TUTT'E TRE, di Luigi Pirandello - pagina 5
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Soffriva indicibilmente nelle dita vedendo qualcuno andar per via con la giacca sbottonata o col giro della cravatta fuori del colletto; avrebbe pagato lui, di sua borsa, un operajo per dare una mano di vernice allo zoccolo dello sporto nella bottega di faccia al caffè, rifatto nuovo e lasciato lí di legno grezzo; e ogni sera se ne tornava oppresso e sbuffante dalla passeggiata fino in fondo al viale all'uscita del paese, dopo aver constatato, che ancora (dopo tanti mesi) dal Municipio non era venuto l'ordine di rimettere un vetro rotto all'ultimo lampione di quel viale.
Come se tutt'intorno l'universo s'imperniasse in quel lampione rotto, don Filiberto Fiorinnanzi non aveva piú pace.
L'incuria, la rilassatezza altrui lo offendevano; se protratte, lo esacerbavano, ma, a poco a poco, per quietarsi, per salvare quella sua sistemazione dell'universo, si metteva a escogitar scuse e attenuanti a quell'incuria, a quella rilassatezza.
E ci riusciva alla fine; ma con questo: che la sistemazione, a mano a mano, accogliendo quelle scuse e quelle attenuanti, perdeva di rigidità, s'ammolliva, pencolava di qua e di là; e don Filiberto si vedeva da un altro canto costretto a darsi pena per tenerla sú, a furia di rincalzi, ora da una parte, ora dall'altra.
Santo Dio, era giunto finanche ad ammettere che si potesse rubare! Sí, ma con una certa discrezione, almeno; per modo che il ladro salisse a poco a poco nella stima e nel rispetto della gente onesta e desse tempo a considerare che dopo tutto forse non è tanto ladro il ladro, quanto imbecille chi si lascia rubare.
Il caso di Meo Zezza era veramente grave.
In pochissimo tempo costui era saltato sú, coi denari rubati, a pretendere, a imporre una considerazione che gli doveva assolutamente esser negata; a trattare confidenzialmente, a tu per tu, con chi per nascita, per età, per educazione doveva essergli e restargli superiore.
E poi qua non si poteva in nessun modo ammettere che fosse imbecille il padrone a cui Meo Zezza rubava.
Si sapeva anzi a Forni, che il marchese Di Giorni-Decarpi amministrava i suoi vastissimi beni cosí esemplarmente, che ogni anno gli alunni delle scuole commerciali erano condotti dai loro professori a studiare il congegno di quell'amministrazione come un modello del genere.
Circa trent'anni fa, il padre del Marchese aveva rischiato tutti i suoi capitali nella grande impresa del prosciugamento delle paludi dell'Irbio, ed era morto prima di veder l'esito felice dell'impresa.
Il figliuolo, giovanissimo, ora si godeva in città la rendita d'una delle piú estese e ubertose tenute del mezzogiorno d'Italia.
Non era mai venuto neppure una volta a visitarla, è vero; ma il merito dell'amministrazione era suo.
La tenuta era divisa in settori; ogni settore, con a capo un ministro, comprendeva dieci poderi.
Uno dei ministri era Meo Zezza.
Come mai una cosí specchiata amministrazione non si rendeva conto dei furti continuati e cosí esorbitanti di quel cagliostro? Saltavano agli occhi di tutti; e lui stesso lo Zezza, lui stesso, con la sua espansiva spontaneità di bestia impudente, quasi non ne faceva piú mistero.
Levatosi la mattina appresso, con negli orecchi ancora il fischio di quella parola: spia, don Filiberto Fiorinnanzi fece animo risoluto.
Serrò i denti; serrò le pugna.
Doveva aver fine, perdio, una cosí enorme sconcezza, una siffatta oltracotanza.
Spia? Ebbene, sí, spia.
Raccoglieva la sfida.
Avrebbe steso una formale denunzia di tutti i furti perpetrati da colui in tanti anni.
Ci lavorò una decina di giorni.
Quando alla fine ne venne a capo, si chiuse piú rigidamente che mai nell'austera palandrana, e senza punto nascondersi, con la denunzia sotto il braccio, prese posto nella vettura che conduceva alla stazione ferroviaria, e partí per la città.
Appena giunto, si recò difilato all'amministrazione del marchese Di Giorni-Decarpi.
Subito, entrando, si sentí compreso di tanta riverenza e ammirazione, che non solo non si ebbe a male delle molte difficoltà che gli furono opposte per esser ricevuto dal signor Marchese, ma anzi se ne compiacque assai e le approvò tutte e vi si sottomise con infiniti inchini e sorrisi di beatitudine.
Era il regno dell'ordine, quello! L'interno d'un orologio.
Tutto lucido e preciso.
Usceri in livrea; scale di marmo, corridoj da potercisi specchiare, con magnifiche guide, illuminati a luce elettrica, riscaldati a termosifone; e per tutto tabelle: Sezione I, Sezione II, Sezione III, e a ogni uscio l'indicazione dell'ufficio.
L'illustrissimo signor Marchese non concedeva udienza se non nei giorni fissati e nelle ore fissate: il mercoledí e il sabato, dalle 10 alle 11: e, per essere ammessi a quelle udienze, bisognava farne domanda due giorni avanti, riempiendo un modulo a stampa sul primo tavolino della seconda stanza della segreteria particolare, al primo piano, Sezione I, secondo corridojo a destra.
Per chi avesse fretta e non potesse aspettare quei giorni fissati, c'era l'ufficio delle comunicazioni urgenti, nello stesso piano, alla stessa Sezione, primo corridojo a sinistra, uscio terzo.
- No no, ah no no...
- disse don Filiberto.
Le comunicazioni, ch'egli aveva da fare, non erano tanto urgenti quanto gravi, e voleva farle al Marchese direttamente.
- Viene apposta da Forni? - gli domandò il capo-usciere.
- Sissignore, da Forni, apposta.
- Ma oggi è giovedí.
- Non fa nulla.
Se questa è la regola, aspetterò fino a sabato, alle dieci.
Il capo-uscere si rivolse allora a un ragazzotto anch'esso in livrea.
- Va' sú a prendere un modulo!
Ma don Filiberto Fiorinnanzi non volle assolutamente permetterlo.
- No no, scusi, che c'entra? Vado io, vado io.
E risalí a riempire il modulo a stampa sul primo tavolino della seconda stanza della segreteria particolare, al primo piano, Sezione I, secondo corridojo a destra.
Si preparò in quei due giorni all'udienza, raccogliendo come a un supremo cimento tutte le sue facoltà mentali.
Un esordio, breve, perché certo il Marchese non poteva aver tempo d'ascoltare parole che non si riferissero a fatti; ma egli doveva pure, innanzi tutto, dichiarare l'animo e le ragioni che lo movevano a quella denunzia; poi, punto per punto, avrebbe esposto i fatti.
Era felice di mettere a servizio l'opera sua, disinteressatamente, contro quel ladro che con tanta pervicacia s'accaniva a imbrogliare un ordine di cose cosí maravigliosamente costituito.
La mattina del sabato, dieci minuti prima dell'ora fissata, si trovò nell'anticamera della segreteria particolare.
Era il primo iscritto e, appena scoccate le dieci, fu introdotto alla presenza del Marchese.
Era costui un omettino a cui la raffinata eleganza dell'abito non riusciva a togliere, anzi accresceva una certa ispida acerbità campagnuola.
La spalliera del seggiolone su cui stava seduto innanzi alla scrivania gli superava d'un palmo la testa.
Inchinò appena il capo in risposta al profondo ossequio del visitatore; con la mano gli fe' cenno di sedere; poi poggiò un gomito sul bracciuolo e abbassò la fronte sulla palma, nascondendovi un occhio.
L'altro occhio, armato da una rigida caramella cerchiata di tartaruga, don Filiberto Fiorinnanzi se lo vide piantare in faccia con una fissità cosí dura e ostile e persistente, che sentí gelarsi il sangue nelle vene e imbrogliarsi in bocca le parole del breve esordio con tanto studio preparato.
Quell'occhio diffidava; quell'occhio non credeva al disinteresse; quell'occhio severissimamente lo ammoniva a non dir cosa che non avesse prova e fondamento nei fatti, e con inflessibile acume scrutava attraverso ogni parola che gli usciva con tremore dalle labbra.
