TORQUATO TASSO, di Carlo Goldoni - pagina 3
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E rintegrando le già rotte mura,
E de' feriti era comun la cura.
E rintegrando gian le rotte mura,
E degli egri s'avea pietosa cura.
Spiacemi di Torquato l'inutile lavoro;
Vedo che, per far meglio, vuol perdere il decoro.
Questa non parmi ottava.
Leggiamo.
È un madrigale.
Che un amico lo vegga non dee aversene a male.
Cantava, in riva al fiume, Tirsi d'Eleonora...
Che sento? E rispondean le selve e l'onde, onora,
E l'acque insieme e i rami.
Costui di chi favella.
Or chi fia che l'onori, e che non l'ami? Oh bella!
Quel che Torquato turba, son l'amorose doglie.
Amante è d'Eleonora? sarebbe ella mia moglie?
Due altre ve ne sono in Corte di tal nome:
Non spiega il madrigale né il grado, né il cognome.
Ma una è la Marchesa, del Duca favorita;
L'altra è la damigella: non sarà preferita.
Torquato, il cuor mi dice, amante d'Eleonora,
Mi fa l'onor sublime d'amar la mia signora.
Dottissimo poeta, una finezza è questa,
Che può d'estro poetico aggravarmi la testa.
Tu sei, per quel ch'i' vedo, per amor melanconico,
Io non vorrei d'intorno di gelosia il mal cronico.
Finora è un mio sospetto.
Forse ciò non sarà.
Ecco, sia maladetta la mia curiosità.
Fogli mai più non leggo, novità più non curo.
La moglie mia conosco.
Vivo di lei sicuro.
Vorrei però sapere con queste rime sue
Qual altra il buon Torquato onora delle due.
Voglio portarli meco questi graziosi carmi,
Voglio copiarli, e voglio di tutto assicurarmi.
Non sarò queto mai, se il ver non si saprà.
Questo è zelo d'onore, non è curiosità.
(parte.)
SCENA SESTA
Anticamera della Duchessa.
La MARCHESA ELEONORA avendo nelle mani il poema del Tasso in quarto, e DONNA ELEONORA.
MAR.
Grazie alla sorte, alfine da' torchi uscì perfetto
Il poema del Tasso da lui stesso corretto.
In sei mesi di tempo ne uscir quattro edizioni,
Ma sui testi rapiti, pieni di scorrezioni.
Il povero poeta, che tanto ha in quel sudato,
Penò contro sua voglia mirandolo stampato;
Ed or sarà famosa, grata sarà ad ognuno
Questa edizion del mille cinquecento ottantuno.
D.EL.
In fatti meritava dal mondo più rispetto
Opera che all'Italia accresce il buon concetto;
Dagli editor stampata finor fu con malizia,
Non so se per impegno, o pur per avarizia.
MAR.
Questo, per chi lo gusta, in oggi è il miglior spasso,
Ciascun che sappia leggere, legge e rilegge il Tasso.
Il Duca signor nostro, dotto, prudente e grave,
Meco passando l'ore, gusta le dolci ottave,
Gara tra noi facendo chi con maggior franchezza
Sa rilevar dei versi lo spirto e la bellezza.
D.EL.
Ditemi in confidenza, come vi piace, amica,
Stanza che, s'io non erro, mi par che così dica:
Teneri sdegni, e placide e tranquille
Repulse, e cari vezzi, e liete paci,
Sorrisi, parolette e dolci stille
Di pianto, e sospir tronchi, e molli baci.
MAR.
Tenero amor si sente ne' vivi carmi espresso.
D.EL.
Dite, tra 'l Duca e voi li ripetete spesso?
MAR.
Donna Eleonora, intendo.
Pungermi voi cercate.
D.EL.
Pungervi? la mezzana vi farò, se 'l bramate.
Vedova siete voi, vedovo è il Duca ancora.
Dama nasceste, il Prence vi venera e vi adora:
Gran cosa non sarebbe se anch'ei, per viver queto,
Volesse fare un dolce matrimonio segreto.
MAR.
D'altro parliamo, amica: io son, per suo favore,
Della Duchessa madre damigella d'onore.
A tanto non aspiro, so che tanto non merto;
Coi versi di Torquato mi spasso e mi diverto;
E i versi del poeta mi dan tanto piacere,
Che in leggerli talora spendo le notti intere.
D.EL.
Marchesa, lo sapete, io son d'allegro umore:
Vi piace il suo poema, o piacevi l'autore?
MAR.
Vi dirò: dell'autore ho qualche stima, è vero,
Ma è troppo melanconico, troppo in volto severo;
Né so come prodotte abbia sì dolci rime,
Un uom che nel vederlo nera mestizia imprime.
Ammiro il suo talento, gradisco i carmi sui,
Ma egual piacer non trovo a conversar con lui.
D.EL.
Io, io lo sveglierei, se non fosse un riguardo.
MAR.
Temete che geloso di voi sia don Gherardo?
D.EL.
Mio marito, per dirla, non credo sia geloso;
Si fida, e può fidarsi.
Ma è piuttosto curioso.
Vuol veder, vuol sapere.
È ver che guarda e tace;
Ma ch'egli tutto sappia, qualche volta mi spiace.
SCENA SETTIMA
ELEONORA e dette.
ELE.
Serva di lor signore.
MAR.
Che volete, Eleonora?
D.EL.
Eleonora si chiama ella pur?
ELE.
Sì signora.
Fecer tre nomi eguali maraviglia anche a me.
Chi paga la merenda, ora che siamo in tre?
MAR.
Via, che volete ?
ELE.
È quivi il Cavalier del Fiocco.
MAR.
Di Torquato il nemico.
(a donna Eleonora.)
D.EL.
Di lui nemico? sciocco!
MAR.
Digli che venga.
D.EL.
Oibò.
MAR.
Godrete il bell'umore.
D.EL.
Sentite, io non mi tengo, se strapazza l'autore.
ELE.
Anch'io tengo da lui; son proprio innamorata:
Trovo nei dolci versi la manna inzuccherata.
