delicato sino all'orgoglio.
"Il dottore come ha trovato Giannino?" domandò.
"Meglio...
assai meglio..."
"E tu come stai?"
"Bene."
"Diventi sempre più pallida di giorno in giorno...
bisogna consultare Rendona."
"Io sto benissimo." ripeté ella brevemente.
"Hai bisogno di rifarti...
Se vuoi che andiamo in campagna...
a Tremestieri" si affrettò ad aggiungere.
"Come vorrai."
"Io desidero quel che potrà giovarti..."
"Anche tu non stai bene..." diss'ella esitando.
"Se vuoi che andiamo..."
I loro occhi s'incontrarono per caso e per la prima volta; ei li stornò subito perché sentiva che il suo cuore gli si palesava.
"Io sto bene...
non si tratta di me", rispose reprimendo un'indefinibile commozione e stringendosi nelle spalle.
"Parlane con Rendona; quando avrete risoluto di fare qualche cosa, avvisami."
Appena lasciò Erminia, andò a rinchiudersi nelle sue stanze, adducendo il pretesto di un affare urgente, e per tutta la sera si udì il suo passo febbrile che andava su e giù pel gabinetto, come in quel giorno in cui avea trovato il figlio infermo.
Erminia era rimasta astratta, senza muoversi da quel canapè sul quale l'avea lasciata suo marito, di tanto in tanto gli occhi le si facevano umidi.
La sera venne la visita della signora Roncaglia, ma stavolta non era accompagnata dal suo ufficiale.
"Sai la bella notizia?" disse alla figliuola; "Carlo ha ricevuto l'ordine di partire fra tre giorni, per andare a raggiungere a Genova il suo bastimento che salpa per la Repubblica Argentina, pel Paraguay, che so io, insomma per l'America, un brutto paese in cui si ammazzano fra di loro come cani arrabbiati, e quasi non bastasse quel castigo di Dio, i poveri cristiani muoiono di febbre gialla al pari delle mosche.
Domando io se è agire da galantuomini! E proprio adesso che quel povero ragazzo ha tanto bisogno di rimettersi in salute! anche tu avrai visto com'è magro e sparuto! Non gli danno che la miseria di due mesi ogni due anni, e questa miseria trovano modo di tosarla di un paio di settimane, da veri usurai!...
Insomma, è una birbonata, ed io ho detto al signor tenente di rimandare il suo berretto coi galloni, e prendersi il benservito.
Già un pane non può mancargli in nessuna maniera, così bravo com'è."
Erminia ascoltava la madre senza fiatare.
"E lui perché non è venuto?" domandò infine.
"Nol so; ti par poco avere a digerire uno di questi dispettacci? Prendersi il benservito! ecco quello che c'è di meglio, se vuol dar retta a me, che ho gli anni del giudizio."
Erminia non disse più nulla; sua madre prima d'andarsene le domandò come si sentisse; ella rispose che si sentiva benissimo e si mise a letto colla febbre.
La balia di Giannino che dormiva nella camera accanto la udì gemere e lamentarsi in sogno tutta la notte.
L'indomani venne Carlo colla zia; trovarono Erminia alzata, senza il menomo indizio di quel che avesse potuto soffrire, un po' abbattuta è vero, ma era così da qualche tempo.
Ella avea risposto al saluto e alla stretta di mano di Carlo come al solito; avea preso poca parte alla conversazione, come al solito; anche Carlo mostravasi quale era sempre stato; ad un tratto, mentre la nonna accarezzava il nipotino, s'erano guardati tutt'e due nel tempo stesso, e s'erano scoloriti in viso.
"Prendersi il suo benservito!" ripeteva la zia Ruscaglia ritornando alla sua idea favorita.
"Ecco il mio parere.
Poiché questi signori la intendono a questo modo, prendersi il suo benservito! Vedranno che non si trovano fra i piedi ad ogni passo degli ufficiali che stanno quattordici ore in mare per far loro piacere!..."
"Parti?" domandò Erminia al cugino senza guardarlo.
"Si" rispose egli allo stesso modo.
E non dissero altro, perché qualcosa li soffocava.