Se non che, a un certo punto, il Marchese si tolse la mano dalla fronte, e scoprí l'altro occhio: un languido, melenso occhio svogliato, un occhio che, per cosí dire, sbadigliava e che si rivolgeva al visitatore, come a chieder pietà.
Don Filiberto Fiorinnanzi si sentí a un tratto crollare in fondo allo stomaco tutte le viscere sospese.
Quell'occhio, quell'occhio che gli aveva incusso tanto terrore, era...
era dunque finto? di vetro? Ah Dio, sí, di vetro.
E dunque il Marchese, tenendo coperto quello vero, non solo non lo aveva finora cosí terribilmente fissato e scrutato e minacciato, ma neppure s'era curato di veder chi fosse entrato a parlargli; e forse non aveva neanche ascoltato nulla di quanto egli con tanta trepidazione gli aveva detto.
- Vengo...
signor Marchese...
vengo ai fatti...
- balbettò tutto smorto e smarrito.
- Ecco, sí, mi faccia questa grazia, - miagolò il Marchese.
E posando il pugno, ora, sulla scrivania, vi appoggiò la fronte.
Non si rimosse piú da quella positura.
Don Filiberto Fiorinnanzi poteva supporre che dormisse.
Alla fine, alzò la fronte dal pugno; disse:
- Permette?
E stese la mano a ricevere il foglio della denunzia.
Lo scorse sbadatamente; poi si cacciò una mano in tasca, ne trasse un mazzetto di chiavi, aprí un cassetto dello stipo accanto alla scrivania, ne prese una carta, la pose accanto al foglio, e su questo con un lapis turchino si mise a far brevi segni di richiamo, a mano a mano che leggeva in quella.
Quand'ebbe terminato, senza dir nulla, porse a don Filiberto Fiorinnanzi il suo foglio segnato e quella carta tratta dallo stipo.
Don Filiberto, perplesso, imbalordito, guardò l'uno e l'altra, poi il Marchese, poi di nuovo il suo foglio e quella carta, e s'accorse che in questa erano già esposti, quasi con lo stesso ordine, tutti i furti dello Zezza, ch'egli era venuto a denunziare.
- Ah dunque...
- disse, appena poté rinvenire dallo sbalordimento, - ah, dunque a Vostra Signoria...
a Vostra Signoria Illustrissima...
erano già noti...
- Come vede, - lo interruppe freddamente il Marchese.
- E anzi, se ella guarda piú attentamente nella mia carta, vedrà che ci son noverati molti altri furti che non si trovano nella sua denunzia.
- Già...
già...
vedo...
vedo...
- riconobbe piú che mai smarrito nello stupore, don Filiberto.
- Ma dunque...
Il piccolo Marchese tornò ad appoggiare il gomito sul bracciuolo e a nascondersi con la mano l'occhio sano, stanco e svogliato.
- Caro signore, - sospirò, - e che vuole che me n'importi?
La terribile fissità dell'occhio di vetro, armato della caramella cerchiata di tartaruga, fece un contrasto orribile con la stanchezza di questo sospiro.- Sono cose, - seguitò, - che esorbitano dalla mia amministrazione.
- Esorbitano?
- Già.
Noi qua dobbiamo guardare e guardiamo Zezza ministro.
Come tale, lo abbiamo trovato sempre ineccepibile.
Zezza uomo non ci riguarda, caro signore.
Dirò di piú: è per noi anzi un vantaggio, che egli sia cosí ladro, o piuttosto cosí desideroso di arricchirsi.
Mi spiego.
Agli altri ministri che si tengono paghi, piú o meno, al loro stipendio soltanto, non preme affatto che i poderi rendano qualche cosa di piú di quello che potrebbero rendere.
Preme invece allo Zezza, perché, oltre che a noi, essi debbono rendere anche a lui.
E il risultato è questo: che nessuno dei settori ci rende tanto quanto quello di cui Zezza è ministro.
- Ma dunque...
- fece ancora una volta, come in un singhiozzo, don Filiberto.
- Oh, dunque, - ripigliò alzandosi per licenziarlo il Marchese, - io la ringrazio tanto, a ogni modo, caro signore, dell'incomodo che Ella ha voluto prendersi; quantunque...
oh Dio, sí...
forse avrebbe potuto immaginarsi che a una amministrazione come la mia questi fatti non potevano restare ignoti.
Questi e altri, com'Ella ha potuto vedere.
Ma a ogni modo, io la ringrazio e me le professo gratissimo.
Si stia bene, caro signore.
Don Filiberto Fiorinnanzi uscí stordito, stonato, insensato addirittura, dalla sede dell'amministrazione.
- E dunque...
La conclusione l'aveva in mano.
Un bottone della palandrana.
Sentendo parlare a quel modo il Marchese, se l'era tante volte rigirato sul petto, quel bottone, che esso alla fine gli s'era staccato e gli era rimasto tra le dita.
Ma, ormai, a che gli serviva piú? Poteva bene andar per via con la palandrana sbottonata, e anche svoltata, con le maniche alla rovescia, e anche col cappello assettato sotto sopra sul capo.
L'universo, ormai, per don Filiberto Fiorinnanzi era tutto quanto e per sempre scombussolato.
MARSINA STRETTA
Di solito il professor Gori aveva molta pazienza con la vecchia domestica, che lo serviva da circa vent'anni.
Quel giorno però, per la prima volta in vita sua, gli toccava d'indossar la marsina, ed era fuori della grazia di Dio.
Già il solo pensiero, che una cosa di cosí poco conto potesse mettere in orgasmo un animo come il suo, alieno da tutte le frivolezze e oppresso da tante gravi cure intellettuali, bastava a irritarlo.
L'irritazione poi gli cresceva, considerando che con questo suo animo, potesse prestarsi a indossar quell'abito prescritto da una sciocca consuetudine per certe rappresentazioni di gala con cui la vita s'illude d'offrire a se stessa una festa o un divertimento.
E poi, Dio mio, con quel corpaccio d'ippopotamo, di bestiaccia antidiluviana...
E sbuffava, il professore, e fulminava con gli occhi la domestica che, piccola e boffice come una balla, si beava alla vista del grosso padrone in quell'insolito abito di parata, senz'avvertire, la sciagurata, che mortificazione dovevano averne tutt'intorno i vecchi e onesti mobili volgari e i poveri libri nella stanzetta quasi buja e in disordine.
Quella marsina, s'intende, non l'aveva di suo, il professor Gori.
La prendeva a nolo.
Il commesso d'un negozio vicino glien'aveva portate su in casa una bracciata, per la scelta; e ora, con l'aria d'un compitissimo arbiter elegantiarum, tenendo gli occhi semichiusi e sulle labbra un sorrisetto di compiacente superiorità, lo esaminava, lo faceva voltare di qua e di là, - Pardon! Pardon! -, e quindi concludeva, scotendo il ciuffo:
- Non va.
Il professore sbuffava ancora una volta e s'asciugava il sudore.
Ne aveva provate otto, nove, non sapeva piú quante.
Una piú stretta dell'altra.
E quel colletto in cui si sentiva impiccato! e quello sparato che gli strabuzzava, già tutto sgualcito, dal panciotto! e quella cravattina bianca inamidata e pendente, a cui ancora doveva fare il nodo, e non sapeva come!
Alla fine il commesso si compiacque di dire:
- Ecco, questa sí.
Non potremmo trovar di meglio, creda pure, signore.
Il professor Gori tornò prima a fulminar con uno sguardo la serva, per impedire che ripetesse: - Dipinta! Dipinta! -; poi si guardò la marsina, in considerazione della quale, senza dubbio, quel commesso gli dava del signore: poi si rivolse al commesso:
- Non ne ha piú altre con sé?
- Ne ho portate sú dodici, signore!
- Questa sarebbe la dodicesima?
- La dodicesima, a servirla.
- E allora va benone!
Era piú stretta delle altre.
Quel giovanotto, un po' risentito, concesse:
- Strettina è, ma può andare.
Se volesse aver la bontà di guardarsi allo specchio...
- Grazie tante! - squittí il professore.
- Basta lo spettacolo che sto offrendo a lei e alla mia signora serva.
Quegli, allora, pieno di dignità, inchinò appena il capo, e via, con le altre undici marsine.
- Ma è credibile? - proruppe con un gemito rabbioso il professore, provandosi ad alzar le braccia.
Si recò a guardare un profumato biglietto d'invito sul cassettone, e sbuffò di nuovo.
