TORQUATO TASSO, di Carlo Goldoni - pagina 8
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Può gelosia nel Prence svegliar la diffidenza,
Ma la passione istessa dà luogo alla clemenza.
TOM.
Va ben, ma sarà meggio che vegnì via con mi.
TOR.
Amico, ho già risolto.
TOM.
De vegnir?
TOR.
Di star qui.
TOM.
Vardè ben quel che fe.
TOR.
Vuol l'onor mio ch'io resti.
Varie son le ragioni, vari i motivi onesti.
Si sa che 'l Duca irato volea la mia partenza:
Confesserei, partendo, macchiata la coscienza.
Lor cederei, partendo, troppo vilmente il loco.
De' miei nemici è nota l'ira, le trame, il foco:
E la Gerusalemme, che dar degg'io corretta,
Prima che di qui parta, vuò rendere perfetta.
Questa s'aggiunga all'altre ragion forti e sincere:
In me sospetta il mondo fiamme che non son vere;
Ma quando m'allontani per così ria cagione,
Pon perdere due donne la lor riputazione.
Parvi che giusto i' pensi? Trovate in questi accenti
La ragione, il consiglio, dell'uomo i sentimenti?
No, fuor di me non sono; d'errar non ho timore:
Il cuor non mi consiglia; parla ragione al cuore.
TOM.
No dirò, caro amigo, che siè fora de ton;
Pensè, parlè pulito; par che gh'abbiè rason.
Ma con quattro parole, se me ascoltè, m'impegno
Destruzer i argomenti fatti dal vostro inzegno.
Se andè via, no xe vero che reo siè dichiarà:
Napoli, podè dir, Venezia m'ha invidà.
Questa xe cossa chiara, questo xe un fatto certo,
Che della maldicenza pol metterve al coverto.
Dubitè che i nemici rida co sè andà via?
Podè mortificarli, se fussi anca in Turchia.
Anzi co sè lontan, podè con libertà
Dir le vostre rason, più assae che no fe qua.
El vostro bel poema toccar no ve conseggio;
Co le cosse sta ben, se fa mal per far meggio;
Ma quando che ghe abbiè sta tal malinconia,
Per tutto podè farlo: scriverè in casa mia.
All'ultimo argomento sentì cossa respondo:
O xe vero, o xe falso quel che sospetta el mondo:
Se amè, colla partenza se modera l'affetto;
Se non amè, più presto se modera el sospetto.
Lassè che tutti diga, e vegnì via con mi:
No sol le maraveggie durar più de tre dì.
Risolti i tre argomenti, vegno alle persuasive;
Pensemo a viver meggio quel poco che se vive.
Qua gh'è, per quel che sento, un mar de diavolezzi;
Vu gh'averè a Venezia quiete, decoro e bezzi.
Pesè l'un, pesè l'altro, siè de vu stesso amante.
Finirò el mio discorso, come fenisse Argante:
Tua sia l'elezione; or ti consiglia
Senz'altro indugio, e qual più vuoi ti piglia.
TOR.
Son le ragioni vostre convincenti, il confesso;
Ma ohimè, non sono, amico, padrone di me stesso.
Veggo il ben che m'offrite; goderlo io non son degno.
TOM.
Amigo, v'ho capio.
Gh'è del mal in tel legno.
TOR.
Che di me sospettate?
TOM.
No xe sospetto el mio.
Sè innamorà, gramazzo.
Sè zo, sè incocalio.
TOR.
Ah giusto ciel!
TOM.
Mi donca posso andar?
TOR.
Aspettate.
TOM.
Via resolvève, o andemo, o che mi vago.
TOR.
Andate.
SCENA DECIMA
TARGA e detti.
TAR.
Signor.
(frettoloso.)
TOR.
Che nuova c'e?
TAR.
Nuova funesta e ria.
TOM.
Cossa vuol dir?
TOR.
Via, parla.
TAR.
Vi conviene andar via.
(a Torquato.)
TOR.
Come? perché?
TOM.
Contème, cossa xe mai successo?
TAR.
Del padron nelle stanze evvi del Duca un messo:
Ei v'aspetta, signore, e ho ordine di dirvi
Che in tempo di tre ore dobbiate dichiarirvi
In certo madrigale qual sia la donna intesa,
O andar da questo stato dobbiate alla distesa.
TOM.
Se qua volè restar, sto amor convien scovrirlo.
TOR.
Non si sa, non si sappia.
Morirò pria di dirlo.
Dov'è costui? (a Targa.)
TAR.
V'aspetta.
TOR.
Vattene via di qua.
TAR.
Signor, badate bene che il cervello sen va.
TOR.
Ah temerario...
TOM.
Zitto, bisogna respettarlo.
Col paron no se burla.
TAR.
M'ha detto d'avvisarlo.
M'ha detto ch'io lo desti, quando il cervel gli frulla,
Ma parmi ogni dì peggio.
Con lui non si fa nulla.
(parte.)
SCENA UNDICESIMA
TORQUATO e sior TOMIO.
TOM.
No vôi abbandonarlo.
Sto nembo el passerà.
TOR.
Son fuor di me.
Vi prego...
vi domando pietà.
Parto, ma non so quando; andrò, ma non so dove.
M'investono per tutto i fulmini di Giove.
Andrò peregrinando, terra scorrendo e mare;
Vi raccomando, amico, le cose a me più care:
La mia Gerusalemme, Rinaldo innamorato,
L'Aminta, il Torrismondo e 'l mio Mondo creato,
Il canzonier, le prose, le lettre famigliari,
Le orazioni e 'l trattato diretto ai secretari,
Dell'arte del poema i tre ragionamenti,
L'apologia al Goffredo, i dialoghi, i commenti.
Questi vi raccomando, che a me costan sudore:
Vi raccomando, amico, il povero mio cuore.
Ma no, questo è perduto, perdermi deggio anch'io;
Mondo, amici, Ferrara, bella Eleonora, addio.
