TORQUATO TASSO, di Carlo Goldoni - pagina 4
...
.
TOR.
Ah, dell'ira si freni l'impeto micidiale.
Ritirati, per ora.
TAR.
Sì, signor, manco male.
(si ririra.)
TOR.
A sé mi chiama il Duca; fa che l'udienza aspette;
Prima di me all'udienza il Cavaliere ammette.
Entro: mi guarda appena; poi, con severo ciglio,
Che di Ferrara io parta dar mi vuol per consiglio
Consiglio d'un sovrano, comando è in caso tale.
Stelle! si vuol ch'io parta? Che mai fatto ho di male?
È ver che d'una colpa porto macchiato il cuore;
Ma noto esser non puote il mio segreto amore.
E al mio signor, se note fosser le mie catene,
Quella per cui sospiro, a lui non appartiene.
Ma a figurar ragioni perché invan m'affatico?
Il cuor del mio sovrano sedotto ha il mio nemico
Perfido! a' tuoi disegni troncar saprò la strada:
Targa, Targa.
TAR.
Signore.
TOR.
Portami la mia spada.
TAR.
La spada?
TOR.
Sì, fa presto.
TAR.
Ecco qui, siam da capo.
TOR.
Non mi stancar.
TAR.
Badate, torna a girarvi il capo.
TOR.
Misero me! La bile sento che mi divora.
TAR.
Un bicchier d'acqua fresca.
TOR.
Vattene alla malora.
TAR.
Un po' di sangue...
TOR.
Indegno, vanne, ch'io non t'ammazzi.
TAR.
Comincio a dubitare che i poeti sian pazzi.
(parte.)
SCENA SECONDA
TORQUATO solo, poi TARGA.
TOR.
No, fuor di me non sono; no, non è questa mia,
Che m'agita e m'accende, dichiarata follia.
Ma giugnere all'eccesso potrebbe a poco a poco,
Se a spegner io tardassi nel sen dell'ira il foco.
Amor, tu mi soccorri; porgimi, Amore, aita.
Oimè! dal mio nemico ho da impetrar la vita?
Sì, l'unico conforto son gli amorosi versi,
Dolce rimedio al cuore, benché d'amaro aspersi.
Leggansi que' poc'anzi all'idol mio diretti:
Divertasi la mente nel renderli corretti.
(va al tavolino, cercando il madrigale.)
Dov'è il foglio? Ma dove? Più nol ritrovo.
Oimè!
Targa, Targa.
TAR.
Signore.
TOR.
Il madrigal dov'è?
TAR.
Il madrigal?
TOR.
Sì, quello.
TAR.
Non so che cosa sia.
TOR.
Pochi versi rimati, una breve poesia.
TAR.
Una pentola, un piatto vi darò, se 'l volete;
Ma se poesie cercate, a me non le chiedete.
Quando voi domandato m'avete il madrigale,
Credeva, con rispetto, voleste un orinale.
TOR.
Chi è stato qui?
TAR.
Nessuno.
TOR.
Testaccia maledetta!
Dov'è il foglio? (lo prende per un braccio.)
TAR.
Nol so, non me n'intendo.
(con timore.)
TOR.
Aspetta.
(lo lascia.)
Stato v'è don Gherardo?
TAR.
Sì, don Gherardo, è vero.
TOR.
Egli l'avrà...
TAR.
Pigliato.
TOR.
No, ch'egli è cavaliero.
Tu dei renderne conto.
(lo afferra.)
TAR.
Signor, per carità.
TOR.
Potrebbe averlo preso...
TAR.
Per sua curiosità.
Sapete pur ch'egli è curioso, curiosissimo.
TOR.
Non è vano il sospetto.
TAR.
Sospetto fondatissimo.
TOR.
Cercami don Gherardo.
TAR.
Sì signore.
(in atto di partire.)
TOR.
Ma no.
(L'amor per Eleonora come nasconderò?) (da sé.)
TAR.
Picchiano, con licenza.
TOR.
Deh, non abbandonarmi.
TAR.
Torno.
(Mai più poeti, se giungo a liberarmi).
(da sé, e parte.)
SCENA TERZA
TORQUATO solo, poi TARGA.
TOR.
Del consiglio del Duca chi sa cagion non sia
Il madrigale, in cui svelo la fiamma mia?
Geloso è don Gherardo del nome d'Eleonora,
Geloso esser il Duca può di tal nome ancora.
L'uno la moglie, l'altro la favorita ha in cuore:
Ambi di me nemici resi da un solo amore.
Se mi dichiaro, acquisto d'uno la grazia, è vero;
Ma l'altro da me offeso sarà meco più fiero.
Parmi miglior consiglio lasciarli nell'inganno,
Dividere il sospetto, dividere l'affanno,
E procurar, per quanto potrà la forza mia,
Scacciar dell'un dell'altro dal cuor la gelosia.
TAR.
Signor, siete richiesto.
TOR.
Chi mi vuole?
TAR.
Una bella
Che chiamasi Eleonora.
TOR.
Qual di lor? (con agitazione.)
TAR.
La donzella.
TOR.
(Oimè, scuoter m'intesi tutte le fibre al petto).
(da sé.)
TAR.
Cosa ho da dirle?
TOR.
Aspetta.
(pensando.)
TAR.
Picchiano.
TOR.
Aspetta.
TAR.
Aspetto.
TOR.
Dille che venga.
TAR.
Bene.
E quel ch'ora ha picchiato?
TOR.
Chi sarà?
TAR.
Lo vedremo.
TOR.
Di' che non son tornato.
TAR.
Ho inteso, sì signore; mi basta una parola.
(L'amico coll'amica vuol star da solo a sola).
(da sé, e parte.)
SCENA QUARTA
TORQUATO, poi ELEONORA.
TOR.
Costei, che or viene a caso, giovi ai disegni miei,
Credasi che i miei carmi favellino di lei.
Ma io del mondo in faccia m'avvilirò a tal segno?
Anche all'onor del cuore provvederà l'ingegno.
ELE.
Serva, signor Torquato.
TOR.
Buondì, Eleonora bella.
ELE.
Bella a me?
TOR.
Bella a voi.
ELE.
Signor, io non son quella.
Tutto il bello ch'io vanto, è d'Eleonora il nome
Ma non ho, come l'altre, bel viso e belle chiome.
Di signoria mi manca il prezioso onore,
Solo vantar mi posso di schiettezza di cuore;
Onde, se non per altro, almeno pel cuor mio
Degna di quattro versi potrei essere anch'io.
TOR.
(Don Gherardo indiscreto! Del madrigale è intesa).
(da sé.)
ELE.
(D'esser un po' lodata proprio mi sento accesa).
(da sé.)
TOR.
A queste stanze mie qual motivo vi guida?
ELE.
Una question si brama, che da voi si decida.
Un certo madrigale parla d'Eleonora:
Alcuno alla Marchesa l'applica, mia signora;
Alcun di don Gherardo alla consorte: ognuna
D'esser da voi stimata aspira alla fortuna;
E mandanmi da voi entrambe in confidenza,
A rilevar, se posso, l'arcano e la sentenza.
TOR.
Quel che nel sen racchiudo, non spiego con parole.
Dite alle due Eleonore, ch'elleno non son sole.
ELE.
È ver, di cotal nome ve ne son altre ancora.
Per esempio, ancor io ho il nome d'Eleonora...
Ma da metter non sono in paragon di quelle.
TOR.
Gli occhi dell'uom son quelli che fan le donne belle.
L'amor, la tenerezza, il cuor d'affetti pregno,
Può far qualunque oggetto meritevole e degno.
Tutti siam d'una pasta, ed è mero accidente
Che una sia la padrona, e l'altra la servente.
ELE.
È vero, è un accidente ch'io sia a servir costretta.
Nata son cittadina; mio padre era cornetta.
E a quel che dir intesi, mia madre, se non fallo,
Era di Magnavacca, o di Bagnacavallo.
