TUTT'E TRE, di Luigi Pirandello - pagina 19
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Solo le mani pareva non potesse muovere.
E il quartuccio di vino gli restava davanti intatto, lí sul tavolino, col bicchiere vuoto accanto.
Cercai con gli occhi nell'altra sala il cameriere, che forse aveva attaccato discorso con qualcuno e s'era dimenticato di venire a servire il padrone; non mi riuscí di scorgerlo; e allora, non reggendo piú alla vista dell'immobilità di quel povero vecchio, allungai la mano alla bottiglia per versargli io il vino nel bicchiere e ajutarlo a bere.
Ma con stupore gli vidi alzar subito una mano dalle gambe per trattenere la mia.
Sorrise, inchinando appena il capo; rimise a posto la mano e mi disse:
- Grazie, non s'incomodi: non bevo.
Lo guardai, sorpreso; guardai la bottiglia, come per domandargli perché allora il cameriere gliel'avesse messa lí davanti; il vecchio signore mi lesse negli occhi la domanda e mi rispose:
- Per finta.
Non è vino.
- Non è vino? E che cos'è?
- Niente.
Acquetta.
Il vino, io, per forte che sia lo bevo, poco, ma pretto.
Provi a versarmene un dito di quello del suo amico, e vedrà che cosa avviene.
Incuriosito, presi la bottiglia d'aleatico del mio amico, e stavo per versarne un poco nel bicchiere del vecchio signore, che subito dall'altra sala si precipitò il cameriere, il quale evidentemente stava in agguato, a coprir con la mano il bicchiere e a gemere con esasperazione:
- Signor Marchese!
E poi, rivolto a noi:
- Signori miei, per carità! Chi poi ci va di mezzo sono io!
E se n'andò, portandosi via il bicchiere.
Il vecchio signore tornò a sorridere di quel suo fine e malinconico sorriso, tentennando lievemente il capo; poi socchiuse gli occhi e trasse un lungo sospiro.
- Povero Costantino!
Mi parve che non fosse piú il caso di prender la cosa sul serio, e gli domandai:
- Le proibisce di bere, eh?
Mi rispose:
- Non lui; me lo proibisce mio figlio; e non perché gl'importi della mia salute, ma perché io non offenda il decoro del casato con quel po' d'allegria che mi verrebbe subito da un dito di vin pretto.
Costantino berrebbe anche lui volentieri.
Non può, pena la morte.
Malatissimo.
Malatissimo e carico di famiglia, poverino.
Mi astengo dal bere per compassione di lui.
Sarebbe cacciato via su due piedi, se mi riportasse a casa, non dico brillo, ma appena appena vivace.
Oh, creda, non piú che vivace; perché io seguirei sempre, a ogni modo, la buona regola: portarsi, bevendo, né un punto piú sú, né un punto piú giú; ma al punto giusto.
Un punto piú sú, il brio trasmoda; un punto piú giú, il brio non s'accende.
E se il brio non s'accende, vapora la tristezza.
Le porto un paragone.
Le torce, caro signore, accese di giorno, in un mortorio.
La fiamma, al sole, non si vede.
E che si vede invece? Il loro fumighío.
Mi spiego?
Fece con un dito in aria il segno di quel fumighío, e si tacque.
Veramente il paragone, ora che ci ripenso, non aveva quella chiarezza di rapporti che la rettorica stima necessaria perché un paragone riesca efficace; ma in quel punto, detto da lui, con un garbo cosí meticolosamente forbito, esile voce e funebre compostezza, non solo efficacissimo, mi parve il piú calzante e proprio ch'egli potesse portare.
Tornai a interessarmi di lui, con nuova e piú viva curiosità e gli domandai perché, non potendo bere, si faceva condurre dal cameriere in una bottiglieria.
- Eh, perché! - sospirò.
- Perché io possa vedere qua la mia tristezza (che è tanta!) come una povera mendicante davanti a una porta, che se le fosse appena appena schiusa, la farebbe subito diventare, da cosí nera com'è, una fragola di giardino.
Lei è giovane: ama, spera, desidera; vede il mondo come il suo amore, come la sua speranza e il suo desiderio.
Ma se per disgrazia se ne votasse, il mondo le diventerebbe subito un altro.
E sarebbe perciò allora piú vero di come è adesso che lei ama, spera, desidera? Tutti vini immateriali, codesti.
Io vecchio, per vedere ancora sopportabile il mondo, mi mettevo dentro un poco, poco poco, di vino materiale.
Mio figlio non vuole piú, per il decoro del casato.
E poi c'è questo povero Costantino...
Ecco, mi consolo, dandomi qua una prova che questa mia tanta tristezza, sí, ora è vera, ma basterebbe che bevessi un dito di vino, perché non fosse piú.
Lei potrebbe obbiettarmi che non sarebbe vera allora neppure la mia allegria, la quale dipenderebbe dal dito di vino che avrei bevuto.
