TUTT'E TRE, di Luigi Pirandello - pagina 11
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Proprio tra le fiamme le era parso di camminare; sola con lui, a braccetto con lui, per le vie della città.
E in mezzo al tramenío, al fragore di quelle vie, distinte le parole ch'egli le sussurrava all'orecchio, premendole il braccio col braccio.
Già la chiamava sposina; e cosí sempre, a braccetto, sarebbero andati nella vita.
Bisognava ora vincere l'opposizione della madre.
Ritornando verso casa, già tardi, gli aveva strappato la promessa, anzi il giuramento, che la avrebbe accompagnata soltanto fino alla porta; ma il giuramento era a prezzo d'un bacio.
No! e come mai? per istrada? Ma egli disse che non aveva inteso fino all'uscio di strada, ma sú, fino in cima alla scala: lí il bacio; e poi, sí, l'avrebbe lasciata prima che lei aprisse la porta: lo aveva giurato.
Se non che, dopo il primo bacio, mentre già sola nella cameretta, stordita e tremante di felicità, tentava di spuntarsi il cappellino, ecco di nuovo, attraverso la porta, pian piano, la voce di lui che gliene chiedeva un altro, un altro solo, un altro solo e poi basta: se ne sarebbe andato davvero.
E lei, vinta alla fine, dopo aver detto tante volte di no, di no, vinta e costretta dall'imprudenza, dalla petulanza di lui, aveva riaperto la porta.
Fin qui aveva sempre ricordato la maestrina Boccarmè: tutto il bene.
Come precipitando dalla sommità d'una montagna un torrente trascina con sé le pietre che poi nei mesi asciutti ne segnano il corso, cosí lei, precipitando dalla sua felicità, ora che negli occhi le lagrime le si erano inaridite, andava da venti anni sui sassi della via che il precipizio le aveva segnata; andava, e i piedi piú non le dolevano; andava, e gli occhi stanchi della grigia aridità del greto s'erano rivolti a contemplare la sommità da cui era caduta.
Il cordoglio s'era sciolto, la disperazione s'era composta in un intenso muto rimpianto del bene perduto; e questo rimpianto a poco a poco, nella squallida desolazione, era divenuto un bene per se stesso, l'unico bene.
Dopo quella notte, egli era scomparso; ella lo aveva atteso parecchi giorni; poi s'era recata dalla madre di lui, la quale, senza volere intendere tutto il male che il figlio aveva fatto, se l'era tenuta qualche tempo con sé; venuta la nomina di maestra la aveva avviata al suo destino.
Vent'anni! Quante navi aveva veduto arrivare nel vecchio molo di quel paesello; quante ne aveva vedute ripartire!
Vestita sempre di nero, dolce, paziente e affettuosa con le bambine della scuola, non solo per il ricordo di quanto aveva sofferto a causa della durezza di certe insegnanti, ma anche perché, femminucce, le considerava destinate piú a soffrire che a godere; con quella combinazione della casa nella stessa scuola, se n'era vissuta appartata da tutti, compensandosi in segreto, con l'immaginazione e con le letture, di tutte le angustie e le mortificazioni che la timidezza le aveva fatto patire.
E a poco a poco aveva preso gusto sempre piú a un certo amaro senso della vita che la inteneriva fino alle lagrime talvolta per cose da nulla: se una farfalletta, per esempio, le entrava in camera, di sera, mentre stava a correggere i compiti di scuola, e, dopo aver girato un pezzo attorno al lume, veniva là, sul tavolinetto sotto la finestra, davanti al quale lei stava seduta, a posarlesi lieve lieve sulla mano, come se la notte gliel'avesse mandata per darle un po' di compagnia.
Tra poco avrebbe avuto quarant'anni; e forse sí, il viso le si era un po' sciupato; ma l'anima no; per questo bisogno che aveva di fantasticare in silenzio, di vedere come avvolta nel lontano azzurro d'una favola, lei piccola piccola, tra tutto quel cielo e quel mare, la propria vita.
Guai se non lo avesse sentito piú questo bisogno! Tutte le cose, dentro e attorno, avrebbero perduto ogni senso per lei e ogni valore; e meglio morire allora!
S'alzò dal letto.
S'era tutta spettinata, e aveva gli occhi rossi e gonfi dal pianto.
S'appressò all'unico specchio della cameretta, lí in un angolo, a bilico nel modestissimo lavabo di ferro smaltato.
Si lavò gli occhi, che le bruciavano: prese il pettine per rifarsi i capelli.
Negli anni del collegio, per modestia, ma anche perché le compagne ricche non dicessero che volesse darsi arie da "signorina" per far dimenticare d'esservi stata accolta per carità, aveva tenuto sempre i capelli come all'orfanotrofio, tutti tirati indietro, lisci lisci, senza un nastro, senza un fiocco e annodati stretti alla nuca.
E cosí la aveva vista lui, la prima volta, appena uscita di collegio; e che beffe! come per "le brutte unghie da scolaretta diligente".
Gliel'aveva poi insegnata lui quella pettinatura che, dopo tant'anni, ella usava ancora; una pettinatura un po' goffa, passata da tanto tempo di moda.
Si sciolse i capelli, senza toccare la scriminatura in mezzo, e lasciò cader le due bande in cui li teneva divisi; prese per la punta prima l'una e poi l'altra banda e con lievi colpettini di pettine in sú cominciò ad aggrovigliolarsele per modo che ai due lati della fronte, sulle tempie e fin sugli orecchi, le si gonfiassero boffici e ricce.
Sí: cosí pettinati, i suoi capelli parevano tanti; certo però le incorniciavano male il viso smagrito, già un po' troppo affossato nelle guance; ma cosí erano piaciuti a lui, e non avrebbe saputo pettinarseli altrimenti.
Con quegli occhi ancora gonfi dal pianto e senza quel brio di luce che spesso glieli rendeva arguti e vivaci, si vide come finora non s'era veduta mai; con un infinito avvilimento di pena per quell'immagine con cui per tanto tempo s'era ostinata a rappresentarsi a se stessa.
S'accorse che per gli altri non era, non poteva piú essere cosí.
E come, allora? Si smarrí; e nuove lagrime, piú brucianti delle prime, le sgorgarono dagli occhi.
No! no! Doveva essere ancora cosí! Ancora, passando per le viuzze alte del paesello, popolate d'innumerevoli bambini strillanti, nudi o con la sola camicina sudicia e sbrendolata addosso, ancora voleva esser guardata con amorosa ammirazione da tutte quelle umili mamme delle sue scolarette, che sedevano lí davanti alle porte delle loro casupole e la invitavano, cedendo subito la seggiola, a sedere un po' con loro.
- Oh, guarda! La signora Direttrice!
- Venga qua! Segga qua, signora Direttrice!
Volevano sapere come facesse a incantare le loro bambine con certi discorsi ch'esse non sapevano riferire, ma che dovevano esser belli, sulle api, sulle formichette, sui fiori: cose che non parevano vere.
E lei, a quelle loro maraviglie, sorrideva e rispondeva che lei stessa non avrebbe piú saputo ripetere ciò che aveva potuto dire in iscuola per un caso imprevisto, d'un'ape entrata in classe, d'un geranio che improvvisamente s'era acceso nel sole sul davanzale della finestra.
Povera lí, tra povere, aveva in sé questa ricchezza che godeva di darsi alle care animucce delle sue scolarette ("figlioline mie" come le chiamava); questa facoltà di commuoversi di tutto, di riconoscere in un sentimento suo, vivo, la gioja d'una fogliolina nuova che si moveva all'aria la prima volta, la tristezza della sua cucinetta quando, dopo cena, s'era spenta, e a veder lo squallore della cenere rimasta nei fornelli, ogni sera le sembrava che si fosse spenta per sempre; quel senso di nuovo, per cui, se un uccellino cantava, sapeva sí che quell'uccellino ripeteva il verso di tutti gli altri della sua famiglia, ma sentiva ch'esso era uno, lui, di cui udiva il verso per la prima volta, formato lí, ora, su quella fronda d'albero o su quella gronda di tetto, per una cosa d'ora, nuova nella vita di quell'uccellino.
S'era salvata cosí dalla disperazione.
E ancora, purtroppo, allorché i suoi doveri di maestra erano compiuti, e finite per la giornata le altre cose da fare, se per un momento la stanchezza la vinceva e vedeva d'un tratto precipitar nel vuoto la sua vita, ancora non era riuscita a liberarsi da certe torbide smanie che l'assalivano e le oscuravano lo spirito; ed erano pensieri cattivi, e sogni anche piú cattivi, la notte.
Aver potuto scoprire in sé, nei silenzii infiniti della sua anima, un brulichío cosí vivo di sentimenti, non come una ricchezza propriamente sua, ma del mondo come ella lo avrebbe dato a godere a una creaturina sua; ed esser rimasta nell'angoscia di quella solitudine, cosí staccata per sempre da ogni vita!
S'accorse che s'era fatto bujo nella cameretta e si recò ad accendere il lumetto bianco a petrolio sulla scrivania.
Vide il ritrattino scagliato lí sopra con tanta rabbia, e le parve che non lei col suo atto violento avesse rotto il vetro della cornicetta, ma la stridula risata di quella donnaccia.
Sentí che non poteva ora raccattare quel ritrattino e che non avrebbe potuto piú riappenderlo alla parete, se prima non risarciva in qualche modo la sua anima dal morso velenoso di quella vipera, dallo sfregio vile di quella risata.
Perché lei non era come una che, pur d'ottenere qualcosa, si riceva ingiurie e offese e provi anzi piú vivo nell'umiliazione il godimento della cosa ottenuta.
Lei non voleva ottener nulla; lei era nata per dare.
Fissò gli occhi, improvvisamente accesi, e stette un po' come in ascolto.
Bisognavano a lui dodici o quindici mila lire, da versare a cauzione d'un modesto impiego: glielo aveva detto colei.
Un brivido alla schiena.
Raccolse le mani e, figgendosi la punta delle dita tra gli occhi e le sopracciglia, stette un pezzo cosí.
Poi, sedendo in fretta davanti alla scrivania, cavò di tasca la chiave del cassetto; lo aprí, ne trasse il suo vecchio libretto della Cassa di Risparmio per vedere esattamente quanto avesse messo da parte in tanti anni per la sua vecchiaja, pur sapendo bene che non ammontava a quella cifra.
Erano difatti poco piú di dieci mila lire.
Ma a potere intanto disporre di quelle dieci...
Provò subito il bisogno di dire a se stessa che non lo faceva per lui, per averne in ricambio qualche cosa.
Non voleva niente, lei, piú niente: non che la gratitudine di lui, ma neppure il ricordo: niente! E pensò dapprima di mandar quel denaro senza fargli sapere che glielo mandava lei.
Ma poi per fortuna rifletté che con la presenza di quell'altra in paese, lui, certo ormai senza piú memoria di lei, avrebbe potuto supporre che il soccorso gli veniva da quella, a prezzo di chi sa quale vergogna.
No, no: ad evitare che cadesse in un cosí sciagurato equivoco, bisognava purtroppo ch'ella gli scrivesse e gli dicesse che appunto per la presenza della Valpieri nel paese aveva potuto sapere del bisogno di lui; e che gli mandava quel denaro perché lei non avrebbe saputo che farsene, prima di tutto, e poi perché le era caro far rivivere cosí in sé, per sé sola, il ricordo - non di lui, non di lui! - ma di tutto il male e di tutto il bene che le era venuto un giorno da lui.
Cosí, ecco.
Era la verità.
E cosí, richiamato a questo prezzo dal tempo lontano che lo aveva ingiallito, ravvivato dal sangue di questa nuova ferita, ella avrebbe potuto ora riappendere alla parete il vecchio ritrattino; per sé, unicamente per sé, per sentire ancora, dentro di sé, piú che mai soffuso dell'antica malinconia, il lontano azzurro della sua povera favola segreta, e poter seguitare a guardare con lo stesso animo quel cielo, quel mare, le navi che arrivavano nel vecchio Molo o ne ripartivano all'alba, lente, nel luminoso tremolío di quelle acque distese fino a perdita d'occhio.
Sí, ma se non era l'antico amore a farle da fermento dal piú profondo dell'anima, perché ora quella specie d'ebbrezza che le gonfiava il petto, e quello struggimento che voleva traboccarle in nuove lagrime; non piú brucianti, queste?
Per fortuna lo specchio era là nell'angolo, e la maestrina Boccarmè non vide come s'appuntiva sgraziatamente sulla sua povera bocca appassita quel vezzo che sogliono fare i bambini prima che si buttino a piangere; e il mento, come le tremava.
ACQUA E LÍ
Vi ricordate di Milocca, beato paese, dove non c'è pericolo che la civiltà debba un giorno o l'altro arrivare, guardato com'è dai suoi sapientissimi amministratori? Prevedono costoro, dai continui progressi della scienza, nuove e sempre maggiori scoperte, e lasciano intanto Milocca senz'acqua e senza strade e senza luce.
Vi ricordate?
Ebbene, ne ho saputo una nuova, di quel beato paese, e ve la voglio raccontare, anche a costo che vi debba sembrare inverosimile.
Ma come volete fare, se no, a conoscere le cose vere?
Dunque ho saputo che a Milocca hanno per medico condotto un tal Calajò, che pare goda nel mondo dei medici (fuori, s'intende, del paese) d'una bella reputazione per certi suoi contributi, come li chiamano, allo studio di non so quali malattie, oggi come oggi, disgraziatamente incurabili.
Ma perché mai può esser fatta la scienza medica? Per essere applicata, crede ingenuamente il dottor Calajò.
E lui la applica; come ne ha, del resto, il dovere e come i casi e la discrezione gli consigliano.
Basta questo, perché a Milocca sia inviso a tutti: inviso per principio, senza tener conto dell'esito delle sue applicazioni.
Per esser conseguenti, i Milocchesi non dovrebbero mai chiamare al letto dei loro malati il dottor Calajò.
E difatti mi consta che non lo chiamano, se non proprio all'ultimo momento, cioè quando finiscono di essere Milocchesi e sono soltanto povere bestie atterrite dalla morte imminente.
Di solito, per le malattie lievi (o che in principio credono tali) si servono d'un certo Piccaglione, che tiene in casa la sonnambula, da cui si fa ajutare nelle cure sui generis che impartisce ai malati.
Ecco, Piccaglione è proprio il medico che ci vuole per Milocca: non ha laurea; non la pretende a scienziato; non compromette in nessun modo la scienza, dalla quale pubblicamente s'è messo fuori da sé con quella ridicola sonnambula.
E servendosi di lui si ha poi questo non disprezzabile vantaggio: che si fa a meno del farmacista; perché Piccaglione, tutta la sua farmacia, la porta in tasca, in una scatola che s'apre come un libro, da una parte e dall'altra scompartita in tante caselline, ciascuna con un tubetto di vetro pieno di pallottoline di zucchero intrise d'alcool con le essenze omeopatiche.
Cinque o sei di quelle pallottoline sotto la lingua, e via! Guarigione sicura.
Perché poi, quelli che Piccaglione non riesce a guarire con le sue pallottoline, non li uccide mica lui, ma Calajò, sia maledetto una volta e quando l'hanno chiamato!
Nel sentir queste maledizioni al dottor Calajò, Piccaglione, ch'è un omarino alto un braccio ma con un testone di capelli cosí, si guarda le manine che forse incutono ribrezzo anche a lui, da quanto son gracili, e con certi ditini pallidi e pelosi come bruchi.