(parte.)
TOM.
Fermeve, vegnì qua.
El corre co fa el vento.
L'è matto per amor.
Donne, me fe spavento.
(parte.)
SCENA DODICESIMA
La MARCHESA ELEONORA, DONNA ELEONORA, poi DON GHERARDO.
D.EL.
Mi rallegro con voi.
Dunque il tempo s'appressa,
Che passar vi vedremo al grado di Duchessa.
MAR.
Non per il van desio di titolo sovrano,
Al Principe ho risolto di porgere la mano;
Ma ai replicati assalti di lui, ch'è mio padrone,
Ho condesceso alfine per più onesta ragione.
Sospetta di Torquato, crede ch'io l'ami, e freme:
Il misero poeta soffre, sospira e teme.
Parla di noi la Corte, mormora il mondo audace;
Quando mi sposi al Duca, ognun si darà pace.
D.EL.
Il fin per cui lo fate, è onestissimo, il veggio;
Basta che poi, sposata, non dicano di peggio.
MAR.
No, amica, l'onor mio non è in sì poca stima.
D.EL.
Soggetta a tai disgrazie non sareste la prima.
GHE.
(Entra nella camera, e vedendo le due che parlano, si trattiene in disparte per ascoltare.)
MAR.
Che perdanmi il rispetto sì facile non è.
D.EL.
Anch'io son conosciuta, e han detto anche di me.
GHE.
(Che parlan fra di loro?) (accostandosi un poco.)
MAR.
È vero, e a dir io sento
Che han di voi sospettato senz'alcun fondamento.
D.EL.
Dirò: per me Torquato ha della stima in cuore;
È facile la stima interpretarsi amore.
MAR.
(L'ambizion la seduce).
GHE.
(Non intendo parola).
MAR.
Torquato il suo rispetto non mostrò per voi sola.
D.EL.
Né sol per voi.
MAR.
Gli è vero, ma di me parla il mondo.
Dite, s'inganna forse?
D.EL.
Non so, non vi rispondo.
GHE.
(Se non sento, patisco).
(s'accosta un altro poco.)
MAR.
Dite liberamente...
D.EL.
Io non saprei che dirvi.
Dubbio è ciò che si sente.
MAR.
È ver, ma si potrebbe...
(È qui vostro marito).
(piano.)
D.EL.
(Sarà qui ad ascoltarci.
Vuò trargli l'appetito).
(piano.)
MAR.
(Cosa non è ben fatta)...
(piano.)
D.EL.
D'amore in testimonio, (principia a parlar forte.)
Mi consolo con voi del vicin matrimonio.
Vuò darvi un buon consiglio da usar col vostro sposo:
Fatelo disperare quand'ei fosse curioso;
Se vuol sentir che dite, se vuol veder che fate,
A rispettar impari le femmine onorate.
GHE.
(Si ritira un poco.)
D.EL.
E quando in lui cadessero di voi falsi sospetti,
Trattatelo qual merta, fategli dei dispetti.
GHE.
(Si ritira ancora.)
D.EL.
In questa guisa, amica, si troverà la strada
Di chiarire i curiosi.
GHE.
(Megli'è che io me ne vada).
(da sé, volendo partire.)
MAR.
(Parte).
(piano a donna Eleonora.)
D.EL.
(L'ho fatto apposta).
MAR.
Torquato in questo loco? (osservando la scena.)
D.EL.
Che mai vorrà?
GHE.
(Torquato? voglio ascoltare un poco).
(da sé; torna indietro, e si ricovera in un'altra stanza.)
SCENA TREDICESIMA
TORQUATO e detti.
TOR.
Godo trovarvi unite.
MAR.
Godo vedervi anch'io.
D.EL.
Che da noi comandate?
TOR.
Dirvi per sempre addio.
D.EL.
Come?
MAR.
Perché?
TOR.
Ch'io parta vuol l'avverso destino:
Andrò per l'ampia terra disperso pellegrino.
GHE.
(Esce pian piano, e si va accostando per ascoltare.)
TOR.
Mi vuole il mio Sovrano lontan dalla sua Corte;
Andrò dove mi guida la barbara mia sorte.
GHE.
(Vuole andar via, non vuole svelar l'occulto affetto).
D.EL.
Non è tiranno il Prence.
Si sa quel ch'egli ha detto.
Vuol saper di Torquato quale la fiamma sia;
Basta, perché restiate, troncar sua gelosia.
GHE.
(Sentiam cosa risponde).
MAR.
Basta, perché restiate,
Dir ch'è donna Eleonora quella che più stimate.
GHE.
(Oh, la sarebbe bella!)
D.EL.
Dirlo non può.
TOR.
L'arcano
Dal labbro il mondo tutto cerca strapparmi invano.
Amo, egli è ver pur troppo: d'amar solo m'appago;
Son di mercede indegno, son di pietà non vago.
Par che non s'ami al mondo, che per goder soltanto;
D'amar senza speranza vuole Torquato il vanto;
E ricusando ancora d'amor sì strano il merto,
Delle mie fiamme al mondo serbo l'oggetto incerto.
Pietà desti il mio caso in chi l'ascolta e vede:
Serva d'esempio altrui l'onor mio, la mia fede;
E ognun che ha cuore in petto, pria che d'amor s'accenda,
A esaminar le fiamme, a paventarle apprenda.
Belle in man di Cupido sembrano le catene,
Veder non lascia un cieco quel che a noi non conviene;
E quando fra' suoi lacci stretti siam dal tiranno,
Allor di noi si ride, mostrandoci l'inganno.
Intendami chi puote: spiegano i detti miei
Ch'io tal bellezza adoro, che adorar non dovrei.
Ma tali e tante sono quelle del nobil sesso,
Che per se stessa ognuna può interpretar lo stesso.
GHE.
(Torno ad esser dubbioso).
MAR.
Torquato, i vostri detti
Che spieghino non poco parmi gli occulti affetti.