E io non le dico di no.
Ma torniamo daccapo; che cosa è vero, caro signore? Che cosa non dipende da ciò che ci mettiamo dentro per crearci ora questa e ora quella verità? Ecco, stia a sentire...
Si levava dalle due sale della bottiglieria, che m'era sembrata in principio cosí lugubre, un allegro frastuono.
Guardai in giro, e tutti i visi mi parevano cangiati, alcuni schiariti, altri accesi.
Quattro signori a un tavolino, ritti sui busti e protesi l'uno verso l'altro, con le teste accoste accoste, intonavano con gran delizia non so che musica, cantando col naso; altri ciarlavano forte, altri ridevano.
E allora, tornando a guardare il vecchio signore, che s'era ricomposto in quell'orribile immobilità di pulito cadavere seduto, e ripensando a quanto or ora aveva finito di dirmi, mi sentii preso da una profonda pietà.
Aveva di nuovo la mosca su quelle bollicine di calore.
Mi chinai verso di lui e gli dissi piano:
- Ma scusi, non si potrebbe almeno cacciare codesta mosca dalla fronte?
LA LIBERAZIONE DEL RE
Co co co,...
pío pío pío,...
co co co...
La Mangiamariti, al solito, appena finito di dirne qualcuna delle sue, si metteva a chiamare cosí le galline.
Tutt'e dieci, queste, calzate di giallo, accorrevano crocchiando al richiamo.
Ma ella non badava alle galline; aspettava il vecchio gallo nero, piccolo e spennacchiato, che accorreva per ultimo.
Seduta sull'uscio, gli tendeva le braccia gridando:
- Caro! Amore di mamma! Vieni, caro, vieni!
E come il gallo le saltava in grembo fremendo e starnazzando, prendeva a lisciarlo, a baciarlo su la cresta, o gli afferrava con due dita e gli scoteva amorosamente i languidi bargigli, ripetendo tra i baci e le carezze:
- Bello mio! Bello di mamma! Sangue del mio cuore! Amore mio!
Certe scene che, se non fosse stato un gallo, chi sa che cosa si sarebbe potuto sospettare.
Vecchio, brutto, con la cresta squarciata e penzolante da un lato, non valeva un bajocco.
Eppure, bisognava vedere.
Guaj a toccarglielo!
Tanto quel gallo però, quanto le dieci galline, che pur le facevano puntuali dieci uova al giorno, sarebbero morti certamente di fame; se per quel lercio vicolo scosceso non fossero passate tante asine e tante mule.
Perché ella voleva sí le uova da quelle galline, e non dar loro da mangiare.
La vita è una catena.
Quel che gli uni buttano via digerito, serve agli altri, che son digiuni.
E quelle gallinelle correvano ingorde e rissose dietro a quelle asine e a quelle mule, prodighe del superfluo.
Santa economia della natura!
- Che sapore, donna Tuzza Michis, ditelo voi, che sapore avevano jeri le vostre uova?
Ah, un miele! Perché donna Tuzza Michis, la signora di quel vicolo, non comperava le uova della Mangiamariti.
Quelle uova? Ai cani! E neppure i cani le volevano.
Con un fazzoletto di cotone fiammante annodato attorno al capo alla carrettiera, quasi per dare maggior risalto alla pelle della faccia che aveva il colore e la durezza liscia della carruba secca, donna Tuzza Michis oggi s'affacciava sul pianerottolo della scalettina a collo, reggendo con le mani insaccate in un pajo di sudici guantacci da maschio il manico della padella ove friggevano ancora, rossodorate, le piú belle triglie di scoglio; domani si sedeva lí alta su l'uscio a spennacchiare un pollastro pian pianino, con dispettosa delicatezza; e, tra le penne e le piume che il vento si portava via, come il giorno avanti tra il fumo e il friggío della padella, diceva forte, con lamentosa cantilena:
- Senza peccato, penitenza: sia fatta la volontà di Dio: senza peccato, penitenza!
Poi, ritirandosi per seguitare ad attendere a' suoi squisiti manicaretti, che riempivano di deliziosi odori tutte le catapecchie del vicolo gialle di fame, si metteva a cantare a squarciagola:
Bella sorte fu la mia
star rinchiusa alla badia...
Tutto questo, per far crepare di rabbia e d'invidia quelle lingue di vipere del vicinato che, pur affogate nella piú lurida miseria e prese a cinghiate mattina e sera e lasciate digiune dai mariti, avevano il coraggio di sparlare di lei, di deriderla, perché non aveva potuto trovar marito a causa della bruttezza.
E quando, o la mattina per tempo o alla calata del sole, si sentiva il grido di don Filomeno Lo Cicero che passava ballando e cantando con la bacchettina in mano:
Chi ha capelli, che ve li cangio;
quello che busco, me lo mangio;
me lo mangio con mia moglie;
canchero a voi, canchero e doglie.