Fa il distratto.
Lo domandano d'una cosa e risponde a un'altra.
Le campane delle otto chiese suonano intanto a morto; e il dottor Calajò se ne sta a casa, rintanato.
Non già per paura.
Ha la coscienza tranquilla, lui.
Chiamato, al solito, all'ultimo momento, ha domandato ai parenti del moribondo se non l'hanno chiamato per isbaglio, invece del prete; e se n'è tornato a casa a studiare.
Ah, se i Milocchesi sapessero dove studia il dottor Calajò! In un palco morto, che piglia luce da un occhio ferrato, il quale, nell'ombra muffida e intanfata, s'apre là in fondo, abbarbagliante.
Per non essere disturbato dal chiasso dei figliuoli, ha allogato lí un tavolinetto coi piedi mozzi; salta sulle passinate del palco, curvo per non battere il capo nella copertura del tetto che pende a capanna, e va a ficcare le gambe lunghe distese sotto quel tavolinetto, sedendo su un'assicella posta fra una trave e l'altra; e in quella bella posizione dura quattro e cinque ore, finché la moglie non viene a chiamarlo, o per qualche rara visita o perché già pronto in tavola; e allora - a levarti ti voglio! con quelle povere gambe che non se le sente piú, intormentite e informicolate da tante ore d'immobilità.
Spesso, se il vento schiude nel terrazzino lo sportello per cui si entra in quel palco morto, i colombi e i piccioni della moglie s'affacciano titubanti a curiosare; grugano impauriti, scrollano il capo, a scatti, per sbirciarlo di traverso; poi si voltano, gli lasciano un segno della loro disapprovazione, e via.
E di quelle disapprovazioni lí sono incrostate tutte le travi; ma sono il meno; c'è, piú sensibile, il puzzo lasciato dai gatti, e anche quello dei topi; e poi quell'aria che sa di polvere appassita nell'umido di un'ombra perenne.
Ma Calajò non si scrolla: non avverte nulla, seguita a studiare, senza curarsi né di Piccaglione, né dei Milocchesi: se non lo chiamano, o se lo chiamano all'ultimo momento e muojono come tanti cani.
Già, ma c'è pure a Milocca il farmacista, a cui lozioni e misture, sali e unguenti e veleni e polverine dormono d'un sonno che spesso pare eterno nelle scaffalature della farmacia.
- Eh, lo so, caro dottore, voi dite cosí perché c'è il Municipio che vi paga per stare in ozio, e Piccaglione vi fa comodo.
Ma io? Pensate ai vostri libri, voi; ma scusate: c'è un'intera popolazione che dovrebb'essere affidata alle vostre cure; la vedete morire con le pallottoline di quell'impostore in bocca, e non ve ne fate né scrupolo né rimorso? È obbligo vostro sacrosanto difenderla, questa popolazione, difenderla anche se non vuol esser difesa; difenderla contro la sua ignoranza e la sua pazzia! E non vi parlo di me!
Batti oggi e batti domani, il farmacista ha strappato finalmente al dottor Calajò la promessa che farà una formale denunzia al Prefetto contro Piccaglione, perché gli sia interdetto l'esercizio abusivo della professione di medico.
Apriti cielo! Come si sparge per Milocca la notizia di quella denunzia ancora da scrivere, tutto il paese si mette in subbuglio; sindaco, assessori, consiglieri comunali si precipitano infuriati in casa del dottor Calajò a protestare, a minacciare.
E allora il dottor Calajò, che da anni ha lasciato correre, senza mai aprir bocca con nessuno, insorge contro tutti, indignato, e grida che la denunzia non l'ha ancor fatta, ma la farà, e non solo contro Piccaglione, ma anche contro il sindaco e contro la Giunta e il Consiglio municipale, che osano con tanta arroganza e sfacciataggine proteggere un impostore.
Il caso diventa serio, il fermento del paese cresce d'ora in ora.
Ma ecco farsi avanti, tranquillo e sorridente, l'omarino col suo gran testone di capelli, e quelle sue schifose gracili manine che si muovono molli molli nell'aria a raccomandar prudenza e pazienza.
Con quel gesto, e zitto, come sicuro del fatto suo, dal caffè sulla piazza lo vedono avviarsi pian piano alla casa del suo nemico.
Cava di tasca nel salire la scala un fascio di bigliettini scritti a lapis; e, come il dottor Calajò in persona viene ad aprirgli la porta, prima che abbia tempo di stupirsi della sua visita, gli mette in mano due o tre di quei bigliettini e alza un dito al naso per fargli cenno, da uomo che la sa lunga, di non stare a sprecar fiato inutilmente.
- Leggete; e poi regolatevi come vi pare.
Calajò butta l'occhio su quei bigliettini e:
- Mia moglie? - esclama trasecolato.
Piccaglione, senza scomporsi, risponde:
- Per qualche piccola gastrica occorsa ai vostri figliuoli.
Quello si mette le mani nei capelli, e con gli occhi di chi si sente mancare il terreno sotto i piedi, ripete:
- Mia moglie!
E Piccaglione:
- L'ultimo bigliettino, guardate, non piú tardi di ieri.
Interrogatela.
Non potrà negare.
I vostri figliuoli, dottore, non li ho mai visti, perché i consulti, domande e risposte, sono stati sempre per iscritto, con codesti bigliettini mandati per la donna di servizio, che può esser testimone.
Vedete ora voi, se vi sembra piú il caso di far la denunzia.
Tanto piú che, i vostri figliuoli, vorrei sbagliare, ma ai sintomi che vostra moglie mi descrive temo purtroppo che abbiano la scarlattina, badate!
E, cosí dicendo, Piccaglione volta le spalle e se ne va.
Calajò resta come basito.
Appena può riprender fiato chiama:
- Lucrezia! Lucrezia!
Accorre una povera squallida donna, senz'età, con certi occhi atroci, velati e semichiusi, come se le pàlpebre le pesino, una piú e l'altra meno.
Stretta nelle spalle, ha la gobba, dietro, ben segnata dal giubbino verde sbiadito: la gobba delle povere madri sfiancate dalle cure dei figli e della casa.
Ella non nega.
Non nega e non si scusa.
Dovrebbe accusare, invece; perché quell'uomo che ora piange e si morde le mani dalla rabbia, gridando d'essere stato tradito dalla sua stessa compagna e incolpandola del pericolo mortale che sovrasta ai figliuoli, forse non sa neppur bene quanti siano i suoi figliuoli e chi sia nato prima e chi dopo; non li vede mai; non li ha mai voluti a tavola, perché anche a tavola si porta da leggere e non vuol essere disturbato; potrebbe dire che appunto per questo, per non disturbarlo, gli ha sempre nascosto le lievi infermità dei figliuoli; ma sa che mentirebbe, dicendo cosí, e non lo dice.
La verità è che ella, come tutti i Milocchesi, e anzi con un piú intimo e profondo rancore, vede male la scienza del marito, e ne diffida; lo stima pericoloso, giacché non può non essere per lei una pazzia tutto quel suo accanimento allo studio, là nel palco morto.
Si mette a piangere disperatamente, ma senz'ombra di rimorso, appena egli, nella camera dei bambini, dopo aver loro osservata la gola, si solleva dai lettucci dov'essi giacciono avvampati dalla febbre e con tutte le carnucce prese dal male, e si mette a gridare che sono perduti, perduti, perduti.
Bisogna telegrafare d'urgenza perché dalla città vicina accorra a precipizio un medico munito del siero di Behring.
Ha intanto la generosità di non incrudelire sopra la moglie, e non pensa piú ad altro che a salvare, se può, i suoi bambini.
Purtroppo, ogni rimedio è vano.
I due bambini, a poche ore di distanza l'uno dall'altro muojono; per fortuna, presto, come fanno gli uccellini.
E allora il dottor Calajò può sperimentare in sé il piú spaventoso dei fenomeni: la coscienza, lucidissima, d'essere impazzito.
Ha l'idea astratta del suo dolore, vale a dire del dolore di un padre che abbia perduto a poche ore di distanza due figliuoli; ma gli pare di non sentire nulla realmente, e che pianga come un commediante sulla scena, per l'idea soltanto della terribile sciagura che gli è toccata; piange, infatti, e si dà del buffone e poi sghignazza e grida che non è vero e che non sente nulla.
Il giovane collega accorso dalla città lo guarda sbigottito e cerca di confortarlo.
Conforti che, inutile darli, eppure si danno.
- E ora vedrà, - gli grida Calajò, - ora saranno capaci di dire che li ho uccisi io, i miei figliuoli! Non crede? Ma sí! Mi odiano, mi odiano perché non sono come loro! Qua sono tutti in perpetua attesa di ciò che ci porterà il domani.
Qua non si fabbricano case perché domani, domani chi sa come si fabbricheranno le case; non si pensa a illuminare le strade, perché domani chi sa che nuovi mezzi d'illuminazione scoprirà la scienza, domani! E cosí anch'io dovrei stare in attesa del rimedio di domani, s'intende, per tutti coloro che non hanno la morte in bocca; perché quando l'hanno, eh sono vigliacchi allora, e lo vogliono il rimedio d'oggi, e come lo vogliono!
- Ah sí? - fa il giovane collega.
- E lei, scusi, perché non si mette a fare il medico come lo vogliono a Milocca? Acqua e lí!
- Come, acqua e lí? - domanda stordito Calajò.
E quello:
- Ma sí, illustre collega, acqua, acqua naturale, tinta in rosso o in verde da qualche sciroppino, e lí!
Ebbene, questo consiglio, dato forse per alleviar con una celia il dolore del padre e dello scienziato, si fissa come un chiodo nel cervello del dottor Calajò un po' stravolto dalla doppia sciagura.
Per parecchi giorni s'aggira per casa come una mosca senza capo; ma ogni tanto si ferma e scoppia inattesamente in una fragorosa risata.
Anche di notte balza a sedere sul letto per ridere come un matto.
- Acqua e lí! Sicuro! Acqua e lí!
Si vendicherà.
E senza rimorsi.
Vogliono morire con la bocca dolce, i Milocchesi? Acqua e lí!
La moglie, ridotta com'è un'ombra, non ha piú pace.
E, appena viene a sapere che quel giovane medico l'ha fatta lui, per suo conto, la denunzia, e che Piccaglione, per tutta risposta, senza neanche aspettare l'interdizione, ha fatto fagotto e se n'è andato via con la sonnambula, interroga la propria coscienza e sta in angosciosa perplessità se non abbia l'obbligo d'avvertire segretamente i cittadini di Milocca di guardarsi dal marito, a cui ha dato di volta il cervello.
Siamo, finora, a questo punto.
E non so se fin qui, quanto mi è stato riferito come vero, vi sia sembrato verosimile.
L'inverosimile, signori miei, viene adesso; e me ne dispiace cordialmente per la scienza medica.
L'inverosimile è che hanno ragione loro, i Milocchesi.
Perché da quando il dottor Calajò, per vendicarsi, s'è messo a dar per ricetta agli ammalati quella sua "acqua e lí", gli ammalati - pajono morti - guariscono tutti.
COME GEMELLE
Un lampadino acceso sotto un ritratto di Pio X rischiarava a mala pena la stanzetta, in cui il marchese don Camillo Righi s'era ritirato per non udir le grida della moglie soprapparto.
Ma gli arrivavano pur lí, quelle grida strazianti, e don Camillo era costretto a turarsi forte gli orecchi con tutt'e due le mani, e ristretto, contratto in sé, come se gli abbajassero dal ventre anche a lui quelle doglie, alzava gli occhi pieni di spasimo e d'avvilimento al ritratto di Sua Santità, il quale col bonario sorriso indulgente dell'ampia faccia pacifica pareva consigliasse calma e rassegnazione, calma e rassegnazione al marchesino, figlio d'una sua vecchia guardia nobile, guardia nobile ora anche lui del suo santo successore.
Don Camillo avrebbe forse seguito quel muto augusto consiglio paterno, se avesse avuto la coscienza tranquilla, se un certo rimorso cioè non gli avesse accresciuto la pena per gli spasimi che in quel momento sopportava la moglie.
Né gli riusciva, allora, rintuzzar questo rimorso con tutte quelle considerazioni che, in altro tempo, a mente serena, quando non si sentiva sopra, come ora, lo sdegno divino e la paura del castigo, non solo bastavano a scusare innanzi agli occhi suoi la propria colpa, ma quasi gliela cancellavano del tutto.
Sua moglie, infatti, non era piú, in quel punto, la donna gelida, arcigna, scontrosa, che, per esser lasciata in pace, lo aveva abilitato a cercarsi altrove quel calor d'affetto invano cercato in lei; ma una povera creatura in pericolo che soffriva atrocemente per causa sua, senza poter trovare a quelle sofferenze un compenso, un conforto nell'amore e nella fedeltà di lui.
La pietà non le poteva bastare; e difatti, poc'anzi, ella lo aveva scacciato dalla camera, irritata, non reggendo piú a vederselo davanti cosí compunto e afflitto; e s'era invece stretta, forte forte, alla madre, nicchiando:
- Ah mamma, muojo! Quanto soffro, mamma mia, quanto soffro!
E non poterci far nulla! Gli era sembrata anche bella, in quel momento, cosí trasfigurata dall'orrenda tortura.
Da parecchi minuti le grida erano cessate.
In quel silenzio d'attesa angosciosa, balenò a un tratto al Marchese la speranza che il parto fosse avvenuto, finalmente! e uscí a precipizio dallo stanzino.
S'imbatté però subito in due cameriere che s'avviavano in fretta alla camera della gestante.
- Ancora?
Gli risposero di sí col capo, senza voltarsi, e via.
Nella vasta sala dal soffitto altissimo, arredata di lugubri mobili antichi, davanti a quella camera, trovò l'ostetrico circondato da altri parenti della moglie, accorsi da poco.
- Doglie stanche, - mormorò il medico.
- S'andrà per le lunghe.
Ma stia tranquillo, Marchese: nessun pericolo.
Don Camillo tornava a rinchiudersi nello stanzino, quando un servitore gli s'appressò per annunziargli piano, che qualcuno chiedeva di lui.
- Non posso dare ascolto a nessuno, - rispose il Marchese, seccato.
- Chi è?
- Un vecchietto, non so.
Ha da parlare a Vostra Eccellenza, dice, di cosa grave e che preme.
Don Camillo ebbe un gesto di stizza, comprendendo da chi gli veniva quell'ambasciata.
- Fallo passare, - poi disse.
Quel vecchietto entrò con la titubanza di un pollastro sperduto.
Oppresso dalla ricchezza solenne e austera della casa, e non sentendo piú quasi i proprii piedi su gli spessi tappeti, s'inchinava goffamente a ogni passo.
- So chi vi manda, - gli disse piano il Marchese.
- Sú, che avete da dirmi?
- Signor Marchese, Eccellenza...
la signora Carla...
- Sss...
piano!
- Sissignore, dice...
se può venire un momentino...
- Ora? Non posso, non posso! ditele che non posso, - rispose smaniosamente il Marchese.
- Perché, del resto? Che vuole?
- Le doglie, Eccellenza, - fece timidamente il vecchietto.
- Le sono sopravvenute le doglie.
- Anche a lei? Ora? Le doglie anche a lei?
- Sissignore, Eccellenza.
Son corso io stesso per la levatrice.
Ma Vostra Eccellenza non s'impensierisca: tutto andrà bene, con l'ajuto di Dio.
