UNA GIORNATA, di Luigi Pirandello - pagina 4
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Sissignori.
Incredibile: s'era messo a ristudiare il latino anche lui, per sorvegliare e ajutare il figlio; come se non avesse altro da fare e fosse davvero un'attenzione e una cura, questa sua, che potesse compensare il disastro che intanto preparava a tutta la famiglia.
Questo disastro, per la sua segreta esasperazione, era lo stesso di quello a cui andava incontro il figlio se non riusciva a comprendere il valore dell'ablativo assoluto o della forma avversativa; e s'accaniva a spiegarglielo, e tutta la casa tremava dalle sue grida e dalle sue furie per l'imbalordimento di quel povero ragazzo, che piano piano forse lo avrebbe alla fine compreso da sé.
Con che occhi lo aveva guardato una volta, dopo uno schiaffo! Nell'impeto del rimorso, ripensando a quello sguardo del suo ragazzo, si sgraffiava ora la faccia con le dita artigliate e s'ingiuriava: porco, porco, bruto: prendersela così con un innocente!
Lasciava il pagliericcio; rinunziava a dormire; tornava a sedere sulla soglia della catapecchia; e lì il silenzio smemorato della campagna immersa nella notte, a poco a poco, lo placava.
Il silenzio, non che turbato, pareva accresciuto dal remoto scampanellìo dei grilli che veniva dal fondo della grande vallata.
Era già nella campagna la malinconia della stagione declinante; e lui amava le prime giornate umide velate, quando cominciano a cadere quelle pioggerelle leggere, che gli davano, chi sa perché, una vaga nostalgia dell'infanzia lontana, quelle prime sensazioni meste e pur dolci che fanno affezionare alla terra, al suo odore.
La commozione gli gonfiava il petto; l'angoscia gli serrava la gola, e si metteva a piangere.
Era destino che lui dovesse finire in campagna.
Ma non s'aspettava così veramente.
Non avendo né la forza né i mezzi di coltivare da sé quel po' di terra, che fruttava appena tanto da pagar la tassa fondiaria di cui era gravata, l'aveva ceduta al contadino che aveva in affitto il podere accanto, a condizione che pagasse lui quella tassa e che gli desse soltanto da mangiare: poco, quasi per elemosina, di quel che produceva la terra stessa: pane e verdura, e da farsi, se gli andava, una minestra ogni tanto.
Stabilito quest'accordo, aveva preso a considerare tutto quello che si vedeva attorno, mandorli, olivi, grano, ortaglie, come cose che non appartenessero più a lui.
Sua era soltanto la catapecchia; ma se si metteva a guardarla come la sua unica proprietà, non poteva fare a meno di sorriderne col più amaro dileggio.
Già l'avevano invasa le formiche.
Finora s'era divertito a vederle scorrere in processioni infinite su per le pareti delle stanze.
Erano tante e tante, che a volte pareva che le pareti tremolassero tutte.
Ma più gli piaceva vederle andare in tutti i sensi da padrone sui buffi mobili signorili di quella ch'era stata un tempo la sua casa in città, relitti del naufragio della sua famiglia, ammassati lì alla rinfusa e tutti con un dito di polvere sopra.
Nell'ozio, per distrarsi, s'era messo anche a studiarle, quelle formiche, per ore e ore.
Erano formiche piccolissime e della più lieve esilità, fievoli e rosee, che un soffio ne poteva portar via più di cento; ma subito cento altre ne sopravvenivano da tutte le parti; e il da fare che si davano; l'ordine nella fretta; queste squadre qua, quest'altre là; viavai senza requie; s'intoppavano, deviavano per un tratto, ma poi ritrovavano la strada, e certo s'intendevano e consultavano tra loro.
Non gli era parso ancora, però, forse per quella loro esilità e piccolezza, che potessero essere temibili, che volessero proprio impadronirsi della casa e di lui stesso e non lasciarlo più vivere.
Pur le aveva trovate da per tutto, in tutti i cassetti; le aveva vedute venir fuori donde meno se le sarebbe aspettate; se l'era trovate anche in bocca talvolta, mangiando qualche pezzo di pane lasciato per un momento sulla tavola o altrove.
L'idea che se ne dovesse seriamente difendere, che le dovesse seriamente combattere, non gli era ancora venuta.
Gli venne tutt'a un tratto una mattina, forse per l'animo in cui era, dopo una nottataccia più nera delle altre.
S'era levata la giacca per portar dentro la catapecchia alcuni covoni, una ventina, che dopo la mietitura il contadino non aveva ancora trasportato nel suo podere di là e aveva lasciato qua all'aperto.
Il cielo, durante la notte, s'era incavernato, e la pioggia pareva imminente.
Abituato a non far mai nulla, per quella fatica insolita e per quella sciocca previdenza, che poi del resto non spettava neanche a lui perché quei covoni di grano appartenevano come tutto il resto al contadino, s'era tanto stancato, che quando fu per trovar posto dentro la catapecchia, già tutta stipata, all'ultimo covone, non ne poté più, lasciò quel covone davanti la porta, e sedette per riposarsi un po'.
A capo chino, con le braccia appoggiate alle gambe discoste, lasciò penzolare tra esse le mani.
E ad un certo punto ecco che si vide uscire dalle maniche della camicia su quelle mani penzoloni le formiche, le formiche che dunque sotto la camicia gli passeggiavano sul corpo come a casa loro.
Ah, perciò forse la notte lui non poteva più dormire e tutti i pensieri e i rimorsi lo riassalivano.
S'infuriò e decise lì per lì di sterminarle.
Il formicajo era a due passi dalla porta.
Dargli fuoco.
Come non pensò al vento? Oh bella.
Non ci pensò perché il vento non c'era, non c'era.
L'aria era immota; in attesa della pioggia che pendeva sulla campagna, in quel silenzio sospeso che precede la caduta delle prime grosse gocce.
Non crollava foglia.
La raffica si levò d'improvviso a tradimento, appena lui accese il fascetto di paglia raccolta per terra; lo teneva in mano come una torcia; nell'abbassarlo per dar fuoco al formicajo, la raffica, investendolo, portò le faville a quel covone rimasto davanti la porta, e subito il covone avvampando appiccò il fuoco agli altri covoni riparati dentro la casa, dove l'incendio d'un tratto divampò crepitando e riempiendo tutto di fumo.
Come un pazzo, urlando con le braccia levate, lui si cacciò dentro alla fornace, forse sperando di spegnerla.
Quando dalla gente accorsa fu tratto fuori, fu uno spavento vederlo tutto orribilmente arso e non ancor morto, anzi furiosamente esaltato, annaspante con le braccia, le fiamme addosso, sugli abiti e nei ricci svolazzanti sul capo.
