TUTT'E TRE, di Luigi Pirandello - pagina 8
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Andrea Migri, cosí soprappreso, guardò prima il Gori, poi gli altri, e infine rispose esitante:
- Ma...
per me, se Cesara vuole...
- Vuole! vuole - gridò il Gori, dominando col suo vocione le disapprovazioni degli altri.
- Ecco finalmente una parola che parte dal cuore! Lei, dunque, venga, corra al Municipio, gentilissimo signore!
Prese per un braccio quell'invitato, a cui s'era rivolto la prima volta; lo accompagnò fino alla porta.
Nella saletta d'ingresso vide una gran quantità di magnifiche ceste di fiori, arrivate in dono per il matrimonio, e si fece all'uscio del salotto per chiamare lo sposo e liberarlo dai parenti inviperiti, che già l'attorniavano.
- Signor Migri, signor Migri, una preghiera! Guardi...
Quegli accorse.
- Interpretiamo il sentimento di quella poverina.
Tutti questi fiori, alla morta...
Mi ajuti!
Prese due ceste, e rientrò cosí nel salotto; reggendole trionfalmente, diretto alla camera mortuaria.
Lo sposo lo seguiva, compunto, con altre due ceste.
Fu una subitanea conversione della festa.
Piú d'uno accorse alla saletta, a prendere altre ceste, e a recarle in processione.
- I fiori alla morta; benissimo; i fiori alla morta!
Poco dopo, Cesara entrò nel salotto, pallidissima, col modesto abito nero della scuola, i capelli appena ravviati, tremante dello sforzo che faceva su se stessa per contenersi.
Subito lo sposo le corse incontro, la raccolse tra le braccia, pietosamente.
Tutti tacevano.
Il professor Gori, con gli occhi lucenti di lagrime, pregò tre di quei signori che seguissero con lui gli sposi, per far da testimoni e s'avviarono in silenzio.
La madre, il fratello, le zitellone, gl'invitati rimasti nel salotto, ripresero subito a dar sfogo alla loro indignazione frenata per un momento, all'apparire di Cesara.
Fortuna, che la povera vecchia mamma, di là, in mezzo ai fiori, non poteva piú ascoltare questa brava gente che si diceva proprio indignata per tanta irriverenza verso la morte di lei.
Ma il professor Gori, durante il tragitto, pensando a ciò che, in quel momento, certo si diceva di lui in quel salotto, rimase come intronato, e giunse al Municipio, che pareva ubriaco: tanto che, non pensando piú alla manica della marsina che s'era strappata, si tolse come gli altri il soprabito.
- Professore!
- Ah già! Perbacco! - esclamò, e se lo ricacciò di furia.
Finanche Cesara ne sorrise.
Ma il Gori, che s'era in certo qual modo confortato, dicendo a se stesso che, in fin dei conti, non sarebbe piú tornato lí tra quella gente, non poté riderne: doveva tornarci per forza, ora, per quella manica da restituire insieme con la marsina al negoziante da cui l'aveva presa a nolo.
La firma? Che firma? Ah già! sí, doveva apporre la firma come testimonio.
Dove?
Sbrigata in fretta l'altra funzione in chiesa, gli sposi e i quattro testimonii rientrarono in casa.
Furono accolti con lo stesso silenzio glaciale.
Il Gori, cercando di farsi quanto piú piccolo gli fosse possibile, girò lo sguardo per il salotto e, rivolgendosi a uno degli invitati, col dito sú la bocca, pregò:
- Piano piano...
Mi saprebbe dire di grazia dove sia andata a finire quella tal manica della mia marsina, che buttai all'aria poc'anzi?
E ravvolgendosela, poco dopo, entro un giornale e andandosene via quatto quatto, si mise a considerare che, dopo tutto, egli doveva soltanto alla manica di quella marsina stretta la bella vittoria riportata quel giorno sul destino, perché, se quella marsina, con la manica scucita sotto l'ascella, non gli avesse suscitato tanta irritazione, egli, nella consueta ampiezza dei suoi comodi e logori abiti giornalieri, di fronte alla sciagura di quella morte improvvisa, si sarebbe abbandonato senz'altro, come un imbecille, alla commozione, a un inerte compianto della sorte infelice di quella povera fanciulla.
Fuori della grazia di Dio per quella marsina stretta, aveva invece trovato, nell'irritazione, l'animo e la forza di ribellarvisi e di trionfarne.
IL MARITO DI MIA MOGLIE
Il cavallo e il bue, ho letto una volta in un libro, di cui non ricordo piú né il titolo né l'autore, - il cavallo e il bue...
Ma sarà meglio lasciarlo stare, il bue.
Citiamo il cavallo soltanto.
Il cavallo - dunque, - che non sa di dover morire, non ha metafisica.
Ma se il cavallo sapesse di dover morire, il problema della morte diventerebbe alla fine, anche per lui, piú grave assai di quello della vita.
Trovare il fieno e l'erba è, certo, gravissimo problema.
Ma dietro questo problema sorge l'altro: "Perchè mai, dopo aver faticato venti, trenta anni per trovare il fieno e l'erba, dover morire, senza sapere per qual ragione si è vissuto?".
Il cavallo non sa di dover morire, e non si fa di queste domande.
All'uomo però, che - secondo la definizione di Schopenhauer - è un animale metafisico (che appunto vuol dire UN ANIMALE CHE SA DI DOVER MORIRE), quella domanda sta sempre davanti.
Ne segue, se non m'inganno, che tutti gli uomini dovrebbero sinceramente congratularsi col cavallo.
E tanto piú quelli animali metafisici che, malati, per esempio, come me, non solo sanno di dover morire tra breve, ma anche ciò che accadrà in casa loro, dopo la loro morte, e senza potersene adontare.
I residui non sono mai limpidi.
L'umor vitale agli sgoccioli s'inacidisce vie piú, di giorno in giorno, dentro di me.
E voglio, riempiendo questi pochi foglietti di carta, procurarmi la soddisfazione sapor d'acqua di mare (soddisfazione che pur non sentirò) di far conoscere a mia moglie, che avevo tutto preveduto.
L'idea m'è nata questa mattina.
E m'è nata perché mia moglie m'ha sorpreso nel corridojo, dietro l'uscio del salotto, cheto e chinato a spiare per il buco della serratura.
- O tu che non sei geloso, - mi gridò, - che stai a far lí? To', guarda! Ti sei finanche tolte le scarpe, per non far rumore.
Mi guardai i piedi.
- Scalzi! - era vero.
E mia moglie intanto rideva fragorosamente.
Che dire? Balbettai sciocchissime scuse: che non spiavo affatto, che solo per curiosità m'ero spinto a guardare: non avevo piú sentito il pianoforte; non avevo veduto andar via il maestro, e cosí...
Ma giuro che le scarpe (con rispetto parlando) me l'ero tolte da un pezzo, senza intenzione.
Mi fanno male.
E lei, la mia cara Eufemia che mi ha sorpreso lí scalzo, dovrebbe sapere perché mi fanno male, e non riderne, almeno davanti a me.
Ho gli edemi ai piedi e, per ingannare il tempo, me li tasto: li premo, vi affondo una ditata e poi sto a guardare come a poco a poco rivenga sú.
Ciò non toglie però che non abbia commesso una imperdonabile sciocchezza.
Ma se lo sapevo, ma se lo so, che mia moglie non può soffrirlo, quel suo maestro di musica! E poi sono certo, certissimo che - finché vivo - ella non mi tradirà.
Non mi ha tradito in tanti anni, e dovrebbe confondersi per un altro pajo di mesi - e poniamo - quattro, sei? Ma no: ella avrebbe pazienza, ne son sicuro, anche se tirassi avanti, cosí, ancora un anno.
E poi, lo conosco, lo conosco bene il marito - (futuro) - di mia moglie! E anche per lui potrei metter le mani sul fuoco che non mi farà il minimo torto, finché il naso mi fumica.
È, s'intende, un mio carissimo amico.
Ottimo giovine.
Giovine, poi, veramente, non tanto.
Quarant'anni, quasi l'età mia.
Ma già, io, come se n'avessi cento; mentre lui, solido, ben piantato nella vita, come in un bosco una quercia; e poi dotato, come dicevano gli antichi, "di tutte quelle buone parti che a fare un perfetto marito si ricercano": castigati costumi, generosa e gentilissima natura.
Lo provano le cure che ha per me.
Quasi ogni giorno, per dirne una, viene con la vettura per farmi prendere una boccata d'aria.
Mi dà il braccio e m'ajuta a scendere pian pianino la scala, obbligandomi a sostare sui pianerottoli, a ogni branca, fin tanto che lui non abbia contato fino a cento; poi mi tasta il polso per sentirne la repenza, mi guarda negli occhi, mi domanda dolcemente:
- Proseguiamo?
- Proseguiamo.
E cosí via, fino in fondo, pian pianino, pian pianino.
Per risalire, dopo la scarrozzata, - egli da una parte, il portinajo dall'altra - mi portano sú in sedia.
Mi sono ribellato, ma invano.
Non posso, è vero, far sette scalini di fila, che l'ansito non mi sopravvenga insopportabile; ma ecco: vorrei che l'amico non si pigliasse tanto fastidio; che il portinajo si facesse almeno ajutare da qualcun altro...
Che! Florestano, se gli fosse possibile, vorrebbe portarmi sú lui solo, senza ajuto.
Via, in fin de' conti, non peso molto (sí e no, quarantacinque chilogrammi, con tutti gli edemi); e poi penso: servendo me, vuol guadagnarsi la felicità futura.
Lasciamolo fare!
Anche mia moglie Eufemia, dall'altro canto, è quasi felice di soffrire per me, e piú vorrebbe, per guadagnarsi anche lei, di fronte alla propria coscienza, il diritto di goder dopo, senz'alcun rimorso.
Onesto diritto, onestissimo compenso, che né la vita né la coscienza possono negarle, e di cui io, ripeto, non debbo adontarmi.
Confesso tuttavia che, piú volte, m'avviene quasi quasi di desiderare che l'uno e l'altra siano due birbaccioni matricolati.
L'onestà dei loro propositi, la squisitezza dei loro sentimenti, diventa spesso per me la piú raffinata delle crudeltà, poiché io, non potendo in nessun modo ribellarmi a quanto avverrà senz'alcun dubbio dopo la mia morte, mi vedo costretto, per esempio, tante volte, a tirarmi tra le gambe il mio piccino, l'unico mio figlioletto, e a mettermi a insegnargli d'amare, d'aver rispetto filiale per colui che sarà fra poco suo secondo padre, e ad ammonirlo perché cerchi di non dargli mai causa, che abbia a lamentarsi di lui.
E gli dico:
- Vedi, Carluccio mio: tu hai le manine sporche.
Come t'ha detto jeri zio Florestano, quando t'ha veduto una cenciata d'inchiostro sul nasino? T'ha detto: "Lavati, Carluccio, o ti catturano, sai!".
Non è mica vero, però: zio Florestano scherza.
Oggi non costuma piú mandare in galera chi ha le mani sporche.
Ma tu lavatele a ogni modo, perché zio Florestano ama i bambini puliti.
Egli è tanto buono e ti vuol tanto bene, Carluccio mio; e anche tu, sai, devi volergliene tanto tanto; e ubbidirlo, sai! sempre; e lasciarlo sempre contento di te.
Hai capito, figlietto mio?
E gli magnifico tutti i regalucci ch'egli, per far piacere a Eufemia, gli porta.
Il povero piccino mio segue i miei consigli, e già lo venera.
L'altro giorno, per esempio, Florestano se lo portò a spasso, e, al ritorno, mi raccontò ridendo che, mentre camminavano insieme, traversando la piazza piena di sole, a un certo punto Carluccio mise un grido, s'arrestò e gli domandò tutt'afflitto:
- T'ho fatto male, zio Florestano?
- No, Carluccio.
Perché?
E il mio piccino, ingenuamente:
- T'ho pestato l'ombra, zio Florestano.
Eh via, no: fino a questo punto, no, povero Carluccio mio! Sei stato proprio sciocchino.
L'ombra, vedi, l'ombra si può calpestare: zio Florestano e la mammina tua la calpesteranno un giorno l'ombra di tuo papà sicuri di non fargli male, poiché, in vita, si saranno guardati bene dal pestargli anche un piede.
Che gara di compitezze fra noi tre! E che grazioso martirio, intanto.
Da povero malato, io vorrei lasciarmi andare come vien viene; invece, mi vedo costretto a tenermi sú, per pesare quanto meno sia possibile su loro, che altrimenti m'userebbero tanti altri riguardi, tante altre premure che mi fanno ribrezzo, talvolta, anzi orrore.
Avrò torto.
Ma questo spettacolo della nostra squisita civiltà, delle nostre continue cerimonie, davanti alla soglia della morte, mi sembra una stomachevole pagliacciata.
Coi guanti gialli, e infinite cortesie, mi vedo dolcemente sospinto da loro fino a questa soglia; e ora mi sembra che mi s'inchinino e mi dicano con un sorriso grazioso sulle labbra:
- Passi pure.
Buon viaggio! E stia sicuro, sa, che noi ci ricorderemo sempre sempre di lei, cosí buono, cosí prudente e ragionevole!
Mi hanno insegnato che bisogna esser sinceri.
Sinceri? Ma la sincerità, per me, a questo punto, vorrebbe dire senz'altro: uccidere.
Dio me ne guardi! Chi mi trattiene?
