TUTT'E TRE, di Luigi Pirandello - pagina 2
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Per loro due la vita era ormai chiusa per sempre; per lei invece, cosí giovane e bellina, chi sa! poteva riaprirsi, oggi o domani.
Cominciarono insomma a considerarla come una loro figliuola che, in coscienza, non si dovesse insieme con loro due sacrificare e votare a un lutto perpetuo.
(Forse, sotto sotto, parlava in esse, mascherata di carità, l'invidia; per il fatto che colei era la mamma vera del piccino.)
Per diminuire questa superiorità che Nicolina aveva su loro incontestabile, appena svezzato il bambino, quasi la esclusero da ogni cura di esso.
Tutt'e due però sentivano che questa esclusione non bastava.
Perché il bambino restasse insieme con loro legato tutto alla memoria del morto, bisognava che Nicolina ne avesse un altro, qualche altro di suo; bisognava insomma dar marito a Nicolina.
La Baronessa avrebbe seguitato ad alloggiarla nel palazzo, in un quartierino a parte; le avrebbe assegnato una buona dote, trovandole un buon giovine per marito, timorato e rispettoso, che fosse anche di presidio a lei, a Filomena e a tutta la casa.
Nicolina, interpellata, s'oppose dapprincipio recisamente; protestò che non voleva esser da meno di Filomena, lei, nel lutto del Barone, ritenendo che anzi toccasse a lei di guardarlo di piú, questo lutto, per via del bambino.
Quelle non le dissero che proprio per questo desideravano che si maritasse; ma si mostrarono cosí fredde con lei e cosí scontente del rifiuto, che alla fine, a poco a poco, la indussero a cedere.
Filomena, donna di mondo e tanto saggia che finanche il Barone, sant'anima, ne aveva seguito sempre i consigli, aveva già bell'e pronto il marito: un certo don Nitto Trettarí, giovine di notajo, civiletto, di buona famiglia e di poche parole.
Non brutto, no! Che brutto! Un po' magrolino...
Ma via, con la buona vita, avrebbe fatto presto a rimettersi in carne.
Bisognava dirgli soltanto che non si facesse cucire cosí stretti i calzoni perché le gambe le aveva sottili di suo e con quei calzoncini parevano due stecchi, e che poi si levasse il vizio di tener la punta della lingua attaccata al labbro superiore; del resto, giovinotto d'oro!
Passato l'anno di lutto stretto, si stabilirono le nozze.
La Baronessa assegnò a Nicolina venticinque mila lire di dote, un ricco corredo e alloggio e vitto nel palazzo; le donò anche abiti e gioje.
- Pompa no, - diceva allo sposo, che si storceva tutto per ringraziare e si passava di tratto in tratto la mano su una falda del farsetto, come se qualche cane minacciasse d'addentargliela.
- Pompa no, caro don Nitto, perché il cuore in verità non ce la consente a nessuna delle tre; ma...
(la lingua, don Nitto! dentro, la lingua, benedetto figliuolo! avete tanto ingegno e parete uno scemo) un po' di festa, dicevo, ve la faremo, non dubitate.
Nicolina piangeva, sentendo questi discorsi, e si teneva stretto il bambino al seno, come se, sposando, dovesse abbandonarlo per sempre.
Don Nitto s'angustiava di quelle lagrime irrefrenabili, ma non diceva nulla, perché la Baronessa lo aveva pregato di lasciar piangere Nicolina, che ne aveva ragione.
Tra breve, con l'ajuto di Dio, forse non avrebbe pianto piú; ma ora bisognava lasciarla piangere.
Non ci fu verso - venuto il giorno delle nozze - d'indurre Nicolina a levarsi l'abito di lutto: minacciò di mandare a monte il matrimonio, se la costringevano a indossarne uno di colore.
O con quello, o niente.
