TUTT'E TRE, di Luigi Pirandello - pagina 4
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Come spiattellargli in faccia che, con la morte della donna, il Notajo aveva creduto d'essersi liberato dell'incubo di lui, che col ridicolo della sua incredibile mansuetudine, col rispetto ossequioso di cui lo faceva segno davanti a tutti gli amici, con le lodi sperticate che profondeva con chiunque ne parlasse, gli aveva avvelenato il piacere di quell'unica avventura tardiva della sua sobria, riservatissima esistenza? Poteva mai tollerare il signor Notajo la minaccia di non levarselo piú d'attorno, e che egli seguitasse a rispettarlo, a incensarlo, a servirlo davanti a tutti, a dimostrare in tutti i modi, come aveva sempre fatto, che se tanti trattavano con confidenza il signor notajo Denora, non stessero a farsi illusioni, perché il signor notajo Denora aveva in segreto una ragione di speciale intimità con lui, e non avrebbe potuto accordarla ad altri? Legato a lui, per forza, dall'amore per la stessa donna, poteva il signor Notajo seguitare ora a rimaner legato, attaccato a lui dal dolore comune, dal lutto comune per la perdita di lei? Siamo giusti! Era ridicolo! ridicolo! E Bellavita, perdio, doveva capirlo, che, essendo forzato quel primo legame, ora che la morte finalmente lo aveva sciolto, il signor Notajo non aveva piú nulla da spartire con lui, perché il dolore, se lo aveva, il lutto, se voleva portarlo per la morte di quella donna, non c'era nessun bisogno che lo avesse e lo portasse in comune con lui.
Troppo aveva fatto ridere.
Ora basta.
Non voleva piú.
Bellavita, dopo essersi contorto sullo sgabello per arrivare in fondo a quella faticosa spiegazione, alla fine rimase come trasecolato.
- Ah sí? - cominciò a dire.
- Ah, è per questo?
E non la finí piú.
A ogni ah, gli occhi indolenziti dalla dura fissità di tutti quei giorni di spasimo gli si sbarravano, gli s'accendevano di lampi di follia.
- Ah teme il ridicolo il signor Notajo? Lui, lo teme? Perché io lo rispetto, teme il ridicolo? Lui che per dieci anni mi rese lo zimbello di tutto il paese, teme il ridicolo? Ah, quanto mi dispiace! E per questo vuole disfarsi di me e di Michelino? Perché sono andato a trovarlo a casa col ragazzo e voglio rispettarlo ancora? Quanto me ne dispiace, parola d'onore! Ma se è per questo, ah, signor avvocato, gli dica - la prego - che in casa, io, col ragazzo non andrò piú a trovarlo; ma che, quanto a rispettarlo, ah, quanto a rispettarlo non posso farne a meno! L'ho sempre rispettato, quando il rispetto poteva costarmi d'avvilimento e di mortificazione, e vuole che proprio ora, ora che n'ho piú bisogno, non lo rispetti piú? Mi dica lei come potrei fare a non rispettarlo piú, signor avvocato! Non ho mai fatto altro, tutta la vita, e vuole che ora, tutt'a un tratto, non lo rispetti piú? Per forza, sempre lo rispetterò, glielo dica! Mi scusi.
Me lo insegna lui il mezzo di vendicarmi, e vuole che io non me n'approfitti? Davanti a tutti mi metterò a rispettarlo di piú, in modo che tutti vedano e sappiano qual è e quant'è, questo mio rispetto per lui! Me lo può impedire? Appena lo vedo, subito me gli attacco dietro.
Mi metto di professione a fare la sua ombra! Sissignore.
L'ombra del suo rimorso; di tutto il male che m'ha fatto per tutto il bene che gli ho voluto.
Glielo vada a dire.
Egli il corpo ed io l'ombra.
Mi dà un calcio, e me lo piglio; uno schiaffo, e me lo piglio.
Gli faccio anzi tanto di cappello, subito, a ogni calcio che m'allunga, a ogni schiaffo che mi dà.
Può andare a dirglielo.
Egli il corpo ed io l'ombra.
L'amico cercò in tutti i modi di dissuaderlo, con preghiere, con ragionamenti, con minacce.
Bellavita non si rimosse piú da quella sua frase:
- Egli il corpo ed io l'ombra.
Stava per precipitare nell'abisso della piú nera disperazione, ed ecco che aveva trovato, in quelle due parole, un sostegno per fermarsi, per riprendersi.
Oh Dio! Poteva anche ridere! Sí.
Ecco che già rideva.
Aveva tanto pianto; ora poteva ridere.
Sí, sí.
E avrebbe fatto ridere tutti.
Sarebbe stata la sua vendetta.
Ogni marito ingannato dalla moglie avrebbe dovuto adottarlo, questo nuovo genere di vendetta: mettersi a rispettare, a venerare, a incensare davanti a tutti, in tutti i modi, l'amante della moglie fino a farlo disperare; riverberargli addosso di continuo il ridicolo della propria mansuetudine, fino a farlo fuggire tra la baja di tutti; e fuggito, ecco, ecco, corrergli ancora dietro, e ancora inchini e riverenze e scappellate, fino a non dargli piú un momento di requie.
Una volta per uno, pezzo d'ingrato! Non ci aveva mai pensato, lui, che quel suo sincero rispetto era già una vendetta del tradimento, perché avvelenava al signor Notajo il piacere di esso.
Motivo di piú, ora, per rispettarlo, il signor Notajo che gli aveva aperto gli occhi e che per mezzo di quell'amico gli aveva fatto vedere e toccare con mano quanto ne aveva patito, poverino! Bisognava compensarlo, povero signor Notajo, con altrettanto rispetto, d'ora in poi.
E Bellavita corse dal suo sarto a ordinargli un nuovo abito da lutto che facesse colpo e saltasse subito agli occhi di tutti per un che di goffo che il sarto ci doveva mettere.
Roba da pompa funebre.
E camicia nera, solino nero, cravatta nera, bastoncino nero, guanti neri, fazzoletto nero: tutto nero.
E poi sú, dritto impalato, dietro al signor Notajo, a scortarlo a due passi di distanza, nell'ora che usciva dallo studio per la consueta passeggiata.
La prima volta che prese a scortarlo cosí, il Notajo notò che la gente che gli veniva incontro si fermava e scoppiava a ridere.
Si voltò, e, come scorse Bellavita parato a quel modo, prima allibí, poi si sentí rimescolare tutto e gli corse a petto e gli muggí sotto sotto, accennando di levar la canna d'India:
- Lasciami in pace, Bellavita, o t'accoppo, sai!
Ma Bellavita gli restò davanti zitto e con gli occhi bassi; impassibile, come un'ombra.
E la gente tutt'intorno, ferma per via, a guardare e a ridere.
