TUTT'E TRE, di Luigi Pirandello - pagina 17
...
.
E tutta la carnale e santa amorosità della mamma sentiva nella voce di lei, senza badare che quella voce, piú che dalla povera enorme bocca, le sfiatasse quasi vana dai fori del naso.
Sapeva che il padre, venuto sú dalla strada, era diventato signore per lei; e s'irritava vedendo che ella, nonché pretenderne almeno un po' di gratitudine, per poco non metteva la faccia - quella sua povera faccia! - dove lui i piedi; e che lo serviva come una schiava, dimostrandogli lei, anzi, in ogni atto, a ogni momento, quella gratitudine tutta tremiti delle bestie avvilite; sempre in apprensione di non esser pronta abbastanza a prevenire ogni suo desiderio o bisogno, ad accogliere qualche sua distratta benevolenza come una grazia immeritata.
Non aveva ancora sei anni, e già si rivoltava, indignato, e scappava via sulle furie nel vedersi mostrato da lei a chi la rimproverava di quella sua troppa remissione; si turava gli orecchi per non udire dall'altra stanza le parole con cui di solito ella accompagnava quel gesto rimasto a mezzo per la sua fuga: che aveva un figlio e che questo, data la sua disgrazia, fosse già un premio veramente insperato che Dio le aveva voluto concedere.
A quell'età non poteva ancora comprendere ch'ella poneva avanti questa scusa del figlio per dissimulare, fors'anche a se stessa, l'inconfessabile miseria della sua povera carne che mendicava con tanta umiliazione a quell'uomo l'amore, pur sapendolo preso e posseduto da un'altra donna, pur avvertendo certamente la repulsione con cui ogni volta la tremenda elemosina le doveva esser fatta.
E s'era creduto in obbligo di risarcirla di quell'avvilimento davanti a tutti, patito per lui.
Era a conoscenza che il padre s'era messo con una vedova, popolana, sua cugina, una certa Nuzza La Dia ch'era stata sua fidanzata e ch'egli aveva lasciata per sposare una d'un paraggio superiore al suo e con ricca dote: pazienza, se brutta; figlia dell'ingegnere che lo aveva ajutato a tirarsi sú e che, accollatario di tanti lavori, lo avrebbe preso come socio in tutti gli appalti.
Sapeva che le domeniche mattina i due si davano convegno al parlatorietto riservato alla madre badessa del monastero di San Vincenzo, ch'era una loro zia.
Fingevano d'andarle a far visita; e la vecchia badessa, che forse scusava con la parentela tra i due la tenera intimità di quei convegni, godeva nel vederseli davanti, l'uno di fronte all'altra, ai due lati del tavolino sotto la doppia grata: lui, diventato un signore, con l'abito turchino delle domeniche che pareva gli dovesse scoppiare sulle spalle rudi, il solino duro che gli segava le garge paonazze, e la cravatta rossa; lei d'una piacenza tutta carnale ma placida perché soddisfatta, vestita di raso nero e luccicante d'ori nella penombra di quel parlatorietto che aveva il rigido delle chiese.
S'imbeccavano, un boccone tu, un boccone io, le innocenti confezioni della badia, e dai bicchierini il pallido rosolio con l'essenza di cannella, un sorso tu, un sorso io.
E ridevano.
E anche la vecchia zia badessa, come una balla dietro la doppia grata, si buttava via dalle risa.
Era andato a sorprenderli, una di quelle domeniche.
Il padre aveva fatto a tempo a nascondersi dietro una tenda verde che riparava a destra un usciolo; ma la tenda era corta, e sotto i peneri ancora mossi si vedevano bene le due grosse scarpe di coppale lisce e lustre; ella era rimasta a sedere davanti al tavolino, col bicchierino ancora tra le dita, in atto di bere.
Le era andato di fronte e s'era tirato un po' indietro col busto per scagliarle con piú forza in faccia lo sputo.
Il padre non s'era mosso dalla tenda.
E a lui, poi, a casa, non aveva torto un capello né detto nulla.
S'era vendicato sopra la madre; l'aveva percossa a sangue e cacciata via; poi s'era tolta in casa pubblicamente la ganza, senza voler piú sapere né della moglie né del figlio.
Morta dopo un anno la madre, egli era stato messo in collegio fuori del paese; e non aveva riveduto il padre mai piú.
Ora, in quel suo ritorno dopo tanto tempo al paese natale, non era stato riconosciuto da nessuno.
Solo un tale gli s'era accostato, che a lui però non era riuscito d'immaginare chi potesse essere; un certo omino ammantellato, che pareva quasi per ridere, tanto era piccolo e il mantello grande.
Misteriosamente costui, chiamandoselo prima con la mano in disparte, s'era messo a parlargli a bassissima voce della casa e del diritto da far valere sulla corte di essa, o per sè, o, se per sè non voleva, a favore d'una disgraziata che sarebbe stata carità fiorita ricompensare dell'amore e della devozione che aveva avuto per il padre e dei servizi che egli aveva reso fino all'ultimo, quando, perso di tutto il corpo e muto, s'era ridotto alla fame: una certa Nuzza La Dia sí, che fin d'allora s'era data a mendicare per lui, e che ora, senza tetto, si trascinava ogni notte a dormire là, in un sottoscala della casa.
Paolo Marra s'era voltato a guardare quell'omino come fosse il diavolo.
Ed ecco che quell'omino, in risposta al suo sguardo, subito gli aveva strizzato un occhio, ammiccando con l'altro, improvvisamente acceso d'una furbizia davvero diabolica.
Proprio come se fosse stato lui a far precipitare da bambina la madre dalla finestra, per svisarla; lui a far cosí bella, per la tentazione del padre, quella Nuzza La Dia; lui a indurlo, ragazzo, a tirare in faccia a quella donna bella lo sputo per la rovina di tutti.
E dopo aver cosí ammiccato, quel diavolo lí, ravvolgendosi con gran vento nel suo spropositato mantello, era andato via.
Sapeva bene Paolo Marra che questa era tutta sua immaginazione, la quale nasceva dal fatto che da un pezzo si sentiva pungere segretamente dal rimorso d'aver lasciato morire il padre nella miseria, senza volersene piú curare.
Anche in quel momento se ne sentí pungere; ma subito respinse quel rimorso con un urto d'odio che pur sapeva non vero.
L'urto, difatti, proveniva da un altro sentimento ch'egli non aveva mai voluto precisare dentro di sé per non offendere tra le sue memorie quella che gli doleva di piú: la memoria della madre.
E questa memoria era mista adesso a un senso atroce di vergogna e ad un avvilimento tanto piú grande, in quanto ogni volta, accanto alla faccia della madre, deturpata, gli appariva d'improvviso, bella, la faccia di quell'altra, col ricordo indelebile di com'ella lo aveva guardato, mentre ancora lo sputo le pendeva dalla guancia: un sorriso incerto, di quasi allegra sorpresa, che le luceva sui denti tra le labbra rosse; e tanta pena, invece, tanta pena negli occhi.
TU RIDI
Scosso dalla moglie, con una strappata rabbiosa al braccio, springò dal sonno anche quella notte, il povero signor Anselmo.
- Tu ridi!
Stordito, e col naso ancora ingombro di sonno, e un po' fischiante per l'ansito del soprassalto, inghiottí; si grattò il petto irsuto; poi disse aggrondato:
- Anche...
perdio...
anche questa notte?
- Ogni notte! ogni notte! - muggí la moglie, livida di dispetto.
Il signor Anselmo si sollevò su un gomito, e seguitando con l'altra mano a grattarsi il petto, domandò con stizza:
- Ma proprio sicura ne sei? Farò qualche versaccio con le labbra, per smania di stomaco; e ti pare che rida.
- No, ridi, ridi, ridi, - riaffermò quella tre volte.
- Vuoi sentir come? cosí.
E imitò la risata larga, gorgogliante, che il marito faceva nel sonno ogni notte.
Stupito, mortificato e quasi incredulo, il signor Anselmo tornò a domandare:
- Cosí?
- Cosí! Cosí!