Il convegno era per le otto, in casa della sposa, in via Milano.
Venti minuti di cammino! Ed erano già le sette e un quarto.
Rientrò nella stanzetta la vecchia serva che aveva accompagnato fino alla porta il commesso.
- Zitta! - le impose subito il professore.
- Provate, se vi riesce, a finir di strozzarmi con questa cravatta.
- Piano piano...
il colletto...
- gli raccomandò la vecchia serva.
E dopo essersi forbite ben bene con un fazzoletto le mani tremicchianti, s'accinse all'impresa.
Regnò per cinque minuti il silenzio: il professore e tutta la stanza intorno parvero sospesi, come in attesa del giudizio universale.
- Fatto?
- Eh...
- sospirò quella.
Il professor Gori scattò in piedi, urlando:
- Lasciate! Mi proverò io! Non ne posso piú!
Ma, appena si presentò allo specchio, diede in tali escandescenze, che quella poverina si spaventò.
Si fece, prima di tutto, un goffo inchino; ma, nell'inchinarsi, vedendo le due falde aprirsi e subito richiudersi, si rivoltò come un gatto che si senta qualcosa legata alla coda; e, nel rivoltarsi, trac!, la marsina gli si spaccò sotto un'ascella.
Diventò furibondo.
- Scucita! scucita soltanto! - lo rassicurò subito, accorrendo, la vecchia serva.
- Se la cavi, gliela ricucio!
- Ma se non ho piú tempo! - urlò, esasperato, il professore.
- Andrò cosí, per castigo! Cosí...
Vuol dire che non porgerò la mano a nessuno.
Lasciatemi andare.
S'annodò furiosamente la cravatta; nascose sotto il pastrano la vergogna di quell'abito; e via.
Alla fin fine, però, doveva esser contento, che diamine! Si celebrava quella mattina il matrimonio d'una sua antica allieva, a lui carissima: Cesara Reis, la quale, per suo mezzo, con quelle nozze, otteneva il premio di tanti sacrifizii durati negli interminabili anni di scuola.
Il professor Gori, via facendo, si mise a pensare alla strana combinazione per cui quel matrimonio s'effettuava.
Sí; ma come si chiamava intanto lo sposo, quel ricco signore vedovo che un giorno gli s'era presentato all'Istituto di Magistero per avere indicata da lui una istitutrice per le sue bambine?
- Grimi? Griti? No, Mitri! Ah, ecco, sí: Mitri, Mitri.
Cosí era nato quel matrimonio.
La Reis, povera figliuola, rimasta orfana a quindici anni, aveva eroicamente provveduto al mantenimento suo e della vecchia madre, lavorando un po' da sarta, un po' dando lezioni particolari: ed era riuscita a conseguire il diploma di professoressa.
Egli, ammirato di tanta costanza, di tanta forza d'animo, pregando, brigando, aveva potuto procacciarle un posto a Roma, nelle scuole complementari.
Richiesto da quel signor Griti...
- Griti, Griti, ecco! Si chiama Griti.
Che Mitri! - gli aveva indicato la Reis.
Dopo alcuni giorni se l'era veduto tornar davanti afflitto, imbarazzato.
Cesara Reis non aveva voluto accettare il posto d'istitutrice, in considerazione della sua età, del suo stato, della vecchia mamma che non poteva lasciar sola e, sopra tutto, del facile malignare della gente.
E chi sa con qual voce, con quale espressione gli aveva dette queste cose, la birichina!
Bella figliuola, la Reis: e di quella bellezza che a lui piaceva maggiormente: d'una bellezza a cui i diuturni dolori (non per nulla il Gori era professore d'italiano: diceva proprio cosí "i diuturni dolori") d'una bellezza a cui i diuturni dolori avevano dato la grazia d'una soavissima mestizia, una cara e dolce nobiltà.
Certo quel signor Grimi...
- Ho gran paura che si chiami proprio Grimi, ora che ci penso!
Certo quel signor Grimi, fin dal primo vederla, se n'era perdutamente innamorato.
Cose che capitano, pare.
E tre o quattro volte, quantunque senza speranza, era tornato a insistere, invano; alla fine, aveva pregato lui, il professor Gori, lo aveva anzi scongiurato d'interporsi, perché la signorina Reis, cosí bella, cosí modesta, cosí virtuosa, se non l'istitutrice diventasse la seconda madre delle sue bambine.
E perché no? S'era interposto, felicissimo, il professor Gori, e la Reis aveva accettato: e ora il matrimonio si celebrava, a dispetto dei parenti del signor...
Grimi o Griti o Mitri, che vi si erano opposti accanitamente:
- E che il diavolo se li porti via tutti quanti! - concluse, sbuffando ancora una volta, il grosso professore.
Conveniva intanto recare alla sposa un mazzolino di fiori.
Ella lo aveva tanto pregato perché le facesse da testimonio; ma il professore le aveva fatto notare che, in qualità di testimonio, avrebbe dovuto poi farle un regalo degno della cospicua condizione dello sposo, e non poteva: in coscienza non poteva.
Bastava il sacrifizio della marsina.
Ma un mazzolino, intanto, sí, ecco.
E il professor Gori entrò con molta titubanza e impacciatissimo in un negozio di fiori, dove gli misero insieme un gran fascio di verdura con pochissimi fiori e molta spesa.
Pervenuto in via Milano, vide in fondo, davanti al portone in cui abitava la Reis, una frotta di curiosi.
Suppose che fosse tardi; che già nell'atrio ci fossero le carrozze per il corteo nuziale, e che tutta questa gente stesse lí per assistere alla sfilata.
Avanzò il passo.
Ma perché tutti quei curiosi lo guardavano a quel modo? La marsina era nascosta dal soprabito.
Forse...
le falde? Si guardò dietro.
No: non si vedevano.
E dunque? Che era accaduto? Perché il portone era socchiuso?
Il portinajo, con aria compunta, gli domandò:
- Va sú per il matrimonio, il signore?
- Sí, signore.
Invitato.
- Ma...
sa, il matrimonio non si fa piú.
- Come?
- La povera signora...
la madre...
- Morta? - esclamò il Gori, stupefatto, guardando il portone.
- Questa notte, improvvisamente.
Il professore restò lí, come un ceppo.
- Possibile! La madre? La signora Reis?
E volse in giro uno sguardo ai radunati, come per leggere ne' loro occhi la conferma dell'incredibile notizia.
Il mazzo di fiori gli cadde di mano.
Si chinò per raccattarlo, ma sentí la scucitura della marsina allargarsi sotto l'ascella, e rimase a metà.
Oh Dio! la marsina...
già! La marsina per le nozze, castigata cosí a comparire ora davanti alla morte.
Che fare? Andar sú, parato a quel modo? tornare indietro? - Raccattò il mazzo, poi, imbalordito, lo porse al portinajo.
- Mi faccia il piacere, me lo tenga lei.
Ed entrò.
Si provò a salire a balzi la scala; vi riuscí per la prima branca soltanto.
All'ultimo piano - maledetto pancione! - non tirava piú fiato.
Introdotto nel salottino, sorprese in coloro che vi stavano radunati un certo imbarazzo, una confusione subito repressa, come se qualcuno, al suo entrare, fosse scappato via; o come se d'un tratto si fosse troncata un'intima e animatissima conversazione.
Già impacciato per conto suo, il professor Gori si fermò poco oltre l'entrata; si guardò attorno perplesso; si sentí sperduto, quasi in mezzo a un campo nemico.
Eran tutti signoroni, quelli: parenti e amici dello sposo.
Quella vecchia lí era forse la madre; quelle altre due, che parevano zitellone, forse sorelle o cugine.
S'inchinò goffamente.
(Oh Dio, daccapo la marsina...) E, curvo, come tirato da dentro, volse un altro sguardo attorno, quasi per accertarsi se mai qualcuno avesse avvertito il crepito di quella maledettissima scucitura sotto l'ascella.
Nessuno rispose al suo saluto, quasi che il lutto, la gravità del momento non consentissero neppure un lieve cenno del capo.
Alcuni (forse intimi della famiglia) stavano costernati attorno a un signore, nel quale al Gori, guardando bene, parve di riconoscere lo sposo.
Trasse un respiro di sollievo e gli s'appressò, premuroso.
- Signor Grimi...
- Migri, prego.
- Ah già, Migri...
ci penso da un'ora, mi creda! Dicevo Grimi, Mitri, Griti...
e non m'è venuto in mente Migri! Scusi...