M'hanno allevato sempre con tutta civiltà;
Mia madre praticava il fior di nobiltà;
E s'ella non moriva da certo mal di gola,
Avrei fatto fortuna sotto la di lei scuola.
TOR.
Forse da miglior sorte non siete assai lontana.
ELE.
Se viveva mia madre, io sarei cortigiana.
Chi sa che non avessi in questa Corte anch'io
Un marito onorato, qual era il padre mio?
Era da tutti amato.
Facean finezze ognora
A lui, alla consorte e alla figliuola ancora.
TOR.
(Scorgesi l'ignoranza).
(da sé.) Restino i morti in pace;
Voi potrete finezze aver quante vi piace.
ELE.
Da chi?
TOR.
Da chi s'appaga del buon che in voi avete.
ELE.
Dite: son miei quei versi?
TOR.
Vostri son, se volete.
ELE.
Capperi, chi potrebbe ricusare un tal dono?
Sono versi amorosi.
TOR.
Ma in quelli io non ragiono.
ELE.
Chi dunque?
TOR.
Tirsi parla; Tirsi, ignoto pastore.
ELE.
Eh, che voi siete Tirsi.
TOR.
Chi ve lo dice?
ELE.
Il cuore.
Così quella foss'io, che il pastorello adora.
TOR.
Lo può sperar chi il merta.
ELE.
Chi lo merta?
TOR.
Eleonora.
(parte.)
SCENA QUINTA
ELEONORA sola.
ELE.
Ei me l'ha detto in modo, che quasi giurerei
Che fosse innamorato cotto de' fatti miei.
Perché no? già si sente che un uomo che ha studiato
Non guarda nella donna né il sangue, né lo stato;
Fuori di questo, a dirla, non son delle più brutte,
E fuor della ricchezza, ho anch'io quel che hanno tutte.
SCENA SESTA
DON GHERARDO e la suddetta.
GHE.
Or che non vi è Torquato, rimetterò...
che vedo?
Che fate qui?
ELE.
Signore, gli altrui fatti non chiedo.
GHE.
Via, via, non v'adirate.
Chi vi manda?
ELE.
Nol so.
GHE.
Vi manda la Marchesa?
ELE.
Signor sì, e signor no.
GHE.
Come sarebbe a dire?
ELE.
Come comanda lei.
GHE.
Siate bonina un poco.
ELE.
Che vuol da' fatti miei?
GHE.
Se voi mi dite il vero, perché qui vi trovate,
Uno scudo vi dono.
ELE.
Eh!
GHE.
Davver.
ELE.
Mi burlate.
GHE.
Eccolo qui, tenete.
ELE.
Io vi prendo in parola.
GHE.
Ecco, lo scudo è vostro.
ELE.
(M'ha preso per la gola).
(parte.)
GHE.
E ben, per qual motivo siete venuta qua?
ELE.
Vi dirò, m'ha condotta certa curiosità.
GHE.
Il vizio delle donne.
E così?
ELE.
Mi premeva
Spiegato un madrigale, che ben non s'intendeva.
GHE.
Qual madrigale?
ELE.
Un certo madrigale amoroso,
Composto da Torquato.
GHE.
Bello?
ELE.
Maraviglioso.
GHE.
Come dice?
ELE.
Non so.
GHE.
Sarebbe questo qui?
ELE.
Come principia?
GHE.
Tirsi...
ELE.
È quello, signor sì.
GHE.
Ma voi del madrigale come avete saputo?
ELE.
La signora Marchesa m'ha detto il contenuto.
Cioè, a me non l'ha detto, ma colla vostra sposa
Intesi favellarne; era perciò curiosa
Di sentir da Torquato la vera spiegazione,
Per veder chi di loro aveva più ragione.
GHE.
E ben, ve l'ha spiegato?
ELE.
Me l'ha spiegato or ora.
GHE.
Di chi parla il poeta?
ELE.
Parla d'Eleonora.
GHE.
D'Eleonora parla, si sente, anch'io lo so.
Parla della Marchesa?
ELE.
Ho paura di no.
GHE.
Ah sì, sì, sarà vero.
Ardo di gelosia:
Torquato sarà acceso della consorte mia.
Questo è quel che s'acquista a prendere una sposa,
Che sia di bell'aspetto, disinvolta, graziosa.
A simili perigli, no, non si può star saldi:
La bile mi divora.
ELE.
Signor, la non si scaldi,
Che se il poeta nostro sente d'amore il foco,
Alla di lei consorte molto non pensa, o poco.
GHE.
E a chi dunque?
ELE.
Vi basti saper che non è quella.
GHE.
Ma chi sarà?
ELE.
Non so.
GHE.
Ditelo, gioia bella.
Ditelo a me.
ELE.
Non posso.
GHE.
Un altro scudo.
ELE.
Eh via.
GHE.
Eccolo, ve lo dono.
ELE.
Grazie a vossignoria.
GHE.
E così?
ELE.
Deggio dirlo?
GHE.
Sì! saperlo desio.
ELE.
Sa chi è la favorita?
GHE.
Dite chi è?
ELE.
Son io.
(fa una riverenza, e parte.)
SCENA SETTIMA
DON GHERARDO, poi TORQUATO.
GHE.
Come! sentite, dite.
Par ch'abbia ai piedi l'ale.
Vorrei saper...
due scudi, affé, li ho spesi male.
Può darsi che Torquato sia acceso di costei.
Ma come, quando, dove...
tutto saper vorrei.
Eccolo ch'egli viene.
Ripongo il madrigale.
Che cos'è questo scritto? qualch'altro originale?
Tondo è il ricco edifizio...
Vuò ricavar da lui...
TOR.
Signor, chi v'ha insegnato guardare i fatti altrui?
GHE.
Compatite: v'è noto ch'io son de' versi amante,
Stimo le cose vostre d'ogn'altra cosa innante.
Quella che qua mi porta, non è curiosità;
È amicizia, è passione...
TOR.
Unita a inciviltà.
GHE.
Voi m'offendete, amico, parlandomi così.
TOR.
Dov'è il mio madrigale?
GHE.
Il madrigale è qui.
TOR.
A voi chi diè licenza levarlo da quel loco?
GHE.
Con un par mio, Torquato, voi eccedete un poco.
TOR.
Libero a tutti parlo, se so d'aver ragione.
Non porterei rispetto in tal caso al padrone.
GHE.
Spiacevi che si sappia l'amor che in sen nutrite?
TOR.
Qual amor? io non amo.
GHE.
Eh, che si sa.
TOR.
Mentite.
GHE.
Una mentita a me? Vi corre un bel divario...
TOR.
Perdonate il trasporto; lo so, fui temerario;
Ma i primi moti in seno frenar non mi è permesso.
GHE.
Dell'amicizia in grazia, vi perdono ogni eccesso.
Basta che in ricompensa di mia benevolenza,
Non ricusiate almeno farmi una confidenza.
Qual sia quella che amate, da voi saper io bramo.
TOR.
Amico, questo tasto, pregovi, non tocchiamo.
GHE.
Vi compatisco; in fatti, un uomo come voi,
Impiegar non dovrebbe sì mal gli affetti suoi.
TOR.
(M'annoia).
(da sé.)
GHE.
Un uomo dotto, di meriti ripieno,
Amar femmina vile?
TOR.
(Or or disciolgo il freno).
(da sé.)
GHE.
Ma l'amate davvero?
TOR.
Basta, per carità.
GHE.
Ditemi sì o no, almen per civiltà.
TOR.
Di quel che a voi non preme, siate curioso meno.
GHE.
Alfin non è gran cosa.
Ditemi il ver.
TOR.
Son pieno.
GHE.
D'amor per la ragazza?
TOR.
Di rabbia e di dispetto.
GHE.
Via, sfogatevi meco.
TOR.
(Che tu sii maladetto).
(da sé.)
GHE.
Confidatevi a me.
TOR.
Voi stuccato m'avete.
Voi, signor, m'annoiate.
GHE.
Una bestia voi siete.
TOR.
Cessate, don Gherardo, di rendermi molestia,
O vi darò ragione di chiamarmi una bestia.
