UNA GIORNATA, di Luigi Pirandello - pagina 3
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E tiene gli occhi un po' socchiusi a difesa dalla luce abbagliante dei due finestroni dirimpetto; ma poi, è strano, espone invece a questa luce, reclinando il capo indietro con intenzione, la meravigliosa dolcezza della gola, come le sorge dal caldo trasognato candore del petto e sù dall'attaccatura del collo fino al purissimo arco del mento.
Quest'atteggiamento senza dubbio voluto m'apre tutt'a un tratto la mente: ciò che la bella signora Anna Wheil ha da ricordarmi è tutto lì, nella dolcezza di quella gola, nel candore di quel petto; e tutto in un attimo solo, ma quando un attimo si fa eterno e abolisce ogni cosa, anche la morte, come la vita, in una sospensione d'ebbrezza divina, in cui dal mistero balzano d'improvviso illuminate e precise le cose essenziali, una volta per sempre.
La conosco appena (morta, dovrei dire: "la conoscevo appena", ma lei è qua ora come nell'assoluto d'un eterno presente, e posso dir dunque: la conosco appena), l'ho veduta una volta sola in una riunione festiva nel giardino d'una villa di comuni amici, a cui lei è venuta con quest'abito bianco d'organdis.
In quel giardino, quella mattina, le donne più giovani e più belle avevano quell'ardore sfavillante che nasce in ogni donna dalla gioja di sentirsi desiderata.
S'eran lasciate prendere nel ballo e, sorridendo, ad accendere di più quel desiderio, avevan guardato sulle labbra così d'accosto l'uomo da sfidarlo irresistibilmente al bacio.
Ma di primavera, momenti di rapimento, col tepore del primo sole che inebria, quando nell'aria molle è pure un vago fermento di sottili profumi e lo splendore del verde nuovo, che dilaga nei prati, brilla con vivacità così eccitante in tutti gli alberi intorno; strani fili di suono luminosi avviluppano; improvvisi scoppi di luce stordiscono; lampi di fughe, felici invasioni di vertigini; e la dolcezza della vita non par più vera, tanto è fatta di tutto e di niente; né vero più, né da tenerne più conto, ricordando poi nell'ombra, quando quel sole è spento, tutto ciò che s'è fatto e s'è detto.
Sì, m'ha baciata.
Sì, gliel'ho promesso.
Ma un bacio appena sui capelli, ballando.
Una promessa così per ridere.
Dirò che non l'ho avvertito.
Gli domanderò se non è matto a pretendere ch'io ora mantenga sul serio.
Si poteva esser certi che nulla di tutto questo era accaduto alla bella signora Anna Wheil, la cui piacenza sembrava a tutti così aliena e placida che nessuna bramosia carnale avrebbe osato sorgere davanti a lei.
Io però avrei giurato che per quel rispetto che tutti le portavano lei avesse negli occhi un brillìo di riso ambiguo e pungente, non perché sentisse in segreto di non meritarselo, ma anzi al contrario perché nessuno mostrava di desiderarla come donna a causa di quel rispetto che pur le si doveva portare.
Era forse invidia o gelosia, o forse sdegno o malinconica ironia; poteva anche essere tutte queste cose messe insieme.
Me ne potei accorgere in un momento, dopo averla seguita a lungo con gli occhi nei balli e nei giuochi a cui anche lei aveva preso parte; in ultimo anche nelle corse pazze che, forse per offrirsi uno sfogo, aveva fatte sui prati coi bambini.
La padrona di casa, con cui mi trovavo, mi volle presentare a lei mentre era ancor china a rassettare le testoline scapigliate e le vesti in disordine a quei bambini.
Nel rizzarsi d'improvviso per rispondere alla presentazione, la signora Anna Wheil non pensò di rassettarsi anche lei sul petto l'ampia scollatura di quel suo abito d'organdis; sicché io non potei fare a meno d'intravedere del suo seno forse più di quanto onestamente avrei dovuto.
Fu solo un attimo.
Subito portò la mano per ripararselo.
Ma dal modo con cui, in quell'atto che volle parer furtivo, mi guardò, compresi che della mia involontaria e quasi inevitabile indiscrezione non s'era per nulla dispiaciuta.
Quel brio di luce che aveva negli occhi sfavillò anzi diversamente da prima, sfavillò d'un estro quasi folle di riconoscenza, perché nei miei occhi rideva senz'alcun rispetto una gratitudine così pura di quel che avevo intravisto che ogni senso di concupiscenza restava escluso e solo si appalesava lampante il pregio supremo che io attribuivo alla gioja che l'amore d'una donna come lei, bella tutta come lei, coi tesori d'una divina nudità con così pudica fretta ricoperta, poteva dare a un uomo che avesse saputo meritarselo.
Questo le dissero chiaramente i miei occhi, splendenti ancora di quel baleno d'ammirazione; e questo fece subito che io diventassi per lei il solo Uomo, veramente uomo, tra tutti quelli che erano in quel giardino; nello stesso tempo che lei m'appariva tra tutte le altre la sola Donna, veramente donna.
E non ci potemmo più separare per tutto il tempo che durò quella riunione.