Io sono il professor Fabio Gori, si ricorderà...
quantunque ora mi veda in...
- Piacere, ma...
- fece quegli, osservandolo con fredda alterigia; poi, come sovvenendosi: - Ah, Gori...
già! lei sarebbe quello...
sí, dico, l'autore...
l'autore, se vogliamo, indiretto del matrimonio! Mio fratello m'ha raccontato...
- Come, come? scusi, lei sarebbe il fratello?
- Carlo Migri, a servirla.
- Favorirmi, grazie.
Somigliantissimo, perbacco! Mi scusi, signor Gri...
Migri, già, ma...
ma questo fulmine a ciel sereno...
Già! Io purtroppo...
cioè, purtroppo no: non ho da recarmelo a colpa diciamo...
- ma, sí, indirettamente, per combinazione, diciamo, ho contribuito...
Il Migri lo interruppe con un gesto della mano e si alzò.
- Permetta che la presenti a mia madre.
- Onoratissimo, si figuri!
Fu condotto davanti alla vecchia signora, che ingombrava con la sua enorme pinguedine mezzo canapè, vestita di nero, con una specie di cuffia pur nera su i capelli lanosi che le contornavano la faccia piatta, giallastra, quasi di cartapecora.
- Mamma, il professor Gori.
Sai? quello che aveva combinato il matrimonio di Andrea.
La vecchia signora sollevò le pàlpebre gravi sonnolente, mostrando, uno piú aperto e l'altro meno, gli occhi torbidi, ovati, quasi senza sguardo.
- In verità, - corresse il professore, inchinandosi questa volta con trepidante riguardo per la marsina scucita, - in verità, ecco...
combinato no: non...
non sarebbe la parola...
Io, semplicemente...
- Voleva dare un'istitutrice alle mie nipotine, - compí la frase la vecchia signora, con voce cavernosa.
- Benissimo! Cosí difatti sarebbe stato giusto.
- Ecco, già...
- fece il professor Gori.
- Conoscendo i meriti, la modestia della signorina Reis.
- Ah, ottima figliuola, nessuno lo nega! - riconobbe subito, riabbassando le pàlpebre, la vecchia signora.
- E noi, creda, siamo oggi dolentissimi...
- Che sciagura! Già! Cosí di colpo! - esclamò il Gori.
- Come se non ci fosse veramente la volontà di Dio, - concluse la vecchia signora.
Il Gori la guardò.
- Fatalità crudele...
Poi, guardando in giro per il salotto, domandò:
- E il signor Andrea?
Gli rispose il fratello, simulando indifferenza:
- Ma...
non so, era qui, poco fa.
Sarà andato forse a prepararsi.
- Ah! - esclamò allora il Gori, rallegrandosi improvvisamente.
- Le nozze dunque si faranno lo stesso?
- No! che dice mai! - scattò la vecchia signora, stupita, offesa.
- Oh Signore Iddio! Con la morta in casa? Ooh!
- Oooh! - echeggiarono, miagolando, le due zitellone con orrore.
- Prepararsi per partire, - spiegò il Migri.
- Doveva partire oggi stesso con la sposa per Torino.
Abbiamo le nostre cartiere lassú, a Valsangone; dove c'è tanto bisogno di lui.
- E...
e partirà...
cosí? - domandò il Gori.
- Per forza.
Se non oggi, domani.
L'abbiamo persuaso noi, spinto anzi, poverino.
Qui, capirà, non è piú prudente, né conveniente che rimanga.
- Per la ragazza...
sola, ormai...
- aggiunse la madre con la voce cavernosa.
- Le male lingue...
- Eh già, - riprese il fratello.
- E poi gli affari...
Era un matrimonio...
- Precipitato! - proruppe una delle zitellone.
- Diciamo improvvisato, - cercò d'attenuare il Migri.
- Ora questa grave sciagura sopravviene fatalmente, come...
sí, per dar tempo, ecco.
Un differimento s'impone...
per il lutto...
e...
E cosí si potrà pensare, riflettere da una parte e dall'altra...
Il professor Gori rimase muto per un pezzo.
L'impaccio irritante che gli cagionava quel discorso, cosí tutto sospeso in prudenti reticenze, era pur quello stesso che gli cagionava la sua marsina stretta e scucita sotto l'ascella.
Scucito allo stesso modo gli sembrò quel discorso e da accogliere con lo stesso riguardo per la scucitura segreta, col quale era proferito.
A sforzarlo un po', a non tenerlo cosí composto e sospeso, con tutti i debiti riguardi, c'era pericolo che, come la manica della marsina si sarebbe staccata, cosí anche si sarebbe aperta e denudata l'ipocrisia di tutti quei signori.
Sentí per un momento il bisogno d'astrarsi da quell'oppressione e anche dal fastidio che, nell'intontimento in cui era caduto, gli dava il merlettino bianco, che orlava il collo della casacca nera della vecchia signora.
Ogni qual volta vedeva un merlettino bianco come quello, gli si riaffacciava alla memoria, chi sa perché, l'immagine d'un tal Pietro Cardella, merciajo del suo paesello lontano, afflitto da una cisti enorme alla nuca.
Gli venne di sbuffare; si trattenne a tempo, e sospirò, come uno stupido:
- Eh, già...
Povera figliuola!
Gli rispose un coro di commiserazioni per la sposa.
Il professor Gori se ne sentí all'improvviso come sferzare, e domandò, irritatissimo:
- Dov'è? Potrei vederla?
Il Migri gl'indicò un uscio nel salottino:
- Di là, si serva...
E il professor Gori vi si diresse furiosamente.
Sul lettino, bianco, rigidamente stirato, il cadavere della madre, con un'enorme cuffia in capo dalle tese inamidate.
Non vide altro, in prima, il professor Gori, entrando.
In preda a quell'irritazione crescente, di cui, nello stordimento e nell'impaccio, non riusciva a rendersi esatto conto, con la testa che già gli fumava, anziché commuoversene, se ne sentí irritare, come per una cosa veramente assurda: stupida e crudele soperchieria della sorte che, no, perdio, non si doveva a nessun costo lasciar passare!
Tutta quella rigidità della morta gli parve di parata, come se quella povera vecchina si fosse stesa da sé, là, su quel letto, con quella enorme cuffia inamidata per prendersi lei, a tradimento, la festa preparata per la figliuola, e quasi quasi al professor Gori venne la tentazione di gridarle:
- Sú via, si alzi, mia cara vecchia signora! Non è il momento di fare scherzi di codesto genere!
Cesara Reis stava per terra, caduta sui ginocchi; e tutta aggruppata, ora, presso il lettino su cui giaceva il cadavere della madre, non piangeva piú, come sospesa in uno sbalordimento grave e vano.
Tra i capelli neri, scarmigliati, aveva alcune ciocche ancora attorte dalla sera avanti in pezzetti di carta, per farsi i ricci.
Ebbene, anziché pietà, provò anche per lei quasi dispetto il professor Gori.
Gli sorse prepotente il bisogno di tirarla su da terra, di scuoterla da quello sbalordimento.
Non si doveva darla vinta al destino, che favoriva cosí iniquamente l'ipocrisia di tutti quei signori radunati nell'altra stanza! No, no: era tutto preparato, tutto pronto; quei signori là erano venuti in marsina come lui per le nozze: ebbene, bastava un atto di volontà in qualcuno; costringere quella povera fanciulla, caduta lí per terra, ad alzarsi; condurla, trascinarla, anche cosí mezzo sbalordita, a concludere quelle nozze per salvarla dalla rovina.
Ma stentava a sorgere in lui quell'atto di volontà, che con tanta evidenza sarebbe stato contrario alla volontà di tutti quei parenti.
Come Cesara, però, senza muovere il capo, senza batter ciglio, levò appena una mano ad accennar la sua mamma lí distesa, dicendogli: - Vede, professore? - il professore ebbe uno scatto, e:
- Sí, cara, sí! - le rispose con una concitazione quasi astiosa, che stordí la sua antica allieva.
- Ma tu àlzati! Non farmi calare, perché non posso calarmi! Àlzati da te! Subito, via! Sú, sú, fammi il piacere!
Senza volerlo, forzata da quella concitazione, la giovane si scosse dal suo abbattimento e guardò, quasi sgomenta, il professore:
- Perché? - gli chiese.
