TIGRE REALE, di Giovanni Verga - pagina 7
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Il vostro sigaro non accende bene, prendetene un altro, son degli avana fabbricati in Isvizzera, che mi appestano la stanza.
Sentite che donna, mio caro! Gli diceva: 'Vi ho comperato, ma non vi ho amato, ora vi pago, l'amore è salvo e senza macchia' - l'amore è la sola divinità di costei; egli le scrisse colla febbrile concisione della disperazione, che se non gli avesse perdonato sarebbesi ucciso sotto i suoi occhi.
'È il solo mezzo di riabilitarci entrambi' gli fece rispondere.
Giorgio fumava e sembrava distratto.
Infine gli disse colla maggiore calma del mondo:
"Dite delle cose giustissime, caro visconte; ma quando siete stato innamorato, cosa avete fatto?"
"Quello che state per fare voi.
Non sono un eroe, non ho la pretesa di vincere né me né gli altri; batto in ritirata: quando mi accorgo di essere sul punto di fare una corbelleria, ci metto di mezzo una bella distanza; il meglio sarebbe di metterci un'altra donna - chiodo scaccia chiodo; il mare vi dà delle melanconie noiosissime, i monti vi danno la nostalgia, la frontiera vi pare che vi stia sullo stomaco - ma la ritirata ad ogni costo, a costo della nostalgia, a costo dello spleen, se non potete metterci un'altra donna; è questione d'ottica, amico mio, quando sarete di là dalle Alpi finirete col far le boccaccie alla corbelleria che stavate per fare.
Infine spero che questo viaggio vi sarà utile."
"Vi ringrazio."
"E scusatemi anche, caro La Ferlita, se ho chiacchierato troppo, a fin di bene però, vi prego di esserne convinto.
Ho detto delle cose che forse in questo momento non avreste voluto udire; quel che ho raccontato della storia del polacco avrà potuto farvi dispiacere; ma in fondo spero che gioverà.
È una donna terribile, caro mio, con idee dell'altro mondo, ma che nel nostro, diciamolo fra noi, fanno un effetto assai singolare, e credo vi aiuteranno a partire allegramente."
"Non parto più."
"Siete matto!"
"Lo so benissimo, ma non parto più."
"Per quel che vi ho raccontato?"
"Forse..."
"Caro mio...
Io sono stato certamente più matto di voi a non prevederlo."
L'indomani, quando Nata meno se lo aspettava, arrivò suo marito.
Marito e moglie solevano farsi buona compagnia per tre o quattro mesi dell'anno, allorché s'incontravano alla capitale; ma il resto del tempo il conte era sempre lontano e in servizio.
Egli dovette indovinare, o si aspettava, la sorpresa della moglie.
"So che state assai meglio" le disse, "e credo che vorrete approfittare della buona stagione per tornare in Russia.
Ho chiesto un permesso di quindici giorni e son venuto per avere il piacere di accompagnarvi."
Il conte era un gentiluomo sui 40 anni, alto, biondo, un po' calvo sulla sommità della fronte e invecchiato innanzi tempo; ma nel suo aspetto, nelle sue maniere, in tutto ciò che faceva e diceva aveva una rigidità militare, un certo che di calmo e risoluto che, accompagnato a quel viso pallido e disfatto, imponeva soggezione mista a diffidenza.
Avea degli sguardi freddi e penetranti che infastidivano.
"Grazie" rispose Nata.
Però la sera istessa ricevette una lettera misteriosa che le fu recapitata di nascosto per mezzo della sua cameriera.
"Tuo marito ha dei sospetti.
Guardati."
Il conte non mostrava aver nulla di nulla, e passò il giorno visitando le gallerie e i musei.
Rientrando in casa vide dei preparativi di partenza.
"Quando volete partire?" domandò alla moglie.
"Anche domani; sono pronta."
La Ferlita intanto non sapeva nulla di quell'arrivo, ed indugiava ad affibbiare le sue valigie.
La sera dopo trovò una lettera che l'aspettava sul suo tavolino:
"Speravo vedervi un'altra volta.
Quando ci siamo lasciati l'altro giorno né io né voi sapevamo che quello sarebbe stato il nostro ultimo addio.
Ho molto sofferto, sapete; ma nel momento in cui vi scrivo, accanto a quel medesimo tavolino sul quale avete appoggiato la mano tante volte, sembrami di soffocare.
Vorrei morire prima di di partire.
Pochi giorni sono eravate qui, seduto sul canapè, vi rammentate? avevate il gomito sul bracciuolo, e il cuore mi si spezzava pensando che fra non molto ci saremmo lasciati per sempre.
V'erano dei momenti, quando meno lo sospettevate, in cui avrei voluto soffocarvi nelle mie braccia come una pantera gelosa.
Vi amo! vi amo! ve lo dico adesso che non vi vedrò mai più; ve lo dico per inchiodarvi queste parole nel cuore, come ho la vostra immagine inchiodata nel mio.
Sentite, ora che ve l'ho detto, ora che non mi vedrete più, voi non mi dimenticherete giammai; nessuna passione dell'animo vostro mi sarà rivale: l'amore, il giuoco, l'ambizione, tutto sarà meschino per voi al confronto della memoria di colei cui non avete baciato un dito.
Ecco come voglio essere amata: se fossi stata vostra amante, forse saremmo finiti per voltarci le spalle senza dirci addio; ogni giorno che avremmo passato insieme ci avrebbe rapito un'illusione; l'oggetto del mio amore dev'essere superiore a tutti gli altri.
Voglio pensare a voi, sempre, nei lunghi dolori, nella solitudine, negli scoramenti che mi aspettano; voglio pensare che mi amerete come cosa al di sopra di voi, che mi cercherete dappertutto col pensiero, anche quando sarò morta.
Vi condanno a pensare a me, vi condanno ad adorarmi in ispirito, come una divinità, perché vi amo! Voi sapete che mi rimangono pochi mesi di vita - voglio sopravvivere in voi.
Addio, Giorgio! vi faccio una promessa; verrò a morire vicino a voi, non vi vedrò, avrò la forza di morire in silenzio, ma voi penserete a me, non è vero? Direte, forse in questo momento, ella è là, che si muove.
Guardate, piango e vi assicuro che non mi accade di frequente! Vorrei piangere sulle vostre ginocchia."
L'orologio sullo scrittoio suonava gli ultimi rintocchi delle ore che Giorgio non aveva udito; il vento faceva piegare la fiammella della candela; ei si accorse allora che la finestra era aperta.
La via era silenziosa e deserta, in alto, al di sopra dei tetti che confondevansi vagamente nell'ombra, formicolavano delle stelle.
La Ferlita stette qualche tempo alla finestra, assorto, senza sapere quel che stesse pensando; le ore suonavano a tutti gli orologi della città con toni diversi; di tanto in tanto si levava in mezzo al silenzio il fischio della stazione di Santa Maria Novella; l'unico pensiero, di cui egli avesse una percezione distinta, era che giammai avea creduto ci fossero tanti orologi a Firenze.
Finalmente uscì, e andò nel viale Principe Amedeo senza sapere egli stesso perché.
Il villino avea la consueta fisionomia.
Qualche volta La Ferlita s'era trovato a passare a notte avanzata dinanzi a quelle finestre - allora se ne ricordava - e avea visto così quella casa, colla sua facciata biancastra e muta su cui si allungavan le ombre degli alberi, e coi suoi contorni che al lume del gas uscivano dall'oscurità con un certo rilievo.
Il lampione più vicino del marciapiede lambiva di sbieco le lancie dorate.
Al cominciare del viale c'era ancora il solco netto delle ruote di una carrozza signorile; d'insolito non c'era che l'appigionasi, in alto, appeso al cancello, che di quando in quando si muoveva nell'ombra agitato dal vento.
VIII
Era passato del tempo! Babbo La Ferlita era morto; Giorgio avea preso moglie; noi eravamo invitati per un'altra festa di famiglia, la nascita del suo primogenito.
C'erano i medesimi invitati, le medesime signore con degli altri vestiti, i medesimi signori con le stesse cravatte bianche, la stessa suocera, che andava e veniva nelle camera della sposa collo stesso fazzoletto ricamato e più giallo che mai, la madesima sposina bella come allora, sorridente come allora, ma in un'altra maniera, un po' pallida ancora, seduta nella sua gran poltrona, e infine quel medesimo sposo, bel giovane sempre ed elegante, in giubba e cravatta bianca, ma che avea un'aria singolare con quel fagotto di batista e di trine che portava attorno fra le braccia trionfante, senza accorgersene ma di buona fede, facendo ammirare a coloro che lo volevano e a coloro che ne avrebbero anche fatto a meno una cosina informe, che si moveva con contorcimenti bruschi, impacciati, che faceva delle smorfie, e di quando in quando metteva una specie di belato.
"To'! par vero? Eppure è proprio La Ferlita col suo marmocchio in braccio!" borbottò Crespi, scapolo impenitente, mentre che Giorgio ci passava vicino.
"Lascia vedere! ha diggià i capelli!" esclamò un invitato ufficioso per soffocare l'osservazione del Crespi.
"Sì" rispose Giorgio sorridendo, "è biondo."
"Tutti i bambini sono biondi", disse Vernetti.
"Come te, tutto te, la fronte, il naso...
guarda se non è il naso di Giorgio, eh?"
"Ma di naso sembra invece che non ne abbia punto."
"Strano! come siam fatti...
quando veniamo al mondo!"
"Caro Crespi," disse alfine La Ferlita, "quando avrai dei figliuoli sarai anche tu come me, te lo dico io, e sarai scioccamente giulivo di sentirti sgambettare fra le braccia il tuo piccolo bamboccio."
"Eh!...
lo credo" rispose Crespi colle mani in tasca "quando li avrò."
Nell'altra camera le intime amiche e le matrone facevano corona alla moglie di Giorgio, colmandola di carezze, di suggerimenti e di consigli; il bambino passava di mano in mano come un balocco.
Giorgio quando la moglie era sola le si avvicinava, si chinava sul bambino che ella tenevasi in grembo, le sorrideva e le diceva qualche parola sottovoce.
Attraverso le tende dell'uscio quella grande poltrona foderata di guanciali, in quella gran camera debolmente illuminata, quella donna vestita di bianco, col viso abbattuto e giulivo, e quei baffi biondi messi lì vicino a quella cuffietta, con quel vagito sottile che si udiva, e quella mano candida come cera che si posava su quella giubba nera, visti da quella sala riboccante di luce e affollata di signore eleganti, coperte di trine, scintillanti di gemme e colle spalle nude, e di giubbe nere che ronzavano e s'aggruppavano come mosconi in un meriggio d'estate "facevano un effetto singolare", diceva Crespi.
"In parola d'onore, quando avrò moglie e figliuoli, come dice Giorgio, voglio mettere tanto di catenaccio alla porta di casa!" borbottò cavando finalmente le mani di tasca.
Gli uomini, almeno quelli che non avevano a chi fare la corte, a poco a poco s'erano ridotti nel gabinetto di Giorgio, a fumare e a ciarlare di donne e di politica.
Falchi aveva comperato una bellissima pariglia e ce la fece entrare a rimorchio delle voci di guerra, delle rimonte della cavalleria, e delle spese enormi che sostiene lo stato pei depositi di stalloni.
Bassano avea fatto un'eccellente speculazione sulla rendita lo stesso giorno, e tirò in campo il listino della Borsa a proposito di quanto costano le donne.