- Che ajuto di Dio! - scattò don Camillo.
- Questo è il diavolo! La Marchesa, di là...
S'interruppe, scosse le mani; strizzò gli occhi.
Ah, tutt'e due, castigo di Dio! La moglie e l'amante, nello stesso tempo, castigo di Dio!
- Ma come?...
- si provò a domandare, riaprendo gli occhi.
Si vide davanti quel vecchietto imbarazzato e piú che mai smarrito e provò istintivamente il bisogno di levarselo dai piedi.
- Andate, andate, - gli ordinò.
- Dite cosí che...
se posso...
tra poco...
Ora andate, andate!
E scappò a rintanarsi nello stanzino semibujo, con la testa tra le mani, come se temesse proprio di perderla, quella sua povera testa.
Le gambe, lí, gli mancarono: cadde a sedere su una poltrona e vi si contorse, vi si raggomitolò tutto quasi per nascondersi a se stesso: ira, vergogna, angoscia, rimorso gli fecero tale impeto dentro, che s'addentò un braccio e squassò la testa fino a farsi uno strappo nella manica.
Sorse in piedi:
"Ma come?", si domandò di nuovo.
"Carla, le doglie? Dunque, ha sbagliato? Dio, che rovina, che rovina, che rovina!"
Gli sovvenne a un tratto che il medico di là gli aveva detto che per la moglie c'era tempo: si recò al guardaroba lí accanto, trasse la pelliccia e il cappello dall'armadio, e uscí di furia, dicendo al servitore:
- Torno subito!
Appena fuori si cacciò in una vettura, gridando al vetturino l'indirizzo:
- San Salvatore in Lauro, 13.
Un quarto d'ora dopo era nella vecchia piazzetta solitaria.
Salí a sbalzi la scala.
La porta, all'ultimo piano, era accostata.
Fatti pochi passi nella saletta d'ingresso al bujo, don Camillo inciampò in un fantoccio da sarta; all'inciampone, un altro fantoccio dietro a quello gli cadde in testa; il Marchesino, già col piede alzato, se lo trovò fra le gambe; cadde anche lui.
Al fracasso, accorse una vecchia incuffiata, con un lumetto in mano.
Ma don Camillo s'era già alzato e dava un calcio a quell'arnese di vimini.
- Maledetti impicci!
- Signor Marchese, è caduto? s'è fatto male?
- No, niente.
Carla?
- Eh, già ci siamo...
Venga, venga avanti.
Dalla camera attigua tuonò la voce imperiosa di Carla:
- Lasciatemi fare! Voglio passeggiare, e passeggio!
Don Camillo, infatti, la trovò in piedi, discinta e maestosa, coi magnifici capelli fulvi scomposti intorno al bel volto pallido.
- Carla!
- Marchese birbone! Oh, ma che hai, figlio mio? Anche tua moglie? Ho saputo! Sú, sú, coraggio, caro: non è niente! Cosí sembrerà che abbia partorito tu, due volte.
Ahi ahi...
ahi ahi...
Gli posò le mani su le spalle, appoggiò la fronte madida sulla fronte di lui: attese un momento cosí.
- Niente: è passata! Asciúgati la fronte; scusami; e levami un dubbio, Marchese: le hai detto un maschio a tua moglie?
- Non capisco...
- Che ti facesse un maschio?
- Ma no, non le ho detto niente.
- Ti farà una femmina, puoi esserne certo! Va', esci un momentino, ora, e non ti spaventare.
L'avrai subito da me, il maschio: contaci! Subito subito, sí.
Vedo che hai premura.
Don Camillo sorrise, senza volerlo, e si ritirò nella stanzetta attigua.
Bizzarra nei modi e nel linguaggio, pure in quel momento, che differenza!
Uggito, oppresso, contrariato in tutto e per tutto dalla moglie, egli, solo a vedere questa donna, ecco, si sentiva subito tutto rianimato: un altro.
Che donna! Spregiudicata e franca, con l'esuberanza d'una vitalità indiavolata, talvolta anche indiscreta nella furia di fare il bene, sincera, veemente, affettuosa, gli aveva comunicato un fuoco, un fervore, di cui non si sarebbe mai sentito capace.
E che fierezza! Non aveva voluto mai accettar da lui, se non qualche regaluccio di poco conto, come testimonianza d'affetto.
- Sono piú ricca di te, - soleva dirgli.
- Cucio e mangio!
Serviva difatti le piú cospicue famiglie aristocratiche e borghesi, ed era stata anche la sarta della marchesa Righi; ma s'era veduta cosí maltrattata da costei, cosí contrariata anch'essa nei suoi gusti, nei suoi suggerimenti, che aveva giurato di vendicarsi, non tanto per il dispetto che ne aveva provato, quanto per pietà di quel povero Marchesino che con gli occhi le aveva sempre dimostrato d'esser d'accordo con lei, d'esser una vittima anche lui di quella donna magra, sgarbata, insoffribile.
E da un anno e mezzo, il marchesino Righi, amato da Carla, si sentiva proprio un altr'uomo.
Un ululo lungo, quasi ferino, scosse don Camillo da queste riflessioni.
Balzò in piedi.
Udí la voce della levatrice, che diceva di là:
- Fatto! Zitta.
Brava.
Padre, dunque! Ecco, già padre! Una strana ansia lo prese di veder la creaturina che in quel momento entrava nella vita, per lui.
Ma due, due, in quella stessa notte, signore Iddio! Forse in quel punto stesso, nel suo palazzo, nasceva un'altra creaturina, pur sua.
Ed egli era ancora qua! L'ansia, a questo pensiero, diventò smania.
Ancora? ancora?
- Signor Marchese!
Don Camillo accorse.
Carla, dal letto, pallidissima, abbandonata, gli sorrise.
- Femmina, sai? Troverai il maschietto di là.
Va', dammi un bacio, e scappa, caro!
Il Righi si chinò a baciarla appassionatamente; ma prima di scappare a casa, volle veder la bambina.
Se ne pentí.
Vide un mostriciattolo ancor tutto paonazzo, che incuteva ribrezzo.
- Vedrà, eh vedrà fra qualche ora...
- gli disse però la levatrice.
- Piú bella della mamma!
Poco dopo, rientrando nel suo palazzo, il Marchesino non poté piú ricordarsi di ciò che aveva lasciato nella piazzetta solitaria di San Salvatore in Lauro.
Sua moglie era morta di parto, da mezz'ora, lasciando, mal viva, una povera bambina.
Passarono piú di tre mesi prima che il marchese don Camillo Righi si recasse a rivedere la sua amante e l'altra sua bambina.
Trovò Carla che lo aspettava, sicura del suo ritorno; vestita di nero.
Dapprima, vedendola, non se n'accorse nemmeno; tanto gli parve naturale.
Carla non cercò in alcun modo di confortarlo; gli domandò soltanto notizie della piccina, che don Camillo aveva dato a balia.
- Tre balie in pochi giorni.
Se vedessi: uno scheletrino! Non so piú che fare.
Mi si sono dimostrati tutti d'un cuor duro, d'un cuor nero...
- I parenti di lei?
- Figúrati! M'hanno lasciato solo! Intanto ho paura che anche quest'altra balia non abbia latte abbastanza.
Le espresse il desiderio di rivedere la bambina.
- L'avete battezzata?
- Non ancora.
Ho voluto aspettare che tu disponessi.
La vecchia zia la recò.
Com'era bella, ah com'era bella, questa! Invece di rallegrarsene, don Camillo si mise a piangere pensando all'altra là, misera, orfana, digraziata.
Carla gli cinse lievemente il collo con un braccio:
- Senti, Millo, - gli disse: - quella tua povera piccina senza mamma...
Se tu volessi...
Sai? avrei latte per due...
E gli occhi le brillarono subito di lagrime.
Don Camillo ebbe un brivido di tenerezza per tutte le fibre; si nascose il volto con le mani e, rompendo in singhiozzi, le abbandonò il capo sul grembo.
Oh, no, no: egli, nella sciagura che lo aveva atterrato, messo in guerra con tutti e con se stesso, non poteva piú fare a meno di quella donna fervida e forte.
Risolvette d'allontanarsi per sempre da Roma.
Si sarebbe ritirato nelle sue terre di Fabriano.
Pregò Carla d'accettare per suo amore quel rifugio; si mise d'accordo con lei, e la fece partire avanti, con la bambina e quella vecchia zia.
Dopo una ventina di giorni, sistemato tutto, partí anche lui per la campagna, con la povera piccina senza madre.
Fin dal primo momento Carla ebbe per lei affetto e cure piú che materni.
Tanto che don Camillo stesso provò quasi rimorso per quell'altra bambina, ch'era pur sua, temendo non fosse trascurata troppo.
- No, che dici? Milluccia, per il momento, non ha tanto bisogno di me.
Tinina sí, invece.
Ma già, vedi, vedi come s'è fatta bella?
Era rifiorita veramente, in quei pochi giorni, la povera bambina, con la primavera che rideva e brillava dalla campagna a tutte le finestre della villa piena di sole.
Ancora, messa accanto all'altra, nel lettuccio comune, pareva piú piccina.
- Ma vedrai fra qualche mese.
Sembreranno proprio come gemelle, e non sapremo piú distinguere l'una dall'altra.
Don Camillo Righi sapeva dell'indignazione che aveva cagionato a Roma, nei parenti e negli amici, la notizia scandalosa ch'egli aveva dato ad allevar la figliuola alla propria amante.
Ma voleva che venissero qua, tutti, a vedere quelle due piccine, l'una accanto all'altra, e l'amore e le cure di quella madre per esse.
- Imbecilli!
FILO D'ARIA
Sfavillío d'occhi, di capelli biondi, di braccini, di gambette nude, impeto di riso che, frenato in gola, scatta in gridi brevi, acuti - quella furietta di Tittí entrò, s'avventò al balcone della stanza per aprir la vetrata.
Arrivò appena a girar la maniglia: un ruglio aspro, roco, come di belva sorpresa nel giaccio, l'arrestò di botto, la fece voltare, atterrita, a guardar nella stanza.
Bujo.
Gli scuri del balcone erano rimasti accostati.
Abbagliata ancora dalla luce da cui veniva, non vide; sentí spaventosamente in quel bujo la presenza del nonno sul seggiolone: immane ingombro affardellato di guanciali, di scialli grigi a scacchi, di coperte aspre pelose; tanfo di vecchiaja tumida e sfatta, nell'inerzia della paralisi.
Ma non quella presenza la atterriva.
La atterriva il fatto, che avesse potuto dimenticare per un momento che lí in quel bujo degli scuri sempre accostati, ci fosse il nonno e che ella avesse potuto trasgredire, senza punto pensarci, all'ordine severissimo dei genitori, da tanto tempo espresso e sempre osservato da tutti, di non entrare cioè in quella stanza se non dopo aver picchiato all'uscio e chiestane licenza (come si dice?): -Permetti nonnino? - ecco, cosí, e poi pian pianino, in punta di piedi, senza fare il minimo rumore.
Quel primo impeto di riso sull'entrare le smorí subito in un ansito, prossimo a ingrossarsi in singhiozzi.
Quatta quatta, allora, la bimba tremante e in punta di piedi, non supponendo che il vecchio abituato a quella penombra cupa, la vedesse; credendosi non veduta, s'avviò verso l'uscio.
Stava per toccar la soglia, allorché il nonno la chiamò a sé con un "Qua!" imperioso e duro.
La bimba s'accostò, ancora in punta di piedi, sospesa, sbigottita, trattenendo il respiro.
Cominciava adesso a discernere anche lei nella penombra.
Intravide i due occhi aguzzi, cattivi, del nonno e subito abbassò i suoi.
In quegli occhi, entro le borse enfiate acquose delle palpebre, la cui rossedine scialba faceva pensare con ribrezzo al contatto viscido d'una tarantola, pareva si fosse raccolta, vigilante in un assiduo terrore e intensa d'astio muto e feroce, l'anima del vecchio cacciata da tutto il resto del corpo già invaso e reso immobile dalla morte.
Soltanto, ma proprio appena, egli poteva ancora tentare di muovere una mano, la sinistra, dopo essersela guardata a lungo, con quegli occhi, quasi a infonderle il movimento.
Lo sforzo di volontà, arrivato al polso, riusciva a stento a sollevare un poco dalle coperte quella mano; ma durava un attimo; la mano ricadeva inerte.
Il vecchio s'ostinava di continuo in quell'esercizio di volontà, perché quel lieve moto momentaneo, ch'egli poteva ancor trarre dal corpo, era per lui la vita, tutta quanta la vita, in cui gli altri si movevano liberamente, a cui gli altri partecipavano interi, a cui ancora poteva partecipare anche lui, ma ecco: per quel tanto e non piú.
- Perché...
il balcone?...
- barbugliò con la lingua imbrogliata, alla nipotina.
Questa non rispose.
Seguitava a tremare.
Ma in quel tremito il vecchio avvertí subito qualcosa di nuovo.
Avvertí che non era quel solito tremito di paura, a stento represso dalla piccina, ogni qual volta il padre o la madre la costringevano ad accostarsi a lui.
C'era la paura, ma c'era anche qualcos'altro, sotto, soffocato dalla paura per quel suo aspro, improvviso richiamo: qualcos'altro, per cui il tremito di tutta la bambina diveniva fremito.
Un fremito strano.
- Che hai? - le domandò.
La piccina, osando appena alzar gli occhi, rispose:
- Nulla.
Ma anche nella voce, anche nell'alito della bimba, ora, il vecchio avvertí qualcosa d'insolito.
E ripeté con piú astio:
- Che hai?
Uno scoppio di singhiozzi.
E subito dopo la piccina si buttò a terra, convulsa, gridando e dibattendosi tra quei singhiozzi, con una violenza e una furia, che tanto piú oppressero e irritarono il vecchio, in quanto anch'esse gli parvero insolite.
Accorse nella stanza la nuora, gridando:
- Oh Dio, Tittí, ch'è stato? Ma come? qua? che t'è preso? Sú...
sú...
ferma! Sú, con mamma tua...
Come sei entrata qui? Che dici? Cattivo? Chi? Ah...
Nonno cattivo? Tu, cattiva...
Nonno, nonno, che ti vuol tanto bene...
Ma che è stato?
Il vecchio, a cui fu rivolta l'ultima domanda, guatò feroce la bocca rossa ridente della nuora, poi il bel ciuffo di capelli biondo-dorati, che la piccina le scompigliava su la fronte con una mano, dibattendosi ora in braccio a lei, e facendo impeto per costringerla a uscir subito da quella stanza.
- Tittí, ahi! i miei capelli...
Dio, Dio...
me li strappi tutti...
uh...
tutti i capelli di mamma, cattivona! Hai visto? Guarda...
tutti i capelli di mamma tra le dita...
i capelli di mamma tua...
guarda, guarda...
E di tra le dita aperte della manina trasse uno e poi un altro e poi un altro filo d'oro, ripetendo:
- Guarda...
guarda...
guarda...
La bimbetta, subito impressionata, che davvero avesse strappati tutti i capelli di mamma, si voltò a guardarsi la manina con gli occhi pieni di lagrime.
Non vedendo nulla, e udendo invece una risata larga, allegra, della mamma, diventò di nuovo furente, piú furente, e la costrinse a scappar via dalla stanza.
Il vecchio ansimava forte.
Una domanda gli gorgogliava dentro, inasprendogli l'astio di punto in punto.
- Ma che hanno? che hanno?
