TIGRE REALE, di Giovanni Verga - pagina 3
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Le poche persone che passavano si fermavano un istante, o mettevano il capo allo sportello della carrozza, per rallegrarsi la vista a quella luce, a quei luccichii che carezzavano qua e là i mobili e le stoffe, a quel dolce tepore profumato che indovinavasi, e immergendosi nel buio, mentre si allontanavano, si voltavano ancora per cercare di leggere un sorriso sulla faccia di quella dimora felice.
Al di dentro quella dimora felice avea un altro aspetto.
Nella stanza più lontana dalla via, nell'angolo più remoto, stava di solito Nata, vicino al camino, illividita dagli azzurri bagliori della fiamma, cogli occhi semichiusi, come enormi macchie nere sul viso smorto, allungando i piedi sul tappeto, abbandonando il capo sulla poltrona, sfogliando le pagine di un libro o trastullandosi macchinalmente colla ventola.
Tutte le altre stanze erano vuote, mute, fredde; il domestico passeggiava silenzioso nell'anticamera, e in mezzo a quel silenzio lo scoppiettare dei tizzi, il tic-tac dell'orologio, o il rumore delle carozze che passavano nella via avea qualcosa di triste.
Allorché Giorgio era andato a far visita alla contessa, verso le cinque, tutte le finestre della casa luccicavano come specchi; al disopra delle tegole rosse e in mezzo alle guglie sottili dei camini il sole sembrava diffondersi come un'aureola di polvere d'oro.
Nata, udendo una carrozza che si fermava al cancello, aveva volto istintivamente il viso verso l'uscio del salotto, con un rapido movimento.
Giorgio la trovò presso la stessa finestra, davanti a un piccolo tavolino incrostato di rame dorato, su cui c'erano i suoi libri e le sue lettere, e sembrava più sola e derelitta che mai.
Il salotto, tutto foderato di seta azzurra, era poco illuminato e vi ardeva un gran fuoco.
Quello splendido giorno invernale non metteva né un raggio, né un sorriso in quella stanzina.
Gli uccelli facevano gazzarra nel giardino elegante e malinconico, e fin sulle finestre, e fra i vetri e le tendine vedevasi una lista di cielo terso e limpido.
La luce attraverso la seta delle tende penetrava tenera, diffusa, e nell'angolo del caminetto era assorbita dai chiarori rossastri della fiamma.
Nata, colle spalle rivolte a quel quadrato di luce azzurrina, sembrava quasi al buio, i suoi occhi parevano più grandi e profondi, e il suo pallore sembrava quasi verdastro.
Ella batté le mani con un movimento infantile, e stendendogliele entrambe, col suo più bel sorriso:
"Bravo! Se sapesse come giunge in buon punto, e come le son grata della sua visita! Vede? Tutta la mia vita si passa così, a contar gli alberi del viale.
Ed ecco la mia più grande distrazione."
Giorgio si chinò ad esaminare la grande distrazione, un disegno giapponese che la contessa stava incollando su di una ventola, e si misero a discorrere delle industrie di quel paese, dove La Ferlita avea passato parecchi anni come addetto alla legazione.
Nata gli faceva mille domande, una più bizzarra dell'altra, e di tanto in tanto, senza pensarci, gli piantava in volto quei suoi occhioni prenetanti e impenetrabili.
Tutt'a un tratto, fra la descrizione di un bronzo niellato e di un lavoro in avorio, gli domandò:
"Dev'essere un po' in broncio con me, dica?"
Egli levò il capo bruscamente; la contessa non lo guardava neppure, teneva il disegno attraverso alla luce per vedere se fosse disteso abbastanza, ammiccando un po' degli occhi, colle mani in alto, bianche come cera e leggermente trasparenti nei contorni.
Non sembrava nemmeno che avesse fatto quella domanda.
"Io!" disse alfine La Ferlita.
"Si, un peu, beaucoup, passionnément - passionnément!"
"Mais non! rien du tout!"
Ella si voltò, colle mani ancora in aria e il disegno che faceva da trasparente.
"Davvero? tanto meglio! Non può immaginare qual piacere mi faccia..."
E chinando il capo con quella sua aria da statua che non lasciava indovinare se scherzasse o dicesse sul serio, aggiunse con un certo sibilo nell'accento:
"Merci!"
Successe un istante di silenzio; ella sembrava tutta intenta al suo lavoro: poi lo buttò in un cestino e andò a posare il piede sul posacenere, rialzando un po' la veste e appoggiando il gomito al piano del camino.
"È stato sempre a Firenze tutto questo tempo, dacché non ci siamo visti?"
"Sì, all'infuori di un mese di congedo, che poi si fece di otto settimane."
"Non l'avevo più visto dopo il mio ritorno, e credevo fosse partito."
"Io però l'avevo vista."
"Dove?"
"Alle Cascine, saranno otto o nove giorni."
"Non l'avrò riconosciuto.