GHE.
Siete un ingrato.
TOR.
È vero.
(fremendo.)
GHE.
Un incivile.
TOR.
Sì.
GHE.
Un mentecatto.
TOR.
Ancora.
GHE.
Un vil.
TOR.
Basta così.
(minacciandolo.)
Avvezzo a tali insulti Torquato unqua non fu.
GHE.
Vado via.
TOR.
Sarà bene.
GHE.
E non ci torno più.
TOR.
Meglio assai.
GHE.
Dell'affronto me ne ricorderò.
TOR.
Quando si va, signore?
CHE.
Mai più ci tornerò.
(in atto di partire.)
SCENA OTTAVA
TARGA e detti.
TAR.
Signore, un forestiero favellarvi desia.
TOR.
Si trattenga un momento.
GHE.
Dimmi: si sa chi sia? (a Targa.)
TAR.
Parmi napolitano.
GHE.
Quand'è arrivato?
TAR.
Ieri.
TOR.
Vattene.
(a Targa, che parte.)
GHE.
(Son curioso.
Resterei volentieri).
(da sé.)
TOR.
Signor, ricever devo, se mi date licenza,
Il forestier.
GHE.
Servitevi con tutta confidenza.
TOR.
Può esser ch'ei non voglia per or conversazione.
GHE.
Venga, parli; il sapete, io non do soggezione.
TOR.
Lo vuò ricever solo.
Ve l'ho da dir cantando?
GHE.
Voi mi mandate via.
TOR.
Sì signore, vi mando.
GHE.
So che scherzate, amico, perciò non me n'offendo:
Dovete restar solo, è ver, non lo contendo.
Ma quando il forestiere sia stato un pezzo qui,
Potrò venire allora?
TOR.
Signor no.
GHE.
Signor sì.
(parte.)
SCENA NONA
TORQUATO solo.
TOR.
La sofferenza mia giunta parmi all'eccesso.
Fuori per l'atra bile soglio andar di me stesso.
Sentiami nell'interno moti violenti e strani,
Poco mancò non abbia adoprate le mani.
Chi è di là? S'introduca il forestier.
Che vedo?
Don Gherardo con lui? Sarà suo amico, io credo.
SCENA DECIMA
DON FAZIO, DON GHERARDO e detto.
GHE.
Venite pur, signore...
FAZ.
Schiavo allo sì Torquato.
GHE.
Vedrete un uomo grande.
(a don Fazio.)
FAZ.
Voi m'avete frusciato.
(a don Gherardo.)
TOR.
Signor, lo conoscete quel ch'è con voi venuto? (a don Fazio.)
FAZ.
Da che l'ho dato a balia, più non l'aggio veduto.
TOR.
Don Gherardo, da voi dunque si spera invano...
GHE.
Aspettate un momento.
(a Torquato.) Siete napolitano? (a don Fazio.)
FAZ.
Sì signore.
GHE.
Non pare: non siete caricato
Nelle parole vostre.
FAZ.
Aggio un poco viaggiato.
TOR.
Ehi! chi è di là? sediamo.
GHE.
Voglio seder vicino...
TOR.
Don Gherardo...
GHE.
Per grazia, soffritemi un pochino.
TOR.
(Di rompergli la faccia prurito ora mi viene.
Ah, si freni la collera.
Non facciamo altre scene).
(da sé, siedono.)
FAZ.
Tu sei, Torquato mio, in Sorriento nato;
In Napole t'aveva lo patre generato;
Sia per l'un, sia per l'autro, chiaro se bide e chiano,
Tasso, non v'è che dicere, tu sei napoletano.
GHE.
Dicon sia bergamasco...
TOR.
Chetatevi un momento.
FAZ.
Da Bergamo è lo patre, la matre da Sorriento.
In casa della mamma è nata chissa gioia;
Quella però se dice che sia la patria soia.
TOR.
Signor, sul nascer mio niuno finor pretese;
Merto non ho che vaglia a risvegliar contese.
Misero qual io sono, dagli Itali non spero
L'onor ch'ebbe da' Greci il combattuto Omero.
Anzi che s'abbia a dire paese sfortunato,
Temo, per mia cagione, quello dov'io son nato.
FAZ.
Sanno i Napoletani, sa tutta la cettate,
Che tu se' sfortunato, che vivi in povertate.
I parenti, li amici, el popolo t'invita
A passà, bene mio, chiù meglio la to vita.
GHE.
Ei non potrà venire, perch'è in Corte impegnato.
FAZ.
Uh, managgia la mamma porzì che t'ha figliato.
GHE.
Bravo; così lo stile di Napoli si sente.
TOR.
Voi meritate peggio.
(a don Gherardo.)
GHE.
Non me n'offendo niente.
FAZ.
Vieni, Torquato mio, vieni alla città bella:
Non essere chiù ingrato all'amore di quella.
Sarai lo ben veduto da principi e marchesi,
Avrai delli carlini, avrai delli tornesi;
Songo per te venuto: vieni con meco...
GHE.
Io dubito
Ch'egli non ci verrà.
FAZ.
Pozza morì de subito.
(a don Gherardo.)
GHE.
Obbligato, signore.
TOR.
Siete ancora contento? (a don Gherardo.)
GHE.
È de' Napolitani solito complimento.
FAZ.
Vedrai la gran cettate, ch'ogni cettate avanza,
De popolo ripiena, ripiena d'abbonnanza.
Abbonna de persone nobile e vertuose,
D'omeni letterati, di femmine graziose.
Tutti con braccia apierte là stannote aspettanno.
Ciascun se sente dicere: quanno l'avrimmo, quanno?
Dimme, verrai tu meco?
GHE.
Non ci verrà, signore.
FAZ.
Che te venga lo canchero in mezzo dello core.
GHE.
Ecco un'altra finezza.
(a Torquato.)
TOR.
Finezza a voi dovuta.
FAZ.
Pozza essere acciso.
(a don Gherardo.)
GHE.
Sentite? mi saluta.
(a Torquato.)
Fatemi grazia almeno di dirmi, in cortesia,
Giacché tanto mi onora, chi è vossignoria?
FAZ.
M'hai frusciato abbastanza: te pozzano pigliare
Tanti cancheri quante le arene dello mare.
Lo fulmene te pozza piglià tra capo e cuollo;
Te pozza soffocà le fiamme de Puzzuollo;
Pozza crepà con tutte porzì le imprecazioni
De tutti i mareiuoli, de tutti i lazaroni;
E quanno sarà ito in braccio a Belzebù,
Pozz'essere scannato un'atra vouta, e chiù.
(parte.)
SCENA UNDICESIMA
TORQUATO e DON GHERARDO.
GHE.
Chiamatelo, chiedete se nulla si è scordato.
TOR.
Dirò, senza di lui, che siete uno sguaiato.
Non si tratta così, di voi mi maraviglio;
Oprate senza senno, senz'ombra di consiglio.
Sempre da voi mi tocca soffrir ingiurie nove.
Quel forestier mi preme.
Andrò ad udirlo altrove.
(parte.)
GHE.
Va in collera Torquato, ma poi è amico mio:
Bel bello il forestiere vuò seguitare anch'io.
Dai termini si sente ch'egli è napolitano,
Però non si distingue se nobile o villano.
Voglio saper chi è.
Sono curioso in questo:
Bestemmi, maledica, voglio sapere il resto.
(parte.)
ATTO TERZO
SCENA PRIMA
TORQUATO, poi TARGA.
TOR.
Sì, sì, vadasi pure dove miglior prepara
Stanza a me la fortuna.
S'abbandoni Ferrara.
In questa illustre Corte finor fui sfortunato;
Spesso, cangiando cielo, si cangia anche lo stato.
A Napoli si vada; quella mia patria sia,
Che a me professa amore, che m'offre cortesia.
Fuggasi della Corte la noia ed il periglio:
Del signor mio s'adempia il cenno ed il consiglio.
È ver, saran per questo contenti i miei nemici;
Ma io godrò lontano giorni assai più felici.