"Partirà, sì, se è sciocco partirà!...
ma se vuol fare a modo mio vedrà che tosto o tardi saranno costretti a venire a pregarlo sino a casa sua, cotesti signori che stanno a dar ordini da mille miglia lontano!...
Proprio adesso che avea più bisogno dell'aria nativa! Guardatemelo, se con quel viso lì è proprio il caso di mandarlo a buscarsi la febbre gialla e tutti i malanni di laggiù...
Lasciatemene parlare con mio genero; lui che ha tanti amici al Ministero un buon rimedio saprà trovarlo!"
Erminia levò vivamente il capo.
"No!" esclamò Carlo con vivacità.
"No, zia! sarebbe inutile.
No!"
"Tu farai quello che vorranno coloro che hanno più giudizio di te" rispose la zia perentoriamente.
"Non mi fai mica soggezione, sai, coi tuoi galloni! Tu farai quello che ti dice di fare la tua zia, come quando eri piccino.
Lasciami andare."
Rimasti soli, i due cugini si guardarono di nuovo in viso e volsero altrove gli sguardi tutt'e due nel medesimo istante.
"Quando partirai?" domandò alfine Erminia con voce spenta.
"Sabato."
"Verrai ancora prima di partire?"
"Sì..."
"Verrai tutti i giorni?..."
"Sì, tutti i giorni!...
non ne restano che due..."
Dopo un breve silenzio ella gli stese la mano all'improvviso, mormorando quasi si sentisse morire:
"Addio...
forse non potrò dirtelo più come adesso...
Addio!"
E le lagrime le scorrevano pel viso, zitte zitte, senza che si curasse più di nascondergliele.
Sopravvenne la signora Ruscaglia tutta trionfante:
"L'avea detto io! Non poteva andare così! Giorgio dice che è facilissimo ottenere una proroga di sei mesi per motivi di salute...
insomma, se ne incarica lui.
Tu non partirai!"
Erminia, ch'era accanto al cugino, udendo quelle parole, si scostò da lui con insolita vivacità, avvampò in viso, e per tutto il resto del tempo che durò la visita parve molto imbarazzata.
Il povero ragazzo invece non dissimulava la sua allegrezza, da vero ragazzo.
"A rivederci, dunque!" le disse quando fu per andarsene.
Ella gli strinse le mani senza dir nulla.
La Ferlita avea ricevuto un colpo doloroso alla domanda della suocera; pure s'era impegnato a contentarla per un delicato senso di alterezza.
Non osava menomamente sospettare della moglie, non osava accusarla della preoccupazione febbrile che scorgeva in lei da qualche tempo, e che la povera vittima celava con rassegnazione da martire; ma avea paura; avea paura di quelle passioni che credeva irresistibili, avea paura perché cominciava ad amarla in un altro modo, adesso che il cuore gli era contrastato.
Ei passò una giornata penosa.
La sera trovò Erminia assai abbattuta; la poveretta faceva sforzi sovrumani per dissimulare il suo stato; la febbre che da una settimana l'assaliva tutte le sere era divenuta violenta; ella però era alzata, e cercava di occuparsi ricamando presso il lume; le mani le tremavano, e gli occhi, nonostante il paralume, doveano bruciarle.
"Tu soffri orribilmente!" le disse il marito.
"Tu stai molto male.
Bisogna chiamare Rendona, e subito."
"Perché?...
Non mi sento così male, ti assicuro.
Sarà un po' di agitazione passeggiera."
Giorgio avanzò la mano per prendere quella di lei, ma non osò.
"Erminia" le disse con tal voce che ella non avea udito da molto tempo; "non hai il diritto di ucciderti così; pensa a tuo figlio...
fallo per lui..."
Non osava parlare di sé.
Ella levò il capo sbigottita, e Giorgio chinò lentamente il suo.
"Domani" diss'ella infine risolutamente, dopo un istante di esitazione.
"Vedremo domani."
"Come vorrai" rispose Giorgio levandosi da sedere.
Non le disse una parola del cugino.