Don Nitto consultò i parenti, la madre, le due sorelle, i cognati, passandosi e ripassandosi la mano sulla falda del farsetto; specialmente le due sorelle tenevano duro, perché erano venute con gli abiti di seta sgargianti del loro matrimonio e tutti gli ori e i "guardaspalle" di raso, a pizzo, con la frangia fino a terra.
Ma alla fine dovettero tutti sottomettersi alla volontà della sposa.
E andarono in processione, prima in chiesa, poi allo stato civile; lo sposo, tra le due sorelle, avanti; poi Nicolina, tra la Baronessa e Filomena, tutt'e tre in fittissime gramaglie, come se andassero dietro a un mortorio; infine la mamma dello sposo tra i due generi.
Ma la scena piú commovente avvenne nella sala del municipio.
C'erano in quella sala, appesi in fila alle pareti, i ritratti a olio di tutti i sindaci passati: quello di don Francesco di Paola Vivona era, si può ben supporre, al posto d'onore, proprio sopra la testa dell'assessore addetto allo stato civile.
La Baronessa fu la prima a scorgere quel ritratto, e prese a piangere prima con lo stomaco, sussultando.
Non potendo parlare, mentre l'assessore leggeva gli articoli del codice, urtò col gomito Nicolina, che le stava accanto.
Come questa si voltò a guardarla e, seguendo gli occhi di lei, scorse anch'ella il ritratto, gittò un grido acutissimo e proruppe in un pianto fragoroso.
Allora anche la Baronessa e Filomena non poterono piú contenersi, e tutt'e tre, con le mani nei capelli, davanti all'assessore sbalordito, levarono le grida, come il giorno della morte.
- Figlio, Cicciuzzo nostro, che ci guarda! fiamma dell'anima nostra, quanto eri bello! Come facciamo, Cicciuzzo nostro, senza di te? Angelo d'oro, vita della vita nostra!
E bisognò aspettare che quel pianto finisse per passare alla firma del contratto nuziale.
L'OMBRA DEL RIMORSO
- Sono venuto, - si lamentò dalla soglia Bellavita, con quell'esitazione di chi si butta a parlare e poi, incerto, si trattiene, - sono venuto, perché l'ho capito, sa? il cuore a Vossignoria..., il cuore non le regge piú...
a venire da me...
L'ho capito!
Ricomposto appena dallo scatto d'ira all'annunzio di quella visita, il signor Notajo, dal tavolino innanzi al quale stava seduto nella sua stanza da letto, accennò di sí col grosso capo calvo, ma senza saper bene perché.
(Il cuore? che aveva detto?) E invitò con un cenno della mano il visitatore a introdursi, a sedere.
Bellavita, a quel gesto, sentí quasi sussultare tutta la stanza, tanta fu d'improvviso la gioja che ne ebbe.
E siccome, parato di strettissimo lutto, dopo aver parlato, s'era ricomposto rigido su la soglia, le gambe per quella gioja quasi gli mancarono.
Si sorresse, premendo le gracili mani su gli omeri del figliuolo Michelino, che gli stava davanti, vestito anch'esso d'un abito ritinto or ora di nero.
A quella pressione, come per un richiamo, apparve subito piú raggiante in Michelino la soddisfazione con cui portava addosso quell'abito nero.
Proprio come una divisa, lo portava.
Il giorno avanti, ai piccoli amici del vicinato, raccolti innanzi all'uscio di strada su cui il padre aveva inchiodato di traverso una fascia nera di bambagino, egli aveva annunziato:
- Sono a lutto, io.
E, storcignandosi dal piacere in cui pareva tutto invischiato, si era passate le mani sopra la giacca.
Anche papà era a lutto, e come! Perfino la fascia di lana, sempre avvolta attorno al collo gangoloso, da rossa se l'era fatta ritingere nera.
Ma lo portava con ben altro contegno, papà, il lutto.