Anche negli occhi, anche nella voce, anche in quella risata della nuora, nel gesto con cui dai ditini della bimba aveva tratto i capelli strappati, prima uno e poi un altro e poi un altro, aveva avvertito alcunché d'insolito, di straordinario.
No, non erano, né la bimba né la nuora, come tutti gli altri giorni.
Che avevano?
E l'astio gli crebbe maggiormente, allorché, chinando gli occhi sulla coperta stesa sulle gambe, vi avvistò uno di quei capelli della nuora, che, forse spinto nell'aria mossa dalla risata, era venuto lieve lieve a posarsi lí, su le sue gambe morte.
S'accaní a lungo allora a sospingere la mano su quelle gambe per accostarla a poco a poco, a piccoli sbalzi, a quel capello, che gli era odioso come uno scherno.
E affannato in questo sforzo che, già protratto invano per una mezz'ora, lo aveva stremato, lo trovò il figliuolo, il quale ogni mattina, prima d'uscir di casa per i suoi affari, si recava in camera di lui a salutarlo.
- Buon giorno, babbo!
Il vecchio levò il capo.
Uno sguardo opaco e torbido, di stupore pauroso, gli dilatava gli occhi.
Anche il figlio?
Questi credette che il padre lo guardasse cosí per fargli intendere che s'era avuto a male della disubbidienza della nipotina, e s'affrettò a dirgli:
- Quel diavoletto, è vero? t'ha disturbato.
Senti? piange ancora di là...
L'ho sgridata, l'ho sgridata.
Addio, papà.
Ho fretta.
A piú tardi eh? Or ora verrà la Nerina.
E se n'andò.
Il vecchio lo seguí con gli occhi, ancor pieni di stupore e di paura, fino all'uscio.
Anche lui, il figlio! Non gli aveva detto mai con quel tono: - Buon giorno, babbo! -.
Perché? Che sperava? S'erano tutti accordati contro di lui? Che era avvenuto? Quella bimba, entrata dapprima, tutta sussultante...
poi la madre, con quella risata...
per i suoi capelli strappati...
ora il figlio, anche il figlio con quell'allegro: -Buon giorno, babbo!
Qualche cosa era accaduta, o doveva accadere quel giorno, che volevano tenergli nascosta.
Ma che cosa?
S'erano appropriato il mondo, figlio, nuora, nipotina; il mondo creato da lui, in cui li aveva messi.
Non solo; ma anche il tempo s'erano appropriati, come se ancora nel tempo non ci fosse anche lui! Come se non fosse anche suo, il tempo, non lo vedesse, non lo respirasse, non lo pensasse anche lui! Egli respirava ancora, vedeva tutto e piú, piú di loro vedeva, e pensava tutto!
Un guazzabuglio d'immagini, di ricordi, come in un balenío d'uragano, gli tumultuava nello spirito.
La Plata, le pampas; i paduli salsugginosi dei fiumi perduti, gli armenti innumerevoli scalpitanti, belanti, annitrenti, muglianti.
Là, dal nulla, in quarantacinque anni, aveva edificato la sua fortuna, avvalendosi d'ogni mezzo, d'ogni arte, carpendo il momento o preparando e covando con lunga astuzia le insidie: prima guardiano d'armenti, poi colono, poi addetto ai grandi appalti di linee ferroviarie, poi costruttore.
Tornato in Italia, dopo i primi quindici anni, aveva preso moglie, e subito dopo la nascita di quell'unico figlio, era ritornato laggiú, solo.
Gli era morta la moglie, senza ch'egli l'avesse piú riveduta; il figliuolo, affidato ai parenti materni, gli era cresciuto senza che egli lo conoscesse.
Quattr'anni addietro era rimpatriato infermo, quasi moribondo: orribilmente gonfio dall'idropisia, ossidate le arterie, rovinato il rene, rovinato il cuore.
Ma non s'era dato per vinto: pur cosí, coi giorni, forse con le ore contate, aveva voluto comperare a Roma alcuni terreni per nuove costruzioni, e subito, aveva cominciato i lavori facendosi trasportare su una sedia a ruote nei cantieri, per vivere in mezzo agli operai, nel trambusto dell'opera: scabro come una roccia, tumefatto, enorme: di quindici giorni in quindici giorni s'era fatto cavar dal ventre il siero a litri, e via di nuovo tra i lavori, finché un colpo d'apoplessia, due anni fa, non lo aveva fulminato, là su quella sedia, pur senza finirlo.
La grazia di morir su la breccia non gli era stata concessa.
Da due anni perso in tutto il corpo, si macerava nell'attesa dell'ultima fine, pieno d'astio per quel figlio tanto diverso da lui, a lui quasi sconosciuto, che, senza bisogno, liquidati i lavori e investita in rendita l'ingente ricchezza paterna, seguitava nelle sue modeste occupazioni legali, quasi per negare a lui ogni soddisfazione e vendicar la madre e se stesso del lungo abbandono.
Nessuna comunione di vita, di pensieri, di sentimenti con quel figlio.
Egli lo odiava, sí, e odiava quella nuora e quella bimba; sí, sí, li odiava, li odiava perché lo lasciavano fuori della loro vita e neanche...
e neanche volevan dirgli che cosa era accaduto quel giorno, per cui tutti e tre gli apparivano cosí diversi dal solito.
Grosse lagrime gli stillarono dagli occhi.
Dimentico affatto di ciò che per tanti anni era stato, s'abbandonò al pianto come un bambino.
Di quel pianto, Nerina, la servetta, non fece alcun caso, quando poco dopo entrò per custodirlo.
Era pieno d'acqua, il vecchio: niente di male, se ne buttava un po' dagli occhi.
- E, cosí pensando, gli asciugò con poco garbo la faccia; poi prese la ciotola del latte, v'intinse una prima savojarda e cominciò a imboccarlo.
- Mangi, mangi.
Egli mangiò, ma spiando sottecchi la servetta.
A un certo punto, la intese sospirare, ma non di stanchezza, né di noja.
Alzò subito gli occhi a guatarla in viso.
Ecco: stava per trarre un altro sospiro, quella smorfiosa.
Vedendosi guardata, invece di lasciarlo andare, ora lo soffiava per le nari, scrollando il capo, come stizzita.
E perché s'era fatta cosí, a un tratto, rossa? Che aveva anche lei, quel giorno?
Tutti, tutti, dunque, avevano qualche cosa d'insolito, quel giorno? Non volle piú mangiare.
- Che hai? - domandò anche a lei, con ira.
- Io? che ho? - fece la servetta, stordita dalla domanda.
- Tu...
tutti...
che è? che avete?
- Ma nulla...
io non so...
che cosa mi vede?
- Sospiri!
- Io? ho sospirato? Ma no! O forse, senza volerlo.
Non ho proprio nulla, da sospirare.
E rise.
- Perché ridi cosí?
- Come rido? Rido perché...
perché lei dice che ho sospirato.
E seguitò a ridere piú forte, irrefrenabilmente.
- Vattene! - le gridò allora il vecchio.
Sul tardi, quando venne il medico per la visita consueta e rientrarono nella camera la nuora, il figlio, la nipotina, il sospetto covato tutto il giorno, anche durante il sonno, che qualcosa fosse avvenuto, che tutti gli volessero tener nascosto, diventò certezza; chiara, lampante.
Erano tutti d'accordo.
Parlavano davanti a lui di cose aliene, per distrar la sua attenzione; ma l'intesa segreta traspariva evidentissima dai loro sguardi.
Non s'erano mai guardati cosí tra loro! I gesti, la voce, i sorrisi non s'accordavano affatto con ciò che dicevano.
Tutto quel fervore di discussione per le parrucche, per le parrucche che tornavan di moda!
- Ma verdi, scusi? verdi, violette? - gridava la nuora, tutta vermiglia, con una collera finta, tanto finta che non riusciva a impedire alla bocca di ridere.
Rideva per conto suo, quella bocca.
E da sé le mani si levavano a carezzare i capelli, come se per sé i capelli volessero la carezza di quelle mani.
- Capisco, capisco...
- rispondeva il medico, con la beatitudine dipinta in tutto il faccione di luna piena.
- Quando si hanno i suoi capelli, signora mia, nasconderli sotto una parrucca sarebbe un peccato.
Il vecchio tratteneva ormai a stento il furore.
Avrebbe voluto cacciarli via tutti dalla stanza con un urlo di belva.
Ma appena il medico si licenziò e la nuora con la bambina per mano si recò ad accompagnarlo fino alla porta, il furore scoppiò sul figlio rimasto solo con lui.
Lo investí con la stessa domanda rivolta invano alla nipotina, alla servetta:
- Che avete? perché siete tutti cosí oggi? che è avvenuto? che mi nascondete?
- Ma nulla, babbo! Che vuoi che ti si nasconda? - rispose il figlio, stupito, afflitto.
- Siamo...
non so, come siamo sempre stati.
- Non è vero! Avete qualche cosa di nuovo: io lo vedo! io lo sento! Ti pare che non veda nulla, che non senta nulla, perché sono cosí?
- Ma io non so proprio, babbo, che cosa tu veda di nuovo in noi.
Non è avvenuto nulla, te l'ho giurato, torno a giurartelo! Via, via, sta' tranquillo!
Il vecchio si calmò alquanto, per l'accento di sincerità del figliuolo, ma non rimase convinto.
Che c'era qualcosa di nuovo, era indubitabile.
Lo vedeva, lo sentiva in loro.
Ma che cosa?
La risposta, quand'egli restò solo nella stanza, gli venne tutt'a un tratto dal balcone, silenziosamente.
Rimasto dalla mattina con la maniglia girata dalla bimba, ora, nella prima sera, ecco quel balcone si schiuse pian piano, un poco, a un filo d'aria.
Il vecchio, dapprima, non se n'accorse; ma sentí tutta la stanza empirsi d'un delizioso inebriante profumo che saliva dai giardini che circondavano la casa.
Si volse, e vide una striscia di luna sul pavimento, ch'era come la traccia luminosa di quei profumi nella cupa ombra della stanza.
- Ah, ecco...
ecco...
Gli altri non potevano vederlo, non potevano sentirlo in sé, gli altri, perché erano ancora dentro la vita.
Egli, che ormai n'era quasi fuori, egli lo aveva veduto, egli lo aveva sentito in loro.
Ecco, ecco perché, quella mattina, la bimba non tremava soltanto, ma fremeva tutta; ecco perché la nuora rideva e si compiaceva tanto dei suoi capelli; ecco perché sospirava quella servetta; ecco perché tutti avevano quell'aria insolita e nuova, senza saperlo.
Era entrata la primavera.
UN MATRIMONIO IDEALE
Prima che andasse in Romania, non so per quale impresa, Poldo Carega, ingegnere appaltatore, o - come si qualificava nei biglietti da visita - "intraprenditore di lavori pubblici", ponendosi le due manacce pelose sul petto erculeo soleva dire:
- Io sono il Continente!
E, passando le braccia al collo della moglie e della figliuola:
- E queste le mie isole!
Perché la moglie era nata in Sicilia, e la figliuola in Sardegna.
Non s'aspettava, ritornando in Italia dopo circa quattro anni, di ritrovare una delle due isole, la Sardegna (cioè la figliuola Margherita) divenuta...
che Russia e Russia, cari miei! diciamo l'Europa; ma è poco! diciamo addirittura il mappamondo.
Povero Poldo Carega, gli parve un tradimento! Restò dapprima sbalordito, a mirarla da sotto in sú:
- Oh Dio, Margherita, e che hai fatto?
Poi si voltò contro la moglie, come se per colpa di lei la figliuola fosse tanto cresciuta; e diede in tali escandescenze, che parve volesse impazzire.
La moglie, afflittissima, gemeva:
- Ma se te l'ho scritto e riscritto, Poldo mio, tante volte! Quasi in ogni lettera te l'ho scritto!
Glielo aveva scritto e riscritto, difatti, sí; ma come avrebbe potuto Poldo Carega creder tanto? Da lontano, quella crescenza prodigiosa della figliuola gli era sembrata una delle solite esagerazioni della moglie.
- Esagerazioni, eh già! Perché io, per te, sono stata sempre esagerata!
Era una spina, questa, per la signora Rossana: il concetto, cioè, che tutti, non il marito soltanto, s'erano formato di lei, ch'ella fosse esagerata.
Questo concetto dipendeva, a suo credere, dalla disgrazia comune a tutta la famiglia, la soverchia altezza.
Della sua, la signora Rossana aveva un dispetto acerbo e smanioso, perché le impediva di essere, come avrebbe voluto e come dentro di sé si sentiva, una gattina sentimentale.
Cosí lunga, gracile e languida, soffriva, soffriva tanto; ma nessuno voleva credere ai suoi languori, alle sue sofferenze; e tutti, sorridendo, le rispondevano:
- Via via, signora Rossana, esagerazioni!
- Ebbene, eccotela qua; guardala, ora, la mia esagerazione!
E la signora Rossana, indignata, indicava al marito la figliuola, ch'era un'esagerazione per davvero.
Margherita intanto piangeva, guardando il padre, il quale le si era fatto accosto, anzi sotto, per mirare di quanto ella lo avesse superato.
Per lo meno, d'un palmo e mezzo.
Ma pareva del doppio.
Perché non era soltanto l'altezza; o piuttosto, l'altezza per se stessa forse non avrebbe tanto avventato, se non l'avesse resa spettacolosa la corpulenza immane, il volume delle guance e dei due menti e del seno e dei fianchi poderosi.
Nell'esuberanza soffocante di tanta carne si aprivano però, come smarriti, due occhi limpidi e chiari, da bambina, che facevano pena a un tempo e paura.
Quella pena stessa, quella stessa paura, che forse doveva provare l'anima di lei per il proprio corpo cosí enormemente cresciuto.
A mano a mano che questo era cresciuto fino ad assumere quelle proporzioni mostruose, l'anima atterrita si doveva certo esser fatta dentro di lei piccina piccina, con certe voglie timide e angosciose di toccare le piccole cose gentili e delicate, ma pur non osando toccarle per non vederle quasi sparire al contatto delle schiaccianti mani.
Mangiava come un uccellino; si poteva dire che quasi non mangiava piú.
Ma non giovava a nulla! Da piú di due anni non usciva di casa, perché tutti per via si voltavano e si fermavano stupiti a mirarla.
In casa, stava quanto piú poteva seduta, per non dare a se stessa spettacolo della sua grandezza, vedendo piccoli e bassi tutti gli oggetti delle stanze.
Naturalmente, questa mancanza di moto le aveva appesantito sempre piú la grassezza; ma ormai ella s'era rassegnata alla sua disgrazia; non voleva piú darsi pensiero di nulla; certi giorni nemmeno si pettinava, e rimaneva sdrajata, inerte, a leggere o a guardarsi le unghie.
Cosí...
Poldo Carega, giovialone, urlone, tutto fuoco prima della partenza per la Romania, diventò, subito dopo il ritorno, un funerale.
Andai a trovarlo, pochi giorni dopo, per parlargli d'affari; non volle neanche darmi ascolto.
- Che vuoi che m'importi piú ormai degli affari! - esclamò, scrollandosi tutto.
- Non m'importa piú di niente, caro mio!
Aveva lavorato con accanimento tanti e tanti anni per quell'unica figliuola, per l'avvenire di lei; e d'anno in anno il suo amore paterno era cresciuto.