Per sottrarsi a quelle risa il Notajo riprese ad andar di fretta, e allora Bellavita, dietro, di fretta anche lui.
Il Notajo andò a ricorrere al Commissario di polizia; ma al Commissario di polizia Bellavita, quando fu chiamato, rispose che non disturbava nessuno; che la strada non era del signor Notajo e che egli ci camminava per conto suo, vestito cosí perché gli era morta la moglie.
Il Notajo pensò di starsene parecchi giorni in casa, e Bellavita per tutti quei giorni all'ora solita gli passeggiò sotto le finestre come una sentinella.
Il Notajo finalmente uscí; e lui, di nuovo, dietro.
Un giorno, alla fine, non potendone piú, il Notajo gli diede una solenne fiaccata di bastonate; e lui, come aveva detto, se le pigliò; poi, un altro giorno, una tremenda labbrata con la grossa tabacchiera d'argento; e lui, per piú d'una settimana, seguitò ad andargli dietro col labbro che gli pendeva come una lingua di cane.
Che restava da fare al notajo Denora? Ammazzarlo? Per levarsene la tentazione, e sentendosi per di piú stanco e nauseato, sia della professione, sia della inutile vita che conduceva in città, decise di chiuder lo studio e si ritirò a vivere in campagna.
Bellavita, trionfante, nella bottega del caffè rammodernata e di nuovo piena di clienti, vantò, finché visse, quel suo nuovo e strepitoso metodo per vendicarsi delle corna.
Ma si rammaricava di continuo che, per pochezza d'animo, i tanti cornuti del paese non lo volessero adottare.
IL BOTTONE DELLA PALANDRANA
Non gridarono; non fecero chiasso.
A bassa voce, anzi senza voce, l'uno di fronte all'altro, prima l'uno e poi l'altro, si sputarono in faccia l'accusa:
- Spia!
- Ladro!
E seguitarono cosí - spia! ladro! - come se non volessero piú finire, allungando ogni volta il collo, come fanno i galli a pinzare, e pigiando a mano a mano sempre piú, l'uno su l'i di spia, l'altro su l'a di ladro.
Gli alberetti, affacciati di qua e di là dai muri di cinta che incassavano quella viuzza stretta e sassosa tra i campi, pareva stessero a godersi la scena.
Perché quelli di qua sapevano da qual parte del muro Meo Zezza s'era poc'anzi collato; quelli di là, dove don Filiberto Fiorinnanzi si teneva prima nascosto.
E di qua e di là, passeri, cince e beccafichi, quasi n'avessero avuto il segnale dagli alberetti in vedetta, accompagnavano con un coro di sfrenata ilarità quell'aspra rissa sottovoce, a petto a petto, ferma ancora su quelle due parole, che invece di levarsi sú, acute, si stiracchiavano pigiate sempre piú dallo sprezzo:
- Spiiia!
- Laaadro!
- Spiiiia!
- Laaaadro!
E alla fine, quando entrambi sentirono di essersi raschiata la gola e credettero d'aver ciascuno impresso su la grinta dell'altro, indelebilmente, il marchio d'infamia contenuto in quella parola tante volte e con tanta veemenza ripetuta, si voltarono le spalle, e Meo Zezza prese di qua e don Filiberto Fiorinnanzi di là, frementi, ansimanti, schizzando faville dagli occhi, stirandosi il collo in sú, il panciotto in giú, e ripetendo, fra il tremolío delle labbra aride, quello: - Spia...
spia...
spia...
- e questo: - Ladro...
ladro...
ladro...
Ultimi guizzi della fiammata.
Ma l'ira e lo sdegno si riaccesero in don Filiberto Fiorinnanzi, appena varcata la soglia di casa.
Spia, lui?
Si sentiva tutto insozzato da quella parola; e si levò, sbuffando, la palandrana.
Spia, un galantuomo, perché s'accorge di un ladro, che da tant'anni ruba a man salva?
E, con le mani che ancora gli ballavano, si mise a spazzolar la palandrana, prima di riporla nell'armadio.
Ma a chi e quando aveva lui denunziato i furti continuati di quel ladro? Non aveva mai aperto bocca con nessuno, mai! Si era solamente contentato, fino a poco tempo fa, di fissarlo: ecco, sí, di guatare Meo Zezza in un certo modo speciale, quando costui, sempre tutto fremente di calda bestialità festosa, gli s'appressava e, con un lustro sguajato negli occhi e nei denti, accennava con le manacce paffute e pelose di toccarlo qua e là.
Rigido, interito, egli aveva schivato quei toccamenti, e con una grave opaca durezza di sguardo nei grossi occhi sempre un po' ingialliti dalle continue bili che si pigliava, gli aveva chiaramente significato, che s'era accorto e sapeva.
- Ladro...
ladro...
- andava ancora ripetendo aggirandosi per la stanza, in maniche di camicia, e tastando qua e là con dita ignare e malferme questo e quell'oggetto.
Alla fine sedette stanco morto, appiè del letto, e si mise a guardare la candela, come se gli paresse strano che essa quietamente ardesse sul comodino da notte e lo invitasse, come ogni sera, ad andare a letto.
Non si ricordava d'averla accesa.
Finí di spogliarsi; si cacciò sotto le coperte; ma per quella notte non poté chiudere occhio.
Da molti anni, dopo molte e intricatissime meditazioni, credeva d'essere riuscito a darsi una spiegazione sufficiente di tutte le cose; a sistemarsi insomma il mondo per suo conto; e pian piano s'era messo a camminarci dentro, non molto sicuro, no, anzi con l'animo sempre un po' sospeso e pericolante, nell'aspettativa d'una qualche improvvisa violenza, che glielo buttasse all'aria tutt'a un tratto, sgarbatamente.
S'era da un pezzo costituito esempio a tutti di compostezza e di misura, nel trattar gli affari, nelle discussioni che si facevano al circolo o nei caffè, in tutti gli atti, nel modo anche di vestire e di camminare.
E Dio sa quanto doveva costargli tenere anche d'estate rigorosamente abbottonata quella sua palandrana vecchiotta, sí, ma piena di gravità e di decoro, e regger sú ritto quel suo testone inteschiato e venoso sul lungo collo esilissimo per sostenere la rigida austerità del portamento.
Voleva che il suo sguardo, il suo mostrarsi a ogni bisogno fossero tacito ammonimento o muta riprensione; specchio, sostegno, intoppo, consiglio.
È vero che, sempre, per paura che lo specchio fosse appannato dai fiati brutali della plebe, o che il sostegno fosse scalzato con qualche spintone che lo mandasse a schizzar lontano, soleva tenersi alquanto discosto; ma pur sempre restava con tutto il corpo a far atto di volersi appressare e parare e moderare, secondo i casi.