All'invito d'introdursi, rimessosi dalla gioja, Bellavita spinse avanti Michelino; e piano, prima, in un orecchio:
- (Va' a baciar la mano al signor cavaliere!)
Poi con la composta gravità che quella visita di soli sei giorni dopo gl'imponeva, mosse alcuni passi nella camera in disordine che sapeva ancora dei notturni ronfi grassi del grasso Notajo, e sedette ma in punta in punta a una seggiola, e dritto sulla vita, quasi il cordoglio dovesse per forza tenerlo teso e indurito cosí.
Forse, a casa sua, si sarebbe buttato giú, nella disperazione di quel cordoglio.
Ma siccome qua la commiserazione che il signor cavaliere poteva accordargli non doveva occupar soverchio posto nello stesso e certo non men disperato cordoglio da cui doveva essere straziato anche lui in quel momento, gli parve anche troppo toccar cosí col sedere appena appena quella punta di seggiola.
Michelino, ricevuto dal signor Notajo solo il cenno d'un bacio sui capelli, ritornò a lui e gli si pose tra le gambe.
Per un momento, dal marmo del comodino accanto al letto disfatto, si rese percettibile nell'uggia cupa e sonnolenta di quella vecchia camera il ticchettío sottile dell'orologio d'oro da tasca lasciato lí su un fazzoletto rosso di seta.
Il Notajo s'era chinato con le braccia conserte sul piano del tavolino e vi aveva affondato il capo.
Rimase Bellavita un pezzo a contemplare con occhi gravi e densi d'angoscia la calvizie paonazza del signor Notajo, emergente là dalle braccia conserte.
Se il rispetto non l'avesse trattenuto, si sarebbe accostato in punta di piedi a deporre un bacio di convulsa gratitudine su quella calvizie, tanto il doloroso raccoglimento del signor Notajo gli era di balsamo al cuore.
Se ne sentiva proprio beato, quasi gliela desse a pascere lui tutta quella pena commovente in cui lo vedeva sprofondato, come il latte del suo seno una mamma al suo bambino.
Alla fine si risolvette a parlare.
- Per il funerale, - disse (e subito la voce gli tremò) - per il funerale ordinai in suo nome una corona di fiori freschi, un po'...
un po' piú ricca della mia.
Il Notajo levò la faccia piú che mai aggrondata dal tavolino.
- Una corona?
- Me lo permisi, sicuro d'interpretare il suo sentimento, signor Cavaliere.
- Sta bene.
E poi?
- E poi le feci collocare tutte e due sul carro funebre, signor Cavaliere.
La sua e la mia.
Accanto.
Tanto, tanto belle, se Vossignoria le avesse vedute! Parlavano.
- Chi parlava?
- Quelle due corone, signor Cavaliere.
La faccia paonazza del Notajo, alzata, come recisa e posata lí sul piano del tavolino, diventò livida dalla stizza.
- Spero, - disse, - che nel nastro non avrai fatto scrivere il mio nome!
Bellavita, tenendo il fazzoletto listato di nero davanti agli occhi, fece segno di no, col capo.
- Poi? - domandò di nuovo il Notajo.
- Poi, - riprese tra il pianto Bellavita, - tre messe ho fatto dire alla sant'anima: una per lei, una per me, una per Michelino.
Michelino si scosse, invanito dalla bella notizia che una messa...
oh! anche per lui? e fece per ripassarsi la mano sulla giacca; ma interruppe il gesto vedendo sorgere in piedi il signor Notajo.
- Mi dirai quanto hai speso!
- Signor Cavaliere...
- Mi dirai quanto hai speso! - ribatté forte, con esasperazione, il Notajo.
Bellavita strinse tra i denti il labbro per impedire uno scoppio di singhiozzi, ma le lagrime gli piovvero dagli occhi.
- Pe...
per carità, - barbugliò.
- Mi...
mi vuol dare anche questo dolore?