- Don Filome', - gli diceva, affacciandosi all'uscio coi capelli sciolti su le spalle, e il pettine in mano, - venite, venite a tagliare questi miei, che mi faccio monacella! Ma per cent'onze ve li vendo, don Filome'! Né un grano piú, né un grano meno.
- Cent'onze, già! Perché devono servire a far la treccia finta alla regina di Spagna, che è pelata, quei capelli là! - commentava la Mangiamariti; e subito dopo:
- Co co co...
pío pío pío...
co co co...
Ma chiamava le galline per rabbia, questa volta.
Che lei sí davvero s'era fatta monacella della miseria; s'era cioè tagliati i capelli per venderli a don Filomeno; per tre tarí, capelli e tutto: vivi, scovati e non scovati.
E anche le penne di quel gallo, che ora teneva in braccio, no?
- Questo? - scattava allora la Mangiamariti, balzando in piedi e brandendo alto il gallo.
- Una penna di questo, per vostra regola, vale piú di tutto il vostro crine di capecchio pieno di zeccole, femmina del diavolo che non siete altro!
Ebbene la Michis, quell'anno, per rodimento della Mangiamariti, volle comperare un magnifico gallo, un gallo meraviglioso, a cui però avrebbe tirato il collo nella vicina festa di Natale, ché non voleva bestie per casa, lei, neanche il gatto.
Dopo averlo mostrato di porta in porta per tutto il vicolo, lo mise a ingrassare in un angusto cortiletto, ch'ella chiamava giardino, dietro la casa; e siccome doveva tenerlo lí parecchie settimane, pensò bene di dargli un nome e lo chiamò Cocò.
- Bravo, canta, Cocò! - gli diceva forte, quando esso cantava, quasi avesse cantato per far rabbia alle vicine.
E: - Mangia, Cocò! - quando gli recava da mangiare; - Bevi, Cocò! - quando da bere; e poi d'ora in ora: - Qua, Cocò, vieni qua! bello, Cocò!
Ma il gallo, sordo.
Mangiava, beveva, cantava, quando doveva; poi, non che accorrere al richiamo, neppur si voltava.
Sdegnava quella padrona nera come un tizzo, dagli occhi ovati e dalla bocca che pareva la buchetta d'un banco di taverna; sdegnava quel nomignolo confidenziale; sdegnava quel sozzo umido cortiletto, ove colei lo aveva relegato; e scoteva la cresta sanguigna, sprazzando luce da tutte le penne dai colori cangianti, e guardava di traverso, come per compassione; o squassava la giubba verde dai riflessi d'oro; incedeva maestoso, una zampa dopo l'altra; e, prima di voltarsi, tornava a guardar di traverso quasi a impedire che le magnifiche penne della coda toccassero gli sterpi di quel cosí detto giardino.
Si sentiva re, e si sentiva in prigione.
Ma non voleva avvilirsi.
Voleva stare in prigione da re.
E lo gridava, all'alba; lo gridava a tutte le altre ore designate; e, dopo aver gridato, piú che in ascolto, pareva stesse all'aspetto, che all'alba il sole e nelle altre ore tutti i galli, che da lontano gli rispondevano, dovessero venire in suo ajuto, a liberarlo.
Non gli passava per il capo che a un gallo adatto come lui potesse toccar la sorte d'un misero pollastrello qualunque; che quella brutta padrona lo avesse comperato per tirargli il collo di lí a poco.
Prima d'essere rinchiuso in quel cortiletto aveva avuto nel piano di Ravanusa dodici galline in suo potere, una piú bella dell'altra, tutte segnate nei merluzzi della cresta dai fieri pinzi del suo becco imperioso; care gallinelle docili, eppur ferocemente gelose e orgogliose di lui, perché nessuno dei tanti galli, che regnavano in quel piano e nei dintorni, aveva la sua maestà e la sua voce.
A una a una, poi, s'era vedute portar via quelle sue spose massaje e sottomesse, e alla fine, un brutto giorno, era rimasto vedovo e solo, e poi ghermito di furto anche lui e consegnato per le zampe a costei, che ora lo teneva lí, oh ben pasciuto senza dubbio, ma perché? che vita era quella? che stato?
Aspettava di giorno in giorno, che, o quelle care antiche gallinelle rapite al suo amore e alla sua custodia fossero portate lí a fargli scordar la prigionia, o questa in qualche altro modo avesse fine.
Era egli gallo da star senza galline?
E cantava, e cantava.
Gridi di protesta, di indignazione, di rabbia, di vendetta.
Finché, una mattina, all'angolo del cortiletto...
- ma come? che era? Sí, un verso a lui ben noto...
co-co-co...
ma come lí? da sottoterra?...
co-co-co...
e qualche timido, rapido colpettino di becco, e un razzolío sommesso.