Soffriva indicibilmente nelle dita vedendo qualcuno andar per via con la giacca sbottonata o col giro della cravatta fuori del colletto; avrebbe pagato lui, di sua borsa, un operajo per dare una mano di vernice allo zoccolo dello sporto nella bottega di faccia al caffè, rifatto nuovo e lasciato lí di legno grezzo; e ogni sera se ne tornava oppresso e sbuffante dalla passeggiata fino in fondo al viale all'uscita del paese, dopo aver constatato, che ancora (dopo tanti mesi) dal Municipio non era venuto l'ordine di rimettere un vetro rotto all'ultimo lampione di quel viale.
Come se tutt'intorno l'universo s'imperniasse in quel lampione rotto, don Filiberto Fiorinnanzi non aveva piú pace.
L'incuria, la rilassatezza altrui lo offendevano; se protratte, lo esacerbavano, ma, a poco a poco, per quietarsi, per salvare quella sua sistemazione dell'universo, si metteva a escogitar scuse e attenuanti a quell'incuria, a quella rilassatezza.
E ci riusciva alla fine; ma con questo: che la sistemazione, a mano a mano, accogliendo quelle scuse e quelle attenuanti, perdeva di rigidità, s'ammolliva, pencolava di qua e di là; e don Filiberto si vedeva da un altro canto costretto a darsi pena per tenerla sú, a furia di rincalzi, ora da una parte, ora dall'altra.
Santo Dio, era giunto finanche ad ammettere che si potesse rubare! Sí, ma con una certa discrezione, almeno; per modo che il ladro salisse a poco a poco nella stima e nel rispetto della gente onesta e desse tempo a considerare che dopo tutto forse non è tanto ladro il ladro, quanto imbecille chi si lascia rubare.
Il caso di Meo Zezza era veramente grave.
In pochissimo tempo costui era saltato sú, coi denari rubati, a pretendere, a imporre una considerazione che gli doveva assolutamente esser negata; a trattare confidenzialmente, a tu per tu, con chi per nascita, per età, per educazione doveva essergli e restargli superiore.
E poi qua non si poteva in nessun modo ammettere che fosse imbecille il padrone a cui Meo Zezza rubava.
Si sapeva anzi a Forni, che il marchese Di Giorni-Decarpi amministrava i suoi vastissimi beni cosí esemplarmente, che ogni anno gli alunni delle scuole commerciali erano condotti dai loro professori a studiare il congegno di quell'amministrazione come un modello del genere.
Circa trent'anni fa, il padre del Marchese aveva rischiato tutti i suoi capitali nella grande impresa del prosciugamento delle paludi dell'Irbio, ed era morto prima di veder l'esito felice dell'impresa.
Il figliuolo, giovanissimo, ora si godeva in città la rendita d'una delle piú estese e ubertose tenute del mezzogiorno d'Italia.
Non era mai venuto neppure una volta a visitarla, è vero; ma il merito dell'amministrazione era suo.
La tenuta era divisa in settori; ogni settore, con a capo un ministro, comprendeva dieci poderi.
Uno dei ministri era Meo Zezza.
Come mai una cosí specchiata amministrazione non si rendeva conto dei furti continuati e cosí esorbitanti di quel cagliostro? Saltavano agli occhi di tutti; e lui stesso lo Zezza, lui stesso, con la sua espansiva spontaneità di bestia impudente, quasi non ne faceva piú mistero.
Levatosi la mattina appresso, con negli orecchi ancora il fischio di quella parola: spia, don Filiberto Fiorinnanzi fece animo risoluto.
Serrò i denti; serrò le pugna.
Doveva aver fine, perdio, una cosí enorme sconcezza, una siffatta oltracotanza.
Spia? Ebbene, sí, spia.
Raccoglieva la sfida.
Avrebbe steso una formale denunzia di tutti i furti perpetrati da colui in tanti anni.
Ci lavorò una decina di giorni.
Quando alla fine ne venne a capo, si chiuse piú rigidamente che mai nell'austera palandrana, e senza punto nascondersi, con la denunzia sotto il braccio, prese posto nella vettura che conduceva alla stazione ferroviaria, e partí per la città.
Appena giunto, si recò difilato all'amministrazione del marchese Di Giorni-Decarpi.
Subito, entrando, si sentí compreso di tanta riverenza e ammirazione, che non solo non si ebbe a male delle molte difficoltà che gli furono opposte per esser ricevuto dal signor Marchese, ma anzi se ne compiacque assai e le approvò tutte e vi si sottomise con infiniti inchini e sorrisi di beatitudine.
Era il regno dell'ordine, quello! L'interno d'un orologio.
Tutto lucido e preciso.
Usceri in livrea; scale di marmo, corridoj da potercisi specchiare, con magnifiche guide, illuminati a luce elettrica, riscaldati a termosifone; e per tutto tabelle: Sezione I, Sezione II, Sezione III, e a ogni uscio l'indicazione dell'ufficio.
L'illustrissimo signor Marchese non concedeva udienza se non nei giorni fissati e nelle ore fissate: il mercoledí e il sabato, dalle 10 alle 11: e, per essere ammessi a quelle udienze, bisognava farne domanda due giorni avanti, riempiendo un modulo a stampa sul primo tavolino della seconda stanza della segreteria particolare, al primo piano, Sezione I, secondo corridojo a destra.
Per chi avesse fretta e non potesse aspettare quei giorni fissati, c'era l'ufficio delle comunicazioni urgenti, nello stesso piano, alla stessa Sezione, primo corridojo a sinistra, uscio terzo.
- No no, ah no no...
- disse don Filiberto.
Le comunicazioni, ch'egli aveva da fare, non erano tanto urgenti quanto gravi, e voleva farle al Marchese direttamente.
- Viene apposta da Forni? - gli domandò il capo-usciere.
- Sissignore, da Forni, apposta.
- Ma oggi è giovedí.
- Non fa nulla.
Se questa è la regola, aspetterò fino a sabato, alle dieci.
Il capo-uscere si rivolse allora a un ragazzotto anch'esso in livrea.
- Va' sú a prendere un modulo!
Ma don Filiberto Fiorinnanzi non volle assolutamente permetterlo.
- No no, scusi, che c'entra? Vado io, vado io.
E risalí a riempire il modulo a stampa sul primo tavolino della seconda stanza della segreteria particolare, al primo piano, Sezione I, secondo corridojo a destra.
Si preparò in quei due giorni all'udienza, raccogliendo come a un supremo cimento tutte le sue facoltà mentali.
Un esordio, breve, perché certo il Marchese non poteva aver tempo d'ascoltare parole che non si riferissero a fatti; ma egli doveva pure, innanzi tutto, dichiarare l'animo e le ragioni che lo movevano a quella denunzia; poi, punto per punto, avrebbe esposto i fatti.