Bene o male, li leggo anch'io la notte e 'l dì;
Oh, mi piace pur tanto, quando dice così:
Sani piaga di stral piaga d'amore,
E sia la morte medicina al cuore.
(parte.)
SCENA OTTAVA
La MARCHESA ELEONORA e DONNA ELEONORA.
D.EL.
Come sapete voi che questo forestiero
Sia nemico del Tasso?
MAR.
Lo so; pur troppo è vero.
Male di lui l'intesi a ragionar col Duca.
Ho timor che l'ascolti.
D.EL.
Sarà una fanfaluca.
Il Prence lo conosce, n'ha della stima, e poi
Basta, perch'ei lo stimi, che lo stimiate voi.
MAR.
Amica, v' ingannate.
D.EL.
Basta, su ciò non tresco.
MAR.
Il Cavalier sen viene.
D.EL.
Venga, venga: sta fresco.
SCENA NONA
Il CAVALIERE DEL FIOCCO e dette.
CAV.
Servo di lor signore.
MAR.
Serva sua.
CAV.
Divotissimo.
Che avete per le mani?
MAR.
Il Goffredo.
CAV.
Bellissimo! (con ironia.)
D.EL.
Par che questo bellissimo detto l'abbiate ironico.
CAV.
Non meno il can per l'aia; parlar soglio laconico.
D.EL.
Voi sprezzate Torquato?
CAV.
Non ho negli occhi il fignolo.
Ha la lucerna sua poc'olio, e men lucignolo.
D.EL.
Bellezze ha ne' suoi versi, che non han par.
CAV.
Non veggole.
MAR.
Colto è lo stil.
D.EL.
Purgato.
CAV.
Avete le traveggole.
Voci ha latine e barbare, egli è lombardo fracido.
Uggia ci mette in leggerlo stile confuso ed acido.
Quel suonare a ritratta è cosa intollerabile.
Lampilli per zampilli: bel cambiamento usabile!
Quando una cosa grave prende il Tasso a descrivere,
Parole madornali suol usar nello scrivere.
Latinismi a bizzeffe mesce scrittor ridicolo.
Che gli sieno imburchiati non vi sarà pericolo.
In favor di Torquato odo talor decidere,
Ma decision lombarde i cruscanti fan ridere.
Ha nello scilinguagnolo un difetto epidemico,
Chi non è della Crusca dichiarato accademico.
MAR.
(Che dite?) (piano a donna Eleonora.)
D.EL.
(Ira mi desta).
MAR.
(Prendiamolo per gioco).
SCENA DECIMA
DON GHERARDO e detti.
GHE.
(Che parlin di Torquato? voglio sentirli un poco).
CAV.
Ma ritorniamo a bomba.
D.EL.
A bomba?
CAV.
Sì, al proposito.
Tosto nel primo verso v'incalma uno sproposito.
Canto l'armi pietose.
Se dritto il ver si esamina,
Pietosa non può dirsi cosa che non ha l'anima;
Dicendo l'armi pie, detto avrebbe benissimo.
Gli epiteti confonde lombardo ignorantissimo
D.EL.
Orsù, signor cruscante, signor infarinato,
Favorisca per grazia di rispettar Torquato.
Parmi, per dir il vero, un poco troppo audace
Chi sprezza in casa d'altri cosa che preme e piace.
GHE.
(Preme e piace Torquato dunque alla mia signora.
Sarà del buon poeta l'adorata Eleonora).
(da sé.)
MAR.
Sì, Cavalier, voi troppo siete in lodar restio:
Torquato è un uom valente, e lo difendo anch'io.
GHE.
(A confondermi torno).
CAV.
Per lui, signore, io dubito
Passione in voi soverchia.
D.EL.
Tacete.
CAV.
Taccio subito.
Lo so che anfana a secco, so che in arena semina,
Chi l'ostinazione vuol guarir nella femmina.
(parte.)
SCENA UNDICESIMA
La MARCHESA ELEONORA, DONNA ELEONORA, DON GHERARDO.
MAR.
Donde crediamo noi tant'astio in lui derive?
D.EL.
Invidia è che lo muove contro d'un uom che scrive.
Perché quattro riboboli sa unire in lingua tosca,
Per maestro di lingua vuol che ognun lo conosca;
E se termine trova, che a lui rassembri nuovo,
Lo critica, e pretende trovare il pel nell'uovo.
Ripieno è di proverbi, usa parole sdrucciole;
Ai gonzi per lanterne suol vendere le lucciole.
Quei che con fondamento non han studiato mai
Lodano questi tali chiamati parolai;
Ma gli uomini, di cui le teste non son zucche,
Distinguere san bene chi spaccia fanfalucche.
GHE.
(Non si può dir di più.
Ella è la prediletta).
MAR.
È vero che i Lombardi non han lingua perfetta,
Ma studiano gli autori, scelgon di loro il buono;
Dai vizi della lingua spregiudicati sono.
Non dicon la mi casa, invece della mia.
La mana per la mano non corre in Lombardia.
Scrive ben, parla bene, quivi ancor chi ha studiato;
Scrive ben, parla bene sovra d'ognun Torquato.
GHE.
(E questa in guisa parla, che di lui pare accesa.
Curiosità mi sprona).
M'inchino alla Marchesa.
MAR.
Serva di don Gherardo.
D.EL.
Serva, signor consorte.
Quant'è che si trattiene nascosto in queste porte?
GHE.
Io?
D.EL.
So il costume.
GHE.
Oibò ! di me parlate male.
MAR.
V'è novitade alcuna?
GHE.
Vi porto un madrigale.
D.EL.
Di chi?
GHE.
Di chi? del Tasso.
D.EL.
Sarà una cosa bella.
MAR.
Lo sentiremo?
GHE.
Sì, lo sentirà ancor ella.
(a donna Eleonora.)
Lo leggerò.
Sentite: Cantava, in riva al fiume,
Tirsi, d'Eleonora.
Ei seguita il costume,
Cambiando il proprio nome, dalli poeti usato;
Finge che Tirsi parli, e favella Torquato.
MAR.