Morì poche ore dopo all'ospedale, dove fu trasportato.
Nel delirio, sparlava del vento, del vento e delle formiche.
- Alleanza...
alleanza...
Ma già lo sapevano pazzo.
E quella sua fine, sì, fu commiserata, ma pur con un certo sorriso sulle labbra.
QUANDO S'E' CAPITO IL GIUOCO
Tutte le fortune a Memmo Viola!
E se le meritava davvero quel buon Memmone, che cacciava le mosche allo stesso modo con cui guardava la moglie, cioè con l'aria di dire:
- Ma perché v'ostinate, santo Dio, a molestarmi così? Non sapete già, che non riuscirete mai a farmi stizzire? E dunque sciò, care; sciò...
Le mosche, la moglie, tutte le noje piccole e grandi della vita, le ingiustizie della sorte, le malignità degli uomini, le stesse sofferenze corporali, non avrebbero potuto mai alterare la sua stanca placidità, né scuoterlo da quella specie di perpetuo letargo filosofico, che gli stava nei grossi occhi verdastri e gli ansimava nel nasone tra i peli dei baffi arruffati e quelli che gli uscivano a cespugli dalle narici.
Perché Memmo Viola diceva di aver capito il giuoco.
E quando uno ha capito il giuoco...
Invulnerabile al dolore, però, impenetrabile anche alla gioja.
E questo era un vero peccato, perché Memmo Viola era quel che suol dirsi un beniamino della fortuna.
Forse però il giuoco, ch'egli diceva d'aver capito, era questo, che la fortuna lo favoriva tanto, appunto perché egli era così, appunto perché sapeva che egli non le sarebbe corso mai dietro, neppure se essa gli avesse profferto, dopo due gambate, tutti i tesori del mondo, e che non si sarebbe rallegrato né punto né poco, neanche se fosse venuta da sé a portarglieli in casa.
Tutti i tesori del mondo, no; ma ecco che un giorno gli aveva proprio portato in casa la grossa eredità di chi sa qual vecchia zia, una vecchia zia sconosciuta, morta in Germania; per cui aveva potuto rinunziare all'impiego, che gli pesava tanto, sebbene, povero Memmo, come tutto il resto, da dieci anni lo sopportasse in santa pace.
Poco tempo dopo, la moglie, stanca di vedersi guardata a quel modo e di non esser buona a farlo arrabbiare, per quante gliene facesse sotto gli occhi, di tutti i colori, gli aveva aperto, anzi spalancato la porta, e lo aveva spinto fuori, a vivere libero per conto suo, in un quartierino da scapolo; a patto, però, che egli lasciasse libera anche lei, allo stesso modo, e con un congruo assegno debitamente assicurato.
Sì? E quando mai Memmo Viola s'era sognato di porre un limite o un freno alla libertà della moglie? Ma ella voleva così? AMEN.
E con tutti i libri di scienze fisiche e matematiche e di filosofia, e tutte le stoviglie di cucina, che rappresentavano le due più forti passioni della sua vita, era andato ad allogarsi in tre stanzette modeste.
Dopo aver dato allo spirito il nutrimento più gradito, attendeva a preparar da sé, con le sue mani, anche il più gradito nutrimento al suo corpo: cuoco dilettante e dilettante filosofo.
Una vecchia serva veniva ogni mattina a fargli la spesa, gli apparecchiava la tavola, gli rigovernava la cucina, gli rifaceva il letto e la pulizia delle tre stanzette, e se ne andava.
Se non che, dopo appena due mesi di questa seconda fortuna, una mattina per tempissimo, ch'egli se ne stava ancora a letto a fare il sonnellino dell'oro, sua moglie venne a svegliarlo di soprassalto nel suo quartierino con una furiosa scampanellata e, investendolo come una bufera, lo trascinò afferrato per il petto, povero Memmo, così in camicia come si trovava e con le brache ancora in mano, verso un angolo della camera, dietro un paraventino coperto di mussola rasata color di rosa, ove s'immaginò dovesse star nascosto il lavabo e, versandogli lei stessa, per non perder tempo, l'acqua nel catino, lo costrinse a lavarsi e poi subito a vestirsi, subito subito, perché doveva uscire, doveva correre, precipitarsi in cerca di due amici.
- Ma perché?
- Làvati, ti dico!
- Ecco, mi lavo...
Ma perché?
- Perché tu sei sfidato!
- Sfidato? io? Chi m'ha sfidato?
- Sfidato...
non so bene: o sei sfidato o devi sfidare.
Non so di queste cose...
so che ho qua il biglietto di quel mascalzone.
Làvati, vèstiti, spìcciati, ma non mi star davanti con codest'aria di mammalucco intronato!
Memmo Viola, venuto fuori dal paraventino con le mani bollicose di saponata, guardava veramente la moglie, se non come un mammalucco, certo come intronato.
Non lo costernava tanto l'annunzio di quella sfida, quanto la grave agitazione della moglie, fuori di casa a quell'ora e in quel disordine d'abbigliamento.
- Abbi pazienza, Cristina mia...
Dimmi almeno, mentre mi lavo, che cosa è accaduto...
- Che? - gli gridò la moglie, avventandoglisi di nuovo addosso, quasi con le mani in faccia.
- Sono stata vigliaccamente, sanguinosamente insultata in casa mia, per causa tua...
perché sono rimasta sola, senza difesa, capisci?...
Insultata...
oltraggiata...
Mi hanno messo le mani addosso, capisci? a frugarmi, qua, in petto, capisci? Perché hanno sospettato ch'io fossi...
Non poté seguitare; si coprì furiosamente il volto con le mani e ruppe in un pianto stridulo, convulso, d'onta, di ribrezzo, di rabbia.
- Oh Dio, - fece Memmo.
- Ma quando è stato? Chi ha potuto osare?
E allora la moglie, prima tra i singhiozzi e storcendosi le mani, poi di punto in punto rieccitandosi vieppiù, gli narrò che la sera avanti, mentr'era a cena, aveva sentito un gran fracasso alla porta, grida, risate, scampanellate, pugni, pedate.
La serva, accorsa, era venuta a dirle che quattro signori mezzo ubriachi, cercavano d'una Spagnuola, di una certa PEPITA, e che non se ne volevano andare e s'erano buttati a sedere sconciamente nella saletta d'ingresso.
Appena avevano veduto comparire lei, le erano saltati tutti e quattro addosso e chi pigliandola per il ganascino, chi cingendole con un braccio la vita, chi frugandole in petto, l'avevano pregata, scongiurata di conceder loro una visitina alla piccola PEPITA.