Rimorso voi provate al vostro cuor fatale.
Donna Eleonora è moglie.
GHE.
(Affé, non dice male).
TOR.
Interpretar si tenta gli occulti sensi invano.
D.EL.
V'ingannate, Marchesa.
Io spiegherò l'arcano.
Sa che del Duca sposa voi sarete a momenti;
È pieno per il Duca d'onesti sentimenti;
Però...
TOR.
Che? la Marchesa sposerà il suo signore?
D.EL.
La parola gli ha data.
TOR.
Quando?
D.EL.
Saran poch ore.
TOR.
È ver? (alla Marchesa.)
MAR.
Maravigliate?
TOR.
Dite s'è vero.
MAR.
Sì.
TOR.
(Ah, soffrirlo non posso).
MAR.
Volea...
TOR.
Basta così.
(ammutolisce.)
GHE.
(Zitto, che ora si scuopre).
D.EL.
(Dubito ch'ella sia).
MAR.
(Si svelerà l'arcano, se di me ha gelosia).
TOR.
(Son fuor di me).
D.EL.
Torquato, che vuol dir? Vi dispiace
Ch'ella si sposi al Duca?
TOR.
Deh, lasciatemi in pace.
MAR.
Se avete di me stima, se ragionevol siete,
Ciò vi darà conforto.
TOR.
Deh per pietà, tacete.
GHE.
(La Marchesa senz'altro).
TOR.
Qual dal mio cuore ascende
Fiamma insolita, atroce, che la testa m'accende?
Dove son? chi mi regge?
D.EL.
Ohimè! diventa matto.
MAR.
Deh, pensate a voi stesso.
GHE.
(Voglio scoprirlo affatto).
TOR.
Donne...
pietose donne...
ohimè...
Torquato è pazzo.
GHE.
Mi rallegro con voi.
(a Torquato.)
TOR.
Vattene, o ch'io t'ammazzo.
(impugna la spada contro don Gherardo.)
GHE.
(Fugge via.)
SCENA QUATTORDICESIMA
TORQUATO, la MARCHESA e DONNA ELEONORA.
MAR.
Numi!
D.EL.
Ohimè! (timorosa.)
TOR.
Non temete; non è Torquato insano.
Odio chi del mio cuore cerca saper l'arcano.
D.EL.
Questo di già è palese.
TOR.
Chi l'ha svelato?
D.EL.
Voi.
TOR.
Non è ver, l'avrà detto il cuor coi moti suoi.
Voi non sapete nulla.
(alla Marchesa.)
MAR.
L'intesi a mio rossore.
TOR.
Il cuor l'averà detto: voglio strapparmi il cuore.
MAR.
Deh, la ragion vi freni; calmi ragione il foco.
D.EL.
Sì sì, voi lo potete calmare a poco a poco.
Ammirerà ciascuno della bellezza i vanti:
La marchesa Eleonora fa delirar gli amanti.
(parte.)
SCENA QUINDICESIMA
La MARCHESA ELEONORA e TORQUATO.
MAR.
Rido de' suoi motteggi; colpevole non sono.
Questo basti al cuor mio.
TOR.
Ah, vi chiedo perdono.
MAR.
Di che?
TOR.
Non saprei dirlo.
Dubito avervi offesa.
MAR.
Capace non vi credo.
TOR.
Siete voi la Marchesa?
MAR.
Deh, per amor del cielo, deh tornate in voi stesso.
Svegliatevi, Torquato.
TOR.
Sì, mi risveglio adesso.
Felice me, se nel morir non reco
Questa mia peste ad infettar l'inferno.
Restine amor, venga sol sdegno meco,
E sia dell'ombra mia compagno eterno...
Sani piaga di stral piaga d'amore,
E sia la morte medicina al cuore.
(parte.)
SCENA SEDICESIMA
La MARCHESA ELEONORA sola.
MAR.
Misero! qual mi desta pietà del suo cordoglio?
Tutto quel che far puossi, far per suo bene io voglio.
...Essere a me conviene,
Se fui sola all'onor, sola alle pene.
(parte.)
ATTO QUINTO
SCENA PRIMA
Sior TOMIO ed il CAVALIER DEL FIOCCO.
TOM.
La diga, caro sior, xe vero quel che sento?
Xe vero che Torquato i l'abbia messo drento?
CAV.
Non metto il becco in molle; vuole il dover ch'i' ammutole;
Quello che ha fatto il Duca, reputo giusto ed utole.
TOM.
Utole? no v'intendo.
CAV.
Bocabolo è antichissimo.
Dir utole per utile, è parlar toscanissimo.
TOM.
Tutto quel che volè.
Domando de Torquato.
Me diseu dove el sia, Sior Cavalier garbato?
CAV.
Per ordine del nostro Signor molto magnifico,
Credo sia allo spedale il poeta mirifico.
TOM.
All'ospeal? per cossa?
CAV.
Per esser cagionevole,
Babbeo, squasimodeo, bietolon miserevole.
TOM.
Coss'è sto strapazzar? Tasè, sior boccazzevole,
O ve dirò anca mi qualcossa in venezievole.
Torquato all'ospeal? creder nol posso ancora;
Ma se el ghe fusse, el Duca lo farà vegnir fora.
Lo pregherò per grazia lassarlo vegnir via;
Se el lassa sto paese, ghe passa ogni pazzia.
El goderà a Venezia zorni assae più felici,
E el farà magnar l'aggio a tutti i so nemici.
CAV.
Vadia dove gli pare, formato è il vaticinio:
Fia sempre scardassato de' Toschi allo squittinio.
Non è per tal bucato il cencio suo lordissimo.
Mena l'oche a pastura: proverbio antiquatissimo.
TOM.
Anca nu dei proverbi gh'avemo in abbondanza;
Se dise: la superbia xe fia dell'ignoranza;
No se mesura i omeni col proprio brazzolar;
Per esser respettai, bisogna respettar;
Travo in nu no se vede, se vede in altri el pelo;
Dei aseni, se dise, la ose no va in cielo.