Basta così, non voglio sentir altro da voi;
Interpretar chi scrisse può solo i carmi suoi,
Nel leggere tai versi vi siete a me rivolto:
Quel che nel cuor pensate, vi si ravvisa in volto.
Apprezzo di Torquato il merito sublime;
Giust'è che l'uomo grande si veneri e si stime.
Sola non son che ammiri quel che risplende in lui;
A me non son per questo diretti i carmi sui.
Se parla il madrigale, se canta d'Eleonora,
Altre di cotal nome qui ve ne sono ancora.
(parte.)
SCENA DODICESIMA
DONNA ELEONORA e DON GHERARDO.
GHE.
Udiste? canta il vate d'una Eleonora bella.
Se non è la Marchesa...
D.EL.
Chi sa ch'io non sia quella?
GHE.
Esser vi piacerebbe dal poeta lodata?
D.EL.
Piaccion le lodi a tutti.
GHE.
Bravissima, garbata.
Godo trovare in lei tanta sincerità,
Che uguagli il pregio eccelso di lodata beltà.
D.EL.
Voi parlate da scherno, io davver vi rispondo:
Torquato è tal poeta, che non ha pari al mondo.
Felice quella donna che di sue lodi è degna!
Egli co' vivi carmi a rispettarla insegna.
Quantunque lusinghiera, nata di stirpe infida,
Desta amor, desta invidia all'altre donne Armida.
E Clorinda infelice, allor che langue e more,
In chi legge i bei carmi, desta pietade e amore.
Se lo scrittor felice di me formasse istoria,
Voi pur sareste meco a parte di mia gloria.
Ma il dolce madrigale non parlerà di me;
Son parecchie Eleonore: in Corte siamo tre.
L'una serve, egli è vero; di lei non canterà.
L'altra è amata dal Duca, rispettarla saprà.
Dir ch'io sia non ardisco; è ver, son maritata:
Ma puote in ogni stato la donna esser lodata.
(parte.)
SCENA TREDICESIMA
DON GHERARDO solo.
GHE.
Ho inteso e non ho inteso.
Ognuna delle due
Ha sovra il madrigale le pretensioni sue.
Dubito che sia peggio averlo letto; avea
Curiosità d'intendere...
Ma so quel che sapea.
Non veggo a chi Torquato rivolga i suoi pensieri;
Ma so che 'l gradirebbe mia moglie volentieri.
Par che di gloria solo senta nel cuore il caldo:
Esser vorrebbe Armida, ma temo di Rinaldo.
Temo, che se Clorinda nell'eroismo eguaglia,
Non trovi il suo Tancredi, che la sfidi a battaglia.
Per lo più queste donne che leggono poemi,
Apprendono d'amore le leggi ed i sistemi.
Fa il poeta il mezzano talor co' carmi sui,
Ma credo che Torquato lo voglia far per lui;
No, non sarà; sospetto aver non vuò, lo dico.
Della mia cara pace non voglio esser nemico.
Curiosità malnata, vanne da me repente;
Vuò, come dice il Tasso, passarla allegramente:
E fra pochi sedendo a mensa lieta,
Mescolar l'onde fresche al vin di Creta.
(parte.)
ATTO SECONDO
SCENA PRIMA
TORQUATO e TARGA servitore.
TOR.
Vieni qui...
la mia spada.
(a Targa.)
TAR.
Signor...
TOR.
La spada mia.
(crescendo nello sdegno.)
TAR.
Con chi l'avete?
TOR.
Presto.
TAR.
Questa è un'altra pazzia.
TOR.
Temerario!
TAR.
M'avete detto ch'io vi avvertisca,
Quando mi par, signore, che il cervello patisca.
TOR.
Ah, dell'ira si freni l'impeto micidiale.
Ritirati, per ora.
TAR.
Sì, signor, manco male.
(si ririra.)
TOR.
A sé mi chiama il Duca; fa che l'udienza aspette;
Prima di me all'udienza il Cavaliere ammette.
Entro: mi guarda appena; poi, con severo ciglio,
Che di Ferrara io parta dar mi vuol per consiglio
Consiglio d'un sovrano, comando è in caso tale.
Stelle! si vuol ch'io parta? Che mai fatto ho di male?
È ver che d'una colpa porto macchiato il cuore;
Ma noto esser non puote il mio segreto amore.
E al mio signor, se note fosser le mie catene,
Quella per cui sospiro, a lui non appartiene.
Ma a figurar ragioni perché invan m'affatico?
Il cuor del mio sovrano sedotto ha il mio nemico
Perfido! a' tuoi disegni troncar saprò la strada:
Targa, Targa.
TAR.
Signore.
TOR.
Portami la mia spada.
TAR.
La spada?
TOR.
Sì, fa presto.
TAR.
Ecco qui, siam da capo.
TOR.
Non mi stancar.
TAR.
Badate, torna a girarvi il capo.
TOR.
Misero me! La bile sento che mi divora.
TAR.
Un bicchier d'acqua fresca.
TOR.
Vattene alla malora.
TAR.
Un po' di sangue...
TOR.
Indegno, vanne, ch'io non t'ammazzi.
TAR.
Comincio a dubitare che i poeti sian pazzi.
(parte.)
SCENA SECONDA
TORQUATO solo, poi TARGA.
TOR.
No, fuor di me non sono; no, non è questa mia,
Che m'agita e m'accende, dichiarata follia.
Ma giugnere all'eccesso potrebbe a poco a poco,
Se a spegner io tardassi nel sen dell'ira il foco.
Amor, tu mi soccorri; porgimi, Amore, aita.
Oimè! dal mio nemico ho da impetrar la vita?
Sì, l'unico conforto son gli amorosi versi,
Dolce rimedio al cuore, benché d'amaro aspersi.
Leggansi que' poc'anzi all'idol mio diretti:
Divertasi la mente nel renderli corretti.
(va al tavolino, cercando il madrigale.)
Dov'è il foglio? Ma dove? Più nol ritrovo.
Oimè!
Targa, Targa.
TAR.
Signore.
TOR.
Il madrigal dov'è?
TAR.
Il madrigal?
TOR.
Sì, quello.
TAR.
Non so che cosa sia.