Godrò giorni felici? Ah no; dolente ognora
Vivrò da te lontano, bellissima Eleonora.
È ver, ch'esser beato teco non posso appieno;
Ma veggoti, e in secreto posso adorarti almeno.
Oimè! partenza amara! Ahi, quai dubbi funesti!
Tu mi consiglia, o cuore.
Vuoi tu ch'io parta, o resti?
Ho già risolto.
Targa.
TAR.
Signor.
TOR.
Tutto sia lesto
Per partire in domani.
TAR.
Il baul si fa presto.
Quando vi ho messo dentro i vostri scartafacci,
Tutto quello che resta, son libri e pochi stracci.
TOR.
Targa, si cambieranno gli astri per noi severi.
TAR.
Lo voglia il ciel, ma temo.
TOR.
L'hai da sperar.
TAR.
Si speri.
Ma...
TOR.
Che ma? Questo ma che dir vuol?
TAR.
Niente, niente.
TOR.
Parla.
TAR.
Vi contentate?
TOR.
Parla liberamente.
TAR.
Tutto il mondo è paese, per tutto si sta bene,
Quando il cervello in cassa, come si dee, si tiene.
Voi foste fin ad ora per la virtù stimato;
Sareste con il tempo venuto in miglior stato;
Ma dopo che v'accese certo segreto amore...
TOR.
Basta così...
TAR.
(L'ho detto).
TOR.
Non mi fare il dottore.
Se di ciò più mi parli, ah giuro al ciel, t'ammazzo.
Vattene.
Dove vai? Presto il baule.
TAR.
È pazzo (parte.)
SCENA SECONDA
Torquato solo.
TOR.
Possibile che tutti con empia indiscretezza
Voglian rimproverarmi del cuor la debolezza?
Andrò da voi lontano, dolci pupille e vaghe:
Vedrò se lontananza vaglia a sanar le piaghe;
E se morir dovessi per un dolor più forte,
Una pena di meno proverò nella morte.
Io non avrò il tormento d'essere a voi vicino,
Soffrendo del mio cuore il barbaro destino;
E 'l curioso mondo, dopo mia morte ancora,
Vivrà incerto qual fosse la mia amata Eleonora...
Eccone due ad un tratto.
Ahi, qual incontro è questo!
SCENA TERZA
La MARCHESA ELEONORA, DONNA ELEONORA ed il suddetto.
MAR.
Parte il Tasso? (a Torquato.)
D.EL.
Ci lascia? (a Torquato.)
TOR.
Se 'l comandate, io resto.
MAR.
Di noi chi lo potrebbe voler con più ragione? (a Torquato.)
TOR.
Merito avete entrambe, odioso è il paragone.
MAR.
(Scaltro risponde).
D.EL.
(Il vero saper si spera invano).
TOR.
(Occhi miei, state in guardia; non scoprite l'arcano).
MAR.
Posso, se a voi fia grato, parlare al signor nostro,
Che mal di voi contento promosse il partir vostro.
S'egli è con voi sdegnato, m'ingegnerò placarlo.
Siete di ciò contento?
TOR.
Vi prego di non farlo.
MAR.
Per uom che non gradisce, gettata è la fatica;
Più cari i buoni uffici saranvi dell'amica.
S'ella restar v'impone, che sì, che dir io v'odo:
Resto per obbedirvi?
TOR.
Partirò in ogni modo.
D.EL.
Sì, partirà Torquato più presto, e con più gioia,
Delle mie preci vane recandogli la noia.
Lo so che le mie cure da lui son disprezzate;
Lo so che non m'ascolta.
TOR.
Signora, v'ingannate.
MAR.
Sentite? Egli vi adora.
TOR.
Nol dissi, e non lo dico.
D.EL.
Di lei sarete acceso.
TOR.
Sono d'entrambe amico.
MAR.
(Vediam chi di noi due la può sul di lui cuore).
In grazia mia restate, vel chiedo per favore;
A dama che vi prega, risponderete un no?
Ardirete partire? Dite.
TOR.
Ci penserò.
D.EL.
A quei della Marchesa aggiungo i voti miei:
Se per me non vi piace, restate almen per lei.
Grata a me in ogni guisa sarà vostra dimora.
E ben, che rispondete?
TOR.
Non ci ho pensato ancora.
D.EL.
(Che saper non si possa qual sia di noi distinta!)
MAR.
(Se m'ami, o mi disprezzi, ancor non son convinta).
TOR.
(Vuol ragion ch'io mi celi; ma questo è un penar molto.
Son col mio ben, né ardisco di rimirarlo in volto).
D.EL.
Un certo madrigale di voi ci fu mostrato.
MAR.
Un madrigal vezzoso.
TOR.
Non merta esser lodato.
MAR.
Sentesi che l'autore donna felice adora.
D.EL.
Sentesi che la donna ha il nome d'Eleonora.
TOR.
Nomi talor ne' carmi avvezzo a finger sono:
Se m'abusai del vostro, domandovi perdono.
MAR.
Dunque è falso che Tirsi Eleonora apprezzi?
D.EL.
Più non credo a' poeti, se a mentir sono avvezzi.
TOR.
Altro è mentire il nome, altro è mentir gli affetti:
Tirsi è pastor sognato, son veri i suoi concetti.
MAR.
Vero è dunque ch'egli ama?
TOR.
Verissimo.
D.EL.
E chi mai?
TOR.
Nol so.
D.EL.
Lo saprà Tirsi.
TOR.
Non glielo domandai.
MAR.
Né chieder lo potete, s'egli è pastor sognato.
Quello che Tirsi tace, potrà svelar Torquato.
TOR.
Svelar gli altrui segreti, signora, a me non piace.
Se non si spiega Tirsi, anche Torquato tace.
SCENA QUARTA
ELEONORA e detti.
ELE.
Signore, permettete ch'io dica fra di noi
Una cosa che preme.
Si mormora di voi;
Di voi geloso il Duca si mostra inviperito.
(alla Marchesa.)
Pare che sia geloso ancor vostro marito.
(a donna Eleonora.)
Smaniano tutti due per un istesso inganno.
(Ma quello che so io, non credono o non sanno).
(da sé.)
TOR.
Deh, il vostro piè, signora, vada da me lontano:
Non crescano gli sdegni per voi del mio sovrano.
Di me pur troppo il veggio nemico e sospettoso...
D.EL.
Dunque ha ragione il Duca d'esser di voi geloso.
TOR.
Ragione io non gli diedi, non manco al mio rispetto,
Ma nasce in cuore amante facilmente il sospetto.
D.EL.
Ite, Marchesa, altrove; voi siete il suo periglio.
TOR.
Ite voi pur, madama, vi prego e vi consiglio.
MAR.
Di temer don Gherardo avrà le ragion sue.
(a donna Eleonora.)
TOR.
Per carità, vi prego, itene tutte due.
D.EL.
(A me più caricato intimò la partenza).
MAR.
(Nel dir ch'io me ne vada, m'usò dell'insolenza).
SCENA QUINTA
Targa e detti.
TAR.
Signore, è la giornata questa de' forestieri.
Un altro vi domanda.
TOR.
Venga pur volentieri.
TAR.
Mandato ha l'imbasciata, ancora è un po' lontano.
TOR.
Sai dirmi chi egli sia?
TAR.
È un signor veneziano.
TOR.
Lo vedrò volentieri; amo assai la nazione.
Anderò ad incontrarlo.
Con vostra permissione.
MAR.
Servitevi, signore.
(sostenuta.)
D.EL.
Sì, servitevi, andate.
TOR.
Che vuol dir quest'asprezza? Siete meco sdegnate?
D.EL.
Vuol dir che quasi quasi disciolta è la contesa.
Partirò per piacervi.
Resterà la Marchesa.
(parte.)
TOR.
V'ingannate, signora.
MAR.
S'inganna, anch'io lo so.
Torni donna Eleonora, v'intendo: io partirò.
ELE.
Rido di tutte due, ch'hanno i lor sdegni accesi.
