TUTT'E TRE, di Luigi Pirandello - pagina 3
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- Ah, signor Cavaliere, - gridò, - per carità, signor Cavaliere, abbia considerazione di me! Non m'abbandoni, non m'abbandoni in questo momento, signor Cavaliere! Tutti mi disprezzano per causa sua; tutti ridono di me; di questo mio stesso lutto! Lei solo mi può e mi deve compatire! Lei che sa il sentimento mio! Lei che sa che non ho voluto mai nulla da Lei! Un po' di considerazione soltanto, per il rispetto che le ho sempre portato; un po' di considerazione per la mia disgrazia, per la nostra disgrazia, signor Cavaliere!
E lo guardò, in cosí dire, da vicino, cosí affitto affitto e con certi occhi cosí smarriti e atroci, da pazzo, che al Notajo passò la tentazione di tirargli una spinta per levarselo d'addosso e mandarlo a schizzar lontano.
Quasi non gli parve vero.
Provò schifo nel sentir la magrezza di quelle braccia sotto la stoffa pelosa dell'abito ritinto, nella violenza che facevano per aggrapparglisi al collo in quella convulsione di pianto.
E con questo schifo nelle dita, si voltò verso la finestra chiusa della stanza, come per cercare uno scampo.
Chi sa perché, in quella finestra notò subito la croce che nella vetrata formavano le bacchette di ferro arrugginite.
E, nello stesso tempo, una strana relazione avvertí tra l'orribile peso di quell'uomo che gli piangeva sul petto e tutta la solinga tristezza della sua vita di vecchio scapolo grasso, quale ora gli appariva evidente dai vetri sudici di quella finestra sul cielo bigiognolo della mattinata autunnale.
Per sottrarsi a quell'incubo, si mise a esortare il piangente a farsi animo: gli promise che non l'avrebbe abbandonato; che sarebbe andato a trovarlo a casa; come prima, sí!
- Ma Teresina...
Teresina, signor Cavaliere...
Teresina, non la troverà piú! Non le reggerà il cuore, a Vossignoria...
- Se ti dico che verrò! Verrò, verrò...
E cosí alla fine riuscí a mandarlo via.
Rimasto solo, stette per piú di cinque minuti ad aprire e chiudere le mani, tutto vibrante, congestionato, e a muggire, a fischiare, a gridare in tutti i toni:
- Perdio...
perdio...
perdio...
Seduto su uno sgabello di ferro della sua botteguccia di caffè, curvo, con gli occhi fissi sul marmo impolverato d'uno dei tavolinetti, Bellavita aspettò parecchi giorni la promessa visita del notajo Denora.
Ma né il Notajo venne, né nessuno dei suoi amici, che prima solevano passar là nel caffeuccio le mezze giornate a conversare, a leggere i giornali, a giocare a carte.
Con Michelino stretto tra le braccia, quando il ragazzo ritornava dalla scuola, Bellavita si sfaceva in lagrime, aspettando.
A un certo punto, perché il cuore gonfio non gli scoppiasse in petto, balzava in piedi; affidava la botteguccia al vecchio cameriere che dormiva sempre, e si recava lui di nuovo, con Michelino, a trovare in casa il signor Notajo.
Solo dopo quattro o cinque di quelle visite, cominciò a comprendere che esse non erano bene accette al Notajo.
Non disse nulla.
Aggiunse al pianto, sempre vivo per la morte della moglie, altro pianto per questo nuovo dolore, e diradò un poco le visite.
Quando andava, mandava dentro lo studio del Notajo Michelino, e lui si sedeva silenzioso e con gli occhi chiusi nell'anticamera, lí accanto alla bussola di panno verde ingiallito con l'occhio opaco nel mezzo.
A poco a poco le palpebre gli si gonfiavano di pianto, e le lagrime gli gocciolavano grosse e spesse per le guance scavate.
Il naso, pieno anch'esso di lagrime, gli veniva di soffiarselo forte; se lo soffiava piano, per non disturbare; piano piano...
E di tutta quella sua delicatezza non rimeritata s'inteneriva angosciosamente; e quell'angosciata tenerezza gli si scioglieva subito in un nuovo e piú urgente sgorgo di lagrime.
- T'ha baciato, di', t'ha baciato? - domandava subito a Michelino, accorrendo come un assetato, appena lo vedeva uscire dallo studio.
Michelino alzava le spalle, seccato, non comprendendo il perché di quell'ansiosa, insistente premura del padre di sapere che cosa gli avesse detto e fatto il Notajo.
- Non t'ha baciato?
- M'ha fatto cosí, - rispondeva alla fine Michelino, passandosi celermente una mano sui capelli irsuti.
- E nient'altro?
- Nient'altro.
Lo accompagnava a casa; lo raccomandava alla serva; e ritornava alla bottega, dove ritrovava il vecchio cameriere che dormiva ancora, nel solito angolo, con la bocca aperta, mangiato dalle mosche.
Tutta la bottega, dalle vetrine laccate un tempo di bianco, ora ingiallite e scrostate, sonava del ronzío fitto, continuo, opprimente di quelle mosche.