Era una delle prime volte che incominciavo ad uscire in carrozza, ed ero ancor debolissima, la folla mi dava il capogiro."
"Adesso però sta molto meglio."
"Si, adesso sto bene..."
La Ferlita, il quale era venuto sognando senza sapere precisamente che cosa, ma tutto pieno dell'immagine di quella donna che gli avea fatto girar la testa come una trottola, a poco a poco era rientrato nella sua pelle vedendola da vicino e discorrendo tranquillamente con lei tanto semplice e naturale; Nata era assai leggiadra così ritta dinanzi al fuoco, ma nulla più, e solo allorquando fissavagli in viso gli sguardi, egli sentivasi sconcertato e perdeva qualcosa della sua disinvoltura.
Allorché si levò per andarsene, ella stendendogli la mano:
"Presto, non è vero?" gli disse.
Nell'andarsene, La Ferlita diceva fra sé:
"Giorgio, amico mio, m'è entrato il sospetto che tu ci abbia fatto una figura ridicola.
Orsù, la testa a casa, e rimediamo al malfatto."
Perciò era ritornato altre volte da lei senza farle un briciolo di corte.
Ella gli si era mostrata riconoscentissima.
Lo accoglieva sempre con un'esclamazione o un sorriso, e gli diceva ch'era proprio una buona azione quella di venire a contare con lei gli alberi del viale.
"Che peccato non esserci conosciuti prima, n'è vero?" Giorgio rispondeva ridendo: "Ma noi ci conosciamo da un pezzo!".
"Conosciuti?...
cioè, sconosciuti! Incontrarsi in un ballo non è punto conoscersi.
Ma tant'è, meglio tardi che mai.
Del resto, vogliam divertirci questo carnevale; ella sarà dei nostri; ella, la viscontessa, suo marito, e qualche altro.
Faremo delle follie.
Non abbia paura, non lo comprometteremo col suo Ministro, o alla peggio lo faremo compromettere con lei."
Nelle belle giornate di dicembre ella lagnavasi sempre d'aver freddo e stavano a discorrere accanto al fuoco che scoppiettava e illuminava di riflessi cangianti il viso scarno e sorridente di lei.
Gli avea sempre promesso per ischerzo che la prima volta che sarebbe uscita si sarebbe fatta accompagnare da lui.
Un giorno, vedendolo entrare, gli domandò:
"Fa molto freddo oggi?"
"Punto.
È una bellissima giornata."
Ella andò lentamente verso la finestra e sollevò la tendina.
"Infatti," disse sbadatamente, "sarebbe proprio la giornata..."
Il largo viale inondato di sole sembrava in festa.
Passavano dei contadini coi loro carri, dei commessi che avevano preso da porta San Gallo per andare a porta San Niccolò, e delle sartine che avevano dimenticato la loro scatola dalla portinaia, a coppie, rasentando i muri o serpeggiando per la via, tenendosi per mano, dondolando le braccia o tirando in su il vestitino nuovo sugli stivalini polverosi; passava qualche fiacre aperto, lesto, chiassone, scoppiettando la frusta, oppure colle tendine calate che lasciavano passare una mano o un occhio curioso; e in mezzo a tutto questo va e vieni, dei passeri vispi e petulanti che saltellavano sul marciapiede.
La cupola del Duomo, il campanile, e la torre di Palazzo Vecchio, spiccavano sul cielo con profili netti, su di un caos di tetti e di guglie; più in là il palazzo Pitti, bruno e severo, sembrava appoggiarsi alla gran spalliera di verdura del giardino di Boboli.
In fondo la leggiadra cintura dei colli stendevasi come un immenso giardino punteggiato di ville bianche e screziato di getti d'acqua, di masse di verdi e di bianchi viali serpeggianti; e dietro il vasto piazzale, di cui la balaustra si disegnava sull'azzurro, e il profilo grazioso della Bella Villanella, un immenso sfondo ceruleo, digradante una luce opalina sui verdi contorni delle colline.
"Ma mi sento molto stanca," soggiunse Nata, "come se avessi camminato tanto quanto tutta quella gente lì.
Costoro si danno bel tempo, come se non avessero altro da fare!..."
C'era del corruccio nella sua voce e nella ruga verticale che solcò un momento la sua fronte.
La contessa stava sempre meglio, riceveva quasi tutte le sere la de Rancy, Giorgio, e tre o quattro altri; di tutti i suoi amici, La Ferlita era divenuto il più assiduo, passava sovente le sere intere in via Principe Amedeo, presso il caminetto, col thè fumante sul tavolino, e se pur gli balenava in mente il desiderio di baciare la mano delicata che gli presentava la tazza, lo faceva da dilettante, per una vecchia abitudine, quasi per un obbligo di cortesia, e non pensava più che sarebbe stato possibile perdere la testa per quella leggiadra signora colla quale passava così piacevolmente la sera, in tranquilla intimità.
Un giorno le disse ridendo:
"Perché la prima volta che son venuto a farle visita mi ha domandato se fossi stato in broncio con lei?...