Il Notajo guatò quelle lagrime, il pietoso aspetto di quell'uomo disfatto in pochi giorni dall'improvvisa sciagura; vide lo sbigottimento allungarsi sul viso sbiancato del ragazzo, e si mise a passeggiare per la stanza, con le mani nelle tasche dei calzoni, senz'aggiungere altro.
I calzoni di quel vecchio abito di casa, troppo larghi, gli facevano due goffe pieghe sul di dietro, le quali, al movimento delle natiche, andavano su e giú in modo ridicolissimo.
Michelino lo notò, e non guardò piú altro, finché il Notajo stette a passeggiare.
Alla fine, Bellavita riuscí a risucchiarsi le ultime lagrime dal naso e riprese:
- Sono venuto anche per Michelino.
- Per Michelino?
- Per domandare a Vossignoria se posso rimandarlo a scuola.
- Dio grande e buono! - esclamò allora il Notajo, levando le pugna al soffitto.
- E perché lo domandi a me?
- Ma per sapere se le sembra giusto, dopo sei giorni soltanto.
Con ambo le mani ancora alzate il Notajo fece un gesto violento di noncuranza:
- Ma fa' quello che ti pare!
- Ah no, - scattò Bellavita, con gravità e anche con risolutezza, a questo punto.
- Di Michelino si tratta! E non voglio far nulla, io, senza il consiglio e il consenso di Vossignoria.
Il ragazzo soffre a star solo in casa con me.
Vede come s'è ridotto in sei giorni, povera creatura? Ma io non so far altro che piangere, piangere, piangere...
E di nuovo, giú lagrime, a fontana.
A un tratto, soffocato, arrangolando, balzò in piedi e andò a buttarsi addosso al Notajo, disperatamente.
- Ah, signor Cavaliere, - gridò, - per carità, signor Cavaliere, abbia considerazione di me! Non m'abbandoni, non m'abbandoni in questo momento, signor Cavaliere! Tutti mi disprezzano per causa sua; tutti ridono di me; di questo mio stesso lutto! Lei solo mi può e mi deve compatire! Lei che sa il sentimento mio! Lei che sa che non ho voluto mai nulla da Lei! Un po' di considerazione soltanto, per il rispetto che le ho sempre portato; un po' di considerazione per la mia disgrazia, per la nostra disgrazia, signor Cavaliere!
E lo guardò, in cosí dire, da vicino, cosí affitto affitto e con certi occhi cosí smarriti e atroci, da pazzo, che al Notajo passò la tentazione di tirargli una spinta per levarselo d'addosso e mandarlo a schizzar lontano.
Quasi non gli parve vero.
Provò schifo nel sentir la magrezza di quelle braccia sotto la stoffa pelosa dell'abito ritinto, nella violenza che facevano per aggrapparglisi al collo in quella convulsione di pianto.
E con questo schifo nelle dita, si voltò verso la finestra chiusa della stanza, come per cercare uno scampo.
Chi sa perché, in quella finestra notò subito la croce che nella vetrata formavano le bacchette di ferro arrugginite.
E, nello stesso tempo, una strana relazione avvertí tra l'orribile peso di quell'uomo che gli piangeva sul petto e tutta la solinga tristezza della sua vita di vecchio scapolo grasso, quale ora gli appariva evidente dai vetri sudici di quella finestra sul cielo bigiognolo della mattinata autunnale.
Per sottrarsi a quell'incubo, si mise a esortare il piangente a farsi animo: gli promise che non l'avrebbe abbandonato; che sarebbe andato a trovarlo a casa; come prima, sí!
- Ma Teresina...
Teresina, signor Cavaliere...
Teresina, non la troverà piú! Non le reggerà il cuore, a Vossignoria...
- Se ti dico che verrò! Verrò, verrò...
E cosí alla fine riuscí a mandarlo via.
Rimasto solo, stette per piú di cinque minuti ad aprire e chiudere le mani, tutto vibrante, congestionato, e a muggire, a fischiare, a gridare in tutti i toni:
- Perdio...
perdio...
perdio...