Coi proverbi toscani vu ne l'avè sonada;
Respondo in venezian.
Botta per zuccolada.
SCENA SECONDA
DON FAZIO e detti.
FAZ.
Scheavo de vossoria.
Ditemi a me no poco:
Torquato dov'è ito? non c'è chiù in chisso loco?
Domanno a chisso, a chillo, nessun no me responne,
Chi chiacchiera, chi chiagne, chi tace e se confonne.
TOM.
Mi no so gnanca mi cossa de lu sia stà;
Domandèlo a sto sior, che lu lo saverà.
FAZ.
Famme chisso piacere, dimmelo, bene mio;
Commaneme; se pozzo, te serviraggio anch'io.
CAV.
Domine! quai smodate parolaccie ridicole!
Castronerie cotali mi scroscian nelle auricole.
Per carità, tacete.
Starmi non posso al pivolo,
Udendo chi non bebbe l'acqua del tosco rivolo.
FAZ.
Che mallora de tiermene? (a sior Tomio.)
TOM.
El parla sdruzzolato,
Perché co una verìgola i gh'ha sbusà el gargato.
FAZ.
Dimme dov'è Torquato; no me tormentà chiù.
Me lo bo dire a me?
CAV.
Siete caparbio.
FAZ.
Ahù! (con esclamazione.)
SCENA TERZA
DON GHERARDO e detti.
GHE.
Padroni stimatissimi, m'inchino a questo e a quello.
Che si fa, che si dice, che parlasi di bello?
TOM.
Se cerca de Torquato.
Da vu saverlo spero:
All'ospeal xe vero che i l'abbia messo?
GHE.
È vero.
TOM.
Poverazzo! per cossa?
GHE.
Perch'è un po' pazzarello,
Perché diè qualche segno di debole cervello.
TOM.
Se ognun che ha cervel debole, s'avesse da serrar,
Un ospeal grandissimo bisogneria formar.
FAZ.
E fra li pazzarelli, de tutti lo sovrano
Saria chisso citrullo che chiacchiera toscano.
CAV.
Parlate con rispetto d'un uomo che s'annovera
Fra quei che della Crusca il frullone ricovera;
D'uno che del buon secolo seguace zelantissimo,
Farà le fiche al vostro poeta scorrettissimo;
E proverà ch'ei dice in tutti i venti cantici
Cose da dire a vegghia allo soffiar dei mantici.
TOM.
De defender Torquato sarà l'impegno mio.
FAZ.
L'onor de sì Torquato defenderaggio anch'io.
GHE.
Bravi.
Starò a sentirvi con un piacere estremo.
Or or nelle mie stanze a rinserrarci andremo.
CAV.
Essi diran covelle; io parlerò coi termini:
Farò che il lor Goffredo si laceri, si stermini.
De' fogli di colui, che ha rozzo scilinguagnolo,
Potrà pel salsicciotto servirsi il pizzicagnolo.
SCENA QUARTA
Sior TOMIO, DON FAZIO, DON GHERARDO.
TOM.
Mo siestu maledetto! chi diavolo l'intende?
Coss'è sto pizzicagnolo?
GHE.
Quel che il salame vende.
FAZ.
Chillo che vende in chiazza la carne d'annemale,
Salsiccia, cotecchino, prosciutto e capezzale.
TOM.
No se perdemo in chiaccole, che un bagattin no val:
Chi ha fatto che Torquato se metta all'ospeal?
GHE.
L'ha comandato il Duca.
TOM.
Perché?
GHE.
Perché Torquato
L'amor, ch'era dubbioso, finalmente ha svelato.
E al Principe, che freme perciò di gelosia,
Servito ha di pretesto quel po' di frenesia.
TOM.
Donca, per quel che sento, sto amor s'ha descoverto?
FAZ.
Lo core 'nnamorato de chi se sa de cierto?
GHE.
Sè discoperto alfine; con fondamento il so.
TOM.
Contème...
FAZ.
Dimme schitto.
GHE.
Tutto vi narrerò.
Saran due ore appena...
SCENA QUINTA
DONNA ELEONORA e detti.
D.EL.
Siete qui?
GHE.
Che comanda?
D.EL.
In nome di Torquato, un messo vi domanda.
GHE.
Andrò quando potrò.
TOM.
Fenì ste do parole.
(a don Gherardo.)
GHE.
Ritornando al proposito...
si sa che cosa vuole? (a donna Eleonora.)
D.EL.
Il messo non l'ha detto, ma so cosa vorrà.
FAZ.
Scompeta.
(a don Gherardo.)
GHE.
Son con voi.
(a don Fazio.) V'è qualche novità? (a donna Eleonora.)
D.EL.
Giunto è testé da Roma l'amico di Torquato,
Da lui, come sapete, da più giorni aspettato.
Seco parlò poc'anzi...
GHE.
S'io l'avessi saputo!
TOM.
(Colla mano tira a sé don Gherardo, perché parli.)
GHE.
Zitto.
(a sior Tomio.) Dove si trova il forestier venuto? (a donna Eleonora.)
D.EL.
S'è portato dal Duca.
GHE.
Dal Duca? ed ei l'ascolta?
D.EL.
Parlano insieme.
GHE.
Parlano?
TOM.
E cussì? (a don Gherardo.)
GHE.
Un altra volta.
(a sior Tomio, e parte sollecitamente.)
SCENA SESTA
DONNA ELEONORA, sior TOMIO, DON FAZIO.
TOM.
Tolè su, co sto garbo l'è andà via, el n'ha impiantà;
L'ha sentio el forestier.
Tutta curiosità.
FAZ.
Chisso è no lazzarone, chisso è no malcreato;
Co mico non ce parla.
Pozz'essere afforcato.
D.EL.
Sparlar de' galantuomini l'onestà non insegna.