- Perché, figliuola mia...
ma àlzati prima! ti dico che non mi posso calare, santo Dio! - le rispose il Gori.
Cesara si alzò.
Rivedendo però sul lettino il cadavere della madre, si coprí il volto con le mani e scoppiò in violenti singhiozzi.
Non s'aspettava di sentirsi afferrare per le braccia e scrollare e gridare dal professore, piú che mai concitato:
- No! no! no! Non piangere, ora! Abbi pazienza, figliuola! Da' ascolto a me!
Tornò a guardarlo, quasi atterrita questa volta, col pianto arrestato negli occhi, e disse:
- Ma come vuole che non pianga?
- Non devi piangere, perché non è ora di piangere, questa, per te! - tagliò corto il professore.
- Tu sei rimasta sola, figliuola mia, e devi ajutarti da te! Lo capisci che devi ajutarti da te? Ora, sí, ora! Prendere tutto il tuo coraggio a due mani: stringere i denti e far quello che ti dico io!
- Che cosa, professore?
- Niente.
Toglierti, prima di tutto, codesti pezzetti di carta dai capelli.
- Oh Dio, - gemette la fanciulla, sovvenendosene, e portandosi subito le mani tremanti ai capelli.
- Brava, cosí! - incalzò il professore.
- Poi andar di là a indossare il tuo abitino di scuola; metterti il cappellino, e venire con me!
- Dove? che dice?
- Al Municipio, figliuola mia!
- Professore, che dice?
- Dico al Municipio, allo stato civile, e poi in chiesa! Perché codesto matrimonio s'ha da fare, s'ha da fare ora stesso; o tu sei rovinata! Vedi come mi sono conciato per te? In marsina! E uno dei testimoni sarò io, come volevi tu! Lascia di qua la tua povera mamma; non pensare piú a lei per un momento, non ti paja un sacrilegio! Lei stessa, la tua mamma, lo vuole! Da' ascolto a me: va' a vestirti! Io dispongo tutto di là per la cerimonia: ora stesso!
- No...
no...
come potrei? - gridò Cesara, ripiegandosi sul letto della madre e affondando il capo tra le braccia, disperatamente.
- Impossibile, professore! Per me è finita, lo so! Egli se ne andrà, non tornerà piú, mi abbandonerà...
ma io non posso...
non posso...
Il Gori non cedette; si chinò per sollevarla, per strapparla da quel letto; ma come stese le braccia, pestò rabbiosamente un piede, gridando:
- Non me n'importa niente! Farò magari da testimonio con una manica sola, ma questo matrimonio oggi si farà! Lo comprendi tu...
- guardami negli occhi! - lo comprendi, è vero? che se ti lasci scappare questo momento, tu sei perduta? Come resti, senza piú il posto, senza piú nessuno? Vuoi dar colpa a tua madre della tua rovina? Non sospirò tanto, povera donna, questo tuo matrimonio? E vuoi ora che, per causa sua, vada a monte? Che fai tu di male? Coraggio, Cesara! Ci sono qua io: lascia a me la responsabilità di quello che fai! Va', va' a vestirti, va' a vestirti, figliuola mia, senza perder tempo...
E, cosí dicendo, condusse la fanciulla fino all'uscio della sua cameretta, sorreggendola per le spalle.
Poi riattraversò la camera mortuaria, ne serrò l'uscio, e rientrò come un guerriero nel salottino.
- Non è ancora venuto lo sposo?
I parenti, gl'invitati si voltarono a guardarlo, sorpresi dal tono imperioso della voce; e il Migri domandò con simulata premura:
- Si sente male la signorina?
- Si sente benone! - gli rispose il professore guardandolo con tanto d'occhi.
- Anzi ho il piacere d'annunziare a lor signori che ho avuto la fortuna di persuaderla a vincersi per un momento, e soffocare in sé il cordoglio.
Siamo qua tutti; tutto è pronto; basterà - mi lascino dire! - basterà che uno di loro...
lei, per esempio, sarà tanto gentile - (aggiunse, rivolgendosi a uno degli invitati) - mi farà il piacere di correre con una vettura al Municipio e di prevenire l'ufficiale dello stato civile, che...
Un coro di vivaci proteste interruppe a questo punto il professore.
Scandalo, stupore, orrore, indignazione!
- Mi lascino spiegare! - gridò il professor Gori, che dominava tutti con la persona.
- Perché questo matrimonio non si farebbe? Per il lutto della sposa, è vero? Ora, se la sposa stessa...
- Ma io non permetterò mai, - gridò piú forte di lui, troncandogli la parola, la vecchia signora, - non permetterò mai che mio figlio...
- Faccia il suo dovere e una buona azione? - domandò, pronto, il Gori, compiendo lui la frase questa volta.
- Ma lei non stia a immischiarsi! - venne a dirgli, pallido e vibrante d'ira, il Migri in difesa della madre.
- Perdoni! M'immischio, - rimbeccò subito il Gori, - perché so che lei è un gentiluomo, caro signor Grimi...
- Migri, prego!
- Migri, Migri, e comprenderà che non è lecito né onesto sottrarsi all'estreme esigenze d'una situazione come questa.
Bisogna esser piú forti della sciagura che colpisce quella povera figliuola, e salvarla! Può restar sola, cosí, senza ajuto e senz'alcuna posizione ormai? Lo dica lei! No: questo matrimonio si farà non ostante la sciagura, e non ostante...
abbiano pazienza!
S'interruppe, infuriato e sbuffante: si cacciò una mano sotto la manica del soprabito; afferrò la manica della marsina e con uno strappo violento se la tirò fuori e la lanciò per aria.
Risero tutti, senza volerlo, a quel razzo inatteso, di nuovo genere, mentre il professore, con un gran sospiro di liberazione seguitava:
- E non ostante questa manica che mi ha tormentato finora!
- Lei scherza! - riprese, ricomponendosi, il Migri.
- Nossignore: mi s'era scucita.
- Scherza! Codeste sono violenze.
- Quelle che consiglia il caso.
- O l'interesse! Le dico che non è possibile, in queste condizioni...
Sopravvenne per fortuna lo sposo.
- No! No! Andrea, no! - gli gridarono subito parecchie voci, di qua, di là.
Ma il Gori le sopraffece, avanzandosi verso il Migri.
- Decida lei! Mi lascino dire! Si tratta di questo: ho indotto di là la signorina Reis a farsi forza; a vincersi, considerando la gravità della situazione, in cui, caro signore, lei l'ha messa e la lascerebbe.
Piacendo a lei, signor Migri, si potrebbe, senz'alcuno apparato, zitti zitti, in una vettura chiusa, correre al Municipio, celebrare subito il matrimonio...
Lei non vorrà, spero, negarsi.
Ma dica, dica lei...
Andrea Migri, cosí soprappreso, guardò prima il Gori, poi gli altri, e infine rispose esitante:
- Ma...
per me, se Cesara vuole...
- Vuole! vuole - gridò il Gori, dominando col suo vocione le disapprovazioni degli altri.
- Ecco finalmente una parola che parte dal cuore! Lei, dunque, venga, corra al Municipio, gentilissimo signore!
Prese per un braccio quell'invitato, a cui s'era rivolto la prima volta; lo accompagnò fino alla porta.
Nella saletta d'ingresso vide una gran quantità di magnifiche ceste di fiori, arrivate in dono per il matrimonio, e si fece all'uscio del salotto per chiamare lo sposo e liberarlo dai parenti inviperiti, che già l'attorniavano.
- Signor Migri, signor Migri, una preghiera! Guardi...
Quegli accorse.
- Interpretiamo il sentimento di quella poverina.
Tutti questi fiori, alla morta...
Mi ajuti!
Prese due ceste, e rientrò cosí nel salotto; reggendole trionfalmente, diretto alla camera mortuaria.
Lo sposo lo seguiva, compunto, con altre due ceste.
Fu una subitanea conversione della festa.
Piú d'uno accorse alla saletta, a prendere altre ceste, e a recarle in processione.
- I fiori alla morta; benissimo; i fiori alla morta!
Poco dopo, Cesara entrò nel salotto, pallidissima, col modesto abito nero della scuola, i capelli appena ravviati, tremante dello sforzo che faceva su se stessa per contenersi.
Subito lo sposo le corse incontro, la raccolse tra le braccia, pietosamente.
Tutti tacevano.
Il professor Gori, con gli occhi lucenti di lagrime, pregò tre di quei signori che seguissero con lui gli sposi, per far da testimoni e s'avviarono in silenzio.