Parliamo un po' sul serio.
Se io non avessi fede, se io non credessi in Dio, davvero; se credessi invece che la morte sia limite anche all'anima d'ogni avvenire, e che, mancandomi la terra sotto i piedi, il vuoto e null'altro m'accoglierà, credete che Florestano io non lo ammazzerei?
Quando penso, certe notti, nell'insonnia, che egli si coricherà nel mio letto, al posto mio, lí, con tutti i miei diritti su mia moglie e su le cose mie: quando penso che nel lettuccio della camera accanto il figlietto mio, l'orfanello mio, qualche notte forse si metterà a piangere e chiamerà la mamma sua, e penso che egli a mia moglie che vorrà accorrere a vedere che cos'ha il piccino mio che piange, forse dirà: - "Ma no, cara, lascialo piangere; non scendere dal letto; ti raffredderai!" - io, Florestano, vi giuro, lo ammazzerei!
Invece, ogni notte, seduto presso la finestra, me ne sto quieto quieto a contemplare il cielo, a lungo.
C'è una stellina piccola piccola lassú, a cui tengo fissi gli occhi e a cui dico spesso, sospirando:
- Aspettami, verrò!
E ad Eufemia, che è figlia d'un libero pensatore e ostenta di non credere in Dio, ripeto spesso:
- Sciocca, credici: Dio esiste.
E ringrazialo, sai? Ringrazialo.
Eufemia mi guarda, come se le paresse strano che io, Luca Lèuci, possa dirle cosí, io che - secondo lei - non avrei davvero alcun obbligo di crederci, poiché Dio mi tratta male, facendomi morire cosí presto.
Ma lo ringrazierà, quando le verranno tra mano questi pochi foglietti di carta, se ama di cuore il suo Florestano.
Intendo bene che l'unica è di morir presto, qua.
Vedo certe volte Florestano che con gli occhi e coi sospiri si sforza di far capace mia moglie dei desiderii che lo tormentano, pover'uomo! M'immagino allora mia moglie col bel capo biondo reclinato vezzosamente sull'ampio petto quadro di lui, nell'atto di carezzargli appena appena, stirando in sú con due dita, i lunghi peli rossicci del magnifico pajo di baffi...
Oh voluttà! Pazienza anche tu, cara Eufemia mia! E certe paroline di notte, come le hai dette a me, abbracciata con me, le dirai presto, le dirai anche a lui, senza quasi sapere di dirle:
- Tesoro mio...
Ah, caro...
sí, sí...
Caro, caro...
Mi vien da ridere, da ridere.
Tutti e due allora, maravigliati, mi domandano perché ho riso: io dico un motto di spirito, e Florestano osserva:
-Tu sarai vecchio, caro Lèuci, e sempre cosí celione!
Ma spesso anche non riesco a esser celione, come dice l'amico mio.
L'arguzia, senza volerlo, mi diventa mordace, e allora Florestano, in vettura con me, ci soffre a sentirmi parlare.
Io gli dico:
- Se non fosse un brutto posto, ti proporrei, caro Florestano, di metterti un momentino al posto mio.
T'assicuro che ti farebbe lo stesso effetto curioso che fa a me questo poter vedere la vita cosí, come resterà per gli altri, nella certezza che tra poco, forse mentre stai a dirlo, essa per te finirà; e il poter pensare ciò che gli altri faranno ragionevolmente, quando tu non sarai piú.
Parlo chiaro; ma Florestano finge di non comprendere.
E io continuo:
- Caro Florestano, io so, per esempio, la corona di porcellana che verrai a depormi sulla fossa, quando vi giacerò.
Florestano mi dà sulla voce, e io allora mi taccio e, cosí magro magro e pallido e afflitto come sono, mi metto a guardare dal cantuccio della vettura che va a passo per gli aerei viali del Gianicolo, questa dolcezza di sole che tramonta; la vita, come la assaporeranno gli altri, anche amara, che importa? questo grosso sanguigno uomo qua, che mi siede accanto e sospira; mia moglie che a casa, in attesa, anche lei sospira: e anche, senza piú me, il mio piccino, che un giorno, presto, non saprà piú chi ero, com'ero!
- Papà...
E Florestano, voltandosi, gli risponderà sgarbato:
- Che vuoi?
Il marito di tua madre, Carluccio, che non è il tuo papà vero.
Ci pensi?
Ma la vita pure, Carluccio, è cosí bella...
cosí piena...
LA MAESTRINA BOCCARMÈ
Come, passando per un giardino e allungando distrattamente una mano, si bruca un tenero virgulto e se ne sparpagliano in aria le poche foglioline, l'unico fiore; cosí, passando attraverso la vita di Mirina Boccarmè, allora nel suo fiore, un uomo ne aveva fatto scempio per un vano capriccio momentaneo.
Fuggita dalla città, se n'era andata in un paesello di mare del Mezzogiorno a far la maestrina.
Erano passati ormai tant'anni.
Appena terminata la scuola del pomeriggio, la maestrina Boccarmè soleva recarsi alla passeggiata del Molo, e là, seduta sulla spalletta della banchina, si distraeva guardando con gli altri oziosi le navi ormeggiate: tre alberi e brigantini, tartane e golette, ciascuna col suo nome a poppa: "L'Angiolina", "Colomba", "Fratelli Noghera", "Annunziatella", e il nome del porto d'iscrizione: Napoli, Castellammare di Stabia, Genova, Livorno, Amalfi: nomi, per lei che non conosceva nessuna di queste città marinare; ma che, a vederli scritti lí sulla poppa di quelle navi, diventavano ai suoi occhi cose vicine, presenti, d'un lontano ignoto che la faceva sospirare.
E ora, ecco, arrivavano le paranze, una dopo l'altra, con le vele che garrivano allegre, doppiando la punta del Molo; ciascuna aveva già pronte e scelte in coperta le ceste della pesca, colme d'alga ancor viva.
Tanti accorrevano allo scalo per comperare il pesce fresco per la cena; lei restava a guardar le navi, a interessarsi alla vita di bordo, per quel che ne poteva immaginare a guardarla cosí da fuori.
S'era abituata al cattivo odore che esalava dal grassume di quell'acqua chiusa, sulla cui ombra vitrea, tra nave e nave, si moveva appena qualche tremulo riflesso.
Godeva nel vedere i marinaj di quelle navi al sicuro, adesso, là nel porto, senza pensare che a loro forse non pareva l'ora di ritornare a qualche altro porto.
E sollevando con gli occhi tutta l'anima a guardare nell'ultima luce la punta degli alti alberi, i pennoni, il sartiame, provava in sé, con una gioja ebbra di freschezza e uno sgomento quasi di vertigine, l'ansia del tanto, tanto cielo, e tanto mare che quelle navi avevano corso, partendo da chi sa quali terre lontane.
Cosí fantasticando, talvolta, illusa dall'ombra che si teneva come sospesa in una lieve bruma illividita sul mare ancora chiaro, non s'accorgeva che a terra intanto, là sul Molo, s'era fatto bujo e che già tutti gli altri se n'erano andati, lasciandola sola a sentire piú forte il cattivo odore dell'acqua nera sulla spiaggia, che alla calata del sole s'incrudiva.
La lanterna verde del Molo s'era già accesa in cima alla tozza torretta bianca; ma faceva da vicino un lume cosí debole e vano, che pareva quasi impossibile si dovesse poi veder tanto vivo da lontano.
Chi sa perché, guardandolo, la maestrina Boccarmè avvertiva una pena d'indefinito scoramento; e ritornava triste a casa.
Spesso però, la mattina dopo, nell'alba silenziosa, mentre qualche nave con tutte le vele spiegate che non riuscivano a pigliar vento salpava lentamente dal Molo rimorchiata da un vaporino, piú d'un marinajo uscito a respirare per l'ultima volta la pace del porto che lasciava, del paesello ancora addormentato, s'era portata con sé un tratto l'immagine d'una povera donnina vestita di nero che, in quell'ora insolita, dal Molo deserto aveva assistito alla triste e lenta partenza.
Perché piaceva anche, alla maestrina Boccarmè, intenerirsi cosí, amaramente, allo spettacolo di quelle navi che all'alba lasciavano il porto, e s'indugiava lí a sognare con gli occhi alle vele che a mano a mano si gonfiavano al vento e si portavano via quei naviganti, lontano, sempre piú lontano nella luminosa vastità del cielo e del mare, in cui a tratti gli alberi scintillavano come d'argento; finché la campana della scuola non la richiamava al dovere quotidiano.
Quando le scuole erano chiuse per le vacanze estive, la maestrina Boccarmè non sapeva che farsi della sua libertà.
Avrebbe potuto viaggiare, coi risparmii di tanti anni; le bastava sognare cosí, guardando le navi ormeggiate nel Molo o in partenza.
Quell'estate, era accorsa molta gente al paesello per la stagione balneare.
Una folla che non si camminava, nella passeggiata del Molo.
Sfarzi di luce dei magnifici tramonti meridionali, gaj abiti di velo, ombrellini di seta, cappellini di paglia.
Signorone mai viste! E le brave donnine del paese, tutte a bocca aperta e con tanto d'occhi ad ammirare.
Solo la maestrina Boccarmè, niente: come se nulla fosse stato.
Lí, sulla spalletta della banchina, seguitava a guardare i marinai che in qualche nave facevano il lavaggio della coperta, gettandosi allegramente l'acqua dei buglioli addosso, tra salti e corse pazze e gridi e risate.
Se non che, un giorno:
- Mirina!
- Lucilla!
- Tu qua? Sto a guardarti da mezz'ora: "è lei? non è lei?".
Mirina mia, come mai?
E quella signorona, tra lo stupore rispettoso delle brave donnine del paese, abbracciò baciò ribaciò la maestrina Boccarmè con la maggiore effusione d'affetto che la soffocante strettura del busto le permise.
La maestrina Boccarmè, cosí colta all'improvviso, aprí appena appena le mani gracili e pallide a un gesto sconsolato e disse:
- È ormai tanto tempo!
L'angustia d'una rassegnazione, forse neanche piú avvertita, le si disegnò, cosí dicendo, agli angoli degli occhi, appena contrasse la pelle del viso per accompagnare quel gesto delle mani con uno squallido sorriso.
- Tu, piuttosto, come mai qui? - soggiunse, quasi volesse, stornando da sé il discorso, stornare anche dalla sua persona tanto mutata, poveramente vestita, la crudele curiosità dell'amica.
E ci riuscí.
Solo una sorpresa come quella di ritrovare dopo tant'anni e in quello stato un'antica compagna di collegio, poteva distrarre da sé per un momento la bella signora Valpieri.
Richiamata ai suoi casi, non ebbe piú né occhi né un pensiero per l'amica.
- Ah, se sapessi!
E indugiandosi in tanti inutili particolari, senza pensare che Mirina, ignorando luoghi, non conoscendo persone, non avrebbe potuto interessarsene né punto né poco, narrò la sua storia.
Storia dolorosissima, diceva; e sarà stata.
Certo i guizzi di luce delle molte gemme che le adornavano le dita toglievano efficacia ai gesti con cui voleva rappresentare le terribili ambasce per le difficoltà nelle quali il marito l'aveva lasciata.
La maestrina Boccarmè, vedendosi guardata con considerazione dalle signore del paese per l'intimità che le dimostrava quella bella signora forestiera, voleva quasi quasi dare a credere a se stessa che realmente quell'intimità tra lei e la Valpieri ci fosse, pur ricordando bene che, nel collegio, non c'era mai stata, e che anzi lei, di umili natali ed entrata in quel collegio gratuitamente, piú che per la freddezza sdegnosa delle compagne ricche aveva crudelmente sofferto per gli astii biliosi di questa Valpieri, la quale, appartenendo a una nobile famiglia decaduta, non aveva saputo tollerare in cuor suo di vedersi da quelle trattata male e messa a pari con lei.
Ora la Valpieri parlava, parlava, senz'alcun sospetto dell'impressione che gli occhi attenti d'una povera donnina provinciale ricevevano da certe curiose scoperte sul suo viso o nei suoi modi.
- E vedi? Quest'anno qui! - concluse.
- Mi son dovuta contentare di venire per i bagni qui! Me li prescrivono i medici e non posso farne a meno.
Figúrati se ci sarei venuta, altrimenti! Ah che gente! Che paese, Mirina mia! Come fai a starci? E che colonia estiva! Non c'è uomini; tutte donne; tutte rispettabili madri di famiglia! Dio, Dio, mi sento mancare il fiato! Fortuna che ho trovato te! Ho preso in affitto due, non so come chiamarli, antri, tane, dove provo ribrezzo a mettere i piedi.
Le annaffio tutti i giorni con l'acqua d'odore.
Mi rovino.
E tu che fai qui? Dove abiti? Mi fai veder la tua casa?
- La mia casa? - fece con un sorriso impacciato la maestrina Boccarmè.
- Eh, io non ne ho.
La casa della scuola.
Un anditino, una cameretta (sí, bella ariosa) e una cucinetta, che mi ci posso appena rigirare.
- Me la farai vedere - ripeté l'altra, come se non avesse inteso.
- Ah, già! perché tu fai qua la maestra.
Già! Non me lo ricordavo piú.
Maestra elementare, è vero?
- Sono la direttrice, veramente.
Ma insegno anche.
- Sí? Hai tanta pazienza?
- Bisogna averne.
- Oh brava; dunque ne avrai un po' anche per me.