S'egli da voi partissi, non fe' un'azione indegna.
Fe' suo dover partendo.
La faccia a voi rivolta,
Vi salutò cortese, vi disse: un'altra volta.
TOM.
Sì ben, ma in do parole el ne podeva dir
Quello che ne premeva de saver, de sentir.
D.EL.
Ridere voi solete delli difetti altrui.
E siete, a quel ch'io vedo, curiosi al par di lui.
Ma che saper vorreste? Parlatemi sinceri;
Se posso soddisfarvi, lo farò volentieri.
TOM.
Tanto gentil la xe, quanto graziosa e bella.
FAZ.
Me peace, è de bon core.
Viva la picciriella!
TOM.
Se dise che Torquato abbia svelà el so cuor:
Voressimo saver chi xe el so vero amor.
D.EL.
Vi dirò: non ha molto, v'era Torquato ed io,
Eravi la Marchesa, ei ci diceva addio.
Staccandosi da noi, dolente tramortì;
Pianse, svelò il suo affetto; ma non si sa per chi.
FAZ.
Dice lo sì Gherardo, che smamara la gnora.
TOM.
Che l'ama la Marchesa.
D.EL.
Ei non l'ha detto ancora.
Parve che nel sentirla vicina ad esser sposa,
Spiegasse i sentimenti dell'anima gelosa.
Ma rivolgendo i lumi nel tempo stesso a me,
Ei sospirando andava, né si sapea perché.
TOM.
Ma perché don Gherardo dir che l'altra la sia?
D.EL.
Per adular se stesso nel gel di gelosia.
FAZ.
Sì, sì, t'aggio caputo.
È 'nn omo ch'è politeco;
Crede nella mogliera, non è marito stiteco.
D.EL.
Già la Marchesa canta per sé l'alta vittoria,
Dell'amor di Torquato facendosi una gloria.
Io potrei disputarle del buon poeta il cuore,
Ma d'una sposa onesta nol tollera l'onore.
Dicasi pur ch'egli ami della Marchesa il volto,
Lo so che non è vero, lo so ch'ei non è stolto.
Ma è meglio che si dica, ama una vedovella;
Anzi che dir, egli ama una sposa novella:
Mentre, quantunque invano sperar da me si possa,
Dal mondo facilmente la critica s'addossa.
Non s'ha da dir ch'io gli abbia fiamma nel seno accesa;
Dicasi, anch'io lo dico: egli ama la Marchesa.
Sia giusto, o non sia giusto, dee credersi così.
Io so pur troppo il vero.
Voi lo saprete un dì.
(parte.)
SCENA SETTIMA
Sior TOMIO e DON FAZIO.
FAZ.
Maro me! no l'antienno.
Me pare una sibilla.
TOM.
Mi, compare, l'intendo.
No la xe una pupilla.
La sa el so conto; e vedo, da quel che la ne spazza,
Che ai gonzi la vorave vender pan per fugazza.
La vien co dei partidi, la fa la sussiegada,
Perché no la gh'ha cuor de dir, son desprezzada.
A mi nol me convien, la dise, e ghe lo lasso.
Dirò de sta parona, co dise el nostro Tasso:
Vela il soverchio ardir colla vergogna,
E fa manto del vero alla menzogna.
FAZ.
E a Napole dicimmo, in stil napoletano
Chiù dolce e saporito, chiù bel dello toscano:
Fa che ncesia lo scuorno a tanto pietto,
E lo bero a lo fauzo faccia lietto.
(parte.)
TOM.
In quanto a questo po, per dir la veritae,
Tradotto in lengua nostra el xe più bello assae:
E perché no ti pari una sfazzada,
Mostra de vergognarte, e sta sbassada.
(parte.)
SCENA OTTAVA
Camera di Torquato.
TORQUATO e DON GHERARDO.
GHE.
Mi rallegro vedervi dallo spedale uscito.
Ehi, dite, della testa siete poi ben guarito?
TOR.
Qual sia la mente mia dirvi non so, signore;
So che persiste ancora la malattia del cuore.
GHE.
Sono soggetti i dotti a malattie più strane;
Quanto studiano più, patiscono più rane.
Che hanno che far tra loro il cuore ed il cervello?
Lo stesso che han che fare le scarpe col cappello.
TOR.
Sapreste delle parti l'interna analogia,
Se fossevi piaciuto studiar l'anatomia.
L'origine de' nervi, che si dirama e unisce,
Dal cerebro principia, nel cerebro finisce;
E se una corda istessa la macchina circonda,
Ragion vuol che toccata quinci e quindi risponda.
Ciò che dà moto e senso ai nervi principali,
Chiamasi sugo nerveo, o spiriti animali;
E questi di mal sorte resi dall'uom pensoso,
Si fa l'alterazione nel genere nervoso.
Chi studia, chi s'affanna, chi vive in afflizione,
I spiriti consuma con ria distribuzione;
E nel canal de' nervi tal umor s'introduce,
Che stimola, che irrita, che alterazion produce,
Lassezza, convulsioni, tremor, paralisia,
Vapori ipocondriaci, apprensioni e pazzia;
Poiché gli uomini affetti da tal disgrazia orrenda,
Plus quam timenda timent, timent quae non timenda.
GHE.
Per me non sarò mai ipocondriaco ed egro;
Son stato e sarò sempre senza pensieri e allegro.
Ditemi com'è andata, che il Duca mio signore
Dallo spedal sì presto v'ha fatto venir fuore?
TOR.
Giunse testé da Roma Patrizio, amico mio,
Mandato per giovarmi dal ciel benigno e pio.
Venne a vedermi, e apprese ch'io non passava il segno:
Che m'avea chiuso il Prence non per pietà, per sdegno.
Mi confortò, mi disse che avea lettere tali
Da presentare al Duca de' nomi principali,
Che ben sperar poteva di carcere esser tratto;
Indi alle sue parole ecco rispose il fatto.