Bellavita tornava a sedere, curvo, su lo sgabello di ferro, e stava lí, immobile per ore e ore, con gli occhi fissi, aguzzi, spasimosi, che pareva finissero di divorargli la faccia smunta e smorta, dalla barba non rifatta da parecchi giorni.
E allora quelle mosche cominciavano a mangiarsi anche lui: gli si posavano sugli orecchi, sul naso, sul mento; ma egli non le avvertiva nemmeno; o, al piú, levava appena appena una mano a cacciarle, quando già erano volate via.
Erano diventate le padrone della bottega, quelle mosche; avevano incrostato delle loro sudicerie i due veli, l'uno color di rosa e l'altro celeste, tutt'e due scoloriti, che sul banco coprivano le paste già secche, le torte indurite, con la marmellata tutta gromme di muffa.
Nella scaffalatura in fondo le bottiglie dei liquori eran tutte coperte di polvere.
E su uno dei piatti della bilancia, sul banco, era rimasto un peso d'ottone, a ricordare l'ultima vendita di dolci fatta dalla moglie, che fino a poco tempo addietro sedeva là, ridente e sfavillante, a quel banco, col nasino bianco di cipria, lo scialletto rosso di seta a lune gialle sul seno prosperoso, i cerchioni d'oro agli orecchi; e ogni sorriso di risposta a ogni sguardo che le fosse rivolto, le scopriva le pozzette alle guance leggermente imbellettate.
Lo aveva ancora nelle narici il profumo di quella donna e gli veniva di serrare i pugni, assalito da una disperata voglia di fracassar quelle vetrine, di rovesciar quelle bottiglie, che gli esasperavano insopportabilmente l'angoscia con la loro simmetrica immobilità di cose che potevano seguitare a esser per sé, là come prima, mentre tutto per lui era finito, finito!
E l'infame calunnia ch'egli tenesse sú quella bottega di caffè coi denari del notajo Denora; quand'invece, aveva proibito alla moglie d'accettare perfino quello che si dice un fiore dal signor Notajo! Si pigliava i soldi del caffè, quando il Notajo veniva lí con gli amici, proprio perché, a non pigliarseli, gli sarebbe parso di dar troppo nell'occhio; ma Dio sa quanto ne soffriva! Altro che quel poco di caffè, pur fatto con specialissima cura, gli avrebbe dato il sangue delle vene, per la sviscerata gratitudine che gli serbava, della difesa che nei primi tempi del matrimonio il signor Notajo aveva fatto di lui contro la moglie che lo accusava di poco avvedimento, di poco tatto con gli avventori e d'inesperienza anche e di goffaggine; gratitudine poi della pace che il signor Notajo, con la sua tranquilla e circospetta relazione, gli aveva rimesso in famiglia; gratitudine della rivincita che con l'amicizia di lui aveva potuto prendersi su tutti coloro che lo avevano sempre deriso per le sue arie da "persona civile", che sapeva trattare e stare in confidenza coi meglio signori.
Come mai, ora ch'era rimasto cosí stroncato dalla sciagura, nemmeno uno di essi si faceva piú vedere al caffè? Che male aveva fatto al signor Notajo, da esser trattato cosí dai suoi amici? Se mai qualcuno tra loro due, poteva aver rimorso d'aver fatto male all'altro, quest'uno certamente non poteva esser lui.
Non se ne dava pace, Bellavita.
Ne impazziva, parola d'onore, ne impazziva!
Ma finalmente, un giorno, ecco presentarsi alla soglia del caffeuccio uno dei piú intimi amici del notajo Denora.
Appena lo vide, Bellavita balzò in piedi:
- Pregiatissimo signor avvocato!
Ma subito, colto da vertigine, fu costretto a recarsi una mano sugli occhi e a sorreggersi con l'altra al tavolinetto.
- Oh Dio! Bellavita, che è?
- Niente, signor avvocato.
La gioja.
Come ho veduto entrare Vossignoria...
Mi sono alzato troppo di furia.
Sono tanto debole, signor avvocato! Ma niente, ora è passato.
- Povero Bellavita, - fece quegli, posandogli una mano su la spalla.
- Sí, lo vedo, siete molto deperito.
No no, state, state seduto.
- Ma Vossignoria s'accomodi, per carità!
- Ecco, sí, seggo qua.
- Comanda un caffè? una bibita?
- No, niente.
State seduto.
Vengo a nome del notajo Denora, caro Bellavita, a farvi una proposta.
- A nome...?
- Del notajo Denora.
Bellavita, nel sentir nominare il notajo Denora, cosí, come a tradimento, appassí e guardò quel signore come se fosse venuto a togliergli anche l'aria da respirare.
- Ho inteso, - disse.
- Ma scusi...
E non poté seguitare, al pensiero che il signor Notajo avesse sentito il bisogno di rivolgersi a un altro per fare a lui una proposta.
Interpretando male il doloroso sbalordimento che si dipinse sul volto di Bellavita, colui s'affrettò a esortarlo:
- Non v'allarmate, non v'allarmate, caro Bellavita.
È per il bene del vostro ragazzo.