Ma ecco che la figliuola, come per una tacita scommessa, approfittando della lunga assenza di lui, d'intesa con la madre (nessuno poteva levare dal capo a Poldo Carega che la moglie non c'entrasse per qualche cosa):
- Ah, - dice, - cresce il tuo amore per me d'anno in anno? Aspetta, che ti faccio vedere come cresco anch'io in pochi anni! Diventerò cosí grande, che il tuo amore non potrà piú abbracciarmi.
E, difatti, gli erano cascate le braccia, nel rivederla, povero Poldo Carega! Ma non solo le braccia; l'anima e il fiato gli erano cascati, e tutti i sogni che aveva fatti per lei, tutte le speranze!
Dico la verità, non ebbi il coraggio di confortarlo.
Sapevo che egli, quattr'anni addietro, prima di partire per la Romania, non avrebbe veduto male al suo ritorno, cioè quando la figliuola sarebbe stata in età, un matrimonio di lei con me.
Me ne andai ranco ranco, con la coda tra le gambe, appena questo ricordo mi sorse; e, come fui ben lontano, presi a riflettere amaramente:
"È proprio una sciagura senza rimedio, povero Carega! Egli lo capirà: un uomo della mia statura, e anche un po' piú alto di me, non va a sposare certamente quella colonna, quell'obelisco! Siamo giusti: a parer piccoli, quando non si è, si ribella l'amor proprio mascolino.
Dei bassi non ne parliamo.
Degli altissimi come lei, già a trovarne uno: si contano su le dita, ma anche a trovarne uno, si sa che gli uomini altissimi hanno un debole per le donne piccoline.
Superbi della loro statura, guardano con dispetto, anzi quasi con rancore, quei pochi che possono rivaleggiare con essi, e scoprono subito in loro certi difetti che essi, è ovvio dirlo, non hanno: le gambe troppo lunghe, la testa troppo piccola, ecc.
ecc.
Insomma, non soffrono rivali; vogliono esser soli.
Figuriamoci se sposerebbero una donna della loro statura.
E poi, perché? per parere scappati da un baraccone da fiera?"
Queste riflessioni, come le feci io allora, da un pezzo senza dubbio aveva dovuto farle anche lei, la povera Margherita, per trarne la conseguenza che, nelle supreme regioni a cui per sua disgrazia era ascesa, non avrebbe trovato mai un marito.
Un pioppo, sí, un acero, un cerro.
Ma ogni giovanotto, guardandola, le avrebbe detto:
- Cala prima, bella mia, cala! cala!
E come poteva calare, povera Margherita?
Non passarono neanche tre mesi dal suo ritorno a Cesena, che Poldo Carega, non reggendogli l'animo di rimanere nella città dove la sua sciagura s'era compiuta cosí a tradimento, se ne partí con tutta la famiglia, fosco come un temporale; e per piú di dieci anni non si ebbero piú notizie di lui.
Finalmente, un bel giorno, giunse a mio padre una lettera da un paesello su la costa meridionale della Sicilia, di fronte all'Africa, dove Poldo Carega s'era recato per la costruzione del porto.
Voleva che mio padre gli mandasse laggiú uno dei figliuoli per ajutarlo nell'impresa.
Andai io, per curiosità di rivedere dopo tanto tempo Margherita.
M'aspettavo di ritrovarla cupa, gelida, nelle sue superne alture, funebre e ravvolta di nebbie perpetue, poiché già doveva aver presso a trenta anni - dunque ormai zitellona.
"Figuriamoci, a dir poco, come la Jungfrau", pensavo, durante il viaggio.
Ma che! Allegrona la ritrovai, e quasi non sapevo credere ai miei occhi, allegrona, come non l'avevo mai veduta! Piú grassa di prima, e allegrona! Non tardai però a scoprire la ragione di tanta allegria.
Come ingegnere governativo, addetto alla sorveglianza dei lavori del porto, c'era laggiú un certo omino alto poco piú d'un metro, calvo, miope, panciutello, ma pieno d'ingegno e di spirito, che rideva lui per primo della sua piccolezza, come Margherita, adesso, della sua altezza: l'ingegnere Cosimo Todi.
E quest'ingegnere Cosimo Todi veniva quasi ogni sera con altri amici a cenare su la terrazza a mare di Poldo Carega.
Serate africane! Il mare, quand'era scirocco, veniva a frangersi impetuoso sotto quella terrazza bianca, che pareva allora, con le sue tende svolazzanti, una tolda di nave.
S'intravedevano i fanali del vecchio molo, la lanterna verde del faro: i lumi tra l'alberatura dei bastimenti ormeggiati, e dalla spiaggia esalava quel tanfo denso, caldo, acre di sale e di muffa, delle alghe morte, appacciamate, misto all'odor della pece e del catrame.
E si chiacchierava, ridendo e bevendo, fino a tardi, su quella terrazza bianca, che dava la sera un delizioso compenso della soffocante calura della giornata.
Piú di tutti Margherita e l'ingegner Cosimo Todi ridevano, capite? della loro disgrazia, ch'era opposta e comune.
L'ingegner Todi non aveva potuto trovar moglie per la stessa ragione per cui Margherita non aveva potuto trovar marito.
Veramente lui, l'ingegner Todi, non l'aveva mai cercata, una moglie, sicurissimo che non una ma cento ne avrebbe trovate subito, che se lo sarebbero preso per la lucrosa professione.
Ma grazie tante! E poi?
No no: ingegno, garbo, giovialità (doti tutte, che non aveva nessunissima difficoltà a riconoscersi) non sarebbero bastate (come tante gentili amiche gli volevano far credere) a compensare quei tre palmi di statura che gli mancavano.
No no: quelle doti in lui potevano aver pregio solo perché egli guadagnava da quaranta a cinquanta mila lire l'anno.
E senza dubbio, se si fosse lasciato prendere all'amo, tre mesi dopo, si sarebbe sentito dire dalla moglie che l'ingegno, Dio mio, doveva servirgli per comprendere ch'ella, con un marito come lui, non poteva fare a meno d'un amante, e fingere di non accorgersene, e seguitare ad amarla nonostante il tradimento o i tradimenti.
E il garbo e la giovialità, servirgli per aprire la porta e accogliere graziosamente il signore o i signori che gli facevano l'onore di venire a corteggiare la sua signora.
Queste cose diceva e rappresentava con molta comicità di frasi e di gesti l'ingegner Cosimo Todi, facendo ridere tutti e piú di tutti Margherita Carega, che si buttava indietro per far liberamente sobbalzare alle risate l'enorme seno e il ventre.
Finché una di quelle sere il Todi, per il piacere di vederla ridere cosí burlescamente non uscí a dire che la moglie ideale per lui sarebbe stata lei, Margherita Carega.
- Lei! lei, sí! Proprio lei!
Per miracolo la tavola si tenne su le quattro zampe.
La vidi sussultare come per un terremoto, e cader bicchieri e bottiglie.
- Seriamente, seriamente...
- badava a ripetere il Todi coi braccini levati in atto di parare, tra il fragore della risata interminabile.
- Vi dico seriamente! Riflettete bene, signori miei.
Sarebbe il matrimonio ideale! Una vendetta meravigliosa contro la natura sarebbe! sí! sí! contro la natura che ha fatto lei tanto grande, e me cosí piccolo! Pensate un po', pensate un po': senza far ridere o sbalordire, né io potrei sposare una nana, né lei un gigante! Ma noi due sí; noi due possiamo sposarci benissimo! E saremmo una coppia, se ci ponete mente, perfetta, di perfetta equiparazione; perché lei ha d'avanzo quel tanto che manca a me; e ci compenseremmo a vicenda!
Non ne potevamo piú: avevamo tutti le lacrime agli occhi e ci dolevano i fianchi.
- Ma avrebbe lei questo coraggio? - gridò il Todi, balzando sulla seggiola e appuntando in atto di sfida l'indice contro Margherita.
Questa allora sorse in piedi, col faccione congestionato dalle risa.
Vi assicuro che era di tutta la testa piú alta di lui pur cosí montato sulla seggiola.
- Io, il coraggio? - gli disse.
- Ma dovrebbe averlo lei, scusi, il coraggio di sposar me!
Applaudimmo tutti, a lungo, strepitosamente, a questa bella risposta.
- Io ce l'ho! - gridò allora il Todi.
- Non ce l'avrà lei! Scommettiamo?
- Accetti, accetti la scommessa, signorina Margherita! - le gridammo tutti, incitando.
- Lo pigli in parola!
- Ebbene, sí, accetto! - rispose lei.
- Vediamo un po' chi se ne pente!
- Io? Ah, io no, di certo! - esclamò il Todi; e, saltando dalla seggiola, seriissimamente, si fece innanzi a Poldo Carega, s'inchinò e gli disse:
- Ho l'onore, ingegner Carega, di chiederle la mano della signorina Margherita, sua figlia.
Quel che successe, rinunzio a descriverlo.
Parevamo tutti impazziti.
Era una burla? Era sul serio? Chi sa! Si faceva per burla, come se fosse una cosa seria.
Si ordinò lo Champagne: l'ingegner Todi fu portato in trionfo a sedere accanto alla gigantesca sposina, e i brindisi alle faustissime nozze non finirono piú.
Cosí, proposto dapprima per burla, si concluse sul serio quel matrimonio ideale d'un nano con una gigantessa.
Il coraggio l'una e l'altro non dovevano averlo tanto per sé, cioè per tollerar lei un marito come lui e lui una moglie come lei, quanto per gli altri, voglio dire per resistere alle beffe della gente, che domani li avrebbe visti insieme marito e moglie.
Ma l'ingegner Todi e Margherita Carega ebbero tanto spirito da tener fronte a queste beffe e da goderci per giunta, come se veramente fosse un matrimonio per chiasso, di carnevale.
Vi assicuro però che tutto il paese - naturalmente - da principio ruppe in un'omerica risata, ma poi vide bene e sto per dire che stimò anch'esso ragionevolissima la loro unione, la quale stabiliva tra i due spropositi della natura una specie di equilibrio e come un'equa, per quanto comica, riparazione.
Sei mesi dopo, il matrimonio fu celebrato.
Quell'omino coraggioso, già abbastanza maturo e pur cosí panciutello com'era, si fece alpinista, voglio dire fece sua, davanti agli uomini e a Dio, quella montagna e...
- voi ridete? Ma sappiate, cari miei, che Margherita Todi-Carega ha adesso due figliuoli, nati a un parto...
Parturiunt montes...
- Due topi, - voi credete?
Che topi! A dodici anni, sono già alti quanto la mamma.
Ed è raggiante Margherita Todi-Carega: trionfa tra quei due piccoli colossi degni di lei; mentre lui, invece, l'omettino ormai vecchierello - che volete? - soffre, sí, ma non per causa di lei, badiamo! Lei lo ama, lo stima, gli è grata e lo cura, ha proprio tutti i riguardi per lui.
Soffre, il povero ingegner Todi, perché naturalmente, con gli anni, gli cominciano a seccare e a pesare un po' troppo le beffe della gente; teme che lo facciano scapitare di fronte ai figliuoli, da cui vuol essere rispettato, come un padre sul serio.
I figliuoli lo rispettano; ma via, se vogliamo dire, non è neanche bella la loro condizione con un padre cosí minuscolo che par fatto e messo sú quasi per ischerzo.
Questa afflizione c'è, innegabilmente.
Perché la vita non sa esser tutta e sempre una farsa.
Un marito e una moglie possono far ridere finché vogliono; ma la paternità non può non essere una cosa seria.
RITORNO
Dopo tant'anni, di ritorno al suo triste paese in cima al colle, Paolo Marra capí che la rovina del padre doveva esser cominciata proprio nel momento che s'era messo a costruire la casa per sé, dopo averne costruite tante per gli altri.
E lo capí rivedendo appunto la casa, non piú sua, dove aveva abitato da ragazzo per poco tempo, in una di quelle vecchie strade alte, tutte a sdrucciolo, che parevan torrenti che non scorressero piú: letti di ciottoli.
L'immagine della rovina era in quell'arco di porta senza la porta, che superava di tutta la cèntina da una parte e dall'altra i muri di cinta della vasta corte davanti, non finiti: muri ora vecchi, di pietra rossa.
Passato l'arco, la corte in salita, acciottolata come la strada, aveva in mezzo una gran cisterna.
La ruggine s'era quasi mangiata fin d'allora la vernice rossigna del gambo di ferro che reggeva in cima la carrucola.
E com'era triste quello sbiadito color di vernice su quel gambo di ferro che ne pareva malato! Malato fors'anche della malinconia dei cigolíi della carrucola quando il vento, di notte, moveva la fune della secchia; e sulla corte deserta era la chiarità del cielo stellato ma velato, che in quella chiarità vana, di polvere, sembrava fissato là sopra, cosí, per sempre.
Ecco: il padre aveva voluto mettere, tra la casa e la strada, quella corte.
Poi, forse presentendo l'inutilità di quel riparo, aveva lasciato cosí sguarnito l'arco e a mezzo i muri di cinta.
Dapprima nessuno, passando, s'era attentato a entrare, perché ancora per terra rimanevano tante pietre intagliate, e pareva con esse che la fabbrica, per poco interrotta, sarebbe stata presto ripresa.
Ma appena l'erba aveva cominciato a crescere tra i ciottoli e lungo i muri, quelle pietre inutili eran parse subito come crollate e vecchie.
Parte erano state portate via, dopo la morte del padre, quando la casa era stata svenduta a tre diversi compratori e quella corte era rimasta senza nessuno che vi accampasse sopra diritti; e parte erano divenute col tempo i sedili delle comari del vicinato, le quali ormai consideravano quella corte come loro, come loro l'acqua della cisterna, e vi lavavano e vi stendevano ad asciugare i panni e poi, col sole che abbagliava allegro da quel bianco di lenzuoli e di camice svolazzanti sui cordini tesi, si scioglievano sulle spalle i capelli lustri d'olio per "cercarsi" in capo, l'una all'altra, come fanno le scimmie tra loro.
La strada, insomma, s'era ripresa la corte rimasta senza la porta che impedisse l'ingresso.
E Paolo Marra, che vedeva adesso per la prima volta quella invasione, e distrutta la soglia sotto l'arco, e scortecciati agli spigoli i pilastri, guasto l'acciottolato dalle ruote delle carrozze e dei carri che avevan trovato posto negli ariosi puliti magazzini a destra della casa, chi sa da quanto tempo ridotti sudice rimesse d'affitto; appestato dal lezzo del letame e delle lettiere marcite, col nero tra i piedi delle risciacquature che colava deviando tra i ciottoli giú fino alla strada, provò pena e disgusto, invece di quel senso d'arcano sgomento con cui quella corte viveva nel suo lontano ricordo infantile quand'era deserta, col cielo sopra, stellato, il vasto biancore illividito di tutti quei ciottoli in pendio e la cisterna in mezzo, misteriosamente sonora.
Donne e marmocchi stavano intanto a mirarlo da un pezzo, maravigliati del suo vecchio abito lungo, che a lui forse pareva confacente alla sua qualità di professore, ma che invece gli dava l'aspetto d'un pastore evangelico d'un altro clima e di un'altra razza, con la zazzera scoposa sulle spallucce aggobbite e gli occhiali a stanghetta; e come lo videro andar via con tutto quel disgusto nel viso pallido, scoppiarono a ridere.
L'ira, lí per lí, lo spinse a rientrare in quella corte di cui era ancora il padrone, per strappare quelle donne, una dopo l'altra, dalle pietre su cui stavan sedute e cacciarle via a spintoni.