TOR.
Pochi versi rimati, una breve poesia.
TAR.
Una pentola, un piatto vi darò, se 'l volete;
Ma se poesie cercate, a me non le chiedete.
Quando voi domandato m'avete il madrigale,
Credeva, con rispetto, voleste un orinale.
TOR.
Chi è stato qui?
TAR.
Nessuno.
TOR.
Testaccia maledetta!
Dov'è il foglio? (lo prende per un braccio.)
TAR.
Nol so, non me n'intendo.
(con timore.)
TOR.
Aspetta.
(lo lascia.)
Stato v'è don Gherardo?
TAR.
Sì, don Gherardo, è vero.
TOR.
Egli l'avrà...
TAR.
Pigliato.
TOR.
No, ch'egli è cavaliero.
Tu dei renderne conto.
(lo afferra.)
TAR.
Signor, per carità.
TOR.
Potrebbe averlo preso...
TAR.
Per sua curiosità.
Sapete pur ch'egli è curioso, curiosissimo.
TOR.
Non è vano il sospetto.
TAR.
Sospetto fondatissimo.
TOR.
Cercami don Gherardo.
TAR.
Sì signore.
(in atto di partire.)
TOR.
Ma no.
(L'amor per Eleonora come nasconderò?) (da sé.)
TAR.
Picchiano, con licenza.
TOR.
Deh, non abbandonarmi.
TAR.
Torno.
(Mai più poeti, se giungo a liberarmi).
(da sé, e parte.)
SCENA TERZA
TORQUATO solo, poi TARGA.
TOR.
Del consiglio del Duca chi sa cagion non sia
Il madrigale, in cui svelo la fiamma mia?
Geloso è don Gherardo del nome d'Eleonora,
Geloso esser il Duca può di tal nome ancora.
L'uno la moglie, l'altro la favorita ha in cuore:
Ambi di me nemici resi da un solo amore.
Se mi dichiaro, acquisto d'uno la grazia, è vero;
Ma l'altro da me offeso sarà meco più fiero.
Parmi miglior consiglio lasciarli nell'inganno,
Dividere il sospetto, dividere l'affanno,
E procurar, per quanto potrà la forza mia,
Scacciar dell'un dell'altro dal cuor la gelosia.
TAR.
Signor, siete richiesto.
TOR.
Chi mi vuole?
TAR.
Una bella
Che chiamasi Eleonora.
TOR.
Qual di lor? (con agitazione.)
TAR.
La donzella.
TOR.
(Oimè, scuoter m'intesi tutte le fibre al petto).
(da sé.)
TAR.
Cosa ho da dirle?
TOR.
Aspetta.
(pensando.)
TAR.
Picchiano.
TOR.
Aspetta.
TAR.
Aspetto.
TOR.
Dille che venga.
TAR.
Bene.
E quel ch'ora ha picchiato?
TOR.
Chi sarà?
TAR.
Lo vedremo.
TOR.
Di' che non son tornato.
TAR.
Ho inteso, sì signore; mi basta una parola.
(L'amico coll'amica vuol star da solo a sola).
(da sé, e parte.)
SCENA QUARTA
TORQUATO, poi ELEONORA.
TOR.
Costei, che or viene a caso, giovi ai disegni miei,
Credasi che i miei carmi favellino di lei.
Ma io del mondo in faccia m'avvilirò a tal segno?
Anche all'onor del cuore provvederà l'ingegno.
ELE.
Serva, signor Torquato.
TOR.
Buondì, Eleonora bella.
ELE.
Bella a me?
TOR.
Bella a voi.
ELE.
Signor, io non son quella.
Tutto il bello ch'io vanto, è d'Eleonora il nome
Ma non ho, come l'altre, bel viso e belle chiome.
Di signoria mi manca il prezioso onore,
Solo vantar mi posso di schiettezza di cuore;
Onde, se non per altro, almeno pel cuor mio
Degna di quattro versi potrei essere anch'io.
TOR.
(Don Gherardo indiscreto! Del madrigale è intesa).
(da sé.)
ELE.
(D'esser un po' lodata proprio mi sento accesa).
(da sé.)
TOR.
A queste stanze mie qual motivo vi guida?
ELE.
Una question si brama, che da voi si decida.
Un certo madrigale parla d'Eleonora:
Alcuno alla Marchesa l'applica, mia signora;
Alcun di don Gherardo alla consorte: ognuna
D'esser da voi stimata aspira alla fortuna;
E mandanmi da voi entrambe in confidenza,
A rilevar, se posso, l'arcano e la sentenza.
TOR.
Quel che nel sen racchiudo, non spiego con parole.
Dite alle due Eleonore, ch'elleno non son sole.
ELE.
È ver, di cotal nome ve ne son altre ancora.
Per esempio, ancor io ho il nome d'Eleonora...
Ma da metter non sono in paragon di quelle.
TOR.
Gli occhi dell'uom son quelli che fan le donne belle.
L'amor, la tenerezza, il cuor d'affetti pregno,
Può far qualunque oggetto meritevole e degno.
Tutti siam d'una pasta, ed è mero accidente
Che una sia la padrona, e l'altra la servente.
ELE.
È vero, è un accidente ch'io sia a servir costretta.
Nata son cittadina; mio padre era cornetta.
E a quel che dir intesi, mia madre, se non fallo,
Era di Magnavacca, o di Bagnacavallo.
M'hanno allevato sempre con tutta civiltà;
Mia madre praticava il fior di nobiltà;
E s'ella non moriva da certo mal di gola,
Avrei fatto fortuna sotto la di lei scuola.
TOR.
Forse da miglior sorte non siete assai lontana.
ELE.
Se viveva mia madre, io sarei cortigiana.
Chi sa che non avessi in questa Corte anch'io
Un marito onorato, qual era il padre mio?
Era da tutti amato.
Facean finezze ognora
A lui, alla consorte e alla figliuola ancora.
TOR.
(Scorgesi l'ignoranza).
(da sé.) Restino i morti in pace;
Voi potrete finezze aver quante vi piace.
ELE.
Da chi?
TOR.
Da chi s'appaga del buon che in voi avete.