Ma oltre questa tacita intesa, durata un attimo, per sempre, non ci fu altro tra noi.
Nessuno scambio di parole, fuori delle comuni e usuali, sulla bellezza di quel giardino, sulla giocondità di quella festa e la graziosa ospitalità dei nostri comuni amici.
Ma, pur parlando così di cose aliene o casuali, le rimase negli occhi, felice, quel brillìo di riso che pareva rampollasse come un'acqua viva dal profondo segreto di quella nostra intesa e se ne beasse senza badare ai sassi e alle erbe tra cui ora scorreva.
E un sasso fu anche il marito in cui c'imbattemmo poco dopo allo svoltare d'un viale.
Me lo presentò.
Alzai un istante gli occhi a guardarla negli occhi.
Un battito appena di ciglia velò quel brio di luce, e solo con esso la bella signora mi confidò che lui, quel bravo uomo del marito, non s'era mai neppur sognato di comprendere ciò che avevo compreso io in un attimo solo; e che questo non era da ridere, no; era anzi la sua mortale afflizione, perché una donna come lei certo non sarebbe stata mai d'altro uomo.
Ma non importava.
Bastava che uno almeno lo avesse compreso.
No, no, io non dovevo più, neppur senza volerlo, seguitando ora ad andare e a parlare noi due soli, non dovevo più posarle gli occhi sul seno e obbligar la sua mano ad accertarsi di furto ch'io non potessi più essere indiscreto; sarebbe stato ormai peccaminoso, per me insistere, e per lei tornare a compiacersene.
C'eravamo già intesi.
Doveva bastare.
Non si trattava più di noi due; non era più da cercare né di sapere e neppur d'intravedere com'era lei, ch'era tutta bella, sì, come lei sola si conosceva; ci sarebbe stato allora da considerare tant'altre cose che riguardavano me: questa sopra tutto: che avrei dovuto avere per lei, a dir poco, vent'anni di meno: una gran malinconia di inutili rimpianti; no, no; una cosa bella, da riempirci della più pura gioja tra tanto splendore di sole e tanto riso di primavera, s'era rivelata a noi: questa cosa essenziale che è sulla terra, con tutto il nudo candore delle sue carni, in mezzo al verde d'un paradiso terrestre, il corpo della donna, concesso da Dio all'uomo come premio supremo di tutte le sue pene, di tutte le sue ansie, di tutte le sue fatiche.
- Se dovessimo pensare a te e a me...
Mi voltai.
Come! Mi dava del tu? Ma la bella signora Anna Wheil era sparita.
Me la ritrovo ora qua accanto, in quest'aria verde, in questa luce del mio studio, vestita come tre anni fa del suo abito bianco d'organdis.
- Il mio seno, se sapessi! Ne sono morta.
Me lo hanno reciso.
Un male atroce ne fece scempio due volte.
La prima, un anno appena dopo che tu, di qua, ricordi? me lo intravedesti.
Ora posso allargare con tutt'e due le mani la scollatura e mostrartelo tutto, com'era, guardalo! guardalo! ora che non sono più.
Guardo; ma sul divano è solo il bianco del giornale aperto.
VITTORIA DELLE FORMICHE
Una cosa per sè forse ridicola ma, agli effetti, terribile: una casa invasa tutta dalle formiche.
E questo pensiero folle: che il vento si fosse alleato con esse.
Il vento con le formiche.
Alleato, con quella sconsideratezza che gli è propria, da non potersi nell'impeto fermare neppure un minuto per riflettere a quello che fa.
Detto fatto, a raffica, s'era levato giusto sul punto che lui prendeva la decisione di dar fuoco al formicajo davanti la porta.
E detto fatto, la casa, tutta in fiamme.
Come se per liberarla dalle formiche lui non avesse trovato altro espediente che il fuoco: incendiarla.
Ma prima di venire a questo punto decisivo sarà bene ricordarsi di molte cose precedenti che possono spiegare in qualche modo sia come le formiche avevano potuto invadere fino a tanto la casa e sia come poté nascere a lui il pensiero stravagante di quest'alleanza tra le formiche e il vento.
Ridotto alla fame, da agiato come il padre l'aveva lasciato morendo, abbandonato dalla moglie e dai figli che s'erano acconciati a vivere per conto loro alla meglio, liberati alla fine dalle sue soperchierie che si potevano qualificare in tanti modi, ma sopra tutto incongruenti; lui che al contrario si credeva loro vittima per troppa remissione e non corrisposto mai da nessuno di loro nei suoi gusti pacifici e nelle sue vedute giudiziose; viveva solo, in un palmo di terra che gli era restato di tutti i beni che prima possedeva, case e poderi; un palmo di terra bonificata, sotto il paese, sul ciglio della vallata, con una catapecchia di appena tre stanze, dove prima abitava il contadino che aveva in affitto la terra.
Ora ci abitava lui, il signore ridotto peggio del più miserabile contadino; vestito ancora d'un abito da signore che addosso a lui appariva orribilmente più strappato e unto che addosso a un mendicante che l'avesse avuto in elemosina.