E la moglie, dopo lo sforzo di quella risata, riabbandonò, esausta, il capo sui guanciali e le braccia su le coperte, gemendo:
- Ah Dio, la mia testa...
Nella camera finiva di spegnersi, singhiozzando, un lumino da notte davanti a un'immagine della Madonna di Loreto, sul cassettone.
A ogni singhiozzo del lumino, pareva sobbalzassero tutti i mobili.
Irritazione e mortificazione, ira e cruccio sobbalzavano allo stesso modo nell'animo stramazzato del signor Anselmo, per quelle sue incredibili risate d'ogni notte, nel sonno, le quali facevano sospettare alla moglie che egli, dormendo, guazzasse chi sa in quali beatitudini, mentr'ella, ecco, gli giaceva accanto, insonne, arrabbiata dal perpetuo mal di capo e con l'asma nervosa, la palpitazione di cuore, e insomma tutti i malanni possibili e immaginabili in una donna sentimentale presso alla cinquantina.
- Vuoi che accenda la candela?
- Accendi, sí, accendi! E dammi subito le gocce: venti, in un dito d'acqua.
Il signor Anselmo accese la candela e scese quanto piú presto poté dal letto.
Cosí in camicia e scalzo, passando davanti all'armadio per prendere dal cassettone la boccetta dell'acqua antisterica e il contagocce, si vide nello specchio, e istintivamente levò la mano a rassettarsi sul capo la lunga ciocca di capelli, con cui s'illudeva di nascondere in qualche modo la calvizie.
La moglie dal letto se n'accorse.
- S'aggiusta i capelli! - sghignò.
- Ha il coraggio d'aggiustarsi i capelli, anche di notte tempo, in camicia, mentr'io sto morendo!
Il signor Anselmo si voltò, come se una vipera lo avesse morso a tradimento; appuntò l'indice d'una mano contro la moglie e le gridò:
- Tu stai morendo?
- Vorrei, - si lamentò quella allora, - che il Signore ti facesse provare, non dico molto, un poco di quello che sto soffrendo in questo momento!
- Eh, cara mia, no, - brontolò il signor Anselmo.
- Se davvero ti sentissi male, non baderesti a rinfacciarmi un gesto involontario.
Ho alzato appena la mano, ho alzato...
Mannaggia! Quante ne avrò fatte cadere?
E buttò per terra con uno scatto d'ira l'acqua del bicchiere, in cui, invece di venti, chi sa quante gocce di quella mistura antisterica erano cadute.
E gli toccò andare in cucina, cosí scalzo e in camicia, a prendere altra acqua.
- Io rido...! Signori miei, io rido...
- diceva tra sé, attraversando in punta di piedi, con la candela in mano, il lungo corridojo.
Un vocino d'ombra venne fuori da un uscio aperto su quel corridojo.
- Nonnino...
Era la voce d'una delle cinque nipotine, la voce di Susanna, la maggiore e la piú cara al signor Anselmo, che la chiamava Susí.
Aveva accolto in casa da due anni quelle cinque nipotine, insieme con la nuora, alla morte dell'unico figliuolo.
La nuora, trista donnaccia, che a diciotto anni gli aveva accalappiato quel suo povero figliuolo, per fortuna se n'era scappata di casa da alcuni mesi con un certo signore, amico intimo del defunto marito; e cosí le cinque orfanelle (di cui la maggiore, Susí, aveva appena otto anni) erano rimaste sulle braccia del signor Anselmo, proprio sulle braccia di lui, poiché su quelle della nonna, afflitta da tutti quei malanni, è chiaro che non potevano restare.
La nonna non aveva forza neanche di badare a se stessa.
Ma badava, sí, se il signor Anselmo involontariamente alzava una mano a raffilarsi sul cranio i venticinque capelli che gli erano rimasti.
Perché, oltre tutti quei malanni, aveva il coraggio, la nonna, d'essere ancora ferocemente gelosa di lui, come se nella tenera età di cinquantasei anni, con la barba bianca, il cranio pelato, in mezzo a tutte le delizie che la sorte amica gli aveva prodigate; e quelle cinque nipotine sulle braccia, alle quali col magro stipendio non sapeva come provvedere; col cuore che gli sanguinava ancora per la morte di quel suo disgraziato figliuolo; egli potesse difatti attendere a fare all'amore con le belle donnine!
Non rideva forse per questo? Ma sí! Ma sí! Chi sa quante donne se lo sbaciucchiavano in sogno, ogni notte!
La furia con cui la moglie lo scrollava, la rabbia livida con cui gli gridava: "Tu ridi!" non avevano certo altra ragione, che la gelosia.
La quale...
niente, via, che cos'era? una piccola, ridicola scheggina di pietra infernale, data da quella sua sorte amica in mano alla moglie, perché si spassasse a inciprignirgli le piaghe, tutte quelle piaghe, di cui graziosamente aveva voluto cospargergli l'esistenza.
Il signor Anselmo posò a terra presso l'uscio la candela, per non svegliare col lume le altre nipotine, ed entrò nella cameretta, al richiamo di Susí.
Per maggior consolazione del nonno, che le voleva tanto bene, Susí cresceva male; una spalluccia piú alta dell'altra e di traverso, e di giorno in giorno il collo le diventava sempre piú come uno stelo troppo gracile per sorregger la testina troppo grossa.
Ah, quella testina di Susí...
Il signor Anselmo si chinò sul letto, per farsi cingere il collo dal magro braccino della nipote; le disse:
- Sai, Susí? Ho riso!
Susí lo guardò in faccia con penosa meraviglia.
- Anche stanotte?
- Sí, anche stanotte.
Una risatoooòna...
Basta, lasciami andare, cara, a prender l'acqua per la nonna...
Dormi, dormi, e procura di ridere anche tu, sai? Buona notte.
Baciò la nipotina sui capelli, le rincalzò ben bene le coperte, e andò in cucina a prender l'acqua.
Ajutato con tanto impegno dalla sorte, il signor Anselmo era riuscito (sempre per sua maggior consolazione) a sollevar lo spirito a considerazioni filosofiche, le quali, pur senza intaccargli affatto la fede nei sentimenti onesti profondamente radicati nel suo cuore, gli avevano tolto il conforto di sperare in quel Dio, che premia e compensa di là.
E non potendo in Dio, non poteva per conseguenza neanche piú credere, come gli sarebbe piaciuto, in qualche diavolaccio buffone che gli si fosse appiattato in corpo e si divertisse a ridere ogni notte, per far nascere i piú tristi sospetti nell'animo della moglie gelosa.
Era sicuro, sicurissimo il signor Anselmo di non aver mai fatto alcun sogno, che potesse provocare quelle risate.
Non sognava affatto! Non sognava mai! Cadeva ogni sera, all'ora solita, in un sonno di piombo, nero, duro e profondissimo, da cui gli costava tanto stento e tanta pena destarsi! Le pàlpebre gli pesavano sugli occhi come due pietre di sepoltura.
E dunque, escluso il diavolo, esclusi i sogni, non restava altra spiegazione di quelle risate che qualche malattia di nuova specie; forse una convulsione viscerale, che si manifestava in quel sonoro sussulto di risa.
Il giorno appresso, volle consultare il giovane medico specialista di malattie nervose, che un giorno sí e un giorno no veniva a visitar la moglie.
Oltre la dottrina, questo giovane medico specialista si faceva pagare dai clienti i capelli biondi, che per il troppo studio gli erano caduti precocemente e la vista che, per la stessa ragione, gli si era anche precocemente indebolita.
E aveva, oltre la sua scienza speciale delle malattie nervose, un'altra specialità, che offriva gratis però ai signori clienti: gli occhi, dietro gli occhiali, di colore diverso: uno giallo e uno verde.
Chiudeva il giallo, ammiccava col verde, e spiegava tutto.
Ah spiegava tutto lui, con una chiarezza maravigliosa, per dare ai signori clienti, anche nel caso che dovessero morire, intera soddisfazione.
- Dica dottore, può stare che uno rida nel sonno, senza sognare? Forte, sa? Certe risatooòne...