Sembrava esitante; stette a lungo prima d'andarsene, più a lungo del solito; le guardava le bianche mani, il viso pallido e dimagrato chino sul ricamo, all'ombra del paralume, la nuca gentile che la luce indorava leggermente screziandola delle tenere ombre dei ricci più fini, i begli occhi colmi di febbre, le pieghe di quella veste che cadevano mollemente sul tappeto; guardava con desiderio quel posto vuoto accanto a lei, sul canapè, che egli, il marito, non osava occupare, e quella spalliera che incurvavasi dietro le sue spalle, sulla quale avrebbe voluto posare il braccio.
Poi una nube passò sui suoi occhi, e si accomiatò bruscamente.
"La signora ha mandato pel medico?" domandò all'indomani.
"Nossignore" rispose il domestico.
"Va bene, andate."
E si rimise a passeggiare pel gabinetto.
Più di una volta fu per andare da lei, e non arrivò all'uscio.
Sembrava che avesse dormito poco e male; era pallido ed accigliato.
Un'ira sorda, inesplicabile, che lo riempiva di onta, bolliva entro di lui.
Andava dallo scrittoio alla parete di faccia, e guardava l'orologio come se aspettasse un'ora decisiva.
XVII
Erminia non avea dormito neppur essa; si levò abbattuta e disfatta in viso; sembrava inquieta anche lei, poiché le sue mani tremavano sul ricamo.
Verso il tocco si udì una scampanellata; ella, senza muoversi, col capo chino sul telaio, avvampò ad un tratto in viso, e istantaneamente si fece ancor più smorta di prima.
Dopo il primo saluto, i due cugini rimasero zitti alcuni momenti, senza poter dominare un inesplicabile imbarazzo; ella punzecchiava il suo canovaccio più febbrilmente che mai.
"Carlo," gli disse infine senza distogliere gli occhi dal disegno, "cosa hai risoluto di fare?"
Il giovanetto sentì la vibrazione sonora che c'era nella voce pacata di lei.
"Nol so..." rispose esitando e sottovoce come lei.
"Bisogna che tu parta...
La mamma, vedi, parla così...
perché certe cose noi altre donne non le possiamo sapere...
Se dai retta a noi altre donne, ti rovinerai nella carriera e sarebbe un gran danno...
Bisogna partire."
"Tu lo vuoi?..." diss'egli così piano che appena si sentiva.
"Bisogna che tu faccia il tuo dovere..." balbettò più pallida che mai e cogli occhi gonfi...
"Bisogna fare il nostro dovere, Carlo..."
"Partirò", rispose il giovanetto chinando il capo.
Non dissero più nulla.
"Partirò col treno di stasera" ripeté infine Carlo.
Ad un tratto gli stese quelle mani tutte bagnate, convulse e tremanti, e così rimasero faccia a faccia, senza dire una parola.
"Addio!" diss'egli, "addio! farò il mio dovere..."
"Anch'io!" mormorò Erminia ricadendo sul canapè.
Il dottore era stato chiamato in tutta fretta.
La signora Ruscaglia, che veniva dall'accompagnare il nipote colle sue querimonie sino alla stazione, era accorsa tutta scalmanata.
Erminia avea una febbre violenta con delirio, e il male mostravasi tanto più pericoloso quanto più era stato trascurato, e sembrava irrompere tutt'a un tratto, con una veemenza che non dava tempo a combatterlo.
Rendona avea messo tutta la casa sossopra in un batter d'occhio, ed erano anche stati chiamati due altri medici per fare un consulto.
La Ferlita andava e veniva come un sonnambulo; ascoltava quello che dicevano i medici, seguiva cogli occhi le persone che si affaccendavano per le stanze; di tanto in tanto si passava una mano sulla fronte.
"Che te ne pare?" domandò a Rendona mentre costui rientrava in sala.
L'altro si strinse nelle spalle: "Cosa vuoi che ti dica?...
vedremo domani al calar della febbre..."
Giorgio sedette di botto come se le gambe gli mancassero.
Verso mezzanotte era arrivato un dispaccio urgente da Acireale per Rendona.
"Dite che non posso", rispose costui dopo averlo letto.
"Telegrafate."
Giorgio ascoltava istupidito; tutta la notte la passò al capezzale dell'inferma senza muoversi; sembrava fosse stato colpito più mortalmente della moglie.
L'indomani la febbre rimesse un poco, il delirio cessò, ma il male si mantenne ancora gravissimo.