Pur tuttavia quella sua signorile spaventosa miseria pareva a volte quasi allegra, come certe toppe di colore che i poveri portano sui loro abiti e quasi fanno loro da bandiera.
Nella lunga faccia smorta, negli occhi pesti ma vivi, aveva un che di gajo che s'accordava coi ricci svolazzanti del capo, mezzi grigi e mezzi rossi; e certi ilari guizzi negli occhi, subito spenti al pensiero che, scorti per caso da qualcuno, lo facessero creder pazzo.
Capiva lui stesso ch'era molto facile che gli altri si facessero di lui un tal concetto.
Ma era proprio contento di farsi ormai tutto da sé come piaceva a lui; e assaporava con gusto infinito quel poco e quasi niente che poteva offrirgli la povertà.
Non aveva nemmeno tanto da accendere il fuoco tutti i giorni per cucinarsi una minestra di fave o di lenticchie.
Gli sarebbe piaciuto, perché nessuno sapeva cucinarla meglio di lui, dosandovi con tanta arte il sale e il pepe e mescolandovi certe verdure appropriate che, durante la cottura, solo a odorarla la minestra inebriava; e poi, a mangiarla, un miele.
Ma sapeva anche farne a meno.
Gli bastava, la sera, uscir fuori a due passi dalla porta, cogliere nell'orto un pomodoro, una cipolla per companatico alla solida pagnotta che con meticolosa cura affettava con un coltellino e con due dita, pezzetto per pezzetto, si portava alla bocca come un boccone prelibato.
Aveva scoperto questa nuova ricchezza, nell'esperienza che può bastar così poco per vivere; e sani e senza pensieri; con tutto il mondo per sé, da che non si ha più casa né famiglia né cure né affari; sporchi, stracciati, sia pure, ma in pace; seduti, di notte, al lume delle stelle, sulla soglia d'una catapecchia; e se s'accosta un cane, anch'esso sperduto, farselo accucciare accanto e carezzarlo sulla testa: un uomo e un cane, soli sulla terra, sotto le stelle.
Ma senza pensieri, non era vero.
Buttato poco dopo su un pagliericcio per terra come una bestia, invece di dormire si metteva a mangiare le unghie e, senza badarci, a strapparsi coi denti fino al sangue le pipite delle dita, che poi gli bruciavano gonfie e suppurate per parecchi giorni.
Ruminava tutto ciò che avrebbe dovuto fare e che non aveva fatto per salvare i suoi beni; e si torceva dalla rabbia o mugolava per il rimorso, come se la sua rovina fosse accaduta jeri, come se jeri avesse finto di non accorgersi che sarebbe accaduta tra poco e che ormai non era più rimediabile.
Non ci poteva credere! Uno dopo l'altro s'era lasciati portar via dagli usuraj i poderi, e una dopo l'altra le case, per poter disporre d'un po' di danaro di nascosto dalla moglie, per pagarsi qualche piccola passeggera distrazione (veramente, non piccola né passeggera; era inutile che cercasse adesso attenuazioni; doveva rotondamente confessarsi che aveva vissuto di nascosto per anni come un vero porco, ecco, così doveva dire: come un vero porco; donne, vino, giuoco) e gli era bastato che la moglie non si fosse ancora accorta di nulla, per seguitare a vivere come se neppur lui sapesse nulla della rovina imminente; e sfogava intanto le bili e le smanie segrete sul figlio innocente che studiava il latino.
Sissignori.
Incredibile: s'era messo a ristudiare il latino anche lui, per sorvegliare e ajutare il figlio; come se non avesse altro da fare e fosse davvero un'attenzione e una cura, questa sua, che potesse compensare il disastro che intanto preparava a tutta la famiglia.
Questo disastro, per la sua segreta esasperazione, era lo stesso di quello a cui andava incontro il figlio se non riusciva a comprendere il valore dell'ablativo assoluto o della forma avversativa; e s'accaniva a spiegarglielo, e tutta la casa tremava dalle sue grida e dalle sue furie per l'imbalordimento di quel povero ragazzo, che piano piano forse lo avrebbe alla fine compreso da sé.
Con che occhi lo aveva guardato una volta, dopo uno schiaffo! Nell'impeto del rimorso, ripensando a quello sguardo del suo ragazzo, si sgraffiava ora la faccia con le dita artigliate e s'ingiuriava: porco, porco, bruto: prendersela così con un innocente!
Lasciava il pagliericcio; rinunziava a dormire; tornava a sedere sulla soglia della catapecchia; e lì il silenzio smemorato della campagna immersa nella notte, a poco a poco, lo placava.
Il silenzio, non che turbato, pareva accresciuto dal remoto scampanellìo dei grilli che veniva dal fondo della grande vallata.
Era già nella campagna la malinconia della stagione declinante; e lui amava le prime giornate umide velate, quando cominciano a cadere quelle pioggerelle leggere, che gli davano, chi sa perché, una vaga nostalgia dell'infanzia lontana, quelle prime sensazioni meste e pur dolci che fanno affezionare alla terra, al suo odore.
La commozione gli gonfiava il petto; l'angoscia gli serrava la gola, e si metteva a piangere.
Era destino che lui dovesse finire in campagna.