Giorgio andava e veniva.
"La Ferlita ci parlerà di balie", disse Crespi all'orecchio del suo vicino.
"Ne ho abbastanza, caro mio; preferisco andar a discorrere di mode con quelle signore."
Quei giovinotti azzimati e in cravatta bianca, sdraiati sui canapè e sulle poltrone col sigaro in bocca, aveano finito col parlar tutti di donne, senza molti riguardi, come se di là non ci fossero ancora delle signore cui avevan rivolto cinque minuti prima delle cose profumate e vaporose, arrotondando le frasi e l'atteggiamento.
Ciascuno diceva la sua, spesso tutti in una volta, spifferandone di tutti i colori colla maggiore disinvoltura.
Se quelle dame si fossero data la pena di origliare dietro l'uscio, ne avrebbero sentite delle belline.
"La donna è il più bell'animale della creazione, ma ha degli istinti troppo complicati." "Crespi perde il suo tempo colla baronessa, senza accorgersi che Giulio è arrivato col primo treno." "Sentite, mio caro, io sto per l'emancipazione della donna; allora verrà la nostra volta di essere corteggiati, e di permetterci dei capricci, e dei nervi." "Sai di Alfonso? Alfonso il bello? è proprio una disgrazia! Sembra che il suo cameriere non sia più un ladro, e che la padrona ne sapesse già qualche cosa anche prima che i questurini gli abbiano messo le unghie addosso; insomma, il fatto è che Alfonso in persona ha dovuto sbracciarsi per farlo mettere in libertà, per timore di peggio." "Crespi è un imbecille con tutto il suo spirito, la baronessa lo mena pel naso e gli fa toccare con mano che Giulio e i suoi tre predecessori non sono mai stati altro che degli amici." "Quel povero barone ne vede di tutti i colori!" "Piuttosto non vede nulla di nulla." "I Turchi sono la gente più spiritosa del mondo." "Hai visto la marchesa stasera? che spalle!" "E quanta polvere di riso!" "E la Staël da strapazzo, con quei ricciolini e quell'aria ispirata che la fa sembrare colpita da cataratta." "Non ho voluto più saperne di Ersilia; mi annoiava, caro mio, era sempre la stessa cosa!" "Caro Bassano, la donna è un oggetto di lusso, quando potrò permettermi sei cavalli in scuderia invece di due, allora mi regalerò un'amante." "Amici miei, voi dite delle bellissime cose, ma io ho amato due volte, e ne ho abbastanza; la prima era una civetta che mi faceva stracciare un paio di guanti tutti i giorni; la seconda una sentimentale gelosa dello zeffiro e del fumo del mio sigaro, cui bisognava dare delle spiegazioni pel mazzolino che mi regalava la fioraia, e che mi versava periodicamente delle lagrime sulla cravatta; in fede mia preferisco il celibato dell'anima, a meno che non trovi una Venere bestia come un'oca." "E La Ferlita! Chi avrebbe potuto prevederlo?" "Io lo avevo previsto, ché lo vedevo a Firenze spendere a rotta di collo." "Ecco quel che si chiama fare una fine!" "È una vera fine, con tanto di croce." "Ma, amici miei," interruppe De Natale, ch'era tagliato un po' alla carlona, "voi altri parlate come se non aveste né madri, né spose, né sorelle." "Oh! quanto alle spose...
se ci fosse al mondo un'altra poveretta buona e dolce come la mia, consiglierei a tutti i miei amici di sposarla." "Caro De Natale, una sorella non è una donna, ecco perché accanto alla mia, francamente e modestia a parte, mi trovo un poco di buono." "So anch'io che esistono delle donne perfettamente degne di essere amate, e perfettamente rispettabili; ma lo so per caso!" disse Falchi;.
"Or bene, giacché per caso avete sotto gli occhi tante eccezioni quanti siete voi altri, incluso lo scettico Crespi che perde il suo scetticismo dietro la baronessa, perché vorreste negare che La Ferlita possa essere felice anche colla catena del matrimonio al collo?" "Chi dice di no? Dammi un altro sigaro." "È quistione di gusti." "Hai detto catena!" "Io domando di esser felice più tardi che si può." "Sì, quando tua moglie non sarà bella che per farti geloso, a torto o a ragione, e quando i figli non ti verranno che per darti le ansie e le paure di lasciarli orfani troppo giovani.
È un egoismo sbagliato, caro Falchi, e lo pagheresti troppo caro." "Insomma, De Natale, anche tu sei un marito convinto e contento: contento tu, contenti tutti.
Non è vero, signori?" "Eh, eh!" "Però bisogna domandarne anche a Giorgio in confidenza, e dandogli promessa che sua moglie non ne saprà nulla." "Amici miei, sono un egoista anch'io come Giorgio.
Anzi, la nostra felicità non ci costa nulla, è facile, semplice e tranquilla.
Quando vi sarete rotte le gambe a correre dietro la vostra felicità, ciascuno alla sua maniera, mi darete ragione.
Sai perché non mi dà soggezione la tua aria sardonica, Falchi mio? né me ne dà il modo in cui Bassano mi buffa il fumo sul viso? Perché so che in questo momento in cui mi state ad ascoltare col sigaro in bocca e colle mani nelle tasche, sprofondandovi nelle poltrone e sorridendo sotto i baffi, tu pensi a quel che ti costa la tua Giuditta, tu che la tua baronessa si fa corteggiare da un altro, e tu che la tua relazione con quella signora che tu sai comincia ad annoiarti, e che ha durato troppo." "Tutte coteste saranno ottime ragioni per te che non ti sei mai rotte le gambe, De Natale mio, ma Giorgio se le ha altro che rotte, lo so io che l'ho trovato a Firenze in tale stato da sembrarmi più adatto per San Bonifazio che pel ministero di Palazzo Vecchio!" "Di', Bassano, hai conosciuto quella russa che gli ha fatto girare la testa come un molinello?" "No, quella lì era invisibile; si diceva che fosse così malandata da essere costretta a tenere anche Giorgio al regime omeopatico." "Si diceva anche ch'era una bella donna! Chi dice di sì e chi dice di no...
Ma infine, sapete, una donna che vi cura colla omeopatia?" "E Giorgio l'ha piantata?" "No, è stata lei che l'ha piantato.
Il danno, le beffe, e l'uscio addosso!" "Giorgio s'è dato pace però." "Ed ella è andata a morire in un angolo di qualche albergo, come tutte coteste gran signore tisiche che vengono dal Nord." "A proposito di tisiche e di gran signore, ne ho conosciuta una all'Albergo dei Bagni di Acireale, e sarebbe una bizzarra combinazione che fosse l'amante di La Ferlita, tanto più che è proprio russa!" aggiunse Bassano.
"Bella?" "Tisica, mio caro, ossa e pelle, dagli occhi grigi grandi così." "La conosco," disse il dottor Rendona, "è sotto la mia cura." "Come si chiama?" "Chi lo sa? Si fa passare per signora Conti, ma pronunzia questo nome come se fosse turco." "Anche quella di La Ferlita nascondeva il suo vero nome sotto uno pseudonimo." "Credo dev'esser stata infatti una bella donna; ha ancora dei begli occhi." "E nessuna speranza?" "Quel che si dice nessuna; siamo al terzo grado, anzi alla fine del terzo grado; del polmone sinistro non le rimane quanto il pugno di un ragazzo, il destro è andato del tutto.
Quando faccio la mia auscultazione medica le bollicelle scoppiano come un fuoco d'artifizio.
Tutta la mia scienza non potrà giovare che a vincere la morte per due settimane o tre.
Non capisco perché i medici di laggiù mandino qui i loro malati quando sono a questo estremo.
Figuratevi un viaggio così lungo fatto in quello stato! È vero che non ripartirà più."
Giorgio era entrato da qualche momento, e ascoltava Rendona con le spalle appoggiate allo stipite dell'uscio, senza dire una parola.
Quando il dottore ebbe finita la sua narrazione fatta con l'indifferenza di un uomo abituato a parlare di queste cose, ma che nondimeno avea gettato un'ombra sulla gaiezza un po' turbolenta della comitiva, successe un istante di silenzio.
La Ferlita si passò a più riprese la mano sulla fronte, e cercò di ravvivare la conversazione egli stesso.
Parecchi cominciarono a cavare gli orologi e ad andarsene.
Mentre il padrone di casa distribuiva strette di mano a dritta e a sinistra, disse al dottore: "Fermati ancora, Rendona, sembrami che Erminia abbia un po' di febbre." Crespi, ch'era rimasto l'ultimo, uscì sogghignando.
Mentre Giorgio mi stringeva la mano mi fermò un istante, guardandomi in viso quasi volesse dirmi qualche cosa, ma non aprì bocca, poi mi serrò la mano due o tre volte con forza, dicendomi: "A rivederci, e presto, non è vero?"
Rendona mi raggiunse sulle scale, poiché solevamo fare la strada insieme.
"Ha un po' di febbre, è vero," mi disse "è ancora debole, e tutta questa gente e tutte quelle signore le hanno intronato la testa.
Ma che diavolo ha suo marito? Mi ha fatto cento domande sulla mia ammalata di Acireale.
Che il diavolo ci abbia messo proprio la coda? Ad ogni modo non ce la metterà per molto tempo."
IX
Le matrone intime della famiglia se n'erano andate lasciando le ultime raccomandazioni, il va e vieni dello strascico della suocera era cessato, il bambino dormiva nella sua culla azzurra e bianca, la convalescente cominciava ad assopirsi anche lei.
Giorgio s'era messo a sedere ai piedi del letto.
Quella quiete, quel silenzio, quella luce temperata gli infondevano una gran serenità nell'anima; sembravagli sentirsi penetrare da una pace solenne; quelle pareti, quei mobili noti aveano una fisionomia onesta e sorridente, e nel tempo istesso avevano qualcosa di nuovo, ché quella camera tranquilla sembrava più piena, quella piccola culla azzurra, rannicchiata in un suo canto, riempiva un gran vuoto fra il canapè ed il letto.
Nella strada si sentivano ancora i rumori di una città che si addormenta; il trotto rapido delle carrozze che ritornavano alla rimessa, il chiudersi delle ultime finestre e delle ultime porte, il passo affrettato di coloro che ritornavano dal caffè o dal teatro, i discorsi spezzati, e in mezzo a tutti cotesti rumori il respiro della donna un po' irregolare sembrava unirsi al respiro appena sensibile del piccolo essere che le dormiva vicino.
Gli occhi di Giorgio andavano dal letto alla culla, vi riposavano volentieri, e da quelle deboli creature che dormivano tranquillamente, fiduciose sotto gli occhi di lui che stava come a vegliarle e proteggerle, venivagli una gran forza, una gran pienezza di vita, che gli faceva sempre più soffice il tappeto sul quale posava i piedi e lo schienale della poltrona al quale appoggiava la testa, gli rendeva più dolce il tepore di quella camera, più blanda la luce della lanterna.
Non aveva sonno, quella calma lo riposava dalle tante noie e dalle tante chiacchiere della giornata.