Tornarono gli altri due medici a consulto.
"Cosa dicono?" domandò nuovamente La Ferlita appena se ne furono andati.
"Nulla di nuovo; non abbiamo peggiorato", rispose Rendona.
"È salva!" esclamò Giorgio.
"No...
non ho detto questo...
Vedremo."
Tutto il giorno fu un va e vieni di medici, di amici che s'informavano alla porta, di amiche che venivano un momento a bisbigliare sottovoce in sala fra di loro, e a strascinarvi il fruscio delle loro vesti.
La sera calò lenta e triste, una sera d'estate, calda, pesante; i lumi cominciavano ad accendersi; il rumore delle carrozze si udiva più forte e vicino adesso che era cessato il frastuono del giorno; dalle finestre aperte, fra le grandi tende immobili, le stelle cominciavano a tremolare in fondo ad un cielo grigiastro; a poco a poco la luce rossigna del gas si disegnò qua e là sulle muraglie delle case di faccia, vincendo il chiarore incerto del crepuscolo; passavano per la via tutti i consueti rumori della sera; nella gran camera silenziosa e quasi oscura arrivava l'eco di quei passi discreti che si erano uditi tutto il giorno e non osavano avvicinarsi all'uscio; si udiva frequente, sommesso e timido il tintinnio del campanello in anticamera, e di quando in quando la vocina del povero Giannino che strillava fra le braccia della balia nella camera accanto, come se sapesse la sciagura che lo minacciava...
Le ore dal tramonto sino alla mezzanotte durarono eterne.
L'ammalata non delirava più, non si lagnava più, stava immobile, rivolta verso la finestra, col viso nell'ombra, gli occhi chiusi penosamente; di quando in quando li riapriva a stento; si udiva la sua respirazione irregolare e a scosse.
Verso mezzanotte Rendona, affranto dalla fatica, disse che andava a riposare un poco, poiché lo stato dell'inferma in quel momento lo permetteva.
La signora Ruscaglia era più morta che viva.
"Va a dormire anche tu una mezz'ora", disse il medico a Giorgio posandogli una mano sulla spalla.
"Devi esser rifinito anche tu."
Giorgio scosse il capo, e non si mosse dalla poltrona ai piedi del letto.
"Ma Giulietta farà quanto te, e meglio di te; alle due o alle tre poi verrai a rilevarla."
"No", disse Giorgio con la voce rauca che avea dalla mattina.
"Non ho sonno."
E rispondeva sempre: "È inutile, non ho sonno".
Infine Rendona lo lasciò stringendosi nelle spalle.
La Ferlita non avea sonno, ma era affranto.
I suoi nervi si contraevano penosamente, e sentivasi il capo preso in una morsa gigantesca; gli si ripercuoteva penosamente dentro il cervello il rumore delle ultime carrozze e i passi rari che si udivano sotto le finestre; il caldo di quella notte di giugno lo spossava.
In mezzo al grande stordimento della sua mente c'era un guazzabuglio confuso, doloroso, il passato, il presente, le vicende turbolente della giovinezza, i ricordi più lontani e insignificanti, Nata, suo figlio, Firenze, Erminia, la chiesuola di Tremestieri, il viso che avea Rendona quando gli avea detto vedremo, Carlo che solcava il mare, il treno che sbuffava alla stazione di Acireale, tutte queste cose che si urtavano, che si arruffavano, che si confondevano insieme.
In mezzo a quel turbinio c'era sempre la figura di quell'inferma su cui teneva gli occhi fisi, tal quale la vedeva in quel momento, rivolta verso la finestra e col viso nell'ombra.
Il suo pensiero rifaceva continuamente lo stesso camino, dal viale Principe Amedeo alla chiesuola di Tremestieri, e andava a finire a quel letto bianco su cui il paralume gettava la sua ombra.
Poi ricominciava da capo.
A poco a poco in quel gran cerchio scuro si rilevava il corpo di Erminia con contorni indecisi, che si perdevano e sfumavano nelle larghe pieghe della coperta, e a forza di fissarvi lo sguardo quel corpo si vestiva di quella tal veste scura a pieghe molli che cadevano sul tappeto ai piedi dal canapè, com'egli soleva vederla di tanto in tanto, vicino al medesimo lume che dorava quella nuca bianca, screziata dalle ombre leggiadre dei ricci più fini...
e Carlo veniva a mettersi là, fra lui ed Erminia, chetamente, senza far rumore.