Ma non s'aspettava così veramente.
Non avendo né la forza né i mezzi di coltivare da sé quel po' di terra, che fruttava appena tanto da pagar la tassa fondiaria di cui era gravata, l'aveva ceduta al contadino che aveva in affitto il podere accanto, a condizione che pagasse lui quella tassa e che gli desse soltanto da mangiare: poco, quasi per elemosina, di quel che produceva la terra stessa: pane e verdura, e da farsi, se gli andava, una minestra ogni tanto.
Stabilito quest'accordo, aveva preso a considerare tutto quello che si vedeva attorno, mandorli, olivi, grano, ortaglie, come cose che non appartenessero più a lui.
Sua era soltanto la catapecchia; ma se si metteva a guardarla come la sua unica proprietà, non poteva fare a meno di sorriderne col più amaro dileggio.
Già l'avevano invasa le formiche.
Finora s'era divertito a vederle scorrere in processioni infinite su per le pareti delle stanze.
Erano tante e tante, che a volte pareva che le pareti tremolassero tutte.
Ma più gli piaceva vederle andare in tutti i sensi da padrone sui buffi mobili signorili di quella ch'era stata un tempo la sua casa in città, relitti del naufragio della sua famiglia, ammassati lì alla rinfusa e tutti con un dito di polvere sopra.
Nell'ozio, per distrarsi, s'era messo anche a studiarle, quelle formiche, per ore e ore.
Erano formiche piccolissime e della più lieve esilità, fievoli e rosee, che un soffio ne poteva portar via più di cento; ma subito cento altre ne sopravvenivano da tutte le parti; e il da fare che si davano; l'ordine nella fretta; queste squadre qua, quest'altre là; viavai senza requie; s'intoppavano, deviavano per un tratto, ma poi ritrovavano la strada, e certo s'intendevano e consultavano tra loro.
Non gli era parso ancora, però, forse per quella loro esilità e piccolezza, che potessero essere temibili, che volessero proprio impadronirsi della casa e di lui stesso e non lasciarlo più vivere.
Pur le aveva trovate da per tutto, in tutti i cassetti; le aveva vedute venir fuori donde meno se le sarebbe aspettate; se l'era trovate anche in bocca talvolta, mangiando qualche pezzo di pane lasciato per un momento sulla tavola o altrove.
L'idea che se ne dovesse seriamente difendere, che le dovesse seriamente combattere, non gli era ancora venuta.
Gli venne tutt'a un tratto una mattina, forse per l'animo in cui era, dopo una nottataccia più nera delle altre.
S'era levata la giacca per portar dentro la catapecchia alcuni covoni, una ventina, che dopo la mietitura il contadino non aveva ancora trasportato nel suo podere di là e aveva lasciato qua all'aperto.
Il cielo, durante la notte, s'era incavernato, e la pioggia pareva imminente.
Abituato a non far mai nulla, per quella fatica insolita e per quella sciocca previdenza, che poi del resto non spettava neanche a lui perché quei covoni di grano appartenevano come tutto il resto al contadino, s'era tanto stancato, che quando fu per trovar posto dentro la catapecchia, già tutta stipata, all'ultimo covone, non ne poté più, lasciò quel covone davanti la porta, e sedette per riposarsi un po'.
A capo chino, con le braccia appoggiate alle gambe discoste, lasciò penzolare tra esse le mani.
E ad un certo punto ecco che si vide uscire dalle maniche della camicia su quelle mani penzoloni le formiche, le formiche che dunque sotto la camicia gli passeggiavano sul corpo come a casa loro.
Ah, perciò forse la notte lui non poteva più dormire e tutti i pensieri e i rimorsi lo riassalivano.
S'infuriò e decise lì per lì di sterminarle.
Il formicajo era a due passi dalla porta.
Dargli fuoco.
Come non pensò al vento? Oh bella.
Non ci pensò perché il vento non c'era, non c'era.
L'aria era immota; in attesa della pioggia che pendeva sulla campagna, in quel silenzio sospeso che precede la caduta delle prime grosse gocce.
Non crollava foglia.
La raffica si levò d'improvviso a tradimento, appena lui accese il fascetto di paglia raccolta per terra; lo teneva in mano come una torcia; nell'abbassarlo per dar fuoco al formicajo, la raffica, investendolo, portò le faville a quel covone rimasto davanti la porta, e subito il covone avvampando appiccò il fuoco agli altri covoni riparati dentro la casa, dove l'incendio d'un tratto divampò crepitando e riempiendo tutto di fumo.
Come un pazzo, urlando con le braccia levate, lui si cacciò dentro alla fornace, forse sperando di spegnerla.
Quando dalla gente accorsa fu tratto fuori, fu uno spavento vederlo tutto orribilmente arso e non ancor morto, anzi furiosamente esaltato, annaspante con le braccia, le fiamme addosso, sugli abiti e nei ricci svolazzanti sul capo.
Morì poche ore dopo all'ospedale, dove fu trasportato.
Nel delirio, sparlava del vento, del vento e delle formiche.
- Alleanza...
alleanza...
Ma già lo sapevano pazzo.
E quella sua fine, sì, fu commiserata, ma pur con un certo sorriso sulle labbra.
