UNA GIORNATA, di Luigi Pirandello - pagina 5
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- Ma quando è stato? Chi ha potuto osare?
E allora la moglie, prima tra i singhiozzi e storcendosi le mani, poi di punto in punto rieccitandosi vieppiù, gli narrò che la sera avanti, mentr'era a cena, aveva sentito un gran fracasso alla porta, grida, risate, scampanellate, pugni, pedate.
La serva, accorsa, era venuta a dirle che quattro signori mezzo ubriachi, cercavano d'una Spagnuola, di una certa PEPITA, e che non se ne volevano andare e s'erano buttati a sedere sconciamente nella saletta d'ingresso.
Appena avevano veduto comparire lei, le erano saltati tutti e quattro addosso e chi pigliandola per il ganascino, chi cingendole con un braccio la vita, chi frugandole in petto, l'avevano pregata, scongiurata di conceder loro una visitina alla piccola PEPITA.
Al suo divincolarsi, alle sue grida, ai suoi morsi, avevano risposto con risa e gesti sguajati, finché, a quel pandemonio, non erano accorsi dai piani di sopra e di sotto tanti vicini di casa.
Scuse...
chiarimenti...
c'era un equivoco...
mortificazione...
Uno s'era finanche inginocchiato...
Ma ella non aveva voluto sentir nulla; aveva preteso che le dessero conto e soddisfazione dell'oltraggio, e tanto aveva insistito, che alla fine uno dei quattro, che forse era stato il meno insolente, s'era veduto costretto a lasciare il suo biglietto da visita.
- Eccolo qua! A te, prendi! Sei ancora in maniche di camicia? Che aspetti? Non ti muovi?
Memmo Viola aveva già bell'e capito che quello non era né il caso né il momento di ragionare e, senza neppur dare uno sguardo di sfuggita al nome stampato in quel biglietto da visita, ritornò al lavabo dietro il paraventino.
- Che fai?
- Finisco di lavarmi.
- A chi pensi di rivolgerti? Non andare dal Venanzi, sai! Gigi Venanzi non accetta; puoi star sicuro che non accetta.
Perderai il tempo inutilmente!
- Permetti? - disse Memmo, che aveva già riacquistato tutta la sua placidità.
- Il tempo, cara, me lo fai perdere tu, adesso.
Lasciami lavare, senza tirarmi a discutere.
Non hai voluto saper d'equivoci.
Scuse, non hai voluto accettarne.
Hai voluto il duello: cioè, farmi dare una sciabolata.
Bene, ti servo subito.
Ma lascia ora che provveda io a garantire, come meglio posso, la mia pelle.
Dici che Gigi Venanzi non accetterà? E come lo sai?
La moglie, un po' sconcertata alla domanda, abbassò gli occhi.
- Lo...
lo suppongo...
- Ah, - fece Memmo, asciugandosi la faccia - lo supponiii...
Vedrai che accetterà! Vuoi che si tiri indietro per me, giusto per me, quando presta a tutti i suoi uffici cavallereschi? Non passa un mese, perdio, che non si trovi in mezzo a due o tre duelli, padrino di professione! Ma sarebbe da ridere! Che direbbe la gente, che lo sa tanto amico mio, e tanto pratico di queste cose, se mi rivolgessi ad altri?
La moglie, brancicando la borsetta con le dita irrequiete, dopo essersi un tratto morsicchiato il labbro, scattò, levandosi in piedi.
- E io ti dico che non accetterà.
Memmo scoprì di tra lo sparato della camicia, nell'infilarsela, il faccione ridente e disse, fissando acutamente la moglie:
- Me ne deve dire la ragione...
E non può! Dico, non può averne, via! Lasciami, lasciami vestire...
Vestito, domandò con un certo risolino timido:
- Scusa, hai visto per caso, entrando, se fuori della porta c'era il fiaschetto del latte?
S'aspettava un nuovo prorompimento d'ira a quella domanda, e insaccò il capo nelle spalle e levò le mani in atto di parare:
- Zitta, zitta...
vado, corro...
E uscì insieme con la moglie, per recarsi in casa di Gigi Venanzi.
Lo trovò fortunatamente per istrada, a pochi passi dalla sua abitazione.
Scorgendogli in viso un'improvvisa alterazione di rabbioso dispetto, Memmo Viola comprese che l'amico era uscito così presto di casa, perché si aspettava la sua visita.
Gli si parò davanti, sorridendo e gli disse:
- Cristina mi manda da te.
Andiamo sù.
La cosa è grave.