S'accostò incerto, guardingo; allungò il collo; spiò attorno; stette in ascolto; riudí piú distinti i rumori e quel verso, che da tanti giorni piú non udiva e già gli aveva messo in subbuglio il cuore; e alla fine alzò una zampa e rimosse un po' il mattone, che faceva da turo lí a una buca per lo scarico delle acque piovane.
Rimosso il mattone, stette un pezzo a guardare a scatti, convulso, di qua e di là, quasi pronto a dire, se qualcuno se ne fosse accorto, che non era stato lui.
Poi, raffidato, si chinò, e dentro quella buca intravide una graziosa pollastrotta picchiettata bianca e nera, la quale, attraverso la fessura, sporse prima il beccuccio, poi tutto il capino dagli occhietti tondi e dai nascenti rosei pendagli, come se, con una grazia tra timida e birichina, gli domandasse:
- Si può?
A quell'apparizione, egli restò, dapprima; poi arruffò le penne quasi corso da un brivido di gioja; protese il collo; allargò le ali; starnazzò, e lanciò alla fine un vigoroso chicchirichí.
Aveva da tempo chiamato, ed ecco già qualcuno cominciava a rispondergli.
La pollastrotta, al grido, rigettò con una zampettina risoluta il mattone, e, quasi strisciando riverenze, si fece avanti.
Egli allora, tutto tronfio e impettito, le si mostrò di fronte e poi da un lato e poi dall'altro e di dietro, come per farsi ammirare da ogni parte; levò infine una zampa in atto d'impero e si tenne ritto sull'altra un pezzo; poi, scrollandosi tutto, le mosse con impeto incontro.
Chiotta chiotta, ranca ranca, quasi spaventata, ma con un gorgoglío nella gola, che pareva una risatina mal frenata, la pollastrotta prese a fuggire, non già per schermirsi, anzi per il gusto di vedersi inseguita, e quando, raggiunta, si sentí pinzare il collo e poi sul dorso imporre le due zampe poderose, cosí presa e chinata, si gonfiò tutta; ma il fremito di gioja volle nascondere in un lamentío timido, esile, che a mano a mano divenne piú spiccato, rabbiosetto, come se in cambio chiedesse, anzi no, esigesse chicchi, chicchi, chicchi da beccare.
Chicchi...
lei sola? No.
Uh, quante! E donde erano entrate? Tutte da quella buca...
Sette, otto, nove, dieci galline, una folla in quel cortiletto, una folla stupita della bellezza e della maestà di quel gallo prigioniero, di cui per tanti giorni avevano ammirato, razzolando per il vicolo, il maschio canto sonoro.
La pollastrotta scappò di sotto le zampe del re, strillando non so che miracoli e spaventi, e allora la stupefazione fino a quel punto immobile delle altre galline diventò rimescolío di commossa ammirazione, e furono inchini e ossequii e riverenze e un coro confuso di complimenti e di congratulazioni, che egli accolse con altera dignità, come dovuto omaggio, col collo eretto e squassando la cresta merlata e i bargiglioni.
Ma in quel punto si levò dal vicolo il canto rauco, stento, strozzato dall'ira del piccolo vecchio gallo nero spennacchiato della Mangiamariti, a cui quella pollastrotta prima e poi quelle altre galline erano sfuggite di furto per la buca del cortiletto.
A questo grido di rabbia e di minaccia tacquero quasi smarrite, sgomente, le fuggitive; ma subito a rassicurarle, il giovine re si avanzò verso la buca, vi s'impostò fieramente davanti, levò la zampa e rispose con un grido di sfida.
Le galline, in attesa di chi sa quale terribile avvenimento, s'erano ritratte, ristrette all'altro angolo del cortiletto e, pigolando sommessamente, si confidavano la paura e forse il pentimento per la curiosità che le aveva attirate là dentro.
Fu un momento d'angosciosa aspettazione.
Davanti alla buca il gallo lanciò con maggior fierezza una nuova sfida, e attese.
Nessuno rispose dal vicolo; ma alte grida rissose si levarono invece nella soprastante cucina della casa, che turbarono e sconcertarono alquanto il giovine re e misero lo scompiglio tra le galline.
Corri di qua, scappa di là, nello spavento non trovavano piú la buca per sguizzare e battersela; alla fine, una la imbroccò, e via le altre dietro.
Quando la Mangiamariti e donna Tuzza Michis, vociando sempre piú forte, scesero giú nel cortiletto, erano scappate tutte, tranne una: la pollastrotta picchiettata bianca e nera.
- Dove sono? dove sono? - gridò la Michis con le mani rovesciate sui fianchi.
- Eccole là! - gridò l'altra, precipitandosi addosso alla pollastrotta.
- Uh quante! Una per miracolo! E di dove è entrata?
- Ah, non lo sapete? Ma guarda, che innocentina! Qua, qua, mozzica il ditino! E questo? questo che cos'è?
- Ah, il mattone? E chi l'ha levato?