Ah, io non ti lascio piú, mia cara.
Sarai l'ancora di salvezza di questa povera naufraga.
Si fermò un momento in mezzo alla via e aggiunse scotendo in aria le belle mani inanellate:
- Naufraga davvero, sai! Sú, sú, non pensiamo a malinconie, adesso.
Andiamo a casa tua.
Quante cose ho da dirti delle nostre compagne di collegio! Ah, ne sentirai di belle! Ma avrai anche tu certamente tante cose da raccontarmi.
- Io? - esclamò la maestrina Boccarmè.
- E che vuoi che abbia da raccontarti io?
Avvezza ormai da tant'anni a vivere tutta chiusa in sé, appena una qualche domanda accennava di volerle entrar dentro, la sviava con una risposta evasiva.
Pervenuta all'edificio della scuola, disse:
- Ecco, se vuoi entrare...
- Ah, - fece quella, alzando il capo a guardare la tabella sul portoncino.
- Stai proprio dentro la scuola?
- Sí; e per entrare in camera mia, vedrai che si deve attraversare una classe: la IV.
- Ah, per questa son brava ancora, forse!
Ed entrando in quella classe, che maraviglie! Guarda! guarda! Le panche allineate, la cattedra, la lavagna, le carte geografiche alle pareti; e quel tanfo particolare della scuola! Volle sedere su una di quelle panche, e, poggiando i gomiti, con la testa tra le mani, sospirò:
- Se sapessi che impressione mi fa!
Varcata poi la soglia della cameretta di Mirina, altre maraviglie! Si mise a batter le mani: che nido di pace! beata solitudine! E, indicando il lettino di ferro, pulitino, con la sua brava coperta a "crocè" fatta in casa e il trasparente e la balza celeste, di mussolina rasata:
- Chi sa che sogni vi fai! Dolci, puri!
Ma disse che lei avrebbe pure avuto una gran paura a dormir sola in una cameretta cosí, con tutte quelle stanze vuote di là, delle classi.
- Ti chiuderai a chiave, m'immagino!
A un tratto, allungando il collo per vedere con l'ajuto dell'occhialetto un ritrattino ingiallito, appeso alla parete, e notando che l'amica, improvvisamente accesa in volto, stava ritta davanti alla scrivania come se volesse appunto nascondere quel ritratto, sorrise e la minacciò col dito furbescamente:
- Ah, mariolina! Anche tu? Lasciamelo vedere.
La scostò dolcemente, ma subito, intravedendo quel ritratto, cacciò un grido.
La maestrina Boccarmè si voltò di scatto, impallidendo, e tutt'e due per un istante si guardarono odiosamente negli occhi.
- Mio cugino.
Lo conosci?
- Giorgio Novi, tuo cugino?
E la Valpieri si nascose la faccia tra le mani.
- Lo conosci? - insistette la maestrina Boccarmè, con quell'istinto aggressivo, quasi ridicolo, delle bestioline innocue.
Ma la Valpieri, scoprendo la faccia ora tutta alterata, senza neppur curarsi di risponderle, cominciò a smaniare, torcendosi le mani:
- Ah Dio mio, Dio mio! È cosí! Di', ne hai notizie, tu?
- Che vuoi dire?
- È cosí; senza dubbio! Ho ragione, credi, d'essere superstiziosa.
Ma perché lo tieni lí, tu, quel vecchio ritratto? Lo hai amato, di' la verità? Eh, lo vedo, poverina.
Fu forse tuo fidanzato?
- Sí, - rispose la maestrina Boccarmè, con un filo di voce.
- E lo tieni ancora lí? - insistette crudelmente l'altra.
- Ma ringrazia Dio, figliuola mia, d'essertene liberata!
Si premette forte le tempie con le mani, strizzando gli occhi e gemendo: - Dio, Dio, Dio! Anche qui in effigie mi perseguita!
- Ma egli ha moglie, figliuoli - disse, quasi trasecolata, la maestrina Boccarmè.
La Valpieri la guardò con un'aria di commiserazione derisoria:
- Già, per te, c'è la moglie.
E tu glielo fai cosí, solitariamente, con quel ritrattino, il tradimento, ho capito! Ma io te ne parlo appunto perché c'è la moglie, e non vorrei essere incolpata domani piú di quanto mi merito.
- Tu? da chi?
- Ma da vojaltri! Non è tuo parente? Ti prego di credere che non si è affatto rovinato per me, come vanno dicendo.
È una calunnia.
- Rovinato?
- Ma sí, ma sí: negozii andati a male, spese pazze! Non per me, sta' bene attenta! Io fui tratta in inganno, vigliaccamente.
E ora, se egli ha commesso, come temo, qualche pazzia, guarda, me ne lavo le mani, me ne lavo le mani!
- Ah, dunque tu?
- Fui tratta in inganno, ti dico; e ora per giunta mi si calunnia.
Viltà sopra viltà.
Eppure, vedi che ti dico, gli avrei perdonato, se non mi perseguitasse da quattro mesi come un canaccio arrabbiato.
Che vuole da me? Lo compatisco: è impazzito; allo sbaraglio.
Ma sono rimasta anch'io Dio sa come, e proprio non posso, non posso venirgli in ajuto.
Dio volesse, ci fosse qualcuno che volesse ajutar me!
La maestrina Boccarmè si sentiva soffocare, tra lo stupore e l'angoscia che quelle notizie le cagionavano e il ribrezzo che le incuteva quella svergognata, la quale, senz'alcun ritegno, aveva osato accostarsi a lei davanti a tutti, là sul Molo, e qua, ora, penetrare nella sua intimità per insudiciarle quell'antico verecondo segreto, ch'era stato lo strazio della sua giovinezza ed era adesso, nel ricordo, il conforto e quasi l'orgoglio unico della sua vita.
La Valpieri intanto, interpretando lo sdegno che spirava dagli occhi di lei, non per sé, ma per il Novi, rincarò la dose delle ingiurie contro l'assente, seguitando a dipingersi come una vittima.
Disse che il Novi, forse, avrebbe potuto ancora salvarsi, se fosse riuscito a trovare la cauzione che bisognava versare per un modesto impiego: poco: dodici o quindici mila lire.
Ma dove trovarle?
- S'ammazzerà, me l'ha scritto! Ora puoi figurarti perché m'ha fatto tanta impressione la vista là del suo ritratto.
Oh, lo dà a tutte, sai, codesto vecchio ritratto.
L'ha dato anche a me.
Altrimenti, non l'avrei certo riconosciuto.
Non ha piú capelli, puoi immaginarti! Ma pensa, pensa intanto alla sua disgraziata famiglia!
- La famiglia? - proruppe a questo punto la maestrina Boccarmè, tutt'accesa di sdegno.
- Avresti dovuto pensarci prima, mi sembra!
- M'accusi anche tu? E non t'ho detto che egli...
- Sí; ma dopo? Quando sapesti che aveva moglie, figliuoli?
- Eh, troppo tardi, carina! - esclamò la Valpieri, con un gesto sguajato.
- Vedo che tu ti riscaldi.
Troppo tardi.
Capisco che voialtri...
Oh Dio, se avessi potuto sospettare che tu...
È curioso che il Novi, mai una parola di te, sai? E io sono proprio venuta a cacciarmi...
S'interruppe: guardò la maestrina Boccarmè e scoppiò in una stridula risata.
- Vattene! - le gridò allora la maestrina, fremente, indicandole l'uscio.
- Eh no, via, - fece la Valpieri, ricomponendosi.
- Mi scacci davvero?
- Sí! Vattene! Vattene! - ripeté la maestrina Boccarmè, pestando un piede, già con le lagrime agli occhi.
- Non posso piú vederti in casa mia!
- Me ne vado, me ne vado da me, - disse la Valpieri alzandosi senza fretta.
- Si calmi, si calmi, signora Direttrice!
Prima d'infilar l'uscio si voltò e aggiunse:
- Buoni sospiri e tanti baci al ritrattino!
E scomparve, ripetendo la stridula risata.
La maestrina Boccarmè, appena sola, strappò quel ritrattino dalla parete e lo scagliò con tanta rabbia sulla scrivania, che il vetro della modesta cornicetta di rame si ruppe.
Poi, andò a buttarsi sul letto e, affondando il volto sul guanciale, si mise a piangere.
Non tanto per l'onta, no; pianse per la miseria del suo cuore scoperta, derisa e quasi sfregiata; pianse per vergogna di quel che aveva fatto, di quel ritrattino che aveva appeso lí alla parete da tanti anni.
Ma non aveva avuto mai, mai un momento di bene fin dalla fanciullezza; aveva già perduto, non pur la speranza, ma perfino il desiderio d'averne nel tempo che ancora le avanzava; e allora, quasi mendicando un ricordo di vita, era ritornata ai giorni del suo maggior tormento, ai soli giorni in cui pure, per poco, aveva sentito veramente di vivere: e aveva cercato quel ritrattino, gli aveva comperato quella cornicetta da pochi soldi, e non perché lo vedessero gli altri lo aveva appeso lí alla parete, ma per sé, per sé unicamente, quasi per far vedere a se stessa che, mentre forse tant'altre maestrine come lei dicevano senz'esser vero, d'avere avuto anch'esse in gioventú il loro romanzetto sentimentale, lei - eccolo là - lo aveva avuto davvero: c'era stato davvero - eccolo là - un uomo nella sua vita.
Come ne aveva riso quella svergognata! Era quasi niente, sí; un povero ritrattino ingiallito; uno dei soliti romanzetti, che, appunto perché soliti, non commuovono piú nessuno; come se l'esser soliti debba poi impedire di soffrirne a chi li abbia vissuti.
Inesperienza, stupidaggine, da bambina chiusa fin dall'infanzia, prima in un orfanotrofio, poi in un collegio.
Ne era uscita da pochi giorni con la patente di maestra, e stava ora nell'attesa angosciosa di un posticino nelle scuole elementari di qualche paesello, privandosi di tutto per pagar la pigione di quello sgabuzzino in città e mantenersi in quell'attesa con le poche centinaja di lire vinte in un concorso di pedagogia, nell'ultimo anno di collegio.
Che provvidenza per lei quel concorso! Ma che sgomento, anche, nel vedersi cosí sola e libera, lei vissuta sempre nella clausura! E s'era trovata una mattina, inaspettatamente, cosí sola lí con un giovanotto che subito s'era messo a parlarle con la massima confidenza, dandole del voi e chiamandola "cara cuginetta".
E per forza, fin dalla prima volta, aveva preteso ch'ella non stesse a quel modo col mento sul petto e non tormentasse con quelle brutte unghie da scolaretta diligente le trine della manica; sú sú, e che lo guardasse negli occhi, cosí, come guarda chi non ha nulla da temere! Per miracolo non s'era messa a piangere, quella prima volta; e con qual fervore aveva poi pregato la Madonna che non glielo facesse piú rivedere.
Ma era ritornato il giorno dopo con un involtino di paste e un mazzolino di fiori, per invitarla ad andare a casa sua: la madre voleva conoscere la nipotina, la figliuola della cara sorella morta da tanti anni.
Era andata; e quella zia, squadrandola da capo a piedi, s'era mostrata dolente di non poterla accogliere in casa perché c'era Giorgio - e qui consigli di prudenza - una lunga predica, che ella, interpretando (com'era facile) il sospetto che moveva la zia a parlare, aveva ascoltato col volto avvampato dalla vergogna.
Due giorni dopo, Giorgio era tornato a visitarla; e allora lei, tutta impacciata, balbettando, s'era sforzata di fargli intendere che non doveva piú venire.
Ma egli aveva accolto con un sorriso la timida preghiera, e il giorno appresso, rieccolo.
Questa volta però gli aveva parlato seriamente: o smetteva, o si sarebbe recata a dirlo alla zia.
Come prima della preghiera, aveva riso adesso della minaccia: "Andasse pure, anzi tanto meglio! Cosí avrebbe avuto il pretesto di confessare alla madre che egli la amava".
Ridendo le dicono gli uomini, queste cose, che a lei in quel punto avevano cagionato tanta angoscia e acceso nel sangue tanto fuoco! Quel giorno stesso aveva cambiato alloggio, senza lasciar traccia di sé.
E ricordava le ambasce nella nuova abitazione in quei quindici giorni che passarono prima che egli la scoprisse; l'incerto timore, forse piú di se stessa che di lui, se il non doverlo piú rivedere le rendeva spinosa di tante smanie la solitudine.
Non sapeva piú vedersi in quella nuova cameretta, pur tanto piú decente della prima; si recava ogni giorno al collegio a trovare la direttrice che le aveva promesso per il prossimo autunno il posticino.
E una sera, appena rientrata, aveva sentito picchiare alla porta e una voce affannata che la scongiurava d'aprire.
Quanto, quanto tempo non lo aveva tenuto lí, dietro la porta, tremando di qua e scongiurandolo a sua volta d'andarsene, di lasciarla in pace, di parlar piano per carità, che i vicini non udissero: era una pazzia, un'infamia, comprometterla a quel modo; via, via! che voleva da lei?
A un tratto, poiché egli non smetteva d'insistere e non se ne sarebbe andato, una risoluzione: s'era rimesso il cappellino, aveva aperto la porta: "Eccomi! Usciamo insieme.
Vieni, vieni".
E qui tutti i ricordi s'accendevano; il cuore già intirizzito s'infocava ancora alla fiamma di quella sera, che tante lagrime versate poi non eran bastate a spegnere.