La madre, il fratello, le zitellone, gl'invitati rimasti nel salotto, ripresero subito a dar sfogo alla loro indignazione frenata per un momento, all'apparire di Cesara.
Fortuna, che la povera vecchia mamma, di là, in mezzo ai fiori, non poteva piú ascoltare questa brava gente che si diceva proprio indignata per tanta irriverenza verso la morte di lei.
Ma il professor Gori, durante il tragitto, pensando a ciò che, in quel momento, certo si diceva di lui in quel salotto, rimase come intronato, e giunse al Municipio, che pareva ubriaco: tanto che, non pensando piú alla manica della marsina che s'era strappata, si tolse come gli altri il soprabito.
- Professore!
- Ah già! Perbacco! - esclamò, e se lo ricacciò di furia.
Finanche Cesara ne sorrise.
Ma il Gori, che s'era in certo qual modo confortato, dicendo a se stesso che, in fin dei conti, non sarebbe piú tornato lí tra quella gente, non poté riderne: doveva tornarci per forza, ora, per quella manica da restituire insieme con la marsina al negoziante da cui l'aveva presa a nolo.
La firma? Che firma? Ah già! sí, doveva apporre la firma come testimonio.
Dove?
Sbrigata in fretta l'altra funzione in chiesa, gli sposi e i quattro testimonii rientrarono in casa.
Furono accolti con lo stesso silenzio glaciale.
Il Gori, cercando di farsi quanto piú piccolo gli fosse possibile, girò lo sguardo per il salotto e, rivolgendosi a uno degli invitati, col dito sú la bocca, pregò:
- Piano piano...
Mi saprebbe dire di grazia dove sia andata a finire quella tal manica della mia marsina, che buttai all'aria poc'anzi?
E ravvolgendosela, poco dopo, entro un giornale e andandosene via quatto quatto, si mise a considerare che, dopo tutto, egli doveva soltanto alla manica di quella marsina stretta la bella vittoria riportata quel giorno sul destino, perché, se quella marsina, con la manica scucita sotto l'ascella, non gli avesse suscitato tanta irritazione, egli, nella consueta ampiezza dei suoi comodi e logori abiti giornalieri, di fronte alla sciagura di quella morte improvvisa, si sarebbe abbandonato senz'altro, come un imbecille, alla commozione, a un inerte compianto della sorte infelice di quella povera fanciulla.
Fuori della grazia di Dio per quella marsina stretta, aveva invece trovato, nell'irritazione, l'animo e la forza di ribellarvisi e di trionfarne.
IL MARITO DI MIA MOGLIE
Il cavallo e il bue, ho letto una volta in un libro, di cui non ricordo piú né il titolo né l'autore, - il cavallo e il bue...
Ma sarà meglio lasciarlo stare, il bue.
Citiamo il cavallo soltanto.
Il cavallo - dunque, - che non sa di dover morire, non ha metafisica.
Ma se il cavallo sapesse di dover morire, il problema della morte diventerebbe alla fine, anche per lui, piú grave assai di quello della vita.
Trovare il fieno e l'erba è, certo, gravissimo problema.
Ma dietro questo problema sorge l'altro: "Perchè mai, dopo aver faticato venti, trenta anni per trovare il fieno e l'erba, dover morire, senza sapere per qual ragione si è vissuto?".
Il cavallo non sa di dover morire, e non si fa di queste domande.
All'uomo però, che - secondo la definizione di Schopenhauer - è un animale metafisico (che appunto vuol dire UN ANIMALE CHE SA DI DOVER MORIRE), quella domanda sta sempre davanti.
Ne segue, se non m'inganno, che tutti gli uomini dovrebbero sinceramente congratularsi col cavallo.
E tanto piú quelli animali metafisici che, malati, per esempio, come me, non solo sanno di dover morire tra breve, ma anche ciò che accadrà in casa loro, dopo la loro morte, e senza potersene adontare.
I residui non sono mai limpidi.
L'umor vitale agli sgoccioli s'inacidisce vie piú, di giorno in giorno, dentro di me.
E voglio, riempiendo questi pochi foglietti di carta, procurarmi la soddisfazione sapor d'acqua di mare (soddisfazione che pur non sentirò) di far conoscere a mia moglie, che avevo tutto preveduto.
L'idea m'è nata questa mattina.
E m'è nata perché mia moglie m'ha sorpreso nel corridojo, dietro l'uscio del salotto, cheto e chinato a spiare per il buco della serratura.
- O tu che non sei geloso, - mi gridò, - che stai a far lí? To', guarda! Ti sei finanche tolte le scarpe, per non far rumore.
Mi guardai i piedi.
- Scalzi! - era vero.
E mia moglie intanto rideva fragorosamente.
Che dire? Balbettai sciocchissime scuse: che non spiavo affatto, che solo per curiosità m'ero spinto a guardare: non avevo piú sentito il pianoforte; non avevo veduto andar via il maestro, e cosí...
Ma giuro che le scarpe (con rispetto parlando) me l'ero tolte da un pezzo, senza intenzione.
Mi fanno male.
E lei, la mia cara Eufemia che mi ha sorpreso lí scalzo, dovrebbe sapere perché mi fanno male, e non riderne, almeno davanti a me.
Ho gli edemi ai piedi e, per ingannare il tempo, me li tasto: li premo, vi affondo una ditata e poi sto a guardare come a poco a poco rivenga sú.
Ciò non toglie però che non abbia commesso una imperdonabile sciocchezza.
Ma se lo sapevo, ma se lo so, che mia moglie non può soffrirlo, quel suo maestro di musica! E poi sono certo, certissimo che - finché vivo - ella non mi tradirà.
Non mi ha tradito in tanti anni, e dovrebbe confondersi per un altro pajo di mesi - e poniamo - quattro, sei? Ma no: ella avrebbe pazienza, ne son sicuro, anche se tirassi avanti, cosí, ancora un anno.
E poi, lo conosco, lo conosco bene il marito - (futuro) - di mia moglie! E anche per lui potrei metter le mani sul fuoco che non mi farà il minimo torto, finché il naso mi fumica.
È, s'intende, un mio carissimo amico.
Ottimo giovine.
Giovine, poi, veramente, non tanto.
Quarant'anni, quasi l'età mia.
Ma già, io, come se n'avessi cento; mentre lui, solido, ben piantato nella vita, come in un bosco una quercia; e poi dotato, come dicevano gli antichi, "di tutte quelle buone parti che a fare un perfetto marito si ricercano": castigati costumi, generosa e gentilissima natura.
Lo provano le cure che ha per me.
Quasi ogni giorno, per dirne una, viene con la vettura per farmi prendere una boccata d'aria.
Mi dà il braccio e m'ajuta a scendere pian pianino la scala, obbligandomi a sostare sui pianerottoli, a ogni branca, fin tanto che lui non abbia contato fino a cento; poi mi tasta il polso per sentirne la repenza, mi guarda negli occhi, mi domanda dolcemente:
- Proseguiamo?
- Proseguiamo.
E cosí via, fino in fondo, pian pianino, pian pianino.
Per risalire, dopo la scarrozzata, - egli da una parte, il portinajo dall'altra - mi portano sú in sedia.
Mi sono ribellato, ma invano.
Non posso, è vero, far sette scalini di fila, che l'ansito non mi sopravvenga insopportabile; ma ecco: vorrei che l'amico non si pigliasse tanto fastidio; che il portinajo si facesse almeno ajutare da qualcun altro...
Che! Florestano, se gli fosse possibile, vorrebbe portarmi sú lui solo, senza ajuto.
Via, in fin de' conti, non peso molto (sí e no, quarantacinque chilogrammi, con tutti gli edemi); e poi penso: servendo me, vuol guadagnarsi la felicità futura.
Lasciamolo fare!
Anche mia moglie Eufemia, dall'altro canto, è quasi felice di soffrire per me, e piú vorrebbe, per guadagnarsi anche lei, di fronte alla propria coscienza, il diritto di goder dopo, senz'alcun rimorso.
Onesto diritto, onestissimo compenso, che né la vita né la coscienza possono negarle, e di cui io, ripeto, non debbo adontarmi.
Confesso tuttavia che, piú volte, m'avviene quasi quasi di desiderare che l'uno e l'altra siano due birbaccioni matricolati.