Era felice di mettere a servizio l'opera sua, disinteressatamente, contro quel ladro che con tanta pervicacia s'accaniva a imbrogliare un ordine di cose cosí maravigliosamente costituito.
La mattina del sabato, dieci minuti prima dell'ora fissata, si trovò nell'anticamera della segreteria particolare.
Era il primo iscritto e, appena scoccate le dieci, fu introdotto alla presenza del Marchese.
Era costui un omettino a cui la raffinata eleganza dell'abito non riusciva a togliere, anzi accresceva una certa ispida acerbità campagnuola.
La spalliera del seggiolone su cui stava seduto innanzi alla scrivania gli superava d'un palmo la testa.
Inchinò appena il capo in risposta al profondo ossequio del visitatore; con la mano gli fe' cenno di sedere; poi poggiò un gomito sul bracciuolo e abbassò la fronte sulla palma, nascondendovi un occhio.
L'altro occhio, armato da una rigida caramella cerchiata di tartaruga, don Filiberto Fiorinnanzi se lo vide piantare in faccia con una fissità cosí dura e ostile e persistente, che sentí gelarsi il sangue nelle vene e imbrogliarsi in bocca le parole del breve esordio con tanto studio preparato.
Quell'occhio diffidava; quell'occhio non credeva al disinteresse; quell'occhio severissimamente lo ammoniva a non dir cosa che non avesse prova e fondamento nei fatti, e con inflessibile acume scrutava attraverso ogni parola che gli usciva con tremore dalle labbra.
Se non che, a un certo punto, il Marchese si tolse la mano dalla fronte, e scoprí l'altro occhio: un languido, melenso occhio svogliato, un occhio che, per cosí dire, sbadigliava e che si rivolgeva al visitatore, come a chieder pietà.
Don Filiberto Fiorinnanzi si sentí a un tratto crollare in fondo allo stomaco tutte le viscere sospese.
Quell'occhio, quell'occhio che gli aveva incusso tanto terrore, era...
era dunque finto? di vetro? Ah Dio, sí, di vetro.
E dunque il Marchese, tenendo coperto quello vero, non solo non lo aveva finora cosí terribilmente fissato e scrutato e minacciato, ma neppure s'era curato di veder chi fosse entrato a parlargli; e forse non aveva neanche ascoltato nulla di quanto egli con tanta trepidazione gli aveva detto.
- Vengo...
signor Marchese...
vengo ai fatti...
- balbettò tutto smorto e smarrito.
- Ecco, sí, mi faccia questa grazia, - miagolò il Marchese.
E posando il pugno, ora, sulla scrivania, vi appoggiò la fronte.
Non si rimosse piú da quella positura.
Don Filiberto Fiorinnanzi poteva supporre che dormisse.
Alla fine, alzò la fronte dal pugno; disse:
- Permette?
E stese la mano a ricevere il foglio della denunzia.
Lo scorse sbadatamente; poi si cacciò una mano in tasca, ne trasse un mazzetto di chiavi, aprí un cassetto dello stipo accanto alla scrivania, ne prese una carta, la pose accanto al foglio, e su questo con un lapis turchino si mise a far brevi segni di richiamo, a mano a mano che leggeva in quella.
Quand'ebbe terminato, senza dir nulla, porse a don Filiberto Fiorinnanzi il suo foglio segnato e quella carta tratta dallo stipo.
Don Filiberto, perplesso, imbalordito, guardò l'uno e l'altra, poi il Marchese, poi di nuovo il suo foglio e quella carta, e s'accorse che in questa erano già esposti, quasi con lo stesso ordine, tutti i furti dello Zezza, ch'egli era venuto a denunziare.
- Ah dunque...
- disse, appena poté rinvenire dallo sbalordimento, - ah, dunque a Vostra Signoria...
a Vostra Signoria Illustrissima...
erano già noti...
- Come vede, - lo interruppe freddamente il Marchese.
- E anzi, se ella guarda piú attentamente nella mia carta, vedrà che ci son noverati molti altri furti che non si trovano nella sua denunzia.
- Già...
già...
vedo...
vedo...
- riconobbe piú che mai smarrito nello stupore, don Filiberto.
- Ma dunque...
Il piccolo Marchese tornò ad appoggiare il gomito sul bracciuolo e a nascondersi con la mano l'occhio sano, stanco e svogliato.
- Caro signore, - sospirò, - e che vuole che me n'importi?
La terribile fissità dell'occhio di vetro, armato della caramella cerchiata di tartaruga, fece un contrasto orribile con la stanchezza di questo sospiro.- Sono cose, - seguitò, - che esorbitano dalla mia amministrazione.
- Esorbitano?
- Già.
Noi qua dobbiamo guardare e guardiamo Zezza ministro.
Come tale, lo abbiamo trovato sempre ineccepibile.
Zezza uomo non ci riguarda, caro signore.
Dirò di piú: è per noi anzi un vantaggio, che egli sia cosí ladro, o piuttosto cosí desideroso di arricchirsi.
Mi spiego.
Agli altri ministri che si tengono paghi, piú o meno, al loro stipendio soltanto, non preme affatto che i poderi rendano qualche cosa di piú di quello che potrebbero rendere.
Preme invece allo Zezza, perché, oltre che a noi, essi debbono rendere anche a lui.
E il risultato è questo: che nessuno dei settori ci rende tanto quanto quello di cui Zezza è ministro.
- Ma dunque...
- fece ancora una volta, come in un singhiozzo, don Filiberto.
- Oh, dunque, - ripigliò alzandosi per licenziarlo il Marchese, - io la ringrazio tanto, a ogni modo, caro signore, dell'incomodo che Ella ha voluto prendersi; quantunque...
oh Dio, sí...
forse avrebbe potuto immaginarsi che a una amministrazione come la mia questi fatti non potevano restare ignoti.
Questi e altri, com'Ella ha potuto vedere.
Ma a ogni modo, io la ringrazio e me le professo gratissimo.
Si stia bene, caro signore.
Don Filiberto Fiorinnanzi uscí stordito, stonato, insensato addirittura, dalla sede dell'amministrazione.
- E dunque...
La conclusione l'aveva in mano.
Un bottone della palandrana.
Sentendo parlare a quel modo il Marchese, se l'era tante volte rigirato sul petto, quel bottone, che esso alla fine gli s'era staccato e gli era rimasto tra le dita.
Ma, ormai, a che gli serviva piú? Poteva bene andar per via con la palandrana sbottonata, e anche svoltata, con le maniche alla rovescia, e anche col cappello assettato sotto sopra sul capo.
L'universo, ormai, per don Filiberto Fiorinnanzi era tutto quanto e per sempre scombussolato.