- Di Michelino?
- Di Michelino, sí.
Voi sapete che il Notajo gli ha voluto sempre bene, e seguita a volergliene.
- Sí? Ah sí? - fece subito Bellavita, protendendosi, con gli occhi d'improvviso ridenti di lagrime.
E l'angoscia tormentosa di tutti quei giorni gli fece impeto per trovare uno sfogo in un torrente di domande ansiose attraverso la gioja insperata e inattesa di quella notizia.
- E perché allora...
- cominciò a dire.
Ma quegli parò le mani, a interromperlo subito.
- Lasciatemi dire, vi prego.
Il Notajo vi propone, caro Bellavita, di mettere il ragazzo in un collegio, a Napoli.
Bellavita sgranò tanto d'occhi, ripiombando nello sbalordimento doloroso, ma col sospetto ormai che il discorso che quel signore era venuto a fargli, nascondeva sotto ogni parola un tradimento preparato dal Notajo.
- A Napoli? - disse.
- Il ragazzo? E perché?
- Per dargli una migliore educazione, - rispose subito quegli, come se fosse una cosa chiara per se stessa, evidente.
- E si assumerà il Notajo, s'intende, tutte le spese, purché voi consentiate a separarvene.
Dapprima ancor quasi smarrito, poi a mano a mano raffermandosi sempre piú in quel sospetto che lo riempiva di sgomento e d'indignazione a un tempo, Bellavita cominciò a domandare e a dire:
- E perché? Il ragazzo, qua, studia, signor avvocato; va bene a scuola; io lo tengo d'occhio.
Perché il signor Notajo mi propone di mandarlo in un collegio, e cosí lontano, a Napoli? E io? Ah, non vuol piú tenere nessun conto di me, il signor Notajo? Senza il ragazzo, io morrei...
Sto morendo io, signor avvocato, sto morendo qua, di crepacuore, abbandonato da tutti, senza sapere perché! Ma che gli ho fatto io, che gli ho fatto, in nome di Dio? Vuol levarmi anche il ragazzo?...
No, no, mi lasci dire! Non è vero niente, signor avvocato, che gli sta a cuore l'educazione di Michelino.
No.
È altro! è altro! E io lo so, signor avvocato, che cos'è! Ma come? Mi parla di spese, lui? osa parlarmi di spese? E quando mai ho ricorso a lui per mantenere il ragazzo come un figlio di signori? Io, coi miei soli mezzi! io! E finché campo, ci penserò sempre io, glielo dica! Non posso mandarlo a Napoli.
Ma quand'anche potessi, non vorrei.
Perché il signor Notajo mi fa dir questo? Ha forse creduto che gli portavo il ragazzo per averne qualche cosa?
A questo punto l'amico cercò d'arrestar la foga di tutte queste domande irrompenti, approfittando del sospetto, realmente infondato, contenuto nell'ultima domanda di Bellavita.
Ma questi non si lasciò sopraffare.
- Non è per questo? - incalzò.
- E allora perché? Forse perché non vuol piú vedere neanche il ragazzo? Me, da un pezzo, non mi vede piú!
- Oh, alle corte, - disse allora risolutamente quell'amico, assai seccato.
- Ora ci siamo! È questo, caro Bellavita.
Parliamoci chiaro.
Ma chiaro, veramente, quando fu al dunque, stentò piú d'un poco a parlare quell'amico, perché non era mica facile far comprendere a Bellavita il dispetto del Notajo per il suo canino attaccamento.
Come spiattellargli in faccia che, con la morte della donna, il Notajo aveva creduto d'essersi liberato dell'incubo di lui, che col ridicolo della sua incredibile mansuetudine, col rispetto ossequioso di cui lo faceva segno davanti a tutti gli amici, con le lodi sperticate che profondeva con chiunque ne parlasse, gli aveva avvelenato il piacere di quell'unica avventura tardiva della sua sobria, riservatissima esistenza? Poteva mai tollerare il signor Notajo la minaccia di non levarselo piú d'attorno, e che egli seguitasse a rispettarlo, a incensarlo, a servirlo davanti a tutti, a dimostrare in tutti i modi, come aveva sempre fatto, che se tanti trattavano con confidenza il signor notajo Denora, non stessero a farsi illusioni, perché il signor notajo Denora aveva in segreto una ragione di speciale intimità con lui, e non avrebbe potuto accordarla ad altri? Legato a lui, per forza, dall'amore per la stessa donna, poteva il signor Notajo seguitare ora a rimaner legato, attaccato a lui dal dolore comune, dal lutto comune per la perdita di lei? Siamo giusti! Era ridicolo! ridicolo! E Bellavita, perdio, doveva capirlo, che, essendo forzato quel primo legame, ora che la morte finalmente lo aveva sciolto, il signor Notajo non aveva piú nulla da spartire con lui, perché il dolore, se lo aveva, il lutto, se voleva portarlo per la morte di quella donna, non c'era nessun bisogno che lo avesse e lo portasse in comune con lui.
Troppo aveva fatto ridere.
Ora basta.
Non voleva piú.