Il giovane medico prese a esporre al signor Anselmo le teorie piú recenti e accontate sul sonno e sui sogni; per circa mezz'ora parlò, infarcendo il discorso di tutta quella terminologia greca che fa cosí rispettabile la professione del medico, e alla fine concluse che - no - non poteva stare.
Senza sognare, non si poteva ridere a quel modo nel sonno.
- Ma io le giuro, signor dottore, che proprio non sogno, non sogno, non ho mai sognato! - esclamò stizzito il signor Anselmo, notando il riso sardonico con cui la moglie aveva accolto la conclusione del giovane medico.
- Eh no, creda! Cosí le pare, - soggiunse questi, tornando a chiudere l'occhio giallo e ad ammiccare col verde.
- Cosí le pare...
Ma lei sogna.
È positivo.
Soltanto, non serba il ricordo de' sogni, perché ha il sonno profondo.
Normalmente, gliel'ho spiegato, noi ci ricordiamo soltanto dei sogni che facciamo, quando i veli, dirò cosí, del sonno si siano alquanto diradati.
- Dunque rido dei sogni che faccio?
- Senza dubbio.
Sogna cose liete e ride.
- Che birbonata! - scappò detto allora al signor Anselmo.
- Dico esser lieto, almeno in sogno, signor dottore, e non poterlo sapere! Perché io le giuro che non ne so nulla! Mia moglie mi scrolla, mi grida: "Tu ridi!" e io resto balordo a guardarla in bocca, perché non so proprio né d'aver riso, né di che ho riso.
Ma ecco qua, ecco qua: c'era, alla fine! Sí, sí.
Doveva esser cosí.
Provvidenzialmente la natura, di nascosto, nel sonno lo ajutava.
Appena egli chiudeva gli occhi allo spettacolo delle sue miserie, la natura, ecco, gli spogliava lo spirito di tutte le gramaglie, e via se lo conduceva, leggero leggero, come una piuma, pei freschi viali dei sogni piú giocondi.
Gli negava, è vero, crudelmente, il ricordo di chi sa quali delizie esilaranti; ma certo, a ogni modo, lo compensava, gli ristorava inconsapevolmente l'animo, perché il giorno dopo fosse in grado di sopportare gli affanni e le avversità della sorte.
E ora, ritornato dall'ufficio, il signor Anselmo si toglieva su le ginocchia Susí, che sapeva imitar cosí bene la risatona ch'egli faceva ogni notte, per averla sentita ripetere tante volte dalla nonna; le accarezzava l'appassito visetto di vecchina, e le domandava:
- Susí, come rido? Sú, cara, fammela sentire, la mia bella risata.
E Susí, buttando indietro la testa e scoprendo il gracile colluccio di rachitica, prorompeva nell'allegra risatona, larga, piena, cordiale.
Il signor Anselmo, beato, la ascoltava, la assaporava, pur con le lacrime in pelle per la vista di quel colluccio della bimba; e, tentennando il capo e guardando fuori della finestra, sospirava:
- Chi sa come sono felice, Susí! Chi sa come sono felice, in sogno, quando rido cosí.
Purtroppo, però, anche questa illusione doveva perdere il signor Anselmo.
Gli avvenne una volta, per combinazione, di ricordarsi d'uno dei sogni, che lo facevano tanto ridere ogni notte.
Ecco: vedeva un'ampia scalinata, per la quale saliva con molto stento, appoggiato al bastone, un certo Torella, suo vecchio compagno d'ufficio, dalle gambe a roncolo.
Dietro al Torella, saliva svelto il suo capo-ufficio, cavalier Ridotti, il quale si divertiva crudelmente a dar col bastone sul bastone di Torella che, per via di quelle sue gambe a roncolo, aveva bisogno, salendo, d'appoggiarsi solidamente al bastone.
Alla fine, quel pover'uomo di Torella, non potendone piú, si chinava, s'afferrava con ambo le mani a un gradino della scalinata e si metteva a sparar calci, come un mulo, contro il cavalier Ridotti.
Questi sghignazzava e, scansando abilmente quei calci, cercava di cacciare la punta del suo crudele bastone nel deretano esposto del povero Torella, là, proprio nel mezzo, e alla fine ci riusciva.
A tal vista, il signor Anselmo, svegliandosi, col riso rassegato d'improvviso su le labbra, sentí cascarsi l'anima e il fiato.
Oh Dio, per questo dunque rideva? per siffatte scempiaggini?
Contrasse la bocca, in una smorfia di profondo disgusto, e rimase a guardare innanzi a sé.
Per questo rideva! Questa era tutta la felicità, che aveva creduto di godere nei sogni! Oh Dio...
Oh Dio...
Se non che, lo spirito filosofico, che già da parecchi anni gli discorreva dentro, anche questa volta gli venne in soccorso, e gli dimostrò che, via, era ben naturale che ridesse di stupidaggini.
Di che voleva ridere? Nelle sue condizioni, bisognava pure che diventasse stupido, per ridere.
Come avrebbe potuto ridere altrimenti?
UN PO' DI VINO
Ero entrato in quella Bottiglieria, io che non bevo vino, per far compagnia a un amico forestiere, che pare non possa andare a letto senza il viatico, ogni sera, d'un buon bicchierotto.
Due sale comunicanti per un'arcata in mezzo: una piú bassa; l'altra, tre gradini piú sú; lugubri tutt'e due, con le pareti a metà coperte da uno zoccolo di legno.
La prima, con l'impalchettatura dei liquori, stinta, unta, impolverata, e un vecchio banco di mescita davanti; l'altra, dove c'eravamo messi a sedere, col solo giro di tavolini tozzi verniciati di giallo e quattro lampadine che pendevano dal soffitto, filo e padellina.
Di prima sera, non c'era quasi nessuno.
Due, che avevano già asciugato la prima bottiglia, sedevano in silenzio, cupi, col mento sul petto, in un angolo.
A un tratto, uno d'essi spalancò la bocca ed emise un suono lungo, a piú riprese, che non finiva piú.
L'altro si voltò a ragguardarlo:
- E tu ragli, caro mio, cosí!
Poi si voltò a noi e aggiunse:
- Ma guarda s'è il modo di sbadigliare!
Questo segno sguajato di noja bestiale fece da susta al disgusto che provavo dacché avevo messo piede in quel luogo; m'alzai e gridai al mio amico:
- Sbrígati, per piacere!
Ma il mio amico, posando il bicchiere ancora a metà pieno di quel suo nero aleatico denso come un rosolio, socchiuse gli occhi e ingollò il sorso che aveva tratto con voluttà cosí bambinescamente palese, che subito la stizza che me ne venne si ruppe in una risata.
Tornai a sedere, umiliato dalla coscienza che stavo lí a far da mezzano a quella sua voluttà.
Intanto altri avventori erano venuti.
Alcuni, nell'altra sala, giocavano a carte.
Venne anche un vecchio cieco, con un occhio che gli sbatteva bianco e quasi ridente da una parte, la chitarra al collo, guidato da una ragazzina magra, con una frangetta di capelli stopposi sulla fronte, pietosissima; ma tutt'a un tratto si mise a cantare, distratta, con una voce quasi non sua e cosí spietata, che sollevò le proteste generali e fu fatta andar via.
Al tavolino accanto al nostro s'appressò a un certo punto una strana coppia: un vecchio signore dall'aria molto nobile, impettorito, quasi incadaverito vivo, condotto per mano da un giovane cameriere dalla grossa testa capelluta, come posata senza collo sulle spalle, e una faccia da malato, gonfia, con gli occhi bolsi ma dolci tra i peli, occhi che avevano la dolente opacità del turchese.
Pieno di riguardosa attenzione per il vecchio signore che si reggeva a stento sulle gambe, senza lasciargli la mano si introdusse tra un tavolino e l'altro, scostò la seggiola e pian piano ve lo posò a sedere come un fantoccio; poi si recò nell'altra sala e ritornò poco dopo con un quartuccio di vinetto biondo che gli pose davanti sul tavolino, e un bicchiere; e se ne andò.
Il vecchio rimase lí immobile, con le mani sulle gambe giunte.