Per ordine del Prence mi si aprono le porte,
Però mi si destina per carcere la Corte;
Finché dal nuovo cenno di lui, che umile inchino,
In breve a me si faccia sapere il mio destino.
GHE.
Voi parlate sì bene, sì franco, e sì sensato,
Che fuori di cervello non par mai siate stato.
TOR.
Della manìa non giunsi, grazie al cielo, agli orrori.
Ascendono talvolta al cerebro i vapori;
Ma questi indi sedati dal tempo e da ragione,
Sgombran le nere larve de' spirti la regione,
Tornando l'intelletto più lucido e sereno,
Calmata la passione che m'agita nel seno.
GHE.
Or che far risolvete? che dice il vostro cuore?
Come anderà la cosa del discoperto amore?
TOR.
Ah barbaro, ah crudele! A suscitar tornate
Le smanie del mio cuore dalla ragion calmate.
(irato.)
GHE.
Non parlo più.
(mostrando timore.)
TOR.
Ma, oh cielo! dunque vagl'io sì poco?
Dunque dovrà ragione cedere al senso il loco?
No, no, parlate pure.
Svegliate in me la face:
V'ascolterò costante, sì, soffrirollo in pace.
GHE.
Bravo, Torquato, bravo: così voi mi piacete;
Far veder che siet'uomo, che ragionevol siete.
Porta Eleonora, è vero, amor negli occhi suoi;
È bella la Marchesa, ma già non è per voi.
Il Principe l'adora, la vuol per sua consorte...
TOR.
Basta, ohimè!
GHE.
Cos'è stato?
TOR.
Voi mi date la morte.
GHE.
Non si guarisce mai, quando il cervello è ito.
TOR.
Stolto mi reputate? (con sdegno.)
GHE.
No, no, siete guarito.
SCENA NONA
TARGA e detti.
TAR.
Signor, una parola.
TOR.
Parla.
TAR.
Da voi e me.
TOR.
Con licenza.
Padrone.
(a don Gherardo, accostandosi a Targa.)
GHE.
(Che novità mai c'è?)
TAR.
(La Marchesa vorrebbe favellarvi in segreto).
(a Torquato.)
TOR.
(A me?) (con qualche movimento.)
TAR.
(A voi, signore).
TOR.
(Quando?)
TAR.
(Adesso).
GHE.
(È inquieto).
(accostandosi un poco.)
TOR.
(Che farò?)
GHE.
(Son curioso).
TAR.
(Risolvere conviene).
TOR.
(Dille...)
GHE.
(Dille!) (ripete la parola udita.)
TOR.
(Che venga).
GHE.
(Non ho sentito bene).
(s'accosta ancora un poco.)
TAR.
Verrà, ma è necessario scacciar quell'insolente.
(parte.)
TOR.
Che impertinenza è questa? (voltandosi improvvisamente.)
GHE.
Non ho sentito niente.
TOR.
Don Gherardo, vi prego partir per cortesia.
GHE.
Non vuò lasciarvi solo.
TOR.
Mi verrà compagnia.
GHE.
L'ambasciata vi ha fatto?
TOR.
M'ha fatto l'ambasciata.
GHE.
Chi è?
TOR.
Non posso dirlo.
GHE.
State sulla parata.
Non vi fidate, amico.
Temer sempre conviene:
Lasciatemi con voi, restar per vostro bene.
TOR.
Non ho bisogno; andate.
GHE.
Venga chi ha da venire.
Vi lascerò poi seco.
TOR.
Vi prego di partire.
GHE.
Di partir non ricuso, ma nel lasciarvi io dubito...
TOR.
Giuro al cielo, partite.
GHE.
Sì, signor, parto subito.
(parte.)
SCENA DECIMA
TORQUATO, poi la MARCHESA ELEONORA.
TOR.
Quante pazzie nel mondo son della mia peggiori!
Che pazzi tormentosi son cotai seccatori!
Ma vien la donna.
Ohimè! saldo resisti, o cuore:
Prevalga la ragione a fronte dell'amore.
E nella ria battaglia sian pronte al mio periglio,
Del dover, dell'onore, le massime e il consiglio.
MAR.
Deh, l'ardir perdonate...
TOR.
Vi prego accomodarvi.
MAR.
Serio affar mi conduce.
TOR.
Son pronto ad ascoltarvi.
(siedono.)
MAR.
Vorrei, pria di spiegarmi, essere certa appieno
Che sia in vostro potere delle passioni il freno;
Vorrei mi assicuraste, che la virtù virile
Serbate fra i disastri d'un animo non vile.
TOR.
Quel che prometter posso, a voi giuro e prometto;
Forza farò a me stesso, per soggiogar l'affetto.
Voi colla virtù vostra segnatemi la strada,
Onde trionfi appieno, onde in viltà non cada.
MAR.
Uditemi, Torquato.
Vano è celar l'amore,
Che voi per me nudriste con gelosia nel cuore.
Di perdermi sul punto, da fier dolore oppresso,
L'arcano custodito tradiste da voi stesso.
Ed io, nello scoprire la piaga vostra acerba,
D'esserne la cagione andai lieta e superba.
Piacquemi in faccia vostra una rivale ardita,
Scoperto il vostro foco, mirare ammutolita.
Piacemi, e in ogni tempo mi sarà dolce e grato,
Dir ch'io fui per mia gloria la fiamma di Torquato.
Ma più di ciò non lice sperare a me da voi.
Voi, che sperar potete? corrispondenza? e poi?
E poi ambi infelici noi ridurrebbe amore,
Senza conforto all'alma, senza mercede al cuore.
Di me dispor non posso: altrui mi vuol legata
Quella maligna stella, sotto di cui son nata;
E se di sciorre il nodo fossi soverchio ardita,
Potrei a me la pace, a voi toglier la vita.