Proprio tra le fiamme le era parso di camminare; sola con lui, a braccetto con lui, per le vie della città.
E in mezzo al tramenío, al fragore di quelle vie, distinte le parole ch'egli le sussurrava all'orecchio, premendole il braccio col braccio.
Già la chiamava sposina; e cosí sempre, a braccetto, sarebbero andati nella vita.
Bisognava ora vincere l'opposizione della madre.
Ritornando verso casa, già tardi, gli aveva strappato la promessa, anzi il giuramento, che la avrebbe accompagnata soltanto fino alla porta; ma il giuramento era a prezzo d'un bacio.
No! e come mai? per istrada? Ma egli disse che non aveva inteso fino all'uscio di strada, ma sú, fino in cima alla scala: lí il bacio; e poi, sí, l'avrebbe lasciata prima che lei aprisse la porta: lo aveva giurato.
Se non che, dopo il primo bacio, mentre già sola nella cameretta, stordita e tremante di felicità, tentava di spuntarsi il cappellino, ecco di nuovo, attraverso la porta, pian piano, la voce di lui che gliene chiedeva un altro, un altro solo, un altro solo e poi basta: se ne sarebbe andato davvero.
E lei, vinta alla fine, dopo aver detto tante volte di no, di no, vinta e costretta dall'imprudenza, dalla petulanza di lui, aveva riaperto la porta.
Fin qui aveva sempre ricordato la maestrina Boccarmè: tutto il bene.
Come precipitando dalla sommità d'una montagna un torrente trascina con sé le pietre che poi nei mesi asciutti ne segnano il corso, cosí lei, precipitando dalla sua felicità, ora che negli occhi le lagrime le si erano inaridite, andava da venti anni sui sassi della via che il precipizio le aveva segnata; andava, e i piedi piú non le dolevano; andava, e gli occhi stanchi della grigia aridità del greto s'erano rivolti a contemplare la sommità da cui era caduta.
Il cordoglio s'era sciolto, la disperazione s'era composta in un intenso muto rimpianto del bene perduto; e questo rimpianto a poco a poco, nella squallida desolazione, era divenuto un bene per se stesso, l'unico bene.
Dopo quella notte, egli era scomparso; ella lo aveva atteso parecchi giorni; poi s'era recata dalla madre di lui, la quale, senza volere intendere tutto il male che il figlio aveva fatto, se l'era tenuta qualche tempo con sé; venuta la nomina di maestra la aveva avviata al suo destino.
Vent'anni! Quante navi aveva veduto arrivare nel vecchio molo di quel paesello; quante ne aveva vedute ripartire!
Vestita sempre di nero, dolce, paziente e affettuosa con le bambine della scuola, non solo per il ricordo di quanto aveva sofferto a causa della durezza di certe insegnanti, ma anche perché, femminucce, le considerava destinate piú a soffrire che a godere; con quella combinazione della casa nella stessa scuola, se n'era vissuta appartata da tutti, compensandosi in segreto, con l'immaginazione e con le letture, di tutte le angustie e le mortificazioni che la timidezza le aveva fatto patire.
E a poco a poco aveva preso gusto sempre piú a un certo amaro senso della vita che la inteneriva fino alle lagrime talvolta per cose da nulla: se una farfalletta, per esempio, le entrava in camera, di sera, mentre stava a correggere i compiti di scuola, e, dopo aver girato un pezzo attorno al lume, veniva là, sul tavolinetto sotto la finestra, davanti al quale lei stava seduta, a posarlesi lieve lieve sulla mano, come se la notte gliel'avesse mandata per darle un po' di compagnia.
Tra poco avrebbe avuto quarant'anni; e forse sí, il viso le si era un po' sciupato; ma l'anima no; per questo bisogno che aveva di fantasticare in silenzio, di vedere come avvolta nel lontano azzurro d'una favola, lei piccola piccola, tra tutto quel cielo e quel mare, la propria vita.
Guai se non lo avesse sentito piú questo bisogno! Tutte le cose, dentro e attorno, avrebbero perduto ogni senso per lei e ogni valore; e meglio morire allora!
S'alzò dal letto.
S'era tutta spettinata, e aveva gli occhi rossi e gonfi dal pianto.
S'appressò all'unico specchio della cameretta, lí in un angolo, a bilico nel modestissimo lavabo di ferro smaltato.
Si lavò gli occhi, che le bruciavano: prese il pettine per rifarsi i capelli.
Negli anni del collegio, per modestia, ma anche perché le compagne ricche non dicessero che volesse darsi arie da "signorina" per far dimenticare d'esservi stata accolta per carità, aveva tenuto sempre i capelli come all'orfanotrofio, tutti tirati indietro, lisci lisci, senza un nastro, senza un fiocco e annodati stretti alla nuca.
E cosí la aveva vista lui, la prima volta, appena uscita di collegio; e che beffe! come per "le brutte unghie da scolaretta diligente".
Gliel'aveva poi insegnata lui quella pettinatura che, dopo tant'anni, ella usava ancora; una pettinatura un po' goffa, passata da tanto tempo di moda.
Si sciolse i capelli, senza toccare la scriminatura in mezzo, e lasciò cader le due bande in cui li teneva divisi; prese per la punta prima l'una e poi l'altra banda e con lievi colpettini di pettine in sú cominciò ad aggrovigliolarsele per modo che ai due lati della fronte, sulle tempie e fin sugli orecchi, le si gonfiassero boffici e ricce.
Sí: cosí pettinati, i suoi capelli parevano tanti; certo però le incorniciavano male il viso smagrito, già un po' troppo affossato nelle guance; ma cosí erano piaciuti a lui, e non avrebbe saputo pettinarseli altrimenti.
Con quegli occhi ancora gonfi dal pianto e senza quel brio di luce che spesso glieli rendeva arguti e vivaci, si vide come finora non s'era veduta mai; con un infinito avvilimento di pena per quell'immagine con cui per tanto tempo s'era ostinata a rappresentarsi a se stessa.
S'accorse che per gli altri non era, non poteva piú essere cosí.
E come, allora? Si smarrí; e nuove lagrime, piú brucianti delle prime, le sgorgarono dagli occhi.
No! no! Doveva essere ancora cosí! Ancora, passando per le viuzze alte del paesello, popolate d'innumerevoli bambini strillanti, nudi o con la sola camicina sudicia e sbrendolata addosso, ancora voleva esser guardata con amorosa ammirazione da tutte quelle umili mamme delle sue scolarette, che sedevano lí davanti alle porte delle loro casupole e la invitavano, cedendo subito la seggiola, a sedere un po' con loro.
- Oh, guarda! La signora Direttrice!
- Venga qua! Segga qua, signora Direttrice!
Volevano sapere come facesse a incantare le loro bambine con certi discorsi ch'esse non sapevano riferire, ma che dovevano esser belli, sulle api, sulle formichette, sui fiori: cose che non parevano vere.
E lei, a quelle loro maraviglie, sorrideva e rispondeva che lei stessa non avrebbe piú saputo ripetere ciò che aveva potuto dire in iscuola per un caso imprevisto, d'un'ape entrata in classe, d'un geranio che improvvisamente s'era acceso nel sole sul davanzale della finestra.
Povera lí, tra povere, aveva in sé questa ricchezza che godeva di darsi alle care animucce delle sue scolarette ("figlioline mie" come le chiamava); questa facoltà di commuoversi di tutto, di riconoscere in un sentimento suo, vivo, la gioja d'una fogliolina nuova che si moveva all'aria la prima volta, la tristezza della sua cucinetta quando, dopo cena, s'era spenta, e a veder lo squallore della cenere rimasta nei fornelli, ogni sera le sembrava che si fosse spenta per sempre; quel senso di nuovo, per cui, se un uccellino cantava, sapeva sí che quell'uccellino ripeteva il verso di tutti gli altri della sua famiglia, ma sentiva ch'esso era uno, lui, di cui udiva il verso per la prima volta, formato lí, ora, su quella fronda d'albero o su quella gronda di tetto, per una cosa d'ora, nuova nella vita di quell'uccellino.
S'era salvata cosí dalla disperazione.
E ancora, purtroppo, allorché i suoi doveri di maestra erano compiuti, e finite per la giornata le altre cose da fare, se per un momento la stanchezza la vinceva e vedeva d'un tratto precipitar nel vuoto la sua vita, ancora non era riuscita a liberarsi da certe torbide smanie che l'assalivano e le oscuravano lo spirito; ed erano pensieri cattivi, e sogni anche piú cattivi, la notte.
Aver potuto scoprire in sé, nei silenzii infiniti della sua anima, un brulichío cosí vivo di sentimenti, non come una ricchezza propriamente sua, ma del mondo come ella lo avrebbe dato a godere a una creaturina sua; ed esser rimasta nell'angoscia di quella solitudine, cosí staccata per sempre da ogni vita!
S'accorse che s'era fatto bujo nella cameretta e si recò ad accendere il lumetto bianco a petrolio sulla scrivania.
Vide il ritrattino scagliato lí sopra con tanta rabbia, e le parve che non lei col suo atto violento avesse rotto il vetro della cornicetta, ma la stridula risata di quella donnaccia.
Sentí che non poteva ora raccattare quel ritrattino e che non avrebbe potuto piú riappenderlo alla parete, se prima non risarciva in qualche modo la sua anima dal morso velenoso di quella vipera, dallo sfregio vile di quella risata.
Perché lei non era come una che, pur d'ottenere qualcosa, si riceva ingiurie e offese e provi anzi piú vivo nell'umiliazione il godimento della cosa ottenuta.
Lei non voleva ottener nulla; lei era nata per dare.
Fissò gli occhi, improvvisamente accesi, e stette un po' come in ascolto.
Bisognavano a lui dodici o quindici mila lire, da versare a cauzione d'un modesto impiego: glielo aveva detto colei.
Un brivido alla schiena.
Raccolse le mani e, figgendosi la punta delle dita tra gli occhi e le sopracciglia, stette un pezzo cosí.
Poi, sedendo in fretta davanti alla scrivania, cavò di tasca la chiave del cassetto; lo aprí, ne trasse il suo vecchio libretto della Cassa di Risparmio per vedere esattamente quanto avesse messo da parte in tanti anni per la sua vecchiaja, pur sapendo bene che non ammontava a quella cifra.
Erano difatti poco piú di dieci mila lire.
Ma a potere intanto disporre di quelle dieci...
Provò subito il bisogno di dire a se stessa che non lo faceva per lui, per averne in ricambio qualche cosa.
Non voleva niente, lei, piú niente: non che la gratitudine di lui, ma neppure il ricordo: niente! E pensò dapprima di mandar quel denaro senza fargli sapere che glielo mandava lei.
Ma poi per fortuna rifletté che con la presenza di quell'altra in paese, lui, certo ormai senza piú memoria di lei, avrebbe potuto supporre che il soccorso gli veniva da quella, a prezzo di chi sa quale vergogna.
No, no: ad evitare che cadesse in un cosí sciagurato equivoco, bisognava purtroppo ch'ella gli scrivesse e gli dicesse che appunto per la presenza della Valpieri nel paese aveva potuto sapere del bisogno di lui; e che gli mandava quel denaro perché lei non avrebbe saputo che farsene, prima di tutto, e poi perché le era caro far rivivere cosí in sé, per sé sola, il ricordo - non di lui, non di lui! - ma di tutto il male e di tutto il bene che le era venuto un giorno da lui.
Cosí, ecco.
Era la verità.
E cosí, richiamato a questo prezzo dal tempo lontano che lo aveva ingiallito, ravvivato dal sangue di questa nuova ferita, ella avrebbe potuto ora riappendere alla parete il vecchio ritrattino; per sé, unicamente per sé, per sentire ancora, dentro di sé, piú che mai soffuso dell'antica malinconia, il lontano azzurro della sua povera favola segreta, e poter seguitare a guardare con lo stesso animo quel cielo, quel mare, le navi che arrivavano nel vecchio Molo o ne ripartivano all'alba, lente, nel luminoso tremolío di quelle acque distese fino a perdita d'occhio.
Sí, ma se non era l'antico amore a farle da fermento dal piú profondo dell'anima, perché ora quella specie d'ebbrezza che le gonfiava il petto, e quello struggimento che voleva traboccarle in nuove lagrime; non piú brucianti, queste?
Per fortuna lo specchio era là nell'angolo, e la maestrina Boccarmè non vide come s'appuntiva sgraziatamente sulla sua povera bocca appassita quel vezzo che sogliono fare i bambini prima che si buttino a piangere; e il mento, come le tremava.
ACQUA E LÍ
Vi ricordate di Milocca, beato paese, dove non c'è pericolo che la civiltà debba un giorno o l'altro arrivare, guardato com'è dai suoi sapientissimi amministratori? Prevedono costoro, dai continui progressi della scienza, nuove e sempre maggiori scoperte, e lasciano intanto Milocca senz'acqua e senza strade e senza luce.
Vi ricordate?
Ebbene, ne ho saputo una nuova, di quel beato paese, e ve la voglio raccontare, anche a costo che vi debba sembrare inverosimile.
Ma come volete fare, se no, a conoscere le cose vere?
Dunque ho saputo che a Milocca hanno per medico condotto un tal Calajò, che pare goda nel mondo dei medici (fuori, s'intende, del paese) d'una bella reputazione per certi suoi contributi, come li chiamano, allo studio di non so quali malattie, oggi come oggi, disgraziatamente incurabili.