Aveva una bellissima testa, ma sciupata, da colonnello a riposo; di qua e di là, di traverso, come scritti calligraficamente, due esemplari occhi di pesce; e tutte segnate le guance d'una fitta trama di venuzze violette.
Vestiva bene, di pulita semplicità.
Ma che brutto segno e che tristezza quando, o dal taglio o dal colore o dalla qualità della stoffa, si capisce che un abito è di tre o quattr'anni fa, e lo si vede rimasto nuovo nuovo, senza una grinza né una macchiolina, addosso a un vecchio! Guardandolo, si aveva la certezza che egli sarebbe morto con quell'abito di quattr'anni rimasto nuovo, e che forse vi si sentiva già morto dentro.
Una mosca me ne diede la prova.
Aveva cominciato a molestarlo ostinatamente, appena lasciato lí sulla seggiola.
Ma egli non accennava nemmeno d'alzare una mano per cacciarla.
Lí per lí mi nacque il dubbio che non potesse, e da questo dubbio, una smania irrefrenabile, nel veder quella mosca attaccarglisi vorace a certe bollicine di calore che aveva sulla fronte.
Ero sul punto di cacciargliela io, quand'egli volse pian piano verso di me la sola testa e con un fine e malinconico sorriso mi disse:
- Certe mosche hanno questa natura, che un tale è appena morto, che non si sa che messaggeri hanno: lo sanno subito.
E subito, come lo sanno, vengono ad appiccarsi e a bearsi del sudorino della morte.
Detto questo, rigirò la testa per rimettersi immobile come prima sulla seggiola.
Ora certo non s'è mai dato il caso che un cadavere, steso duro sul letto tra quattro ceri, abbia alzato la mano per cacciarsi una mosca dalla fronte o dal naso.
Ma quel vecchio signore, perdio, quantunque all'aspetto incadaverito, stava seduto in una bottiglieria, aveva mosso la testa, mi aveva parlato.
Solo le mani pareva non potesse muovere.
E il quartuccio di vino gli restava davanti intatto, lí sul tavolino, col bicchiere vuoto accanto.
Cercai con gli occhi nell'altra sala il cameriere, che forse aveva attaccato discorso con qualcuno e s'era dimenticato di venire a servire il padrone; non mi riuscí di scorgerlo; e allora, non reggendo piú alla vista dell'immobilità di quel povero vecchio, allungai la mano alla bottiglia per versargli io il vino nel bicchiere e ajutarlo a bere.
Ma con stupore gli vidi alzar subito una mano dalle gambe per trattenere la mia.
Sorrise, inchinando appena il capo; rimise a posto la mano e mi disse:
- Grazie, non s'incomodi: non bevo.
Lo guardai, sorpreso; guardai la bottiglia, come per domandargli perché allora il cameriere gliel'avesse messa lí davanti; il vecchio signore mi lesse negli occhi la domanda e mi rispose:
- Per finta.
Non è vino.
- Non è vino? E che cos'è?
- Niente.
Acquetta.
Il vino, io, per forte che sia lo bevo, poco, ma pretto.
Provi a versarmene un dito di quello del suo amico, e vedrà che cosa avviene.
Incuriosito, presi la bottiglia d'aleatico del mio amico, e stavo per versarne un poco nel bicchiere del vecchio signore, che subito dall'altra sala si precipitò il cameriere, il quale evidentemente stava in agguato, a coprir con la mano il bicchiere e a gemere con esasperazione:
- Signor Marchese!
E poi, rivolto a noi:
- Signori miei, per carità! Chi poi ci va di mezzo sono io!
E se n'andò, portandosi via il bicchiere.
Il vecchio signore tornò a sorridere di quel suo fine e malinconico sorriso, tentennando lievemente il capo; poi socchiuse gli occhi e trasse un lungo sospiro.
- Povero Costantino!
Mi parve che non fosse piú il caso di prender la cosa sul serio, e gli domandai:
- Le proibisce di bere, eh?
Mi rispose:
- Non lui; me lo proibisce mio figlio; e non perché gl'importi della mia salute, ma perché io non offenda il decoro del casato con quel po' d'allegria che mi verrebbe subito da un dito di vin pretto.
Costantino berrebbe anche lui volentieri.
Non può, pena la morte.
Malatissimo.
Malatissimo e carico di famiglia, poverino.
Mi astengo dal bere per compassione di lui.
Sarebbe cacciato via su due piedi, se mi riportasse a casa, non dico brillo, ma appena appena vivace.
Oh, creda, non piú che vivace; perché io seguirei sempre, a ogni modo, la buona regola: portarsi, bevendo, né un punto piú sú, né un punto piú giú; ma al punto giusto.
Un punto piú sú, il brio trasmoda; un punto piú giú, il brio non s'accende.
E se il brio non s'accende, vapora la tristezza.
Le porto un paragone.
Le torce, caro signore, accese di giorno, in un mortorio.
La fiamma, al sole, non si vede.
E che si vede invece? Il loro fumighío.
Mi spiego?
Fece con un dito in aria il segno di quel fumighío, e si tacque.
Veramente il paragone, ora che ci ripenso, non aveva quella chiarezza di rapporti che la rettorica stima necessaria perché un paragone riesca efficace; ma in quel punto, detto da lui, con un garbo cosí meticolosamente forbito, esile voce e funebre compostezza, non solo efficacissimo, mi parve il piú calzante e proprio ch'egli potesse portare.
Tornai a interessarmi di lui, con nuova e piú viva curiosità e gli domandai perché, non potendo bere, si faceva condurre dal cameriere in una bottiglieria.
- Eh, perché! - sospirò.
- Perché io possa vedere qua la mia tristezza (che è tanta!) come una povera mendicante davanti a una porta, che se le fosse appena appena schiusa, la farebbe subito diventare, da cosí nera com'è, una fragola di giardino.
Lei è giovane: ama, spera, desidera; vede il mondo come il suo amore, come la sua speranza e il suo desiderio.
Ma se per disgrazia se ne votasse, il mondo le diventerebbe subito un altro.
E sarebbe perciò allora piú vero di come è adesso che lei ama, spera, desidera? Tutti vini immateriali, codesti.
Io vecchio, per vedere ancora sopportabile il mondo, mi mettevo dentro un poco, poco poco, di vino materiale.
Mio figlio non vuole piú, per il decoro del casato.
E poi c'è questo povero Costantino...
Ecco, mi consolo, dandomi qua una prova che questa mia tanta tristezza, sí, ora è vera, ma basterebbe che bevessi un dito di vino, perché non fosse piú.
Lei potrebbe obbiettarmi che non sarebbe vera allora neppure la mia allegria, la quale dipenderebbe dal dito di vino che avrei bevuto.
E io non le dico di no.
Ma torniamo daccapo; che cosa è vero, caro signore? Che cosa non dipende da ciò che ci mettiamo dentro per crearci ora questa e ora quella verità? Ecco, stia a sentire...
Si levava dalle due sale della bottiglieria, che m'era sembrata in principio cosí lugubre, un allegro frastuono.
Guardai in giro, e tutti i visi mi parevano cangiati, alcuni schiariti, altri accesi.
Quattro signori a un tavolino, ritti sui busti e protesi l'uno verso l'altro, con le teste accoste accoste, intonavano con gran delizia non so che musica, cantando col naso; altri ciarlavano forte, altri ridevano.
E allora, tornando a guardare il vecchio signore, che s'era ricomposto in quell'orribile immobilità di pulito cadavere seduto, e ripensando a quanto or ora aveva finito di dirmi, mi sentii preso da una profonda pietà.
Aveva di nuovo la mosca su quelle bollicine di calore.
Mi chinai verso di lui e gli dissi piano:
- Ma scusi, non si potrebbe almeno cacciare codesta mosca dalla fronte?
LA LIBERAZIONE DEL RE
Co co co,...
pío pío pío,...
co co co...
La Mangiamariti, al solito, appena finito di dirne qualcuna delle sue, si metteva a chiamare cosí le galline.
Tutt'e dieci, queste, calzate di giallo, accorrevano crocchiando al richiamo.
Ma ella non badava alle galline; aspettava il vecchio gallo nero, piccolo e spennacchiato, che accorreva per ultimo.