Al suo divincolarsi, alle sue grida, ai suoi morsi, avevano risposto con risa e gesti sguajati, finché, a quel pandemonio, non erano accorsi dai piani di sopra e di sotto tanti vicini di casa.
Scuse...
chiarimenti...
c'era un equivoco...
mortificazione...
Uno s'era finanche inginocchiato...
Ma ella non aveva voluto sentir nulla; aveva preteso che le dessero conto e soddisfazione dell'oltraggio, e tanto aveva insistito, che alla fine uno dei quattro, che forse era stato il meno insolente, s'era veduto costretto a lasciare il suo biglietto da visita.
- Eccolo qua! A te, prendi! Sei ancora in maniche di camicia? Che aspetti? Non ti muovi?
Memmo Viola aveva già bell'e capito che quello non era né il caso né il momento di ragionare e, senza neppur dare uno sguardo di sfuggita al nome stampato in quel biglietto da visita, ritornò al lavabo dietro il paraventino.
- Che fai?
- Finisco di lavarmi.
- A chi pensi di rivolgerti? Non andare dal Venanzi, sai! Gigi Venanzi non accetta; puoi star sicuro che non accetta.
Perderai il tempo inutilmente!
- Permetti? - disse Memmo, che aveva già riacquistato tutta la sua placidità.
- Il tempo, cara, me lo fai perdere tu, adesso.
Lasciami lavare, senza tirarmi a discutere.
Non hai voluto saper d'equivoci.
Scuse, non hai voluto accettarne.
Hai voluto il duello: cioè, farmi dare una sciabolata.
Bene, ti servo subito.
Ma lascia ora che provveda io a garantire, come meglio posso, la mia pelle.
Dici che Gigi Venanzi non accetterà? E come lo sai?
La moglie, un po' sconcertata alla domanda, abbassò gli occhi.
- Lo...
lo suppongo...
- Ah, - fece Memmo, asciugandosi la faccia - lo supponiii...
Vedrai che accetterà! Vuoi che si tiri indietro per me, giusto per me, quando presta a tutti i suoi uffici cavallereschi? Non passa un mese, perdio, che non si trovi in mezzo a due o tre duelli, padrino di professione! Ma sarebbe da ridere! Che direbbe la gente, che lo sa tanto amico mio, e tanto pratico di queste cose, se mi rivolgessi ad altri?
La moglie, brancicando la borsetta con le dita irrequiete, dopo essersi un tratto morsicchiato il labbro, scattò, levandosi in piedi.
- E io ti dico che non accetterà.
Memmo scoprì di tra lo sparato della camicia, nell'infilarsela, il faccione ridente e disse, fissando acutamente la moglie:
- Me ne deve dire la ragione...
E non può! Dico, non può averne, via! Lasciami, lasciami vestire...
Vestito, domandò con un certo risolino timido:
- Scusa, hai visto per caso, entrando, se fuori della porta c'era il fiaschetto del latte?
S'aspettava un nuovo prorompimento d'ira a quella domanda, e insaccò il capo nelle spalle e levò le mani in atto di parare:
- Zitta, zitta...
vado, corro...
E uscì insieme con la moglie, per recarsi in casa di Gigi Venanzi.
Lo trovò fortunatamente per istrada, a pochi passi dalla sua abitazione.
Scorgendogli in viso un'improvvisa alterazione di rabbioso dispetto, Memmo Viola comprese che l'amico era uscito così presto di casa, perché si aspettava la sua visita.
Gli si parò davanti, sorridendo e gli disse:
- Cristina mi manda da te.
Andiamo sù.
La cosa è grave.
Gigi Venanzi gli piantò in faccia gli occhi torbidi e gli domandò:
- Che c'è?
- Oh, non facciamo storie - esclamò Memmo.
- Ti leggo in faccia che lo sai.
Dunque non mi far parlare.
Sono sfinito; casco a pezzi.
E' venuta a svegliarmi come una furia nel meglio del sonno, e non m'ha dato neanche il tempo di prendere un po' di latte e caffè.
Appena risalito in casa, Gigi Venanzi si voltò come un cane idrofobo a Memmo e gli gridò:
- Ma lo sai chi è Miglioriti?
Memmo lo guardò balordamente:
- Miglioriti? No...
Che c'entra Miglioriti? Ah...
è forse...
aspetta! Non l'ho neanche guardato.
Ficcò due dita nel taschino del panciotto e ne trasse, tutto gualcito, il biglietto da visita che gli aveva dato la moglie:
- Ah, già...
Miglioriti - disse, leggendo.
- ALDO MIGLIORITI DEI MARCHESI DI SAN FILIPPO.
Il nome non m'arriva nuovo...
Chi è?
- Chi è? - ripeté col sangue agli occhi Gigi Venanzi.
- La prima lama tra i dilettanti di Roma!
- Ah, sì? - fece Memmo Viola.
- Tira bene? Di spada?
- Di spada e di sciabola!
- Mi fa piacere.
Ma è pure un gran mascalzone, va' là! Quello che ha fatto...
Gigi Venanzi gli saltò addosso quasi con la stessa furia, con cui poc'anzi gli era saltata addosso la moglie.
- Ma se ha domandato scusa! Ma se è stato un equivoco!
Memmo Viola, allora lo guardò, ammiccando con la coda dell'occhio, timido e furbo a un tempo, e domandò, quasi fuor fuori:
- C'eri?
Il volto di Gigi Venanzi si scompose, come in uno smarrimento di vertigine: - Come? dove? - balbettò.
Memmo Viola, come se nulla fosse, ritrasse sorridendo il suo amico dal precipizio, a cui con quella lieve, breve domanda s'era divertito a spingerlo, e riprese:
- Ah...
già...
sì...
tu hai saputo.
Era anche ubriaco, mezzo ubriaco, sì...
Ma che vuoi farci? Caro mio, Cristina non vuole scuse! tanto ha detto, tanto ha fatto, che lo ha costretto a lasciare il suo biglietto da visita, in presenza di tanti testimoni.
Ora bisogna che qualcuno lo raccolga, questo biglietto.
Il marito sono io, e tocca a me.
Ma da che ci siamo, ohè, Gigi, bisogna far le cose sul serio.
L'oltraggio è stato grave, e gravi debbono essere le condizioni.
Gigi Venanzi lo guardò stordito; poi, in un nuovo impeto di rabbia gli gridò:
- Ma se tu non sai neanche tenere la spada in mano!
- Alla pistola, - disse Memmo placidamente.
- Ma che pistola d'Egitto! - si scrollò Gigi Venanzi.
- Quello imbrocca un soldo incastrato in un albero a venti passi di distanza!
- Ah sì? - ripeté Memmo.
- E allora, prima alla pistola, e poi alla spada.