ELE.
Dite: son miei quei versi?
TOR.
Vostri son, se volete.
ELE.
Capperi, chi potrebbe ricusare un tal dono?
Sono versi amorosi.
TOR.
Ma in quelli io non ragiono.
ELE.
Chi dunque?
TOR.
Tirsi parla; Tirsi, ignoto pastore.
ELE.
Eh, che voi siete Tirsi.
TOR.
Chi ve lo dice?
ELE.
Il cuore.
Così quella foss'io, che il pastorello adora.
TOR.
Lo può sperar chi il merta.
ELE.
Chi lo merta?
TOR.
Eleonora.
(parte.)
SCENA QUINTA
ELEONORA sola.
ELE.
Ei me l'ha detto in modo, che quasi giurerei
Che fosse innamorato cotto de' fatti miei.
Perché no? già si sente che un uomo che ha studiato
Non guarda nella donna né il sangue, né lo stato;
Fuori di questo, a dirla, non son delle più brutte,
E fuor della ricchezza, ho anch'io quel che hanno tutte.
SCENA SESTA
DON GHERARDO e la suddetta.
GHE.
Or che non vi è Torquato, rimetterò...
che vedo?
Che fate qui?
ELE.
Signore, gli altrui fatti non chiedo.
GHE.
Via, via, non v'adirate.
Chi vi manda?
ELE.
Nol so.
GHE.
Vi manda la Marchesa?
ELE.
Signor sì, e signor no.
GHE.
Come sarebbe a dire?
ELE.
Come comanda lei.
GHE.
Siate bonina un poco.
ELE.
Che vuol da' fatti miei?
GHE.
Se voi mi dite il vero, perché qui vi trovate,
Uno scudo vi dono.
ELE.
Eh!
GHE.
Davver.
ELE.
Mi burlate.
GHE.
Eccolo qui, tenete.
ELE.
Io vi prendo in parola.
GHE.
Ecco, lo scudo è vostro.
ELE.
(M'ha preso per la gola).
(parte.)
GHE.
E ben, per qual motivo siete venuta qua?
ELE.
Vi dirò, m'ha condotta certa curiosità.
GHE.
Il vizio delle donne.
E così?
ELE.
Mi premeva
Spiegato un madrigale, che ben non s'intendeva.
GHE.
Qual madrigale?
ELE.
Un certo madrigale amoroso,
Composto da Torquato.
GHE.
Bello?
ELE.
Maraviglioso.
GHE.
Come dice?
ELE.
Non so.
GHE.
Sarebbe questo qui?
ELE.
Come principia?
GHE.
Tirsi...
ELE.
È quello, signor sì.
GHE.
Ma voi del madrigale come avete saputo?
ELE.
La signora Marchesa m'ha detto il contenuto.
Cioè, a me non l'ha detto, ma colla vostra sposa
Intesi favellarne; era perciò curiosa
Di sentir da Torquato la vera spiegazione,
Per veder chi di loro aveva più ragione.
GHE.
E ben, ve l'ha spiegato?
ELE.
Me l'ha spiegato or ora.
GHE.
Di chi parla il poeta?
ELE.
Parla d'Eleonora.
GHE.
D'Eleonora parla, si sente, anch'io lo so.
Parla della Marchesa?
ELE.
Ho paura di no.
GHE.
Ah sì, sì, sarà vero.
Ardo di gelosia:
Torquato sarà acceso della consorte mia.
Questo è quel che s'acquista a prendere una sposa,
Che sia di bell'aspetto, disinvolta, graziosa.
A simili perigli, no, non si può star saldi:
La bile mi divora.
ELE.
Signor, la non si scaldi,
Che se il poeta nostro sente d'amore il foco,
Alla di lei consorte molto non pensa, o poco.
GHE.
E a chi dunque?
ELE.
Vi basti saper che non è quella.
GHE.
Ma chi sarà?
ELE.
Non so.
GHE.
Ditelo, gioia bella.
Ditelo a me.
ELE.
Non posso.
GHE.
Un altro scudo.
ELE.
Eh via.
GHE.
Eccolo, ve lo dono.
ELE.
Grazie a vossignoria.
GHE.
E così?
ELE.
Deggio dirlo?
GHE.
Sì! saperlo desio.
ELE.
Sa chi è la favorita?
GHE.
Dite chi è?
ELE.
Son io.
(fa una riverenza, e parte.)
SCENA SETTIMA
DON GHERARDO, poi TORQUATO.
GHE.
Come! sentite, dite.
Par ch'abbia ai piedi l'ale.
Vorrei saper...
due scudi, affé, li ho spesi male.
Può darsi che Torquato sia acceso di costei.
Ma come, quando, dove...
tutto saper vorrei.
Eccolo ch'egli viene.
Ripongo il madrigale.
Che cos'è questo scritto? qualch'altro originale?
Tondo è il ricco edifizio...
Vuò ricavar da lui...
TOR.
Signor, chi v'ha insegnato guardare i fatti altrui?
GHE.
Compatite: v'è noto ch'io son de' versi amante,
Stimo le cose vostre d'ogn'altra cosa innante.
Quella che qua mi porta, non è curiosità;
È amicizia, è passione...
TOR.
Unita a inciviltà.
GHE.
Voi m'offendete, amico, parlandomi così.
TOR.
Dov'è il mio madrigale?
GHE.
Il madrigale è qui.
TOR.
A voi chi diè licenza levarlo da quel loco?
GHE.
Con un par mio, Torquato, voi eccedete un poco.
TOR.
Libero a tutti parlo, se so d'aver ragione.
Non porterei rispetto in tal caso al padrone.
GHE.
Spiacevi che si sappia l'amor che in sen nutrite?
TOR.
Qual amor? io non amo.
GHE.
Eh, che si sa.
TOR.
Mentite.
GHE.
Una mentita a me? Vi corre un bel divario...
TOR.
Perdonate il trasporto; lo so, fui temerario;
Ma i primi moti in seno frenar non mi è permesso.
GHE.
Dell'amicizia in grazia, vi perdono ogni eccesso.