Non sanno, poverine...
Ehi, già ci siamo intesi.
(parte.)
TAR.
Andiam, che il forestiere non tarderà a venire;
Se baderete a donne, vi faranno impazzire.
(parte.)
TOR.
È vero, e son vicino ad impazzir per una.
Dissi con due lo stesso, e non m'intese alcuna.
(parte.)
SCENA SESTA
Il signor TOMIO e DON GHERARDO.
GHE.
Sì, signore, Torquato v'insegnerò dov'è.
TOM.
La me farà ben grazia.
GHE.
Favorite con me.
Ma chi è vossignoria?
TOM.
Cossa voleu saver?
GHE.
Faccio per dirlo a lui.
TOM.
Seu el so camerier?
GHE.
Vi corre un bel divario da me ad un cameriere.
TOM.
Chi xela, mio patron?
GHE.
Del Duca un cavaliere.
TOM.
Lustrissimo patron, con so bona licenza,
Dal Duca o dalla Corte mi no domando udienza.
Stalo qua sior Torquato?
GHE.
Abita qui.
TOM.
Ghe xelo?
GHE.
Vi sarà.
Che volete?
TOM.
Voggio parlar con elo.
GHE.
Ed io, che son amico di tutti i forestieri,
Vi condurrò da lui.
TOM.
Caro sior.
GHE.
Volentieri.
Venezian, non è vero?
TOM.
Venezian, per servirla.
GHE.
Se è lecito, il suo nome?
TOM.
Tomio, per obbedirla.
GHE.
Signor Tomio de' quali?
TOM.
Che vuol dir?
GHE.
Il casato?
TOM.
A vu nol voggio dir.
GHE.
Lo direte a Torquato.
TOM.
Ma andemio, o non andemio?
GHE.
Andiam, se avete fretta.
TOM.
Ma se son vegnù a posta.
GHE.
Dite: il Tasso vi aspetta?
TOM.
Credo de sì.
GHE.
Gli è noto quel che da lui volete?
TOM.
Nol sa gnente gnancora.
GHE.
Confidar lo potete
A me con segretezza, finché facciam la strada.
TOM.
Sior cavalier mio caro, l'è una bella seccada.
GHE.
Lo fo, perché un amico all'altro può giovare.
Lo fo per comun bene.
TOM.
No son gonzo, compare.
GHE.
Gonzo perché? Un amico dovrebbe esser lodabile.
TOM.
Vu no me tirè zoso, sier bombasina amabile.
GHE.
Però se mal concetto di me avete formato,
Andate, ecco la porta che mena da Torquato.
Il signor veneziano, se non dirà chi sia,
Qui resterà per poco, lo faremo andar via.
TOM.
(Lo vôi gòder sto matto).
(da sé.) La senta una parola.
Vorla saver chi son? Cosmo dalla carriola,
Quello che in Marzaria fa le fazzende soe;
E son vegnù a Ferrara a comprar delle scoe.
GHE.
Della scusa m'appago; per or basta così.
TOM.
Andemio, o non andemio?
GHE.
Torquato eccolo qui.
SCENA SETTIMA
TORQUATO e TOMIO.
TOM.
Amigo, finalmente ve vedo e v'ho trovà.
TOR.
Perché non inoltrarvi?
TOM.
Causa sto sior ch'è qua.
TOR.
Ma don Gherardo, eccede la sofferenza mia.
GHE.
Che occor che vi scaldiate? Ecco qui, vado via.
(s'allontana.)
TOR.
S'è lecito, signore, conoscervi desio.
GHE.
(Saprò s'egli si chiama o Cosimo, o Tomio).
(s'accosta.)
TOM.
Mi son...
se poderia parlar con libertà? (a don Gherardo.)
TOR.
Che impertinenza è questa? (come sopra.)
GHE.
A me?
TOM.
Che inciviltà!
GHE.
A me? Mi renderete conto di tal parola,
Signor Torquato Tasso, signor Cosmo Carriola.
(parte.)
SCENA OTTAVA
TORQUATO e TOMIO.
TOR.
Non so che dire intenda.
TOM.
No ghe badè a colù.
TOR.
Vorrei che si spiegasse.
TOM.
Mo via, tendemo a nu:
Son vegnù da Venezia apposta per trovarve.
Xe do ore che aspetto; me preme de parlarve.
Son Tomio Salmastrelli: son galantomo, e son
Uno che per i amici qualche volta xe bon.
Me piase i vertuosi, li tratto volentiera,
Conversazion con lori fazzo squasi ogni sera.
No son de quelle sponze, che suga qua e là
Tutti i pettegolezzi de tutta la città;
No son de quei che perde el tempo malamente
A criticar poeti, a dir mal della zente.
Amigo son de tutti; no vôi antegonista,
No disprezzo l'Ariosto, benché mi sia tassista.
No digo questo è il primo, quest'altro xe el segondo;
Del merito de tutti fazza giustizia el mondo.
La bella verità presto o tardi trionfa;
Rido de chi se scalda, rido de chi se sgionfa.
No digo, questo è bon; digo, questo me piase.
Dei altri ha più giudizio chi gode, ascolta e tase.
TOR.
Signor, mi fate onore, spiegandovi parziale
Di me, che di virtute non vanto il capitale.
Il cielo, che pietoso assiste agl'infelici,
A me concede al mondo un numero d'amici.
Questi per onor mio si serbino costanti;
Compatiscano gli altri me pur fra gl'ignoranti.
Se sol del vero in grazia mi sprezzano, han ragione:
Basta che non sien mossi da invidia o da passione.
In caso tal sarebbe il lor giudizio incerto,
La critica sospetta, l'impegno senza merto.
Chi parla per passione, perde del zelo i frutti,
E per far bene a un solo, fa pregiudizio a tutti.
TOM.
Basta, lassemo andar.
Pur troppo semo avvezzi
A sentir tutto el zorno de sti pettegolezzi.
Saveu perché a Ferrara son vegnù, sior Torquato?
Son vegnù, perché spero de farve cambiar stato.
TOR.
Come, signor?
TOM.
Dirò...
Ma, amigo, non usè
Dir gnanca ai galantomeni: sentève, se podè?
TOR.
Compatite, signore...
non son le stanze mie...
Andiam là, se v'aggrada...
TOM.
Oibò, staremo in pìe.
TOR.
Compatite, vi prego, la poca civiltà.
O andiamo, o qui sediamo.
TOM.
Via, sentemose qua.
TOR.
Vi servo.
(va per la sedia.)
TOM.
Lassè star.
TOR.
Lasciate in cortesia.
(prende la sedia.)
TOM.
Vu porterè la vostra, mi porterò la mia.
TOR.
Favorite.
TOM.
Sentève, che me sento anca mi.
A Venezia, compare, se pratica cussì.
Se sa le cerimonie, el galateo el savemo;
Ma con i complimenti tra nu no se secchemo.
Cussì, come diseva, son vegnù qua per vu.
S'ha dito che a Ferrara no voggiè restar più;
Che in Corte no stè ben, che gh'è delle contese,
E che gh'avè intenzion de scambiar de paese.
Quando la sia cussì, son qua per invidarve
A una città più bella, che no fa che lodarve.
Venezia xe el paese de vostra maggior gloria,
Sa la Gerusalemme squasi tutti a memoria:
I omeni, le donne, i vecchi, i putti, i fioli,
Mercanti, botteghieri, e fina i barcarioli.
I versi del Goffredo saver tutti se vanta:
I lo leze, i lo impara, i lo spiega, i lo canta.
Ogni tanto se sente citar un vostro passo;
Spesso se sente a dir: dirò, co dise el Tasso.
Della moral più soda, del conversar più onesto,
Fatto è el vostro poema regola, base e testo.
Donca quella città, che all'opere fa onor,
De posseder sospira el degnissimo autor;
E una partia de amici, che pol, che sa, che intende,
Là ve invida de cuor, là con el cuor v'attende.
Lassè, lassè la Corte, dove baldanza audace
Fa, come disè vu, perder del cuor la pace.