Dica la verità...
c'è stato un momento, tempo fa, in cui devo esserle sembrato assai ridicolo!"
Ella aggrottò le sopracciglia, o perché la domanda la pungesse, o perché cercasse risovvenirsi.
"Ridicolo? e perché?"
"Giacché non lo sa, o giacché non si rammenta, tanto meglio...
Non ne parliamo altro."
"Ma si, mi rammento.
Però non mi sembra ridicolo battersi per la sua dama; io ero la sua dama...
allora, in quel quarto d'ora, nient'altro."
Egli, che era stato ad un pelo di rimetterci la pelle invece di far delle armi, si accorse che il meglio era riderne anche lui.
Così su quel passato, imbarazzante per ambedue, ella avea messo risolutamente, con grazia, il suo stivalino polacco, egli s'era chinato ad ammirare il piede, e non se n'era più parlato.
V
La Ferlita sarebbe stato sorpreso se alcuno avesse affermato che egli faceva la corte alla contessa.
Se quello poteva dirsi far la corte, era fare una corte molto magra.
Avea cominciato dall'amarla, è vero, come un ragazzo, come uno studente, ma sin dalla prima visita ella gli aveva messo del ghiaccio sulla testa, e aveano riso francamente di quel ch'era stato di quella sciocchezza; non l'amava affatto, ne era ben certo, ma stava volentieri vicino a lei.
Ella era tutt'altra donna di quella che avea creduto conoscere; una donna a quarti d'ora, tutta nervi e capricci, trasformantesi ad ogni momento - giammai la stessa - senza artificio e senza affettazione, forse anche senza averne coscienza; una donna cui non si sapeva su qual tono rispondere ad una domanda fatta da lei all'istante medesimo.
Come amante ella non valeva la marchesa, né la bionda Targotti, né Palmira, non valeva gran cosa insomma; ma come amica era impareggiabile, non fosse altro che non ci si annoiava mai un momento in casa sua, neanche a star zitti e musoni, non fosse altro quella birichina curiosità che vi prendeva di sapere come l'avreste trovata - ché il suo umore era sempre cangiante e bizzarro - al momento di metter piede a terra al cancello del suo villino.
Anche quale amica, senza avvedersene metteva sempre nella loro intimità un po' dell'ignoto della sconosciuta che si voltava a guardarlo quando l'incontrava in via Calzaioli.
L'imprevisto era la sua maggiore attrattiva.
Nata aveva delle ore in cui irrompeva la sua natura selvaggia, specialmente quand'era sola; allora passava delle ore rannicchiata nella sua poltrona dinanzi al fuoco, cogli occhi spalancati ed astratti, non pensando a nulla, sentendo solo con voluttà carnale le aspre punture della fiamma.
Alcune volte stava ad ascoltare La Ferlita senza dire una parola, colle labbra leggermente contratte e la fronte corrugata, vagabondando col pensiero, rispondendo per monosillabi, spesso a sproposito, col capo appoggiato alla spalliera della poltrona, stanca o annoiata.
Giorgio credeva che fosse ora di andarsene, e allorché prendeva commiato, ella gli domandava perché volesse partire così presto, e lo pregava di rimanere.
La scena non mutava però; la conversazione languiva come il fuoco che spegnevasi nel camino, e allorché si sorprendevano entrambi dopo una mezz'ora di silenzio, ella si alzava e gli dava la buonanotte freddamente.
La Ferlita qualche volta, senza volerlo, diveniva triste anche lui; il suo buon umore, i suoi frizzi, i suoi aneddoti della giornata gli morivano sulle labbra, e il fantasma di quel male terribile che ella non poteva dissimulare a se stessa, assorbiva anche lui.
La guardava alla sfuggita, quasi di furto, e cercava d'indovinare tutte le segrete e profonde amarezze di lei, e sembravagli di seguire il pensiero di quella donna che doveva vedere dappertutto la tisi, nell'allegro fuoco del caminetto, in mezzo ai fiori del salotto, fra le cortine di broccato, fra tutte le pompe e i sorrisi della beltà e della giovinezza.
Allora la donna del passato gli tornava un istante dinanzi agli occhi, fuggevole e luminosa, colle curiosità irritanti che ella gli avea comunicato e le pungenti attrattive che aveva avuto.
Ei rimaneva sorpreso, imbarazzato davanti a lei; quando non si udiva più la sua parola ironica o ghiacciata l'illusione facevasi ancor più completa; egli non osava più parlare, assorbivasi in una profonda astrazione contemplando tacitamente le trecce bionde di lei allentate sulla nuca, le mani candide incrociate sulle ginocchia e il viso pallido, su cui la fiamma alternava dei toni ardenti e dei lividi chiarori.
Ella serbava inalterabile il suo viso di marmo, la sua indifferenza profonda e glaciale.