Onde, qualor da voi penso disciormi e 'l bramo,
Segn'è che vi son grata, che più vi stimo ed amo:
Sì, vi stimo, v'apprezzo, di voi non vo' scordarmi,
Ma deggio a pro comune per sempre allontanarmi.
Se voi di qua partite, io con onor qui resto;
Se qui restar vi piace, quindi partir m'appresto.
Può la partenza mia formar l'altrui martoro;
Può la partenza vostra salvar d'ambo il decoro.
Troppo di voi mi cale; voi nel mio cuor leggete.
Scusatemi, Torquato, pensate ed eleggete.
TOR.
Ho pensato, ho risolto, ho nel mio cuore eletto.
Partirò.
(s'alza.)
MAR.
Partirete? (s'alza.)
TOR.
Vinca ragion l'affetto.
Quel ragionar...
quei lumi...
quella virtute...
ohimè!
MAR.
Ah Torquato!
TOR.
Ove sono?
MAR.
Che fia?
TOR.
Son fuor di me.
(si getta sopra una sedia.)
MAR.
Ahi, dal dolore oppresso il misero è svenuto.
Sola, che far poss'io? Gente, soccorso, aiuto.
SCENA UNDICESIMA
ELEONORA e detti.
ELE.
Che c'è, signora mia?
MAR.
Bisogno ha di conforto
Il povero Torquato.
ELE.
(Vorrei che fosse morto).
(da sé.)
MAR.
Cerca chi lo soccorra.
Presto, il meschino aiuta.
ELE.
Io non saprei che fargli.
Per voi son qui venuta.
Il Duca a voi, signora, manda questo viglietto.
MAR.
Lo leggerò.
Tu resta.
(si ritira per leggere.)
ELE.
Restar non vi prometto.
Crepa, schiatta, briccone, pieno d'inganni, astuto,
Perfido, senza fede...
(strillando contro Torquato.)
TOR.
Chi mi soccorre? (destandosi impetuosamente.)
ELE.
Aiuto.
(fugge paurosa.)
SCENA DODICESIMA
La MARCHESA ELEONORA, TORQUATO poi sior TOMIO e DON FAZIO.
MAR.
Che fu? (accostandosi.)
TOR.
Dove son io?
TOM.
Coss'è, cossa xe stà?
FAZ.
Che ave lo sì Torquato?
MAR.
Ei merita pietà.
TOM.
Tórnelo a dar la volta?
FAZ.
Tornammo en ciampanelle?
TOR.
Amici, il morir mio minacciano le stelle.
TOM.
Andemo via de qua.
FAZ.
Annamo in altro stato.
MAR.
Al cuor de' veri amici arrendasi Torquato.
TOR.
Se arrendere mi deggio al doloroso esiglio,
Valgami di voi sola la voce ed il consiglio.
Questa è colei, amici, questa è colei che adoro:
Lascio in lei la mia vita, in lei lascio un tesoro.
Ella, che all'onor suo, che all'onor mio provvede,
Al partir mi consiglia.
Freme il mio cuor, ma cede.
TOM.
Bravo...
FAZ.
Mo me fa chiagnere.
MAR.
Questo viglietto aggiunga
Ragion che alla partenza vi stimoli e vi punga.
Il Duca vi minaccia; parla a me da sovrano;
Vuol che sugli occhi vostri a lui porga la mano.
Dunque...
TOR.
Non più, Madama; non più, sì, me n'andrò.
FAZ.
Dove vo ir Torquato?
TOM.
Dove andereu?
TOR.
Non so.
SCENA TREDICESIMA
TARGA e detti; poi il CAVALIER DEL FIOCCO
TAR.
Viene, signor padrone, un altro forestier.
TOR.
Venga, sarà Patrizio.
(Targa parte.)
TOM.
Addio, sior Cavalier.
(al Cavalier che viene.)
CAV.
Ecco, qual le bertucce cinguettano a proposito:
Dicesi addio, partendo; giugnendo, è uno sproposito.
TOM.
Sior correttor de stampe, mi parlo a modo mio;
Se cussì no ve comoda, tirè el saludo indrio.
Andè quando volè, vegnì quando ve par,
No ve saludo più, ve mando...
a saludar.
TOR.
Ma il forestier dov'è?
CAV.
Or or verrà Patrizio:
Quel ch'appo il Duca nostro reca per voi l'auspizio.
Verrà, ma se Torquato non è al partir celerrimo,
Diverrà il Prence allotta col tracotante acerrimo.
MAR.
Sì, partirà Torquato.
Sì, partirà a momenti;
Saranno i suoi nemici, saran tutti contenti.
CAV.
Vada a purgar la lingua dove i suoi par si cribrano;
Dove le doppie lettere col doppio suon si vibrano;
Dove farina e crusca con il frullon si scevera;
Dove nel latte gongola, chi d'Arno mio s'abbevera.
TOM.
El vegnirà a Venezia, e el se consolerà.
FAZ.
Napole è deliziusa.
TOM.
Venezia è una città
Bella, ricca, amorosa; tutti el sa, tutti el dise.
FAZ.
Napole è dello munno lo chiù bello paise.
CAV.
Firenze ha consolevole l'acqua, la terra e l'etera.
FAZ.
Vedi Napoli, e mori.
TOM.
Vedi Venezia, etcetera.
SCENA QUATTORDICESIMA
PATRIZIO e detti.
PAT.
Torquato, a voi ritorno.
Amici, a voi m'inchino.
TOR.
Che mi recate, amico?
PAT.
Forse miglior destino.
Roma, de' letterati conoscitrice e amica,
Che nell'amar virtute supera Roma antica,
Se a coltivar in essa le scienze e le bell'arti
Sogliono i rari ingegni venir da mille parti,
Roma Torquato apprezza, loda lo stile eletto,
Il nobil genio ammira, il facile intelletto.
Piace la gentil arte, onde i suoi carmi infiora;
Piaccion le scelte prose, onde l'Italia onora;
E l'opera, per cui giugne alla gloria estrema,
È la Gerusalemme, vaghissimo poema,
In cui de' più famosi non va soltanto appresso,
Ma supera gli antichi, e supera se stesso.