MARSINA STRETTA
Di solito il professor Gori aveva molta pazienza con la vecchia domestica, che lo serviva da circa vent'anni.
Quel giorno però, per la prima volta in vita sua, gli toccava d'indossar la marsina, ed era fuori della grazia di Dio.
Già il solo pensiero, che una cosa di cosí poco conto potesse mettere in orgasmo un animo come il suo, alieno da tutte le frivolezze e oppresso da tante gravi cure intellettuali, bastava a irritarlo.
L'irritazione poi gli cresceva, considerando che con questo suo animo, potesse prestarsi a indossar quell'abito prescritto da una sciocca consuetudine per certe rappresentazioni di gala con cui la vita s'illude d'offrire a se stessa una festa o un divertimento.
E poi, Dio mio, con quel corpaccio d'ippopotamo, di bestiaccia antidiluviana...
E sbuffava, il professore, e fulminava con gli occhi la domestica che, piccola e boffice come una balla, si beava alla vista del grosso padrone in quell'insolito abito di parata, senz'avvertire, la sciagurata, che mortificazione dovevano averne tutt'intorno i vecchi e onesti mobili volgari e i poveri libri nella stanzetta quasi buja e in disordine.
Quella marsina, s'intende, non l'aveva di suo, il professor Gori.
La prendeva a nolo.
Il commesso d'un negozio vicino glien'aveva portate su in casa una bracciata, per la scelta; e ora, con l'aria d'un compitissimo arbiter elegantiarum, tenendo gli occhi semichiusi e sulle labbra un sorrisetto di compiacente superiorità, lo esaminava, lo faceva voltare di qua e di là, - Pardon! Pardon! -, e quindi concludeva, scotendo il ciuffo:
- Non va.
Il professore sbuffava ancora una volta e s'asciugava il sudore.
Ne aveva provate otto, nove, non sapeva piú quante.
Una piú stretta dell'altra.
E quel colletto in cui si sentiva impiccato! e quello sparato che gli strabuzzava, già tutto sgualcito, dal panciotto! e quella cravattina bianca inamidata e pendente, a cui ancora doveva fare il nodo, e non sapeva come!
Alla fine il commesso si compiacque di dire:
- Ecco, questa sí.
Non potremmo trovar di meglio, creda pure, signore.
Il professor Gori tornò prima a fulminar con uno sguardo la serva, per impedire che ripetesse: - Dipinta! Dipinta! -; poi si guardò la marsina, in considerazione della quale, senza dubbio, quel commesso gli dava del signore: poi si rivolse al commesso:
- Non ne ha piú altre con sé?
- Ne ho portate sú dodici, signore!
- Questa sarebbe la dodicesima?
- La dodicesima, a servirla.
- E allora va benone!
Era piú stretta delle altre.
Quel giovanotto, un po' risentito, concesse:
- Strettina è, ma può andare.
Se volesse aver la bontà di guardarsi allo specchio...
- Grazie tante! - squittí il professore.
- Basta lo spettacolo che sto offrendo a lei e alla mia signora serva.
Quegli, allora, pieno di dignità, inchinò appena il capo, e via, con le altre undici marsine.
- Ma è credibile? - proruppe con un gemito rabbioso il professore, provandosi ad alzar le braccia.
Si recò a guardare un profumato biglietto d'invito sul cassettone, e sbuffò di nuovo.
Il convegno era per le otto, in casa della sposa, in via Milano.
Venti minuti di cammino! Ed erano già le sette e un quarto.
Rientrò nella stanzetta la vecchia serva che aveva accompagnato fino alla porta il commesso.
- Zitta! - le impose subito il professore.
- Provate, se vi riesce, a finir di strozzarmi con questa cravatta.
- Piano piano...
il colletto...
- gli raccomandò la vecchia serva.
E dopo essersi forbite ben bene con un fazzoletto le mani tremicchianti, s'accinse all'impresa.
Regnò per cinque minuti il silenzio: il professore e tutta la stanza intorno parvero sospesi, come in attesa del giudizio universale.
- Fatto?
- Eh...
- sospirò quella.
Il professor Gori scattò in piedi, urlando:
- Lasciate! Mi proverò io! Non ne posso piú!
Ma, appena si presentò allo specchio, diede in tali escandescenze, che quella poverina si spaventò.
Si fece, prima di tutto, un goffo inchino; ma, nell'inchinarsi, vedendo le due falde aprirsi e subito richiudersi, si rivoltò come un gatto che si senta qualcosa legata alla coda; e, nel rivoltarsi, trac!, la marsina gli si spaccò sotto un'ascella.
Diventò furibondo.
- Scucita! scucita soltanto! - lo rassicurò subito, accorrendo, la vecchia serva.
- Se la cavi, gliela ricucio!
- Ma se non ho piú tempo! - urlò, esasperato, il professore.
- Andrò cosí, per castigo! Cosí...
Vuol dire che non porgerò la mano a nessuno.
Lasciatemi andare.
S'annodò furiosamente la cravatta; nascose sotto il pastrano la vergogna di quell'abito; e via.
Alla fin fine, però, doveva esser contento, che diamine! Si celebrava quella mattina il matrimonio d'una sua antica allieva, a lui carissima: Cesara Reis, la quale, per suo mezzo, con quelle nozze, otteneva il premio di tanti sacrifizii durati negli interminabili anni di scuola.
Il professor Gori, via facendo, si mise a pensare alla strana combinazione per cui quel matrimonio s'effettuava.
Sí; ma come si chiamava intanto lo sposo, quel ricco signore vedovo che un giorno gli s'era presentato all'Istituto di Magistero per avere indicata da lui una istitutrice per le sue bambine?
- Grimi? Griti? No, Mitri! Ah, ecco, sí: Mitri, Mitri.
Cosí era nato quel matrimonio.
La Reis, povera figliuola, rimasta orfana a quindici anni, aveva eroicamente provveduto al mantenimento suo e della vecchia madre, lavorando un po' da sarta, un po' dando lezioni particolari: ed era riuscita a conseguire il diploma di professoressa.
Egli, ammirato di tanta costanza, di tanta forza d'animo, pregando, brigando, aveva potuto procacciarle un posto a Roma, nelle scuole complementari.
Richiesto da quel signor Griti...
- Griti, Griti, ecco! Si chiama Griti.
Che Mitri! - gli aveva indicato la Reis.
Dopo alcuni giorni se l'era veduto tornar davanti afflitto, imbarazzato.
Cesara Reis non aveva voluto accettare il posto d'istitutrice, in considerazione della sua età, del suo stato, della vecchia mamma che non poteva lasciar sola e, sopra tutto, del facile malignare della gente.
E chi sa con qual voce, con quale espressione gli aveva dette queste cose, la birichina!