Ma perché mai può esser fatta la scienza medica? Per essere applicata, crede ingenuamente il dottor Calajò.
E lui la applica; come ne ha, del resto, il dovere e come i casi e la discrezione gli consigliano.
Basta questo, perché a Milocca sia inviso a tutti: inviso per principio, senza tener conto dell'esito delle sue applicazioni.
Per esser conseguenti, i Milocchesi non dovrebbero mai chiamare al letto dei loro malati il dottor Calajò.
E difatti mi consta che non lo chiamano, se non proprio all'ultimo momento, cioè quando finiscono di essere Milocchesi e sono soltanto povere bestie atterrite dalla morte imminente.
Di solito, per le malattie lievi (o che in principio credono tali) si servono d'un certo Piccaglione, che tiene in casa la sonnambula, da cui si fa ajutare nelle cure sui generis che impartisce ai malati.
Ecco, Piccaglione è proprio il medico che ci vuole per Milocca: non ha laurea; non la pretende a scienziato; non compromette in nessun modo la scienza, dalla quale pubblicamente s'è messo fuori da sé con quella ridicola sonnambula.
E servendosi di lui si ha poi questo non disprezzabile vantaggio: che si fa a meno del farmacista; perché Piccaglione, tutta la sua farmacia, la porta in tasca, in una scatola che s'apre come un libro, da una parte e dall'altra scompartita in tante caselline, ciascuna con un tubetto di vetro pieno di pallottoline di zucchero intrise d'alcool con le essenze omeopatiche.
Cinque o sei di quelle pallottoline sotto la lingua, e via! Guarigione sicura.
Perché poi, quelli che Piccaglione non riesce a guarire con le sue pallottoline, non li uccide mica lui, ma Calajò, sia maledetto una volta e quando l'hanno chiamato!
Nel sentir queste maledizioni al dottor Calajò, Piccaglione, ch'è un omarino alto un braccio ma con un testone di capelli cosí, si guarda le manine che forse incutono ribrezzo anche a lui, da quanto son gracili, e con certi ditini pallidi e pelosi come bruchi.
Fa il distratto.
Lo domandano d'una cosa e risponde a un'altra.
Le campane delle otto chiese suonano intanto a morto; e il dottor Calajò se ne sta a casa, rintanato.
Non già per paura.
Ha la coscienza tranquilla, lui.
Chiamato, al solito, all'ultimo momento, ha domandato ai parenti del moribondo se non l'hanno chiamato per isbaglio, invece del prete; e se n'è tornato a casa a studiare.
Ah, se i Milocchesi sapessero dove studia il dottor Calajò! In un palco morto, che piglia luce da un occhio ferrato, il quale, nell'ombra muffida e intanfata, s'apre là in fondo, abbarbagliante.
Per non essere disturbato dal chiasso dei figliuoli, ha allogato lí un tavolinetto coi piedi mozzi; salta sulle passinate del palco, curvo per non battere il capo nella copertura del tetto che pende a capanna, e va a ficcare le gambe lunghe distese sotto quel tavolinetto, sedendo su un'assicella posta fra una trave e l'altra; e in quella bella posizione dura quattro e cinque ore, finché la moglie non viene a chiamarlo, o per qualche rara visita o perché già pronto in tavola; e allora - a levarti ti voglio! con quelle povere gambe che non se le sente piú, intormentite e informicolate da tante ore d'immobilità.
Spesso, se il vento schiude nel terrazzino lo sportello per cui si entra in quel palco morto, i colombi e i piccioni della moglie s'affacciano titubanti a curiosare; grugano impauriti, scrollano il capo, a scatti, per sbirciarlo di traverso; poi si voltano, gli lasciano un segno della loro disapprovazione, e via.
E di quelle disapprovazioni lí sono incrostate tutte le travi; ma sono il meno; c'è, piú sensibile, il puzzo lasciato dai gatti, e anche quello dei topi; e poi quell'aria che sa di polvere appassita nell'umido di un'ombra perenne.
Ma Calajò non si scrolla: non avverte nulla, seguita a studiare, senza curarsi né di Piccaglione, né dei Milocchesi: se non lo chiamano, o se lo chiamano all'ultimo momento e muojono come tanti cani.
Già, ma c'è pure a Milocca il farmacista, a cui lozioni e misture, sali e unguenti e veleni e polverine dormono d'un sonno che spesso pare eterno nelle scaffalature della farmacia.
- Eh, lo so, caro dottore, voi dite cosí perché c'è il Municipio che vi paga per stare in ozio, e Piccaglione vi fa comodo.
Ma io? Pensate ai vostri libri, voi; ma scusate: c'è un'intera popolazione che dovrebb'essere affidata alle vostre cure; la vedete morire con le pallottoline di quell'impostore in bocca, e non ve ne fate né scrupolo né rimorso? È obbligo vostro sacrosanto difenderla, questa popolazione, difenderla anche se non vuol esser difesa; difenderla contro la sua ignoranza e la sua pazzia! E non vi parlo di me!
Batti oggi e batti domani, il farmacista ha strappato finalmente al dottor Calajò la promessa che farà una formale denunzia al Prefetto contro Piccaglione, perché gli sia interdetto l'esercizio abusivo della professione di medico.
Apriti cielo! Come si sparge per Milocca la notizia di quella denunzia ancora da scrivere, tutto il paese si mette in subbuglio; sindaco, assessori, consiglieri comunali si precipitano infuriati in casa del dottor Calajò a protestare, a minacciare.
E allora il dottor Calajò, che da anni ha lasciato correre, senza mai aprir bocca con nessuno, insorge contro tutti, indignato, e grida che la denunzia non l'ha ancor fatta, ma la farà, e non solo contro Piccaglione, ma anche contro il sindaco e contro la Giunta e il Consiglio municipale, che osano con tanta arroganza e sfacciataggine proteggere un impostore.
Il caso diventa serio, il fermento del paese cresce d'ora in ora.
Ma ecco farsi avanti, tranquillo e sorridente, l'omarino col suo gran testone di capelli, e quelle sue schifose gracili manine che si muovono molli molli nell'aria a raccomandar prudenza e pazienza.
Con quel gesto, e zitto, come sicuro del fatto suo, dal caffè sulla piazza lo vedono avviarsi pian piano alla casa del suo nemico.
Cava di tasca nel salire la scala un fascio di bigliettini scritti a lapis; e, come il dottor Calajò in persona viene ad aprirgli la porta, prima che abbia tempo di stupirsi della sua visita, gli mette in mano due o tre di quei bigliettini e alza un dito al naso per fargli cenno, da uomo che la sa lunga, di non stare a sprecar fiato inutilmente.
- Leggete; e poi regolatevi come vi pare.
Calajò butta l'occhio su quei bigliettini e:
- Mia moglie? - esclama trasecolato.
Piccaglione, senza scomporsi, risponde:
- Per qualche piccola gastrica occorsa ai vostri figliuoli.
Quello si mette le mani nei capelli, e con gli occhi di chi si sente mancare il terreno sotto i piedi, ripete:
- Mia moglie!
E Piccaglione:
- L'ultimo bigliettino, guardate, non piú tardi di ieri.
Interrogatela.
Non potrà negare.
I vostri figliuoli, dottore, non li ho mai visti, perché i consulti, domande e risposte, sono stati sempre per iscritto, con codesti bigliettini mandati per la donna di servizio, che può esser testimone.
Vedete ora voi, se vi sembra piú il caso di far la denunzia.
Tanto piú che, i vostri figliuoli, vorrei sbagliare, ma ai sintomi che vostra moglie mi descrive temo purtroppo che abbiano la scarlattina, badate!
E, cosí dicendo, Piccaglione volta le spalle e se ne va.
Calajò resta come basito.
Appena può riprender fiato chiama:
- Lucrezia! Lucrezia!
Accorre una povera squallida donna, senz'età, con certi occhi atroci, velati e semichiusi, come se le pàlpebre le pesino, una piú e l'altra meno.
Stretta nelle spalle, ha la gobba, dietro, ben segnata dal giubbino verde sbiadito: la gobba delle povere madri sfiancate dalle cure dei figli e della casa.
Ella non nega.
Non nega e non si scusa.
Dovrebbe accusare, invece; perché quell'uomo che ora piange e si morde le mani dalla rabbia, gridando d'essere stato tradito dalla sua stessa compagna e incolpandola del pericolo mortale che sovrasta ai figliuoli, forse non sa neppur bene quanti siano i suoi figliuoli e chi sia nato prima e chi dopo; non li vede mai; non li ha mai voluti a tavola, perché anche a tavola si porta da leggere e non vuol essere disturbato; potrebbe dire che appunto per questo, per non disturbarlo, gli ha sempre nascosto le lievi infermità dei figliuoli; ma sa che mentirebbe, dicendo cosí, e non lo dice.
La verità è che ella, come tutti i Milocchesi, e anzi con un piú intimo e profondo rancore, vede male la scienza del marito, e ne diffida; lo stima pericoloso, giacché non può non essere per lei una pazzia tutto quel suo accanimento allo studio, là nel palco morto.
Si mette a piangere disperatamente, ma senz'ombra di rimorso, appena egli, nella camera dei bambini, dopo aver loro osservata la gola, si solleva dai lettucci dov'essi giacciono avvampati dalla febbre e con tutte le carnucce prese dal male, e si mette a gridare che sono perduti, perduti, perduti.
Bisogna telegrafare d'urgenza perché dalla città vicina accorra a precipizio un medico munito del siero di Behring.
Ha intanto la generosità di non incrudelire sopra la moglie, e non pensa piú ad altro che a salvare, se può, i suoi bambini.
Purtroppo, ogni rimedio è vano.
I due bambini, a poche ore di distanza l'uno dall'altro muojono; per fortuna, presto, come fanno gli uccellini.
E allora il dottor Calajò può sperimentare in sé il piú spaventoso dei fenomeni: la coscienza, lucidissima, d'essere impazzito.
Ha l'idea astratta del suo dolore, vale a dire del dolore di un padre che abbia perduto a poche ore di distanza due figliuoli; ma gli pare di non sentire nulla realmente, e che pianga come un commediante sulla scena, per l'idea soltanto della terribile sciagura che gli è toccata; piange, infatti, e si dà del buffone e poi sghignazza e grida che non è vero e che non sente nulla.
Il giovane collega accorso dalla città lo guarda sbigottito e cerca di confortarlo.
Conforti che, inutile darli, eppure si danno.
- E ora vedrà, - gli grida Calajò, - ora saranno capaci di dire che li ho uccisi io, i miei figliuoli! Non crede? Ma sí! Mi odiano, mi odiano perché non sono come loro! Qua sono tutti in perpetua attesa di ciò che ci porterà il domani.
Qua non si fabbricano case perché domani, domani chi sa come si fabbricheranno le case; non si pensa a illuminare le strade, perché domani chi sa che nuovi mezzi d'illuminazione scoprirà la scienza, domani! E cosí anch'io dovrei stare in attesa del rimedio di domani, s'intende, per tutti coloro che non hanno la morte in bocca; perché quando l'hanno, eh sono vigliacchi allora, e lo vogliono il rimedio d'oggi, e come lo vogliono!
- Ah sí? - fa il giovane collega.
- E lei, scusi, perché non si mette a fare il medico come lo vogliono a Milocca? Acqua e lí!
- Come, acqua e lí? - domanda stordito Calajò.
E quello:
- Ma sí, illustre collega, acqua, acqua naturale, tinta in rosso o in verde da qualche sciroppino, e lí!
Ebbene, questo consiglio, dato forse per alleviar con una celia il dolore del padre e dello scienziato, si fissa come un chiodo nel cervello del dottor Calajò un po' stravolto dalla doppia sciagura.
Per parecchi giorni s'aggira per casa come una mosca senza capo; ma ogni tanto si ferma e scoppia inattesamente in una fragorosa risata.
Anche di notte balza a sedere sul letto per ridere come un matto.
- Acqua e lí! Sicuro! Acqua e lí!
Si vendicherà.
E senza rimorsi.
Vogliono morire con la bocca dolce, i Milocchesi? Acqua e lí!
La moglie, ridotta com'è un'ombra, non ha piú pace.
E, appena viene a sapere che quel giovane medico l'ha fatta lui, per suo conto, la denunzia, e che Piccaglione, per tutta risposta, senza neanche aspettare l'interdizione, ha fatto fagotto e se n'è andato via con la sonnambula, interroga la propria coscienza e sta in angosciosa perplessità se non abbia l'obbligo d'avvertire segretamente i cittadini di Milocca di guardarsi dal marito, a cui ha dato di volta il cervello.
Siamo, finora, a questo punto.
E non so se fin qui, quanto mi è stato riferito come vero, vi sia sembrato verosimile.
L'inverosimile, signori miei, viene adesso; e me ne dispiace cordialmente per la scienza medica.
L'inverosimile è che hanno ragione loro, i Milocchesi.
Perché da quando il dottor Calajò, per vendicarsi, s'è messo a dar per ricetta agli ammalati quella sua "acqua e lí", gli ammalati - pajono morti - guariscono tutti.
COME GEMELLE
Un lampadino acceso sotto un ritratto di Pio X rischiarava a mala pena la stanzetta, in cui il marchese don Camillo Righi s'era ritirato per non udir le grida della moglie soprapparto.