- Io, l'ho levato io! io! Per farvi mangiare il becchime dalle mie galline! Non voi per rubarmi le uova...
- Io, le vostre uova? Ma le schifo, io, le vostre uova, lo sapete! Le schifo!
- Ah, le schifate? Veleno debbono farvi nello stomaco, veleno, tutte quelle che mi avete rubate.
Qua, qua! questo mattone deve stare qua! cosí deve stare! qua! Se no, vi turo di fuori la buca, e vi faccio veder io come si fa!
Era una pena per il gallo, che stava spaventato ad assistere alla scena, veder quella pollastrotta a capo in giú nel pugno della padrona furente.
Ah certo non sarebbe piú ritornata, povera cara piccina, dopo una tal lezione! Né essa né le altre certo si sarebbero piú arrischiate a introdursi per quella buca.
Se avesse potuto lui, invece, scappar via di lí e andarle a trovare!
Si propose di provarcisi; e, quando fu la sera, cheto e chinato, s'accostò all'angolo ove era il mattone e, guardando cauto e timoroso la finestra, tirò all'indietro una prima zampata per rimuoverlo.
Ma quella terribile vicina aveva zaffato ben bene la buca, affondando il mattone nella terra umida; e premendovi con le dita all'orlo il terriccio.
Bisognava prima liberar di questo il mattone.
A furia di razzolare vi riuscí, e alla fine il mattone fu rimosso.
E ora?
Si chinò a spiare attraverso la buca.
Dal vicolo scosceso veniva a mala pena il barlume del lampione.
Ma a un tratto come un'ombra densa venne a otturar quel barlume e in cambio nel nero della buca fulsero due tondi occhi verdi immobili.
Il gallo a tal vista si ritrasse impaurito, ma si trovò addosso una nera furia unghiuta; gridò; per fortuna, la padrona, che pareva stesse di guardia, non tardò a spalancar con fracasso la finestra della cucina, e allora quella furia scappò via arrampicandosi al muro del cortiletto.
Nessuno poté levar dal capo alla Michis, quando poco dopo scese col lume, che la Mangiamariti avesse lei col manico della scopa abbattuto il mattone, e poi introdotto nella buca quel gatto per fargli uccidere il gallo.
Fu lí lí per levar le grida e svegliare tutto il vicinato perché corresse a vedere e a toccar con mano il tradimento e l'infamità di quella megera; ma poi pensò che alcuni mesi addietro ella aveva negato a colei, allora incinta, il bocconcino d'assaggio d'una pietanza saporita, di cui al solito s'era diffuso l'odore per tutto il vicolo, e che colei, a detta di tutti, per quella voglia insoddisfatta, aveva abortito e per poco non era morta.
Meglio, dunque, abbozzare e far le viste di non essersi accorta di nulla.
Si chinò, rizzaffò la buca per quella sera; ma, ormai convinta che il gallo lí non era piú sicuro, e che colei per bizza in qualche modo glielo avrebbe fatto morire, decise di tirargli il collo la mattina seguente.
Lo prese, lo tastò (al gallo parve una carezza); poi, tanto per porre un altro riparo, lo buttò nell'anditino bujo, per cui si scendeva al cortiletto, e chiuse la porticina, che si reggeva appena sui gangheri, cosí imporrita che, a grattarla un po', cascava in polvere.
Nella nuova carcere il gallo si vide perduto.
A poco a poco la frigida tenebra intanfata di muffa cominciò ad allargarsi appena appena in un punto, come per un'aria d'alba lontana.
E allora esso s'appressò a quel punto, che vaneggiava nel lume, e sporse il capo.
S'accorse di sporgerlo fuori della porticina.
C'era dunque una buca in quella porticina: la buca del gatto.
Una là, nel cortiletto, un'altra qua.
Bisognava ora superarne due.
E si mise a dar di becco a questa, per allargarla.
Lavorò tutta la notte fino all'alba.
All'alba, avvilito, disperato, quantunque il lavoro della notte non fosse stato al tutto invano, gridò ajuto con tutte le forze che gli restavano.
Era forse balenata nel sonno alle gallinelle del vicolo, già tutte innamorate del giovine re prigioniero, la sentenza di morte proferita dalla Michis? il fatto è che, com'esse intesero da piú lontano il suo grido, a una a una sgusciarono dall'uscio della catapecchia della Mangiamariti lasciato socchiuso dal padrone nel partirsene per la campagna, e con in testa la pollastrotta picchiettata bianca e nera, abbattuto di furia il mattone, s'introdussero nel cortiletto.
Dov'era il gallo? Oh Dio, eccolo là! tentava di scappare da quell'altra buca della porticina, e non poteva.
Tutte in fretta gli corsero in ajuto.
Ma sopravvenne, furibondo di gelosia, il piccolo vecchio gallo nero, spennacchiato, si cacciò in mezzo a loro e, cieco d'odio e di rabbia, saltando con le penne ingrossate, quasi andassero per l'aria certi moscerini di luce ch'egli volesse ghermire a volo, s'avventò attraverso la buca della porticina contro al rivale.