Qualche volta, mentre discorrevano, quasi sempre allorché Giulio sembrava più spensierato ed allegro, ella gli piantava in volto que' suoi occhioni grigi, dalla pupilla larga e fosforescente, e rimaneva a fissarlo così due o tre secondi senza che un sol muscolo del suo viso si muovesse; quegli occhi riboccanti di vita su quel viso impassibile facevano un effetto singolare, e Giorgio non poteva sostenerne la tenacità penetrante, come se avessero a rimproverargli qualche cosa.
Ella lo ascoltava per lo più in silenzio, sembrava attenta; quand'egli stornava gli occhi, le labbra di lei si agitavano impercettibilmente, come se avessero mormorato qualche cosa.
Ei le trovava sempre la stessa fisonomia fredda e impenetrabile.
"A che pensa?" le domandò un giorno.
Ella lo guardò con tale aria di sorpresa che Giorgio si pentì della domanda fatta.
"A nulla...
a cercar di sapere se mi sono divertita ieri al ballo in casa de Rancy, e se la musica del Don Carlos mi sia piaciuta."
Allorché gli dava una di quelle risposte, sembrava a Giorgio che gli buttasse in faccia come un'ondata dell'ignoto della sua vita, piena di acri profumi e di inesplicabili attrattive, che lo stordiva.
Egli allora ammutoliva, e sembravagli di immergersi di botto, con un vago sentimento di voluttà aspra e dolorosa, nel passato di quella donna così indecifrabile.
Sentiva una simpatia amara e un'avida curiosità per colei che gli era così straniera e tanto lontana in tanta intimità, e per uno strano fenomeno, quei sentimenti ch'ella gli nascondeva più gelosamente e che erano più alieni da lui, erano appunto quelli che l'attraevano dippiù.
In certi momenti, senza menomamente dubitare che fosse perché l'amava, avrebbe voluto ch'ella gli avesse raccontato tutto il suo passato, che si fossero confidati l'una all'altro tenendosi abbracciati, avessero dovuto poi piangerne in seguito.
"Vorrei essere suo fratello!" le disse una volta che avea il cuore più pieno.
Nata si voltò bruscamente.
"Perché?"
"Per non lasciarla mai sola con se stessa, come adesso."
"Ma io sono in buona compagnia invece."
"Mi perdoni se ho troppo osato!" diss'egli seccamente.
"Al contrario.
Perché non sarebbe mio fratello? Giacché non siamo ancora amici, giacché non possiamo essere camerati, giacché non saremo mai altro, siamo pure fratello e sorella."
"Vorrei avere il diritto di leggerle nel pensiero.
Vorrei avere il diritto di stringerle la mano in certi momenti..."
"Proteggermi, assitermi, alleviare le mie pene, e tutelarmi, da vero fratello maggiore.
Mi chiami Bebè, caro La Ferlita e mi regali dei confetti."
"Ho torto, lo confesso!" disse Giorgio bruscamente ritirando la mano.
"Davvero? le sembro così malata? e crede che pensi alla morte come Maria Maddalena? Se ciò fosse, vorrei godermi la vita e aver degli amanti...
Allora naturalmente lei sarebbe il primo..."
Alcune altre volte invece era di un'allegria matta e rumorosa, e allora non c'era follia che non osasse fare.
Una sera rimandò la sua carrozza e si fece accompagnare a piedi sino alla sua abitazione.
Faceva un freddo da lupi, ed ella tremava tutta, imbacuccata com'era.
Giorgio era di cattivissimo umore, e avea tentato tutti i mezzi per dissuaderla; ella, pur sbattendo i denti dal freddo, rideva di lui e gli diceva che si divertiva mezzo mondo.
La notte era serena e stellata, e fuori porta San Gallo non c'era più anima viva; Nata doveva stringersi un po' nelle vesti e contro di lui.
Quel silenzio profondo, quell'aria frizzante, quell'oscurità punteggiata dalla doppia fila dei fanali schierati sul viale deserto, quella solitudine, l'allettavano, sembravano eccitarla.
"Che peccato non ci sia neppur un briciolo di colpa in quel che stiamo facendo!" gli disse con voce vibrante, e i suoi occhi luccicavano nell'ombra; ebbe due o tre colpetti di riso nervoso.
"Coloro che ci incontreranno ci prenderanno per due amanti, non è vero, Giorgio?...
Orsù, non mi tenete il broncio; diamoci del voi a quest'ora, lasciatemi fare; voi stesso avete detto che ho poco da vivere."
Anche motteggiando aveva sempre di queste lugubri allusioni.
Spesso invitava La Ferlita a colazione, da sola a solo, si faceva servire nel suo salotto, sul tavolino posto dinanzi alla finestra del giardino, cercando dare un sapore di cena sospetta a quella colazione fatta alla gran luce del sole, rosicchiando, mangiucchiando di tutto, bevendo a piccoli sorsi il bordò prescritto dal medico nel bicchiere di sciampagna.
Poi, colla tazza colma davanti, appoggiava i gomiti sulla tovaglia alquanto in disordine, e si metteva a chiacchierare, confidente ed espansiva come un buon camerata.