Senza sapere di esser felice, godeva istintivamente di paragonare il suo stato presente a quello di coloro fra i suoi amici che sapeva più combattuti dalle angustie e dalle tempeste della vita; passava in rassegna macchinalmente, in quella specie di sonnolenza, i paradossi dei loro discorsi, le contraddizioni delle loro azioni, e d'uno in un altro sfilarono anche le agitazioni del suo spirito, le gioie turbolente e turbate, le febbrili aspirazioni del suo passato, di quel passato di ieri che sembrava già tanto lontano, e che gli infondeva una specie di inquietezza penosa, e si legava sino alle ultime parole dei suoi amici e all'ultimo racconto del suo medico.
A poco a poco s'immerse in una meditazione profonda.
Erminia dormiva, rivolta verso di lui, bianca e serena, colle trecce nere sul bianco guanciale; di quando in quando sembravagli, per una strana allucinazione, che quel viso fattosi più cereo si profilasse, si incadeverisse, che dei profili secchi, rigidi, vi si disegnassero vagamente, dei profili che egli conosceva, consunti dalle febbri e dalle passioni, e che gli si erano disegnati implacabilmente dinanzi agli occhi, mentre Rendona parlava della sua ammalata all'Albergo dei Bagni.
Quei capelli neri su quell'altro viso aveano qualcosa di affascinante, di repugnante, di spaventoso.
Egli s'alzò per andare a baciare in fronte la sua Erminia e per curvarsi sulla culla del figlio.
La creaturina stava raggomitolata in mezzo ad un pugno di batista e di trine, avea i labbruzzi semiaperti e i pugni chiusi sul petto; la madre dormiva serena e sorridente come se lo vedesse ancora.
Egli volse intorno uno sguardo che sembrava distratto, lo riposò sulle pareti e sui mobili; poi si mise a baciare con una certa vivacità il bambino, che si svegliò strillando.
X
Erano passate due settimane; la primavera era alquanto inoltrata, e la signora Erminia, cui rifioriva nuovamente la salute sulle guance, cominciava a ricevere e ad uscire in carrozza nelle ore più calde del giorno; ella era felicissima, si baloccava da mane a sera col suo bimbo, anzi erano in due a baloccarsi, sebbene Giorgio credesse farlo per compiacenza e ci mettesse una goffa serietà, ed Erminia pretendeva che già il bambino conoscesse il babbo alla voce ed al riso.
La mamma Ruscaglia era sempre per casa, contenta come una pasqua del bel maschietto che veniva in linea più o meno retta da lei, e un mattino entrò con un viso misterioso a dire alla figliuola: "Indovina chi è arrivato? tuo cugino Carlo, in permesso per due mesi.
Se vedessi che bel giovanotto, e come gli va bene la montura.
È stato a Lissa, povero ragazzo, è stato di quelli del Re d'Italia, e fu pescato dopo quattordici ore ch'era in mare! Insomma, cose da far drizzare i capelli sul capo! Sentirai quando ti racconterà; ora viene dalle Indie, dall'America, che so io; insomma ha girato il mondo, e con tutto ciò non m'ha fatto suggezione; m'è parso di vederlo tal quale è partito pel collegio, e l'ho baciato proprio come un ragazzo.
M'ha domandato di te, e m'ha detto che verrà oggi stesso."
La Ferlita era uscito, e la signora Erminia era sola, cucendo dei nastrini su di una cuffietta del suo bambino.
Ascoltava la mamma con tanto d'occhi aperti, e senza sapere ella stessa il perché non poté dire una sola parola, si fece bianca, e posò le mani e la cuffietta sulle ginocchia.
La signora Ruscaglia chiacchierava sempre; Erminia pensava vagamente che infine era naturale che Carlo tornasse tosto o tardi, che ella l'aveva sempre preveduto, e che solo il sentirsi annunziare così all'improvviso il suo arrivo le cagionava quella sorpresa.
Sua madre dopo aver ciarlato ancora una mezz'ora se ne andò.
Erminia rimase un po' turbata dalla visita che aspettava; avrebbe desiderato quasi che non avvenisse, o che almeno ritardasse di qualche giorno; soffriva in anticipazione l'imbarazzo del primo trovarsi insieme col cugino, e delle prime parole; non sapeva se avrebbe dovuto dargli ancora del tu; avrebbe e non avrebbe voluto che suo marito si fosse trovato presente a quell'incontro.
Finalmente si udì la famosa scampanellata ed il famoso passo.
Carlo era un bel giovinotto, assai bruno, anche per un siciliano, ma di fisionomia simpatica ed aperta; ei le s'avvicinò così rapidamente, le prese le due mani e le scosse a più riprese con tanta cordialità, con tanta franchezza, che l'imbarazzo della cugina non ebbe tempo di manifestarsi, e svanì istantaneamente.
Carlo sedette accanto a lei su di una sedia bassa, abbordò da buon marino la spinosa difficoltà del tu, e si misero a discorrere come se la loro conversazione fosse stata interrotta soltanto dal giorno innanzi.
Ella respirava liberamente e gli sorrideva quasi per ringraziarlo del gran peso che le toglieva dal petto.
"Sai," le diceva il cugino; "mi facevi un po' soggezione prima di rivederti; adesso sei una matrona, hai dei figli! È bello il tuo bambino? Se non fosse stata la zia avrei rimandata la mia visita a domani, come un poltrone che piglia tempo.
Appena t'ho vista m'è sembrato che ti avessi lasciata ieri, in quella piccola anticamera gialla, ti rammenti? e ti ho dato subito del tu come allora, perché ti ho trovata sempre la stessa...
cioè no, adesso ti sei fatta più bella.
E il tuo bambino, me lo fai vedere?"
"Sì, anzi, desinerai con noi; ti presenterò a mio marito."
"Lasciamolo là il marito, è sempre una bestia antipatica.
Ti pare che potrei darti del tu se egli fosse presente? e che saresti per me la stessa cugina d'allora? Quel signore che non mi conosce mi farebbe gli occhiacci, e francamente io lo troverei brutto perché mi ha rubato la mia Erminia; ché noi dovevamo essere marito e moglie, non è vero? Già dico così per ridere; eravamo proprio ragazzi! E abbiamo fatto benissimo a fare quello che abbiamo fatto tutt'e due; è passato tanto tempo! Tu eri una ricca signorina, ed io non avevo in prospettiva che i galloni di tenente, magri galloni, cugina mia! e nella mia carriera bisogna scacciare come il diavolo la tentazione del matrimonio.
Se sapessi che bella e avventurosa vita, cara Erminia! e su quanti luoghi del mondo tuo cugino si è rammentato di te! Ti racconterò poi tutto quel che ho visto, qualche giorno...
ne ho visto delle belle e delle brutte; ma sai, quando si hanno i primi galloni alle maniche anche le cose brutte sembrano belle.
Li racconterò a te e a tuo marito, giacché infine mi presenterai a tuo marito; sarebbe strano che non mi presentassi a tuo marito.
E tu come stai? sei contenta? sei felice? Adesso, vedi, non posso adattarmi a chiamarti con quell'altro nome...
madama La Ferlita...
No!"
"Ora ti farò vedere il mio Giannino", disse Erminia suonando il campanello.
"C'è tempo, perché starò qui due mesi, e verrò a trovarti tutti i giorni.
Me lo permetti?"
"Anzi!" La balia entrava col bambino.
"Che te ne sembra? Non è bello come un amore?" Domandò Erminia appena la nutrice fu uscita.
"Somiglia a suo padre."
"Ma se non lo conosci!"
"Allora non somiglia né a te né a lui."
"Il poverino non sta bene da due giorni! è un po' pallido, non ti sembra?"
"Come vuoi che sia bello o no a quell'età? Tuo marito è un bell'uomo?"
"Lo vedrai."
"Gli vuoi bene? Già, guarda che sciocco! come si fanno queste domande? È geloso?"
"Niente affatto."
"Manco male.
Ma sai che col tuo bamboccio in grembo mi fai un effetto singolare!"
"Signor tenente, lei è pregato di non chiamare bamboccio il mio Giannino."
"Scusami! Cosa vuoi? non so abituarmi all'idea di vederti mamma e La Ferlita.
Se tu avessi avuto quindici o venti anni di meno, o se io fossi stato contrammiraglio!...
Ti rammenti di quel tavolinetto presso il quale tu solevi ricamare? Infine quel che è stato è stato, e non gliene voglio a cotesto signor La Ferlita, a patto che ti renda felice.
Non ti dirò che quando la zia mi ha scritto del tuo matrimonio, non m'abbia sentito qualcosa qui.
Già, sai come siamo noialtri giovanotti della marina! un po' del collegio c'è sempre a bordo, e i lunghi quarti passati a guardare le stelle danno delle grandi malinconie.
Non ti dico che tutti gli ufficiali si somiglino...
quelli di cavalleria per esempio! altro che fanciulli! Se tu li avessi sentiti al Caffè d'Europa o alla Concordia! Se io fossi in cavalleria forse l'avrei presa per un altro verso, e adesso invece di avermela con tuo marito cercherei di farti la corte."
"Carlo!..."
"O perché diventi rossa? Vedi che non te la faccio la corte, e che preferisco essere il tuo buon cugino di una volta, meno i castelli in aria.
E poi, starò qui così poco che non abbiamo il tempo d'andare in collera." - Erminia gli stese la mano con un sorriso, mormorando fra le labbra "Matto!" ma il rossore tardò alquanto a dileguarsi dalle sue guance.
In questo momento entrò un signore biondo, senza farsi annunziare.
"Mio cugino Carlo", disse Erminia.
"Mio marito."
Giorgio accolse il cugino a braccia aperte e lo invitò a desinare.
Carlo si scusò col pretesto di un pranzo di amici.
Parlarono di viaggi e di cose diverse, e quindi La Ferlita li lasciò soli.
"Tuo marito non mi piace", disse il cugino accomiatandosi.
"Cosa gli trovi?"
"Nulla, è un bellissimo giovine, ma non mi piace."
"Insomma a te non piace né mio marito né il mio Giannino.
Cosa ti piace dunque?"
"Ma chi ti ha detto che non mi piaccia il tuo Giannino? e anche tuo marito...
Anzi, se non fosse tuo marito mi sarebbe simpatico.
Vuoi che te lo dica? mentre egli era qui sembrava che tu fossi a cento miglia...
Non ti sei accorta che bordeggiavam sempre per non approdare al tu...
Mi secca, ecco!"
Rimasta sola, Erminia stette alquanto pensierosa, col bimbo sulle ginocchia.
Da lì a poco Giannino si mise a sgambettare e ad agitare le piccole braccia.
Ella si scosse come se il suo pensiero, partito dall'anticameretta gialla che il cugino aveale rammentato, ritornasse ad un tratto da un lungo viaggio fatto nelle lontane regioni di cui Carlo avea parlato con suo marito, e tutta rossa in viso si chinò sul suo bambino, a ridere ed a giuocare con lui.
Il cugino venne tutti i giorni come avea promesso; ma ora la sua venuta non produceva più sull'Erminia l'imbarazzo della prima volta, e non le lasciava quell'inesplicabile turbamento che le avea lasciato la prima visita.
Adesso si davano del tu anche in presenza di Giorgio.
Avevano rivisto insieme quell'anticameretta gialla, che non sembrava più quella neppur essa, dopo tanto tempo; Carlo aveva finito per trovare bellino il bamboccio di prima, e veniva sempre con le tasche piene di confetti e di giocattoli che avrebbero potuto servire al più presto fra due o tre anni.
La zia Ruscaglia era sempre in giro col suo nipote ufficiale, di cui era superba, e raccontava a tutti la storia delle quattordici ore passate in mare, e dei viaggi che non finivano più.