Basta che in ricompensa di mia benevolenza,
Non ricusiate almeno farmi una confidenza.
Qual sia quella che amate, da voi saper io bramo.
TOR.
Amico, questo tasto, pregovi, non tocchiamo.
GHE.
Vi compatisco; in fatti, un uomo come voi,
Impiegar non dovrebbe sì mal gli affetti suoi.
TOR.
(M'annoia).
(da sé.)
GHE.
Un uomo dotto, di meriti ripieno,
Amar femmina vile?
TOR.
(Or or disciolgo il freno).
(da sé.)
GHE.
Ma l'amate davvero?
TOR.
Basta, per carità.
GHE.
Ditemi sì o no, almen per civiltà.
TOR.
Di quel che a voi non preme, siate curioso meno.
GHE.
Alfin non è gran cosa.
Ditemi il ver.
TOR.
Son pieno.
GHE.
D'amor per la ragazza?
TOR.
Di rabbia e di dispetto.
GHE.
Via, sfogatevi meco.
TOR.
(Che tu sii maladetto).
(da sé.)
GHE.
Confidatevi a me.
TOR.
Voi stuccato m'avete.
Voi, signor, m'annoiate.
GHE.
Una bestia voi siete.
TOR.
Cessate, don Gherardo, di rendermi molestia,
O vi darò ragione di chiamarmi una bestia.
GHE.
Siete un ingrato.
TOR.
È vero.
(fremendo.)
GHE.
Un incivile.
TOR.
Sì.
GHE.
Un mentecatto.
TOR.
Ancora.
GHE.
Un vil.
TOR.
Basta così.
(minacciandolo.)
Avvezzo a tali insulti Torquato unqua non fu.
GHE.
Vado via.
TOR.
Sarà bene.
GHE.
E non ci torno più.
TOR.
Meglio assai.
GHE.
Dell'affronto me ne ricorderò.
TOR.
Quando si va, signore?
CHE.
Mai più ci tornerò.
(in atto di partire.)
SCENA OTTAVA
TARGA e detti.
TAR.
Signore, un forestiero favellarvi desia.
TOR.
Si trattenga un momento.
GHE.
Dimmi: si sa chi sia? (a Targa.)
TAR.
Parmi napolitano.
GHE.
Quand'è arrivato?
TAR.
Ieri.
TOR.
Vattene.
(a Targa, che parte.)
GHE.
(Son curioso.
Resterei volentieri).
(da sé.)
TOR.
Signor, ricever devo, se mi date licenza,
Il forestier.
GHE.
Servitevi con tutta confidenza.
TOR.
Può esser ch'ei non voglia per or conversazione.
GHE.
Venga, parli; il sapete, io non do soggezione.
TOR.
Lo vuò ricever solo.
Ve l'ho da dir cantando?
GHE.
Voi mi mandate via.
TOR.
Sì signore, vi mando.
GHE.
So che scherzate, amico, perciò non me n'offendo:
Dovete restar solo, è ver, non lo contendo.
Ma quando il forestiere sia stato un pezzo qui,
Potrò venire allora?
TOR.
Signor no.
GHE.
Signor sì.
(parte.)
SCENA NONA
TORQUATO solo.
TOR.
La sofferenza mia giunta parmi all'eccesso.
Fuori per l'atra bile soglio andar di me stesso.
Sentiami nell'interno moti violenti e strani,
Poco mancò non abbia adoprate le mani.
Chi è di là? S'introduca il forestier.
Che vedo?
Don Gherardo con lui? Sarà suo amico, io credo.
SCENA DECIMA
DON FAZIO, DON GHERARDO e detto.
GHE.
Venite pur, signore...
FAZ.
Schiavo allo sì Torquato.
GHE.
Vedrete un uomo grande.
(a don Fazio.)
FAZ.
Voi m'avete frusciato.
(a don Gherardo.)
TOR.
Signor, lo conoscete quel ch'è con voi venuto? (a don Fazio.)
FAZ.
Da che l'ho dato a balia, più non l'aggio veduto.
TOR.
Don Gherardo, da voi dunque si spera invano...
GHE.
Aspettate un momento.
(a Torquato.) Siete napolitano? (a don Fazio.)
FAZ.
Sì signore.
GHE.
Non pare: non siete caricato
Nelle parole vostre.
FAZ.
Aggio un poco viaggiato.
TOR.
Ehi! chi è di là? sediamo.
GHE.
Voglio seder vicino...
TOR.
Don Gherardo...
GHE.
Per grazia, soffritemi un pochino.
TOR.
(Di rompergli la faccia prurito ora mi viene.
Ah, si freni la collera.
Non facciamo altre scene).
(da sé, siedono.)
FAZ.
Tu sei, Torquato mio, in Sorriento nato;
In Napole t'aveva lo patre generato;
Sia per l'un, sia per l'autro, chiaro se bide e chiano,
Tasso, non v'è che dicere, tu sei napoletano.
GHE.
Dicon sia bergamasco...
TOR.
Chetatevi un momento.
FAZ.
Da Bergamo è lo patre, la matre da Sorriento.
In casa della mamma è nata chissa gioia;
Quella però se dice che sia la patria soia.
TOR.
Signor, sul nascer mio niuno finor pretese;
Merto non ho che vaglia a risvegliar contese.
Misero qual io sono, dagli Itali non spero
L'onor ch'ebbe da' Greci il combattuto Omero.
Anzi che s'abbia a dire paese sfortunato,
Temo, per mia cagione, quello dov'io son nato.
FAZ.
Sanno i Napoletani, sa tutta la cettate,
Che tu se' sfortunato, che vivi in povertate.
I parenti, li amici, el popolo t'invita
A passà, bene mio, chiù meglio la to vita.
GHE.
Ei non potrà venire, perch'è in Corte impegnato.
FAZ.
Uh, managgia la mamma porzì che t'ha figliato.
GHE.
Bravo; così lo stile di Napoli si sente.
TOR.
Voi meritate peggio.
(a don Gherardo.)
GHE.
Non me n'offendo niente.
FAZ.
Vieni, Torquato mio, vieni alla città bella:
Non essere chiù ingrato all'amore di quella.