Ma, abituato ormai a riflettere, considerò che se esse sotto quel suo aspetto straniero, e forse un po' buffo, d'uomo precocemente invecchiato e imbruttito da una vita di studii difficile e disgraziata, non riconoscevano piú il ragazzo ch'egli era stato e che qualcuna di loro poteva forse ricordare ancora, non doveva far caso del diritto che gli negavano di provare quel disinganno e quel disgusto, per tutta la pena dei suoi antichi ricordi.
Uno, tra questi ricordi, del resto, bastava a fargli cader l'animo di rivoltarsi contro quelle donne; il ricordo, ancora cocente, di sua madre che usciva per sempre da quella casa, con lui per mano e reggendosi con l'altra, sulla faccia voltata, una cocca del fazzoletto nero che teneva in capo, per nascondere il pianto e i segni delle atroci percosse del marito.
Era stato lui, ragazzo, la causa di quelle percosse, della rottura insanabile che n'era seguita tra moglie e marito e della conseguente morte della madre, per crepacuore, appena un anno dopo: lui, sciocco, per aver voluto farsi, a quattordici anni, paladino di lei contro il padre che la tradiva; senza comprendere, come comprendeva ora da grande, che alla madre, orribilmente svisata fin da bambina da una caduta dalla finestra nella strada, era fatto l'obbligo di sopportare quel tradimento, se voleva seguitare a convivere col marito.
Per lui, figlio, la mamma era quella.
Non poteva concepirne un'altra diversa.
Si sentiva avvolto e protetto dall'infinita tenerezza che spirava da quegli occhi, che sarebbero stati pur belli, cosí neri, se le palpebre, sotto, non se ne fossero staccate, mostrando il roseo smorto delle congiuntive e scivolando con le occhiaje e le guance nel cavo dell'orrenda ammaccatura, da cui emergeva appena la punta del naso.
E tutta la carnale e santa amorosità della mamma sentiva nella voce di lei, senza badare che quella voce, piú che dalla povera enorme bocca, le sfiatasse quasi vana dai fori del naso.
Sapeva che il padre, venuto sú dalla strada, era diventato signore per lei; e s'irritava vedendo che ella, nonché pretenderne almeno un po' di gratitudine, per poco non metteva la faccia - quella sua povera faccia! - dove lui i piedi; e che lo serviva come una schiava, dimostrandogli lei, anzi, in ogni atto, a ogni momento, quella gratitudine tutta tremiti delle bestie avvilite; sempre in apprensione di non esser pronta abbastanza a prevenire ogni suo desiderio o bisogno, ad accogliere qualche sua distratta benevolenza come una grazia immeritata.
Non aveva ancora sei anni, e già si rivoltava, indignato, e scappava via sulle furie nel vedersi mostrato da lei a chi la rimproverava di quella sua troppa remissione; si turava gli orecchi per non udire dall'altra stanza le parole con cui di solito ella accompagnava quel gesto rimasto a mezzo per la sua fuga: che aveva un figlio e che questo, data la sua disgrazia, fosse già un premio veramente insperato che Dio le aveva voluto concedere.
A quell'età non poteva ancora comprendere ch'ella poneva avanti questa scusa del figlio per dissimulare, fors'anche a se stessa, l'inconfessabile miseria della sua povera carne che mendicava con tanta umiliazione a quell'uomo l'amore, pur sapendolo preso e posseduto da un'altra donna, pur avvertendo certamente la repulsione con cui ogni volta la tremenda elemosina le doveva esser fatta.
E s'era creduto in obbligo di risarcirla di quell'avvilimento davanti a tutti, patito per lui.
Era a conoscenza che il padre s'era messo con una vedova, popolana, sua cugina, una certa Nuzza La Dia ch'era stata sua fidanzata e ch'egli aveva lasciata per sposare una d'un paraggio superiore al suo e con ricca dote: pazienza, se brutta; figlia dell'ingegnere che lo aveva ajutato a tirarsi sú e che, accollatario di tanti lavori, lo avrebbe preso come socio in tutti gli appalti.
Sapeva che le domeniche mattina i due si davano convegno al parlatorietto riservato alla madre badessa del monastero di San Vincenzo, ch'era una loro zia.
Fingevano d'andarle a far visita; e la vecchia badessa, che forse scusava con la parentela tra i due la tenera intimità di quei convegni, godeva nel vederseli davanti, l'uno di fronte all'altra, ai due lati del tavolino sotto la doppia grata: lui, diventato un signore, con l'abito turchino delle domeniche che pareva gli dovesse scoppiare sulle spalle rudi, il solino duro che gli segava le garge paonazze, e la cravatta rossa; lei d'una piacenza tutta carnale ma placida perché soddisfatta, vestita di raso nero e luccicante d'ori nella penombra di quel parlatorietto che aveva il rigido delle chiese.
S'imbeccavano, un boccone tu, un boccone io, le innocenti confezioni della badia, e dai bicchierini il pallido rosolio con l'essenza di cannella, un sorso tu, un sorso io.
E ridevano.
E anche la vecchia zia badessa, come una balla dietro la doppia grata, si buttava via dalle risa.
Era andato a sorprenderli, una di quelle domeniche.
Il padre aveva fatto a tempo a nascondersi dietro una tenda verde che riparava a destra un usciolo; ma la tenda era corta, e sotto i peneri ancora mossi si vedevano bene le due grosse scarpe di coppale lisce e lustre; ella era rimasta a sedere davanti al tavolino, col bicchierino ancora tra le dita, in atto di bere.
Le era andato di fronte e s'era tirato un po' indietro col busto per scagliarle con piú forza in faccia lo sputo.
Il padre non s'era mosso dalla tenda.
E a lui, poi, a casa, non aveva torto un capello né detto nulla.
S'era vendicato sopra la madre; l'aveva percossa a sangue e cacciata via; poi s'era tolta in casa pubblicamente la ganza, senza voler piú sapere né della moglie né del figlio.
Morta dopo un anno la madre, egli era stato messo in collegio fuori del paese; e non aveva riveduto il padre mai piú.
Ora, in quel suo ritorno dopo tanto tempo al paese natale, non era stato riconosciuto da nessuno.
Solo un tale gli s'era accostato, che a lui però non era riuscito d'immaginare chi potesse essere; un certo omino ammantellato, che pareva quasi per ridere, tanto era piccolo e il mantello grande.
Misteriosamente costui, chiamandoselo prima con la mano in disparte, s'era messo a parlargli a bassissima voce della casa e del diritto da far valere sulla corte di essa, o per sè, o, se per sè non voleva, a favore d'una disgraziata che sarebbe stata carità fiorita ricompensare dell'amore e della devozione che aveva avuto per il padre e dei servizi che egli aveva reso fino all'ultimo, quando, perso di tutto il corpo e muto, s'era ridotto alla fame: una certa Nuzza La Dia sí, che fin d'allora s'era data a mendicare per lui, e che ora, senza tetto, si trascinava ogni notte a dormire là, in un sottoscala della casa.
Paolo Marra s'era voltato a guardare quell'omino come fosse il diavolo.
Ed ecco che quell'omino, in risposta al suo sguardo, subito gli aveva strizzato un occhio, ammiccando con l'altro, improvvisamente acceso d'una furbizia davvero diabolica.
Proprio come se fosse stato lui a far precipitare da bambina la madre dalla finestra, per svisarla; lui a far cosí bella, per la tentazione del padre, quella Nuzza La Dia; lui a indurlo, ragazzo, a tirare in faccia a quella donna bella lo sputo per la rovina di tutti.
E dopo aver cosí ammiccato, quel diavolo lí, ravvolgendosi con gran vento nel suo spropositato mantello, era andato via.
Sapeva bene Paolo Marra che questa era tutta sua immaginazione, la quale nasceva dal fatto che da un pezzo si sentiva pungere segretamente dal rimorso d'aver lasciato morire il padre nella miseria, senza volersene piú curare.
Anche in quel momento se ne sentí pungere; ma subito respinse quel rimorso con un urto d'odio che pur sapeva non vero.
L'urto, difatti, proveniva da un altro sentimento ch'egli non aveva mai voluto precisare dentro di sé per non offendere tra le sue memorie quella che gli doleva di piú: la memoria della madre.
E questa memoria era mista adesso a un senso atroce di vergogna e ad un avvilimento tanto piú grande, in quanto ogni volta, accanto alla faccia della madre, deturpata, gli appariva d'improvviso, bella, la faccia di quell'altra, col ricordo indelebile di com'ella lo aveva guardato, mentre ancora lo sputo le pendeva dalla guancia: un sorriso incerto, di quasi allegra sorpresa, che le luceva sui denti tra le labbra rosse; e tanta pena, invece, tanta pena negli occhi.
TU RIDI
Scosso dalla moglie, con una strappata rabbiosa al braccio, springò dal sonno anche quella notte, il povero signor Anselmo.
- Tu ridi!
Stordito, e col naso ancora ingombro di sonno, e un po' fischiante per l'ansito del soprassalto, inghiottí; si grattò il petto irsuto; poi disse aggrondato:
- Anche...
perdio...
anche questa notte?
- Ogni notte! ogni notte! - muggí la moglie, livida di dispetto.
Il signor Anselmo si sollevò su un gomito, e seguitando con l'altra mano a grattarsi il petto, domandò con stizza:
- Ma proprio sicura ne sei? Farò qualche versaccio con le labbra, per smania di stomaco; e ti pare che rida.
- No, ridi, ridi, ridi, - riaffermò quella tre volte.
- Vuoi sentir come? cosí.
E imitò la risata larga, gorgogliante, che il marito faceva nel sonno ogni notte.
Stupito, mortificato e quasi incredulo, il signor Anselmo tornò a domandare:
- Cosí?
- Cosí! Cosí!
E la moglie, dopo lo sforzo di quella risata, riabbandonò, esausta, il capo sui guanciali e le braccia su le coperte, gemendo:
- Ah Dio, la mia testa...
Nella camera finiva di spegnersi, singhiozzando, un lumino da notte davanti a un'immagine della Madonna di Loreto, sul cassettone.
A ogni singhiozzo del lumino, pareva sobbalzassero tutti i mobili.
Irritazione e mortificazione, ira e cruccio sobbalzavano allo stesso modo nell'animo stramazzato del signor Anselmo, per quelle sue incredibili risate d'ogni notte, nel sonno, le quali facevano sospettare alla moglie che egli, dormendo, guazzasse chi sa in quali beatitudini, mentr'ella, ecco, gli giaceva accanto, insonne, arrabbiata dal perpetuo mal di capo e con l'asma nervosa, la palpitazione di cuore, e insomma tutti i malanni possibili e immaginabili in una donna sentimentale presso alla cinquantina.
- Vuoi che accenda la candela?
- Accendi, sí, accendi! E dammi subito le gocce: venti, in un dito d'acqua.
Il signor Anselmo accese la candela e scese quanto piú presto poté dal letto.
Cosí in camicia e scalzo, passando davanti all'armadio per prendere dal cassettone la boccetta dell'acqua antisterica e il contagocce, si vide nello specchio, e istintivamente levò la mano a rassettarsi sul capo la lunga ciocca di capelli, con cui s'illudeva di nascondere in qualche modo la calvizie.
La moglie dal letto se n'accorse.
- S'aggiusta i capelli! - sghignò.
- Ha il coraggio d'aggiustarsi i capelli, anche di notte tempo, in camicia, mentr'io sto morendo!
Il signor Anselmo si voltò, come se una vipera lo avesse morso a tradimento; appuntò l'indice d'una mano contro la moglie e le gridò:
- Tu stai morendo?
- Vorrei, - si lamentò quella allora, - che il Signore ti facesse provare, non dico molto, un poco di quello che sto soffrendo in questo momento!
- Eh, cara mia, no, - brontolò il signor Anselmo.
- Se davvero ti sentissi male, non baderesti a rinfacciarmi un gesto involontario.
Ho alzato appena la mano, ho alzato...
Mannaggia! Quante ne avrò fatte cadere?
E buttò per terra con uno scatto d'ira l'acqua del bicchiere, in cui, invece di venti, chi sa quante gocce di quella mistura antisterica erano cadute.
E gli toccò andare in cucina, cosí scalzo e in camicia, a prendere altra acqua.
- Io rido...! Signori miei, io rido...
- diceva tra sé, attraversando in punta di piedi, con la candela in mano, il lungo corridojo.
Un vocino d'ombra venne fuori da un uscio aperto su quel corridojo.
- Nonnino...
Era la voce d'una delle cinque nipotine, la voce di Susanna, la maggiore e la piú cara al signor Anselmo, che la chiamava Susí.
Aveva accolto in casa da due anni quelle cinque nipotine, insieme con la nuora, alla morte dell'unico figliuolo.
La nuora, trista donnaccia, che a diciotto anni gli aveva accalappiato quel suo povero figliuolo, per fortuna se n'era scappata di casa da alcuni mesi con un certo signore, amico intimo del defunto marito; e cosí le cinque orfanelle (di cui la maggiore, Susí, aveva appena otto anni) erano rimaste sulle braccia del signor Anselmo, proprio sulle braccia di lui, poiché su quelle della nonna, afflitta da tutti quei malanni, è chiaro che non potevano restare.
La nonna non aveva forza neanche di badare a se stessa.
Ma badava, sí, se il signor Anselmo involontariamente alzava una mano a raffilarsi sul cranio i venticinque capelli che gli erano rimasti.
Perché, oltre tutti quei malanni, aveva il coraggio, la nonna, d'essere ancora ferocemente gelosa di lui, come se nella tenera età di cinquantasei anni, con la barba bianca, il cranio pelato, in mezzo a tutte le delizie che la sorte amica gli aveva prodigate; e quelle cinque nipotine sulle braccia, alle quali col magro stipendio non sapeva come provvedere; col cuore che gli sanguinava ancora per la morte di quel suo disgraziato figliuolo; egli potesse difatti attendere a fare all'amore con le belle donnine!
Non rideva forse per questo? Ma sí! Ma sí! Chi sa quante donne se lo sbaciucchiavano in sogno, ogni notte!
La furia con cui la moglie lo scrollava, la rabbia livida con cui gli gridava: "Tu ridi!" non avevano certo altra ragione, che la gelosia.
La quale...
niente, via, che cos'era? una piccola, ridicola scheggina di pietra infernale, data da quella sua sorte amica in mano alla moglie, perché si spassasse a inciprignirgli le piaghe, tutte quelle piaghe, di cui graziosamente aveva voluto cospargergli l'esistenza.
Il signor Anselmo posò a terra presso l'uscio la candela, per non svegliare col lume le altre nipotine, ed entrò nella cameretta, al richiamo di Susí.
Per maggior consolazione del nonno, che le voleva tanto bene, Susí cresceva male; una spalluccia piú alta dell'altra e di traverso, e di giorno in giorno il collo le diventava sempre piú come uno stelo troppo gracile per sorregger la testina troppo grossa.
Ah, quella testina di Susí...
Il signor Anselmo si chinò sul letto, per farsi cingere il collo dal magro braccino della nipote; le disse:
- Sai, Susí? Ho riso!
Susí lo guardò in faccia con penosa meraviglia.
- Anche stanotte?
- Sí, anche stanotte.
Una risatoooòna...
Basta, lasciami andare, cara, a prender l'acqua per la nonna...
Dormi, dormi, e procura di ridere anche tu, sai? Buona notte.