Ma gli arrivavano pur lí, quelle grida strazianti, e don Camillo era costretto a turarsi forte gli orecchi con tutt'e due le mani, e ristretto, contratto in sé, come se gli abbajassero dal ventre anche a lui quelle doglie, alzava gli occhi pieni di spasimo e d'avvilimento al ritratto di Sua Santità, il quale col bonario sorriso indulgente dell'ampia faccia pacifica pareva consigliasse calma e rassegnazione, calma e rassegnazione al marchesino, figlio d'una sua vecchia guardia nobile, guardia nobile ora anche lui del suo santo successore.
Don Camillo avrebbe forse seguito quel muto augusto consiglio paterno, se avesse avuto la coscienza tranquilla, se un certo rimorso cioè non gli avesse accresciuto la pena per gli spasimi che in quel momento sopportava la moglie.
Né gli riusciva, allora, rintuzzar questo rimorso con tutte quelle considerazioni che, in altro tempo, a mente serena, quando non si sentiva sopra, come ora, lo sdegno divino e la paura del castigo, non solo bastavano a scusare innanzi agli occhi suoi la propria colpa, ma quasi gliela cancellavano del tutto.
Sua moglie, infatti, non era piú, in quel punto, la donna gelida, arcigna, scontrosa, che, per esser lasciata in pace, lo aveva abilitato a cercarsi altrove quel calor d'affetto invano cercato in lei; ma una povera creatura in pericolo che soffriva atrocemente per causa sua, senza poter trovare a quelle sofferenze un compenso, un conforto nell'amore e nella fedeltà di lui.
La pietà non le poteva bastare; e difatti, poc'anzi, ella lo aveva scacciato dalla camera, irritata, non reggendo piú a vederselo davanti cosí compunto e afflitto; e s'era invece stretta, forte forte, alla madre, nicchiando:
- Ah mamma, muojo! Quanto soffro, mamma mia, quanto soffro!
E non poterci far nulla! Gli era sembrata anche bella, in quel momento, cosí trasfigurata dall'orrenda tortura.
Da parecchi minuti le grida erano cessate.
In quel silenzio d'attesa angosciosa, balenò a un tratto al Marchese la speranza che il parto fosse avvenuto, finalmente! e uscí a precipizio dallo stanzino.
S'imbatté però subito in due cameriere che s'avviavano in fretta alla camera della gestante.
- Ancora?
Gli risposero di sí col capo, senza voltarsi, e via.
Nella vasta sala dal soffitto altissimo, arredata di lugubri mobili antichi, davanti a quella camera, trovò l'ostetrico circondato da altri parenti della moglie, accorsi da poco.
- Doglie stanche, - mormorò il medico.
- S'andrà per le lunghe.
Ma stia tranquillo, Marchese: nessun pericolo.
Don Camillo tornava a rinchiudersi nello stanzino, quando un servitore gli s'appressò per annunziargli piano, che qualcuno chiedeva di lui.
- Non posso dare ascolto a nessuno, - rispose il Marchese, seccato.
- Chi è?
- Un vecchietto, non so.
Ha da parlare a Vostra Eccellenza, dice, di cosa grave e che preme.
Don Camillo ebbe un gesto di stizza, comprendendo da chi gli veniva quell'ambasciata.
- Fallo passare, - poi disse.
Quel vecchietto entrò con la titubanza di un pollastro sperduto.
Oppresso dalla ricchezza solenne e austera della casa, e non sentendo piú quasi i proprii piedi su gli spessi tappeti, s'inchinava goffamente a ogni passo.
- So chi vi manda, - gli disse piano il Marchese.
- Sú, che avete da dirmi?
- Signor Marchese, Eccellenza...
la signora Carla...
- Sss...
piano!
- Sissignore, dice...
se può venire un momentino...
- Ora? Non posso, non posso! ditele che non posso, - rispose smaniosamente il Marchese.
- Perché, del resto? Che vuole?
- Le doglie, Eccellenza, - fece timidamente il vecchietto.
- Le sono sopravvenute le doglie.
- Anche a lei? Ora? Le doglie anche a lei?
- Sissignore, Eccellenza.
Son corso io stesso per la levatrice.
Ma Vostra Eccellenza non s'impensierisca: tutto andrà bene, con l'ajuto di Dio.
- Che ajuto di Dio! - scattò don Camillo.
- Questo è il diavolo! La Marchesa, di là...
S'interruppe, scosse le mani; strizzò gli occhi.
Ah, tutt'e due, castigo di Dio! La moglie e l'amante, nello stesso tempo, castigo di Dio!
- Ma come?...
- si provò a domandare, riaprendo gli occhi.
Si vide davanti quel vecchietto imbarazzato e piú che mai smarrito e provò istintivamente il bisogno di levarselo dai piedi.
- Andate, andate, - gli ordinò.
- Dite cosí che...
se posso...
tra poco...
Ora andate, andate!
E scappò a rintanarsi nello stanzino semibujo, con la testa tra le mani, come se temesse proprio di perderla, quella sua povera testa.
Le gambe, lí, gli mancarono: cadde a sedere su una poltrona e vi si contorse, vi si raggomitolò tutto quasi per nascondersi a se stesso: ira, vergogna, angoscia, rimorso gli fecero tale impeto dentro, che s'addentò un braccio e squassò la testa fino a farsi uno strappo nella manica.
Sorse in piedi:
"Ma come?", si domandò di nuovo.
"Carla, le doglie? Dunque, ha sbagliato? Dio, che rovina, che rovina, che rovina!"
Gli sovvenne a un tratto che il medico di là gli aveva detto che per la moglie c'era tempo: si recò al guardaroba lí accanto, trasse la pelliccia e il cappello dall'armadio, e uscí di furia, dicendo al servitore:
- Torno subito!
Appena fuori si cacciò in una vettura, gridando al vetturino l'indirizzo:
- San Salvatore in Lauro, 13.
Un quarto d'ora dopo era nella vecchia piazzetta solitaria.
Salí a sbalzi la scala.
La porta, all'ultimo piano, era accostata.
Fatti pochi passi nella saletta d'ingresso al bujo, don Camillo inciampò in un fantoccio da sarta; all'inciampone, un altro fantoccio dietro a quello gli cadde in testa; il Marchesino, già col piede alzato, se lo trovò fra le gambe; cadde anche lui.
Al fracasso, accorse una vecchia incuffiata, con un lumetto in mano.
Ma don Camillo s'era già alzato e dava un calcio a quell'arnese di vimini.
- Maledetti impicci!
- Signor Marchese, è caduto? s'è fatto male?
- No, niente.
Carla?
- Eh, già ci siamo...
Venga, venga avanti.
Dalla camera attigua tuonò la voce imperiosa di Carla:
- Lasciatemi fare! Voglio passeggiare, e passeggio!
Don Camillo, infatti, la trovò in piedi, discinta e maestosa, coi magnifici capelli fulvi scomposti intorno al bel volto pallido.
- Carla!
- Marchese birbone! Oh, ma che hai, figlio mio? Anche tua moglie? Ho saputo! Sú, sú, coraggio, caro: non è niente! Cosí sembrerà che abbia partorito tu, due volte.
Ahi ahi...
ahi ahi...
Gli posò le mani su le spalle, appoggiò la fronte madida sulla fronte di lui: attese un momento cosí.
- Niente: è passata! Asciúgati la fronte; scusami; e levami un dubbio, Marchese: le hai detto un maschio a tua moglie?
- Non capisco...
- Che ti facesse un maschio?
- Ma no, non le ho detto niente.
- Ti farà una femmina, puoi esserne certo! Va', esci un momentino, ora, e non ti spaventare.
L'avrai subito da me, il maschio: contaci! Subito subito, sí.
Vedo che hai premura.
Don Camillo sorrise, senza volerlo, e si ritirò nella stanzetta attigua.
Bizzarra nei modi e nel linguaggio, pure in quel momento, che differenza!
Uggito, oppresso, contrariato in tutto e per tutto dalla moglie, egli, solo a vedere questa donna, ecco, si sentiva subito tutto rianimato: un altro.
Che donna! Spregiudicata e franca, con l'esuberanza d'una vitalità indiavolata, talvolta anche indiscreta nella furia di fare il bene, sincera, veemente, affettuosa, gli aveva comunicato un fuoco, un fervore, di cui non si sarebbe mai sentito capace.
E che fierezza! Non aveva voluto mai accettar da lui, se non qualche regaluccio di poco conto, come testimonianza d'affetto.
- Sono piú ricca di te, - soleva dirgli.
- Cucio e mangio!
Serviva difatti le piú cospicue famiglie aristocratiche e borghesi, ed era stata anche la sarta della marchesa Righi; ma s'era veduta cosí maltrattata da costei, cosí contrariata anch'essa nei suoi gusti, nei suoi suggerimenti, che aveva giurato di vendicarsi, non tanto per il dispetto che ne aveva provato, quanto per pietà di quel povero Marchesino che con gli occhi le aveva sempre dimostrato d'esser d'accordo con lei, d'esser una vittima anche lui di quella donna magra, sgarbata, insoffribile.
E da un anno e mezzo, il marchesino Righi, amato da Carla, si sentiva proprio un altr'uomo.
Un ululo lungo, quasi ferino, scosse don Camillo da queste riflessioni.
Balzò in piedi.
Udí la voce della levatrice, che diceva di là:
- Fatto! Zitta.
Brava.
Padre, dunque! Ecco, già padre! Una strana ansia lo prese di veder la creaturina che in quel momento entrava nella vita, per lui.
Ma due, due, in quella stessa notte, signore Iddio! Forse in quel punto stesso, nel suo palazzo, nasceva un'altra creaturina, pur sua.
Ed egli era ancora qua! L'ansia, a questo pensiero, diventò smania.
Ancora? ancora?
- Signor Marchese!
Don Camillo accorse.
Carla, dal letto, pallidissima, abbandonata, gli sorrise.
- Femmina, sai? Troverai il maschietto di là.
Va', dammi un bacio, e scappa, caro!
Il Righi si chinò a baciarla appassionatamente; ma prima di scappare a casa, volle veder la bambina.
Se ne pentí.
Vide un mostriciattolo ancor tutto paonazzo, che incuteva ribrezzo.
- Vedrà, eh vedrà fra qualche ora...
- gli disse però la levatrice.
- Piú bella della mamma!
Poco dopo, rientrando nel suo palazzo, il Marchesino non poté piú ricordarsi di ciò che aveva lasciato nella piazzetta solitaria di San Salvatore in Lauro.
Sua moglie era morta di parto, da mezz'ora, lasciando, mal viva, una povera bambina.
Passarono piú di tre mesi prima che il marchese don Camillo Righi si recasse a rivedere la sua amante e l'altra sua bambina.
Trovò Carla che lo aspettava, sicura del suo ritorno; vestita di nero.
Dapprima, vedendola, non se n'accorse nemmeno; tanto gli parve naturale.
Carla non cercò in alcun modo di confortarlo; gli domandò soltanto notizie della piccina, che don Camillo aveva dato a balia.
- Tre balie in pochi giorni.
Se vedessi: uno scheletrino! Non so piú che fare.
Mi si sono dimostrati tutti d'un cuor duro, d'un cuor nero...
- I parenti di lei?
- Figúrati! M'hanno lasciato solo! Intanto ho paura che anche quest'altra balia non abbia latte abbastanza.
Le espresse il desiderio di rivedere la bambina.
- L'avete battezzata?
- Non ancora.
Ho voluto aspettare che tu disponessi.
La vecchia zia la recò.
Com'era bella, ah com'era bella, questa! Invece di rallegrarsene, don Camillo si mise a piangere pensando all'altra là, misera, orfana, digraziata.
Carla gli cinse lievemente il collo con un braccio:
- Senti, Millo, - gli disse: - quella tua povera piccina senza mamma...
Se tu volessi...
Sai? avrei latte per due...
E gli occhi le brillarono subito di lagrime.
Don Camillo ebbe un brivido di tenerezza per tutte le fibre; si nascose il volto con le mani e, rompendo in singhiozzi, le abbandonò il capo sul grembo.
Oh, no, no: egli, nella sciagura che lo aveva atterrato, messo in guerra con tutti e con se stesso, non poteva piú fare a meno di quella donna fervida e forte.
Risolvette d'allontanarsi per sempre da Roma.
Si sarebbe ritirato nelle sue terre di Fabriano.
Pregò Carla d'accettare per suo amore quel rifugio; si mise d'accordo con lei, e la fece partire avanti, con la bambina e quella vecchia zia.
Dopo una ventina di giorni, sistemato tutto, partí anche lui per la campagna, con la povera piccina senza madre.
Fin dal primo momento Carla ebbe per lei affetto e cure piú che materni.
Tanto che don Camillo stesso provò quasi rimorso per quell'altra bambina, ch'era pur sua, temendo non fosse trascurata troppo.
- No, che dici? Milluccia, per il momento, non ha tanto bisogno di me.
Tinina sí, invece.
Ma già, vedi, vedi come s'è fatta bella?
Era rifiorita veramente, in quei pochi giorni, la povera bambina, con la primavera che rideva e brillava dalla campagna a tutte le finestre della villa piena di sole.
Ancora, messa accanto all'altra, nel lettuccio comune, pareva piú piccina.
- Ma vedrai fra qualche mese.
Sembreranno proprio come gemelle, e non sapremo piú distinguere l'una dall'altra.
Don Camillo Righi sapeva dell'indignazione che aveva cagionato a Roma, nei parenti e negli amici, la notizia scandalosa ch'egli aveva dato ad allevar la figliuola alla propria amante.