Me, vedrai che non m'imbrocca di certo.
Gigi Venanzi si mise ad andare sù e giù, sù e giù per la stanza; poi facendo animo risoluto:
- Senti, Memmo: io non posso accettare.
- Che? - fece subito Memmo, afferrandogli un braccio.
- Non facciamo scherzi, Gigi, e non perdiamo tempo! Tu non puoi tirarti indietro, come non posso tirarmi indietro io.
Tu farai la tua parte, com'io faccio la mia.
Pensa al secondo testimonio, e sbrìgati.
- Ma vuoi che ti porti al macello? - gli gridò Gigi Venanzi al colmo dell'esasperazione.
- Uh, - sorrise Memmo.
- Non esageriamo...
Del resto, caro mio, tutte sciocchezze.
Inutile parlarne! Cristina vuole lavato l'oltraggio, e non se n'esce.
Perderei la libertà; e invece, con questa occasione, io me la voglio guadagnare intera.
Vedrai che ci riuscirò.
Va', va'; pensa a tutto, tu che te n'intendi.
Io ti aspetto a casa.
Sto leggendo un bel libro sai? su i Massimi Problemi.
Tu non ci hai mai pensato; ma il problema dell'oltretomba è formidabile, Gigi! No, scusa, scusa...
perché...
senti questo: l'Essere, caro mio, per uscire dalla sua astrazione e determinarsi ha bisogno dell'Accadere.
E che vuol dire questo? dammi una sigaretta.
Vuol dire che...
- grazie - vuol dire che l'Accadere, poiché l'Essere è eterno, sarà eterno anch'esso.
Ora un accadere eterno, cioè senza fine, vuol dire anche senza UN fine, capisci? un accadere che non conclude, dunque, che non può concludere, che non concluderà mai nulla.
E' una bella consolazione.
Dammi un fiammifero.
Tutti i dolori, tutte le fatiche, tutte le lotte, le imprese, le scoperte, le invenzioni...
- Sai? - disse Gigi Venanzi, che non aveva udito nulla di tutta quella tiritera.
- Forse Nino Spiga...
- Ma sì, Nino Spiga o un altro, prendi chi ti pare, - gli rispose Memmo.
- E per il medico, sceglilo tu, caro, di tua fiducia.
Oh, se hai bisogno...
E accennò di prendere il portafogli.
Gigi Venanzi gli arrestò la mano.
- Poi...
poi...
- Perché ho sentito dire, - concluse Memmo - che per farsi bucare con tutte le regole cavalleresche ci vogliono dei bei quattrini.
Basta, poi mi farai il conto.
Addio, eh? Mi trovi in casa.
Lo trovò in casa, difatti, Gigi Venanzi, quella sera, ma sotto un aspetto che non si sarebbe mai immaginato.
Memmo Viola litigava con la vecchia serva a cui mancavano tre soldi nel conto della spesa.
E le diceva:
- Cara mia, se tu mi metti nel conto: RUBATI, SOLDI 8, O SOLDI 10, io tiro pacificamente la somma, e non ne parlo più.
Ma questi tre soldi, così, non te l'abbono.
Vorrei sapere che gusto ci provi, tentare di pigliare in giro uno come me, che ha capito così bene il giuoco...
Parlo bene, Gigi?
Costernatissimo, esasperato, stanco morto, Gigi Venanzi stava a mirarlo con tanto d'occhi.
La calma di quell'uomo, alla vigilia di battersi alla spada, nientemeno che con Aldo Miglioriti, era stupefacente.
E il suo stupore crebbe, quando, enunciategli le condizioni gravissime del duello, volute e imposte anche dal Miglioriti, vide che quella calma non s'alterava per niente.
- Hai capito? - gli domandò.
- Eh, - fece Memmo.
- Come no? Domattina alle sette.
Ho capito.
Va benissimo.
- Io sarò qui, bada, alle sei e un quarto.
Basterà, - avvertì il Venanzi.
- Con l'automobile si farà presto.
Ho preso per medico Nofri.
Non andar tardi a letto, e procura di dormire, eh?
- Sta' tranquillo, - disse Memmo.
- Dormirò.
E tenne la parola.
Alle sei e un quarto, quando venne Gigi Venanzi a bussare alla porta, dormiva ancora profondissimamente.
Venanzi bussò, due, tre, quattro volte; alla fine Memmo Viola, nelle stesse condizioni in cui la mattina avanti era andato ad aprire alla moglie, cioè in camicia e con le brache in mano, venne ad aprire all'amico.
Venanzi, a quell'apparizione, restò di sasso.
- Ancora così?
Memmo finse una grande meraviglia.
- E perché? - gli domandò.
- Ma come? - inveì Gigi Venanzi.
- Tu ti devi battere! Ci sono giù Spiga e Nofri...
Che scherzo è questo?
- Scherzo? Mi devo battere? - rispose placidissimamente Memmo Viola.
- Ma scherzerai tu, caro! Io ti ho detto che a me tocca di far la parte mia, e a te la tua.
Sono il marito e ho sfidato; ma quanto a battermi, abbi pazienza, non tocca più a me, caro Gigi, da un pezzo: tocca a te...
Siamo giusti!
Gigi Venanzi si sentì sprofondare la terra sotto i piedi, seccare il sangue nelle vene; vide giallo, vide rosso; afferrò Memmo per il petto, gli scagliò, gli sputò in faccia le ingiurie più sanguinose; Memmo lo lasciò fare, ridendo.
Solo, a un certo punto, gli disse:
- Bada, Gigi, che non fai più a tempo, se devi trovarti sul terreno alle sette.
Ti conviene esser puntuale.
Dall'alto della scala, poi, reggendosi ancora le brache con la mano, gli augurò:
- In bocca al lupo, caro, in bocca al lupo!
PADRON DIO
Tanti anni fa, a un pittore non si sa donde venuto, egli che viveva da selvaggio sù per le spalle dei monti, guardiano di mandrie, si era prestato a far da modello per una pala d'altare, di cui quegli preparava i cartoni e altri studii preliminari.
Che parte fosse destinato a rappresentare in quel quadro sacro, non si era neppur curato di sapere: si era lasciato vestire di strana foggia e atteggiar d'un gesto violento, con una verga in mano.
Ma, poco dopo, consacrata la chiesa nuova, e accorso egli con tutto il popolo alla prima funzione, vedendosi nella pala effigiato in uno dei giudici che colpivan Gesù legato alla colonna, s'era messo a gridar furibondo e a piangere e a strapparsi i capelli, pestando i piedi per terra:
- Levatemi di lì! Son cristiano!