Bella figliuola, la Reis: e di quella bellezza che a lui piaceva maggiormente: d'una bellezza a cui i diuturni dolori (non per nulla il Gori era professore d'italiano: diceva proprio cosí "i diuturni dolori") d'una bellezza a cui i diuturni dolori avevano dato la grazia d'una soavissima mestizia, una cara e dolce nobiltà.
Certo quel signor Grimi...
- Ho gran paura che si chiami proprio Grimi, ora che ci penso!
Certo quel signor Grimi, fin dal primo vederla, se n'era perdutamente innamorato.
Cose che capitano, pare.
E tre o quattro volte, quantunque senza speranza, era tornato a insistere, invano; alla fine, aveva pregato lui, il professor Gori, lo aveva anzi scongiurato d'interporsi, perché la signorina Reis, cosí bella, cosí modesta, cosí virtuosa, se non l'istitutrice diventasse la seconda madre delle sue bambine.
E perché no? S'era interposto, felicissimo, il professor Gori, e la Reis aveva accettato: e ora il matrimonio si celebrava, a dispetto dei parenti del signor...
Grimi o Griti o Mitri, che vi si erano opposti accanitamente:
- E che il diavolo se li porti via tutti quanti! - concluse, sbuffando ancora una volta, il grosso professore.
Conveniva intanto recare alla sposa un mazzolino di fiori.
Ella lo aveva tanto pregato perché le facesse da testimonio; ma il professore le aveva fatto notare che, in qualità di testimonio, avrebbe dovuto poi farle un regalo degno della cospicua condizione dello sposo, e non poteva: in coscienza non poteva.
Bastava il sacrifizio della marsina.
Ma un mazzolino, intanto, sí, ecco.
E il professor Gori entrò con molta titubanza e impacciatissimo in un negozio di fiori, dove gli misero insieme un gran fascio di verdura con pochissimi fiori e molta spesa.
Pervenuto in via Milano, vide in fondo, davanti al portone in cui abitava la Reis, una frotta di curiosi.
Suppose che fosse tardi; che già nell'atrio ci fossero le carrozze per il corteo nuziale, e che tutta questa gente stesse lí per assistere alla sfilata.
Avanzò il passo.
Ma perché tutti quei curiosi lo guardavano a quel modo? La marsina era nascosta dal soprabito.
Forse...
le falde? Si guardò dietro.
No: non si vedevano.
E dunque? Che era accaduto? Perché il portone era socchiuso?
Il portinajo, con aria compunta, gli domandò:
- Va sú per il matrimonio, il signore?
- Sí, signore.
Invitato.
- Ma...
sa, il matrimonio non si fa piú.
- Come?
- La povera signora...
la madre...
- Morta? - esclamò il Gori, stupefatto, guardando il portone.
- Questa notte, improvvisamente.
Il professore restò lí, come un ceppo.
- Possibile! La madre? La signora Reis?
E volse in giro uno sguardo ai radunati, come per leggere ne' loro occhi la conferma dell'incredibile notizia.
Il mazzo di fiori gli cadde di mano.
Si chinò per raccattarlo, ma sentí la scucitura della marsina allargarsi sotto l'ascella, e rimase a metà.
Oh Dio! la marsina...
già! La marsina per le nozze, castigata cosí a comparire ora davanti alla morte.
Che fare? Andar sú, parato a quel modo? tornare indietro? - Raccattò il mazzo, poi, imbalordito, lo porse al portinajo.
- Mi faccia il piacere, me lo tenga lei.
Ed entrò.
Si provò a salire a balzi la scala; vi riuscí per la prima branca soltanto.
All'ultimo piano - maledetto pancione! - non tirava piú fiato.
Introdotto nel salottino, sorprese in coloro che vi stavano radunati un certo imbarazzo, una confusione subito repressa, come se qualcuno, al suo entrare, fosse scappato via; o come se d'un tratto si fosse troncata un'intima e animatissima conversazione.
Già impacciato per conto suo, il professor Gori si fermò poco oltre l'entrata; si guardò attorno perplesso; si sentí sperduto, quasi in mezzo a un campo nemico.
Eran tutti signoroni, quelli: parenti e amici dello sposo.
Quella vecchia lí era forse la madre; quelle altre due, che parevano zitellone, forse sorelle o cugine.
S'inchinò goffamente.
(Oh Dio, daccapo la marsina...) E, curvo, come tirato da dentro, volse un altro sguardo attorno, quasi per accertarsi se mai qualcuno avesse avvertito il crepito di quella maledettissima scucitura sotto l'ascella.
Nessuno rispose al suo saluto, quasi che il lutto, la gravità del momento non consentissero neppure un lieve cenno del capo.
Alcuni (forse intimi della famiglia) stavano costernati attorno a un signore, nel quale al Gori, guardando bene, parve di riconoscere lo sposo.
Trasse un respiro di sollievo e gli s'appressò, premuroso.
- Signor Grimi...
- Migri, prego.
- Ah già, Migri...
ci penso da un'ora, mi creda! Dicevo Grimi, Mitri, Griti...
e non m'è venuto in mente Migri! Scusi...
Io sono il professor Fabio Gori, si ricorderà...
quantunque ora mi veda in...
- Piacere, ma...
- fece quegli, osservandolo con fredda alterigia; poi, come sovvenendosi: - Ah, Gori...
già! lei sarebbe quello...
sí, dico, l'autore...
l'autore, se vogliamo, indiretto del matrimonio! Mio fratello m'ha raccontato...
- Come, come? scusi, lei sarebbe il fratello?
- Carlo Migri, a servirla.
- Favorirmi, grazie.
Somigliantissimo, perbacco! Mi scusi, signor Gri...
Migri, già, ma...
ma questo fulmine a ciel sereno...
Già! Io purtroppo...
cioè, purtroppo no: non ho da recarmelo a colpa diciamo...
- ma, sí, indirettamente, per combinazione, diciamo, ho contribuito...
Il Migri lo interruppe con un gesto della mano e si alzò.
- Permetta che la presenti a mia madre.
- Onoratissimo, si figuri!
Fu condotto davanti alla vecchia signora, che ingombrava con la sua enorme pinguedine mezzo canapè, vestita di nero, con una specie di cuffia pur nera su i capelli lanosi che le contornavano la faccia piatta, giallastra, quasi di cartapecora.
- Mamma, il professor Gori.
Sai? quello che aveva combinato il matrimonio di Andrea.
La vecchia signora sollevò le pàlpebre gravi sonnolente, mostrando, uno piú aperto e l'altro meno, gli occhi torbidi, ovati, quasi senza sguardo.
- In verità, - corresse il professore, inchinandosi questa volta con trepidante riguardo per la marsina scucita, - in verità, ecco...
combinato no: non...
non sarebbe la parola...