Bellavita, dopo essersi contorto sullo sgabello per arrivare in fondo a quella faticosa spiegazione, alla fine rimase come trasecolato.
- Ah sí? - cominciò a dire.
- Ah, è per questo?
E non la finí piú.
A ogni ah, gli occhi indolenziti dalla dura fissità di tutti quei giorni di spasimo gli si sbarravano, gli s'accendevano di lampi di follia.
- Ah teme il ridicolo il signor Notajo? Lui, lo teme? Perché io lo rispetto, teme il ridicolo? Lui che per dieci anni mi rese lo zimbello di tutto il paese, teme il ridicolo? Ah, quanto mi dispiace! E per questo vuole disfarsi di me e di Michelino? Perché sono andato a trovarlo a casa col ragazzo e voglio rispettarlo ancora? Quanto me ne dispiace, parola d'onore! Ma se è per questo, ah, signor avvocato, gli dica - la prego - che in casa, io, col ragazzo non andrò piú a trovarlo; ma che, quanto a rispettarlo, ah, quanto a rispettarlo non posso farne a meno! L'ho sempre rispettato, quando il rispetto poteva costarmi d'avvilimento e di mortificazione, e vuole che proprio ora, ora che n'ho piú bisogno, non lo rispetti piú? Mi dica lei come potrei fare a non rispettarlo piú, signor avvocato! Non ho mai fatto altro, tutta la vita, e vuole che ora, tutt'a un tratto, non lo rispetti piú? Per forza, sempre lo rispetterò, glielo dica! Mi scusi.
Me lo insegna lui il mezzo di vendicarmi, e vuole che io non me n'approfitti? Davanti a tutti mi metterò a rispettarlo di piú, in modo che tutti vedano e sappiano qual è e quant'è, questo mio rispetto per lui! Me lo può impedire? Appena lo vedo, subito me gli attacco dietro.
Mi metto di professione a fare la sua ombra! Sissignore.
L'ombra del suo rimorso; di tutto il male che m'ha fatto per tutto il bene che gli ho voluto.
Glielo vada a dire.
Egli il corpo ed io l'ombra.
Mi dà un calcio, e me lo piglio; uno schiaffo, e me lo piglio.
Gli faccio anzi tanto di cappello, subito, a ogni calcio che m'allunga, a ogni schiaffo che mi dà.
Può andare a dirglielo.
Egli il corpo ed io l'ombra.
L'amico cercò in tutti i modi di dissuaderlo, con preghiere, con ragionamenti, con minacce.
Bellavita non si rimosse piú da quella sua frase:
- Egli il corpo ed io l'ombra.
Stava per precipitare nell'abisso della piú nera disperazione, ed ecco che aveva trovato, in quelle due parole, un sostegno per fermarsi, per riprendersi.
Oh Dio! Poteva anche ridere! Sí.
Ecco che già rideva.
Aveva tanto pianto; ora poteva ridere.
Sí, sí.
E avrebbe fatto ridere tutti.
Sarebbe stata la sua vendetta.
Ogni marito ingannato dalla moglie avrebbe dovuto adottarlo, questo nuovo genere di vendetta: mettersi a rispettare, a venerare, a incensare davanti a tutti, in tutti i modi, l'amante della moglie fino a farlo disperare; riverberargli addosso di continuo il ridicolo della propria mansuetudine, fino a farlo fuggire tra la baja di tutti; e fuggito, ecco, ecco, corrergli ancora dietro, e ancora inchini e riverenze e scappellate, fino a non dargli piú un momento di requie.
Una volta per uno, pezzo d'ingrato! Non ci aveva mai pensato, lui, che quel suo sincero rispetto era già una vendetta del tradimento, perché avvelenava al signor Notajo il piacere di esso.
Motivo di piú, ora, per rispettarlo, il signor Notajo che gli aveva aperto gli occhi e che per mezzo di quell'amico gli aveva fatto vedere e toccare con mano quanto ne aveva patito, poverino! Bisognava compensarlo, povero signor Notajo, con altrettanto rispetto, d'ora in poi.
E Bellavita corse dal suo sarto a ordinargli un nuovo abito da lutto che facesse colpo e saltasse subito agli occhi di tutti per un che di goffo che il sarto ci doveva mettere.
Roba da pompa funebre.
E camicia nera, solino nero, cravatta nera, bastoncino nero, guanti neri, fazzoletto nero: tutto nero.
E poi sú, dritto impalato, dietro al signor Notajo, a scortarlo a due passi di distanza, nell'ora che usciva dallo studio per la consueta passeggiata.
La prima volta che prese a scortarlo cosí, il Notajo notò che la gente che gli veniva incontro si fermava e scoppiava a ridere.
Si voltò, e, come scorse Bellavita parato a quel modo, prima allibí, poi si sentí rimescolare tutto e gli corse a petto e gli muggí sotto sotto, accennando di levar la canna d'India:
- Lasciami in pace, Bellavita, o t'accoppo, sai!
Ma Bellavita gli restò davanti zitto e con gli occhi bassi; impassibile, come un'ombra.
E la gente tutt'intorno, ferma per via, a guardare e a ridere.