Si raccontavano ridendo le loro conquiste, le loro civetterie e le loro follie di giovinezza; tempo addietro, gli raccontava, si era invaghita di un giovane studente, proprio quel che si dice un gran monello, ma bello, bello da dipingere, con occhi neri grandi così, e un collo fatto come quello dell'Antinoo, un collo che bisognava vedere allorquando snodava la sua cravatta rossa e sbottonava il colletto della camicia per giocare alla palla fuori porta San Gallo; ella montava a cavallo tutti i giorni e andava a caracollare nel viale per vederlo e farsi vedere, e lui, duro e dispettosaccio, faceva il superbo e fingeva di non accorgersi che quella bella signora veniva lì apposta per fargli la corte.
Infine quel restio amor proprio ne fu lusingato; e non solo ei cominciò a guardarla, ma non giocò più alla palla, cercò di vestirsi meglio, ed ella se lo trovava sempre fra i piedi, al passeggio e nei teatri.
Allora non le piacque più e non lo guardò più.
Peccato! non era più quello, senza la sua giacchetta di velluto!
La contessa e Giorgio, in quei momenti, erano a mille miglia dal pensiero che si fossero amati, che potessero amarsi; egli trovavasi quasi sempre più imbarazzato di lei, ché sentiva di essere ridicolo se non riusciva a mettersi all'unisono, e quelle volte ella lo impacciava, gli faceva un effetto singolare, gli rendeva difficile la sua parte; ella no, ella quando voleva avea sempre l'epigramma incisivo e pronto, qualche volta amaro.
Gli diceva: "Ah! se fossi un uomo! Se fossi un uomo come credete che sarei? Povero Giorgio, non sarei certo come voi, veh!" La tosse spesso le soffocava il riso.
E tutt'a un tratto, dopo essere stata così carezzevole, diventava dispettosa ed inquieta, guardava lui di soppiatto e quasi con una espressione di rancore; avea delle irritazioni sorde e contenute, delle selvaggie aspirazioni verso non so che, e quando aggrottava le ciglia il suo occhio diventava cattivo.
Una sera, in una festa da ballo, colle guance leggermente incarnate e gli occhi sfavillanti, respirando una qualche ebbrezza violenta, gli premette la mano di nascosto in mezzo al turbine del cotillon, aveva la mano secca e calda.
"Non avete visto come Brenti mi fa la corte?" gli disse.
"Povero Brenti! Non vorrei che diceste la medesima cosa di me, con quel risolino che avete in bocca."
Ella si strinse nelle spalle, nelle sue belle spalle bianche e delicate, che sembravano sbocciare fuori dal busto con quel movimento.
"Preferisco il modo in cui me la fa quell'altro, guardate, quel giovanettino che sta lì, presso quell'uscio; vedete con che occhi! e così tutta la sera! Avrà quindici anni tutt'al più...
bell'età! vorrei essere dentro il suo petto e sentire come gli batte il cuore quando rivolgo gli occhi su di lui! Davvero, mi piace, colla sua aria timida e i suoi sguardi di fuoco."
"Egli si è accorto che parliamo di lui."
"Come sarà commosso, povero bambino!...
Vi assicuro che ho provato più di una volta la tentazione di passargli accanto, senza guardarlo, e di stringergli la mano tra la folla."
"Perché non rapirlo addirittura nella vostra carrozza?"
"Perché no?" replicò ella con un sorriso nervoso.
"Ci son dei momenti in cui mi sento montare alla testa il sangue tartaro che ho nelle vene."
"Ma sentite! alla fin fine tutto ciò non sarebbe mica gentile per me...
se fossi innamorato di voi."
"No," rispose ella in aria distratta; "è vero, ma siccome non lo siete, e non lo siamo, e non lo saremo, e siamo invece buoni camerati...
Dite un po', se tutti costoro conoscessero le follie che facciamo insieme, voi così serio, così elegante...
Come siete elegante stasera! raffermate meglio la vostra camelia...
Non è vero che ho un po' della monella, io?"
Verso quell'epoca ella avea avuto un capriccio per il saltimbanco di una compagnia equestre, e avrebbe voluto andare al Politeama tutti i giorni.
La Ferlita se n'era accorto trovandosi per caso nel suo palchetto, vedendola fissare lungamente il cannocchiale sulla scena; da buon camerata le fece delle osservazioni alquanto pungenti; ella gli tenne il broncio.
"Vedete come siete ingiusti voi altri! se una ballerina vi piace, padronissimi d'andare a vederla e di sbracciarvi in applausi! credete forse che un bell'uomo non possa piacere al pari di una bella donna? e che i ballerini e i saltatori di corda siano fatti per essere ammirati da voi altri signori? Non andate in un museo a vedere l'Apollo ed il Bacco? e quel lì, guardatelo, non è una bella statua di uomo? Io non lo vorrei nella mia anticamera, ma sulla scena mi piace."