Sarai lo ben veduto da principi e marchesi,
Avrai delli carlini, avrai delli tornesi;
Songo per te venuto: vieni con meco...
GHE.
Io dubito
Ch'egli non ci verrà.
FAZ.
Pozza morì de subito.
(a don Gherardo.)
GHE.
Obbligato, signore.
TOR.
Siete ancora contento? (a don Gherardo.)
GHE.
È de' Napolitani solito complimento.
FAZ.
Vedrai la gran cettate, ch'ogni cettate avanza,
De popolo ripiena, ripiena d'abbonnanza.
Abbonna de persone nobile e vertuose,
D'omeni letterati, di femmine graziose.
Tutti con braccia apierte là stannote aspettanno.
Ciascun se sente dicere: quanno l'avrimmo, quanno?
Dimme, verrai tu meco?
GHE.
Non ci verrà, signore.
FAZ.
Che te venga lo canchero in mezzo dello core.
GHE.
Ecco un'altra finezza.
(a Torquato.)
TOR.
Finezza a voi dovuta.
FAZ.
Pozza essere acciso.
(a don Gherardo.)
GHE.
Sentite? mi saluta.
(a Torquato.)
Fatemi grazia almeno di dirmi, in cortesia,
Giacché tanto mi onora, chi è vossignoria?
FAZ.
M'hai frusciato abbastanza: te pozzano pigliare
Tanti cancheri quante le arene dello mare.
Lo fulmene te pozza piglià tra capo e cuollo;
Te pozza soffocà le fiamme de Puzzuollo;
Pozza crepà con tutte porzì le imprecazioni
De tutti i mareiuoli, de tutti i lazaroni;
E quanno sarà ito in braccio a Belzebù,
Pozz'essere scannato un'atra vouta, e chiù.
(parte.)
SCENA UNDICESIMA
TORQUATO e DON GHERARDO.
GHE.
Chiamatelo, chiedete se nulla si è scordato.
TOR.
Dirò, senza di lui, che siete uno sguaiato.
Non si tratta così, di voi mi maraviglio;
Oprate senza senno, senz'ombra di consiglio.
Sempre da voi mi tocca soffrir ingiurie nove.
Quel forestier mi preme.
Andrò ad udirlo altrove.
(parte.)
GHE.
Va in collera Torquato, ma poi è amico mio:
Bel bello il forestiere vuò seguitare anch'io.
Dai termini si sente ch'egli è napolitano,
Però non si distingue se nobile o villano.
Voglio saper chi è.
Sono curioso in questo:
Bestemmi, maledica, voglio sapere il resto.
(parte.)
ATTO TERZO
SCENA PRIMA
TORQUATO, poi TARGA.
TOR.
Sì, sì, vadasi pure dove miglior prepara
Stanza a me la fortuna.
S'abbandoni Ferrara.
In questa illustre Corte finor fui sfortunato;
Spesso, cangiando cielo, si cangia anche lo stato.
A Napoli si vada; quella mia patria sia,
Che a me professa amore, che m'offre cortesia.
Fuggasi della Corte la noia ed il periglio:
Del signor mio s'adempia il cenno ed il consiglio.
È ver, saran per questo contenti i miei nemici;
Ma io godrò lontano giorni assai più felici.
Godrò giorni felici? Ah no; dolente ognora
Vivrò da te lontano, bellissima Eleonora.
È ver, ch'esser beato teco non posso appieno;
Ma veggoti, e in secreto posso adorarti almeno.
Oimè! partenza amara! Ahi, quai dubbi funesti!
Tu mi consiglia, o cuore.
Vuoi tu ch'io parta, o resti?
Ho già risolto.
Targa.
TAR.
Signor.
TOR.
Tutto sia lesto
Per partire in domani.
TAR.
Il baul si fa presto.
Quando vi ho messo dentro i vostri scartafacci,
Tutto quello che resta, son libri e pochi stracci.
TOR.
Targa, si cambieranno gli astri per noi severi.
TAR.
Lo voglia il ciel, ma temo.
TOR.
L'hai da sperar.
TAR.
Si speri.
Ma...
TOR.
Che ma? Questo ma che dir vuol?
TAR.
Niente, niente.
TOR.
Parla.
TAR.
Vi contentate?
TOR.
Parla liberamente.
TAR.
Tutto il mondo è paese, per tutto si sta bene,
Quando il cervello in cassa, come si dee, si tiene.
Voi foste fin ad ora per la virtù stimato;
Sareste con il tempo venuto in miglior stato;
Ma dopo che v'accese certo segreto amore...
TOR.
Basta così...
TAR.
(L'ho detto).
TOR.
Non mi fare il dottore.
Se di ciò più mi parli, ah giuro al ciel, t'ammazzo.
Vattene.
Dove vai? Presto il baule.
TAR.
È pazzo (parte.)
SCENA SECONDA
Torquato solo.
TOR.
Possibile che tutti con empia indiscretezza
Voglian rimproverarmi del cuor la debolezza?
Andrò da voi lontano, dolci pupille e vaghe:
Vedrò se lontananza vaglia a sanar le piaghe;
E se morir dovessi per un dolor più forte,
Una pena di meno proverò nella morte.
Io non avrò il tormento d'essere a voi vicino,
Soffrendo del mio cuore il barbaro destino;
E 'l curioso mondo, dopo mia morte ancora,
Vivrà incerto qual fosse la mia amata Eleonora...
Eccone due ad un tratto.
Ahi, qual incontro è questo!
SCENA TERZA
La MARCHESA ELEONORA, DONNA ELEONORA ed il suddetto.
MAR.
Parte il Tasso? (a Torquato.)
D.EL.
Ci lascia? (a Torquato.)
TOR.
Se 'l comandate, io resto.
MAR.
Di noi chi lo potrebbe voler con più ragione? (a Torquato.)
TOR.
Merito avete entrambe, odioso è il paragone.
MAR.
(Scaltro risponde).
D.EL.
(Il vero saper si spera invano).
TOR.
(Occhi miei, state in guardia; non scoprite l'arcano).
MAR.