Quindi per un motivo o per l'altro, i due cugini si vedevano tutti i giorni - ne avevano così poco da stare insieme! Però con tacito accordo non avevano più tornati sui "ti rammenti", dopo che una volta Erminia, seria seria e chinando gli occhi, avea risposto a lui che le parlava d'un certo volume del Prati: "Non mi rammento più.
Adesso ho da pensare a mio figlio, e non leggo che di rado."
Carlo era proprio un buon ragazzo, e avea tutte le giovanili delicatezze dell'alunno di collegio di marina, come avea detto.
Ei le strinse la mano, un po' rosso in viso, e da quel giorno non le disse altro.
Ma la cugina, che in fondo gli volea sempre bene, gliene fu grata dall'intimo del cuore, e glielo dimostrò tornando ad essere con lui affettuosa e gentile.
Però quello che proprio non andava giù a Carlo era il cugino.
"Cosa diavolo ha tuo marito?" domandava ad Erminia.
"Sembra che abbia perso la bussola!"
XI
Ecco cosa avea il marito:
Rendona m'avea detto: "Che va a fare La Ferlita ad Acireale? L'ho incontrato due volte alla stazione."
"Sarà andato a Giarre; uno dei poderi di sua moglie è in quelle vicinanze."
Giorgio, dopo quella stretta di mano singolarmente espressiva, che mi avea dato la sera in cui il dottore avea raccontato la storia della sua ammalata dell'Albergo dei Bagni, non mi avea detto più nulla, anzi avea evitato le più lontane allusioni a quella circostanza; nei rarissimi momenti in cui lo sorprendevo sovrappensieri si affrettava a intavolare un discorso qualsiasi, quasi avesse letto una indiscreta interrogazione ne' miei occhi.
Del resto, meno quelle passeggere preoccupazioni, non si curava d'altro che della moglie e del figlio, il quale avea una salute cagionevole, e sembrava che tutto il suo mondo stesse in quelle due creature.
"La mia ammalata deve essere matta da legare", mi disse un giorno Rendona alla stazione di Acireale, dove andavo pei bagni.
"Ha saputo che al Comunale vi sarà una rappresentazione straordinaria e vuole assistervi.
Figurati, in quello stato! Io me ne son lavate le mani.
È affare che riguarda il capo-stazione, e c'è caso che nella mezz'ora di viaggio abbia a finire in vagone."
La sera di quella rappresentazione anch'io ero a Catania, e vedendo in teatro La Ferlita colla moglie ero andato nel loro palchetto.
Avevo sempre prestato un'attenzione assai mediocre alla storia della russa ch'era inferma all'Albergo dei Bagni, poiché alloggiando nello stesso albergo non l'avevo mai vista, né avevo udito parlare di lei, e avevo dimenticato persino quel che ne aveva detto Rendona, allorché un improvviso movimento e il subitaneo pallore di cui si coperse La Ferlita mentre stava discorrendo, me ne fecero risovvenire di botto.
Il teatro era mezzo vuoto, e si vedevano pochissimi visi nuovi; ma verso la metà dello spettacolo si era aperto l'uscio di un palchetto in terza fila, di fronte a quello dove eravamo, e vi si era visto un po' di movimento in fondo; però nessuno era venuto a mettersi sul davanti; e il palchetto sembrava vuoto come prima.
Nondimeno gli sguardi di Giorgio vi correvano sempre, anzi vi si sprofondavano con tale ansietà paurosa, che seguendoli vidi anch'io che c'era qualcheduno.
Scorgevasi in fondo e nell'ombra qualcosa di bianco, delle forme indistinte che stavano immobili.
Io ci rivolsi il cannocchiale un istante, e vidi chiaramente un pallido viso di donna, così scarno che il profilo sembrava scolpito nettamente dall'ombra, e che gli occhi sembravano nerissimi, enormi, luccicanti come fossero fosforescenti.
Quegli occhi ardenti stavano rivolti verso di noi con una tenacità singolare.
Giorgio era in preda ad una sorda agitazione; parlava con vivacità delle cose più disparate, e due o tre volte avea preso il suo cappello e l'avea posato con dei movimenti nervosi.
Ad un tratto la figura che stava nell'ombra si alzò, e venne a sedere un momento sul davanti; era tutta vestita di trine e di raso bianco, senza un gioiello, coi folti capelli biondi annodati mollemente un po' bassi sulla nuca; avea dei guanti lunghi sino quasi al gomito, e attraverso la trasparenza del merletto si vedevano gli omeri scarni, il petto incavato, le braccia su cui i guanti s'increspavano; sotto la polvere di riso si indovinava il pallore cadaverico; ma nondimeno quel viso consunto, quelle labbra smorte, quell'occhio arso dalla febbre avevano un fascino irresistibile.
Ella alzò il suo binoculo e lo puntò su di noi.
Tre o quattro cannocchiali si erano rivolti verso quella strana figura che sembrava sorgere improvvisamente dall'ombra.
La signora La Ferlita discorreva sempre gaiamente, e ad un tratto, ad un movimento del marito, alzò gli occhi anche lei.
Giorgio senza finire quel che stava dicendo balbettò che andava a far delle visite ed uscì.
L'incognita si ritrasse nel fondo del suo palchetto, né più si vide.
Di tanto in tanto si udiva lassù, in terza fila, uno scoppio di tosse soffocata.
La signora Erminia non mi avea domandato chi fosse quella sconosciuta la quale per un istante avea attirato la curiosità di una metà degli spettatori, né io avrei saputo dirglielo; ma era tornata a casa taciturna, e sembrava meno allegra di prima.
Mi disse per altro essere in pensiero pel suo Giannino che da qualche giorno stava maluccio.
Giorgio stette un'ora presso la culla a tempestare Rendona di domande, di dubbi e di timori esagerati, e passò il rimanente della sera colla moglie, più affettuoso che mai e quasi riconoscente.
Malgrado di tutto ciò si tradiva in lui un certo sforzo, come se volesse vincere una inesplicabile irrequietezza; sembrava in certi momenti che temesse qualche cosa.
Io ero ritornato ai miei bagni.
Una volta mi era sembrato d'incontrare nel piccolo giardino dell'albergo quella stessa donna che mi avea fatto sì strana impressione al teatro; era la medesima figura estenuata e triste, in cui la fierezza e un certo che di vivo e di ardente, sembravano ribellarsi ancora; andava lenta, stanca, appoggiandosi al braccio di qualcuno - un signore alto e biondo - e mi fissò in volto quei medesimi occhioni divoranti e accerchiati di un solco bruno.
Il giorno stesso vennero a dirmi che la signora che occupava il grande appartamento del primo piano desiderava parlarmi.
Non conoscevo la signora del primo piano, non mi aspettavo quell'ambasciata fatta in modo singolare, ma non fui incerto un istante sul chi ella fosse, e di chi avesse a parlarmi.
Scendendo al primo piano sentivo un presentimento doloroso che mi stringeva il cuore.
Allorché entrai stava presso la finestra; quantunque fosse la metà di maggio, avea fatto accendere un gran fuoco.
Il sole era tramontato e nella stanza regnava la luce incerta di quell'ora, sebbene anche le due lanterne fossero accese.
Dalla finestra si vedevano alcuni fiocchetti di nuvole rade, ancora leggermente illuminate sul cielo più scuro, che andavansi sfilacciando qua e là.
Il viso della donna rimaneva al buio, sprofondata com'era in una gran sedia a bracciuoli.
Era vestita di nero; avea una treccia bionda, allentata e quasi disciolta, che serpeggiava sulla spalliera e le mani dimagrate e bianche scintillavano di gemme.
I suoi occhioni grigi, profondamente infossati, sembravano ardere e consumarsi, le labbra pallide e chiuse avevano una piega dolorosa.
La morte avea lambito colla sua ruvida lingua quel viso trafelato, così bianco come se non vi scorresse più una sola goccia di sangue, e vi avea lasciato delle sfumature livide.
Non la dimenticherò mai più.
Ella inchinò il capo con un triste sorriso, e mi fé cenno colla mano di mettermi a sedere.
Taceva, come dovesse superare uno sforzo, o ricordarsi di quel che voleva dirmi; c'era ancora qualcosa che non era vinta e che si ribellava in lei; la fronte altera di quella tigre ferita a morte avea un'aria di maestà.
"Ella sarà sorpresa del mio invito," mi disse lentamente, "ma io la conosco da un pezzo, e non ho tempo di aspettare una presentazione.
Ella è amico del signor La Ferlita...
l'ho visto spesso con lui a Firenze, allorché egli ebbe un duello...
si rammenta?...
ed anche qui vicino, a Catania...
li ho visti insieme."
Chiuse gli occhi un momento, o almeno mi parve, ché così com'era situata il suo viso non si distingueva chiaramente.
Dopo due o tre secondi di silenzio riprese con un accento che mi parve più profondo.
"Adesso anche lei sa chi sono io...
Giorgio le avrà parlato di me." Costei abbordava il punto spinoso della nostra conversazione con tale altera e disinvolta franchezza che di noi due io ero al certo più imbarazzato di lei.
Mi porse la mano secca, arida, arsa.
"Ora spero che mi perdonerà il disturbo che le ho dato", aggiunse con una voce che mi penetrò sino all'anima; sentivo confusamente quel che avrebbe dovuto esserci nel cuore di Giorgio se egli si fosse trovato al mio posto.
Ella dopo un altro silenzio, forse dopo aver superato un'ultima esitazione:
"Il signor La Ferlita è ammogliato?" mi domandò.
"Si."
"È felice?"
"Lo credo."
Ammutolì e reclinò la fronte sulla mano.
Che cosa sarà stato in quell'anima? Quando rialzò il capo il suo profilo sembrava essersi pietrificato; il naso e la fronte spiccavano nell'ombra con linee secche ed angolose, ma era perfettamente rassegnata o impassibile.
"Grazie, signore", mi disse.
"Un'ultima preghiera...
non gli dica nulla di questa mia fantasia da inferma, non gli dica nemmeno di avermi vista."
Mi accomiatò con un'ultima stretta di mano, e rimase immobile e calma.
Soltanto allorché fui sull'uscio, voltandomi verso di lei, la vidi che si teneva il fazzoletto sul viso.
XII
La Ferlita in quel tempo avea, senza dubbio, "il diavolo" che gli avea scoperto il cugino Carlo.
Fosse la salute malsana del suo bambino, fosse altro motivo, era evidente che faceva grandi sforzi per dissimulare una insolita agitazione, colmava di carezze il bimbo, ed era pieno di attenzioni e di premure per la moglie; ma in modo singolare, con una certa inquietudine, come se volesse farsi perdonare qualche torto, come avesse qualcosa che lo pungesse, o come se temesse di perdere madre e figlio.
Ne' suoi mille progetti d'andare a passare l'estate in campagna, di cominciare grandi lavori nelle sue terre, di andare ai bagni di Alì, c'era dell'irrequietezza.
Gli rincresceva moltissimo che lo stato del bimbo non gli permettesse di mettere in esecuzione su due piedi l'idea fissa che faceva capolino sotto tutte le forme, quella di lasciare la città.
Un giorno ch'ero andato a fargli visita, mi domandò: "Tu che sei all'Albergo dei Bagni...
ci sono molti forestieri?"
"Pochi, per la stagione che corre."
Egli mi fissò, e non aggiunse altro.