Seduta sull'uscio, gli tendeva le braccia gridando:
- Caro! Amore di mamma! Vieni, caro, vieni!
E come il gallo le saltava in grembo fremendo e starnazzando, prendeva a lisciarlo, a baciarlo su la cresta, o gli afferrava con due dita e gli scoteva amorosamente i languidi bargigli, ripetendo tra i baci e le carezze:
- Bello mio! Bello di mamma! Sangue del mio cuore! Amore mio!
Certe scene che, se non fosse stato un gallo, chi sa che cosa si sarebbe potuto sospettare.
Vecchio, brutto, con la cresta squarciata e penzolante da un lato, non valeva un bajocco.
Eppure, bisognava vedere.
Guaj a toccarglielo!
Tanto quel gallo però, quanto le dieci galline, che pur le facevano puntuali dieci uova al giorno, sarebbero morti certamente di fame; se per quel lercio vicolo scosceso non fossero passate tante asine e tante mule.
Perché ella voleva sí le uova da quelle galline, e non dar loro da mangiare.
La vita è una catena.
Quel che gli uni buttano via digerito, serve agli altri, che son digiuni.
E quelle gallinelle correvano ingorde e rissose dietro a quelle asine e a quelle mule, prodighe del superfluo.
Santa economia della natura!
- Che sapore, donna Tuzza Michis, ditelo voi, che sapore avevano jeri le vostre uova?
Ah, un miele! Perché donna Tuzza Michis, la signora di quel vicolo, non comperava le uova della Mangiamariti.
Quelle uova? Ai cani! E neppure i cani le volevano.
Con un fazzoletto di cotone fiammante annodato attorno al capo alla carrettiera, quasi per dare maggior risalto alla pelle della faccia che aveva il colore e la durezza liscia della carruba secca, donna Tuzza Michis oggi s'affacciava sul pianerottolo della scalettina a collo, reggendo con le mani insaccate in un pajo di sudici guantacci da maschio il manico della padella ove friggevano ancora, rossodorate, le piú belle triglie di scoglio; domani si sedeva lí alta su l'uscio a spennacchiare un pollastro pian pianino, con dispettosa delicatezza; e, tra le penne e le piume che il vento si portava via, come il giorno avanti tra il fumo e il friggío della padella, diceva forte, con lamentosa cantilena:
- Senza peccato, penitenza: sia fatta la volontà di Dio: senza peccato, penitenza!
Poi, ritirandosi per seguitare ad attendere a' suoi squisiti manicaretti, che riempivano di deliziosi odori tutte le catapecchie del vicolo gialle di fame, si metteva a cantare a squarciagola:
Bella sorte fu la mia
star rinchiusa alla badia...
Tutto questo, per far crepare di rabbia e d'invidia quelle lingue di vipere del vicinato che, pur affogate nella piú lurida miseria e prese a cinghiate mattina e sera e lasciate digiune dai mariti, avevano il coraggio di sparlare di lei, di deriderla, perché non aveva potuto trovar marito a causa della bruttezza.
E quando, o la mattina per tempo o alla calata del sole, si sentiva il grido di don Filomeno Lo Cicero che passava ballando e cantando con la bacchettina in mano:
Chi ha capelli, che ve li cangio;
quello che busco, me lo mangio;
me lo mangio con mia moglie;
canchero a voi, canchero e doglie.
- Don Filome', - gli diceva, affacciandosi all'uscio coi capelli sciolti su le spalle, e il pettine in mano, - venite, venite a tagliare questi miei, che mi faccio monacella! Ma per cent'onze ve li vendo, don Filome'! Né un grano piú, né un grano meno.
- Cent'onze, già! Perché devono servire a far la treccia finta alla regina di Spagna, che è pelata, quei capelli là! - commentava la Mangiamariti; e subito dopo:
- Co co co...
pío pío pío...
co co co...
Ma chiamava le galline per rabbia, questa volta.
Che lei sí davvero s'era fatta monacella della miseria; s'era cioè tagliati i capelli per venderli a don Filomeno; per tre tarí, capelli e tutto: vivi, scovati e non scovati.
E anche le penne di quel gallo, che ora teneva in braccio, no?
- Questo? - scattava allora la Mangiamariti, balzando in piedi e brandendo alto il gallo.
- Una penna di questo, per vostra regola, vale piú di tutto il vostro crine di capecchio pieno di zeccole, femmina del diavolo che non siete altro!
Ebbene la Michis, quell'anno, per rodimento della Mangiamariti, volle comperare un magnifico gallo, un gallo meraviglioso, a cui però avrebbe tirato il collo nella vicina festa di Natale, ché non voleva bestie per casa, lei, neanche il gatto.
Dopo averlo mostrato di porta in porta per tutto il vicolo, lo mise a ingrassare in un angusto cortiletto, ch'ella chiamava giardino, dietro la casa; e siccome doveva tenerlo lí parecchie settimane, pensò bene di dargli un nome e lo chiamò Cocò.
- Bravo, canta, Cocò! - gli diceva forte, quando esso cantava, quasi avesse cantato per far rabbia alle vicine.
E: - Mangia, Cocò! - quando gli recava da mangiare; - Bevi, Cocò! - quando da bere; e poi d'ora in ora: - Qua, Cocò, vieni qua! bello, Cocò!
Ma il gallo, sordo.
Mangiava, beveva, cantava, quando doveva; poi, non che accorrere al richiamo, neppur si voltava.
Sdegnava quella padrona nera come un tizzo, dagli occhi ovati e dalla bocca che pareva la buchetta d'un banco di taverna; sdegnava quel nomignolo confidenziale; sdegnava quel sozzo umido cortiletto, ove colei lo aveva relegato; e scoteva la cresta sanguigna, sprazzando luce da tutte le penne dai colori cangianti, e guardava di traverso, come per compassione; o squassava la giubba verde dai riflessi d'oro; incedeva maestoso, una zampa dopo l'altra; e, prima di voltarsi, tornava a guardar di traverso quasi a impedire che le magnifiche penne della coda toccassero gli sterpi di quel cosí detto giardino.
Si sentiva re, e si sentiva in prigione.
Ma non voleva avvilirsi.
Voleva stare in prigione da re.
E lo gridava, all'alba; lo gridava a tutte le altre ore designate; e, dopo aver gridato, piú che in ascolto, pareva stesse all'aspetto, che all'alba il sole e nelle altre ore tutti i galli, che da lontano gli rispondevano, dovessero venire in suo ajuto, a liberarlo.
Non gli passava per il capo che a un gallo adatto come lui potesse toccar la sorte d'un misero pollastrello qualunque; che quella brutta padrona lo avesse comperato per tirargli il collo di lí a poco.
Prima d'essere rinchiuso in quel cortiletto aveva avuto nel piano di Ravanusa dodici galline in suo potere, una piú bella dell'altra, tutte segnate nei merluzzi della cresta dai fieri pinzi del suo becco imperioso; care gallinelle docili, eppur ferocemente gelose e orgogliose di lui, perché nessuno dei tanti galli, che regnavano in quel piano e nei dintorni, aveva la sua maestà e la sua voce.
A una a una, poi, s'era vedute portar via quelle sue spose massaje e sottomesse, e alla fine, un brutto giorno, era rimasto vedovo e solo, e poi ghermito di furto anche lui e consegnato per le zampe a costei, che ora lo teneva lí, oh ben pasciuto senza dubbio, ma perché? che vita era quella? che stato?
Aspettava di giorno in giorno, che, o quelle care antiche gallinelle rapite al suo amore e alla sua custodia fossero portate lí a fargli scordar la prigionia, o questa in qualche altro modo avesse fine.
Era egli gallo da star senza galline?
E cantava, e cantava.
Gridi di protesta, di indignazione, di rabbia, di vendetta.
Finché, una mattina, all'angolo del cortiletto...
- ma come? che era? Sí, un verso a lui ben noto...
co-co-co...
ma come lí? da sottoterra?...
co-co-co...
e qualche timido, rapido colpettino di becco, e un razzolío sommesso.