Compare, ho viazà el mondo, so qualcossa anca mi,
Ho praticà la Corte per mia desgrazia un dì.
Cariche non ho avudo, ma poder dir me vanto
Quello che dise el vecchio in tel settimo canto:
E benché fossi guardian degli orti,
Vidi e conobbi pur le inique corti.
TOR.
Grazie, signore, io rendo al benefizio offerto;
Tanta bontate ammiro, tanto favor non merto.
Venezia è un bel soggiorno, amabile, felice,
Ma accogliere l'invito per ora a me non lice.
Da Napoli stamane giunto è un amico espresso:
M'invitò qual voi fate: promisi andar con esso;
E la ragion per cui mi son seco impegnato,
Ell'è, perché nel regno di Napoli son nato;
Onde a quel che ricevo non meritato onore,
S'aggiugne della patria gratitudine e amore.
TOM.
Compare, a sto discorso no posso più star saldo.
Sta rason, compatime, m'ha fatto vegnir caldo.
Se sè nassù in Sorriento, cossa conclude? gnente.
Se sa che là sè nato solo per accidente.
Vostra mare xe andada a trovar so sorella,
L'ha trattegnua i parenti, l'ha partorio con ella.
Sè nassuo là, e per questo? Se nato fussi in mar,
Concittadin dei pesci ve faressi chiamar?
Dirà chi ve pretende, chi ha invidia al Venezian:
L'è stà generà in Napoli, el xe napolitan.
Fermeve, a chi lo dise, fermeve, ghe respondo:
De un omo che va in ziro, xe patria tutto el mondo.
Quando Bernardo Tasso a Napoli xe andà,
A Bergamo so patria no aveva renonzià.
Xe nati bergamaschi tutti i parenti sói,
E sarà bergamaschi, come xe el pare, i fioi.
Là xe la casa vostra, de Bergamo ai confini
Un tempo comandevi, sè adesso cittadini.
Del Tasso la montagna dà alla fameggia el nome.
Napolitan Torquato? Chi è che lo prova, e come?
Suddito de Venezia ogni rason ve vol;
Co chiama la sovrana, no, mancar no se pol.
E una sovrana tal, che a tutti è madre pia,
Piena de carità, d'amor, de cortesia,
No merita sti torti, no merita che ingrato
La lassa, l'abbandona, per Napoli, Torquato.
Savè che i forestieri corre a Venezia tutti,
Co i gh'ha bisogno, e i trova delle fadighe i frutti;
E so per esperienza, e ho sentio a confermar,
Che via da nu se stenta i omeni a impiegar.
Quel che mi ve offerisso, xe molto e xe seguro;
Quel che podè sperar a Napoli, xe scuro.
Concluderò coi versi che el messaggiero Alete
Dise al canto segondo, stanza sessantassete:
Ben gioco è di fortuna audace e stolto,
Por contra il poco, e incerto, il certo e il molto.
TOR.
Amo la patria antica; quella amo, ov'io son nato:
Ma in forestier paese finor mi volle il fato.
Parea che la fortuna fosse per me ridente,
Invitommi alla Corte almo signor clemente;
Venni a servir, compito il quarto lustro appena;
Tenero al piè mi posi dura servil catena,
Che sembra aver gli anelli d'oro massiccio e bello,
Ma ferro è la materia, impaniata d'orpello.
Fui fortunato un tempo, assai più che or non sono,
Seco guidommi il Duca in Francia a Carlo nono,
E quel monarca istesso, dicolo a mio rossore,
Segni mi diè parecchi di clemenza e d'amore.
Or non son quel di prima: lungo servir m'acquista
D'odio ingrata mercede, miserabile e trista.
Ciò ad accettar mi sprona il ben che viemmi offerto;
Ma se l'offerta accetti, sono tuttora incerto.
E a chi ragion mi chiede, altra ragion non dico:
Qui mi tien, qui mi vuole, fiero destin nemico.
TOM.
Diseme, caro amigo, xe vero quel che i dise.
Che Torquato in Ferrara abbia le so raìse?
TOR.
Signor, non vi capisco.
TOM.
Ve la dirò più schietta.
Xe vero che gh'avè qua la vostra strazzetta?
TOR.
Il termine m'è ignoto.
TOM.
La macchina, el genietto?
Gnancora? Che ve piase un babbio, un bel visetto?
TOR.
Basta così, v'intendo.
Chi è quel, saper vorrei,
Ch'esaminar pretende sino gli affetti miei?
Amo, non amo a un tempo, smanio, peno, sospiro.
Chi non c'entra, non parli.
Oimè! quasi deliro.
Ci rivedremo, amico...
per or chiedo perdono.
Mi si riscalda il capo, quando a lungo ragiono.
Risolverò, v'aspetto.
Per carità, signore,
Parlatemi di tutto; non parlate d'amore.
(parte.)
SCENA NONA
Sior TOMIO solo.
TOM.
Cossa xe sto negozio? la testa ghe vacila?
Ho paura che l'abbia dà volta alla barila.
Prima el giera un sospetto ch'el fusse innamorà,
Adesso de seguro el se vede, el se sa.
Amor fa de ste cosse, amor xe un baroncello,
Che ai omeni più grandi fa perder el cervello;
Ma mi no gh'ho paura de dar in frenesia,
Tre zorni innamorà no son stà in vita mia.
Me piase devertirme; me piase el vezzo, el ghigno:
Ma quando le se tacca, le impianto, e me la sbigno.
SCENA DECIMA
Il CAVALIERE DEL FIOCCO e detto.
CAV.
Signor, vi riverisco.
TOM.
Schiavo suo.
CAV.
Favoritemi.
Vossignoria chi è?
TOM.
Chi son mi?
CAV.
Compatitemi.
Un forestiere in Corte non è cosa dicevole
Non renda del suo grado il Prence consapevole;
Conciossiacosaché, se vi celate, io dubito
Battere le calcagna di qua dovrete subito.
TOM.
Del nome e della patria ve dirò ogni menuzzolo;
Tutto quel che volè, caro compare sdruzzolo.
Mi me chiamo Tomio, son nato venezian,
Vivo d'intrada, e i dise che fazzo el cortesan.
No son vegnù a Ferrara per cabale o per truffe,
Non ho lassà Venezia per stocchi o per baruffe;
Son vegnù per el Tasso, la verità ve digo.
Ve basta? Voleu altro? Disè su, caro amigo.
CAV.
Veniste per il Tasso? Il Tasso, affé, non merita
Che muovasi per lui persona benemerita.
È un uomo effeminato, nel di cui petto domina
Amor per una donna, che Eleonora si nomina.
Un che stimato viene pochissimo in Etruria,
Che mostra ne' suoi carmi di termini penuria,
Che sbaglia negli epiteti, che manca nei sinonimi,
Non merta che s'apprezzi, non merta che si nomini.
Nemico della Crusca, degn'è di contumelia;
E voi gli siete amico? No, no, farete celia.
TOM.
Cossa vuol dir far celia?
CAV.
I termini s'abbellano.
Fate celia si dice a quelli che corbellano.
TOM.
Come sarave a dir, in lingua veneziana,
Me piantè una carota, me contè una panchiana.
CAV.
Vari in ogni paese si sentono i riboboli:
Altro è il dir di Camaldoli, altro è il parlar di Boboli.
Ciriffo e il Malmantile ad impararli aiutano,
Ma quelli per Torquato son termini che putono.
TOM.
E termini per mi xe questi, patron caro,
Che par che i me principia a mover el cataro.
Voleu altro da mi?
CAV.
Vogliovi a iosa ostendere
Le imperfezion del Tasso, che non si pon difendere.
TOM.
Diseghene mo una.
CAV.
Ecco ch'io ve la spiffero
La prima melonaggine suonata a suon di piffero:
Sdegno guerrier della ragion feroce.
In tali gaglioffaggini il babuasso impegnasi.
Ragion non è feroce, la ragion non isdegnasi.
Schicchera paradossi, squaderna falsi termini,
Che fan muovere i bachi.