Per sottrarsi a quelle risa il Notajo riprese ad andar di fretta, e allora Bellavita, dietro, di fretta anche lui.
Il Notajo andò a ricorrere al Commissario di polizia; ma al Commissario di polizia Bellavita, quando fu chiamato, rispose che non disturbava nessuno; che la strada non era del signor Notajo e che egli ci camminava per conto suo, vestito cosí perché gli era morta la moglie.
Il Notajo pensò di starsene parecchi giorni in casa, e Bellavita per tutti quei giorni all'ora solita gli passeggiò sotto le finestre come una sentinella.
Il Notajo finalmente uscí; e lui, di nuovo, dietro.
Un giorno, alla fine, non potendone piú, il Notajo gli diede una solenne fiaccata di bastonate; e lui, come aveva detto, se le pigliò; poi, un altro giorno, una tremenda labbrata con la grossa tabacchiera d'argento; e lui, per piú d'una settimana, seguitò ad andargli dietro col labbro che gli pendeva come una lingua di cane.
Che restava da fare al notajo Denora? Ammazzarlo? Per levarsene la tentazione, e sentendosi per di piú stanco e nauseato, sia della professione, sia della inutile vita che conduceva in città, decise di chiuder lo studio e si ritirò a vivere in campagna.
Bellavita, trionfante, nella bottega del caffè rammodernata e di nuovo piena di clienti, vantò, finché visse, quel suo nuovo e strepitoso metodo per vendicarsi delle corna.
Ma si rammaricava di continuo che, per pochezza d'animo, i tanti cornuti del paese non lo volessero adottare.
IL BOTTONE DELLA PALANDRANA
Non gridarono; non fecero chiasso.
A bassa voce, anzi senza voce, l'uno di fronte all'altro, prima l'uno e poi l'altro, si sputarono in faccia l'accusa:
- Spia!
- Ladro!
E seguitarono cosí - spia! ladro! - come se non volessero piú finire, allungando ogni volta il collo, come fanno i galli a pinzare, e pigiando a mano a mano sempre piú, l'uno su l'i di spia, l'altro su l'a di ladro.
Gli alberetti, affacciati di qua e di là dai muri di cinta che incassavano quella viuzza stretta e sassosa tra i campi, pareva stessero a godersi la scena.
Perché quelli di qua sapevano da qual parte del muro Meo Zezza s'era poc'anzi collato; quelli di là, dove don Filiberto Fiorinnanzi si teneva prima nascosto.
E di qua e di là, passeri, cince e beccafichi, quasi n'avessero avuto il segnale dagli alberetti in vedetta, accompagnavano con un coro di sfrenata ilarità quell'aspra rissa sottovoce, a petto a petto, ferma ancora su quelle due parole, che invece di levarsi sú, acute, si stiracchiavano pigiate sempre piú dallo sprezzo:
- Spiiia!
- Laaadro!
- Spiiiia!
- Laaaadro!
E alla fine, quando entrambi sentirono di essersi raschiata la gola e credettero d'aver ciascuno impresso su la grinta dell'altro, indelebilmente, il marchio d'infamia contenuto in quella parola tante volte e con tanta veemenza ripetuta, si voltarono le spalle, e Meo Zezza prese di qua e don Filiberto Fiorinnanzi di là, frementi, ansimanti, schizzando faville dagli occhi, stirandosi il collo in sú, il panciotto in giú, e ripetendo, fra il tremolío delle labbra aride, quello: - Spia...
spia...
spia...
- e questo: - Ladro...
ladro...
ladro...
Ultimi guizzi della fiammata.
Ma l'ira e lo sdegno si riaccesero in don Filiberto Fiorinnanzi, appena varcata la soglia di casa.
Spia, lui?
Si sentiva tutto insozzato da quella parola; e si levò, sbuffando, la palandrana.
Spia, un galantuomo, perché s'accorge di un ladro, che da tant'anni ruba a man salva?
E, con le mani che ancora gli ballavano, si mise a spazzolar la palandrana, prima di riporla nell'armadio.
Ma a chi e quando aveva lui denunziato i furti continuati di quel ladro? Non aveva mai aperto bocca con nessuno, mai! Si era solamente contentato, fino a poco tempo fa, di fissarlo: ecco, sí, di guatare Meo Zezza in un certo modo speciale, quando costui, sempre tutto fremente di calda bestialità festosa, gli s'appressava e, con un lustro sguajato negli occhi e nei denti, accennava con le manacce paffute e pelose di toccarlo qua e là.
Rigido, interito, egli aveva schivato quei toccamenti, e con una grave opaca durezza di sguardo nei grossi occhi sempre un po' ingialliti dalle continue bili che si pigliava, gli aveva chiaramente significato, che s'era accorto e sapeva.
- Ladro...
ladro...
- andava ancora ripetendo aggirandosi per la stanza, in maniche di camicia, e tastando qua e là con dita ignare e malferme questo e quell'oggetto.
Alla fine sedette stanco morto, appiè del letto, e si mise a guardare la candela, come se gli paresse strano che essa quietamente ardesse sul comodino da notte e lo invitasse, come ogni sera, ad andare a letto.