Seduto su uno sgabello di ferro della sua botteguccia di caffè, curvo, con gli occhi fissi sul marmo impolverato d'uno dei tavolinetti, Bellavita aspettò parecchi giorni la promessa visita del notajo Denora.
Ma né il Notajo venne, né nessuno dei suoi amici, che prima solevano passar là nel caffeuccio le mezze giornate a conversare, a leggere i giornali, a giocare a carte.
Con Michelino stretto tra le braccia, quando il ragazzo ritornava dalla scuola, Bellavita si sfaceva in lagrime, aspettando.
A un certo punto, perché il cuore gonfio non gli scoppiasse in petto, balzava in piedi; affidava la botteguccia al vecchio cameriere che dormiva sempre, e si recava lui di nuovo, con Michelino, a trovare in casa il signor Notajo.
Solo dopo quattro o cinque di quelle visite, cominciò a comprendere che esse non erano bene accette al Notajo.
Non disse nulla.
Aggiunse al pianto, sempre vivo per la morte della moglie, altro pianto per questo nuovo dolore, e diradò un poco le visite.
Quando andava, mandava dentro lo studio del Notajo Michelino, e lui si sedeva silenzioso e con gli occhi chiusi nell'anticamera, lí accanto alla bussola di panno verde ingiallito con l'occhio opaco nel mezzo.
A poco a poco le palpebre gli si gonfiavano di pianto, e le lagrime gli gocciolavano grosse e spesse per le guance scavate.
Il naso, pieno anch'esso di lagrime, gli veniva di soffiarselo forte; se lo soffiava piano, per non disturbare; piano piano...
E di tutta quella sua delicatezza non rimeritata s'inteneriva angosciosamente; e quell'angosciata tenerezza gli si scioglieva subito in un nuovo e piú urgente sgorgo di lagrime.
- T'ha baciato, di', t'ha baciato? - domandava subito a Michelino, accorrendo come un assetato, appena lo vedeva uscire dallo studio.
Michelino alzava le spalle, seccato, non comprendendo il perché di quell'ansiosa, insistente premura del padre di sapere che cosa gli avesse detto e fatto il Notajo.
- Non t'ha baciato?
- M'ha fatto cosí, - rispondeva alla fine Michelino, passandosi celermente una mano sui capelli irsuti.
- E nient'altro?
- Nient'altro.
Lo accompagnava a casa; lo raccomandava alla serva; e ritornava alla bottega, dove ritrovava il vecchio cameriere che dormiva ancora, nel solito angolo, con la bocca aperta, mangiato dalle mosche.
Tutta la bottega, dalle vetrine laccate un tempo di bianco, ora ingiallite e scrostate, sonava del ronzío fitto, continuo, opprimente di quelle mosche.
Bellavita tornava a sedere, curvo, su lo sgabello di ferro, e stava lí, immobile per ore e ore, con gli occhi fissi, aguzzi, spasimosi, che pareva finissero di divorargli la faccia smunta e smorta, dalla barba non rifatta da parecchi giorni.
E allora quelle mosche cominciavano a mangiarsi anche lui: gli si posavano sugli orecchi, sul naso, sul mento; ma egli non le avvertiva nemmeno; o, al piú, levava appena appena una mano a cacciarle, quando già erano volate via.
Erano diventate le padrone della bottega, quelle mosche; avevano incrostato delle loro sudicerie i due veli, l'uno color di rosa e l'altro celeste, tutt'e due scoloriti, che sul banco coprivano le paste già secche, le torte indurite, con la marmellata tutta gromme di muffa.
Nella scaffalatura in fondo le bottiglie dei liquori eran tutte coperte di polvere.