Tratto fuori fra la confusione generale (risa di quelli che lo avevano ravvisato nella pala e domande e supposizioni disparate degli altri che non se n'erano accorti), non si era calmato e non aveva smesso la minaccia di uccidere quel pittore insolente, finché dal vecchio mansionario della nuova chiesa non aveva ottenuto la promessa d'un ritocco alla immagine di quel giudeo per modo che ogni somiglianza con lui fosse cancellata.
Non pertanto, il nomignolo di GIUDE' gli era rimasto; e ora, dopo tant'anni, chiamavasi Giudè lui stesso.
Ma così il volto come la persona avevan perduto quell'espressione di dura fierezza per cui il pittore lo aveva scelto a rappresentar nella pala quella parte odiosa.
Era vecchio ormai il Giudè e non più buono neppur da condurre al pascolo le mandrie: viveva di elemosina, senza mai chiederla, o meglio, chiedendola in un modo suo particolare.
Spinto dalla fame, dopo aver vagato come un cane randagio per le pianure deserte, si appressava a una villa e al primo contadino in cui s'imbattesse diceva:
- Di' al tuo padrone che c'è l'esattore.
Tutti adesso intendevano e sorridevano, ma la prima volta che il Giudè usò questa frase per la sua questua dovè spiegarla.
E la spiegò così: che noi tutti sulla terra siamo inquilini del Signore, il quale sarebbe per ciascuno allo stesso modo buon padrone di casa, se molti uomini non si fossero fatta della terra casa propria, senza volere intendere né riconoscere che essa dovrebbe invece esser casa comune.
Debbono però questi tali ricordarsi che il Signore è pur padrone di un'altra casa, di là (e il Giudè aveva additato il cielo), della quale vuol che ciascuno paghi anticipata qui la pigione.
I poveri la pagano coi patimenti quotidiani del freddo e della fame; basta ai ricchi, per pagarla, che facciano ogni tanto un po' di bene.
Ecco dunque perché egli era pei ricchi l'esattore.
Ottenuta l'elemosina in natura, si allontanava; e, andando, riconosceva qua e là per la campagna gli alberi che avrebbero dovuto esser suoi: suoi, perché quell'ulivo, quel ciliegio, quel nespolo, quel melograno eran nati per lui che tant'anni addietro, passando, aveva scavato e buttato il seme alla terra; e la terra, ecco, gli aveva dato l'albero; lo aveva dato a lui...
Perché la terra sa forse a chi appartenga?
Ed egli per quegli alberi aveva affetto paterno: gli parevano i più belli e i più rigogliosi di tutta la campagna; e si fermava ad ammirarli a lungo e scoteva il capo folto di capelli grigi, ricci, quasi ferruginei.
I rami sovraccarichi lo invitavano a cogliere almeno un frutto, poiché tutti eran suoi (ah, essi lo sapevano bene!) - ecco, e glieli offrivano...
Ma lui, no: non cedeva alla tentazione; sospirando abbassava la mano che già s'era levata.
Così, per le campagne altrui, viveva senza tetto.
Dormiva in un casale smantellato e abbandonato; si destava all'alba e si metteva a errar senza meta, per le solitudini immense e pur piene di tanta vita, in quel silenzio palpitante di foglie e d'ali, a ora a ora tentato dal trillo d'un uccello che s'allontanava.
Sdrajato per terra, s'immergeva in quel silenzio e guardava i fili d'erba che si movevano appena, di tanto in tanto, a un alito d'aura; guardava qualche lucertola che si beava del sole sopra una pietra, e le farfalle bianche che volitavan sicure in tanta pace.
O perché mai nascevano certe erbe? Non per gli uomini, certo, né per le bestie, che non ne mangiavano...
Nascevano perché Dio le voleva e la terra le faceva, senza curarsi del dispiacere che recava agli uomini prepotenti, i quali credono d'aver dominio su lei; tanto è vero che, strappate, tornava a farle; e lì che nessuno le toccava, esse crescevano senza fine - come la terra le voleva...
- Dio ha voluto anche me, - il Giudè pensava - e intanto non ho un palmo di terra in cui mi possa stare, dicendo: è mio.
Son come quest'erbacce, che nessuno vuole nel proprio campo.
Solo dov'esse crescono indisturbate posso stare anch'io.
Vuol dire che il padrone non c'è o non se ne cura.
Parecchie volte era stato colpito da questa idea.
Conosceva certe terre abbandonate, per cui non passava mai anima viva, e nelle quali egli, dacché era vivo, cioè per tant'anni che non si ricordava il numero, aveva sempre veduto quell'erbacce; né mai alcuna traccia, anche lontana, di coltivazione; né mai alcun segno, anche antico, del dominio di qualcuno.
Quelle terre adunque, da tempo almeno per lui immemorabile, appartenevano a se stesse, libere di produrre, non quel che gli uomini vogliono, ma quel che a loro piaceva.
- E se io - pensava il Giudè - da un lembo qui nel mezzo, che nessuno se n'accorga, strappo le male erbe, e vi butto un pugno di frumento, non mi darà questa terra un po' di grano? Lo darebbe a me come a chiunque...
Il padrone, ammesso che ci sia, è chiaro che ha sempre rinunziato a trar da questo podere qualsiasi profitto.
Non sarà lo stesso per lui se in un pezzetto qui in giro, invece di sterpi inutili, crescerà un po' di grano per me? Egli, queste terre le ha abbandonate, né io me le piglio: farò soltanto che un breve tratto di esse, almeno per una volta, invece di sterpi inutili produca grano...
Del resto, chi è il padrone?
Vinto da questa idea, il Giudè nelle sue questue si mise d'allora in poi a chiedere, oltre al tozzo di pane consueto, una manatella di frumento.
- O che ha rincarato la pigione padron Dio, Giudè? - gli domandavano scherzando i fattori delle ville, a cui egli si presentava da esattore.
Il Giudè, sorridendo umilmente, si stringeva nelle spalle:
- Se volete...
E intanto che raccoglieva così da seminare, apparecchiava lì, nella solitudine, il terreno - oh, alla meglio, sprovvisto com'era degli arnesi necessari.
Aveva soltanto un logoro marrello, tolto in prestito, col quale, zappettando, cavò prima via l'erbacce maligne; poi scavò, scavò quanto più a fondo gli permise la forza delle povere braccia sfibrate dagli stenti e dalla vecchiaja: e questo al terreno doveva bastare.
Non al suo desiderio però, che gli faceva seguir con gli occhi invidiando l'opera degli aratri negli altri campi e i seminatori che gittavano il grano fiduciosi nel lavoro coscienziosamente fornito.
Ah, egli non aveva nemmeno potuto incalcinare i semi, perché non involpassero: li aveva così, quasi alla ventura, consegnati alle zolle appena appena rimosse...