S'accostò incerto, guardingo; allungò il collo; spiò attorno; stette in ascolto; riudí piú distinti i rumori e quel verso, che da tanti giorni piú non udiva e già gli aveva messo in subbuglio il cuore; e alla fine alzò una zampa e rimosse un po' il mattone, che faceva da turo lí a una buca per lo scarico delle acque piovane.
Rimosso il mattone, stette un pezzo a guardare a scatti, convulso, di qua e di là, quasi pronto a dire, se qualcuno se ne fosse accorto, che non era stato lui.
Poi, raffidato, si chinò, e dentro quella buca intravide una graziosa pollastrotta picchiettata bianca e nera, la quale, attraverso la fessura, sporse prima il beccuccio, poi tutto il capino dagli occhietti tondi e dai nascenti rosei pendagli, come se, con una grazia tra timida e birichina, gli domandasse:
- Si può?
A quell'apparizione, egli restò, dapprima; poi arruffò le penne quasi corso da un brivido di gioja; protese il collo; allargò le ali; starnazzò, e lanciò alla fine un vigoroso chicchirichí.
Aveva da tempo chiamato, ed ecco già qualcuno cominciava a rispondergli.
La pollastrotta, al grido, rigettò con una zampettina risoluta il mattone, e, quasi strisciando riverenze, si fece avanti.
Egli allora, tutto tronfio e impettito, le si mostrò di fronte e poi da un lato e poi dall'altro e di dietro, come per farsi ammirare da ogni parte; levò infine una zampa in atto d'impero e si tenne ritto sull'altra un pezzo; poi, scrollandosi tutto, le mosse con impeto incontro.
Chiotta chiotta, ranca ranca, quasi spaventata, ma con un gorgoglío nella gola, che pareva una risatina mal frenata, la pollastrotta prese a fuggire, non già per schermirsi, anzi per il gusto di vedersi inseguita, e quando, raggiunta, si sentí pinzare il collo e poi sul dorso imporre le due zampe poderose, cosí presa e chinata, si gonfiò tutta; ma il fremito di gioja volle nascondere in un lamentío timido, esile, che a mano a mano divenne piú spiccato, rabbiosetto, come se in cambio chiedesse, anzi no, esigesse chicchi, chicchi, chicchi da beccare.
Chicchi...
lei sola? No.
Uh, quante! E donde erano entrate? Tutte da quella buca...
Sette, otto, nove, dieci galline, una folla in quel cortiletto, una folla stupita della bellezza e della maestà di quel gallo prigioniero, di cui per tanti giorni avevano ammirato, razzolando per il vicolo, il maschio canto sonoro.
La pollastrotta scappò di sotto le zampe del re, strillando non so che miracoli e spaventi, e allora la stupefazione fino a quel punto immobile delle altre galline diventò rimescolío di commossa ammirazione, e furono inchini e ossequii e riverenze e un coro confuso di complimenti e di congratulazioni, che egli accolse con altera dignità, come dovuto omaggio, col collo eretto e squassando la cresta merlata e i bargiglioni.
Ma in quel punto si levò dal vicolo il canto rauco, stento, strozzato dall'ira del piccolo vecchio gallo nero spennacchiato della Mangiamariti, a cui quella pollastrotta prima e poi quelle altre galline erano sfuggite di furto per la buca del cortiletto.
A questo grido di rabbia e di minaccia tacquero quasi smarrite, sgomente, le fuggitive; ma subito a rassicurarle, il giovine re si avanzò verso la buca, vi s'impostò fieramente davanti, levò la zampa e rispose con un grido di sfida.
Le galline, in attesa di chi sa quale terribile avvenimento, s'erano ritratte, ristrette all'altro angolo del cortiletto e, pigolando sommessamente, si confidavano la paura e forse il pentimento per la curiosità che le aveva attirate là dentro.
Fu un momento d'angosciosa aspettazione.
Davanti alla buca il gallo lanciò con maggior fierezza una nuova sfida, e attese.
Nessuno rispose dal vicolo; ma alte grida rissose si levarono invece nella soprastante cucina della casa, che turbarono e sconcertarono alquanto il giovine re e misero lo scompiglio tra le galline.
Corri di qua, scappa di là, nello spavento non trovavano piú la buca per sguizzare e battersela; alla fine, una la imbroccò, e via le altre dietro.
Quando la Mangiamariti e donna Tuzza Michis, vociando sempre piú forte, scesero giú nel cortiletto, erano scappate tutte, tranne una: la pollastrotta picchiettata bianca e nera.
- Dove sono? dove sono? - gridò la Michis con le mani rovesciate sui fianchi.
- Eccole là! - gridò l'altra, precipitandosi addosso alla pollastrotta.
- Uh quante! Una per miracolo! E di dove è entrata?
- Ah, non lo sapete? Ma guarda, che innocentina! Qua, qua, mozzica il ditino! E questo? questo che cos'è?
- Ah, il mattone? E chi l'ha levato?
- Io, l'ho levato io! io! Per farvi mangiare il becchime dalle mie galline! Non voi per rubarmi le uova...
- Io, le vostre uova? Ma le schifo, io, le vostre uova, lo sapete! Le schifo!
- Ah, le schifate? Veleno debbono farvi nello stomaco, veleno, tutte quelle che mi avete rubate.
Qua, qua! questo mattone deve stare qua! cosí deve stare! qua! Se no, vi turo di fuori la buca, e vi faccio veder io come si fa!
Era una pena per il gallo, che stava spaventato ad assistere alla scena, veder quella pollastrotta a capo in giú nel pugno della padrona furente.
Ah certo non sarebbe piú ritornata, povera cara piccina, dopo una tal lezione! Né essa né le altre certo si sarebbero piú arrischiate a introdursi per quella buca.
Se avesse potuto lui, invece, scappar via di lí e andarle a trovare!
Si propose di provarcisi; e, quando fu la sera, cheto e chinato, s'accostò all'angolo ove era il mattone e, guardando cauto e timoroso la finestra, tirò all'indietro una prima zampata per rimuoverlo.
Ma quella terribile vicina aveva zaffato ben bene la buca, affondando il mattone nella terra umida; e premendovi con le dita all'orlo il terriccio.
Bisognava prima liberar di questo il mattone.
A furia di razzolare vi riuscí, e alla fine il mattone fu rimosso.
E ora?
Si chinò a spiare attraverso la buca.
Dal vicolo scosceso veniva a mala pena il barlume del lampione.
Ma a un tratto come un'ombra densa venne a otturar quel barlume e in cambio nel nero della buca fulsero due tondi occhi verdi immobili.
Il gallo a tal vista si ritrasse impaurito, ma si trovò addosso una nera furia unghiuta; gridò; per fortuna, la padrona, che pareva stesse di guardia, non tardò a spalancar con fracasso la finestra della cucina, e allora quella furia scappò via arrampicandosi al muro del cortiletto.
Nessuno poté levar dal capo alla Michis, quando poco dopo scese col lume, che la Mangiamariti avesse lei col manico della scopa abbattuto il mattone, e poi introdotto nella buca quel gatto per fargli uccidere il gallo.
Fu lí lí per levar le grida e svegliare tutto il vicinato perché corresse a vedere e a toccar con mano il tradimento e l'infamità di quella megera; ma poi pensò che alcuni mesi addietro ella aveva negato a colei, allora incinta, il bocconcino d'assaggio d'una pietanza saporita, di cui al solito s'era diffuso l'odore per tutto il vicolo, e che colei, a detta di tutti, per quella voglia insoddisfatta, aveva abortito e per poco non era morta.
Meglio, dunque, abbozzare e far le viste di non essersi accorta di nulla.
Si chinò, rizzaffò la buca per quella sera; ma, ormai convinta che il gallo lí non era piú sicuro, e che colei per bizza in qualche modo glielo avrebbe fatto morire, decise di tirargli il collo la mattina seguente.
Lo prese, lo tastò (al gallo parve una carezza); poi, tanto per porre un altro riparo, lo buttò nell'anditino bujo, per cui si scendeva al cortiletto, e chiuse la porticina, che si reggeva appena sui gangheri, cosí imporrita che, a grattarla un po', cascava in polvere.