Baciò la nipotina sui capelli, le rincalzò ben bene le coperte, e andò in cucina a prender l'acqua.
Ajutato con tanto impegno dalla sorte, il signor Anselmo era riuscito (sempre per sua maggior consolazione) a sollevar lo spirito a considerazioni filosofiche, le quali, pur senza intaccargli affatto la fede nei sentimenti onesti profondamente radicati nel suo cuore, gli avevano tolto il conforto di sperare in quel Dio, che premia e compensa di là.
E non potendo in Dio, non poteva per conseguenza neanche piú credere, come gli sarebbe piaciuto, in qualche diavolaccio buffone che gli si fosse appiattato in corpo e si divertisse a ridere ogni notte, per far nascere i piú tristi sospetti nell'animo della moglie gelosa.
Era sicuro, sicurissimo il signor Anselmo di non aver mai fatto alcun sogno, che potesse provocare quelle risate.
Non sognava affatto! Non sognava mai! Cadeva ogni sera, all'ora solita, in un sonno di piombo, nero, duro e profondissimo, da cui gli costava tanto stento e tanta pena destarsi! Le pàlpebre gli pesavano sugli occhi come due pietre di sepoltura.
E dunque, escluso il diavolo, esclusi i sogni, non restava altra spiegazione di quelle risate che qualche malattia di nuova specie; forse una convulsione viscerale, che si manifestava in quel sonoro sussulto di risa.
Il giorno appresso, volle consultare il giovane medico specialista di malattie nervose, che un giorno sí e un giorno no veniva a visitar la moglie.
Oltre la dottrina, questo giovane medico specialista si faceva pagare dai clienti i capelli biondi, che per il troppo studio gli erano caduti precocemente e la vista che, per la stessa ragione, gli si era anche precocemente indebolita.
E aveva, oltre la sua scienza speciale delle malattie nervose, un'altra specialità, che offriva gratis però ai signori clienti: gli occhi, dietro gli occhiali, di colore diverso: uno giallo e uno verde.
Chiudeva il giallo, ammiccava col verde, e spiegava tutto.
Ah spiegava tutto lui, con una chiarezza maravigliosa, per dare ai signori clienti, anche nel caso che dovessero morire, intera soddisfazione.
- Dica dottore, può stare che uno rida nel sonno, senza sognare? Forte, sa? Certe risatooòne...
Il giovane medico prese a esporre al signor Anselmo le teorie piú recenti e accontate sul sonno e sui sogni; per circa mezz'ora parlò, infarcendo il discorso di tutta quella terminologia greca che fa cosí rispettabile la professione del medico, e alla fine concluse che - no - non poteva stare.
Senza sognare, non si poteva ridere a quel modo nel sonno.
- Ma io le giuro, signor dottore, che proprio non sogno, non sogno, non ho mai sognato! - esclamò stizzito il signor Anselmo, notando il riso sardonico con cui la moglie aveva accolto la conclusione del giovane medico.
- Eh no, creda! Cosí le pare, - soggiunse questi, tornando a chiudere l'occhio giallo e ad ammiccare col verde.
- Cosí le pare...
Ma lei sogna.
È positivo.
Soltanto, non serba il ricordo de' sogni, perché ha il sonno profondo.
Normalmente, gliel'ho spiegato, noi ci ricordiamo soltanto dei sogni che facciamo, quando i veli, dirò cosí, del sonno si siano alquanto diradati.
- Dunque rido dei sogni che faccio?
- Senza dubbio.
Sogna cose liete e ride.
- Che birbonata! - scappò detto allora al signor Anselmo.
- Dico esser lieto, almeno in sogno, signor dottore, e non poterlo sapere! Perché io le giuro che non ne so nulla! Mia moglie mi scrolla, mi grida: "Tu ridi!" e io resto balordo a guardarla in bocca, perché non so proprio né d'aver riso, né di che ho riso.
Ma ecco qua, ecco qua: c'era, alla fine! Sí, sí.
Doveva esser cosí.
Provvidenzialmente la natura, di nascosto, nel sonno lo ajutava.
Appena egli chiudeva gli occhi allo spettacolo delle sue miserie, la natura, ecco, gli spogliava lo spirito di tutte le gramaglie, e via se lo conduceva, leggero leggero, come una piuma, pei freschi viali dei sogni piú giocondi.
Gli negava, è vero, crudelmente, il ricordo di chi sa quali delizie esilaranti; ma certo, a ogni modo, lo compensava, gli ristorava inconsapevolmente l'animo, perché il giorno dopo fosse in grado di sopportare gli affanni e le avversità della sorte.
E ora, ritornato dall'ufficio, il signor Anselmo si toglieva su le ginocchia Susí, che sapeva imitar cosí bene la risatona ch'egli faceva ogni notte, per averla sentita ripetere tante volte dalla nonna; le accarezzava l'appassito visetto di vecchina, e le domandava:
- Susí, come rido? Sú, cara, fammela sentire, la mia bella risata.
E Susí, buttando indietro la testa e scoprendo il gracile colluccio di rachitica, prorompeva nell'allegra risatona, larga, piena, cordiale.
Il signor Anselmo, beato, la ascoltava, la assaporava, pur con le lacrime in pelle per la vista di quel colluccio della bimba; e, tentennando il capo e guardando fuori della finestra, sospirava:
- Chi sa come sono felice, Susí! Chi sa come sono felice, in sogno, quando rido cosí.
Purtroppo, però, anche questa illusione doveva perdere il signor Anselmo.
Gli avvenne una volta, per combinazione, di ricordarsi d'uno dei sogni, che lo facevano tanto ridere ogni notte.
Ecco: vedeva un'ampia scalinata, per la quale saliva con molto stento, appoggiato al bastone, un certo Torella, suo vecchio compagno d'ufficio, dalle gambe a roncolo.
Dietro al Torella, saliva svelto il suo capo-ufficio, cavalier Ridotti, il quale si divertiva crudelmente a dar col bastone sul bastone di Torella che, per via di quelle sue gambe a roncolo, aveva bisogno, salendo, d'appoggiarsi solidamente al bastone.
Alla fine, quel pover'uomo di Torella, non potendone piú, si chinava, s'afferrava con ambo le mani a un gradino della scalinata e si metteva a sparar calci, come un mulo, contro il cavalier Ridotti.
Questi sghignazzava e, scansando abilmente quei calci, cercava di cacciare la punta del suo crudele bastone nel deretano esposto del povero Torella, là, proprio nel mezzo, e alla fine ci riusciva.
A tal vista, il signor Anselmo, svegliandosi, col riso rassegato d'improvviso su le labbra, sentí cascarsi l'anima e il fiato.
Oh Dio, per questo dunque rideva? per siffatte scempiaggini?
Contrasse la bocca, in una smorfia di profondo disgusto, e rimase a guardare innanzi a sé.
Per questo rideva! Questa era tutta la felicità, che aveva creduto di godere nei sogni! Oh Dio...
Oh Dio...
Se non che, lo spirito filosofico, che già da parecchi anni gli discorreva dentro, anche questa volta gli venne in soccorso, e gli dimostrò che, via, era ben naturale che ridesse di stupidaggini.
Di che voleva ridere? Nelle sue condizioni, bisognava pure che diventasse stupido, per ridere.
Come avrebbe potuto ridere altrimenti?
UN PO' DI VINO
Ero entrato in quella Bottiglieria, io che non bevo vino, per far compagnia a un amico forestiere, che pare non possa andare a letto senza il viatico, ogni sera, d'un buon bicchierotto.
Due sale comunicanti per un'arcata in mezzo: una piú bassa; l'altra, tre gradini piú sú; lugubri tutt'e due, con le pareti a metà coperte da uno zoccolo di legno.
La prima, con l'impalchettatura dei liquori, stinta, unta, impolverata, e un vecchio banco di mescita davanti; l'altra, dove c'eravamo messi a sedere, col solo giro di tavolini tozzi verniciati di giallo e quattro lampadine che pendevano dal soffitto, filo e padellina.
Di prima sera, non c'era quasi nessuno.
Due, che avevano già asciugato la prima bottiglia, sedevano in silenzio, cupi, col mento sul petto, in un angolo.
A un tratto, uno d'essi spalancò la bocca ed emise un suono lungo, a piú riprese, che non finiva piú.
L'altro si voltò a ragguardarlo:
- E tu ragli, caro mio, cosí!
Poi si voltò a noi e aggiunse:
- Ma guarda s'è il modo di sbadigliare!
Questo segno sguajato di noja bestiale fece da susta al disgusto che provavo dacché avevo messo piede in quel luogo; m'alzai e gridai al mio amico:
- Sbrígati, per piacere!
Ma il mio amico, posando il bicchiere ancora a metà pieno di quel suo nero aleatico denso come un rosolio, socchiuse gli occhi e ingollò il sorso che aveva tratto con voluttà cosí bambinescamente palese, che subito la stizza che me ne venne si ruppe in una risata.
Tornai a sedere, umiliato dalla coscienza che stavo lí a far da mezzano a quella sua voluttà.
Intanto altri avventori erano venuti.
Alcuni, nell'altra sala, giocavano a carte.
Venne anche un vecchio cieco, con un occhio che gli sbatteva bianco e quasi ridente da una parte, la chitarra al collo, guidato da una ragazzina magra, con una frangetta di capelli stopposi sulla fronte, pietosissima; ma tutt'a un tratto si mise a cantare, distratta, con una voce quasi non sua e cosí spietata, che sollevò le proteste generali e fu fatta andar via.
Al tavolino accanto al nostro s'appressò a un certo punto una strana coppia: un vecchio signore dall'aria molto nobile, impettorito, quasi incadaverito vivo, condotto per mano da un giovane cameriere dalla grossa testa capelluta, come posata senza collo sulle spalle, e una faccia da malato, gonfia, con gli occhi bolsi ma dolci tra i peli, occhi che avevano la dolente opacità del turchese.
Pieno di riguardosa attenzione per il vecchio signore che si reggeva a stento sulle gambe, senza lasciargli la mano si introdusse tra un tavolino e l'altro, scostò la seggiola e pian piano ve lo posò a sedere come un fantoccio; poi si recò nell'altra sala e ritornò poco dopo con un quartuccio di vinetto biondo che gli pose davanti sul tavolino, e un bicchiere; e se ne andò.
Il vecchio rimase lí immobile, con le mani sulle gambe giunte.
Aveva una bellissima testa, ma sciupata, da colonnello a riposo; di qua e di là, di traverso, come scritti calligraficamente, due esemplari occhi di pesce; e tutte segnate le guance d'una fitta trama di venuzze violette.
Vestiva bene, di pulita semplicità.
Ma che brutto segno e che tristezza quando, o dal taglio o dal colore o dalla qualità della stoffa, si capisce che un abito è di tre o quattr'anni fa, e lo si vede rimasto nuovo nuovo, senza una grinza né una macchiolina, addosso a un vecchio! Guardandolo, si aveva la certezza che egli sarebbe morto con quell'abito di quattr'anni rimasto nuovo, e che forse vi si sentiva già morto dentro.
Una mosca me ne diede la prova.
Aveva cominciato a molestarlo ostinatamente, appena lasciato lí sulla seggiola.
Ma egli non accennava nemmeno d'alzare una mano per cacciarla.
Lí per lí mi nacque il dubbio che non potesse, e da questo dubbio, una smania irrefrenabile, nel veder quella mosca attaccarglisi vorace a certe bollicine di calore che aveva sulla fronte.
Ero sul punto di cacciargliela io, quand'egli volse pian piano verso di me la sola testa e con un fine e malinconico sorriso mi disse:
- Certe mosche hanno questa natura, che un tale è appena morto, che non si sa che messaggeri hanno: lo sanno subito.
E subito, come lo sanno, vengono ad appiccarsi e a bearsi del sudorino della morte.
Detto questo, rigirò la testa per rimettersi immobile come prima sulla seggiola.
Ora certo non s'è mai dato il caso che un cadavere, steso duro sul letto tra quattro ceri, abbia alzato la mano per cacciarsi una mosca dalla fronte o dal naso.
Ma quel vecchio signore, perdio, quantunque all'aspetto incadaverito, stava seduto in una bottiglieria, aveva mosso la testa, mi aveva parlato.
Solo le mani pareva non potesse muovere.
E il quartuccio di vino gli restava davanti intatto, lí sul tavolino, col bicchiere vuoto accanto.
Cercai con gli occhi nell'altra sala il cameriere, che forse aveva attaccato discorso con qualcuno e s'era dimenticato di venire a servire il padrone; non mi riuscí di scorgerlo; e allora, non reggendo piú alla vista dell'immobilità di quel povero vecchio, allungai la mano alla bottiglia per versargli io il vino nel bicchiere e ajutarlo a bere.
Ma con stupore gli vidi alzar subito una mano dalle gambe per trattenere la mia.
Sorrise, inchinando appena il capo; rimise a posto la mano e mi disse:
- Grazie, non s'incomodi: non bevo.
Lo guardai, sorpreso; guardai la bottiglia, come per domandargli perché allora il cameriere gliel'avesse messa lí davanti; il vecchio signore mi lesse negli occhi la domanda e mi rispose:
- Per finta.
Non è vino.
- Non è vino? E che cos'è?
- Niente.
Acquetta.
Il vino, io, per forte che sia lo bevo, poco, ma pretto.
Provi a versarmene un dito di quello del suo amico, e vedrà che cosa avviene.
Incuriosito, presi la bottiglia d'aleatico del mio amico, e stavo per versarne un poco nel bicchiere del vecchio signore, che subito dall'altra sala si precipitò il cameriere, il quale evidentemente stava in agguato, a coprir con la mano il bicchiere e a gemere con esasperazione:
- Signor Marchese!
E poi, rivolto a noi:
- Signori miei, per carità! Chi poi ci va di mezzo sono io!
E se n'andò, portandosi via il bicchiere.
Il vecchio signore tornò a sorridere di quel suo fine e malinconico sorriso, tentennando lievemente il capo; poi socchiuse gli occhi e trasse un lungo sospiro.
- Povero Costantino!
Mi parve che non fosse piú il caso di prender la cosa sul serio, e gli domandai:
- Le proibisce di bere, eh?
Mi rispose:
- Non lui; me lo proibisce mio figlio; e non perché gl'importi della mia salute, ma perché io non offenda il decoro del casato con quel po' d'allegria che mi verrebbe subito da un dito di vin pretto.
Costantino berrebbe anche lui volentieri.
Non può, pena la morte.
Malatissimo.
Malatissimo e carico di famiglia, poverino.
Mi astengo dal bere per compassione di lui.
Sarebbe cacciato via su due piedi, se mi riportasse a casa, non dico brillo, ma appena appena vivace.
Oh, creda, non piú che vivace; perché io seguirei sempre, a ogni modo, la buona regola: portarsi, bevendo, né un punto piú sú, né un punto piú giú; ma al punto giusto.
Un punto piú sú, il brio trasmoda; un punto piú giú, il brio non s'accende.
E se il brio non s'accende, vapora la tristezza.
Le porto un paragone.
Le torce, caro signore, accese di giorno, in un mortorio.
La fiamma, al sole, non si vede.
E che si vede invece? Il loro fumighío.
Mi spiego?
Fece con un dito in aria il segno di quel fumighío, e si tacque.
Veramente il paragone, ora che ci ripenso, non aveva quella chiarezza di rapporti che la rettorica stima necessaria perché un paragone riesca efficace; ma in quel punto, detto da lui, con un garbo cosí meticolosamente forbito, esile voce e funebre compostezza, non solo efficacissimo, mi parve il piú calzante e proprio ch'egli potesse portare.