QUANDO S'E' CAPITO IL GIUOCO
Tutte le fortune a Memmo Viola!
E se le meritava davvero quel buon Memmone, che cacciava le mosche allo stesso modo con cui guardava la moglie, cioè con l'aria di dire:
- Ma perché v'ostinate, santo Dio, a molestarmi così? Non sapete già, che non riuscirete mai a farmi stizzire? E dunque sciò, care; sciò...
Le mosche, la moglie, tutte le noje piccole e grandi della vita, le ingiustizie della sorte, le malignità degli uomini, le stesse sofferenze corporali, non avrebbero potuto mai alterare la sua stanca placidità, né scuoterlo da quella specie di perpetuo letargo filosofico, che gli stava nei grossi occhi verdastri e gli ansimava nel nasone tra i peli dei baffi arruffati e quelli che gli uscivano a cespugli dalle narici.
Perché Memmo Viola diceva di aver capito il giuoco.
E quando uno ha capito il giuoco...
Invulnerabile al dolore, però, impenetrabile anche alla gioja.
E questo era un vero peccato, perché Memmo Viola era quel che suol dirsi un beniamino della fortuna.
Forse però il giuoco, ch'egli diceva d'aver capito, era questo, che la fortuna lo favoriva tanto, appunto perché egli era così, appunto perché sapeva che egli non le sarebbe corso mai dietro, neppure se essa gli avesse profferto, dopo due gambate, tutti i tesori del mondo, e che non si sarebbe rallegrato né punto né poco, neanche se fosse venuta da sé a portarglieli in casa.
Tutti i tesori del mondo, no; ma ecco che un giorno gli aveva proprio portato in casa la grossa eredità di chi sa qual vecchia zia, una vecchia zia sconosciuta, morta in Germania; per cui aveva potuto rinunziare all'impiego, che gli pesava tanto, sebbene, povero Memmo, come tutto il resto, da dieci anni lo sopportasse in santa pace.
Poco tempo dopo, la moglie, stanca di vedersi guardata a quel modo e di non esser buona a farlo arrabbiare, per quante gliene facesse sotto gli occhi, di tutti i colori, gli aveva aperto, anzi spalancato la porta, e lo aveva spinto fuori, a vivere libero per conto suo, in un quartierino da scapolo; a patto, però, che egli lasciasse libera anche lei, allo stesso modo, e con un congruo assegno debitamente assicurato.
Sì? E quando mai Memmo Viola s'era sognato di porre un limite o un freno alla libertà della moglie? Ma ella voleva così? AMEN.
E con tutti i libri di scienze fisiche e matematiche e di filosofia, e tutte le stoviglie di cucina, che rappresentavano le due più forti passioni della sua vita, era andato ad allogarsi in tre stanzette modeste.
Dopo aver dato allo spirito il nutrimento più gradito, attendeva a preparar da sé, con le sue mani, anche il più gradito nutrimento al suo corpo: cuoco dilettante e dilettante filosofo.
Una vecchia serva veniva ogni mattina a fargli la spesa, gli apparecchiava la tavola, gli rigovernava la cucina, gli rifaceva il letto e la pulizia delle tre stanzette, e se ne andava.
Se non che, dopo appena due mesi di questa seconda fortuna, una mattina per tempissimo, ch'egli se ne stava ancora a letto a fare il sonnellino dell'oro, sua moglie venne a svegliarlo di soprassalto nel suo quartierino con una furiosa scampanellata e, investendolo come una bufera, lo trascinò afferrato per il petto, povero Memmo, così in camicia come si trovava e con le brache ancora in mano, verso un angolo della camera, dietro un paraventino coperto di mussola rasata color di rosa, ove s'immaginò dovesse star nascosto il lavabo e, versandogli lei stessa, per non perder tempo, l'acqua nel catino, lo costrinse a lavarsi e poi subito a vestirsi, subito subito, perché doveva uscire, doveva correre, precipitarsi in cerca di due amici.
- Ma perché?
- Làvati, ti dico!
- Ecco, mi lavo...
Ma perché?
- Perché tu sei sfidato!
- Sfidato? io? Chi m'ha sfidato?
- Sfidato...
non so bene: o sei sfidato o devi sfidare.
Non so di queste cose...
so che ho qua il biglietto di quel mascalzone.
Làvati, vèstiti, spìcciati, ma non mi star davanti con codest'aria di mammalucco intronato!
Memmo Viola, venuto fuori dal paraventino con le mani bollicose di saponata, guardava veramente la moglie, se non come un mammalucco, certo come intronato.
Non lo costernava tanto l'annunzio di quella sfida, quanto la grave agitazione della moglie, fuori di casa a quell'ora e in quel disordine d'abbigliamento.
- Abbi pazienza, Cristina mia...
Dimmi almeno, mentre mi lavo, che cosa è accaduto...
- Che? - gli gridò la moglie, avventandoglisi di nuovo addosso, quasi con le mani in faccia.
- Sono stata vigliaccamente, sanguinosamente insultata in casa mia, per causa tua...
perché sono rimasta sola, senza difesa, capisci?...