Io, semplicemente...
- Voleva dare un'istitutrice alle mie nipotine, - compí la frase la vecchia signora, con voce cavernosa.
- Benissimo! Cosí difatti sarebbe stato giusto.
- Ecco, già...
- fece il professor Gori.
- Conoscendo i meriti, la modestia della signorina Reis.
- Ah, ottima figliuola, nessuno lo nega! - riconobbe subito, riabbassando le pàlpebre, la vecchia signora.
- E noi, creda, siamo oggi dolentissimi...
- Che sciagura! Già! Cosí di colpo! - esclamò il Gori.
- Come se non ci fosse veramente la volontà di Dio, - concluse la vecchia signora.
Il Gori la guardò.
- Fatalità crudele...
Poi, guardando in giro per il salotto, domandò:
- E il signor Andrea?
Gli rispose il fratello, simulando indifferenza:
- Ma...
non so, era qui, poco fa.
Sarà andato forse a prepararsi.
- Ah! - esclamò allora il Gori, rallegrandosi improvvisamente.
- Le nozze dunque si faranno lo stesso?
- No! che dice mai! - scattò la vecchia signora, stupita, offesa.
- Oh Signore Iddio! Con la morta in casa? Ooh!
- Oooh! - echeggiarono, miagolando, le due zitellone con orrore.
- Prepararsi per partire, - spiegò il Migri.
- Doveva partire oggi stesso con la sposa per Torino.
Abbiamo le nostre cartiere lassú, a Valsangone; dove c'è tanto bisogno di lui.
- E...
e partirà...
cosí? - domandò il Gori.
- Per forza.
Se non oggi, domani.
L'abbiamo persuaso noi, spinto anzi, poverino.
Qui, capirà, non è piú prudente, né conveniente che rimanga.
- Per la ragazza...
sola, ormai...
- aggiunse la madre con la voce cavernosa.
- Le male lingue...
- Eh già, - riprese il fratello.
- E poi gli affari...
Era un matrimonio...
- Precipitato! - proruppe una delle zitellone.
- Diciamo improvvisato, - cercò d'attenuare il Migri.
- Ora questa grave sciagura sopravviene fatalmente, come...
sí, per dar tempo, ecco.
Un differimento s'impone...
per il lutto...
e...
E cosí si potrà pensare, riflettere da una parte e dall'altra...
Il professor Gori rimase muto per un pezzo.
L'impaccio irritante che gli cagionava quel discorso, cosí tutto sospeso in prudenti reticenze, era pur quello stesso che gli cagionava la sua marsina stretta e scucita sotto l'ascella.
Scucito allo stesso modo gli sembrò quel discorso e da accogliere con lo stesso riguardo per la scucitura segreta, col quale era proferito.
A sforzarlo un po', a non tenerlo cosí composto e sospeso, con tutti i debiti riguardi, c'era pericolo che, come la manica della marsina si sarebbe staccata, cosí anche si sarebbe aperta e denudata l'ipocrisia di tutti quei signori.
Sentí per un momento il bisogno d'astrarsi da quell'oppressione e anche dal fastidio che, nell'intontimento in cui era caduto, gli dava il merlettino bianco, che orlava il collo della casacca nera della vecchia signora.
Ogni qual volta vedeva un merlettino bianco come quello, gli si riaffacciava alla memoria, chi sa perché, l'immagine d'un tal Pietro Cardella, merciajo del suo paesello lontano, afflitto da una cisti enorme alla nuca.
Gli venne di sbuffare; si trattenne a tempo, e sospirò, come uno stupido:
- Eh, già...
Povera figliuola!
Gli rispose un coro di commiserazioni per la sposa.
Il professor Gori se ne sentí all'improvviso come sferzare, e domandò, irritatissimo:
- Dov'è? Potrei vederla?
Il Migri gl'indicò un uscio nel salottino:
- Di là, si serva...
E il professor Gori vi si diresse furiosamente.
Sul lettino, bianco, rigidamente stirato, il cadavere della madre, con un'enorme cuffia in capo dalle tese inamidate.
Non vide altro, in prima, il professor Gori, entrando.
In preda a quell'irritazione crescente, di cui, nello stordimento e nell'impaccio, non riusciva a rendersi esatto conto, con la testa che già gli fumava, anziché commuoversene, se ne sentí irritare, come per una cosa veramente assurda: stupida e crudele soperchieria della sorte che, no, perdio, non si doveva a nessun costo lasciar passare!
Tutta quella rigidità della morta gli parve di parata, come se quella povera vecchina si fosse stesa da sé, là, su quel letto, con quella enorme cuffia inamidata per prendersi lei, a tradimento, la festa preparata per la figliuola, e quasi quasi al professor Gori venne la tentazione di gridarle:
- Sú via, si alzi, mia cara vecchia signora! Non è il momento di fare scherzi di codesto genere!
Cesara Reis stava per terra, caduta sui ginocchi; e tutta aggruppata, ora, presso il lettino su cui giaceva il cadavere della madre, non piangeva piú, come sospesa in uno sbalordimento grave e vano.
Tra i capelli neri, scarmigliati, aveva alcune ciocche ancora attorte dalla sera avanti in pezzetti di carta, per farsi i ricci.
Ebbene, anziché pietà, provò anche per lei quasi dispetto il professor Gori.
Gli sorse prepotente il bisogno di tirarla su da terra, di scuoterla da quello sbalordimento.
Non si doveva darla vinta al destino, che favoriva cosí iniquamente l'ipocrisia di tutti quei signori radunati nell'altra stanza! No, no: era tutto preparato, tutto pronto; quei signori là erano venuti in marsina come lui per le nozze: ebbene, bastava un atto di volontà in qualcuno; costringere quella povera fanciulla, caduta lí per terra, ad alzarsi; condurla, trascinarla, anche cosí mezzo sbalordita, a concludere quelle nozze per salvarla dalla rovina.
Ma stentava a sorgere in lui quell'atto di volontà, che con tanta evidenza sarebbe stato contrario alla volontà di tutti quei parenti.
Come Cesara, però, senza muovere il capo, senza batter ciglio, levò appena una mano ad accennar la sua mamma lí distesa, dicendogli: - Vede, professore? - il professore ebbe uno scatto, e:
- Sí, cara, sí! - le rispose con una concitazione quasi astiosa, che stordí la sua antica allieva.
- Ma tu àlzati! Non farmi calare, perché non posso calarmi! Àlzati da te! Subito, via! Sú, sú, fammi il piacere!
Senza volerlo, forzata da quella concitazione, la giovane si scosse dal suo abbattimento e guardò, quasi sgomenta, il professore:
- Perché? - gli chiese.
- Perché, figliuola mia...
ma àlzati prima! ti dico che non mi posso calare, santo Dio! - le rispose il Gori.