Vennero le prime acque, e il Giudè, udendo dal suo covo notturno scrosciar la pioggia, pensò che anche su quel suo lembo di terra in quel momento pioveva...
Poi, con un gaudio che lo fece lagrimare, vide il grano sbullettare e poi dalla terra umida spuntar timide le prime pipite.
Ah, ecco, ecco, la terra gli dava il grano! era suo! Poi guardò il cielo donde l'acqua benefica era caduta anche per lui, anche per quel suo primo tesoro; ma la vista del cielo lo sconsolò: avrebbe voluto vederlo così basso da chiudere e nascondere quel piccolo lembo coltivato, perché nessuno lo scoprisse, lì, tra quelle erbacce intorno.
E man mano le pipite sfronzarono, accestirono.
E ormai il Giudè non sapeva staccarsi più da quel pezzetto di terra, nonostante il freddo acuto e le intemperie: quasi covava con gli occhi quel suo grano; e nel vedere l'aura avvivare di tremiti le tenere foglioline, tutta l'anima gli tremava.
Se non che, un giorno di quelli, non si sentì la forza di sbucare dal casale abbandonato in cui s'era fatto il covo.
Il sole era già alto, e il Giudè, seduto per terra, con le spalle al muro, le ginocchia abbracciate, guardava innanzi a sé, stordito ancora dai sogni della notte, e tremava tutto di freddo e i denti gli battevano.
Che era avvenuto? Dov'era il suo campicello? E i granaj dov'erano? tutti quei granaj pieni, con tanti e tanti misuratori allegri che davan via frumento, frumento, frumento, cantando e senza togliere con la rasiera il colmo dello stajo? E quella povera donna che era accorsa con un grembiale bucato, donde giù tutti i chicchi scorrevano così a sgorgo, che la grembiata si votava prima ch'ella raggiungesse la porta del granajo? Ah, la poverina tornava sempre indietro, daccapo, disperatamente, urtata, spinta tra la ressa degli altri poveri accorrenti senza fine, e mai nessun chicco le restava in grembo...
- Date via! date via! - incitava il Giudè i misuratori.
- Così mi pago la pigione dell'altra casa del Signore, lassù...
E i granaj non si votavano mai: dalle finestre in alto, sopra i mucchi addossati alle pareti, il frumento sgorgava, veniva giù come cascata d'acqua, continuamente, frusciando.
E ora, ecco, quel fruscìo continuo nel sogno gli era rimasto nelle orecchie...
Ah, la febbre! egli aveva la febbre, e tremava di freddo.
Si levò in piedi a stento: vacillava...
Si trascinò fuori del casale diruto per ritornare al campicello lontano, ma dopo un breve tratto di cammino s'accasciò, in un completo abbandonamento di membra.
Si ritrovò dopo alcuni giorni, stupito e sgomento, su un lettuccio d'ospedale, in un lungo camerone silenzioso.
- Ah, è segno che son morto, se mi hanno accolto qui - pensò il Giudè.
La testa gli pesava come se fosse di piombo, e non aveva forza neanche d'aprir le pàlpebre.
Quel filo d'anima che gli restava si rincantucciò sotto la superstiziosa paura che il luogo gl'ispirava; ed egli abbandonò disajutato il vecchio corpo affranto e inerte alle cure dei medici e degli infermieri, senza neppur domandare che male avesse.
Con gli occhi chiusi, tutto rannicchiato quasi per schermirsi dai brividi incalzanti della febbre, spingeva il pensiero lontano lontano, al campicello suo; e lì, sovr'esso, a poco a poco s'addormentava.
Attorno a lui, allora, sentiva e vedeva il grano già accestito mandar sù sù sù il gambo della spiga...
ma troppo alto...
non così, possibile? ogni gambo più alto d'un pioppo? Il Giudè, smaniando, voleva impedir quel rigoglio dispettoso e inverosimile, ma non poteva: i gambi gli si allungavano da ogni lato, visibilmente, fino a quella altezza, l'uno dopo l'altro, e a poco a poco lo seppellivano.
Ora, smaniando l'aria, il Giudè si rizzava, ma - o stupore! - anch'egli era più alto assai delle spighe...
Si guardava attorno smarrito, poi guardava il cielo, ed ecco la luna, a portata della sua mano: alzava un braccio e la prendeva e con essa si metteva a falciare.
Poi, tutt'a un tratto, il sogno crollava, e il Giudè si destava di soprassalto.
Vedeva allora in contrapposto venir sù gracile e pallido e rado il suo grano e i poveri gambi acquattati dalla pioggia o spezzati dal vento...
E sospirava: - L'aratro! ci voleva l'aratro!...
- Ché certo la terra da quel suo logoro marrello non si era neppur sentita vellicare...
Intanto i giorni passavano, ma non le febbri al Giudè.
Aveva perduto la memoria del tempo, e non chiedeva nemmeno in che stagione si fosse, per paura che gli rispondessero: è finita l'estate.
Si provava a levare un po' il capo dal guanciale per guardar sopra gli altri letti l'ampia finestra in fondo al camerone: intravedeva appena il cielo limpido fiammante di sole.
Ma forse era ancor primavera.
- Chi sa però: - pensava il Giudè - qualcuno forse, passando di là, avrà scoperto tra le erbacce il grano, e l'avrà fatto suo...
Ma se poi nessuno lo scopre, non è anche peggio? Quella grazia di Dio si perderà, aspettando invano sotto il sole la falce.
E la terra avrà dato il grano inutilmente...
Come Dio volle però (e fu Dio, certo, dietro tante preghiere), il Giudè poté lasciar l'ospedale - uscir di prigione - guarito, sui primi del giugno.
Subito volò di lungo al suo campicello; scorse da lontano il biondeggiar del grano, ma a un tratto sentì mancarsi le gambe, cascarsi le braccia...
Tutt'intorno alla messe quasi miracolosa (tanto era alta e folta!) correva una siepe; a un canto sorgeva un pagliajo, e un cane, udendo tra le erbacce oltre la siepe fruscìo di passi, si mise a latrare.
Si affacciò alla siepe il contadino di guardia, con una mano a riparo degli occhi.
- Oh, benvenuto, Giudè! T'aspettavo...
Dimmi che vuoi tu ora qui.
Il Giudè, affranto dalla corsa e dal cordoglio, si pose a sedere per terra, calandosi pian piano, appoggiato al lungo bastone.
- Non voglio nulla...
- poi disse, rattenendo le lacrime.
- Quieta il tuo cane.
Sono venuto soltanto per vedere codesto miracolo: il grano che t'è nato solo, e così bello, da sé...
- E di chi era la terra, Giudè?