Insultata...
oltraggiata...
Mi hanno messo le mani addosso, capisci? a frugarmi, qua, in petto, capisci? Perché hanno sospettato ch'io fossi...
Non poté seguitare; si coprì furiosamente il volto con le mani e ruppe in un pianto stridulo, convulso, d'onta, di ribrezzo, di rabbia.
- Oh Dio, - fece Memmo.
- Ma quando è stato? Chi ha potuto osare?
E allora la moglie, prima tra i singhiozzi e storcendosi le mani, poi di punto in punto rieccitandosi vieppiù, gli narrò che la sera avanti, mentr'era a cena, aveva sentito un gran fracasso alla porta, grida, risate, scampanellate, pugni, pedate.
La serva, accorsa, era venuta a dirle che quattro signori mezzo ubriachi, cercavano d'una Spagnuola, di una certa PEPITA, e che non se ne volevano andare e s'erano buttati a sedere sconciamente nella saletta d'ingresso.
Appena avevano veduto comparire lei, le erano saltati tutti e quattro addosso e chi pigliandola per il ganascino, chi cingendole con un braccio la vita, chi frugandole in petto, l'avevano pregata, scongiurata di conceder loro una visitina alla piccola PEPITA.
Al suo divincolarsi, alle sue grida, ai suoi morsi, avevano risposto con risa e gesti sguajati, finché, a quel pandemonio, non erano accorsi dai piani di sopra e di sotto tanti vicini di casa.
Scuse...
chiarimenti...
c'era un equivoco...
mortificazione...
Uno s'era finanche inginocchiato...
Ma ella non aveva voluto sentir nulla; aveva preteso che le dessero conto e soddisfazione dell'oltraggio, e tanto aveva insistito, che alla fine uno dei quattro, che forse era stato il meno insolente, s'era veduto costretto a lasciare il suo biglietto da visita.
- Eccolo qua! A te, prendi! Sei ancora in maniche di camicia? Che aspetti? Non ti muovi?
Memmo Viola aveva già bell'e capito che quello non era né il caso né il momento di ragionare e, senza neppur dare uno sguardo di sfuggita al nome stampato in quel biglietto da visita, ritornò al lavabo dietro il paraventino.
- Che fai?
- Finisco di lavarmi.
- A chi pensi di rivolgerti? Non andare dal Venanzi, sai! Gigi Venanzi non accetta; puoi star sicuro che non accetta.
Perderai il tempo inutilmente!
- Permetti? - disse Memmo, che aveva già riacquistato tutta la sua placidità.
- Il tempo, cara, me lo fai perdere tu, adesso.
Lasciami lavare, senza tirarmi a discutere.
Non hai voluto saper d'equivoci.
Scuse, non hai voluto accettarne.
Hai voluto il duello: cioè, farmi dare una sciabolata.
Bene, ti servo subito.
Ma lascia ora che provveda io a garantire, come meglio posso, la mia pelle.
Dici che Gigi Venanzi non accetterà? E come lo sai?
La moglie, un po' sconcertata alla domanda, abbassò gli occhi.
- Lo...
lo suppongo...
- Ah, - fece Memmo, asciugandosi la faccia - lo supponiii...
Vedrai che accetterà! Vuoi che si tiri indietro per me, giusto per me, quando presta a tutti i suoi uffici cavallereschi? Non passa un mese, perdio, che non si trovi in mezzo a due o tre duelli, padrino di professione! Ma sarebbe da ridere! Che direbbe la gente, che lo sa tanto amico mio, e tanto pratico di queste cose, se mi rivolgessi ad altri?
La moglie, brancicando la borsetta con le dita irrequiete, dopo essersi un tratto morsicchiato il labbro, scattò, levandosi in piedi.
- E io ti dico che non accetterà.
Memmo scoprì di tra lo sparato della camicia, nell'infilarsela, il faccione ridente e disse, fissando acutamente la moglie:
- Me ne deve dire la ragione...
E non può! Dico, non può averne, via! Lasciami, lasciami vestire...
Vestito, domandò con un certo risolino timido:
- Scusa, hai visto per caso, entrando, se fuori della porta c'era il fiaschetto del latte?
S'aspettava un nuovo prorompimento d'ira a quella domanda, e insaccò il capo nelle spalle e levò le mani in atto di parare:
- Zitta, zitta...
vado, corro...
E uscì insieme con la moglie, per recarsi in casa di Gigi Venanzi.
Lo trovò fortunatamente per istrada, a pochi passi dalla sua abitazione.
Scorgendogli in viso un'improvvisa alterazione di rabbioso dispetto, Memmo Viola comprese che l'amico era uscito così presto di casa, perché si aspettava la sua visita.
Gli si parò davanti, sorridendo e gli disse:
- Cristina mi manda da te.
Andiamo sù.
La cosa è grave.
Gigi Venanzi gli piantò in faccia gli occhi torbidi e gli domandò:
- Che c'è?
- Oh, non facciamo storie - esclamò Memmo.
- Ti leggo in faccia che lo sai.
Dunque non mi far parlare.
Sono sfinito; casco a pezzi.