Nessuno assistette al feroce duello, là nell'andito bujo.
Nessuna delle galline, neanche l'ardita pollastrotta s'arrischiò a entrare, tutte anzi presero a schiamazzare come indiavolate.
Si svegliò la Michis, si svegliò la Mangiamariti, si svegliò tutto il vicinato.
Ma, quando accorsero, il duello era già finito: il piccolo vecchio gallo nero giaceva a terra morto, con un occhio strappato e la testa sanguinante.
La Mangiamariti lo raccolse e cominciò a piangerlo come un figliuolo, mentre la Michis innanzi a tutte le vicine protestava che lei non c'entrava per nulla, che anzi, la sera avanti, per levare ogni questione, aveva rinchiuso il gallo in quell'anditino; tanto vero che la porticina ne era ancora serrata.
La lite tra le due donne s'accese piú feroce del duello tra i due galli.
Ora la Mangiamariti, in cambio del gallo ucciso, reclamava il gallo della Michis.
- E che me ne faccio? - gridava questa.
- Ve lo mangiate! - rimbeccava la Mangiamariti.
- Non avevate forse comperato l'altro per mangiarvelo? Mangiatevi questo e vi faccia veleno!
Assalita, sopraffatta dalle vicine, donna Tuzza Michis alla fine dovette cedere.
E cosí, tra il plauso giocondo delle comari del vicinato, sorgendo il sole, con la scorta delle gallinelle liberatrici, tutte festanti, in testa la pollastrotta bianca e nera, il giovine re liberato uscí dalla casa della Michis in trionfo.
I DUE COMPARI
Motivo di maraviglia, e anche d'invidia in tutte le contrade attorno, era il caso di Giglione e Butticè, socii da undici anni nell'affitto della vecchia masseria della Gasena.
Non era mai avvenuto che padre e figlio, o due fratelli, durassero a lungo socii nell'affitto d'una terra: figurarsi poi due estranei! Eppure, tra quei due, in undici anni di società, non era mai sorto il minimo contrasto, né d'interessi né d'altro.
Le loro famiglie erano cresciute accanto, nel cortile della masseria, in due ampie stanze a terreno dove, al tempo degli antichi massari, si rammontavano i raccolti abbondanti della terra.
Quelle due stanze non avevano finestre sulla facciata e prendevano luce soltanto dalla porta sul cortile, ch'era vasto e acciottolato, con la cisterna in mezzo, e cinto tutt'intorno da un muro alto, armato da un'irta e fitta cresta di pezzi di vetro, sfavillanti al sole.
La bianchezza accecante della calce faceva sembrar quasi nero l'azzurro intenso e ardente del rettangolo di cielo su quel cortile.
Vi si respirava ancora, con le tante galline che lo popolavano, e i polli d'india, i capponi, i porcellini, l'aria dell'antica e ricca masseria, quantunque giú in fondo fosse vuoto da tempo il chiuso delle pecore, e sotto la tettoja, dopo il forno, invece delle vacche ci fossero soltanto due mule e un asinello.
Vaporavano tutt'intorno dalle terre assolate vecchi odori, di tante cose sparse e seccate da anni all'aperto, e qua si mescolavano coi tepori grassi del letame, col tanfo secco delle granaglie, con quello acre della paglia bruciata e bagnata del forno.
Com'ebbre, in quell'onda stagnante di odori misti, ronzavano senza fine le mosche; e da lontane aje, nel silenzio dei piani, giungeva il canto di qualche gallo, a cui rispondevano, prima l'uno e poi l'altro, o talvolta insieme, con due diverse voci, i galli del cortile.
E quel ronzío e questo canto dei galli e il frusciare degli alberi non rompevano, anzi rendevano piú attonito lo stupore della natura, non turbato mai da vicende che non fossero le solite, lentissime e sicure, su le quali gli uomini, le opere e i buoi regolavano la loro andatura.
Costantemente, per undici annate, la terra aveva risposto alle dure fatiche dei due socii.
E anche le mogli pareva avessero gareggiato di fecondità con la terra.
Desiderio degli uomini era aver figliuoli, e averli maschi, per i lavori della campagna.
E cinque ne aveva dati l'una e cinque l'altra, ajutandosi tra loro ogni volta, nei parti, amorosamente, senza dare né un pensiero né un fastidio ai mariti che non avevano tempo da perdere in queste cose.
Ritornando a mezzogiorno per il desinare, o la sera per la cena, avevano trovato un figlio di piú:
- Maschio?
E avevano approvato col capo, senz'altre parole.
Giglione non parlava quasi mai.
Sempre, quando bisognava, trattando col padrone della terra o coi mercanti di città, lasciava parlare il compagno.