L'onestà dei loro propositi, la squisitezza dei loro sentimenti, diventa spesso per me la piú raffinata delle crudeltà, poiché io, non potendo in nessun modo ribellarmi a quanto avverrà senz'alcun dubbio dopo la mia morte, mi vedo costretto, per esempio, tante volte, a tirarmi tra le gambe il mio piccino, l'unico mio figlioletto, e a mettermi a insegnargli d'amare, d'aver rispetto filiale per colui che sarà fra poco suo secondo padre, e ad ammonirlo perché cerchi di non dargli mai causa, che abbia a lamentarsi di lui.
E gli dico:
- Vedi, Carluccio mio: tu hai le manine sporche.
Come t'ha detto jeri zio Florestano, quando t'ha veduto una cenciata d'inchiostro sul nasino? T'ha detto: "Lavati, Carluccio, o ti catturano, sai!".
Non è mica vero, però: zio Florestano scherza.
Oggi non costuma piú mandare in galera chi ha le mani sporche.
Ma tu lavatele a ogni modo, perché zio Florestano ama i bambini puliti.
Egli è tanto buono e ti vuol tanto bene, Carluccio mio; e anche tu, sai, devi volergliene tanto tanto; e ubbidirlo, sai! sempre; e lasciarlo sempre contento di te.
Hai capito, figlietto mio?
E gli magnifico tutti i regalucci ch'egli, per far piacere a Eufemia, gli porta.
Il povero piccino mio segue i miei consigli, e già lo venera.
L'altro giorno, per esempio, Florestano se lo portò a spasso, e, al ritorno, mi raccontò ridendo che, mentre camminavano insieme, traversando la piazza piena di sole, a un certo punto Carluccio mise un grido, s'arrestò e gli domandò tutt'afflitto:
- T'ho fatto male, zio Florestano?
- No, Carluccio.
Perché?
E il mio piccino, ingenuamente:
- T'ho pestato l'ombra, zio Florestano.
Eh via, no: fino a questo punto, no, povero Carluccio mio! Sei stato proprio sciocchino.
L'ombra, vedi, l'ombra si può calpestare: zio Florestano e la mammina tua la calpesteranno un giorno l'ombra di tuo papà sicuri di non fargli male, poiché, in vita, si saranno guardati bene dal pestargli anche un piede.
Che gara di compitezze fra noi tre! E che grazioso martirio, intanto.
Da povero malato, io vorrei lasciarmi andare come vien viene; invece, mi vedo costretto a tenermi sú, per pesare quanto meno sia possibile su loro, che altrimenti m'userebbero tanti altri riguardi, tante altre premure che mi fanno ribrezzo, talvolta, anzi orrore.
Avrò torto.
Ma questo spettacolo della nostra squisita civiltà, delle nostre continue cerimonie, davanti alla soglia della morte, mi sembra una stomachevole pagliacciata.
Coi guanti gialli, e infinite cortesie, mi vedo dolcemente sospinto da loro fino a questa soglia; e ora mi sembra che mi s'inchinino e mi dicano con un sorriso grazioso sulle labbra:
- Passi pure.
Buon viaggio! E stia sicuro, sa, che noi ci ricorderemo sempre sempre di lei, cosí buono, cosí prudente e ragionevole!
Mi hanno insegnato che bisogna esser sinceri.
Sinceri? Ma la sincerità, per me, a questo punto, vorrebbe dire senz'altro: uccidere.
Dio me ne guardi! Chi mi trattiene?
Parliamo un po' sul serio.
Se io non avessi fede, se io non credessi in Dio, davvero; se credessi invece che la morte sia limite anche all'anima d'ogni avvenire, e che, mancandomi la terra sotto i piedi, il vuoto e null'altro m'accoglierà, credete che Florestano io non lo ammazzerei?
Quando penso, certe notti, nell'insonnia, che egli si coricherà nel mio letto, al posto mio, lí, con tutti i miei diritti su mia moglie e su le cose mie: quando penso che nel lettuccio della camera accanto il figlietto mio, l'orfanello mio, qualche notte forse si metterà a piangere e chiamerà la mamma sua, e penso che egli a mia moglie che vorrà accorrere a vedere che cos'ha il piccino mio che piange, forse dirà: - "Ma no, cara, lascialo piangere; non scendere dal letto; ti raffredderai!" - io, Florestano, vi giuro, lo ammazzerei!
Invece, ogni notte, seduto presso la finestra, me ne sto quieto quieto a contemplare il cielo, a lungo.
C'è una stellina piccola piccola lassú, a cui tengo fissi gli occhi e a cui dico spesso, sospirando:
- Aspettami, verrò!
E ad Eufemia, che è figlia d'un libero pensatore e ostenta di non credere in Dio, ripeto spesso:
- Sciocca, credici: Dio esiste.
E ringrazialo, sai? Ringrazialo.
Eufemia mi guarda, come se le paresse strano che io, Luca Lèuci, possa dirle cosí, io che - secondo lei - non avrei davvero alcun obbligo di crederci, poiché Dio mi tratta male, facendomi morire cosí presto.
Ma lo ringrazierà, quando le verranno tra mano questi pochi foglietti di carta, se ama di cuore il suo Florestano.
Intendo bene che l'unica è di morir presto, qua.
Vedo certe volte Florestano che con gli occhi e coi sospiri si sforza di far capace mia moglie dei desiderii che lo tormentano, pover'uomo! M'immagino allora mia moglie col bel capo biondo reclinato vezzosamente sull'ampio petto quadro di lui, nell'atto di carezzargli appena appena, stirando in sú con due dita, i lunghi peli rossicci del magnifico pajo di baffi...
Oh voluttà! Pazienza anche tu, cara Eufemia mia! E certe paroline di notte, come le hai dette a me, abbracciata con me, le dirai presto, le dirai anche a lui, senza quasi sapere di dirle:
- Tesoro mio...
Ah, caro...
sí, sí...
Caro, caro...
Mi vien da ridere, da ridere.
Tutti e due allora, maravigliati, mi domandano perché ho riso: io dico un motto di spirito, e Florestano osserva:
-Tu sarai vecchio, caro Lèuci, e sempre cosí celione!
Ma spesso anche non riesco a esser celione, come dice l'amico mio.
L'arguzia, senza volerlo, mi diventa mordace, e allora Florestano, in vettura con me, ci soffre a sentirmi parlare.
Io gli dico:
- Se non fosse un brutto posto, ti proporrei, caro Florestano, di metterti un momentino al posto mio.
T'assicuro che ti farebbe lo stesso effetto curioso che fa a me questo poter vedere la vita cosí, come resterà per gli altri, nella certezza che tra poco, forse mentre stai a dirlo, essa per te finirà; e il poter pensare ciò che gli altri faranno ragionevolmente, quando tu non sarai piú.
Parlo chiaro; ma Florestano finge di non comprendere.
E io continuo:
- Caro Florestano, io so, per esempio, la corona di porcellana che verrai a depormi sulla fossa, quando vi giacerò.
Florestano mi dà sulla voce, e io allora mi taccio e, cosí magro magro e pallido e afflitto come sono, mi metto a guardare dal cantuccio della vettura che va a passo per gli aerei viali del Gianicolo, questa dolcezza di sole che tramonta; la vita, come la assaporeranno gli altri, anche amara, che importa? questo grosso sanguigno uomo qua, che mi siede accanto e sospira; mia moglie che a casa, in attesa, anche lei sospira: e anche, senza piú me, il mio piccino, che un giorno, presto, non saprà piú chi ero, com'ero!
- Papà...
E Florestano, voltandosi, gli risponderà sgarbato:
- Che vuoi?
Il marito di tua madre, Carluccio, che non è il tuo papà vero.
Ci pensi?
Ma la vita pure, Carluccio, è cosí bella...
cosí piena...
LA MAESTRINA BOCCARMÈ
Come, passando per un giardino e allungando distrattamente una mano, si bruca un tenero virgulto e se ne sparpagliano in aria le poche foglioline, l'unico fiore; cosí, passando attraverso la vita di Mirina Boccarmè, allora nel suo fiore, un uomo ne aveva fatto scempio per un vano capriccio momentaneo.
Fuggita dalla città, se n'era andata in un paesello di mare del Mezzogiorno a far la maestrina.
Erano passati ormai tant'anni.