Non si ricordava d'averla accesa.
Finí di spogliarsi; si cacciò sotto le coperte; ma per quella notte non poté chiudere occhio.
Da molti anni, dopo molte e intricatissime meditazioni, credeva d'essere riuscito a darsi una spiegazione sufficiente di tutte le cose; a sistemarsi insomma il mondo per suo conto; e pian piano s'era messo a camminarci dentro, non molto sicuro, no, anzi con l'animo sempre un po' sospeso e pericolante, nell'aspettativa d'una qualche improvvisa violenza, che glielo buttasse all'aria tutt'a un tratto, sgarbatamente.
S'era da un pezzo costituito esempio a tutti di compostezza e di misura, nel trattar gli affari, nelle discussioni che si facevano al circolo o nei caffè, in tutti gli atti, nel modo anche di vestire e di camminare.
E Dio sa quanto doveva costargli tenere anche d'estate rigorosamente abbottonata quella sua palandrana vecchiotta, sí, ma piena di gravità e di decoro, e regger sú ritto quel suo testone inteschiato e venoso sul lungo collo esilissimo per sostenere la rigida austerità del portamento.
Voleva che il suo sguardo, il suo mostrarsi a ogni bisogno fossero tacito ammonimento o muta riprensione; specchio, sostegno, intoppo, consiglio.
È vero che, sempre, per paura che lo specchio fosse appannato dai fiati brutali della plebe, o che il sostegno fosse scalzato con qualche spintone che lo mandasse a schizzar lontano, soleva tenersi alquanto discosto; ma pur sempre restava con tutto il corpo a far atto di volersi appressare e parare e moderare, secondo i casi.
Soffriva indicibilmente nelle dita vedendo qualcuno andar per via con la giacca sbottonata o col giro della cravatta fuori del colletto; avrebbe pagato lui, di sua borsa, un operajo per dare una mano di vernice allo zoccolo dello sporto nella bottega di faccia al caffè, rifatto nuovo e lasciato lí di legno grezzo; e ogni sera se ne tornava oppresso e sbuffante dalla passeggiata fino in fondo al viale all'uscita del paese, dopo aver constatato, che ancora (dopo tanti mesi) dal Municipio non era venuto l'ordine di rimettere un vetro rotto all'ultimo lampione di quel viale.
Come se tutt'intorno l'universo s'imperniasse in quel lampione rotto, don Filiberto Fiorinnanzi non aveva piú pace.
L'incuria, la rilassatezza altrui lo offendevano; se protratte, lo esacerbavano, ma, a poco a poco, per quietarsi, per salvare quella sua sistemazione dell'universo, si metteva a escogitar scuse e attenuanti a quell'incuria, a quella rilassatezza.
E ci riusciva alla fine; ma con questo: che la sistemazione, a mano a mano, accogliendo quelle scuse e quelle attenuanti, perdeva di rigidità, s'ammolliva, pencolava di qua e di là; e don Filiberto si vedeva da un altro canto costretto a darsi pena per tenerla sú, a furia di rincalzi, ora da una parte, ora dall'altra.
Santo Dio, era giunto finanche ad ammettere che si potesse rubare! Sí, ma con una certa discrezione, almeno; per modo che il ladro salisse a poco a poco nella stima e nel rispetto della gente onesta e desse tempo a considerare che dopo tutto forse non è tanto ladro il ladro, quanto imbecille chi si lascia rubare.
Il caso di Meo Zezza era veramente grave.
In pochissimo tempo costui era saltato sú, coi denari rubati, a pretendere, a imporre una considerazione che gli doveva assolutamente esser negata; a trattare confidenzialmente, a tu per tu, con chi per nascita, per età, per educazione doveva essergli e restargli superiore.
E poi qua non si poteva in nessun modo ammettere che fosse imbecille il padrone a cui Meo Zezza rubava.
Si sapeva anzi a Forni, che il marchese Di Giorni-Decarpi amministrava i suoi vastissimi beni cosí esemplarmente, che ogni anno gli alunni delle scuole commerciali erano condotti dai loro professori a studiare il congegno di quell'amministrazione come un modello del genere.
Circa trent'anni fa, il padre del Marchese aveva rischiato tutti i suoi capitali nella grande impresa del prosciugamento delle paludi dell'Irbio, ed era morto prima di veder l'esito felice dell'impresa.
Il figliuolo, giovanissimo, ora si godeva in città la rendita d'una delle piú estese e ubertose tenute del mezzogiorno d'Italia.
Non era mai venuto neppure una volta a visitarla, è vero; ma il merito dell'amministrazione era suo.
La tenuta era divisa in settori; ogni settore, con a capo un ministro, comprendeva dieci poderi.
Uno dei ministri era Meo Zezza.
Come mai una cosí specchiata amministrazione non si rendeva conto dei furti continuati e cosí esorbitanti di quel cagliostro? Saltavano agli occhi di tutti; e lui stesso lo Zezza, lui stesso, con la sua espansiva spontaneità di bestia impudente, quasi non ne faceva piú mistero.