A La Ferlita saltò la mosca sul serio stavolta, ma Nata non se ne diede per intesa; era delle prime ad applaudire, ella che non soleva applaudire giammai, e non lasciava mai col cannocchiale l'Antinoo da palcoscenico.
Infine quel povero diavolo s'accorse dell'effetto che facevano su quella gran dama le sue pagliuzze d'oro e la sua zazzera lustra e inanellata, e perdette la testa; non aveva più la solita disinvoltura e la solita smorfia sorridente ed eguale per tutti, salutava sempre una sola parte del pubblico plaudente, quello di sinistra, spesso s'imbrogliava negli ordegni e nei cordami.
Una volta nel saltare sui due piedi con una graziosa riverenza capitombolò goffamente; tutti gli spettatori non ebbero che un movimento di simpatia e di commiserazione, solo la contessa scoppiò a ridere talmente che dovette nascondere il viso nel fazzoletto.
Il poveretto non osò più comparire sulla scena.
"Ecco cos'è la gloria!" esclamò gaiamente, e scorgendo che anche Giorgio rideva.
"Vedete come vanno a finire i miei entusiasmi?"
Poi l'indomani Giorgio la incontrava in un ballo, o la vedeva nel suo palchetto alla Pergola, scollacciata, coperta di pizzi, carica di brillanti, elegante, freddamente altera, coll'ironia sulle labbra, il ventaglio in mano come uno scettro, rispondendo appena con un cenno del capo agli inchini profondi, al più degnandosi di puntare il cannocchiale dal suo palchetto come un saluto; l'amico, il camerata del giorno innanzi confondevasi fra la folla che le faceva ressa attorno, ella lo distingueva appena con un mezzo sorriso, non gli apparteneva più, rientrava nella sua sfera a testa alta.
Una volta, in mezzo ad un ballo, fu colta dalla tosse, e quando riapparve nella sala era pallida come cera, ma si rimise a ballare come prima.
Giorgio l'accompagnò sino alla carrozza; mentre scendeva le scale, tutta imbacuccata nel suo mantello ovattato, col cappuccio sulla fronte, avvolto il capo nel velo a tre riprese, pallida ancora e silenziosa stavolta, gli disse con impercettibile aggrottamento di ciglia:
"Perché mi guardate così? si direbbe che avete paura di accompagnare una moribonda."
Egli ebbe per tutta la notte quello sguardo e quelle parole nella mente.
Fu malata per tre o quattro giorni, non ricevette nessuno, e poi riapparve nuovamente in mezzo alla folla dei teatri e delle feste un po' più pallida, un po' più dimagrata, ma assetata di vita e di piaceri più di prima.
Avvicinandosi la primavera, cominciava a parlare di bagni e di viaggi, e faceva dei progetti coi suoi amici che contava d'incontrare alle acque o in Isvizzera.
VI
Verso la fine di marzo La Ferlita era stato nominato vicesegretario e doveva partire per Lisbona.
La contessa aveva dato un thè in questa occasione, invitando de Rancy, la viscontessa, Colli, San Damiano, la signora Grandi e alcuni altri.
Giorgio era rimasto l'ultimo ad andarsene.
"Addio," gli disse Nata finalmente stringendogli la mano, "o piuttosto a rivederci: ci vedremo ancora, non è vero?"
"Certamente,"
"Per quanto tempo ancora?" - a lui parve udire un altro suono in quella voce; ma subito, colla calma consueta elle riprese: "Quando partirete?"
"Fra tre o quattro giorni."
"Il Portogallo è un bel paese, e voi sarete felice!"
Erano presso l'uscio a vetri che metteva nel giardino; Giorgio parlava delle noie della partenza, e Nata colla fronte appoggiata ai vetri sembrava ascoltare; la luna segnava il viale di larghe striscie d'argento attraverso le ombre sottili del cancello, e faceva la contessa più pallida in viso.
Ad un tratto Giorgio volgendosi verso di lei vide due grosse lagrime che scorrevano lentamente sulle guance; quella vista lo colpì di stupore; tutto il passato, tutte le contraddizioni, tutte le stranezze, tutte le rivolte di quella donna gli balenarono ad un tratto dinanzi agli occhi, gli si spiegarono proprio col bagliore accecante e sfuggevole del lampo, giacché la fisonomia di lei avea ripreso subito la maschera rigida e calma.
Ella lo avea amato, lo amava, serbando sempre quel viso impenetrabile.
Quelle lagrime che venivano dal fondo del cuore e che sembravano scorrere sul marmo, dovevano molto costare a quel carattere di sasso.
Egli le afferrò la mano con impeto e domandò con voce tremante:
"Che avete?"
Nata si voltò come una leonessa ferita; mosse le labbra due o tre volte senza dir nulla e si svincolò vivamente dalle mani di lui.
Poscia bruscamente spalancò l'invetriata e uscì in giardino a capo scoperto, nella notte fredda e bianca di luna; e siccome Giorgio, senza saper quel che si facesse, senza sapere che pensare di quella strana creatura, tentava trattenerla:
"Non volete?" diss'ella continuando ad andare.