Appena terminata la scuola del pomeriggio, la maestrina Boccarmè soleva recarsi alla passeggiata del Molo, e là, seduta sulla spalletta della banchina, si distraeva guardando con gli altri oziosi le navi ormeggiate: tre alberi e brigantini, tartane e golette, ciascuna col suo nome a poppa: "L'Angiolina", "Colomba", "Fratelli Noghera", "Annunziatella", e il nome del porto d'iscrizione: Napoli, Castellammare di Stabia, Genova, Livorno, Amalfi: nomi, per lei che non conosceva nessuna di queste città marinare; ma che, a vederli scritti lí sulla poppa di quelle navi, diventavano ai suoi occhi cose vicine, presenti, d'un lontano ignoto che la faceva sospirare.
E ora, ecco, arrivavano le paranze, una dopo l'altra, con le vele che garrivano allegre, doppiando la punta del Molo; ciascuna aveva già pronte e scelte in coperta le ceste della pesca, colme d'alga ancor viva.
Tanti accorrevano allo scalo per comperare il pesce fresco per la cena; lei restava a guardar le navi, a interessarsi alla vita di bordo, per quel che ne poteva immaginare a guardarla cosí da fuori.
S'era abituata al cattivo odore che esalava dal grassume di quell'acqua chiusa, sulla cui ombra vitrea, tra nave e nave, si moveva appena qualche tremulo riflesso.
Godeva nel vedere i marinaj di quelle navi al sicuro, adesso, là nel porto, senza pensare che a loro forse non pareva l'ora di ritornare a qualche altro porto.
E sollevando con gli occhi tutta l'anima a guardare nell'ultima luce la punta degli alti alberi, i pennoni, il sartiame, provava in sé, con una gioja ebbra di freschezza e uno sgomento quasi di vertigine, l'ansia del tanto, tanto cielo, e tanto mare che quelle navi avevano corso, partendo da chi sa quali terre lontane.
Cosí fantasticando, talvolta, illusa dall'ombra che si teneva come sospesa in una lieve bruma illividita sul mare ancora chiaro, non s'accorgeva che a terra intanto, là sul Molo, s'era fatto bujo e che già tutti gli altri se n'erano andati, lasciandola sola a sentire piú forte il cattivo odore dell'acqua nera sulla spiaggia, che alla calata del sole s'incrudiva.
La lanterna verde del Molo s'era già accesa in cima alla tozza torretta bianca; ma faceva da vicino un lume cosí debole e vano, che pareva quasi impossibile si dovesse poi veder tanto vivo da lontano.
Chi sa perché, guardandolo, la maestrina Boccarmè avvertiva una pena d'indefinito scoramento; e ritornava triste a casa.
Spesso però, la mattina dopo, nell'alba silenziosa, mentre qualche nave con tutte le vele spiegate che non riuscivano a pigliar vento salpava lentamente dal Molo rimorchiata da un vaporino, piú d'un marinajo uscito a respirare per l'ultima volta la pace del porto che lasciava, del paesello ancora addormentato, s'era portata con sé un tratto l'immagine d'una povera donnina vestita di nero che, in quell'ora insolita, dal Molo deserto aveva assistito alla triste e lenta partenza.
Perché piaceva anche, alla maestrina Boccarmè, intenerirsi cosí, amaramente, allo spettacolo di quelle navi che all'alba lasciavano il porto, e s'indugiava lí a sognare con gli occhi alle vele che a mano a mano si gonfiavano al vento e si portavano via quei naviganti, lontano, sempre piú lontano nella luminosa vastità del cielo e del mare, in cui a tratti gli alberi scintillavano come d'argento; finché la campana della scuola non la richiamava al dovere quotidiano.
Quando le scuole erano chiuse per le vacanze estive, la maestrina Boccarmè non sapeva che farsi della sua libertà.
Avrebbe potuto viaggiare, coi risparmii di tanti anni; le bastava sognare cosí, guardando le navi ormeggiate nel Molo o in partenza.
Quell'estate, era accorsa molta gente al paesello per la stagione balneare.
Una folla che non si camminava, nella passeggiata del Molo.
Sfarzi di luce dei magnifici tramonti meridionali, gaj abiti di velo, ombrellini di seta, cappellini di paglia.
Signorone mai viste! E le brave donnine del paese, tutte a bocca aperta e con tanto d'occhi ad ammirare.
Solo la maestrina Boccarmè, niente: come se nulla fosse stato.
Lí, sulla spalletta della banchina, seguitava a guardare i marinai che in qualche nave facevano il lavaggio della coperta, gettandosi allegramente l'acqua dei buglioli addosso, tra salti e corse pazze e gridi e risate.
Se non che, un giorno:
- Mirina!
- Lucilla!
- Tu qua? Sto a guardarti da mezz'ora: "è lei? non è lei?".
Mirina mia, come mai?
E quella signorona, tra lo stupore rispettoso delle brave donnine del paese, abbracciò baciò ribaciò la maestrina Boccarmè con la maggiore effusione d'affetto che la soffocante strettura del busto le permise.
La maestrina Boccarmè, cosí colta all'improvviso, aprí appena appena le mani gracili e pallide a un gesto sconsolato e disse:
- È ormai tanto tempo!
L'angustia d'una rassegnazione, forse neanche piú avvertita, le si disegnò, cosí dicendo, agli angoli degli occhi, appena contrasse la pelle del viso per accompagnare quel gesto delle mani con uno squallido sorriso.
- Tu, piuttosto, come mai qui? - soggiunse, quasi volesse, stornando da sé il discorso, stornare anche dalla sua persona tanto mutata, poveramente vestita, la crudele curiosità dell'amica.
E ci riuscí.
Solo una sorpresa come quella di ritrovare dopo tant'anni e in quello stato un'antica compagna di collegio, poteva distrarre da sé per un momento la bella signora Valpieri.
Richiamata ai suoi casi, non ebbe piú né occhi né un pensiero per l'amica.
- Ah, se sapessi!
E indugiandosi in tanti inutili particolari, senza pensare che Mirina, ignorando luoghi, non conoscendo persone, non avrebbe potuto interessarsene né punto né poco, narrò la sua storia.
Storia dolorosissima, diceva; e sarà stata.
Certo i guizzi di luce delle molte gemme che le adornavano le dita toglievano efficacia ai gesti con cui voleva rappresentare le terribili ambasce per le difficoltà nelle quali il marito l'aveva lasciata.
La maestrina Boccarmè, vedendosi guardata con considerazione dalle signore del paese per l'intimità che le dimostrava quella bella signora forestiera, voleva quasi quasi dare a credere a se stessa che realmente quell'intimità tra lei e la Valpieri ci fosse, pur ricordando bene che, nel collegio, non c'era mai stata, e che anzi lei, di umili natali ed entrata in quel collegio gratuitamente, piú che per la freddezza sdegnosa delle compagne ricche aveva crudelmente sofferto per gli astii biliosi di questa Valpieri, la quale, appartenendo a una nobile famiglia decaduta, non aveva saputo tollerare in cuor suo di vedersi da quelle trattata male e messa a pari con lei.
Ora la Valpieri parlava, parlava, senz'alcun sospetto dell'impressione che gli occhi attenti d'una povera donnina provinciale ricevevano da certe curiose scoperte sul suo viso o nei suoi modi.
- E vedi? Quest'anno qui! - concluse.
- Mi son dovuta contentare di venire per i bagni qui! Me li prescrivono i medici e non posso farne a meno.
Figúrati se ci sarei venuta, altrimenti! Ah che gente! Che paese, Mirina mia! Come fai a starci? E che colonia estiva! Non c'è uomini; tutte donne; tutte rispettabili madri di famiglia! Dio, Dio, mi sento mancare il fiato! Fortuna che ho trovato te! Ho preso in affitto due, non so come chiamarli, antri, tane, dove provo ribrezzo a mettere i piedi.
Le annaffio tutti i giorni con l'acqua d'odore.
Mi rovino.
E tu che fai qui? Dove abiti? Mi fai veder la tua casa?
- La mia casa? - fece con un sorriso impacciato la maestrina Boccarmè.
- Eh, io non ne ho.
La casa della scuola.
Un anditino, una cameretta (sí, bella ariosa) e una cucinetta, che mi ci posso appena rigirare.
- Me la farai vedere - ripeté l'altra, come se non avesse inteso.
- Ah, già! perché tu fai qua la maestra.
Già! Non me lo ricordavo piú.
Maestra elementare, è vero?
- Sono la direttrice, veramente.
Ma insegno anche.
...
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