Levatosi la mattina appresso, con negli orecchi ancora il fischio di quella parola: spia, don Filiberto Fiorinnanzi fece animo risoluto.
Serrò i denti; serrò le pugna.
Doveva aver fine, perdio, una cosí enorme sconcezza, una siffatta oltracotanza.
Spia? Ebbene, sí, spia.
Raccoglieva la sfida.
Avrebbe steso una formale denunzia di tutti i furti perpetrati da colui in tanti anni.
Ci lavorò una decina di giorni.
Quando alla fine ne venne a capo, si chiuse piú rigidamente che mai nell'austera palandrana, e senza punto nascondersi, con la denunzia sotto il braccio, prese posto nella vettura che conduceva alla stazione ferroviaria, e partí per la città.
Appena giunto, si recò difilato all'amministrazione del marchese Di Giorni-Decarpi.
Subito, entrando, si sentí compreso di tanta riverenza e ammirazione, che non solo non si ebbe a male delle molte difficoltà che gli furono opposte per esser ricevuto dal signor Marchese, ma anzi se ne compiacque assai e le approvò tutte e vi si sottomise con infiniti inchini e sorrisi di beatitudine.
Era il regno dell'ordine, quello! L'interno d'un orologio.
Tutto lucido e preciso.
Usceri in livrea; scale di marmo, corridoj da potercisi specchiare, con magnifiche guide, illuminati a luce elettrica, riscaldati a termosifone; e per tutto tabelle: Sezione I, Sezione II, Sezione III, e a ogni uscio l'indicazione dell'ufficio.
L'illustrissimo signor Marchese non concedeva udienza se non nei giorni fissati e nelle ore fissate: il mercoledí e il sabato, dalle 10 alle 11: e, per essere ammessi a quelle udienze, bisognava farne domanda due giorni avanti, riempiendo un modulo a stampa sul primo tavolino della seconda stanza della segreteria particolare, al primo piano, Sezione I, secondo corridojo a destra.
Per chi avesse fretta e non potesse aspettare quei giorni fissati, c'era l'ufficio delle comunicazioni urgenti, nello stesso piano, alla stessa Sezione, primo corridojo a sinistra, uscio terzo.
- No no, ah no no...
- disse don Filiberto.
Le comunicazioni, ch'egli aveva da fare, non erano tanto urgenti quanto gravi, e voleva farle al Marchese direttamente.
- Viene apposta da Forni? - gli domandò il capo-usciere.
- Sissignore, da Forni, apposta.
- Ma oggi è giovedí.
- Non fa nulla.
Se questa è la regola, aspetterò fino a sabato, alle dieci.
Il capo-uscere si rivolse allora a un ragazzotto anch'esso in livrea.
- Va' sú a prendere un modulo!
Ma don Filiberto Fiorinnanzi non volle assolutamente permetterlo.
- No no, scusi, che c'entra? Vado io, vado io.
E risalí a riempire il modulo a stampa sul primo tavolino della seconda stanza della segreteria particolare, al primo piano, Sezione I, secondo corridojo a destra.
Si preparò in quei due giorni all'udienza, raccogliendo come a un supremo cimento tutte le sue facoltà mentali.
Un esordio, breve, perché certo il Marchese non poteva aver tempo d'ascoltare parole che non si riferissero a fatti; ma egli doveva pure, innanzi tutto, dichiarare l'animo e le ragioni che lo movevano a quella denunzia; poi, punto per punto, avrebbe esposto i fatti.
Era felice di mettere a servizio l'opera sua, disinteressatamente, contro quel ladro che con tanta pervicacia s'accaniva a imbrogliare un ordine di cose cosí maravigliosamente costituito.
La mattina del sabato, dieci minuti prima dell'ora fissata, si trovò nell'anticamera della segreteria particolare.
Era il primo iscritto e, appena scoccate le dieci, fu introdotto alla presenza del Marchese.
Era costui un omettino a cui la raffinata eleganza dell'abito non riusciva a togliere, anzi accresceva una certa ispida acerbità campagnuola.
La spalliera del seggiolone su cui stava seduto innanzi alla scrivania gli superava d'un palmo la testa.
Inchinò appena il capo in risposta al profondo ossequio del visitatore; con la mano gli fe' cenno di sedere; poi poggiò un gomito sul bracciuolo e abbassò la fronte sulla palma, nascondendovi un occhio.
L'altro occhio, armato da una rigida caramella cerchiata di tartaruga, don Filiberto Fiorinnanzi se lo vide piantare in faccia con una fissità cosí dura e ostile e persistente, che sentí gelarsi il sangue nelle vene e imbrogliarsi in bocca le parole del breve esordio con tanto studio preparato.
Quell'occhio diffidava; quell'occhio non credeva al disinteresse; quell'occhio severissimamente lo ammoniva a non dir cosa che non avesse prova e fondamento nei fatti, e con inflessibile acume scrutava attraverso ogni parola che gli usciva con tremore dalle labbra.