Placido e duro, col faccione tondo cotto dal sole e tutto raso, egli si stirava il lobo dell'orecchia manca e stava a sentire e a pensar le risposte di quelli: poi, se occorreva, diceva la sua: due parole e non di piú.
Butticè, ricciuto e vivace, col perpetuo riso lucente degli occhi azzurri, mobili e maliziosi, e paroline dolci e ammiccamenti, s'adoperava ad attenuare la durezza del socio; ma il padrone o il mercante guardavano gli occhi impassibili del taciturno irremovibile, e delle maniere graziose di Butticè non solo non sapevano che farsene, ma anzi quasi s'infastidivano.
Giglione era l'albero ben radicato; Butticè, l'uccello che gli svolazzava tra i rami cantando.
Non s'era ancor potuto capire, se dello svolazzío e del canto di quell'uccello l'albero fosse, o no, contento.
Se qualcuno gli domandava:
- Ma, insomma, voi che ne dite?
Giglione alzava una mano e col pollice sotto il lobo e l'indice alzato sul padiglione, mostrava l'orecchia, per significare che a lui toccava sentire e che il parlare era affare del compagno.
Il segreto di quel loro accordo era nell'impegno che ciascuno dei due aveva sempre messo di non farsi mai sorpassare dall'altro in nulla.
Nati e cresciuti insieme nelle lontane alture dei Gallotti sopra Montaperto, erano stati rivali accaniti fino al giorno che i padri, per impedire che anch'essi come quasi tutti i giovani della borgata prendessero la via dell'America, li avevano accasati appena di ritorno dal servizio militare.
Riavvicinati dalle mogli, tra loro cugine, per non danneggiarsi a vicenda ora che avevan famiglia, s'erano appajati, cangiando in emulazione l'antica rivalità.
Pronti sempre a qualunque fatica, ciascuno dei due cercava d'esonerare il compagno delle piú gravose; e compenso era a entrambi la soddisfazione di sentirsi pari in tutto e l'uno degno dell'altro.
Ora, per la sesta volta era incinta la moglie di Butticè.
Si aspettava il parto di giorno in giorno.
Giglione, due mesi avanti, aveva avuto una femmina; e la sera, nel cortile, mentre le due donne al lume della lucerna a olio raccoglievano le rozze scodelle di terracotta, ove i figliuoli avevano mangiato la minestra, lanciava di sfuggita qualche obliquo sguardo di diffidenza ai fianchi poderosi della moglie del socio, che avrebbe potuto sbilanciar le sorti finora eguali.
Finalmente una mattina prima che rompesse l'alba, l'incinta fu colta dalle doglie.
Butticè corse a picchiare alla porta accanto, la comare fu pronta in un momento; e i due uomini sotto il cielo ancora stellato, con le zappe in collo, s'avviarono per la costa.
Non passò un'ora che a Giglione parve di sentire la voce del maggiore dei figliuoli, che chiamava dal portone del cortile.
Butticè, che lavorava poco discosto, domandò:
- Non ti pare che abbiano chiamato?
- Cosí pare, - rispose Giglione: e, ponendosi le mani attorno alla bocca, diede la voce:
- Aoòh!
Butticè lascio la zappa e si lanciò di corsa su per l'erta.
Giglione gli tenne dietro, correndo anche lui, a fatica.
Trovarono sú nel cortile una gran confusione: dietro la porta socchiusa della stanza di Butticè s'affollavano i ragazzi, reggendo a stento e strascicando per terra bracciate di ruvida biancheria, lenzuola, tovaglie, sottane, camice, che la moglie di Giglione, sporgendo il capo scarmigliato e le mani tremanti e insanguinate, strappava loro di furia.
Il parto era avvenuto.
Un maschio.
Ma la puerpera perdeva sangue, perdeva sangue in spaventosa abbondanza, e non c'era verso d'arrestarlo.
Bisognava correr subito al paese di Favara per un medico.
Butticè, alla vista della moglie in quello stato, restò; ma quasi piú stizzito che addolorato.
Tanto che, come Giglione lo trasse fuori e lo alzò sú le braccia a dosso della mula e gli diede in mano la fune della cavezza, gridandogli:
- Scappa! - adirato da quella violenza, gli rispose col viso sbiancato e senza muoversi:
- E se non volessi scappare?
- Scappa, in nome di Dio! Dici sul serio?
E Giglione spinse a due mani per di dietro la mula e le allungò un calcio.
Tre ore dopo, Butticè ritornò col medico.
Appena entrato nel cortile, alla vista del socio e della comare e di tutti i ragazzi, lí muti e abbattuti ad aspettarlo, comprese ch'era finita.
Lo aveva immaginato; aveva preveduto quella scena al suo arrivo.
Provò una fiera irritazione; avvilimento e rabbia.
Gli occhi ilari gli lucevano di follia.
- Come siete belli tutti! - disse; e scavalcò dalla mula e s'arrestò davanti la soglia della sua stanza.