Allora si ricordava di quell'altra donna lontana, gli pareva di vederla in quella camera d'albergo, colle braccia tese, gli occhi da fantasma - il suo spettro sorgeva ad ogni tratto dall'ombra, inaspettato, minaccioso e severo, e sembravagli che egli stesse a guardarlo stupidamente, senza sentir nulla in fondo al cuore; a poco a poco sentivasi invaso da una gran paura del fantasma immobile e silenzioso; allora girava gli occhi smarriti per le note pareti che l'attorniavano, li riposava su tutti gli angoli, su tutti i mobili che conosceva minutamente, sulla tappezzeria a gran fiori, sulle tende immobili a larghe strisce orientali, sul canapè trapunto e imbottito; sembrava che quelle pareti domestiche lo circondassero, lo abbracciassero quasi, per proteggerlo e per difenderlo.
L'orologio della camera suonava lentamente le ore una dopo l'altra, con rintocchi netti e sonori, come uno squillo che gli era famigliare anch'esso; poi rispondeva l'orologio della chiesa vicina, poi, ad uno ad uno, nel silenzio della notte, spesso confondendo insieme i rintocchi, tutti gli altri che conosceva, che gli rammentavano delle altre ore passate in quella stessa camera, che gli presentavano con una singolare chiarezza di contorni e di circostanze le immagini di altri avvenimenti, di altri particolari minimi che non credeva di ricordare più, che erano passati forse inosservati e che ora, sfumati così nella lontananza, avevano una identità dolce, malinconica ed amara nel tempo istesso: erano le ore passate accanto a quel canapè, mentre Erminia ricamava - quella sera in cui non erano andati al ballo, ed ella riempiva tutta la poltrona colle balzane leggiere e rigonfie della sua veste - i dolci colloquj, semplici, affettuosi, intimi d'allora, quando si dicevano tutto, in cui non avevano negli occhi dell'imbarazzo, in cui non ci avevano delle febbri, dei turbamenti, degli altri fantasmi lontani, assorbenti, gelosi, implacabili, quando la pace di quella camera era ancora inalterata, e facevano dei progetti, e parlavano insieme dell'indomani, di Giannino, della campagna con fiducia.
Allora quel tempo passato rivestivasi di tutte le iridi dell'ideale.
Giorgio v'immergeva il suo pensiero affaticato con l'energia di chi sente il bisogno di riposo.
Il presente lo sorprendeva sempre, inesorabile, all'improvviso, con l'immagine di Erminia che era là, rivolta verso la finestra, col viso nell'ombra.
Mentre teneva gli occhi fisi su di lei cercava di indovinare per quali lotte fosse passata ella pure prima di allontanarsi da lui, cercava di leggere su quei lineamenti, che nell'ombra sembravano cangiare di aspetto ad ogni istante, al pari di quelli di una sfinge, quali passioni si svolgessero mostruosamente in mezzo ai vaneggiamenti del delirio.
Le ore continuarono a suonare, monotone, impassibili, l'una dietro l'altra, con lunghi intervalli.
Verso l'alba l'inferma cominciò ad essere agitata.
Giorgio seguiva i movimenti di lei con sguardo ansioso, senza osar di fiatare.
Ad un tratto si accorse che gli occhi di Erminia erano spalancati, e che da alcuni istanti li teneva fissi su di lui con una singolare tenacità.
Ei si levò, e stette ritto dinanzi a lei.
Gli occhi di Erminia erano attaccati su di lui con tale insistenza, con tale espressione che gli strapparono la prima parola:
"Cosa vuoi?"
Ella non rispondeva, guardandolo sempre a quel modo; brancolava col braccio fuori dalle coperte, quasi cercasse qualche cosa, poi gli afferrò la mano.
"Voglio parlarti", gli disse con voce appena intelligibile.
A lui parve che quella mano gli stringesse il cuore.
"Ho amato Carlo!..." riprese Erminia vincendo un gran turbamento.