Avea la voce leggermente rauca, con un tono di sarcasmo quasi amaro.
"Non voglio che vi uccidiate!"
Ella si fermò di botto e gli lanciò un'occhiata dura e scintillante.
"Che importa a voi?"
"Non mi credete vostro amico?" balbettò Giorgio.
"Amico? si, amico! Vi credo mio amico.
Ma ho tanti amici! San Damiano, Colli, de Rancy...
e dai miei amici non mi piace esser contraddetta."
"Perdonatemi, è stato per la prima e l'ultima volta."
Senza badare al tono di quella risposta e cambiando improvvisamente il tono della sua:
"L'ultima? che brutta parola...
Infatti...
è vero.
Chissà se ci rivedremo mai più? chissà?"
Il freddo la faceva rabbrividire e tossire leggermente.
"Piuttosto, se volete, datemi il mio scialle: è sul canapè, presso la finestra."
Poi, incrociandosi lo scialle sul petto, e fissandolo in viso con una gran serietà:
"Vedete che son ragionevole infine, e che finisco col dar retta ai miei amici."
Così dicendo andava diritta pel viale, un po' stretta nelle spalle, pallida e fredda, colle labbra increspate dall'aria frizzante, alquanto imbarazzata dalla veste che il vento le avvolgeva alle gambe e sbatteva col fruscio di una vela allentata.
"Addio", gli ripeté allorché furono al cancello.
"Ci rivedremo ancora un'ultima volta però."
Giorgio rimaneva mutolo, sopraffatto dalla energia di quel carattere; le teneva la mano, e la stringeva forte, senza avvedersene.
"Infatti...
non è meglio che sia l'ultima?"
"Perché?" domandò Nata coll'accento più naturale.
"Perché ho il torto d'amarvi!"
Ella lo guardò attonita, e rimase zitta un istante.
"Voi?" esclamò con stupore, e poscia con uno scoppio di risa, delle risa che lo schiaffeggiavano sulle guance: "Voi?...
Ah!"
Giorgio le lasciò la mano con un brusco movimento; sentì come una vampa che gli montò dal cuore alla testa; ma da lì a poco si mise a ridere, e anche lui, un po' a denti stretti.
"Guardate, con una sera sì bella! siam soli, di notte, stringendoci le mani, fra lo stormir delle fronde e alla pallida luce dell'astro degli amanti.
Pel quarto d'ora devo adunque essere il vostro Romeo, non fosse altro che pel colore locale.
Se vedeste come siete bella e vaporosa a questo lume di luna!..."
Nata non cessava di ridere a piccoli scoppietti - era un riso strano che non si accordava coll'espressione dei suoi occhi sbarrati.
"Avete ragione.
E pel quarto d'ora, ditemi, quante siamo le Giuliette? Io, la signora che menate a spasso alle Cascine, forse la viscontessa de Rancy, chi d'altri?"
Giorgio si strinse nelle spalle.
Allora ella, prendendogli le mani nuovamente, gli disse con voce carezzevole: "Povero Giorgio! Sono stata un po' civetta con voi, pel passato, molto tempo addietro, molto tempo! Adesso vi voglio bene, proprio voler bene, sapete.
Ma amarci, a parte il color locale, non ci amiamo né voi, né io...
A meno che non mi amiate come amate la vostra bella delle Cascine.
Quanto a me..."
"Quanto a voi?..."
"Quanto a me è meglio che restiamo amici, Romeo, volete? Meglio per voi, meglio per me, meglio per tutti."
In così dire si mise a tossire di nuovo.
La Ferlita le prese il braccio con amorevole violenza.
"Ebbene, come vostro amico datemi retta, rientrate in casa.
Così vi uccidete."
Nata si lasciò condurre, docile e obbediente come una fanciullina; Giorgio rianimò il fuoco, avvicinò la poltrona al camino, le fece scaldare i piedi intirizziti.
Ella era pallida, e di quando in quando si stringeva nelle vesti con un brivido di freddo; la fiamma alta la faceva sorridere.
Ei non diceva più verbo, e sembrava prendere sul serio la sua parte; quando si fu riscaldata, e che il riverbero del caminetto cominciò a dare un po' di colore a quel viso di cera, le disse:
"Vi prego di scrivere queste quattro parole come se le pensaste, a guisa di ricordo per l'ultima sera che abbiamo passato insieme giocando a Giulietta e Romeo.
'Vi amo, parto, addio'."
Nata, senza esitare, senza voltarsi neppure verso di lui, rispose tranquillamente: "È inutile, perché ve l'ho già scritto un'altra volta."
"Voi dunque!..."
"Se me lo domandate per confrontare le due scritture, vi risparmio cotesto esame; se c'è un rimprovero nelle vostre parole, l'accetto senza cercare di scusarmi."
"Giacché non mi amate più, non voglio esaminar più nulla, non mi lagno di nulla, non vi rimprovero nulla."