Tornai a interessarmi di lui, con nuova e piú viva curiosità e gli domandai perché, non potendo bere, si faceva condurre dal cameriere in una bottiglieria.
- Eh, perché! - sospirò.
- Perché io possa vedere qua la mia tristezza (che è tanta!) come una povera mendicante davanti a una porta, che se le fosse appena appena schiusa, la farebbe subito diventare, da cosí nera com'è, una fragola di giardino.
Lei è giovane: ama, spera, desidera; vede il mondo come il suo amore, come la sua speranza e il suo desiderio.
Ma se per disgrazia se ne votasse, il mondo le diventerebbe subito un altro.
E sarebbe perciò allora piú vero di come è adesso che lei ama, spera, desidera? Tutti vini immateriali, codesti.
Io vecchio, per vedere ancora sopportabile il mondo, mi mettevo dentro un poco, poco poco, di vino materiale.
Mio figlio non vuole piú, per il decoro del casato.
E poi c'è questo povero Costantino...
Ecco, mi consolo, dandomi qua una prova che questa mia tanta tristezza, sí, ora è vera, ma basterebbe che bevessi un dito di vino, perché non fosse piú.
Lei potrebbe obbiettarmi che non sarebbe vera allora neppure la mia allegria, la quale dipenderebbe dal dito di vino che avrei bevuto.
E io non le dico di no.
Ma torniamo daccapo; che cosa è vero, caro signore? Che cosa non dipende da ciò che ci mettiamo dentro per crearci ora questa e ora quella verità? Ecco, stia a sentire...
Si levava dalle due sale della bottiglieria, che m'era sembrata in principio cosí lugubre, un allegro frastuono.
Guardai in giro, e tutti i visi mi parevano cangiati, alcuni schiariti, altri accesi.
Quattro signori a un tavolino, ritti sui busti e protesi l'uno verso l'altro, con le teste accoste accoste, intonavano con gran delizia non so che musica, cantando col naso; altri ciarlavano forte, altri ridevano.
E allora, tornando a guardare il vecchio signore, che s'era ricomposto in quell'orribile immobilità di pulito cadavere seduto, e ripensando a quanto or ora aveva finito di dirmi, mi sentii preso da una profonda pietà.
Aveva di nuovo la mosca su quelle bollicine di calore.
Mi chinai verso di lui e gli dissi piano:
- Ma scusi, non si potrebbe almeno cacciare codesta mosca dalla fronte?
LA LIBERAZIONE DEL RE
Co co co,...
pío pío pío,...
co co co...
La Mangiamariti, al solito, appena finito di dirne qualcuna delle sue, si metteva a chiamare cosí le galline.
Tutt'e dieci, queste, calzate di giallo, accorrevano crocchiando al richiamo.
Ma ella non badava alle galline; aspettava il vecchio gallo nero, piccolo e spennacchiato, che accorreva per ultimo.
Seduta sull'uscio, gli tendeva le braccia gridando:
- Caro! Amore di mamma! Vieni, caro, vieni!
E come il gallo le saltava in grembo fremendo e starnazzando, prendeva a lisciarlo, a baciarlo su la cresta, o gli afferrava con due dita e gli scoteva amorosamente i languidi bargigli, ripetendo tra i baci e le carezze:
- Bello mio! Bello di mamma! Sangue del mio cuore! Amore mio!
Certe scene che, se non fosse stato un gallo, chi sa che cosa si sarebbe potuto sospettare.
Vecchio, brutto, con la cresta squarciata e penzolante da un lato, non valeva un bajocco.
Eppure, bisognava vedere.
Guaj a toccarglielo!
Tanto quel gallo però, quanto le dieci galline, che pur le facevano puntuali dieci uova al giorno, sarebbero morti certamente di fame; se per quel lercio vicolo scosceso non fossero passate tante asine e tante mule.
Perché ella voleva sí le uova da quelle galline, e non dar loro da mangiare.
La vita è una catena.
Quel che gli uni buttano via digerito, serve agli altri, che son digiuni.
E quelle gallinelle correvano ingorde e rissose dietro a quelle asine e a quelle mule, prodighe del superfluo.
Santa economia della natura!
- Che sapore, donna Tuzza Michis, ditelo voi, che sapore avevano jeri le vostre uova?
Ah, un miele! Perché donna Tuzza Michis, la signora di quel vicolo, non comperava le uova della Mangiamariti.
Quelle uova? Ai cani! E neppure i cani le volevano.
Con un fazzoletto di cotone fiammante annodato attorno al capo alla carrettiera, quasi per dare maggior risalto alla pelle della faccia che aveva il colore e la durezza liscia della carruba secca, donna Tuzza Michis oggi s'affacciava sul pianerottolo della scalettina a collo, reggendo con le mani insaccate in un pajo di sudici guantacci da maschio il manico della padella ove friggevano ancora, rossodorate, le piú belle triglie di scoglio; domani si sedeva lí alta su l'uscio a spennacchiare un pollastro pian pianino, con dispettosa delicatezza; e, tra le penne e le piume che il vento si portava via, come il giorno avanti tra il fumo e il friggío della padella, diceva forte, con lamentosa cantilena:
- Senza peccato, penitenza: sia fatta la volontà di Dio: senza peccato, penitenza!
Poi, ritirandosi per seguitare ad attendere a' suoi squisiti manicaretti, che riempivano di deliziosi odori tutte le catapecchie del vicolo gialle di fame, si metteva a cantare a squarciagola:
Bella sorte fu la mia
star rinchiusa alla badia...
Tutto questo, per far crepare di rabbia e d'invidia quelle lingue di vipere del vicinato che, pur affogate nella piú lurida miseria e prese a cinghiate mattina e sera e lasciate digiune dai mariti, avevano il coraggio di sparlare di lei, di deriderla, perché non aveva potuto trovar marito a causa della bruttezza.
E quando, o la mattina per tempo o alla calata del sole, si sentiva il grido di don Filomeno Lo Cicero che passava ballando e cantando con la bacchettina in mano:
Chi ha capelli, che ve li cangio;
quello che busco, me lo mangio;
me lo mangio con mia moglie;
canchero a voi, canchero e doglie.
- Don Filome', - gli diceva, affacciandosi all'uscio coi capelli sciolti su le spalle, e il pettine in mano, - venite, venite a tagliare questi miei, che mi faccio monacella! Ma per cent'onze ve li vendo, don Filome'! Né un grano piú, né un grano meno.
- Cent'onze, già! Perché devono servire a far la treccia finta alla regina di Spagna, che è pelata, quei capelli là! - commentava la Mangiamariti; e subito dopo:
- Co co co...
pío pío pío...
co co co...
Ma chiamava le galline per rabbia, questa volta.
Che lei sí davvero s'era fatta monacella della miseria; s'era cioè tagliati i capelli per venderli a don Filomeno; per tre tarí, capelli e tutto: vivi, scovati e non scovati.
E anche le penne di quel gallo, che ora teneva in braccio, no?
- Questo? - scattava allora la Mangiamariti, balzando in piedi e brandendo alto il gallo.
- Una penna di questo, per vostra regola, vale piú di tutto il vostro crine di capecchio pieno di zeccole, femmina del diavolo che non siete altro!
Ebbene la Michis, quell'anno, per rodimento della Mangiamariti, volle comperare un magnifico gallo, un gallo meraviglioso, a cui però avrebbe tirato il collo nella vicina festa di Natale, ché non voleva bestie per casa, lei, neanche il gatto.
Dopo averlo mostrato di porta in porta per tutto il vicolo, lo mise a ingrassare in un angusto cortiletto, ch'ella chiamava giardino, dietro la casa; e siccome doveva tenerlo lí parecchie settimane, pensò bene di dargli un nome e lo chiamò Cocò.
- Bravo, canta, Cocò! - gli diceva forte, quando esso cantava, quasi avesse cantato per far rabbia alle vicine.
E: - Mangia, Cocò! - quando gli recava da mangiare; - Bevi, Cocò! - quando da bere; e poi d'ora in ora: - Qua, Cocò, vieni qua! bello, Cocò!
Ma il gallo, sordo.
Mangiava, beveva, cantava, quando doveva; poi, non che accorrere al richiamo, neppur si voltava.
Sdegnava quella padrona nera come un tizzo, dagli occhi ovati e dalla bocca che pareva la buchetta d'un banco di taverna; sdegnava quel nomignolo confidenziale; sdegnava quel sozzo umido cortiletto, ove colei lo aveva relegato; e scoteva la cresta sanguigna, sprazzando luce da tutte le penne dai colori cangianti, e guardava di traverso, come per compassione; o squassava la giubba verde dai riflessi d'oro; incedeva maestoso, una zampa dopo l'altra; e, prima di voltarsi, tornava a guardar di traverso quasi a impedire che le magnifiche penne della coda toccassero gli sterpi di quel cosí detto giardino.
Si sentiva re, e si sentiva in prigione.
Ma non voleva avvilirsi.
Voleva stare in prigione da re.
E lo gridava, all'alba; lo gridava a tutte le altre ore designate; e, dopo aver gridato, piú che in ascolto, pareva stesse all'aspetto, che all'alba il sole e nelle altre ore tutti i galli, che da lontano gli rispondevano, dovessero venire in suo ajuto, a liberarlo.
Non gli passava per il capo che a un gallo adatto come lui potesse toccar la sorte d'un misero pollastrello qualunque; che quella brutta padrona lo avesse comperato per tirargli il collo di lí a poco.
Prima d'essere rinchiuso in quel cortiletto aveva avuto nel piano di Ravanusa dodici galline in suo potere, una piú bella dell'altra, tutte segnate nei merluzzi della cresta dai fieri pinzi del suo becco imperioso; care gallinelle docili, eppur ferocemente gelose e orgogliose di lui, perché nessuno dei tanti galli, che regnavano in quel piano e nei dintorni, aveva la sua maestà e la sua voce.
A una a una, poi, s'era vedute portar via quelle sue spose massaje e sottomesse, e alla fine, un brutto giorno, era rimasto vedovo e solo, e poi ghermito di furto anche lui e consegnato per le zampe a costei, che ora lo teneva lí, oh ben pasciuto senza dubbio, ma perché? che vita era quella? che stato?
Aspettava di giorno in giorno, che, o quelle care antiche gallinelle rapite al suo amore e alla sua custodia fossero portate lí a fargli scordar la prigionia, o questa in qualche altro modo avesse fine.
Era egli gallo da star senza galline?
E cantava, e cantava.
Gridi di protesta, di indignazione, di rabbia, di vendetta.
Finché, una mattina, all'angolo del cortiletto...
- ma come? che era? Sí, un verso a lui ben noto...
co-co-co...
ma come lí? da sottoterra?...
co-co-co...
e qualche timido, rapido colpettino di becco, e un razzolío sommesso.
S'accostò incerto, guardingo; allungò il collo; spiò attorno; stette in ascolto; riudí piú distinti i rumori e quel verso, che da tanti giorni piú non udiva e già gli aveva messo in subbuglio il cuore; e alla fine alzò una zampa e rimosse un po' il mattone, che faceva da turo lí a una buca per lo scarico delle acque piovane.
Rimosso il mattone, stette un pezzo a guardare a scatti, convulso, di qua e di là, quasi pronto a dire, se qualcuno se ne fosse accorto, che non era stato lui.
Poi, raffidato, si chinò, e dentro quella buca intravide una graziosa pollastrotta picchiettata bianca e nera, la quale, attraverso la fessura, sporse prima il beccuccio, poi tutto il capino dagli occhietti tondi e dai nascenti rosei pendagli, come se, con una grazia tra timida e birichina, gli domandasse:
- Si può?
A quell'apparizione, egli restò, dapprima; poi arruffò le penne quasi corso da un brivido di gioja; protese il collo; allargò le ali; starnazzò, e lanciò alla fine un vigoroso chicchirichí.
Aveva da tempo chiamato, ed ecco già qualcuno cominciava a rispondergli.
La pollastrotta, al grido, rigettò con una zampettina risoluta il mattone, e, quasi strisciando riverenze, si fece avanti.
Egli allora, tutto tronfio e impettito, le si mostrò di fronte e poi da un lato e poi dall'altro e di dietro, come per farsi ammirare da ogni parte; levò infine una zampa in atto d'impero e si tenne ritto sull'altra un pezzo; poi, scrollandosi tutto, le mosse con impeto incontro.
Chiotta chiotta, ranca ranca, quasi spaventata, ma con un gorgoglío nella gola, che pareva una risatina mal frenata, la pollastrotta prese a fuggire, non già per schermirsi, anzi per il gusto di vedersi inseguita, e quando, raggiunta, si sentí pinzare il collo e poi sul dorso imporre le due zampe poderose, cosí presa e chinata, si gonfiò tutta; ma il fremito di gioja volle nascondere in un lamentío timido, esile, che a mano a mano divenne piú spiccato, rabbiosetto, come se in cambio chiedesse, anzi no, esigesse chicchi, chicchi, chicchi da beccare.
Chicchi...
lei sola? No.
Uh, quante! E donde erano entrate? Tutte da quella buca...
Sette, otto, nove, dieci galline, una folla in quel cortiletto, una folla stupita della bellezza e della maestà di quel gallo prigioniero, di cui per tanti giorni avevano ammirato, razzolando per il vicolo, il maschio canto sonoro.
La pollastrotta scappò di sotto le zampe del re, strillando non so che miracoli e spaventi, e allora la stupefazione fino a quel punto immobile delle altre galline diventò rimescolío di commossa ammirazione, e furono inchini e ossequii e riverenze e un coro confuso di complimenti e di congratulazioni, che egli accolse con altera dignità, come dovuto omaggio, col collo eretto e squassando la cresta merlata e i bargiglioni.
Ma in quel punto si levò dal vicolo il canto rauco, stento, strozzato dall'ira del piccolo vecchio gallo nero spennacchiato della Mangiamariti, a cui quella pollastrotta prima e poi quelle altre galline erano sfuggite di furto per la buca del cortiletto.
A questo grido di rabbia e di minaccia tacquero quasi smarrite, sgomente, le fuggitive; ma subito a rassicurarle, il giovine re si avanzò verso la buca, vi s'impostò fieramente davanti, levò la zampa e rispose con un grido di sfida.
Le galline, in attesa di chi sa quale terribile avvenimento, s'erano ritratte, ristrette all'altro angolo del cortiletto e, pigolando sommessamente, si confidavano la paura e forse il pentimento per la curiosità che le aveva attirate là dentro.
Fu un momento d'angosciosa aspettazione.
Davanti alla buca il gallo lanciò con maggior fierezza una nuova sfida, e attese.
Nessuno rispose dal vicolo; ma alte grida rissose si levarono invece nella soprastante cucina della casa, che turbarono e sconcertarono alquanto il giovine re e misero lo scompiglio tra le galline.
Corri di qua, scappa di là, nello spavento non trovavano piú la buca per sguizzare e battersela; alla fine, una la imbroccò, e via le altre dietro.
Quando la Mangiamariti e donna Tuzza Michis, vociando sempre piú forte, scesero giú nel cortiletto, erano scappate tutte, tranne una: la pollastrotta picchiettata bianca e nera.
- Dove sono? dove sono? - gridò la Michis con le mani rovesciate sui fianchi.
- Eccole là! - gridò l'altra, precipitandosi