Gigi Venanzi gli piantò in faccia gli occhi torbidi e gli domandò:
- Che c'è?
- Oh, non facciamo storie - esclamò Memmo.
- Ti leggo in faccia che lo sai.
Dunque non mi far parlare.
Sono sfinito; casco a pezzi.
E' venuta a svegliarmi come una furia nel meglio del sonno, e non m'ha dato neanche il tempo di prendere un po' di latte e caffè.
Appena risalito in casa, Gigi Venanzi si voltò come un cane idrofobo a Memmo e gli gridò:
- Ma lo sai chi è Miglioriti?
Memmo lo guardò balordamente:
- Miglioriti? No...
Che c'entra Miglioriti? Ah...
è forse...
aspetta! Non l'ho neanche guardato.
Ficcò due dita nel taschino del panciotto e ne trasse, tutto gualcito, il biglietto da visita che gli aveva dato la moglie:
- Ah, già...
Miglioriti - disse, leggendo.
- ALDO MIGLIORITI DEI MARCHESI DI SAN FILIPPO.
Il nome non m'arriva nuovo...
Chi è?
- Chi è? - ripeté col sangue agli occhi Gigi Venanzi.
- La prima lama tra i dilettanti di Roma!
- Ah, sì? - fece Memmo Viola.
- Tira bene? Di spada?
- Di spada e di sciabola!
- Mi fa piacere.
Ma è pure un gran mascalzone, va' là! Quello che ha fatto...
Gigi Venanzi gli saltò addosso quasi con la stessa furia, con cui poc'anzi gli era saltata addosso la moglie.
- Ma se ha domandato scusa! Ma se è stato un equivoco!
Memmo Viola, allora lo guardò, ammiccando con la coda dell'occhio, timido e furbo a un tempo, e domandò, quasi fuor fuori:
- C'eri?
Il volto di Gigi Venanzi si scompose, come in uno smarrimento di vertigine: - Come? dove? - balbettò.
Memmo Viola, come se nulla fosse, ritrasse sorridendo il suo amico dal precipizio, a cui con quella lieve, breve domanda s'era divertito a spingerlo, e riprese:
- Ah...
già...
sì...
tu hai saputo.
Era anche ubriaco, mezzo ubriaco, sì...
Ma che vuoi farci? Caro mio, Cristina non vuole scuse! tanto ha detto, tanto ha fatto, che lo ha costretto a lasciare il suo biglietto da visita, in presenza di tanti testimoni.
Ora bisogna che qualcuno lo raccolga, questo biglietto.
Il marito sono io, e tocca a me.
Ma da che ci siamo, ohè, Gigi, bisogna far le cose sul serio.
L'oltraggio è stato grave, e gravi debbono essere le condizioni.
Gigi Venanzi lo guardò stordito; poi, in un nuovo impeto di rabbia gli gridò:
- Ma se tu non sai neanche tenere la spada in mano!
- Alla pistola, - disse Memmo placidamente.
- Ma che pistola d'Egitto! - si scrollò Gigi Venanzi.
- Quello imbrocca un soldo incastrato in un albero a venti passi di distanza!
- Ah sì? - ripeté Memmo.
- E allora, prima alla pistola, e poi alla spada.
Me, vedrai che non m'imbrocca di certo.
Gigi Venanzi si mise ad andare sù e giù, sù e giù per la stanza; poi facendo animo risoluto:
- Senti, Memmo: io non posso accettare.
- Che? - fece subito Memmo, afferrandogli un braccio.
- Non facciamo scherzi, Gigi, e non perdiamo tempo! Tu non puoi tirarti indietro, come non posso tirarmi indietro io.
Tu farai la tua parte, com'io faccio la mia.
Pensa al secondo testimonio, e sbrìgati.
- Ma vuoi che ti porti al macello? - gli gridò Gigi Venanzi al colmo dell'esasperazione.
- Uh, - sorrise Memmo.
- Non esageriamo...
Del resto, caro mio, tutte sciocchezze.
Inutile parlarne! Cristina vuole lavato l'oltraggio, e non se n'esce.
Perderei la libertà; e invece, con questa occasione, io me la voglio guadagnare intera.
Vedrai che ci riuscirò.
Va', va'; pensa a tutto, tu che te n'intendi.
Io ti aspetto a casa.
Sto leggendo un bel libro sai? su i Massimi Problemi.
Tu non ci hai mai pensato; ma il problema dell'oltretomba è formidabile, Gigi! No, scusa, scusa...
perché...
senti questo: l'Essere, caro mio, per uscire dalla sua astrazione e determinarsi ha bisogno dell'Accadere.