Egli mosse le labbra più volte, senza che alcun suono ne potesse uscire.
"Perdonami..." singhiozzava l'inferma dopo un silenzio più lungo.
"Ho bisogno che tu mi perdoni...
Giorgio!...
Non sono colpevole, sai!...
Non sapevo d'amarlo...
non me n'ero accorta...
ho pianto tanto tanto...
ho tanto sofferto!...
gli ho detto d'andarsene...
ed egli se n'è andato...
Non è mia colpa se è stato più forte di me...
se mi è parso di morire...
Ma lui non ne sa niente...
ti giuro!...
nessuno sa quello che ho sofferto...
Non dirlo a Giannino...
non dirlo nemmeno alla mamma...
dimmi che mi perdoni...
dimmi che non mi lasci in collera!:.."
Giorgio non rispondeva, piangeva silenziosamente, col viso nascosto nell'ombra della ventola.
Ad un tratto volse il lume su di lei, temendo che fosse delirante; allora scorse quell'espressione d'angoscia indicibile e le vide il viso tutto bagnato di lagrime.
Non le disse una sola parola, si chinò sul letto, la abbracciò stretta, colla fronte su quella di lei, e confusero insieme le loro lagrime.
"Oh! come mi fa bene!...
Come mi fa bene sentirmi bagnata dalle tue lagrime!...
Come mi fa bene vedere che tu piangi!...
Perché non hai pianto?...
da tanto tempo!...
da tanto!...
Come mi fa bene!...
Mi sembra che facciami rinascere...
Mi sembra che guarirò..."
Egli non osava dire come fosse colpevole, sentiva che ella lo sapeva, non osava domandarle quel perdono che gli era anticipato generosamente.
Singhiozzava forte, a scosse, senza staccarsi da lei; l'alba entrava dolcemente dalla finestra - come in quell'albergo - e imbiancava quell'altro viso trafelato d'inferma.
"Tu guarirai!..." balbettava alfine Giorgio con voce rotta "senti cosa ti dico, tu guarirai!...
e saremo felici un'altra volta...
partiremo per la campagna...
Là staremo insieme...
Sempre insieme!...
e nessuno!...
nessuno!..."
"Come mi fa bene sentirti parlare così!...
Come mi sembra bella l'alba!...
Mi sento meglio, sì, mi pare di star meglio...
Fa venire Giannino...
Povero bimbo! Fammelo vedere..."
Giorgio andò a prendere il bambino, in punta di piedi, e la madre l'avvinse in un lungo e muto abbraccio, colle lagrime impietrate nell'orbita; poi passò quel povero braccio debole e stanco anche sul collo di Giorgio, ed entrambi si tennero stretti su quel piccino roseo e fresco, che li guardava con i suoi grandi occhioni ancora imbambolati dal sonno.
"Un miglioramento infatti c'è e sensibilissimo", disse Rendona ch'era venuto per tempissimo.
"Un vero miglioramento sul quale si può contare.
Alla buon'ora!...
forse la scapperemo bella anche quest'altra volta", borbottò fra i denti.
XVIII
Erminia migliorò realmente, e in capo a pochi giorni entrò in piena convalescenza.
Giorgio non la lasciava un momento; la covava, come si dice, cogli occhi, quasi dovesse farsi perdonare un gran fallo, dimenticando i brutti giorni passati a misura che la moglie rifioriva in salute, e sentendosi rinascere anche lui.
Godeva di vederla assisa nella sua poltrona, vicino a quella finestra, pallida ancora e dimagrata, sorridendo con una dolce tinta di mestizia a lui e al suo bambino, e provava un vago sentimento di letizia a far riandare il pensiero a quella notte angosciosa, passata ai piedi del letto, a quei tristi giorni agitati.
Allorché contemplava le membra gracili e qualche volta ancora tremanti della cara persona provava una tenerezza nuova, più profonda, più intensa, e insieme una commiserazione affettuosa per quel che ella avea dovuto soffrire, una grande devozione, un gran rispetto per la debole creatura che gli avea dato tal lezione di forza.
In alcuni momenti avea vergogna, trovavasi umiliato dinanzi a lei così nobile e modesta, sentiva confusamente una gran gioia di amarla tanto, e d'esserne tanto amato, per dimenticare insieme a lei.