E' venuta a svegliarmi come una furia nel meglio del sonno, e non m'ha dato neanche il tempo di prendere un po' di latte e caffè.
Appena risalito in casa, Gigi Venanzi si voltò come un cane idrofobo a Memmo e gli gridò:
- Ma lo sai chi è Miglioriti?
Memmo lo guardò balordamente:
- Miglioriti? No...
Che c'entra Miglioriti? Ah...
è forse...
aspetta! Non l'ho neanche guardato.
Ficcò due dita nel taschino del panciotto e ne trasse, tutto gualcito, il biglietto da visita che gli aveva dato la moglie:
- Ah, già...
Miglioriti - disse, leggendo.
- ALDO MIGLIORITI DEI MARCHESI DI SAN FILIPPO.
Il nome non m'arriva nuovo...
Chi è?
- Chi è? - ripeté col sangue agli occhi Gigi Venanzi.
- La prima lama tra i dilettanti di Roma!
- Ah, sì? - fece Memmo Viola.
- Tira bene? Di spada?
- Di spada e di sciabola!
- Mi fa piacere.
Ma è pure un gran mascalzone, va' là! Quello che ha fatto...
Gigi Venanzi gli saltò addosso quasi con la stessa furia, con cui poc'anzi gli era saltata addosso la moglie.
- Ma se ha domandato scusa! Ma se è stato un equivoco!
Memmo Viola, allora lo guardò, ammiccando con la coda dell'occhio, timido e furbo a un tempo, e domandò, quasi fuor fuori:
- C'eri?
Il volto di Gigi Venanzi si scompose, come in uno smarrimento di vertigine: - Come? dove? - balbettò.
Memmo Viola, come se nulla fosse, ritrasse sorridendo il suo amico dal precipizio, a cui con quella lieve, breve domanda s'era divertito a spingerlo, e riprese:
- Ah...
già...
sì...
tu hai saputo.
Era anche ubriaco, mezzo ubriaco, sì...
Ma che vuoi farci? Caro mio, Cristina non vuole scuse! tanto ha detto, tanto ha fatto, che lo ha costretto a lasciare il suo biglietto da visita, in presenza di tanti testimoni.
Ora bisogna che qualcuno lo raccolga, questo biglietto.
Il marito sono io, e tocca a me.
Ma da che ci siamo, ohè, Gigi, bisogna far le cose sul serio.
L'oltraggio è stato grave, e gravi debbono essere le condizioni.
Gigi Venanzi lo guardò stordito; poi, in un nuovo impeto di rabbia gli gridò:
- Ma se tu non sai neanche tenere la spada in mano!
- Alla pistola, - disse Memmo placidamente.
- Ma che pistola d'Egitto! - si scrollò Gigi Venanzi.
- Quello imbrocca un soldo incastrato in un albero a venti passi di distanza!
- Ah sì? - ripeté Memmo.
- E allora, prima alla pistola, e poi alla spada.
Me, vedrai che non m'imbrocca di certo.
Gigi Venanzi si mise ad andare sù e giù, sù e giù per la stanza; poi facendo animo risoluto:
- Senti, Memmo: io non posso accettare.
- Che? - fece subito Memmo, afferrandogli un braccio.
- Non facciamo scherzi, Gigi, e non perdiamo tempo! Tu non puoi tirarti indietro, come non posso tirarmi indietro io.
Tu farai la tua parte, com'io faccio la mia.
Pensa al secondo testimonio, e sbrìgati.
- Ma vuoi che ti porti al macello? - gli gridò Gigi Venanzi al colmo dell'esasperazione.
- Uh, - sorrise Memmo.
- Non esageriamo...
Del resto, caro mio, tutte sciocchezze.
Inutile parlarne! Cristina vuole lavato l'oltraggio, e non se n'esce.
Perderei la libertà; e invece, con questa occasione, io me la voglio guadagnare intera.
Vedrai che ci riuscirò.
Va', va'; pensa a tutto, tu che te n'intendi.
Io ti aspetto a casa.
Sto leggendo un bel libro sai? su i Massimi Problemi.
Tu non ci hai mai pensato; ma il problema dell'oltretomba è formidabile, Gigi! No, scusa, scusa...
perché...
senti questo: l'Essere, caro mio, per uscire dalla sua astrazione e determinarsi ha bisogno dell'Accadere.
E che vuol dire questo? dammi una sigaretta.
Vuol dire che...
- grazie - vuol dire che l'Accadere, poiché l'Essere è eterno, sarà eterno anch'esso.
Ora un accadere eterno, cioè senza fine, vuol dire anche senza UN fine, capisci? un accadere che non conclude, dunque, che non può concludere, che non concluderà mai nulla.
E' una bella consolazione.
Dammi un fiammifero.
Tutti i dolori, tutte le fatiche, tutte le lotte, le imprese, le scoperte, le invenzioni...
- Sai? - disse Gigi Venanzi, che non aveva udito nulla di tutta quella tiritera.
- Forse Nino Spiga...
- Ma sì, Nino Spiga o un altro, prendi chi ti pare, - gli rispose Memmo.
- E per il medico, sceglilo tu, caro, di tua fiducia.
Oh, se hai bisogno...