E che vuol dire questo? dammi una sigaretta.
Vuol dire che...
- grazie - vuol dire che l'Accadere, poiché l'Essere è eterno, sarà eterno anch'esso.
Ora un accadere eterno, cioè senza fine, vuol dire anche senza UN fine, capisci? un accadere che non conclude, dunque, che non può concludere, che non concluderà mai nulla.
E' una bella consolazione.
Dammi un fiammifero.
Tutti i dolori, tutte le fatiche, tutte le lotte, le imprese, le scoperte, le invenzioni...
- Sai? - disse Gigi Venanzi, che non aveva udito nulla di tutta quella tiritera.
- Forse Nino Spiga...
- Ma sì, Nino Spiga o un altro, prendi chi ti pare, - gli rispose Memmo.
- E per il medico, sceglilo tu, caro, di tua fiducia.
Oh, se hai bisogno...
E accennò di prendere il portafogli.
Gigi Venanzi gli arrestò la mano.
- Poi...
poi...
- Perché ho sentito dire, - concluse Memmo - che per farsi bucare con tutte le regole cavalleresche ci vogliono dei bei quattrini.
Basta, poi mi farai il conto.
Addio, eh? Mi trovi in casa.
Lo trovò in casa, difatti, Gigi Venanzi, quella sera, ma sotto un aspetto che non si sarebbe mai immaginato.
Memmo Viola litigava con la vecchia serva a cui mancavano tre soldi nel conto della spesa.
E le diceva:
- Cara mia, se tu mi metti nel conto: RUBATI, SOLDI 8, O SOLDI 10, io tiro pacificamente la somma, e non ne parlo più.
Ma questi tre soldi, così, non te l'abbono.
Vorrei sapere che gusto ci provi, tentare di pigliare in giro uno come me, che ha capito così bene il giuoco...
Parlo bene, Gigi?
Costernatissimo, esasperato, stanco morto, Gigi Venanzi stava a mirarlo con tanto d'occhi.
La calma di quell'uomo, alla vigilia di battersi alla spada, nientemeno che con Aldo Miglioriti, era stupefacente.
E il suo stupore crebbe, quando, enunciategli le condizioni gravissime del duello, volute e imposte anche dal Miglioriti, vide che quella calma non s'alterava per niente.
- Hai capito? - gli domandò.
- Eh, - fece Memmo.
- Come no? Domattina alle sette.
Ho capito.
Va benissimo.
- Io sarò qui, bada, alle sei e un quarto.
Basterà, - avvertì il Venanzi.
- Con l'automobile si farà presto.
Ho preso per medico Nofri.
Non andar tardi a letto, e procura di dormire, eh?
- Sta' tranquillo, - disse Memmo.
- Dormirò.
E tenne la parola.
Alle sei e un quarto, quando venne Gigi Venanzi a bussare alla porta, dormiva ancora profondissimamente.
Venanzi bussò, due, tre, quattro volte; alla fine Memmo Viola, nelle stesse condizioni in cui la mattina avanti era andato ad aprire alla moglie, cioè in camicia e con le brache in mano, venne ad aprire all'amico.
Venanzi, a quell'apparizione, restò di sasso.
- Ancora così?
Memmo finse una grande meraviglia.
- E perché? - gli domandò.
- Ma come? - inveì Gigi Venanzi.
- Tu ti devi battere! Ci sono giù Spiga e Nofri...
Che scherzo è questo?
- Scherzo? Mi devo battere? - rispose placidissimamente Memmo Viola.
- Ma scherzerai tu, caro! Io ti ho detto che a me tocca di far la parte mia, e a te la tua.
Sono il marito e ho sfidato; ma quanto a battermi, abbi pazienza, non tocca più a me, caro Gigi, da un pezzo: tocca a te...
Siamo giusti!
Gigi Venanzi si sentì sprofondare la terra sotto i piedi, seccare il sangue nelle vene; vide giallo, vide rosso; afferrò Memmo per il petto, gli scagliò, gli sputò in faccia le ingiurie più sanguinose; Memmo lo lasciò fare, ridendo.
Solo, a un certo punto, gli disse:
- Bada, Gigi, che non fai più a tempo, se devi trovarti sul terreno alle sette.
Ti conviene esser puntuale.
Dall'alto della scala, poi, reggendosi ancora le brache con la mano, gli augurò:
- In bocca al lupo, caro, in bocca al lupo!