Nella nuova carcere il gallo si vide perduto.
A poco a poco la frigida tenebra intanfata di muffa cominciò ad allargarsi appena appena in un punto, come per un'aria d'alba lontana.
E allora esso s'appressò a quel punto, che vaneggiava nel lume, e sporse il capo.
S'accorse di sporgerlo fuori della porticina.
C'era dunque una buca in quella porticina: la buca del gatto.
Una là, nel cortiletto, un'altra qua.
Bisognava ora superarne due.
E si mise a dar di becco a questa, per allargarla.
Lavorò tutta la notte fino all'alba.
All'alba, avvilito, disperato, quantunque il lavoro della notte non fosse stato al tutto invano, gridò ajuto con tutte le forze che gli restavano.
Era forse balenata nel sonno alle gallinelle del vicolo, già tutte innamorate del giovine re prigioniero, la sentenza di morte proferita dalla Michis? il fatto è che, com'esse intesero da piú lontano il suo grido, a una a una sgusciarono dall'uscio della catapecchia della Mangiamariti lasciato socchiuso dal padrone nel partirsene per la campagna, e con in testa la pollastrotta picchiettata bianca e nera, abbattuto di furia il mattone, s'introdussero nel cortiletto.
Dov'era il gallo? Oh Dio, eccolo là! tentava di scappare da quell'altra buca della porticina, e non poteva.
Tutte in fretta gli corsero in ajuto.
Ma sopravvenne, furibondo di gelosia, il piccolo vecchio gallo nero, spennacchiato, si cacciò in mezzo a loro e, cieco d'odio e di rabbia, saltando con le penne ingrossate, quasi andassero per l'aria certi moscerini di luce ch'egli volesse ghermire a volo, s'avventò attraverso la buca della porticina contro al rivale.
Nessuno assistette al feroce duello, là nell'andito bujo.
Nessuna delle galline, neanche l'ardita pollastrotta s'arrischiò a entrare, tutte anzi presero a schiamazzare come indiavolate.
Si svegliò la Michis, si svegliò la Mangiamariti, si svegliò tutto il vicinato.
Ma, quando accorsero, il duello era già finito: il piccolo vecchio gallo nero giaceva a terra morto, con un occhio strappato e la testa sanguinante.
La Mangiamariti lo raccolse e cominciò a piangerlo come un figliuolo, mentre la Michis innanzi a tutte le vicine protestava che lei non c'entrava per nulla, che anzi, la sera avanti, per levare ogni questione, aveva rinchiuso il gallo in quell'anditino; tanto vero che la porticina ne era ancora serrata.
La lite tra le due donne s'accese piú feroce del duello tra i due galli.
Ora la Mangiamariti, in cambio del gallo ucciso, reclamava il gallo della Michis.
- E che me ne faccio? - gridava questa.
- Ve lo mangiate! - rimbeccava la Mangiamariti.
- Non avevate forse comperato l'altro per mangiarvelo? Mangiatevi questo e vi faccia veleno!
Assalita, sopraffatta dalle vicine, donna Tuzza Michis alla fine dovette cedere.
E cosí, tra il plauso giocondo delle comari del vicinato, sorgendo il sole, con la scorta delle gallinelle liberatrici, tutte festanti, in testa la pollastrotta bianca e nera, il giovine re liberato uscí dalla casa della Michis in trionfo.
I DUE COMPARI
Motivo di maraviglia, e anche d'invidia in tutte le contrade attorno, era il caso di Giglione e Butticè, socii da undici anni nell'affitto della vecchia masseria della Gasena.
Non era mai avvenuto che padre e figlio, o due fratelli, durassero a lungo socii nell'affitto d'una terra: figurarsi poi due estranei! Eppure, tra quei due, in undici anni di società, non era mai sorto il minimo contrasto, né d'interessi né d'altro.
Le loro famiglie erano cresciute accanto, nel cortile della masseria, in due ampie stanze a terreno dove, al tempo degli antichi massari, si rammontavano i raccolti abbondanti della terra.
Quelle due stanze non avevano finestre sulla facciata e prendevano luce soltanto dalla porta sul cortile, ch'era vasto e acciottolato, con la cisterna in mezzo, e cinto tutt'intorno da un muro alto, armato da un'irta e fitta cresta di pezzi di vetro, sfavillanti al sole.
La bianchezza accecante della calce faceva sembrar quasi nero l'azzurro intenso e ardente del rettangolo di cielo su quel cortile.
Vi si respirava ancora, con le tante galline che lo popolavano, e i polli d'india, i capponi, i porcellini, l'aria dell'antica e ricca masseria, quantunque giú in fondo fosse vuoto da tempo il chiuso delle pecore, e sotto la tettoja, dopo il forno, invece delle vacche ci fossero soltanto due mule e un asinello.
Vaporavano tutt'intorno dalle terre assolate vecchi odori, di tante cose sparse e seccate da anni all'aperto, e qua si mescolavano coi tepori grassi del letame, col tanfo secco delle granaglie, con quello acre della paglia bruciata e bagnata del forno.
Com'ebbre, in quell'onda stagnante di odori misti, ronzavano senza fine le mosche; e da lontane aje, nel silenzio dei piani, giungeva il canto di qualche gallo, a cui rispondevano, prima l'uno e poi l'altro, o talvolta insieme, con due diverse voci, i galli del cortile.
E quel ronzío e questo canto dei galli e il frusciare degli alberi non rompevano, anzi rendevano piú attonito lo stupore della natura, non turbato mai da vicende che non fossero le solite, lentissime e sicure, su le quali gli uomini, le opere e i buoi regolavano la loro andatura.
Costantemente, per undici annate, la terra aveva risposto alle dure fatiche dei due socii.
E anche le mogli pareva avessero gareggiato di fecondità con la terra.
Desiderio degli uomini era aver figliuoli, e averli maschi, per i lavori della campagna.
E cinque ne aveva dati l'una e cinque l'altra, ajutandosi tra loro ogni volta, nei parti, amorosamente, senza dare né un pensiero né un fastidio ai mariti che non avevano tempo da perdere in queste cose.
Ritornando a mezzogiorno per il desinare, o la sera per la cena, avevano trovato un figlio di piú:
- Maschio?
E avevano approvato col capo, senz'altre parole.
Giglione non parlava quasi mai.
Sempre, quando bisognava, trattando col padrone della terra o coi mercanti di città, lasciava parlare il compagno.
Placido e duro, col faccione tondo cotto dal sole e tutto raso, egli si stirava il lobo dell'orecchia manca e stava a sentire e a pensar le risposte di quelli: poi, se occorreva, diceva la sua: due parole e non di piú.
Butticè, ricciuto e vivace, col perpetuo riso lucente degli occhi azzurri, mobili e maliziosi, e paroline dolci e ammiccamenti, s'adoperava ad attenuare la durezza del socio; ma il padrone o il mercante guardavano gli occhi impassibili del taciturno irremovibile, e delle maniere graziose di Butticè non solo non sapevano che farsene, ma anzi quasi s'infastidivano.
Giglione era l'albero ben radicato; Butticè, l'uccello che gli svolazzava tra i rami cantando.
Non s'era ancor potuto capire, se dello svolazzío e del canto di quell'uccello l'albero fosse, o no, contento.
Se qualcuno gli domandava:
- Ma, insomma, voi che ne dite?
Giglione alzava una mano e col pollice sotto il lobo e l'indice alzato sul padiglione, mostrava l'orecchia, per significare che a lui toccava sentire e che il parlare era affare del compagno.
Il segreto di quel loro accordo era nell'impegno che ciascuno dei due aveva sempre messo di non farsi mai sorpassare dall'altro in nulla.
Nati e cresciuti insieme nelle lontane alture dei Gallotti sopra Montaperto, erano stati rivali accaniti fino al giorno che i padri, per impedire che anch'essi come quasi tutti i giovani della borgata prendessero la via dell'America, li avevano accasati appena di ritorno dal servizio militare.
Riavvicinati dalle mogli, tra loro cugine, per non danneggiarsi a vicenda ora che avevan famiglia, s'erano appajati, cangiando in emulazione l'antica rivalità.