Ma voleva che venissero qua, tutti, a vedere quelle due piccine, l'una accanto all'altra, e l'amore e le cure di quella madre per esse.
- Imbecilli!
FILO D'ARIA
Sfavillío d'occhi, di capelli biondi, di braccini, di gambette nude, impeto di riso che, frenato in gola, scatta in gridi brevi, acuti - quella furietta di Tittí entrò, s'avventò al balcone della stanza per aprir la vetrata.
Arrivò appena a girar la maniglia: un ruglio aspro, roco, come di belva sorpresa nel giaccio, l'arrestò di botto, la fece voltare, atterrita, a guardar nella stanza.
Bujo.
Gli scuri del balcone erano rimasti accostati.
Abbagliata ancora dalla luce da cui veniva, non vide; sentí spaventosamente in quel bujo la presenza del nonno sul seggiolone: immane ingombro affardellato di guanciali, di scialli grigi a scacchi, di coperte aspre pelose; tanfo di vecchiaja tumida e sfatta, nell'inerzia della paralisi.
Ma non quella presenza la atterriva.
La atterriva il fatto, che avesse potuto dimenticare per un momento che lí in quel bujo degli scuri sempre accostati, ci fosse il nonno e che ella avesse potuto trasgredire, senza punto pensarci, all'ordine severissimo dei genitori, da tanto tempo espresso e sempre osservato da tutti, di non entrare cioè in quella stanza se non dopo aver picchiato all'uscio e chiestane licenza (come si dice?): -Permetti nonnino? - ecco, cosí, e poi pian pianino, in punta di piedi, senza fare il minimo rumore.
Quel primo impeto di riso sull'entrare le smorí subito in un ansito, prossimo a ingrossarsi in singhiozzi.
Quatta quatta, allora, la bimba tremante e in punta di piedi, non supponendo che il vecchio abituato a quella penombra cupa, la vedesse; credendosi non veduta, s'avviò verso l'uscio.
Stava per toccar la soglia, allorché il nonno la chiamò a sé con un "Qua!" imperioso e duro.
La bimba s'accostò, ancora in punta di piedi, sospesa, sbigottita, trattenendo il respiro.
Cominciava adesso a discernere anche lei nella penombra.
Intravide i due occhi aguzzi, cattivi, del nonno e subito abbassò i suoi.
In quegli occhi, entro le borse enfiate acquose delle palpebre, la cui rossedine scialba faceva pensare con ribrezzo al contatto viscido d'una tarantola, pareva si fosse raccolta, vigilante in un assiduo terrore e intensa d'astio muto e feroce, l'anima del vecchio cacciata da tutto il resto del corpo già invaso e reso immobile dalla morte.
Soltanto, ma proprio appena, egli poteva ancora tentare di muovere una mano, la sinistra, dopo essersela guardata a lungo, con quegli occhi, quasi a infonderle il movimento.
Lo sforzo di volontà, arrivato al polso, riusciva a stento a sollevare un poco dalle coperte quella mano; ma durava un attimo; la mano ricadeva inerte.
Il vecchio s'ostinava di continuo in quell'esercizio di volontà, perché quel lieve moto momentaneo, ch'egli poteva ancor trarre dal corpo, era per lui la vita, tutta quanta la vita, in cui gli altri si movevano liberamente, a cui gli altri partecipavano interi, a cui ancora poteva partecipare anche lui, ma ecco: per quel tanto e non piú.
- Perché...
il balcone?...
- barbugliò con la lingua imbrogliata, alla nipotina.
Questa non rispose.
Seguitava a tremare.
Ma in quel tremito il vecchio avvertí subito qualcosa di nuovo.
Avvertí che non era quel solito tremito di paura, a stento represso dalla piccina, ogni qual volta il padre o la madre la costringevano ad accostarsi a lui.
C'era la paura, ma c'era anche qualcos'altro, sotto, soffocato dalla paura per quel suo aspro, improvviso richiamo: qualcos'altro, per cui il tremito di tutta la bambina diveniva fremito.
Un fremito strano.
- Che hai? - le domandò.
La piccina, osando appena alzar gli occhi, rispose:
- Nulla.
Ma anche nella voce, anche nell'alito della bimba, ora, il vecchio avvertí qualcosa d'insolito.
E ripeté con piú astio:
- Che hai?
Uno scoppio di singhiozzi.
E subito dopo la piccina si buttò a terra, convulsa, gridando e dibattendosi tra quei singhiozzi, con una violenza e una furia, che tanto piú oppressero e irritarono il vecchio, in quanto anch'esse gli parvero insolite.
Accorse nella stanza la nuora, gridando:
- Oh Dio, Tittí, ch'è stato? Ma come? qua? che t'è preso? Sú...
sú...
ferma! Sú, con mamma tua...
Come sei entrata qui? Che dici? Cattivo? Chi? Ah...
Nonno cattivo? Tu, cattiva...
Nonno, nonno, che ti vuol tanto bene...
Ma che è stato?
Il vecchio, a cui fu rivolta l'ultima domanda, guatò feroce la bocca rossa ridente della nuora, poi il bel ciuffo di capelli biondo-dorati, che la piccina le scompigliava su la fronte con una mano, dibattendosi ora in braccio a lei, e facendo impeto per costringerla a uscir subito da quella stanza.
- Tittí, ahi! i miei capelli...
Dio, Dio...
me li strappi tutti...
uh...
tutti i capelli di mamma, cattivona! Hai visto? Guarda...
tutti i capelli di mamma tra le dita...
i capelli di mamma tua...
guarda, guarda...
E di tra le dita aperte della manina trasse uno e poi un altro e poi un altro filo d'oro, ripetendo:
- Guarda...
guarda...
guarda...
La bimbetta, subito impressionata, che davvero avesse strappati tutti i capelli di mamma, si voltò a guardarsi la manina con gli occhi pieni di lagrime.
Non vedendo nulla, e udendo invece una risata larga, allegra, della mamma, diventò di nuovo furente, piú furente, e la costrinse a scappar via dalla stanza.
Il vecchio ansimava forte.
Una domanda gli gorgogliava dentro, inasprendogli l'astio di punto in punto.
- Ma che hanno? che hanno?
Anche negli occhi, anche nella voce, anche in quella risata della nuora, nel gesto con cui dai ditini della bimba aveva tratto i capelli strappati, prima uno e poi un altro e poi un altro, aveva avvertito alcunché d'insolito, di straordinario.
No, non erano, né la bimba né la nuora, come tutti gli altri giorni.
Che avevano?
E l'astio gli crebbe maggiormente, allorché, chinando gli occhi sulla coperta stesa sulle gambe, vi avvistò uno di quei capelli della nuora, che, forse spinto nell'aria mossa dalla risata, era venuto lieve lieve a posarsi lí, su le sue gambe morte.
S'accaní a lungo allora a sospingere la mano su quelle gambe per accostarla a poco a poco, a piccoli sbalzi, a quel capello, che gli era odioso come uno scherno.
E affannato in questo sforzo che, già protratto invano per una mezz'ora, lo aveva stremato, lo trovò il figliuolo, il quale ogni mattina, prima d'uscir di casa per i suoi affari, si recava in camera di lui a salutarlo.
- Buon giorno, babbo!
Il vecchio levò il capo.
Uno sguardo opaco e torbido, di stupore pauroso, gli dilatava gli occhi.
Anche il figlio?
Questi credette che il padre lo guardasse cosí per fargli intendere che s'era avuto a male della disubbidienza della nipotina, e s'affrettò a dirgli:
- Quel diavoletto, è vero? t'ha disturbato.
Senti? piange ancora di là...
L'ho sgridata, l'ho sgridata.
Addio, papà.
Ho fretta.
A piú tardi eh? Or ora verrà la Nerina.
E se n'andò.
Il vecchio lo seguí con gli occhi, ancor pieni di stupore e di paura, fino all'uscio.
Anche lui, il figlio! Non gli aveva detto mai con quel tono: - Buon giorno, babbo! -.
Perché? Che sperava? S'erano tutti accordati contro di lui? Che era avvenuto? Quella bimba, entrata dapprima, tutta sussultante...
poi la madre, con quella risata...
per i suoi capelli strappati...
ora il figlio, anche il figlio con quell'allegro: -Buon giorno, babbo!
Qualche cosa era accaduta, o doveva accadere quel giorno, che volevano tenergli nascosta.
Ma che cosa?
S'erano appropriato il mondo, figlio, nuora, nipotina; il mondo creato da lui, in cui li aveva messi.
Non solo; ma anche il tempo s'erano appropriati, come se ancora nel tempo non ci fosse anche lui! Come se non fosse anche suo, il tempo, non lo vedesse, non lo respirasse, non lo pensasse anche lui! Egli respirava ancora, vedeva tutto e piú, piú di loro vedeva, e pensava tutto!
Un guazzabuglio d'immagini, di ricordi, come in un balenío d'uragano, gli tumultuava nello spirito.
La Plata, le pampas; i paduli salsugginosi dei fiumi perduti, gli armenti innumerevoli scalpitanti, belanti, annitrenti, muglianti.
Là, dal nulla, in quarantacinque anni, aveva edificato la sua fortuna, avvalendosi d'ogni mezzo, d'ogni arte, carpendo il momento o preparando e covando con lunga astuzia le insidie: prima guardiano d'armenti, poi colono, poi addetto ai grandi appalti di linee ferroviarie, poi costruttore.
Tornato in Italia, dopo i primi quindici anni, aveva preso moglie, e subito dopo la nascita di quell'unico figlio, era ritornato laggiú, solo.
Gli era morta la moglie, senza ch'egli l'avesse piú riveduta; il figliuolo, affidato ai parenti materni, gli era cresciuto senza che egli lo conoscesse.
Quattr'anni addietro era rimpatriato infermo, quasi moribondo: orribilmente gonfio dall'idropisia, ossidate le arterie, rovinato il rene, rovinato il cuore.
Ma non s'era dato per vinto: pur cosí, coi giorni, forse con le ore contate, aveva voluto comperare a Roma alcuni terreni per nuove costruzioni, e subito, aveva cominciato i lavori facendosi trasportare su una sedia a ruote nei cantieri, per vivere in mezzo agli operai, nel trambusto dell'opera: scabro come una roccia, tumefatto, enorme: di quindici giorni in quindici giorni s'era fatto cavar dal ventre il siero a litri, e via di nuovo tra i lavori, finché un colpo d'apoplessia, due anni fa, non lo aveva fulminato, là su quella sedia, pur senza finirlo.
La grazia di morir su la breccia non gli era stata concessa.
Da due anni perso in tutto il corpo, si macerava nell'attesa dell'ultima fine, pieno d'astio per quel figlio tanto diverso da lui, a lui quasi sconosciuto, che, senza bisogno, liquidati i lavori e investita in rendita l'ingente ricchezza paterna, seguitava nelle sue modeste occupazioni legali, quasi per negare a lui ogni soddisfazione e vendicar la madre e se stesso del lungo abbandono.
Nessuna comunione di vita, di pensieri, di sentimenti con quel figlio.
Egli lo odiava, sí, e odiava quella nuora e quella bimba; sí, sí, li odiava, li odiava perché lo lasciavano fuori della loro vita e neanche...
e neanche volevan dirgli che cosa era accaduto quel giorno, per cui tutti e tre gli apparivano cosí diversi dal solito.
Grosse lagrime gli stillarono dagli occhi.
Dimentico affatto di ciò che per tanti anni era stato, s'abbandonò al pianto come un bambino.
Di quel pianto, Nerina, la servetta, non fece alcun caso, quando poco dopo entrò per custodirlo.
Era pieno d'acqua, il vecchio: niente di male, se ne buttava un po' dagli occhi.
- E, cosí pensando, gli asciugò con poco garbo la faccia; poi prese la ciotola del latte, v'intinse una prima savojarda e cominciò a imboccarlo.
- Mangi, mangi.
Egli mangiò, ma spiando sottecchi la servetta.
A un certo punto, la intese sospirare, ma non di stanchezza, né di noja.
Alzò subito gli occhi a guatarla in viso.
Ecco: stava per trarre un altro sospiro, quella smorfiosa.
Vedendosi guardata, invece di lasciarlo andare, ora lo soffiava per le nari, scrollando il capo, come stizzita.
E perché s'era fatta cosí, a un tratto, rossa? Che aveva anche lei, quel giorno?
Tutti, tutti, dunque, avevano qualche cosa d'insolito, quel giorno? Non volle piú mangiare.
- Che hai? - domandò anche a lei, con ira.
- Io? che ho? - fece la servetta, stordita dalla domanda.
- Tu...
tutti...
che è? che avete?
- Ma nulla...
io non so...
che cosa mi vede?
- Sospiri!
- Io? ho sospirato? Ma no! O forse, senza volerlo.
Non ho proprio nulla, da sospirare.
E rise.
- Perché ridi cosí?
- Come rido? Rido perché...
perché lei dice che ho sospirato.
E seguitò a ridere piú forte, irrefrenabilmente.
- Vattene! - le gridò allora il vecchio.
Sul tardi, quando venne il medico per la visita consueta e rientrarono nella camera la nuora, il figlio, la nipotina, il sospetto covato tutto il giorno, anche durante il sonno, che qualcosa fosse avvenuto, che tutti gli volessero tener nascosto, diventò certezza; chiara, lampante.
Erano tutti d'accordo.