Ella rimase cogli occhi fissi sulla fiamma.
"Credevo non vedervi più, ecco perché vi ho scritto così", aggiunse Nata da lì a poco freddamente e risolutamente.
Giorgio sogghignò.
"Volete che sia vostra amante?" diss'ella con un accento brusco, ma calma e risoluta, piantandogli in volto quel suo sguardo selvaggio.
E siccome La Ferlita, attonito, non trovava una sola parola:
"Volete che mi dia a voi, domani, stasera, freddamente, deliberatamente, senza amarvi punto? Volete?"
"Che donna siete mai?" gridò egli dopo un istante di quel silenzio stupefatto.
Nata scoppiò in un riso stridente che la fece tossire e le imporporò le gote:
"Avete delle curiosità malsane, amico mio.
Io non ho mai avuto la pretesa di arrivare a saper tanto...
e forse ho fatto meglio."
"Vi dirò quel che sono io.
Sono uno stupido, che mentre voi gli ridete in faccia vi ama come un pazzo.
Vi ho amata per tre mesi senza saperlo, senza sospettarlo, credendo che quella prima fase donchisciottesca del mio sentimento avesse realmente dato luogo a una semplice amicizia.
- Voi eravate tutt'altra donna.
Ad un tratto questa passione m'irrompe in cuore come una febbre, come un delirio.
Le vostre parole, i vostri sorrisi, i vostri sarcasmi mi frustano il sangue nelle vene, e adesso capisco come si possa uccidersi per svincolarsi dal vostro fascino funesto."
A queste ultime parole, ella che ascoltava immobile e senza guardare Giorgio trasalì, e si volse repentinamente verso di lui, più pallida di prima, piantandogli in volto gli occhi spalancati e pieni di una espressione selvaggia.
"E voi...
vi uccidereste...
voi?"
"A che scopo? per rendermi ridicolo anche così?..."
"Infatti, sapete cosa ne penserei? Che vi uccidereste per la vanità di far parlare di voi nelle conversazioni e nei giornali.
Adesso, giacché mi ragionate di amore, ascoltate." Ella era rivolta verso la fiamma, sembrava in volto ora bianca come una statua, ora livida come un cadavere; parlava lentamente, con voce ferma e sorda; teneva gli occhi chiusi, e un sol muscolo del suo viso non si muoveva.
"Io ho amato...
una volta...
ho amato quell'uomo di cui mi rinfacciate la morte...
l'ho amato come voi altri non sapete amare, io, donna senza cuore, e non sono morta come un personaggio di tragedia...
almeno allora.
Era un ribelle condannato all'esilio, credo anche un ebreo, senza altra ricchezza che la sua carabina di cacciatore.
Mi odiava perché io ero della razza dei suoi padroni, di coloro che aveano gettato lui in Siberia e avevano bastonato le sue donne - l'amai perché mi odiava, perché mi fuggiva; c'era un abisso fra di noi, e la vertigine mi gettò nelle sue braccia."
Guardò La Ferlita, e lo vide pallido anch'esso.
"Mi amate veramente, Giorgio?"
Egli, che stava con la fronte fra le mani, levò il capo e le lanciò uno sguardo che rintuzzò quello di lei.
"Quanto durerà il vostro amore?"
Giorgio chinò il capo di nuovo, e non rispose.
"Vi domando se potete dirmi, sulla vostra parola d'onore, che mi amerete sempre così, anche quando sarete stato il mio amante; vorrei sapere che cosa fareste se una donna più bella di me, o che vi piacesse dippiù, che avesse soltanto il vantaggio di non essere io stessa, una duchessa, una cameriera, vi stringesse la mano in un ballo, o entrasse sfrontatamente in camera vostra: cosa fareste, La Ferlita?"
Giorgio taceva sempre, come annichilito.
Ella seguitò:
"Colui dicevami che lo rendevo felice, che mi avrebbe amato eternamente, che avrebbe voluto morire per me, e siccome era bello e poeta, un po' come voi, diceva tutto ciò in modo seducente; tutti i nostri vicini di campagna parlavano delle nostre follie.
Che m'importava? io ero stata felice di provare a lui che gli gettavo sotto i piedi anche la mia riputazione, come gli avevo gettato il mio orgoglio, le mie ripugnanze, e tutto.
Mio marito non mi ama, non è geloso, ma è perfetto gentiluomo, e non potendo battersi col suo rivale, avrebbe saputo che il suo dovere era di bruciare le cervella a lui e a me; allora trovavasi al Caucaso: dopo sei mesi fui costretta a raggiungerlo a Pietroburgo per passarvi l'inverno.
Mi parve di morire, Dolski mi scriveva delle lettere che mi davano delle notti insonni e febbrili.
Finalmente perdetti interamente la testa, e in un breve intervallo che il conte era assente mi misi in viaggio, feci il lungo viaggio nel cuor dell'inverno, a cavallo, in carrozza, in slitta, come potei, per andare a raggiungere il mio amante, i
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