PADRON DIO
Tanti anni fa, a un pittore non si sa donde venuto, egli che viveva da selvaggio sù per le spalle dei monti, guardiano di mandrie, si era prestato a far da modello per una pala d'altare, di cui quegli preparava i cartoni e altri studii preliminari.
Che parte fosse destinato a rappresentare in quel quadro sacro, non si era neppur curato di sapere: si era lasciato vestire di strana foggia e atteggiar d'un gesto violento, con una verga in mano.
Ma, poco dopo, consacrata la chiesa nuova, e accorso egli con tutto il popolo alla prima funzione, vedendosi nella pala effigiato in uno dei giudici che colpivan Gesù legato alla colonna, s'era messo a gridar furibondo e a piangere e a strapparsi i capelli, pestando i piedi per terra:
- Levatemi di lì! Son cristiano!
Tratto fuori fra la confusione generale (risa di quelli che lo avevano ravvisato nella pala e domande e supposizioni disparate degli altri che non se n'erano accorti), non si era calmato e non aveva smesso la minaccia di uccidere quel pittore insolente, finché dal vecchio mansionario della nuova chiesa non aveva ottenuto la promessa d'un ritocco alla immagine di quel giudeo per modo che ogni somiglianza con lui fosse cancellata.
Non pertanto, il nomignolo di GIUDE' gli era rimasto; e ora, dopo tant'anni, chiamavasi Giudè lui stesso.
Ma così il volto come la persona avevan perduto quell'espressione di dura fierezza per cui il pittore lo aveva scelto a rappresentar nella pala quella parte odiosa.
Era vecchio ormai il Giudè e non più buono neppur da condurre al pascolo le mandrie: viveva di elemosina, senza mai chiederla, o meglio, chiedendola in un modo suo particolare.
Spinto dalla fame, dopo aver vagato come un cane randagio per le pianure deserte, si appressava a una villa e al primo contadino in cui s'imbattesse diceva:
- Di' al tuo padrone che c'è l'esattore.
Tutti adesso intendevano e sorridevano, ma la prima volta che il Giudè usò questa frase per la sua questua dovè spiegarla.
E la spiegò così: che noi tutti sulla terra siamo inquilini del Signore, il quale sarebbe per ciascuno allo stesso modo buon padrone di casa, se molti uomini non si fossero fatta della terra casa propria, senza volere intendere né riconoscere che essa dovrebbe invece esser casa comune.
Debbono però questi tali ricordarsi che il Signore è pur padrone di un'altra casa, di là (e il Giudè aveva additato il cielo), della quale vuol che ciascuno paghi anticipata qui la pigione.
I poveri la pagano coi patimenti quotidiani del freddo e della fame; basta ai ricchi, per pagarla, che facciano ogni tanto un po' di bene.
Ecco dunque perché egli era pei ricchi l'esattore.
Ottenuta l'elemosina in natura, si allontanava; e, andando, riconosceva qua e là per la campagna gli alberi che avrebbero dovuto esser suoi: suoi, perché quell'ulivo, quel ciliegio, quel nespolo, quel melograno eran nati per lui che tant'anni addietro, passando, aveva scavato e buttato il seme alla terra; e la terra, ecco, gli aveva dato l'albero; lo aveva dato a lui...
Perché la terra sa forse a chi appartenga?
Ed egli per quegli alberi aveva affetto paterno: gli parevano i più belli e i più rigogliosi di tutta la campagna; e si fermava ad ammirarli a lungo e scoteva il capo folto di capelli grigi, ricci, quasi ferruginei.
I rami sovraccarichi lo invitavano a cogliere almeno un frutto, poiché tutti eran suoi (ah, essi lo sapevano bene!) - ecco, e glieli offrivano...
Ma lui, no: non cedeva alla tentazione; sospirando abbassava la mano che già s'era levata.
Così, per le campagne altrui, viveva senza tetto.
Dormiva in un casale smantellato e abbandonato; si destava all'alba e si metteva a errar senza meta, per le solitudini immense e pur piene di tanta vita, in quel silenzio palpitante di foglie e d'ali, a ora a ora tentato dal trillo d'un uccello che s'allontanava.
Sdrajato per terra, s'immergeva in quel silenzio e guardava i fili d'erba che si movevano appena, di tanto in tanto, a un alito d'aura; guardava qualche lucertola che si beava del sole sopra una pietra, e le farfalle bianche che volitavan sicure in tanta pace.
O perché mai nascevano certe erbe? Non per gli uomini, certo, né per le bestie, che non ne mangiavano...