Un'altra volta domandò a Rendona: "E la tua ammalata? come sta?"
"Come quelli che se ne vanno."
"Dev'essere assai triste morire così sola in paese lontano!" aggiunse dopo alcuni istanti di silenzio.
"È giunto suo marito."
"Poveretta! chissà dove correrà il suo pensiero! chissà quanto avrà sofferto per arrivare a tal punto! chissà quale passione l'avrà uccisa!"
"Oh la passione! di passione non si muore, mio caro, quando non è accompagnata dalla tubercolosi o dal tifo."
"Tu parli da medico!" rispose Giorgio con un certo sorriso.
"Non sono medico soltanto, e ho avuto anch'io i miei amoretti grandi e piccini.
Ho pianto, in quel beato tempo che avevo più arrendevole la glandula lacrimale, e mi sono strappato i capelli, quando ne avevo molti; ma vedi, non sono morto, e sto benissimo."
"Si vede! Anzi hai messo pancia.
Però ti calunnii alquanto, mio povero dottore; avrai avuto degli amoretti, ti sarai strappato i capelli, conosci le trentanove maniere in cui un galantuomo se ne può andare all'altro mondo, ma ignori completamente quel che sia una passione...
e meglio per te! Potresti vincere la morte, tu che hai tanto studiato? sai che ci sia un rimedio contro la tisi? Quando si è colpiti di quel male, che si chiama una passione, vedi...
è una disgrazia, è una fatalità...
ma è inutile lottare, e bisogna subirla fino all'ultimo."
"Se fosse così, sarebbe meglio mandare pel prete alla prima febbre - e in buona coscienza io credo di fare il mio dovere lottando colla malattia della mia russa, quantunque non abbia la menoma speranza."
"Bravo, dottore!" disse facendosi un po' rossa la signora Erminia, la quale sino allora non avea ardito prender parte alla conversazione.
"Mi pare che sia proprio così! Molti mali ci vengono addosso appunto per la paura che ne abbiamo, e ci vincono più facilmente allorché ci lasciamo sopraffare senza combatterli...
certe cose bisogna guardarle coraggiosamente in faccia per vedere quali sono...
e alla fine forse non ci è nulla di irresistibile, né di fatale."
La Ferlita ascoltava la moglie sorridendo con una specie di tenera compiacenza, di rispetto e d'indulgente compatimento.
"Mia cara Erminia," le disse poscia accarezzandola con la voce, "come vuoi parlare tu di cotesti mali e del modo di vincerli!...
Tu sei una bambina, tu! la sorella maggiore del nostro Giannino!..."
Uno o due giorni dopo La Ferlita ricevette una lettera col bollo di Acireale.
Prima di aprirla le mani gli tremavano; poi entrò nella camera dove erano la moglie e il bambino infermo per dire che un affare urgente lo chiamava la sera stessa a Giarre.
Io mi trovava presente, insieme a Rendona, e mi parve scorgere in Giorgio una singolare agitazione.
Anche la moglie se n'era accorta di sicuro, poiché lo fissava con un'aria mal dissimulata di sorpresa, mentre metteva innanzi mille pretesti per fargli differire quella gita.
Il bambino infatti, sebbene non destasse serie inquietudini, avea peggiorato.
"Andrai domani," gli diceva Erminia, "infine a Giarre non può essere avvenuto nulla di così urgente.
Domani il nostro Giannino starà meglio, e tu partirai più tranquillo."
"Come hai trovato mio figlio?" domandò Giorgio a Rendona, sempre con quel turbamento inesplicabile nella voce, in tutta la persona.
"Come stamane.
La sera poi di solito la febbre si fa più gagliarda."
"Bisogna assolutamente che io vada a Giarre stasera...
se credi che lo stato del mio Giannino non me lo permetta, dimmelo..."
"No...
non ho detto questo..."
"Allora a rivederci, Erminia; sarò di ritorno col primo treno di domani.
Vedi che il nostro Rendona è tranquillo?"
La moglie non rispose, lo accompagnò sino all'uscio, e ritornò a mettersi accanto alla culla, tenendo gli occhi fissi sul bimbo.
Uscendo con me, Rendona mi disse:
"Che maniera singolare di farmi siffatte domande in presenza della moglie! Un po' inquieto lo sono, è vero; ma avrebbe fatto meglio ad indovinarlo, anziché costringermi a spaventare quella povera donna."
Siccome ritornavo ad Acireale, incontrai La Ferlita alla stazione al momento di partire.
Era solo, senza bagaglio, e parve sorpreso vedendomi, come se non sapesse che quasi tutti i giorni facevo quel va e vieni; egli prese un biglietto per Giarre; c'era uno scompartimento vuoto e l'occupammo noi due.
Giorgio parlava poco, e stette col capo allo sportello dalla parte del mare per quasi tutto il tempo del brevissimo viaggio.
Alla stazione di Aci-Castello credeva fossimo diggià arrivati, e quando il treno si rimise di nuovo in movimento appoggiò i gomiti alle ginocchia e il capo fra le mani.
Prima ancora di giungere ad Acireale, mentre il convoglio fischiava e andava balzelloni rallentando la corsa, egli era alzato e s'era messo ritto dinanzi allo sportello che guardava dal lato opposto all'albergo dei Bagni, appoggiandosi alla manopola.
Non si mosse, più, e tutto il tempo che il treno stette fermo, non disse una parola.
Gli domandai prima di lasciarlo se avremmo fatto il ritorno insieme col treno dell'indomani; ma rispose che non lo sapeva di sicuro, e che forse sarebbe tornato a Catania in carrozza.
Lo sportello si chiuse, e mentre il convoglio ripartiva, non si affacciò nemmeno per vedere la gente che usciva dalla stazione.
All'albergo si passava la sera leggicchiando, pestando sul piano, o fumando e passeggiando in giardino.
Verso le undici si udì arrivare una carrozza dalla parte di Giarre; io stavo per salire in camera mia quando m'imbattei faccia a faccia con La Ferlita.
Giorgio si arrestò bruscamente, poi mi venne incontro risolutamente e mi strine la mano con forza.
"Infine," mormorò, "dovea essere così! Andiamo in sala, in giardino, in camera tua, dove vuoi.
Avrai tutto compreso..."
Io avevo compreso perfettamente e lo condussi in giardino; la sera era mite, ma importuni non ce n'erano a quell'ora.
Mentre cercavamo un banco, al buio, egli mi disse con voce sorda:
"Soprattutto...
non mi far della morale; sai che è inutile."
"Io non te ne ho mai fatta, caro Giorgio; da dove diavolo ti è venuta questa idea..."
"M'è venuta...
che avrei dovuto evitarti, e incontrandoti mi son vergognato di me."
Alcune finestre dell'albergo disegnavano qua e là sulla facciata bruna dei quadranti luminosi.
Giorgio, ritto dinanzi a me, sembrava interrogarle tutte collo sguardo.
"Dov'è?" mi domandò alfine, come se avessimo già parlato di qualcheduno.
"Faccio male, lo so! Hai visto come mi guardava quella povera Erminia? Sembrava che mi leggesse in cuore.
E il mio Giannino?...
chissà come starà a quest'ora?...
Hanno un bel dire...
In questo momento se alcuno mi bruciasse le cervella mi farebbe un gran bene...
Ma sento che è più forte di me...
quella poveretta si muore...
sai...
L'ho sempre dinanzi agli occhi, e se oggi fossi stato costretto a non poter venire qui mi pare che la testa mi sarebbe scoppiata!..."
Egli andava su e giù pel viale; strappava le foglie degli arbusti che masticava con una specie di rabbia.
Ad un tratto lo vidi che si celava il viso fra le mani, e scoppiò in singhiozzi senza poter proferire una sola parola.
Quell'uomo che si accasciava sotto il dolore faceva pietà; Giorgio, di solito così fatuo, così spensierato, si contorceva per nascondermi le sue lagrime e la sua debolezza.
Tentai prendergli una mano; egli mi respinse dolcemente e continuò a piangere.
"Se tu sapessi quanto costino certe gioie fatali!" mi disse alfine con un accento che penetrava l'anima "e quanto si soffra a esser così miserabile!"
"Giorgio!"
"Lo so che sono un miserabile! Ho ingannato quella povera Erminia, ho lasciato mio figlio quando sarebbe stato mio dovere di assisterlo, ho lasciato la mia casa, la mia felicità...
il cuore mi si spezzava a lasciarli...
e son partito!"
"Perché sei partito dunque?"
"Perché" e mi piantò in viso uno sguardo da insensato "perché bisognava...
perché ella mi ha scritto."
"E la tua visita a che le gioverà?"
"Non lo so! a nulla! Bisognava andare."
"Hai provato a pensare il contrario, ad affermarti nell'idea che non avresti dovuto andare...
né per te, né per lei?"
Egli rispondeva come fosse fuori di sé.
"Provare? a che provare? Se è più forte di me, ti dico!...
Si, le conosco tutte le vostre ragioni, le vostre convenzioni, i vostri doveri!...
lo so, sono uno sciagurato!...
ed eccomi qui come un dannato!"
Rimase così qualche tempo, col viso fra le mani, poscia si scosse, udendo suonare la mezzanotte, e con accento risoluto:
"Addio!" mi disse.
"Bisogna che vada.
Lasciami andare."
XIII
I lumi erano spenti quasi tutti nel corridoio che metteva alle stanze di Nata; l'uscio era socchiuso; Giorgio aprì esitando e vide la camera debolmente illuminata.
Ella era ritta accanto al seggiolone, vestita di bianco, immobile, rivolta verso l'uscio.
Gli andò rapidamente incontro, strisciando sul tappeto come un fantasma, più bianca della veste che indossava, colle braccia tese e gli occhi ardenti, e l'avvinse in un abbraccio da lupa.
Non diceva nulla.
Lo teneva sempre così, sul suo petto.
Di tratto in tratto gli afferrava il capo, lo scostava per fissargli uno sguardo felino negli occhi senza dire una parola, e tornava a stringerselo al seno con impeto.
Per caso si udì un lieve rumore dietro l'uscio: ella si volse come una fiera:
"Chiudi!" fu la sola parola che gli disse, con voce che lo fece trasalire.
"Chi può essere di là"
"Mio marito.
Ma non ci abbadare.
Tu avrai il tuo revolver...
se la fatalità lo spinge sin qui, lo uccido."
E senza curarsi dell'impressione che quelle parole potevano fare su di lui, si rimise a fissarlo con occhi insaziati.
"Ti aspettavo!" gli disse poscia sordamente.
Ei la baciava: le labbra di lei rimanevano immobili.
"Hai preso moglie?" domandò alfine.
Ma non gli diede tempo di rispondere: gli si avventò al collo con un che di selvaggio:
"Qui! Dammi la tua fronte!...
e le tue labbra! Qui..."
Ad un tratto si irrigidì, e gli si abbandonò nelle braccia; Giorgio la trascinava verso la poltrona.
"Non è nulla!" balbettava ella col capo arrovesciato all'indietro "non aver paura.
Dammi quella boccetta...
lì..."
Come l'ebbe sturata, si sentì al forte odore che dovea essere un cordiale efficacissimo.
Nata comprese la titubanza di lui, gli sorrise tristamente, e togliendogliela di mano ripetè con impazienza:
"Non aver paura, non potrà farmi un gran male; e adesso ne ho bisogno!"