TOM.
Che vol mo dir?
CAV.
I vermini.
TOM.
Seu fiorentin?
CAV.
Nol sono, ma della lingua vantomi,
E cuopromi col vaglio, e col frullone ammantomi.
Son cavalier, son tale che ha veste, e può decidere;
E appresi la farina dalla crusca a dividere.
TOM.
Caro sior cavalier, siben son venezian,
Mi me ne son incorto, che no gieri toscan.
Usa i Toscani, è vero, bone parole e pure,
Ma usar no i ho sentii le vostre cargadure.
Capaci eli no xe de dir dei barbarismi,
Ma gnanca no i se serve dei vostri latinismi.
La critica ho sentio del verso de Torquato;
Son qua, sior cavalier, son qua, sior letterato.
Risponderò, come da me si suole,
Liberi sensi in semplici parole.
Sdegno guerrier: distingue el sdegno del valor
Da quel che per la rabbia degenera in furor.
Sdegno della ragion: ogni moral insegna,
Che anca la virtù stessa colla rason se sdegna;
E la ragion feroce sona l'istessa cosa,
Che dir la ragion forte, la ragion valorosa.
Coi occhi della mente esaminè Rinaldo,
Un omo figureve che per amor sia caldo,
Che se ghe leva el velo dai occhi impetolai,
Che se ghe sciolga in petto i spiriti incantai;
Se sveglia la rason, e la rason se accende
De quel sdegno guerrier, che el so dover comprende;
E tanto pol el scudo, e tanto pol la voce
D'Ubaldo, che deventa sdegno guerrier feroce;
Onde rason rendendo l'omo sdegnoso e forte,
Rinaldo abbandonando della maga le porte,
Squarciossi i vani fregi e quelle indegne
Pompe, di servitù misere insegne.
CAV.
Cotesta cantafera è badiale e ridicola,
Ma chi cinguetta a aria, zoppicando pericola.
Tasso par tutto il mondo, ma il parere e non essere,
È come giustamente il filare e non tessere.
Vi proverò col testo, ch'ei non è autor dell'opera;
Che Omero, Dante, Ovidio e il buon Virgilio adopera;
Che veste l'altrui penne la garrula cornacchia,
Che cigno di palude non modula, ma gracchia.
Atto a condur dassezzo più che la penna il vomero,
Merta che si coroni di buccie di cocomero.
SCENA UNDICESIMA
Sior TOMIO solo.
TOM.
Chiaccole senza sugo.
Sto sior voggio sfidarlo.
E col Tasso alla man, in sacco vôi cazzarlo.
Ghe spiegherò dell'opera tutta l'allegoria,
Ghe proverò i precetti dell'epica poesia,
La favola, l'istoria, l'intreccio, i episodi,
L'espression, i argomenti, e le figure, e i modi;
Con un bon Venezian sto sior che nol se meta,
El resterà in vergogna, ghe dirò col poeta:
Renditi vinto, e per tua gloria basti,
Che dir potrai che contro me pugnasti.
(parte.)
ATTO QUARTO
SCENA PRIMA
Sior TOMIO solo.
TOM.
Quanto che pagheria saver chi è sta Leonora,
Che el cuor del mio Torquato, poverazzo, innamora!
Quel sior dai slinci e squinci me l'ha accennà de volo,
Ma l'ho sentio da tanti, no l'ho sentio da un solo;
De véderla gh'ho voggia; troverò ben el come.
So a bon conto qualcossa.
So per adesso el nome.
Ghe xe in ti Veneziani, per dir la verità,
In materia de donne della curiosità.
Ghe n'avemo a Venezia pur troppo in abbondanza,
E par, a chi ne vede, no ghe ne sia abbastanza.
Se passa un zendaetto, ch'abbia un poco de brio,
Se tiol el tratto avanti, e se se volta indrio.
E quando le se sconde, allora vien la voggia;
Par che sotto el zendà se sconda qualche zoggia.
Se ghe va drio bel bello per Marzaria, per Piazza.
E po? e po se scovre qualche brutta vecchiazza.
SCENA SECONDA
La MARCHESA ELEONORA ed il suddetto.
MAR.
(Il Veneziano è questi, che amico è di Torquato).
TOM.
(Olà! che bel caetto! Tomio, no far el mato).
MAR.
(Sentirei volentieri se parte il nostro autore).
TOM.
Servitor umilissimo.
MAR.
Serva di lei, signore.
TOM.
La scusi, la perdoni; son qua per accidente.
MAR.
S'accomodi.
TOM.
Obbligato.
MAR.
Serva sua riverente.
TOM.
Se è lecito, ella ela de Corte?
MAR.
Sì signore.
Son della Principessa prima dama di onore.
TOM.
Me ne consolo.
MAR.
Dite, viene con voi Torquato?
TOM.
Spero de sì.
MAR.
Lo renda il ciel più fortunato.
TOM.
El lo merita in fatti.
MAR.
Lo merita, egli è vero.
Spiacemi che in Ferrara provi il destin severo;
Ma quei che per invidia cercano il di lui danno,
Forse d'averlo offeso un dì si pentiranno.
TOM.
La parla con bontà del nostro autor novello.
Sento che la lo stima.
MAR.
Per giustizia favello.
TOM.
Col dir fazzo giustizia, la ghe fa un bell'onor;
Ma se ghe zonze gnente de bruseghin de cuor?
MAR.
No, signor Veneziano.
Non l'amo niente più
Di quel che in lui esiga il merto e la virtù.
Voi non mi conoscete.
D'un letterato onora
I pregi al mondo noti la marchesa Eleonora.
(parte.)
SCENA TERZA
Sior TOMIO e DON GHERARDO.
TOM.
Dove vala? la senta.
Ih ih, la xe scampada.
La marchesa Leonora? per diana, l'ho trovada.
Questa xe giusto quella che ha innamorà Torquato.
GHE.
(Oh, non ho inteso bene.
Tardi sono arrivato).
TOM.
(Velo qua un'altra volta).
GHE.
(Quello che non ho inteso,
Posso saper da lui.
Ma no, troppo m'ha offeso).
TOM.
Patron mio riverito.
GHE.
Servitor suo devoto.
TOM.
Stala ben? vala a spasso?
GHE.
Faccio un poco di moto.
Tutto 'l dì alla catena...
TOM.
Tutto el dì sfadigar...
GHE.
(Dissimular Conviene).
TOM.
(El vien dolce, me par).
GHE.
Quella gentil signora, che or or da qui è partita,
La conoscete?
TOM.
Poco.
GHE.
È una dama compita.
TOM.
Certo me par de sì.
GHE.
Con voi non ha parlato?
TOM.
La m'ha parlà.
GHE.
V'ha detto qualcosa di Torquato?
TOM.
Ella no ha dito gnente, anzi la m'ha negà;
Ma da vari discorsi qualcossa ho combinà.
El nome, la fegura, el parlar tronco e scuro,
El sito, la premura...
la xe quella seguro.
GHE.
Quale?
TOM.
Quella, compare...
No so se m'intendè.
L'amiga de Torquato.
GHE.
Così pare anche a me.
TOM.
L'ha dito el Cavalier, l'ha dito qualcun altro.
Senz'altro la xe questa.
GHE.
Questa sarà senz'altro.
Se il Cavalier l'ha detto, il Cavalier saprà,
Forse dal Duca stesso, tutta la verità.
TOM.
Vu nol savè de certo?
GHE.
Non ero ancor sicuro.
Son un che i fatti altrui di saper non mi curo;
Però questa tal cosa mi dà divertimento,
Ma di quel che ho saputo non sono ancor contento.
A ritrovar il Duca ora vo presto presto:
Da lui vuò far di tutto di risapere il resto;
E per tirarlo a dirmi quel che saper mi preme,
Gli narrerò il discorso che abbiamo fatto insieme.
TOM.
Ma no vorria...
GHE.
Tacete, lasciate fare a me.
Torquato è amico vostro, un galantuomo egli è.