E accennò di prendere il portafogli.
Gigi Venanzi gli arrestò la mano.
- Poi...
poi...
- Perché ho sentito dire, - concluse Memmo - che per farsi bucare con tutte le regole cavalleresche ci vogliono dei bei quattrini.
Basta, poi mi farai il conto.
Addio, eh? Mi trovi in casa.
Lo trovò in casa, difatti, Gigi Venanzi, quella sera, ma sotto un aspetto che non si sarebbe mai immaginato.
Memmo Viola litigava con la vecchia serva a cui mancavano tre soldi nel conto della spesa.
E le diceva:
- Cara mia, se tu mi metti nel conto: RUBATI, SOLDI 8, O SOLDI 10, io tiro pacificamente la somma, e non ne parlo più.
Ma questi tre soldi, così, non te l'abbono.
Vorrei sapere che gusto ci provi, tentare di pigliare in giro uno come me, che ha capito così bene il giuoco...
Parlo bene, Gigi?
Costernatissimo, esasperato, stanco morto, Gigi Venanzi stava a mirarlo con tanto d'occhi.
La calma di quell'uomo, alla vigilia di battersi alla spada, nientemeno che con Aldo Miglioriti, era stupefacente.
E il suo stupore crebbe, quando, enunciategli le condizioni gravissime del duello, volute e imposte anche dal Miglioriti, vide che quella calma non s'alterava per niente.
- Hai capito? - gli domandò.
- Eh, - fece Memmo.
- Come no? Domattina alle sette.
Ho capito.
Va benissimo.
- Io sarò qui, bada, alle sei e un quarto.
Basterà, - avvertì il Venanzi.
- Con l'automobile si farà presto.
Ho preso per medico Nofri.
Non andar tardi a letto, e procura di dormire, eh?
- Sta' tranquillo, - disse Memmo.
- Dormirò.
E tenne la parola.
Alle sei e un quarto, quando venne Gigi Venanzi a bussare alla porta, dormiva ancora profondissimamente.
Venanzi bussò, due, tre, quattro volte; alla fine Memmo Viola, nelle stesse condizioni in cui la mattina avanti era andato ad aprire alla moglie, cioè in camicia e con le brache in mano, venne ad aprire all'amico.
Venanzi, a quell'apparizione, restò di sasso.
- Ancora così?
Memmo finse una grande meraviglia.
- E perché? - gli domandò.
- Ma come? - inveì Gigi Venanzi.
- Tu ti devi battere! Ci sono giù Spiga e Nofri...
Che scherzo è questo?
- Scherzo? Mi devo battere? - rispose placidissimamente Memmo Viola.
- Ma scherzerai tu, caro! Io ti ho detto che a me tocca di far la parte mia, e a te la tua.
Sono il marito e ho sfidato; ma quanto a battermi, abbi pazienza, non tocca più a me, caro Gigi, da un pezzo: tocca a te...
Siamo giusti!
Gigi Venanzi si sentì sprofondare la terra sotto i piedi, seccare il sangue nelle vene; vide giallo, vide rosso; afferrò Memmo per il petto, gli scagliò, gli sputò in faccia le ingiurie più sanguinose; Memmo lo lasciò fare, ridendo.
Solo, a un certo punto, gli disse:
- Bada, Gigi, che non fai più a tempo, se devi trovarti sul terreno alle sette.
Ti conviene esser puntuale.
Dall'alto della scala, poi, reggendosi ancora le brache con la mano, gli augurò:
- In bocca al lupo, caro, in bocca al lupo!
PADRON DIO
Tanti anni fa, a un pittore non si sa donde venuto, egli che viveva da selvaggio sù per le spalle dei monti, guardiano di mandrie, si era prestato a far da modello per una pala d'altare, di cui quegli preparava i cartoni e altri studii preliminari.
Che parte fosse destinato a rappresentare in quel quadro sacro, non si era neppur curato di sapere: si era lasciato vestire di strana foggia e atteggiar d'un gesto violento, con una verga in mano.
Ma, poco dopo, consacrata la chiesa nuova, e accorso egli con tutto il popolo alla prima funzione, vedendosi nella pala effigiato in uno dei giudici che colpivan Gesù legato alla colonna, s'era messo a gridar furibondo e a piangere e a strapparsi i capelli, pestando i piedi per terra:
- Levatemi di lì! Son cristiano!
Tratto fuori fra la confusione generale (risa di quelli che lo avevano ravvisato nella pala e domande e supposizioni disparate degli altri che non se n'erano accorti), non si era calmato e non aveva smesso la minaccia di uccidere quel pittore insolente, finché dal vecchio mansionario della nuova chiesa non aveva ottenuto la promessa d'un ritocco alla immagine di quel giudeo per modo che ogni somiglianza con lui fosse cancellata.
Non pertanto, il nomignolo di GIUDE' gli era rimasto; e ora, dopo tant'anni, chiamavasi Giudè lui stesso.
Ma così il volto come la persona avevan perduto quell'espressione di dura fierezza per cui il pittore lo aveva scelto a rappresentar nella pala quella parte odiosa.
Era vecchio ormai il Giudè e non più buono neppur da condur
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