Appena ebbe bevute due o tre goccie che avea versato in un cucchiaino, le gote le arsero di una fiamma improvvisa, e si mise a ridere in modo che stringeva il cuore.
"Come fa bene! mi sembra che mi abbia messo del fuoco...
qui."
Giorgio stava a guardarla con occhi aridi, senza poter trovare una parola né una lagrima; si sentiva soffocare da un cumulo di sentimenti, d'affetti e d'angoscie diverse.
Ella, con triste civetteria da inferma s'era abbigliata con cura; aveva annodato i suoi capelli in due grosse trecce, avea delle trine preziose sul petto roso dalla tisi.
- Egli la vedeva sempre in fondo a quel palchetto della Pergola, e nei viali del giardinetto in via Principe Amedeo, leggiadra e sarcastica.
"A che pensi? Non voglio che pensi a tua moglie", gli disse ella con collera.
Giorgio sprofondò il capo nelle spalle.
"L'ami cotesta donna? No, non mi rispondere", aggiunse vivamente mettendogli una mano sulla bocca.
"L'ho vista al teatro...
è bella!"
Chiuse gli occhi e due lagrime scesero per le sue guance lentamente, cadendo a piccole scosse.
Successe un lugubre silenzio in quel colloquio d'amanti.
A un tratto Nata spalancando gli occhi e fissandoli sbarrati in quelli di lui:
"Perché mi guardi così? Son diventata brutta? Ho ancora i capelli molto belli, guarda! snodali...
Non aver paura di me, non morrò ancora! E poi, t'amo tanto!"
In così dire brancicando gli si avviticchiava al collo, e gli appoggiava la testa in seno con una specie di voluttà disperata.
Tutt'a un tratto gli mise le mani sul petto, scostandolo con una forza che Giorgio non avrebbe supposto in lei, e con gli occhi ardenti e fisi su di lui.
"Dimmi che non ami questa donna! dimmi che non l'ami!"
Giorgio chinò gli occhi.
"Dimmi che non l'hai amata, che ami me sola.
Dimmelo!"
Ei mentì, senza saper di mentire, e senza vergogna di mentire.
Allora ella seguitò a fisarlo in quel modo, e dopo alcuni secondi di quel silenzio, con un accento intraducibile:
"Hai un figlio di costei?"
Giorgio taceva umiliato; ma Nata all'improvviso attirò bruscamente il capo di lui sul suo grembo, vi appoggiò il suo e cominciò a piangere.
"Non piangere!" esclamò Giorgio che si sentiva spezzare il cuore.
"Non piangerò più...
no, non piangerò più..." le lagrime le si asciugarono nell'occhio febbrile e corrucciato.
"Ho il diritto ad essere felice anch'io...
Che m'importa di costei!...
dille che ti ho amato prima di lei...
dille che morrò presto...
dille...
Non ho avuto la forza di morire senza vederti...
Quando ti scrivevo così...
non credevo che dovessi morire così presto...
non sapevo cosa fosse sentire la vita che fugge...
non mi sentivo il cuore così pieno...
Se sapessi com'è triste il morire! e morir sola, in un albergo! Mio marito è venuto adesso, all'ultimo momento...
gli ha scritto i medico...
così è sicuro di non mancare al suo dovere laggiù...
per più di un mese...
e ha messo in salvo il dovere e la convenienza...
Cosa vuoi che me ne faccia di quest'uomo? cos'è per me? Ti ho fatto ribrezzo quando ho detto che se in questo momento fosse venuto a mettersi fra di noi sarebbe stata una fatalità!...
Cos'è tutto il mondo adesso che sto per lasciarlo?...
Cosa ho da temere dippiù? Cosa devo aspettarmi? Non ho che te, e ti voglio! intendi? a dispetto di tua moglie, a dispetto di tuo figlio, a dispetto di tutti!..."
Parlava con voce sorda e brusca, risolutamente, e con un che di fosco e di fatale.
Egli avea i capelli irti, molli di sudore, l'abbracciava con una frenesia spaventosa, quasi fosse in preda a un delirio; sembravagli che quelle ossa che si avviticchiavano a lui scricchiolassero; l'ebbrezza del suo amore era mostruosa, quasi la dividesse con un cadavere; l'immagine di sua moglie, di suo figlio infermo, della sua dimora tranquilla, della sua felicità domestica, mischiavasi a quel fantasma della donna che avea tanto amato in un orribile e doloroso incubo.
Ella irrigidita, quasi svenuta, metteva dei piccoli gridi selvaggi, e difendeva i veli del suo petto con pudore d'inferma.
Ad un tratto si mise a stracciarli lei stessa, fuori di sé, poi gli si abbondonò nelle braccia con rigidità catalettica, balbettando, singhiozzando, annaspando colle mani verso il letto.
Egli ve l'adagiò, colle vesti disfatte, i capelli sparsi, stecchita come un cadavere.
Delle lagrime le scorrevano lente lente per le guance; avea gli occhi chiusi, e le labbra contratte da una convulsione dei muscoli del viso scoprivano la doppia fila dei suoi denti lucidi ancora come perle.
Mentre sembrava che dormisse, spalancò gli occhi all'improvviso, guardandolo sbigottita, come delirante, e lo respinse con impeto.
"No! quella donna...
quella donna ch'è sempre lì, fra di noi!...
No! no!"
Da quel momento si mise a vaneggiare per quasi mezz'ora; infine si assopì penosamente.
Giorgio udiva il suo respiro sibilante, la sentiva trasalire fra le sue braccia; di tanto in tanto ella si scuoteva con un gran sussulto e gli fissava in volto dei grandi occhi sbarrati senza vederlo; dormiva colla testa arrovesciata all'indietro; il naso sembrava acuto e sottile; gli occhi erano incavernati; due grandi sfumature livide solcavano le gote; i capelli erano sparsi in disordine sul cuscino; la veste bianca la modellava rigidamente, distesa com'era sul letto; attraverso la scollatura semiaperta si vedeva il petto solcato da ombre profonde.
Giorgio fissava su di lei che dormiva gli occhi affascinati.
Quell'orribile notte d'amore durava eterna.
Finalmente apparvero i primi barlumi del giorno sui quadri che ornavano le pareti e sul bianco cortinaggio; i mobili cominciarono a disegnarsi nettamente in una luce ancora incerta; allora l'inferma si svegliò.
"Ho dormito...
mi sento bene!" mormorò, "mi sento proprio bene."
Cercò brancolando la mano di Giorgio, e si voltò verso di lui.
Al chiarore dell'alba il suo viso sembrava ancora più incadaverito.
"È giorno diggià? Come ho dormito a lungo!...
Aiutami ad alzarmi, voglio vedere l'alba."
Ei la sollevò di peso, e tenendosi colle braccia al collo di lui, l'inferma andò sino alla finestra.
Tutti nell'albergo dormivano ancora; alcuni impiegati della stazione andavano e venivano fra le rotaie colle lanterne accese: un gallo ritto e pettoruto su di una catasta di regoli, provava il suo mattutino; il cielo era di un azzurro cupo, striato di vapori lattiginosi, e leggermente rosato verso l'oriente; sul mare ancora grigio e fosco si vedeva per l'ampia distesa la lunga fila delle vele dei pescatori.
"Che pace!" mormorò Nata.
"Quanta gente felice ci sarà a quest'ora!"
Giorgio rabbrividì.
"Addio!" gli disse ella risolutamente, ma con uno sforzo - avea la voce commossa e gli occhi pieni di lagrime.
"Ritornerai stasera?"
"Si"
"Me lo prometti?"
Gli teneva le mani.
"Sarà per poco ancora!...
Vieni...
Non ho che te.
Sarà per poco ancora!"
Giorgio l'abbracciò col cuore preso come in una morsa, ed ella si lasciò baciare, immobile, colle labbra chiuse e gli occhi fisi.
Egli uscì barcollando.
XIV
Rendona non avea potuto fare la solita visita della sera alla sua ammalata dell'albergo, perché era stata chiamato in tutta fretta a casa La Ferlita.
Col cadere del giorno il male del bambino si era aggravato, la febbre erasi fatta violentissima, e la difterite si era presentata improvvisa e minacciosa.
Il bambino era stato messo sul letto, ed Erminia non gli si era tolta d'accanto, spiandone con ansia ed angoscia i più piccoli sintomi sul volto incadaverito, e trasalendo allorché l'udiva strillare in tal maniera e tal voce soffocata che gli occhi e il cuore della povera madre si gonfiavano di lagrime.
Sin che il sole avea scintillato sui vetri della finestra l'era parso di sentirselo in cuore a guisa di un raggio di speranza; ma appena le tenebre cominciarono a calare, sembravale che si aggravassero come gramaglie su quel corpicino sofferente e l'illividissero, se le sentiva condensare in petto come un gruppo di lagrime.
Tutti i domestici erano in moto per la casa, ma ella non permetteva che alcuno entrasse.
Era sola in quella gran camera piena delle ombre del crepuscolo, accanto a quel poveretto che agitava di tanto in tanto le piccole braccia in cerca d'aiuto; non diceva una parola, le lagrime le scorrevano zitte zitte sul viso, e solo allorché udiva un passo nell'altra stanza volgeva verso l'uscio gli sguardi ansiosi per interrogare la prima impressione del medico che veniva d'ora in ora.
I suoi occhi si seccavano, divenivano febbrili ed ardenti; faceva alcune domande al dottore, dicevagli quel che l'era sembrato vedere delle fasi del male con poche parole, brevi e nervose.
Verso le nove arrivò il cugino Carlo tutto sottosopra.
"Cos'è stato?" domandò con premura; "i tuoi domestici mi hanno spaventato."
Ella gli fece cenno di parlar piano, gli strinse la mano forte forte, e scoppiò in pianto.
Gli disse fra i singhiozzi e sollevando il velo che copriva Giannino:
"Vedi, poverino!...
Vedi come soffre!"
A quelle parole disperate e a quelle lagrime che venivano dal fondo del cuore, anche gli occhi del povero giovane si gonfiarono.
Erminia lo guardava piangendo in silenzio, e vedendolo così commosso gli disse sottovoce, ma con accento penetrante:
"Tu gli vuoi bene almeno a quel poverino!...
Non te ne andare, non abbiamo che te, lui ed io!..."
In quella entrò il dottore, domandò una candela e si accostò silenziosamente al bimbo; tutti parlavano piano e camminavano in punta di piedi in quella camera triste e scura.
La candela faceva un gran cerchio giallo sul capezzale.
Nessuno osava fiatare; Rendona finalmente si allontanò dal letto e andò a posare la bugia sul tavolino.
"Non abbiamo peggiorato da un'ora in qua"; rispose lentamente alla febbrile interrogazione degli occhi di Erminia.
"La respirazione è ancora abbastanza libera.
Bisognerebbe tentare una piccola operazione, e se questa riesce il bambino è salvo."
"Dolorosa?" domandò la madre rabbrividendo.
"No...
non molto."
La poveretta si celò il viso fra le mani.
Il dottore scrisse due righe su di un foglio del suo taccuino, e andò in anticamera per dare degli ordini ai domestici.
"Ma bisognerebbe avvisare tuo marito", esclamò Carlo.
Ella non rispose.
"Ho già telegrafato a Giarre", disse Rendona, cui Carlo ripeté l'osservazione.
"Ma la campagna di Giorgio è lontana più di un'ora e mezzo dal paese! Sarebbe stato meglio mandare un uomo a cavallo per le scorciatoie."