Merito sì sublime, che al Tebro alto risuona,
Giust'è che abbia de' vati degnissima corona.
Questa de' nomi illustri certa gloriosa marca,
Or due secoli sono, incoronò il Petrarca.
Tasso, che al par di lui reso famoso è al mondo,
Dopo il lirico vate, abbia l'onor secondo;
Anzi, se in metro vario ciascun di loro è chiaro,
Cinti d'egual corona seder veggansi al paro.
Ecco, Torquato, amico, ecco l'onore offerto
A te da Roma tutta, che ti prepara il serto.
Vieni di tue fatiche a conseguire il frutto;
Cigni la nobil fronte in faccia al mondo tutto;
Che più d'ogni mercede, più dell'argento e l'oro,
L'alme bennate apprezzano il sempre verde alloro.
Fremano i tuoi nemici, cessi l'invidia l'onte:
Maggior rispetto esiga l'onor della tua fronte.
Vieni del Tebro in riva a ornar la bionda chioma.
Chi ti promove è il mondo, chi vuol premiarti è Roma.
TOR.
Ah sì, veggami Roma grato a sì dolce invito.
Gloria, mio dolce nume, rendimi franco e ardito.
Di due passion feroci, che m'han ferito il cuore,
Una vinca, una ceda; ceda alla gloria amore.
Donna gentil, sa il cielo se nel lasciarvi io peno,
Ma il bel desio d'onore tutto m'infiamma il seno.
Muoresi alfine, e morte toglie il bel che s'adora;
Vive la gloria nostra dopo la morte ancora.
Ah che di fama il pregio, ah che di Roma il nome
Tutte le mie passioni ha soggiogate e dome:
Una serbata solo a pro del mio decoro,
Che anela, che sospira l'onor del sacro alloro.
Vadasi al Tebro augusto.
Sappialo il Signor mio.
Corte, Ferrara, amici, bella Eleonora, addio.
MAR.
(M'esce dagli occhi il pianto).
TOR.
Parole più non trovo!
FAZ.
Mo mo, me vien da chiagnere.
SCENA ULTIMA
DON GHERARDO e detti.
GHE.
Che cosa c'è di nuovo?
CAV.
Vada Torquato a Roma al suon di fischi e nacchere;
Coronisi il poeta di pampini e di bacchere.
Del romanesco alloro più vaglion due manipoli
Di foglie di gramigna, raccolta in pian di Ripoli.
Cozzar coi muriccioli i Romaneschi sogliono;
Mordere le balene credono i granchi, e vogliono.
Sanno il loglio dal grano solo i Toscani scernere:
Il prun dal melarancio Roma non sa discernere.
Codesti barbassori si stacciano e crivellano;
Fanno baldoria altrove, e da noi si corbellano.
GHE.
Bravo! questi proverbi, questi bei paragoni,
Fan gli uomini talora comparir omenoni.
TOM.
Donca vu avè risolto? (a Torquato.)
TOR.
Sì, non più dubitate.
GHE.
Ehi, che cosa ha risolto? (alla Marchesa.)
MAR.
A lui ne domandate.
FAZ.
Roma è la via che mena allo paese mio.
Annamo, sì Torquato, che veniraggio anch'io.
GHE.
Che? vuol andare a Roma? (a Patrizio.)
TOM.
Co sarè incoronà,
La lite della patria Roma deciderà,
Se de Bergamo in grazia, sia el Tasso venezian,
O in grazia de Sorriento, se el sia napolitan.
Intanto no ve lasso, vegno con vu anca mi.
GHE.
Dunque il Tasso va a Roma? (a Sior Tomio.)
TOM.
(Che seccator!) Sior sì.
GHE.
È ver che andate a Roma? (a Torquato.)
TOR.
Tempo è ormai che tacciate.
GHE.
Per che cosa va a Roma? (alla Marchesa.)
MAR.
Nol so.
(adirata.)
GHE.
Non vi scaldate.
Parlo con civiltà, non rubo, ma domando.
(Tanto domanderò, che saprò come e quando).
PAT.
Torquato, ho già fissata l'ora del partir mio;
Sollecitar vi piaccia.
TOR.
Sì, con voi sono.
Addio.
Addio, bella Eleonora, che foste un dì mia pena,
Che ognor sarete al cuore dolcissima catena.
Vado alla gloria incontro, mercé il consiglio vostro;
Per rendervi giustizia pien di valor mi mostro.
Ma, ohimè, che nel lasciarvi il piè vacilla, e l'alma
Perder a me minaccia...
del suo valor la palma...
Sentomi al capo ascendere dal fondo, ohimè, del cuore
Dell'ipocondria nera un solito vapore...
Ma no, passion si vinca, no, non si faccia un torto
Alla virtù di lei, che recami conforto.
Begli occhi, se partendo più non degg'io mirarvi...
(don Gherardo ascolta.)
Uditemi, curioso, voglio alfin sodisfarvi.
Amo costei, la lascio per forza di virtù;
Parto col dubbio in seno di non vederla più.
Combattere finora sentii gloria ed amore;
Or la passione è vinta dai stimoli d'onore.
Imparate, ed impari chi n'ha d'uopo qual voi,
Alla virtù nel seno svelar gli affetti suoi:
Che alle passion nemiche campo facendo il petto,
Perdere arrischia l'uomo il senno e l'intelletto:
E che il rimedio solo, per acquistare il lume,
È la ragion far guida dell'opre e del costume.
Parte per Roma alfine il misero Torquato,
Sperando dell'alloro esser colà fregiato.
Chi sa quel che destina di me la sorte ultrice?
Ma se l'onore ho in petto, vivrò, morrò felice.
Fine della Commedia.
NOTA:
(1) Tomio in lingua veneziana vuol dir Tommaso.
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