Posso, se a voi fia grato, parlare al signor nostro,
Che mal di voi contento promosse il partir vostro.
S'egli è con voi sdegnato, m'ingegnerò placarlo.
Siete di ciò contento?
TOR.
Vi prego di non farlo.
MAR.
Per uom che non gradisce, gettata è la fatica;
Più cari i buoni uffici saranvi dell'amica.
S'ella restar v'impone, che sì, che dir io v'odo:
Resto per obbedirvi?
TOR.
Partirò in ogni modo.
D.EL.
Sì, partirà Torquato più presto, e con più gioia,
Delle mie preci vane recandogli la noia.
Lo so che le mie cure da lui son disprezzate;
Lo so che non m'ascolta.
TOR.
Signora, v'ingannate.
MAR.
Sentite? Egli vi adora.
TOR.
Nol dissi, e non lo dico.
D.EL.
Di lei sarete acceso.
TOR.
Sono d'entrambe amico.
MAR.
(Vediam chi di noi due la può sul di lui cuore).
In grazia mia restate, vel chiedo per favore;
A dama che vi prega, risponderete un no?
Ardirete partire? Dite.
TOR.
Ci penserò.
D.EL.
A quei della Marchesa aggiungo i voti miei:
Se per me non vi piace, restate almen per lei.
Grata a me in ogni guisa sarà vostra dimora.
E ben, che rispondete?
TOR.
Non ci ho pensato ancora.
D.EL.
(Che saper non si possa qual sia di noi distinta!)
MAR.
(Se m'ami, o mi disprezzi, ancor non son convinta).
TOR.
(Vuol ragion ch'io mi celi; ma questo è un penar molto.
Son col mio ben, né ardisco di rimirarlo in volto).
D.EL.
Un certo madrigale di voi ci fu mostrato.
MAR.
Un madrigal vezzoso.
TOR.
Non merta esser lodato.
MAR.
Sentesi che l'autore donna felice adora.
D.EL.
Sentesi che la donna ha il nome d'Eleonora.
TOR.
Nomi talor ne' carmi avvezzo a finger sono:
Se m'abusai del vostro, domandovi perdono.
MAR.
Dunque è falso che Tirsi Eleonora apprezzi?
D.EL.
Più non credo a' poeti, se a mentir sono avvezzi.
TOR.
Altro è mentire il nome, altro è mentir gli affetti:
Tirsi è pastor sognato, son veri i suoi concetti.
MAR.
Vero è dunque ch'egli ama?
TOR.
Verissimo.
D.EL.
E chi mai?
TOR.
Nol so.
D.EL.
Lo saprà Tirsi.
TOR.
Non glielo domandai.
MAR.
Né chieder lo potete, s'egli è pastor sognato.
Quello che Tirsi tace, potrà svelar Torquato.
TOR.
Svelar gli altrui segreti, signora, a me non piace.
Se non si spiega Tirsi, anche Torquato tace.
SCENA QUARTA
ELEONORA e detti.
ELE.
Signore, permettete ch'io dica fra di noi
Una cosa che preme.
Si mormora di voi;
Di voi geloso il Duca si mostra inviperito.
(alla Marchesa.)
Pare che sia geloso ancor vostro marito.
(a donna Eleonora.)
Smaniano tutti due per un istesso inganno.
(Ma quello che so io, non credono o non sanno).
(da sé.)
TOR.
Deh, il vostro piè, signora, vada da me lontano:
Non crescano gli sdegni per voi del mio sovrano.
Di me pur troppo il veggio nemico e sospettoso...
D.EL.
Dunque ha ragione il Duca d'esser di voi geloso.
TOR.
Ragione io non gli diedi, non manco al mio rispetto,
Ma nasce in cuore amante facilmente il sospetto.
D.EL.
Ite, Marchesa, altrove; voi siete il suo periglio.
TOR.
Ite voi pur, madama, vi prego e vi consiglio.
MAR.
Di temer don Gherardo avrà le ragion sue.
(a donna Eleonora.)
TOR.
Per carità, vi prego, itene tutte due.
D.EL.
(A me più caricato intimò la partenza).
MAR.
(Nel dir ch'io me ne vada, m'usò dell'insolenza).
SCENA QUINTA
Targa e detti.
TAR.
Signore, è la giornata questa de' forestieri.
Un altro vi domanda.
TOR.
Venga pur volentieri.
TAR.
Mandato ha l'imbasciata, ancora è un po' lontano.
TOR.
Sai dirmi chi egli sia?
TAR.
È un signor veneziano.
TOR.
Lo vedrò volentieri; amo assai la nazione.
Anderò ad incontrarlo.
Con vostra permissione.
MAR.
Servitevi, signore.
(sostenuta.)
D.EL.
Sì, servitevi, andate.
TOR.
Che vuol dir quest'asprezza? Siete meco sdegnate?
D.EL.
Vuol dir che quasi quasi disciolta è la contesa.
Partirò per piacervi.
Resterà la Marchesa.
(parte.)
TOR.
V'ingannate, signora.
MAR.
S'inganna, anch'io lo so.
Torni donna Eleonora, v'intendo: io partirò.
ELE.
Rido di tutte due, ch'hanno i lor sdegni accesi.
Non sanno, poverine...
Ehi, già ci siamo intesi.
(parte.)
TAR.
Andiam, che il forestiere non tarderà a venire;
Se baderete a donne, vi faranno impazzire.
(parte.)
TOR.
È vero, e son vicino ad impazzir per una.
Dissi con due lo stesso, e non m'intese alcuna.
(parte.)
SCENA SESTA
Il signor TOMIO e DON GHERARDO.
GHE.
Sì, signore, Torquato v'insegnerò dov'è.
TOM.
La me farà ben grazia.
GHE.
Favorite con me.
Ma chi è vossignoria?
TOM.
Cossa voleu saver?
GHE.
Faccio per dirlo a lui.
TOM.
Seu el so camerier?
GHE.
Vi corre un bel divario da me ad un cameriere.
TOM.
Chi xela, mio patron?
GHE.
Del Duca un cavaliere.
TOM.
Lustrissimo pa
...
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