Pronti sempre a qualunque fatica, ciascuno dei due cercava d'esonerare il compagno delle piú gravose; e compenso era a entrambi la soddisfazione di sentirsi pari in tutto e l'uno degno dell'altro.
Ora, per la sesta volta era incinta la moglie di Butticè.
Si aspettava il parto di giorno in giorno.
Giglione, due mesi avanti, aveva avuto una femmina; e la sera, nel cortile, mentre le due donne al lume della lucerna a olio raccoglievano le rozze scodelle di terracotta, ove i figliuoli avevano mangiato la minestra, lanciava di sfuggita qualche obliquo sguardo di diffidenza ai fianchi poderosi della moglie del socio, che avrebbe potuto sbilanciar le sorti finora eguali.
Finalmente una mattina prima che rompesse l'alba, l'incinta fu colta dalle doglie.
Butticè corse a picchiare alla porta accanto, la comare fu pronta in un momento; e i due uomini sotto il cielo ancora stellato, con le zappe in collo, s'avviarono per la costa.
Non passò un'ora che a Giglione parve di sentire la voce del maggiore dei figliuoli, che chiamava dal portone del cortile.
Butticè, che lavorava poco discosto, domandò:
- Non ti pare che abbiano chiamato?
- Cosí pare, - rispose Giglione: e, ponendosi le mani attorno alla bocca, diede la voce:
- Aoòh!
Butticè lascio la zappa e si lanciò di corsa su per l'erta.
Giglione gli tenne dietro, correndo anche lui, a fatica.
Trovarono sú nel cortile una gran confusione: dietro la porta socchiusa della stanza di Butticè s'affollavano i ragazzi, reggendo a stento e strascicando per terra bracciate di ruvida biancheria, lenzuola, tovaglie, sottane, camice, che la moglie di Giglione, sporgendo il capo scarmigliato e le mani tremanti e insanguinate, strappava loro di furia.
Il parto era avvenuto.
Un maschio.
Ma la puerpera perdeva sangue, perdeva sangue in spaventosa abbondanza, e non c'era verso d'arrestarlo.
Bisognava correr subito al paese di Favara per un medico.
Butticè, alla vista della moglie in quello stato, restò; ma quasi piú stizzito che addolorato.
Tanto che, come Giglione lo trasse fuori e lo alzò sú le braccia a dosso della mula e gli diede in mano la fune della cavezza, gridandogli:
- Scappa! - adirato da quella violenza, gli rispose col viso sbiancato e senza muoversi:
- E se non volessi scappare?
- Scappa, in nome di Dio! Dici sul serio?
E Giglione spinse a due mani per di dietro la mula e le allungò un calcio.
Tre ore dopo, Butticè ritornò col medico.
Appena entrato nel cortile, alla vista del socio e della comare e di tutti i ragazzi, lí muti e abbattuti ad aspettarlo, comprese ch'era finita.
Lo aveva immaginato; aveva preveduto quella scena al suo arrivo.
Provò una fiera irritazione; avvilimento e rabbia.
Gli occhi ilari gli lucevano di follia.
- Come siete belli tutti! - disse; e scavalcò dalla mula e s'arrestò davanti la soglia della sua stanza.
Stesa lunga sul letto, come se non le fosse restato nelle vene neppure una goccia di sangue, sua moglie era lí, piú rigida e piú bianca del marmo.
La mirò un pezzo, quasi che, cosí lunga, cosí tesa, cosí bianca, non la riconoscesse piú: poi varcò la soglia, s'accostò alla morta, e le domandò in un tono quasi derisorio:
- Che hai fatto?
Giglione, entrato zitto zitto nella stanza con la moglie e col medico, alzò una mano e glie la posò su la spalla in atto di commiserazione.
Ma Butticè si scrollò con un fremito animalesco, gridandogli:
- Non mi toccare! - E uscí nel cortile.
Allora i figliuoli gli si fecero attorno, piangendo.
Egli si chinò a cingerli con le braccia, come un fascio da prendere e buttar via:
- Che ci fate piú qua, vojaltri, ancora vivi?
Giglione, su la soglia della stanza, disse:
- Ai tuoi figliuoli non ci pensare.
Ora mia moglie farà conto di averne dodici, invece di sei; e darà latte al tuo piccolo, e avrà cura di te come di me.
Butticè, ancora curvo sui figliuoli, gli lanciò da sotto in su uno sguardo, che balenò come una lama di coltello.
Gli parve che il socio lo volesse pestare con la sua generosità, appena caduto sotto quell'ingiustizia della sorte; e senza neppur guardare un'ultima volta la morta, quasi che anche lei, quella mattina, a tradimento, avesse voluto diminuirlo, avvilirlo, annichilirlo, scappò via, scostando i figli, scostando tutti, via giú per la campagna, e andò a rintanarsi sotto un carrubo, lontano, come una bestia ferita a morte.
Stette lí due giorni e due notti.
Sul far della seconda notte, si sentí chiamare a lungo dal socio prima dall'alto, poi a mano a mano piú da presso, per i sentieri della campagna, tra gli alberi; sentí anche i passi di lui; altri passi, forse dei ragazzi; trattenne il fiato e, quando i passi e le voci s'allontanarono, godette di non essere stato scoperto.
Levando però gli occhi intravide da uno sforo nel fogliame, ferma in cielo la luna e si sentí guardato da essa, avvertendo nella coscienza oscura come un rimescolío, tra di dispetto e di sgomento.
Pensò allora di risalire alla villa.
Certo, il cadavere della moglie era stato, a quell'ora, portato via, il socio lo voleva sú, per fargli vedere che la moglie s'era attaccato al seno il piccino e come faceva da madre agli altri orfani.
La carità.
Poi, finito come ogni sera di mangiar la minestra, nel cortile, al lume della lucerna a olio:
- Buona notte, compare.
Noi ce n'andiamo a letto.
E si sarebbe chiuso con la moglie e con tutta la sua famiglia intatta, là nella sua stanza; mentre lui sarebbe rimasto fuori, nel cortile, solo, scompagnato, coi suoi orfani.
Ah, no, perdio! Questa soddisfazione non gliel'avrebbe data, all'antico rivale.
Risalí alla villa, la mattina all'alba.
Ispido, con la faccia scavata, le occhiaje livide, gli occhi da pazzo, svegliò i figliuoli; ordinò ai piú grandi che lo ajutassero a raccogliere la roba e a caricarla su la mula.
Giglione, al rumore, uscí dalla stanza accanto; stette un pezzo a guardare, poi gli domandò:
- Che fai?
Butticè stava a legare per terra un grosso fagotto di panni; si rizzò su la vita, gli piantò gli occhi in faccia e rispose:
- Me ne vado,
- Dove te ne vai? Sei pazzo? - replicò quello.
Butticè non rispose; si ridiede a legare per terra il fagotto.
E allora Giglione riprese:
- Ma perché? Tu hai la pena, lo so, e nessuno te la vuol levare.
Ma quanto al resto...
tu e i tuoi figliuoli, qua...
Butticè tornò a rizzarsi su la vita; si pose un dito su la bocca:
- Zitto.
Me ne devo andare.
- Ma perché?
- Per niente.
Me ne devo andare.
- Cosí su due piedi? Senza neanche fare i conti?
- Li faremo.
Ora me ne devo andare.
Quando la roba fu caricata su la mula e su l'asino, che appartenevano a lui, disse al socio:
- Va' a prendermi la creatura.
Giglione giunse le mani:
- Ma sei impazzito davvero? L'ha al petto mia moglie.
Vuoi che muoja?
- Muoja.
Me ne devo andare.
Giglione andò di corsa a prendere il neonato e, con la faccia voltata, glielo porse.
- Tieni.
Vattene! Non voglio piú vederti!
- Tu? - disse allora con un ghigno Butticè.
- E figúrati io!
Cacciò avanti l'asino e la mula, e s'avviò coi cinque figliuoli dietro, e in braccio il piccino, a cui ancora dalla boccuccia paonazza pendeva una goccia di latte.
...
[Pagina successiva]