- Era di quest'erbacce qui, che non fanno pane...
- rispose il povero vecchio.
- Dillo, dillo al tuo padrone...
E rimase a lungo lì, per terra, a guardar quelle spighe alte e piene, che, mosse dal vento, tentennando, pareva lo commiserassero.
LA PROVA
Vi parrà strano che io ora stia per fare entrare un orso in chiesa.
Vi prego di lasciarmi fare perché non sono propriamente io.
Per quanto stravagante e spregiudicato mi possa riconoscere, so il rispetto che si deve portare a una chiesa e una simile idea non mi sarebbe mai venuta in mente.
Ma è venuta a due giovani chierici del convento di Tovel, uno nativo di Tuenno e l'altro di Flavòn, andati in montagna a salutare i loro parenti prima di partire missionari in Cina.
Un orso, capirete, non entra in chiesa così, per entrarci; voglio dire, come se niente fosse.
Vi entra per un vero e proprio miracolo, come l'immaginarono questi due giovani chierici.
Certo, per crederci, bisognerebbe avere né più né meno della loro facile fede.
Ma convengo che niente è più difficile ad avere che simili cose facili.
Per cui, se voi non l'avete, potete anche non crederci; e potete anche ridere, volendo, di quest'orso che entra in chiesa perché Dio gli ha dato incarico di mettere alla prova il coraggio dei due novelli missionari prima della loro partenza per la Cina.
Ecco intanto l'orso davanti alla chiesa che solleva con la zampa il pesante coltrone di cuojo alla porta.
E ora, un po' sperduto, ecco che s'introduce nell'ombra e tra le panche in doppia fila della navata di mezzo si china a spiare, e poi domanda con grazia alla prima beghina:
- Scusi, la sagrestia?
E' un orso che Dio ha voluto far degno di un Suo incarico, e non vuole sbagliare.
Ma anche la beghina non vuole interrompere la sua preghiera, e, stizzita, più col cenno della mano che con la voce indica di là, senza alzare la testa né levar gli occhi.
Così non sa d'aver risposto a un orso.
Altrimenti, chi sa che strilli.
L'orso non se n'ha a male; va di là e domanda al sagrestano:
- Scusi, Dio?
Il sagrestano trasecola:
- Come, Dio?
E l'orso, stupito, apre le braccia:
- Non sta qui di casa?
Quello non sa ancor credere ai suoi occhi, tanto che esclama quasi in tono di domanda:
- Ma tu sei orso!
- Orso, già, come mi vedi; non mi sto mica dando per altro.
- Appunto, orso vuoi parlar con Dio?
Allora l'orso non può fare a meno di guardarlo con compassione:
- Dovresti invece meravigliarti che sto parlando con te.
Dio, per tua norma, parla con le bestie meglio che con gli uomini.
Ma ora dimmi se conosci due giovani chierici che partono domani missionari in Cina.
- Li conosco.
Uno è di Tuenno e l'altro di Flavòn.
- Appunto.
Sai che sono andati in montagna a salutare i loro parenti e che debbono rientrare in convento prima di sera?
- Lo so.
- E chi vuoi che m'abbia dato tutte queste informazioni se non Dio? Ora sappi che Dio vuol sottometterli a una prova e ne ha dato incarico a me e a un orsacchiotto amico mio (potrei dir figlio, ma non lo dico perché noi bestie non riconosciamo più per nostri figli i nostri nati pervenuti a una certa età).
Non vorrei sbagliare.
Desidererei una descrizione più precisa dei due chierici per non fare ad altri chierici innocenti una immeritata
paura.
La scena è qui rappresentata con una certa malizia che certo i due chierici, nell'immaginarla, non ci misero; ma che Dio parli con le bestie meglio che con gli uomini non mi pare che si possa mettere in dubbio, se si consideri che le bestie (quando però non siano in qualche rapporto con gli uomini) sono sempre sicure di quello che fanno, meglio che se lo sapessero; non perché sia bene, non perché sia male (ché queste son malinconie soltanto degli uomini) ma perché seguono obbedienti la loro natura, cioè il mezzo di cui Dio si serve per parlare con loro.
Gli uomini all'incontro petulanti e presuntuosi, per voler troppo intendere pensando con la loro testa, alla fine non intendono più nulla; di nulla sono mai certi; e a questi diretti e precisi rapporti di Dio con le bestie restano del tutto estranei; dico di più, non li sospettano nemmeno.
Il fatto è che sul tramonto, tornandosene al convento, quando lasciarono il sentiero della montagna per prendere la via che conduce alla vallata, i due giovani chierici si videro questa via impedita da un orso e un orsacchiotto.
Era primavera avanzata; non più dunque il tempo che orsi e lupi scendono affamati dai monti.
I due giovani chierici avevano camminato finora lieti in mezzo ai lavorati già alti che promettevano un abbondante raccolto e con la vista rallegrata dalla freschezza di tutto quel verde nuovo che, indorato dal sole declinante, dilagava con delizia nell'aperta vallata.
Impauriti, si fermarono.
Erano, come devono essere i chierici, disarmati.
Solo quello di Tuenno aveva un rozzo bastone raccattato per strada, discendendo dalla montagna.
Inutile affrontare con esso le due bestie.
D'istinto, per prima cosa, si voltarono a guardare indietro in cerca d'aiuto o di scampo.
Ma avevano lasciato poco più sù soltanto una ragazzina che con un frusto badava a tre porcellini.
La videro che s'era anch'essa voltata a guardare verso la vallata, ma senza il minimo segno di spavento cantava lassù, agitando mollemente quel suo frusto.
Era chiaro che non vedeva i due orsi.
I due orsi che pure erano lì bene in vista.
Come non li vedeva?
Stupiti dell'indifferenza di quella ragazzina ebbero per un attimo il dubbio che, o quei due orsi fossero una loro allucinazione, o che lei già li conoscesse come orsi del luogo addomesticati e innocui; perché non era in alcun modo ammissibile che non li vedesse: quello più grosso, ritto là e fermo a guardia della strada, enorme controluce e tutto nero, e l'altro più piccolo che si veniva pian piano accostando dondolante su le corte zampe e che ora ecco si metteva a girare intorno al chierico di Flavòn e a mano a mano girando l'annusava da tutte le parti.
Il povero giovane aveva alzato le braccia come in segno di resa o per salvarsi le mani e, non sapendo che altro fare, se lo guardava girare attorno, con tutta l'anima sospesa.
Poi, a un certo punto, lanciando uno sguardo di sfuggita al compagno, e vedendosi pallido in lui come in uno specchio, chi sa perché, si fece tutto rosso e gli sorrise.
Fu il miracolo.