Fo per fargli del bene; per altro, lo ridico,
Della curiosità son mortale nemico.
(parte.)
SCENA QUARTA
Sior TOMIO, poi DONNA ELEONORA.
TOM.
Me n'accorzo anca mi, che gnente el xe curioso;
El smania per saver, l'è fanatico ansioso.
Più de quel che saveva, da lu non ho savesto;
Ma za che la sia quella persuasissimo resto.
La parla in so favor, la gh'ha nome Leonora,
Donca concluder posso...
chi xe st'altra signora?
D.EL.
Vo' andar dove mi pare.
Dove s'è mai udito
A numerar i passi alla moglie il marito? (verso la scena.)
TOM.
(La cria con don Gherardo: che la sia so muggier?)
D.EL.
(Oh questa sì ch'è bella! vuol veder, vuol saper).
TOM.
Patrona.
D.EL.
Serva sua.
TOM.
In collera? con chi?
D.EL.
(Che indiscreto!)
TOM.
La diga, se pol?...
D.EL.
Eccolo qui.
SCENA QUINTA
DON GHERARDO e detti.
GHE.
Vi prego in cortesia...
(a donna Eleonora.)
D.EL.
Vuò andar dove mi pare.
GHE.
Sì, ma ditemi almeno...
D.EL.
Non mi state a seccare.
Non vado fuor di Corte.
Ciò non vi basta ancora?
È un voler saper troppo.
GHE.
Zitto, cara Eleonora.
TOM.
(Leonora!) (da sé.)
GHE.
Andate forse dalla Duchessa?
D.EL.
No.
GHE.
Dalla Marchesa?
D.EL.
(È lunga).
(da sé.)
GHE.
Via, vi accompagnerò.
D.EL.
Son stanca di soffrirvi; non voglio compagnia.
Tornerò per prudenza nella camera mia.
(parte.)
SCENA SESTA
Sior TOMIO e DON GHERARDO.
TOM.
Vostra muggier?
GHE.
Sicuro.
TOM.
E la gh'ha el nome istesso?
GHE.
(Gioco che non va in camera).
(da sé.)
TOM.
Donca...
GHE.
Le vado appresso.
Ma no, megli'è ch'io vada dal Principe, a vedere,
A confrontare, a intendere, a cercar di sapere.
(parte.)
SCENA SETTIMA
Sior TOMIO, poi TORQUATO.
TOM.
Eleonora anca quella? No so, sto nome univoco
El poderave in Corte formar fursi un equivoco.
Scarso xe el fondamento sul qual mi ho giudicà.
Voi saver da Torquato...
per diana, eccolo qua.
TOR.
Di Napoli l'amico ad appagar non basto:
Insiste nel volermi, insiste nel contrasto.
Io fomentar non deggio tale contesa amara.
TOM.
Cossa penseu de far?
TOR.
Restar penso in Ferrara.
TOM.
Bravo; no me despiase sto grazioso espediente.
Se sol dir, che la lengua trà dove diol el dente.
Volentiera in Ferrara lo so che resteressi;
Ma cossa dise el Duca? come va sti interessi?
TOR.
Il Principe clemente a favellar m'intese;
Calmò la gelosia, che nel suo petto accese.
Spero la mia condotta non gli darà sospetto.
Venero la Marchesa; ho per lei del rispetto;
Ma non può dir ch'io l'ami.
TOM.
No xe gnanca el dover,
Che del so segretario corteggiè la muggier.
TOR.
Non è ver.
Chi lo dice?
TOM.
Oh, questa sì xe bella.
Le Leonore xe do: la sarà questa, o quella.
No m'aveu confessà...
SCENA OTTAVA
ELEONORA e detti.
ELE.
Signor...
(a Torquato.)
TOM.
Chi è sta signora? (a Torquato.)
TOR.
Serva della Marchesa e chiamasi Eleonora.
TOM.
Eleonora anca ela? Xelo un nome alla moda?
El xe un casetto bello; lassè che me lo goda.
In t'un palazzo istesso tre nomi stravaganti?
No parla una panchiana sul stil dei commedianti?
Sta cossa se in commedia, se in scena mi la vedo,
Digo l'autor xe matto, no pol star, no lo credo.
ELE.
Badate a me, signore, son venuta a avvisarvi:
Dal Duca e don Gherardo sentito ho a nominarvi.
Il Cavalier del Fiocco qual mantice soffiava,
Don Gherardo rideva, e 'l Duca minacciava;
E questo finalmente, per i sospetti suoi,
Parlava di vendetta, l'avea contro di voi.
TOR.
Misero me! fia vero che sospettar ei possa
Di me, della mia fede?
TOM.
Credo saver qualcossa.
TOR.
Ditelo, per pietade; lasciate ogni riguardo.
TOM.
El mal l'avemo fatto intra mi e don Gherardo.
TOR.
Come?
TOM.
Un cert'accidente, certe parole a caso,
Che amessi la Marchesa tutti do ha persuaso.
E lu, che l'è curioso pezo de una pettegola,
Che rason, che prudenza nol gh'ha gnanca una fregola,
L'è andà presto dal Duca; sa el ciel cossa l'ha fato,
Sa el ciel cossa l'ha dito!
TOR.
Ahimè, son rovinato!
TOM.
Gnente; vegnì a Venezia, e la sarà fenia.
ELE.
Non signore: Torquato non ha da venir via.
TOM.
No? per cossa?
ELE.
Perché l'affanno è inconcludente:
Il mal che gli sovrasta, si medica con niente.
TOM.
Via mo, da brava!
ELE.
Udite, presto v'insegno il come.
Accese il van sospetto l'equivoco del nome;
Basta ei vada dal Duca, e dica a aperta ciera:
Non amo la padrona, amo la cameriera.
TOM.
Bravo! adesso ho capio.
L'idea no me despiase.
Cossa diseu, compare?
ELE.
Cosa risponde?
TOM.
El tase.
ELE.
Ben, chi tace conferma.
Intendere si può.
TOM.
Confermeu la sentenza? semio d'accordo? (a Torquato.)
TOR.
No.
TOM.
Aveu sentio? (ad Eleonora.)
ELE.
L'ho inteso.
(mortificata.)
TOM.
Via, no ve vergognè.
Pur troppo de sti casi al mondo ghe ne xe.
(ad Eleonora.)
Quel che xe stà, xe stà: fenirla un dì bisogna;
Quando el mal se cognosse, prencipia la vergogna.
Fina che semo in tempo, se podè, remedieghe.
A sta povera putta quei do versi diseghe:
Sarò tuo cavalier quanto concede
La guerra d'Asia, e coll'onor la fede.
ELE.
Dunque di me si burla, dunque mi sprezza ingrato?
Io non credea mendace il labbro di Torquato.
È ver ch'ei non mi disse: ardo per voi d'amore;
Ma tal speranza almeno fe' ch'io nutrissi in cuore.
Dovea parlar più chiaro al cuor d'una donzella,
Dir doveva: Eleonora tu sei, ma non sei quella.
Delusa, scorbacchiata, me n'ho per male assai;
Quando mi fanno un torto, non me ne scordo mai.
Non sono una Marchesa, ma alfine son chi sono:
Me l'ho legata al dito, mai più gliela perdono.
(parte.)
SCENA NONA
TORQUATO e sior TOMIO.
TOM.
Sentiu cossa la dise? No par che la ve sfida?
La parla, la manazza coi termini d'Armida:
O mia sprezzata forma, a te s'aspetta
(Ché tua l'ingiuria fu) l'alta vendetta.
TOR.
Duolmi d'averle dato qualche lusinga invano.
TOM.
Ghe voleu ben?
TOR.
Amico, non son del tutto insano.
È ver che la ragione talor cede all'amore,
Ma in me spente non sono le massime d'onore.
TOM.
No la saria gran cossa amar una puttazza;
Xe pezo amar quell'altra, se el Duca ve manazza.
TOR.
Del Duca le minaccie per questo i' non pavento.
Sospetta, e i suoi sospetti non hanno
...
[Pagina successiva]