E su uno dei piatti della bilancia, sul banco, era rimasto un peso d'ottone, a ricordare l'ultima vendita di dolci fatta dalla moglie, che fino a poco tempo addietro sedeva là, ridente e sfavillante, a quel banco, col nasino bianco di cipria, lo scialletto rosso di seta a lune gialle sul seno prosperoso, i cerchioni d'oro agli orecchi; e ogni sorriso di risposta a ogni sguardo che le fosse rivolto, le scopriva le pozzette alle guance leggermente imbellettate.
Lo aveva ancora nelle narici il profumo di quella donna e gli veniva di serrare i pugni, assalito da una disperata voglia di fracassar quelle vetrine, di rovesciar quelle bottiglie, che gli esasperavano insopportabilmente l'angoscia con la loro simmetrica immobilità di cose che potevano seguitare a esser per sé, là come prima, mentre tutto per lui era finito, finito!
E l'infame calunnia ch'egli tenesse sú quella bottega di caffè coi denari del notajo Denora; quand'invece, aveva proibito alla moglie d'accettare perfino quello che si dice un fiore dal signor Notajo! Si pigliava i soldi del caffè, quando il Notajo veniva lí con gli amici, proprio perché, a non pigliarseli, gli sarebbe parso di dar troppo nell'occhio; ma Dio sa quanto ne soffriva! Altro che quel poco di caffè, pur fatto con specialissima cura, gli avrebbe dato il sangue delle vene, per la sviscerata gratitudine che gli serbava, della difesa che nei primi tempi del matrimonio il signor Notajo aveva fatto di lui contro la moglie che lo accusava di poco avvedimento, di poco tatto con gli avventori e d'inesperienza anche e di goffaggine; gratitudine poi della pace che il signor Notajo, con la sua tranquilla e circospetta relazione, gli aveva rimesso in famiglia; gratitudine della rivincita che con l'amicizia di lui aveva potuto prendersi su tutti coloro che lo avevano sempre deriso per le sue arie da "persona civile", che sapeva trattare e stare in confidenza coi meglio signori.
Come mai, ora ch'era rimasto cosí stroncato dalla sciagura, nemmeno uno di essi si faceva piú vedere al caffè? Che male aveva fatto al signor Notajo, da esser trattato cosí dai suoi amici? Se mai qualcuno tra loro due, poteva aver rimorso d'aver fatto male all'altro, quest'uno certamente non poteva esser lui.
Non se ne dava pace, Bellavita.
Ne impazziva, parola d'onore, ne impazziva!
Ma finalmente, un giorno, ecco presentarsi alla soglia del caffeuccio uno dei piú intimi amici del notajo Denora.
Appena lo vide, Bellavita balzò in piedi:
- Pregiatissimo signor avvocato!
Ma subito, colto da vertigine, fu costretto a recarsi una mano sugli occhi e a sorreggersi con l'altra al tavolinetto.
- Oh Dio! Bellavita, che è?
- Niente, signor avvocato.
La gioja.
Come ho veduto entrare Vossignoria...
Mi sono alzato troppo di furia.
Sono tanto debole, signor avvocato! Ma niente, ora è passato.
- Povero Bellavita, - fece quegli, posandogli una mano su la spalla.
- Sí, lo vedo, siete molto deperito.
No no, state, state seduto.
- Ma Vossignoria s'accomodi, per carità!
- Ecco, sí, seggo qua.
- Comanda un caffè? una bibita?
- No, niente.
State seduto.
Vengo a nome del notajo Denora, caro Bellavita, a farvi una proposta.
- A nome...?
- Del notajo Denora.
Bellavita, nel sentir nominare il notajo Denora, cosí, come a tradimento, appassí e guardò quel signore come se fosse venuto a togliergli anche l'aria da respirare.
- Ho inteso, - disse.
- Ma scusi...
E non poté seguitare, al pensiero che il signor Notajo avesse sentito il bisogno di rivolgersi a un altro per fare a lui una proposta.