Verso gli ultimi del giugno, Rendona diede finalmente la sua approvazione a quel famoso progetto d'andare a passare l'estate in campagna, che Giorgio ficcava in tutti i discorsi, e suggeriva come il rimedio per eccellenza.
Faceva già troppo caldo per andare a Tremestieri o alla Piana; Erminia avea fatto accettare Giarre.
I preparativi furono una grande occupazione e una gran festa.
Partirono finalmente una domenica, col treno della mattina; dal cielo sembrava piovere della polvere d'oro, il mare luccicava di strisce d'argento; i giardini sparsi lungo la linea gettavano dentro i vagoni la fragranza dei fiori d'arancio; alle stazioni di campagna si vedevano dei contadini in abito di festa; le ragazze che passavano per le vie di campagna parallele alla strada ferrata salutavano il convoglio con grida giulive.
Alla stazione di Acireale c'era una gran folla di venditori ambulanti, di cacciatori, e di contadini della Calabria che venivano a stormi per la mietitura.
I due sposi erano soli nel loro scompartimento; Erminia osservava con curiosità il va e vieni di bagagli e viaggiatori; Giorgio guardava dall'altra parte.
Il convoglio stava fermo più del tempo prescritto, poiché sulle rotaie si eseguivano delle manovre per un altro treno speciale che partiva.
Questo treno era formato da due sole carrozze, oltre la macchina.
In quel momento giungeva un signore di una certa età, biondo e vestito di nero, seguito da alcuni domestici, anch'essi in lutto; un impiegato della stazione chiudeva con fracasso lo sportello di uno dei vagoni che all'interno era parato di nero; in fondo a quel vagone si vedeva qualcosa come una bara, con una gran corona di fiori e un gran nastro che pendeva da un lato.
Il signore in lutto si era levato il cappello, avea scambiato qualche parola col capo-stazione ed era montato sull'altra carrozza.
Alle finestre dell'albergo stavano affacciati molti curiosi, coi gomiti appoggiati sul davanzale.
Erminia s'era rivolta verso il marito e l'avea visto pallido e stralunato, ritto presso lo sportello, guardando quello spettacolo con occhi affascinati.
La macchina dell'altro treno fischiò e il funebre convoglio partì lentamente, barcollando.
Giorgio, ch'era rimasto tutto quel tempo come una statua, senza fare un gesto e senza dire una parola, si strinse nelle spalle con un brivido improvviso di freddo, sprofondò il capo nelle spalle, quasi volesse nascondervelo, e cadde seduto.
Erminia s'era fatta pallida anch'essa, quasi avesse visto anch'essa quel fantasma implacabile mettevasi fatalmente un'ultima volta sul loro cammino, e sembrava sorgere dalla tomba per attraversare tutti i loro sogni di pace, di amore e di felicità.
Giorgio era annichilato: ad un tratto sentì stringersi la mano e si trovò il bimbo che gli era stato messo fra le braccia; il povero Giannino lo guardava sbalordito.
La Ferlita con un movimento brusco e improvviso nascose il volto fra quelle piccole braccia, fuggendo una visione terribile, e sentì le braccia di Erminia che gli cingevano il collo.
"Povero Giorgio!" mormorava Erminia.
"Noi t'ameremo tanto! tanto!..."
Egli, senza una lagrima, ma pallido come un cadavere, se li strinse entrambi sul petto, forte, e a lungo.
Allorché il convoglio si fermò a Giarre egli alzò il capo tuttora pallidissimo, guardò al di fuori, respirò con forza; sembrava si destasse da un lungo e penoso sonno.
Il funebre corteo che li precedeva era scomparso; il fumo svolgevasi ancora lentamente dall'imboccatura della galleria, squarciandosi e diradandosi in larghi fiocchi sul cielo azzurro.
Non rimaneva più altro del passato.
Quando furono a Giarre, La Ferlita vi trovò un dispaccio telegrafico che era stato rimandato dall'ufficio di Catania, e che l'aspettava.
Il telegramma non conteneva, oltre l'indirizzo e la data, che questa sola parola:
"Addio."
...
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