Se non che, a un certo punto, il Marchese si tolse la mano dalla fronte, e scoprí l'altro occhio: un languido, melenso occhio svogliato, un occhio che, per cosí dire, sbadigliava e che si rivolgeva al visitatore, come a chieder pietà.
Don Filiberto Fiorinnanzi si sentí a un tratto crollare in fondo allo stomaco tutte le viscere sospese.
Quell'occhio, quell'occhio che gli aveva incusso tanto terrore, era...
era dunque finto? di vetro? Ah Dio, sí, di vetro.
E dunque il Marchese, tenendo coperto quello vero, non solo non lo aveva finora cosí terribilmente fissato e scrutato e minacciato, ma neppure s'era curato di veder chi fosse entrato a parlargli; e forse non aveva neanche ascoltato nulla di quanto egli con tanta trepidazione gli aveva detto.
- Vengo...
signor Marchese...
vengo ai fatti...
- balbettò tutto smorto e smarrito.
- Ecco, sí, mi faccia questa grazia, - miagolò il Marchese.
E posando il pugno, ora, sulla scrivania, vi appoggiò la fronte.
Non si rimosse piú da quella positura.
Don Filiberto Fiorinnanzi poteva supporre che dormisse.
Alla fine, alzò la fronte dal pugno; disse:
- Permette?
E stese la mano a ricevere il foglio della denunzia.
Lo scorse sbadatamente; poi si cacciò una mano in tasca, ne trasse un mazzetto di chiavi, aprí un cassetto dello stipo accanto alla scrivania, ne prese una carta, la pose accanto al foglio, e su questo con un lapis turchino si mise a far brevi segni di richiamo, a mano a mano che leggeva in quella.
Quand'ebbe terminato, senza dir nulla, porse a don Filiberto Fiorinnanzi il suo foglio segnato e quella carta tratta dallo stipo.
Don Filiberto, perplesso, imbalordito, guardò l'uno e l'altra, poi il Marchese, poi di nuovo il suo foglio e quella carta, e s'accorse che in questa erano già esposti, quasi con lo stesso ordine, tutti i furti dello Zezza, ch'egli era venuto a denunziare.
- Ah dunque...
- disse, appena poté rinvenire dallo sbalordimento, - ah, dunque a Vostra Signoria...
a Vostra Signoria Illustrissima...
erano già noti...
- Come vede, - lo interruppe freddamente il Marchese.
- E anzi, se ella guarda piú attentamente nella mia carta, vedrà che ci son noverati molti altri furti che non si trovano nella sua denunzia.
- Già...
già...
vedo...
vedo...
- riconobbe piú che mai smarrito nello stupore, don Filiberto.
- Ma dunque...
Il piccolo Marchese tornò ad appoggiare il gomito sul bracciuolo e a nascondersi con la mano l'occhio sano, stanco e svogliato.
- Caro signore, - sospirò, - e che vuole che me n'importi?
La terribile fissità dell'occhio di vetro, armato della caramella cerchiata di tartaruga, fece un contrasto orribile con la stanchezza di questo sospiro.- Sono cose, - seguitò, - che esorbitano dalla mia amministrazione.
- Esorbitano?
- Già.
Noi qua dobbiamo guardare e guardiamo Zezza ministro.
Come tale, lo abbiamo trovato sempre ineccepibile.
Zezza uomo non ci riguarda, caro signore.
Dirò di piú: è per noi anzi un vantaggio, che egli sia cosí ladro, o piuttosto cosí desideroso di arricchirsi.
Mi spiego.
Agli altri ministri che si tengono paghi, piú o meno, al loro stipendio soltanto, non preme affatto che i poderi rendano qualche cosa di piú di quello che potrebbero rendere.
Preme invece allo Zezza, perché, oltre che a noi, essi debbono rendere anche a lui.
E il risultato è questo: che nessuno dei settori ci rende tanto quanto quello di cui Zezza è ministro.
- Ma dunque...
- fece ancora una volta, come in un singhiozzo, don Filiberto.
- Oh, dunque, - ripigliò alzandosi per licenziarlo il Marchese, - io la ringrazio tanto, a ogni modo, caro signore, dell'incomodo che Ella ha voluto prendersi; quantunque...
oh Dio, sí...
forse avrebbe potuto immaginarsi che a una amministrazione come la mia questi fatti non potevano restare ignoti.
Questi e altri, com'Ella ha potuto vedere.
Ma a ogni modo, io la ringrazio e me le professo gratissimo.
Si stia bene, caro signore.
Don Filiberto Fiorinnanzi uscí stordito, stonato, insensato addirittura, dalla sede dell'amministrazione.
- E dunque...
La conclusione l'aveva in mano.
Un bottone della palandrana.
Sentendo parlare a quel modo il Marchese, se l'era tante volte rigirato sul petto, quel bottone, che esso alla fine gli s'era staccato e gli era rimasto tra le dita.
Ma, ormai, a che gli serviva piú? Poteva bene andar per via con la palandrana sbottonata, e anche svoltata, con le maniche alla rovescia, e anche col cappello assettato sotto sopra sul capo.
L'universo, ormai, per don Filiberto Fiorinnanzi era tutto quanto e per
...
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