Anche il compagno, senza saper perché, gli sorrise.
E subito i due orsi, alla vista di quello scambio di sorrisi, come se a loro volta anch'essi si fossero scambiati un cenno, senz'altro tranquillamente se n'andarono verso il fondo della vallata.
La prova per essi era fatta e il loro còmpito assolto.
Ma i due chierici non avevano ancor capito nulla.
Tanto vero che lì per lì, vedendo andar via così tranquillamente i due orsi, restarono per un buon tratto incerti a seguire con gli occhi quell'improvvisa e inattesa ritirata, e poiché essa per la naturale goffaggine delle due bestie non poteva non apparir loro ridicola, tornando a guardarsi tra loro, non trovarono da far di meglio che scaricare tutta la paura che s'erano presa in una lunga fragorosa risata.
Cosa che certamente non avrebbero fatto, se avessero subito capito che quei due orsi erano mandati da Dio per mettere il loro coraggio alla prova e che perciò ridere di loro così sguajatamente era lo stesso che ridersi di Dio.
Se mai una supposizione di questo genere fosse passata per la loro testa, piuttosto che a Dio per la paura che s'erano presa avrebbero pensato al diavolo che all'uno e all'altro aveva voluto farla mandando quei due orsi.
Capirono che invece era stato proprio Dio e non il diavolo allorché videro i due orsi voltarsi alla loro risata, fieramente irritati.
Certo in quel momento i due orsi attesero che Dio, sdegnato da tanta incomprensione, comandasse loro di tornare indietro e punire i due sconsigliati, mangiandoseli.
Confesso che io, se fossi stato dio, un dio piccolo, avrei fatto così.
Ma Dio grande aveva già tutto compreso e perdonato.
Quel primo sorriso, per quanto involontario, dei due giovani chierici, ma certo nato dalla vergogna di aver tanta paura, loro che, dovendo fare i missionari in Cina, s'erano imposti di non averne, quel primo sorriso era bastato a Dio, proprio perché nato così, inconsapevolmente, nella paura; e aveva perciò comandato ai due orsi di ritirarsi.
Quanto alla seconda risata così sguajata era naturale che i due giovani credessero di rivolgerla al diavolo che aveva voluto far loro paura, e non a Lui che aveva voluto mettere il loro coraggio alla prova.
E questo, perché nessuno meglio di Dio può sapere per continua esperienza che tante azioni, che agli uomini per il loro corto vedere pajono cattive, le fa proprio Lui, per i suoi alti fini segreti, e gli uomini invece credono scioccamente che sia il diavolo.
LA CASA DELL'AGONIA
Il visitatore, entrando, aveva detto certamente il suo nome; ma la vecchia negra sbilenca venuta ad aprire la porta come una scimmia col grembiule, o non aveva inteso o l'aveva dimenticato; sicché da tre quarti d'ora per tutta quella casa silenziosa lui era, senza più nome, "un signore che aspetta di là".
Di là, voleva dire nel salotto.
In casa, oltre quella negra che doveva essersi rintanata in cucina, non c'era nessuno; e il silenzio era tanto, che un tic-tac lento di antica pendola, forse nella sala da pranzo, s'udiva spiccato in tutte le altre stanze, come il battito del cuore della casa; e pareva che i mobili di ciascuna stanza, anche delle più remote, consunti ma ben curati, tutti un po' ridicoli perché d'una foggia ormai passata di moda, stessero ad ascoltarlo, rassicurati che nulla in quella casa sarebbe mai avvenuto e che essi perciò sarebbero rimasti sempre così, inutili, ad ammirarsi o a commiserarsi tra loro, o meglio anche a sonnecchiare.
Hanno una loro anima anche i mobili, specialmente i vecchi, che vien loro dai ricordi della casa dove sono stati per tanto tempo.
Basta, per accorgersene, che un mobile nuovo sia introdotto tra essi.
Un mobile nuovo è ancora senz'anima, ma già, per il solo fatto ch'è stato scelto e comperato, con un desiderio ansioso d'averla.
Ebbene, osservare come subito i mobili vecchi lo guardano male: lo considerano quale un intruso pretenzioso che ancora non sa nulla e non può dir nulla; e chi sa che illusioni intanto si fa.
Loro, i mobili vecchi, non se ne fanno più nessuna e sono perciò così tristi: sanno che col tempo i ricordi cominciano a svanire e che con essi anche la loro anima a poco a poco si affievolirà; per cui restano lì, scoloriti se di stoffa e, se di legno, incupiti, senza dir più nulla nemmeno loro.
Se mai per disgrazia qualche ricordo persiste e non è piacevole, corrono il rischio d'esser buttati via.
Quella vecchia poltrona, per esempio, prova un vero struggimento a vedere la polvere che le tarme fanno venir fuori in tanti mucchietti sul piano del tavolinetto che le sta davanti e a cui è molto affezionata.
Lei sa d'esser troppo pesante; conosce la debolezza delle sue corte cianche, specialmente delle due di dietro; teme d'esser presa, non sia mai, per la spalliera e trascinata fuor di posto; con quel tavolinetto davanti si sente più sicura, riparata; e non vorrebbe che le tarme, facendogli fare una così cattiva figura con tutti quei buffi mucchietti di polvere sul piano, lo facessero anche prendere e buttare in soffitta.
Tutte queste osservazioni e considerazioni erano fatte dall'anonimo visitatore dimenticato nel salotto.
Quasi assorbito dal silenzio della casa, costui, come vi aveva già perduto il nome, così pareva vi avesse anche perduto la persona e fosse diventato anche lui uno di quei mobili in cui s'era tanto immedesimato, intento ad ascoltare il tic-tac lento della pendola che arrivava spiccato fin lì nel salotto attraverso l'uscio rimasto semichiuso.
Esiguo di corpo, spariva nella grande poltrona cupa di velluto viola sulla quale s'era messo a sedere.
Spariva anche nell'abito che indossava.
I braccini, le gambine si doveva quasi cercarglieli nelle maniche e nei calzoni.
Era soltanto una testa calva, con due occhi aguzzi e due baffetti da topo.
Certo il padrone di casa non aveva più pensato all'invito che gli aveva fatto di venirlo a trovare; e già più volte l'ometto si era domandato se aveva ancora il diritto di star lì ad aspettarlo, trascorsa oltre ogni termine di comporto l'ora fissata nell'invito.
Ma lui non aspettava più adesso il padrone di casa.
Se anzi questo fosse finalmente sopravvenuto, lui ne avrebbe provato dispiacere.
Lì confuso con la poltrona su cui sedeva, con una fissità spasimosa negli occhietti aguzzi e un'angoscia di punto in punto crescente che gli toglieva
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