"Ci ho pensato; forse arriverà prima.
Manderemo Giuseppe."
Erminia colle labbra strette, colle mani giunte, cogli occhi sbarrati e fisi nel vuoto, lasciava dire, non rispondeva nulla, sembrava che un'onda di amarezza le gonfiasse il petto e le vene del collo.
"Andrò io;" soggiunse Carlo, "e farò più presto di tutti."
"No!" esclamò allora Erminia con voce vibrante, afferrandolo per la mano.
"Tu no! Non ci lasciare soli anche tu."
Finalmente la signora Ruscaglia, la quale avea saputo tardi della piega minacciosa che avea preso il male del nipotino, arrivò anche lei tutta scalmanata.
Erminia si lasciò abbracciare e scoppiò di nuovo in singhiozzi nelle braccia della madre.
Tutti piangevano come se il povero Giannino fosse morto.
Il solo Rendona andava dicendo:
"Coraggio, coraggio, signori miei! finalmente non siamo a questo estremo!...
Abbiamo delle speranze, vi dico!"
Alle parole del dottore succedeva un silenzio penoso.
La signora Roncaglia piagnucolava in un canto del canapè per conto suo; il medico passeggiava lentamente per la stanza; Erminia, seduta ai piedi del letto, covando cogli occhi il bambino, non si muoveva; Carlo le stava vicino, all'impiedi, appoggiandosi alla colonna del letto, senza muoversi e senza fiatare anche lui.
Si udiva nella strada il gran brulichio, il gran va e vieni di carrozze.
Di tanto in tanto passava un monello cantando a squarciagola la canzone venuta col maggio.
Il pensiero della povera madre errava vertiginoso su tutte le date principali delle breve esistenza del caro infermo; le pareva di udire il suo primo vagito, quel vagito che avea fatto trasalire la prima volta le sue viscere di madre, ricordavasi della prima volta che l'avea visto a poppare, e del primo sorriso che le avea fatto, e delle prima cuffietta che avea ricamato per lui, quando l'aspettava, e del primo giorno che lo avea visto palliduccio, e della prima visita che avea fatto il dottore, e la gioia muta e profonda che s'era sentita in fondo al cuore quando quelle inquietudini s'erano dissipate...
e poi, la mattina istessa, quando avea sollevato il velo di quella culla, e avea trovato la sua creaturina con quell'orribile febbre.
In seguito si risovveniva di tutti i castelli in aria che avea fatto quando l'avea cresciuto cogli occhi e coll'immaginazione, e l'avea visto andare a scuola, e avea udito il suo piccolo passo rapido nell'altra stanza, e la vocina che la chiamava mamma - le sembrava di conoscere già il suono di quella voce.
In mezzo a tutti questi ricordi, ce n'era un altro che vi si mischiava ogni momento, di lui, che era stato sempre lì, con lei, in quei castelli in aria e in quelle gioie materne, di lui che aveva tenuto tante volte Giannino nelle braccia, provando un matto piacere quando quel caro piccino sgambettava, e quelle manine gli accarezzavano il viso...
e adesso lui non sapeva che il meschinello in quel momento era steso sul letto, gemendo con voce soffocata, e chiedendo aiuto alla sua povera mamma...
e l'avea lasciato, così male, ed era partito, e non era là.
Il domestico che recava la boccettina ed i piccoli utensili ordinati dal medico picchiò discretamente all'uscio.
Erminia sussultò e si levò di botto, tremando convulsivamente; seguiva la boccettina e la piccola busta nelle mani di Rendona con l'occhio spaventato di un uccello prigioniero.
La signora Ruscaglia cominciò a dire che quello spettacolo le faceva male, e andò ad aspettare l'esito dell'operazione in sala; mentre il medico si avvicinava al letto, la madre, pallida come un cadavere, gli afferrò le braccia.
"Dottore! dottore!..." e la poveretta in preda alla convulsione, non poteva più parlare.
"Cosa fate? Cosa gli farete? Gli farete male?"
"Ma no! È una cosa da nulla; coraggio, cara signora Erminia! vedrà che il bambino sarà salvo; mi lasci fare: se tardiamo ancora una mezz'ora, non rispondo di nulla."
"Allora...
sì! facciam presto...
Oh, Vergine santa, dove ho la testa?...
Ci vorranno dei panni? degli apparecchi?..."
"Ma nulla ci vorrà.
Ci vorrà solo chi mi tenga il bambino un po' sollevato."
"Io! ci son io! Ma come qualcuno?...
Chi potrebbe tenere mio figlio?"
"No! lei proprio no! Nello stato in cui è, rischierebbe di farmi fare un malanno."
"Lo terrò io", disse Carlo.
Erminia stette un momento a guardarlo, come smemorata, e assentì col capo.
"Oh, dottore, mi raccomando! il poverino soffre tanto! è così piccino!...
Oh, Vergine santa...
Oh, Signore!..." e singhiozzava parole rotte e sconnesse, e andava e veniva per la camera senza sapere che facesse, torcendosi le mani, aggirandosi sempre intorno al piccolo gruppo, formato da Rendona e da Carlo che teneva il bambino vicino al lume, verso il quale era attratta e avea paura di avvicinarsi.
Seguiva con occhi ansiosi i più piccoli movimenti del medico, che le sembravano di una durata eterna; si sentiva rimuovere dentro il petto, come se le lacerassero il cuore, tutti i ferri più lucenti e mostruosi da chirurgo che sapesse immaginare.
Il bambino strillava con voce soffocata; ad un tratto mise uno strillo più acuto; allora ella si avventò con un salto da belva.
Il medico riponeva la busticina e diceva tranquillamente:
"Riponetelo sul letto.
È andata benone."
La madre prese il figlio dalle braccia di Carlo con un'aria feroce, e, adagiandolo sul letto, scoppiò in una crisi di pianto che la sollevò.
La signora Rendona rientrò gemendo, e il dottore si sbracciava invano a rassicurare le due donne dicendo che tutto era andato bene, che ci era speranza, che il male avrebbe preso piega migliore dopo la mezzanotte.
Il bambino infatti sembrava respirare più liberamente.
Erminia andava dal letto all'orologio, e di tanto in tanto fermavasi presso la finestra ad ascoltare, come se aspettasse qualcheduno; poi ricominciava a passeggiare, un po' barcollando.
Il dottore avea promesso che non si sarebbe mosso sin dopo la mezzanotte.
Verso il tocco la signora Ruscaglia cascava dal sonno, e tutti concordemente l'avevano indotta a buttarsi sul letto, così vestita com'era.
Erminia era andata ad accompagnarla, e mentre ritornava nella sua camera incontrò nel salotto il cugino Carlo che correva verso di lei.
"Sta allegra, Erminia! il dottore dice ch'è salvo! La febbre rimette; s'è addormentato tranquillamente e respira benissimo."
La poverina si fece smorta in viso; rimase un istante senza dir nulla, cogli occhi sbarrati in quelli di lui, tutta tremante, poi gli buttò le braccia al collo, e scoppiò in singhiozzi dicendo:
"Oh, quanto ti voglio bene!"
Giorgio arrivò a casa ch'era prestissimo.
La porta aperta a quell'ora insolita, i domestici affaccendati, gli misero addosso un gran turbamento e lo fecero correre alla camera della moglie in grande agitazione.
La lucerna ardeva ancora, nonostante che la finestra fosse già chiara: Carlo e Rendona erano seduti sul canapé; Erminia, curva sul bambino, volgeva le spalle all'uscio; udendo entrare il marito, ella si voltò trasalendo, e vedendolo rimase come sbalordita, trafelata in viso, le labbra le incominciarono a tremare senza poter dire una parola; poi quel tremito si estese alle gambe, e cadde seduta sulla poltrona ai piedi del letto.
Carlo e il dottore, vedendo il pallore di Giorgio che non osava fare un passo nella camera, s'erano avvicinati a lui.
"Non è nulla!" diceva Rendona, "siamo fuori di pericolo; l'abbiamo scampata bella, ma siamo fuori di pericolo."
Giorgio si avvicinò al letto come non si reggesse bene sulle gambe; interrogò ansioso l'aspetto del bambino che dormiva, poi prese con mano tremante la mano della moglie.
La poveretta si lasciava fare, ma tremando più forte; all'improvviso si gettò bocconi sul letto e scoppiò in singhiozzi a voce alta.
"Non è nulla," andava dicendo Rendona, "lasciatela sfogarsi.
È una crisi salutare, la tensione nervosa durava da un pezzo.
Lasciatela piangere che le farà bene."
XV
La sua coscienza però diceva a Giorgio che "c'era invece qualche cosa", qualche cosa che gli faceva evitare gli sguardi della moglie, gli toglieva il diritto di domandare del figlio suo, e lo teneva muto e avvilito in presenza di Erminia.
Balbettava con imbarazzo poche parole sconnesse e prive di senso; per fortuna la suocera e il dottore erano lì per coprire tutto con la loro parlantina, e il bambino migliorava sempre nel corso della giornata; le assicurazioni incoraggianti del medico facevano spuntare dei sorrisi e diradavano le fronti increspate.
Erminia cominciava ad esser calma, ma nello stesso tempo l'effetto della stanchezza e dell'agitazione sofferta facevasi sentire; diventava sempre più pallida e abbattuta; la signora Roncaglia la indusse finalmente a mettersi in letto vicino al suo bimbo, il dottore uscì per le sue visite, Carlo andò per i fatti suoi, e la casa ridivenne tranquilla; solo si udiva il passo di Giorgio che andava su e giù pel suo gabinetto.
Egli fu molto male per alcuni giorni, senza che nessuno ne trapelasse mai nulla; un sentimento ombroso di altera delicatezza gli faceva dissimulare penosamente quello che soffriva nelle lunghe notti travagliate dalle febbri e dagli incubi.
Fin da quel giorno una inesplicabile freddezza cominciò ad insinuarsi fra marito e moglie.
Giorgio entrava nella camera di lei, s'informava del figlio, stava presente tutto il tempo che il medico faceva la sua visita, gli raccomandava con premura la salute della moglie, la quale era rimasta molto scossa, e poi non si faceva vedere fino a sera.
La serena e rassegnata dolcezza di Erminia gli pungeva il cuore nel più vivo; sembravagli scorgere qualcosa d'incerto, qualcosa che voleva nascondersi quand'ella gli rivolgeva la parola e gli figgeva in viso gli occhi.
Era arrendevolissimo ai menomi desideri della moglie: ma allorché Rendona avea consigliato un cambiamento d'aria per la madre e per il piccolo convalescente, e avea suggerito che tutta la famiglia andasse a passare l'estate nella loro campagna presso Giarre, egli si era opposto con molta vivacità, senza addurne le ragioni.
Una volta che proprio ci sarebbe stato urgente bisogno di una sua gita a Giarre, si era rifiutato risolutamente.
Non era più andato ad Acireale.
Due o tre volte era arrivato sino alla stazione, e poi era tornato indietro più combattuto che mai.
Non avea il coraggio di rivedere Nata, avea paura.
Quella moribonda era sempre lì, coi suoi occhi impietrati, il suo viso livido, il suo amaro sorriso di rimprovero.