Stesa lunga sul letto, come se non le fosse restato nelle vene neppure una goccia di sangue, sua moglie era lí, piú rigida e piú bianca del marmo.
La mirò un pezzo, quasi che, cosí lunga, cosí tesa, cosí bianca, non la riconoscesse piú: poi varcò la soglia, s'accostò alla morta, e le domandò in un tono quasi derisorio:
- Che hai fatto?
Giglione, entrato zitto zitto nella stanza con la moglie e col medico, alzò una mano e glie la posò su la spalla in atto di commiserazione.
Ma Butticè si scrollò con un fremito animalesco, gridandogli:
- Non mi toccare! - E uscí nel cortile.
Allora i figliuoli gli si fecero attorno, piangendo.
Egli si chinò a cingerli con le braccia, come un fascio da prendere e buttar via:
- Che ci fate piú qua, vojaltri, ancora vivi?
Giglione, su la soglia della stanza, disse:
- Ai tuoi figliuoli non ci pensare.
Ora mia moglie farà conto di averne dodici, invece di sei; e darà latte al tuo piccolo, e avrà cura di te come di me.
Butticè, ancora curvo sui figliuoli, gli lanciò da sotto in su uno sguardo, che balenò come una lama di coltello.
Gli parve che il socio lo volesse pestare con la sua generosità, appena caduto sotto quell'ingiustizia della sorte; e senza neppur guardare un'ultima volta la morta, quasi che anche lei, quella mattina, a tradimento, avesse voluto diminuirlo, avvilirlo, annichilirlo, scappò via, scostando i figli, scostando tutti, via giú per la campagna, e andò a rintanarsi sotto un carrubo, lontano, come una bestia ferita a morte.
Stette lí due giorni e due notti.
Sul far della seconda notte, si sentí chiamare a lungo dal socio prima dall'alto, poi a mano a mano piú da presso, per i sentieri della campagna, tra gli alberi; sentí anche i passi di lui; altri passi, forse dei ragazzi; trattenne il fiato e, quando i passi e le voci s'allontanarono, godette di non essere stato scoperto.
Levando però gli occhi intravide da uno sforo nel fogliame, ferma in cielo la luna e si sentí guardato da essa, avvertendo nella coscienza oscura come un rimescolío, tra di dispetto e di sgomento.
Pensò allora di risalire alla villa.
Certo, il cadavere della moglie era stato, a quell'ora, portato via, il socio lo voleva sú, per fargli vedere che la moglie s'era attaccato al seno il piccino e come faceva da madre agli altri orfani.
La carità.
Poi, finito come ogni sera di mangiar la minestra, nel cortile, al lume della lucerna a olio:
- Buona notte, compare.
Noi ce n'andiamo a letto.
E si sarebbe chiuso con la moglie e con tutta la sua famiglia intatta, là nella sua stanza; mentre lui sarebbe rimasto fuori, nel cortile, solo, scompagnato, coi suoi orfani.
Ah, no, perdio! Questa soddisfazione non gliel'avrebbe data, all'antico rivale.
Risalí alla villa, la mattina all'alba.
Ispido, con la faccia scavata, le occhiaje livide, gli occhi da pazzo, svegliò i figliuoli; ordinò ai piú grandi che lo ajutassero a raccogliere la roba e a caricarla su la mula.
Giglione, al rumore, uscí dalla stanza accanto; stette un pezzo a guardare, poi gli domandò:
- Che fai?
Butticè stava a legare per terra un grosso fagotto di panni; si rizzò su la vita, gli piantò gli occhi in faccia e rispose:
- Me ne vado,
- Dove te ne vai? Sei pazzo? - replicò quello.
Butticè non rispose; si ridiede a legare per terra il fagotto.
E allora Giglione riprese:
- Ma perché? Tu hai la pena, lo so, e nessuno te la vuol levare.
Ma quanto al resto...
tu e i tuoi figliuoli, qua...
Butticè tornò a rizzarsi su la vita; si pose un dito su la bocca:
- Zitto.
Me ne devo andare.
- Ma perché?
- Per niente.
Me ne devo andare.
- Cosí su due piedi? Senza neanche fare i conti?
- Li faremo.
Ora me ne devo andare.
Quando la roba fu caricata su la mula e su l'asino, che appartenevano a lui, disse al socio:
- Va' a prendermi la creatura.
Giglione giunse le mani:
- Ma sei impazzito davvero? L'ha al petto mia moglie.
Vuoi che muoja?
- Muoja.
Me ne devo andare.
Giglione andò di corsa a prendere il neonato e, con la faccia voltata, glielo porse.
- Tieni.
Vattene! Non voglio piú vederti!
- Tu? - disse allora con un ghigno Butticè.
- E figúrati io!
Cacciò avanti l'asino e la mula, e s'avviò coi cinque figliuoli dietro, e in braccio il piccino, a cui ancora dalla boccuccia paonazza pendeva una goccia di latte.
...
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