Cesara si alzò.
Rivedendo però sul lettino il cadavere della madre, si coprí il volto con le mani e scoppiò in violenti singhiozzi.
Non s'aspettava di sentirsi afferrare per le braccia e scrollare e gridare dal professore, piú che mai concitato:
- No! no! no! Non piangere, ora! Abbi pazienza, figliuola! Da' ascolto a me!
Tornò a guardarlo, quasi atterrita questa volta, col pianto arrestato negli occhi, e disse:
- Ma come vuole che non pianga?
- Non devi piangere, perché non è ora di piangere, questa, per te! - tagliò corto il professore.
- Tu sei rimasta sola, figliuola mia, e devi ajutarti da te! Lo capisci che devi ajutarti da te? Ora, sí, ora! Prendere tutto il tuo coraggio a due mani: stringere i denti e far quello che ti dico io!
- Che cosa, professore?
- Niente.
Toglierti, prima di tutto, codesti pezzetti di carta dai capelli.
- Oh Dio, - gemette la fanciulla, sovvenendosene, e portandosi subito le mani tremanti ai capelli.
- Brava, cosí! - incalzò il professore.
- Poi andar di là a indossare il tuo abitino di scuola; metterti il cappellino, e venire con me!
- Dove? che dice?
- Al Municipio, figliuola mia!
- Professore, che dice?
- Dico al Municipio, allo stato civile, e poi in chiesa! Perché codesto matrimonio s'ha da fare, s'ha da fare ora stesso; o tu sei rovinata! Vedi come mi sono conciato per te? In marsina! E uno dei testimoni sarò io, come volevi tu! Lascia di qua la tua povera mamma; non pensare piú a lei per un momento, non ti paja un sacrilegio! Lei stessa, la tua mamma, lo vuole! Da' ascolto a me: va' a vestirti! Io dispongo tutto di là per la cerimonia: ora stesso!
- No...
no...
come potrei? - gridò Cesara, ripiegandosi sul letto della madre e affondando il capo tra le braccia, disperatamente.
- Impossibile, professore! Per me è finita, lo so! Egli se ne andrà, non tornerà piú, mi abbandonerà...
ma io non posso...
non posso...
Il Gori non cedette; si chinò per sollevarla, per strapparla da quel letto; ma come stese le braccia, pestò rabbiosamente un piede, gridando:
- Non me n'importa niente! Farò magari da testimonio con una manica sola, ma questo matrimonio oggi si farà! Lo comprendi tu...
- guardami negli occhi! - lo comprendi, è vero? che se ti lasci scappare questo momento, tu sei perduta? Come resti, senza piú il posto, senza piú nessuno? Vuoi dar colpa a tua madre della tua rovina? Non sospirò tanto, povera donna, questo tuo matrimonio? E vuoi ora che, per causa sua, vada a monte? Che fai tu di male? Coraggio, Cesara! Ci sono qua io: lascia a me la responsabilità di quello che fai! Va', va' a vestirti, va' a vestirti, figliuola mia, senza perder tempo...
E, cosí dicendo, condusse la fanciulla fino all'uscio della sua cameretta, sorreggendola per le spalle.
Poi riattraversò la camera mortuaria, ne serrò l'uscio, e rientrò come un guerriero nel salottino.
- Non è ancora venuto lo sposo?
I parenti, gl'invitati si voltarono a guardarlo, sorpresi dal tono imperioso della voce; e il Migri domandò con simulata premura:
- Si sente male la signorina?
- Si sente benone! - gli rispose il professore guardandolo con tanto d'occhi.
- Anzi ho il piacere d'annunziare a lor signori che ho avuto la fortuna di persuaderla a vincersi per un momento, e soffocare in sé il cordoglio.
Siamo qua tutti; tutto è pronto; basterà - mi lascino dire! - basterà che uno di loro...
lei, per esempio, sarà tanto gentile - (aggiunse, rivolgendosi a uno degli invitati) - mi farà il piacere di correre con una vettura al Municipio e di prevenire l'ufficiale dello stato civile, che...
Un coro di vivaci proteste interruppe a questo punto il professore.
Scandalo, stupore, orrore, indignazione!
- Mi lascino spiegare! - gridò il professor Gori, che dominava tutti con la persona.
- Perché questo matrimonio non si farebbe? Per il lutto della sposa, è vero? Ora, se la sposa stessa...
- Ma io non permetterò mai, - gridò piú forte di lui, troncandogli la parola, la vecchia signora, - non permetterò mai che mio figlio...
- Faccia il suo dovere e una buona azione? - domandò, pronto, il Gori, compiendo lui la frase questa volta.
- Ma lei non stia a immischiarsi! - venne a dirgli, pallido e vibrante d'ira, il Migri in difesa della madre.
- Perdoni! M'immischio, - rimbeccò subito il Gori, - perché so che lei è un gentiluomo, caro signor Grimi...
- Migri, prego!
- Migri, Migri, e comprenderà che non è lecito né onesto sottrarsi all'estreme esigenze d'una situazione come questa.
Bisogna esser piú forti della sciagura che colpisce quella povera figliuola, e salvarla! Può restar sola, cosí, senza ajuto e senz'alcuna posizione ormai? Lo dica lei! No: questo matrimonio si farà non ostante la sciagura, e non ostante...
abbiano pazienza!
S'interruppe, infuriato e sbuffante: si cacciò una mano sotto la manica del soprabito; afferrò la manica della marsina e con uno strappo violento se la tirò fuori e la lanciò per aria.
Risero tutti, senza volerlo, a quel razzo inatteso, di nuovo genere, mentre il professore, con un gran sospiro di liberazione seguitava:
- E non ostante questa manica che mi ha tormentato finora!
- Lei scherza! - riprese, ricomponendosi, il Migri.
- Nossignore: mi s'era scucita.
- Scherza! Codeste sono violenze.
- Quelle che consiglia il caso.
- O l'interesse! Le dico che non è possibile, in queste condizioni...
Sopravvenne per fortuna lo sposo.
- No! No! Andrea, no! - gli gridarono subito parecchie voci, di qua, di là.
Ma il Gori le sopraffece, avanzandosi verso il Migri.
- Decida lei! Mi lascino dire! Si tratta di questo: ho indotto di là la signorina Reis a farsi forza; a vincersi, considerando la gravità della situazione, in cui, caro signore, lei l'ha messa e la lascerebbe.
Piacendo a lei, signor Migri, si potrebbe, senz'alcuno apparato, zitti zitti, in una vettura chiusa, correre al Municipio, celebrare subito il matrimonio...
Lei non vorrà, spero, negarsi.
Ma dica, dica lei...
Andrea Migri, cosí soprappreso, guard
...
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