Interpretando male il doloroso sbalordimento che si dipinse sul volto di Bellavita, colui s'affrettò a esortarlo:
- Non v'allarmate, non v'allarmate, caro Bellavita.
È per il bene del vostro ragazzo.
- Di Michelino?
- Di Michelino, sí.
Voi sapete che il Notajo gli ha voluto sempre bene, e seguita a volergliene.
- Sí? Ah sí? - fece subito Bellavita, protendendosi, con gli occhi d'improvviso ridenti di lagrime.
E l'angoscia tormentosa di tutti quei giorni gli fece impeto per trovare uno sfogo in un torrente di domande ansiose attraverso la gioja insperata e inattesa di quella notizia.
- E perché allora...
- cominciò a dire.
Ma quegli parò le mani, a interromperlo subito.
- Lasciatemi dire, vi prego.
Il Notajo vi propone, caro Bellavita, di mettere il ragazzo in un collegio, a Napoli.
Bellavita sgranò tanto d'occhi, ripiombando nello sbalordimento doloroso, ma col sospetto ormai che il discorso che quel signore era venuto a fargli, nascondeva sotto ogni parola un tradimento preparato dal Notajo.
- A Napoli? - disse.
- Il ragazzo? E perché?
- Per dargli una migliore educazione, - rispose subito quegli, come se fosse una cosa chiara per se stessa, evidente.
- E si assumerà il Notajo, s'intende, tutte le spese, purché voi consentiate a separarvene.
Dapprima ancor quasi smarrito, poi a mano a mano raffermandosi sempre piú in quel sospetto che lo riempiva di sgomento e d'indignazione a un tempo, Bellavita cominciò a domandare e a dire:
- E perché? Il ragazzo, qua, studia, signor avvocato; va bene a scuola; io lo tengo d'occhio.
Perché il signor Notajo mi propone di mandarlo in un collegio, e cosí lontano, a Napoli? E io? Ah, non vuol piú tenere nessun conto di me, il signor Notajo? Senza il ragazzo, io morrei...
Sto morendo io, signor avvocato, sto morendo qua, di crepacuore, abbandonato da tutti, senza sapere perché! Ma che gli ho fatto io, che gli ho fatto, in nome di Dio? Vuol levarmi anche il ragazzo?...
No, no, mi lasci dire! Non è vero niente, signor avvocato, che gli sta a cuore l'educazione di Michelino.
No.
È altro! è altro! E io lo so, signor avvocato, che cos'è! Ma come? Mi parla di spese, lui? osa parlarmi di spese? E quando mai ho ricorso a lui per mantenere il ragazzo come un figlio di signori? Io, coi miei soli mezzi! io! E finché campo, ci penserò sempre io, glielo dica! Non posso mandarlo a Napoli.
Ma quand'anche potessi, non vorrei.
Perché il signor Notajo mi fa dir questo? Ha forse creduto che gli portavo il ragazzo per averne qualche cosa?
A questo punto l'amico cercò d'arrestar la foga di tutte queste domande irrompenti, approfittando del sospetto, realmente infondato, contenuto nell'ultima domanda di Bellavita.
Ma questi non si lasciò sopraffare.
- Non è per questo? - incalzò.
- E allora perché? Forse perché non vuol piú vedere neanche il ragazzo? Me, da un pezzo, non mi vede piú!
- Oh, alle corte, - disse allora risolutamente quell'amico, assai seccato.
- Ora ci siamo! È questo, caro Bellavita.
Parliamoci chiaro.
Ma chiaro, veramente, quando fu al dunque, stentò piú d'un poco a parlare quell'amico, perché non era mica facile far comprendere a Bellavita il dispetto del Notajo per il suo canino attaccamento.
Come spiattellargli in faccia che, con la morte della donna, il Notajo aveva creduto d'essersi liberato dell'incubo di lui, che col ridicolo della sua incredibile mansuetudine, col rispetto ossequioso di cui lo faceva segno davanti a
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