Dall'altro canto c'era in fondo al suo cuore, al di fuori di sé, nelle ciarle del mondo, negli sguardi dei suoi amici, un vago sentimento del dovere, della giustizia, dell'onore, di tutto quello che improvvisamente gli avea fatto sentire la sua mano di ferro nel momento in cui era arrivato sull'uscio della camera del suo bimbo moribondo, sentimento che avea conosciuto allora, per la prima volta in sua vita, sentendolo insorgere dentro di sé come una vampa di rossore, come una fitta di rimorso, e gli s'era inchiodato là, in quella casa, in ogni suo passo, in mezzo a tutti i sofismi della passione, incrollabile e inesplicabile.
Sembravagli in ogni momento di vedere laggiù, su quell'orizzonte dietro il Capo dei Mulini, qualcosa che l'affascinava e l'atterriva.
Avea il presentimento di aspettare una notizia funesta; provava delle scosse nervose all'annunzio più semplice, quando il domestico entrava nel suo gabinetto, quando il campanello squillava all'improvviso.
Errava per la casa quasi barcollante; cercava delle occupazioni; si creava degli affari imperiosi; andava e veniva con un'aria affrettata ed inquieta; in certi momenti avea gli occhi di un pazzo.
Quando vedeva giungere il medico diveniva pallido; allorché Rendona cominciava a parlare dei suoi ammalati si alzava, passeggiava per la camera, tornava a sedere, non diceva una parola, lo guardava con aria stralunata.
Un giorno che era stato a fargli visita, egli era scappato dalla camera della moglie, adducendo un pretesto; poi l'avevo trovato sull'uscio dell'anticamera; mi domandò soltanto:
"Come sta?"
"Credo al solito", gli dissi.
"Non l'hai più vista?"
"No..."
"Insomma, non c'è stato nulla di nuovo all'albergo?..."
"Nulla."
Egli respirò con forza, e mi strinse la mano con un tremito leggiero: "Grazie."
Di tratto in tratto, in mezzo alle occupazioni della giornata un pensiero dispotico gli attraversava la mente e gli dava come una scossa al cuore; la parola gli moriva sulle labbra, i suoi occhi si fissavano nel vuoto, sbarrati, quasi vedessero sorgersi dinanzi un fantasma.
Aveva delle impazienze brusche, irragionevoli, dei tentativi di rivolta contro tutto ciò che non aveva rispettato altrimenti che a parole.
Tutti i principii del bene e del male, del diritto e del torto gli si erano confusi in mente, s'erano smarriti in una grande concitazione; ne parlava con parole amare, come se gli si gonfiassero in cuore con degli accessi irrefrenabili d'amarezza e di collera.
Osservando alla sfuggita Erminia così rassegnata, così calma in apparenza, sentiva un sordo rancore verso quella gran serenità del bene che a lei non costava nulla, eppure inaspriva le sue segrete torture; le invidiava la coscienza tranquilla, e si domandava quel che valesse quella pace non contrastata; quella gran calma inalterata dell'onestà gli rinfacciava ad ogni momento la sua agitazione febbrile e il turbamento della sua coscienza; se ne sentiva soggiogato, invidiava sordamente sua moglie, ammirandola, e nei momenti delle sue angoscie più acute provava un sentimento di ostilità contro di lei.
Se avesse potuto immaginare quanto costava alla povera Erminia!
Ella avea tutto indovinato, colla delicatezza squisita della donna; gli amici di Giorgio s'erano creduti in debito di narrarle un po' alla volta vita e miracoli del marito, e specialmente la leggenda del viale Principe Amedeo; Giorgio in fondo era troppo onesto per riuscire a dissimulare completamente quello che soffriva.
Da principio la povera donna s'era trovata sbigottita; l'isolamento in cui avea passato la prova crudele di quella notte in cui il bambino era stato per morire le faceva paura, vedeva quel triste isolamento sempre dinanzi a sé, per quant'era lungo l'avvenire, nel mutato contegno dello sposo, nelle sue attenzioni impacciate e timide, nelle sue distrazioni, nelle sue preoccupazioni frequenti, in quegli occhi che evitavano i suoi, e che avevano costantemente qualche altra cosa dinanzi.
Si sentiva derelitta; quel bambino convalescente le stringeva il cuore, quasi fosse orfano e qualche volta le carezze del padre urtavano la sua delicatezza, le repugnavano come se fossero mendicate; allora avvampava in viso.
Sentiva istintivamente l'abisso che allargavasi fra lei e quello sposo sul quale si erano appoggiati ad uno ad uno tutti i suoi affetti, dal giorno ch'era rimasta sola con lui, in quella carrozza che l'allontanava al gran trotto dalla sua mamma, dalla sua casa, dalle sue affezioni passate, e metteva intera la sua vita nelle braccia di quell'uomo che per pochi mesi innanzi era ancora uno sconosciuto per lei.
Ora che lo sentiva allontanarsi alla sua volta, provava lo stesso sentimento d'inquietudine, lo stesso sbigottimento, lo stesso bisogno di attaccarsi a qualche cosa che allora l'avea fatta attaccare al braccio di lui; l'isolamento stavolta era più amaro, più agitato, era punzecchiato tratto tratto da vaghi turbamenti, da immagini e riminiscenze che la facevano sognare ad occhi aperti, le gettavano delle fiamme sul viso, delle tepide correnti nei nervi, durante le lunghe ore silenziose della sua camera deserta, e la facevano ridestare di soprassalto.
Non osava lagnarsi; nascondeva gelosamente quel che soffriva, non per dignità, ma per un inesplicabile bisogno, perché non osava confessarlo a se stessa.
Poi, cosa più dolorosa, quello sposo che le toglieva giorno per giorno non solamente il cuore, ma l'intimità, la schiettezza, la fiducia, il sorriso, le imponeva soggezione, diventava non solo un estraneo, ma un padrone.
Da quella notte in cui aveva sofferto per la prima volta come, nelle grandi afflizioni che avea avuto da ragazza, non avea creduto che si potesse soffrire giammai, il cuore della donna si era formato con tutte le tenerezze, con tutta la sua delicata sensibilità, con tutti i tesori dell'affetto, meglio di come non l'avessero fatto le prime impressioni della vita, della giovinezza, della felicità, dell'amore; meglio di come non l'avesse fatto il primo sentimento della maternità che s'era svegliato col primo vagito del suo bambino - e in quella notte il suo Giorgio non era stato là...
il suo pensiero rifuggiva dal cercarlo dove era stato.
Sentiva perciò una gran riconoscenza, una tenerezza più intensa, più profonda pel cugino Carlo che avea sofferto con lei; perché in quella notte in cui tutti i suoi pensieri si sconvolgevano e si abbuiavano, erale parso che tutto il mondo dovesse soffrire come lei.
Il primo irrompere della sua gratitudine era stato impetuoso, l'era montato dal cuore alla testa, come una vertigine, l'avea fatta trasalire sin nelle più intime fibre del cuore! Però da quel momento in cui avea gettato le braccia al collo del cugino come se fosse stato un salvatore, avea evitato istintivamente di trovarsi sola con Carlo; sentiva che il gran bene che gli voleva e che gli avea sempre voluto, la turbava per la prima volta - allorché l'avea rivisto si era fatta di porpora in viso.
Anche Carlo non sembrava più quel di prima.
Stava dei lunghi quarti d'ora in silenzio e giocherellando coi guanti o colla frangia del canapè, mentre la signora Ruscaglia chiacchierava colla figlia, o mentre Erminia colmava di carezze il suo Giannino ancora palliduccio; avea perso il suo gaio umore, il suo riso spensierato, la sua franchezza giovanile; evitava di parlare di quelle cose che potessero rimorchiare a tradimento il volume del Prati o l'anticameretta gialla; discorreva di rado della sua partenza, e vi pensava spesso: si confondeva qualche volta allorché Erminia o suo marito gli domandavano particolari de' suoi viaggi, e si alzava dieci volte per andarsene quando rimaneva solo colla cugina.
- Anche lui, la prima volta che avea rivisto la cugina e s'era accorto delle vampe che le montavano dal collo alla fronte, s'era sentito far di bracia in viso.
Erminia credeva di volergli bene perché egli non cercava di leggerle in cuore, e per lo studio che metteva nell'evitare le occasioni di trovarsi soli e imbarazzati tutti e due.
"Quando ritornerai?" gli domandava.
"Chi lo sa? fra due, fra tre anni..." Erminia sentiva una gran tenerezza pensando che forse non si sarebbero visti mai più.
"Ritornerai contrammiraglio, almeno?" soggiungeva colla migliore intenzione di sembrare gaia e di farlo ridere.
Egli sorrideva tristamente infatti e la guardava in viso senza dir altro.
Il turbamento di Erminia però cominciava a dileguarsi, perché in cuore le si andava gonfiando lentamente una gran pienezza di vita, una grande gioia inquieta e inesplicabile, una dolcezza che si ridestava di tanto in tanto con punte acute le quali le traversavano tutte le vene, una dolcezza che l'invadeva, che l'assopiva a poco a poco, che gettava un balsamo, un velo, sulle sue angoscie, sul suo sconforto, sulle amarezze e il dolore di vedersi abbandonata dal marito, e fin sull'immagine del marito, e le faceva sentire come una dolce stanchezza, come un gran bisogno d'addormentarsi in qualche cosa.
Non sapeva da che le venisse, avea paura di indovinarlo, era felice di ignorarlo.
Quando il suo spirito si svegliava inquieto, ansioso, e turbato, provava un gran desiderio di rituffarsi in quell'oblio, di stare vicino al cugino, di ascoltare la sua voce, di seguirlo col pensiero nelle lontane regioni che alla sua immaginazione sembravano tutte colorate di azzurro; le pareva di volergli bene perché accanto a lui sembravale di ritornare agli anni spensieratamente felici della sua giovinezza, fra le rose del giardino, colte per lui, le strette di mano dell'anticameretta gialla, e i versi letti insieme, vicino a quel tavolinetto, sotto quel lume dalla gran ventola dipinta a fiori.
Sognava, sognava, cogli occhi fisi; il passato era tutto azzurro, come gli ignoti paesi dove il suo pensiero soleva seguir Carlo; non vi si vedeva che le gioie più schiette, più dolci, più profonde, e nello stesso tempo più vaporose.
Allora stava ad ascoltarlo delle ore intiere zitta zitta, a guisa di bambina; ei narrava semplicemente, senza enfasi, ma coll'accento della verità, le splendide albe del mare, i dolci tramonti, la pace immensa, le contrade diverse e lontane, le tempeste solenni e gigantesche, le febbri delle battaglie, fra il rombo assordante, il comando breve ed austero, il tumulto della vita e della morte, le sublimi ebbrezze della lotta e della vittoria, l'orgoglio della gloria, dell'onore, della patria e della bandiera.
Ella non fiatava, si sentiva stringere e allargarsi il cuore con violenza, cambiava di colore cento volte; lo guardava, lo guardava, non poteva saziarsi di mirarlo, e il suo pensiero errava lontano; le pareva di vedere il suo povero cugino ch'era piuttosto delicato, così giovane, così debole, orfano di padre e di madre, in mezzo a tutta quella rovina d'uomini e di elementi in collera, e sorridente, con dolcezza come in quel momento; allora sentiva una gran tentazione di buttargli le braccia al collo e di non lasciarlo partire mai più.
Il cuore le si gonfiava, le si gonfiava con un nodo che le stringeva la gola, e finalmente una volta scoppiò a piangere.
"Cos'hai?" domandò Carlo sorpreso interrompendosi.
"Nulla...
mi fai male...
Mi sembra d'aver paura."
Ei la fi
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