Parlavano davanti a lui di cose aliene, per distrar la sua attenzione; ma l'intesa segreta traspariva evidentissima dai loro sguardi.
Non s'erano mai guardati cosí tra loro! I gesti, la voce, i sorrisi non s'accordavano affatto con ciò che dicevano.
Tutto quel fervore di discussione per le parrucche, per le parrucche che tornavan di moda!
- Ma verdi, scusi? verdi, violette? - gridava la nuora, tutta vermiglia, con una collera finta, tanto finta che non riusciva a impedire alla bocca di ridere.
Rideva per conto suo, quella bocca.
E da sé le mani si levavano a carezzare i capelli, come se per sé i capelli volessero la carezza di quelle mani.
- Capisco, capisco...
- rispondeva il medico, con la beatitudine dipinta in tutto il faccione di luna piena.
- Quando si hanno i suoi capelli, signora mia, nasconderli sotto una parrucca sarebbe un peccato.
Il vecchio tratteneva ormai a stento il furore.
Avrebbe voluto cacciarli via tutti dalla stanza con un urlo di belva.
Ma appena il medico si licenziò e la nuora con la bambina per mano si recò ad accompagnarlo fino alla porta, il furore scoppiò sul figlio rimasto solo con lui.
Lo investí con la stessa domanda rivolta invano alla nipotina, alla servetta:
- Che avete? perché siete tutti cosí oggi? che è avvenuto? che mi nascondete?
- Ma nulla, babbo! Che vuoi che ti si nasconda? - rispose il figlio, stupito, afflitto.
- Siamo...
non so, come siamo sempre stati.
- Non è vero! Avete qualche cosa di nuovo: io lo vedo! io lo sento! Ti pare che non veda nulla, che non senta nulla, perché sono cosí?
- Ma io non so proprio, babbo, che cosa tu veda di nuovo in noi.
Non è avvenuto nulla, te l'ho giurato, torno a giurartelo! Via, via, sta' tranquillo!
Il vecchio si calmò alquanto, per l'accento di sincerità del figliuolo, ma non rimase convinto.
Che c'era qualcosa di nuovo, era indubitabile.
Lo vedeva, lo sentiva in loro.
Ma che cosa?
La risposta, quand'egli restò solo nella stanza, gli venne tutt'a un tratto dal balcone, silenziosamente.
Rimasto dalla mattina con la maniglia girata dalla bimba, ora, nella prima sera, ecco quel balcone si schiuse pian piano, un poco, a un filo d'aria.
Il vecchio, dapprima, non se n'accorse; ma sentí tutta la stanza empirsi d'un delizioso inebriante profumo che saliva dai giardini che circondavano la casa.
Si volse, e vide una striscia di luna sul pavimento, ch'era come la traccia luminosa di quei profumi nella cupa ombra della stanza.
- Ah, ecco...
ecco...
Gli altri non potevano vederlo, non potevano sentirlo in sé, gli altri, perché erano ancora dentro la vita.
Egli, che ormai n'era quasi fuori, egli lo aveva veduto, egli lo aveva sentito in loro.
Ecco, ecco perché, quella mattina, la bimba non tremava soltanto, ma fremeva tutta; ecco perché la nuora rideva e si compiaceva tanto dei suoi capelli; ecco perché sospirava quella servetta; ecco perché tutti avevano quell'aria insolita e nuova, senza saperlo.
Era entrata la primavera.
UN MATRIMONIO IDEALE
Prima che andasse in Romania, non so per quale impresa, Poldo Carega, ingegnere appaltatore, o - come si qualificava nei biglietti da visita - "intraprenditore di lavori pubblici", ponendosi le due manacce pelose sul petto erculeo soleva dire:
- Io sono il Continente!
E, passando le braccia al collo della moglie e della figliuola:
- E queste le mie isole!
Perché la moglie era nata in Sicilia, e la figliuola in Sardegna.
Non s'aspettava, ritornando in Italia dopo circa quattro anni, di ritrovare una delle due isole, la Sardegna (cioè la figliuola Margherita) divenuta...
che Russia e Russia, cari miei! diciamo l'Europa; ma è poco! diciamo addirittura il mappamondo.
Povero Poldo Carega, gli parve un tradimento! Restò dapprima sbalordito, a mirarla da sotto in sú:
- Oh Dio, Margherita, e che hai fatto?
Poi si voltò contro la moglie, come se per colpa di lei la figliuola fosse tanto cresciuta; e diede in tali escandescenze, che parve volesse impazzire.
La moglie, afflittissima, gemeva:
- Ma se te l'ho scritto e riscritto, Poldo mio, tante volte! Quasi in ogni lettera te l'ho scritto!
Glielo aveva scritto e riscritto, difatti, sí; ma come avrebbe potuto Poldo Carega creder tanto? Da lontano, quella crescenza prodigiosa della figliuola gli era sembrata una delle solite esagerazioni della moglie.
- Esagerazioni, eh già! Perché io, per te, sono stata sempre esagerata!
Era una spina, questa, per la signora Rossana: il concetto, cioè, che tutti, non il marito soltanto, s'erano formato di lei, ch'ella fosse esagerata.
Questo concetto dipendeva, a suo credere, dalla disgrazia comune a tutta la famiglia, la soverchia altezza.
Della sua, la signora Rossana aveva un dispetto acerbo e smanioso, perché le impediva di essere, come avrebbe voluto e come dentro di sé si sentiva, una gattina sentimentale.
Cosí lunga, gracile e languida, soffriva, soffriva tanto; ma nessuno voleva credere ai suoi languori, alle sue sofferenze; e tutti, sorridendo, le rispondevano:
- Via via, signora Rossana, esagerazioni!
- Ebbene, eccotela qua; guardala, ora, la mia esagerazione!
E la signora Rossana, indignata, indicava al marito la figliuola, ch'era un'esagerazione per davvero.
Margherita intanto piangeva, guardando il padre, il quale le si era fatto accosto, anzi sotto, per mirare di quanto ella lo avesse superato.
Per lo meno, d'un palmo e mezzo.
Ma pareva del doppio.
Perché non era soltanto l'altezza; o piuttosto, l'altezza per se stessa forse non avrebbe tanto avventato, se non l'avesse resa spettacolosa la corpulenza immane, il volume delle guance e dei due menti e del seno e dei fianchi poderosi.
Nell'esuberanza soffocante di tanta carne si aprivano però, come smarriti, due occhi limpidi e chiari, da bambina, che facevano pena a un tempo e paura.
Quella pena stessa, quella stessa paura, che forse doveva provare l'anima di lei per il proprio corpo cosí enormemente cresciuto.
A mano a mano che questo era cresciuto fino ad assumere quelle proporzioni mostruose, l'anima atterrita si doveva certo esser fatta dentro di lei piccina piccina, con certe voglie timide e angosciose di toccare le piccole cose gentili e delicate, ma pur non osando toccarle per non vederle quasi sparire al contatto delle schiaccianti mani.
Mangiava come un uccellino; si poteva dire che quasi non mangiava piú.
Ma non giovava a nulla! Da piú di due anni non usciva di casa, perché tutti per via si voltavano e si fermavano stupiti a mirarla.
In casa, stava quanto piú poteva seduta, per non dare a se stessa spettacolo della sua grandezza, vedendo piccoli e bassi tutti gli oggetti delle stanze.
Naturalmente, questa mancanza di moto le aveva appesantito sempre piú la grassezza; ma ormai ella s'era rassegnata alla sua disgrazia; non voleva piú darsi pensiero di nulla; certi giorni nemmeno si pettinava, e rimaneva sdrajata, inerte, a leggere o a guardarsi le unghie.
Cosí...
Poldo Carega, giovialone, urlone, tutto fuoco prima della partenza per la Romania, diventò, subito dopo il ritorno, un funerale.
Andai a trovarlo, pochi giorni dopo, per parlargli d'affari; non volle neanche darmi ascolto.
- Che vuoi che m'importi piú ormai degli affari! - esclamò, scrollandosi tutto.
- Non m'importa piú di niente, caro mio!
Aveva lavorato con accanimento tanti e tanti anni per quell'unica figliuola, per l'avvenire di lei; e d'anno in anno il suo amore paterno era cresciuto.
Ma ecco che la figliuola, come per una tacita scommessa, approfittando della lunga assenza di lui, d'intesa con la madre (nessuno poteva levare dal capo a Poldo Carega che la moglie non c'entrasse per qualche cosa):
- Ah, - dice, - cresce il tuo amore per me d'anno in anno? Aspetta, che ti faccio vedere come cresco anch'io in pochi anni! Diventerò cosí grande, che il tuo amore non potrà piú abbracciarmi.
E, difatti, gli erano cascate le braccia, nel rivederla, povero Poldo Carega! Ma non solo le braccia; l'anima e il fiato gli erano cascati, e tutti i sogni che aveva fatti per lei, tutte le speranze!
Dico la verità, non ebbi il coraggio di confortarlo.
Sapevo che egli, quattr'anni addietro, prima di partire per la Romania, non avrebbe veduto male al suo ritorno, cioè quando la figliuola sarebbe stata in età, un matrimonio di lei con me.
Me ne andai ranco ranco, con la coda tra le gambe, appena questo ricordo mi sorse; e, come fui ben lontano, presi a riflettere amaramente:
"È proprio una sciagura senza rimedio, povero Carega! Egli lo capirà: un uomo della mia statura, e anche un po' piú alto di me, non va a sposare certamente quella colonna, quell'obelisco! Siamo giusti: a parer piccoli, quando non si è, si ribella l'amor proprio mascolino.
Dei bassi non ne parliamo.
Degli altissimi come lei, già a trovarne uno: si contano su le dita, ma anche a trovarne uno, si sa che gli uomini altissimi hanno un debole per le donne piccoline.
Superbi della loro statura, guardano con dispetto, anzi quasi con rancore, quei pochi che possono rivaleggiare con essi, e scoprono subito in loro certi difetti che essi, è ovvio dirlo, non hanno: le gambe troppo lunghe, la testa troppo piccola, ecc.
ecc.
Insomma, non soffrono rivali; vogliono esser soli.
Figuriamoci se sposerebbero una donna della loro statura.
E poi, perché? per parere scappati da un baraccone da fiera?"
Queste riflessioni, come le feci io allora, da un pezzo senza dubbio aveva dovuto farle anche lei, la povera Margherita, per trarne la conseguenza che, nelle supreme regioni a cui per sua disgrazia era ascesa, non avrebbe trovato mai un marito.
Un pioppo, sí, un acero, un cerro.
Ma ogni giovanotto, guardandola, le avrebbe detto:
- Cala prima, bella mia, cala! cala!
E come poteva calare, povera Margherita?
Non passarono neanche tre mesi dal suo ritorno a Cesena, che Poldo Carega, non reggendogli l'animo di rimanere nella città dove la sua sciagura s'era compiuta cosí a tradimento, se ne partí con tutta la famiglia, fosco come un temporale; e per piú di dieci anni non si ebbero piú notizie di lui.
Finalmente, un bel giorno, giunse a mio padre una lettera da un paesello su la costa meridionale della Sicilia, di fronte all'Africa, dove Poldo Carega s'era recato per la costruzione del porto.
Voleva che mio padre gli mandasse laggiú uno dei figliuoli per ajutarlo nell'impresa.
Andai io, per curiosità di rivedere dopo tanto tempo Margherita.
M'aspettavo di ritrovarla cupa, gelida, nelle sue superne alture, funebre e ravvolta di nebbie perpetue, poiché già doveva aver presso a trenta anni - dunque ormai zitellona.
"Figuriamoci, a dir poco, come la Jungfrau", pensavo, durante il viaggio.
Ma che! Allegrona la ritrovai, e quasi non sapevo credere ai miei occhi, allegrona, come non l'avevo mai veduta! Piú grassa di prima, e allegrona! Non tardai però a scoprire la ragione di tanta allegria.
Come ingegnere governativo, addetto alla sorveglianza dei lavori del porto, c'era laggiú un certo omino alto poco piú d'un metro, calvo, miope, panciutello, ma pieno d'ingegno e di spirito, che rideva lui per primo della sua piccolezza, come Margherita, adesso, della sua altezza: l'ingegnere Cosimo Todi.
E quest'ingegnere Cosimo Todi veniva quasi ogni sera con altri amici a cenare su la terrazza a mare di Poldo Carega.
Serate africane! Il mare, quand'era scirocco, veniva a frangersi impetuoso sotto quella terrazza bianca, che pareva allora, con le sue tende svolazzanti, una tolda di nave.
S'intravedevano i fanali del vecchio molo, la lanterna verde del faro: i lumi tra l'alberatura dei bastimenti ormeggiati, e dalla spiaggia esalava quel tanfo denso, caldo, acre di sale e di muffa, delle alghe morte, appacciamate, misto all'odor della pece e del catrame.
E si chiacchierava, ridendo e bevendo, fino a tardi, su quella terrazza bianca, che dava la sera un delizioso compenso della soffocante calura della giornata.
Piú di tutti Margherita e l'ingegner Cosimo Todi ridevano, capite? della loro disgrazia, ch'era opposta e comune.
L'ingegner Todi non aveva potuto trovar moglie per la stessa ragione per cui Margherita non aveva potuto trovar marito.
Veramente lui, l'ingegner Todi, non l'aveva mai cercata, una moglie, sicurissimo che non una ma cento ne avrebbe trovate subito, che se lo sarebbero preso per la lucrosa professione.
Ma gr
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