Nascevano perché Dio le voleva e la terra le faceva, senza curarsi del dispiacere che recava agli uomini prepotenti, i quali credono d'aver dominio su lei; tanto è vero che, strappate, tornava a farle; e lì che nessuno le toccava, esse crescevano senza fine - come la terra le voleva...
- Dio ha voluto anche me, - il Giudè pensava - e intanto non ho un palmo di terra in cui mi possa stare, dicendo: è mio.
Son come quest'erbacce, che nessuno vuole nel proprio campo.
Solo dov'esse crescono indisturbate posso stare anch'io.
Vuol dire che il padrone non c'è o non se ne cura.
Parecchie volte era stato colpito da questa idea.
Conosceva certe terre abbandonate, per cui non passava mai anima viva, e nelle quali egli, dacché era vivo, cioè per tant'anni che non si ricordava il numero, aveva sempre veduto quell'erbacce; né mai alcuna traccia, anche lontana, di coltivazione; né mai alcun segno, anche antico, del dominio di qualcuno.
Quelle terre adunque, da tempo almeno per lui immemorabile, appartenevano a se stesse, libere di produrre, non quel che gli uomini vogliono, ma quel che a loro piaceva.
- E se io - pensava il Giudè - da un lembo qui nel mezzo, che nessuno se n'accorga, strappo le male erbe, e vi butto un pugno di frumento, non mi darà questa terra un po' di grano? Lo darebbe a me come a chiunque...
Il padrone, ammesso che ci sia, è chiaro che ha sempre rinunziato a trar da questo podere qualsiasi profitto.
Non sarà lo stesso per lui se in un pezzetto qui in giro, invece di sterpi inutili, crescerà un po' di grano per me? Egli, queste terre le ha abbandonate, né io me le piglio: farò soltanto che un breve tratto di esse, almeno per una volta, invece di sterpi inutili produca grano...
Del resto, chi è il padrone?
Vinto da questa idea, il Giudè nelle sue questue si mise d'allora in poi a chiedere, oltre al tozzo di pane consueto, una manatella di frumento.
- O che ha rincarato la pigione padron Dio, Giudè? - gli domandavano scherzando i fattori delle ville, a cui egli si presentava da esattore.
Il Giudè, sorridendo umilmente, si stringeva nelle spalle:
- Se volete...
E intanto che raccoglieva così da seminare, apparecchiava lì, nella solitudine, il terreno - oh, alla meglio, sprovvisto com'era degli arnesi necessari.
Aveva soltanto un logoro marrello, tolto in prestito, col quale, zappettando, cavò prima via l'erbacce maligne; poi scavò, scavò quanto più a fondo gli permise la forza delle povere braccia sfibrate dagli stenti e dalla vecchiaja: e questo al terreno doveva bastare.
Non al suo desiderio però, che gli faceva seguir con gli occhi invidiando l'opera degli aratri negli altri campi e i seminatori che gittavano il grano fiduciosi nel lavoro coscienziosamente fornito.
Ah, egli non aveva nemmeno potuto incalcinare i semi, perché non involpassero: li aveva così, quasi alla ventura, consegnati alle zolle appena appena rimosse...
Vennero le prime acque, e il Giudè, udendo dal suo covo notturno scrosciar la pioggia, pensò che anche su quel suo lembo di terra in quel momento pioveva...
Poi, con un gaudio che lo fece lagrimare, vide il grano sbullettare e poi dalla terra umida spuntar timide le prime pipite.
Ah, ecco, ecco, la terra gli dava il grano! era suo! Poi guardò il cielo donde l'acqua benefica era caduta anche per lui, anche per quel suo primo tesoro; ma la vista del cielo lo sconsolò: avrebbe voluto vederlo così basso da chiudere e nascondere quel piccolo lembo coltivato, perché nessuno lo scoprisse, lì, tra quelle erbacce intorno.
E man mano le pipite sfronzarono, accestirono.
E ormai il Giudè non sapeva staccarsi più da quel pezzetto di terra, nonostante il freddo acuto e le intemperie: quasi covava con gli occhi quel suo grano; e nel vedere l'aura avvivare di tremiti le tenere foglioline, tutta l'anima gli tremava.
Se non che, un giorno di quelli, non si sentì la forza di sbucare dal casale abbandonato in cui s'era fatto il covo.
Il sole era già alto, e il Giudè, seduto per terra, con le spalle al muro, le ginocchia abbracciate, guardava innanzi a sé, stordito ancora dai sogni della notte, e tremava tutto di freddo e i denti gli battevano.
Che era avvenuto? Dov'era il suo campicello? E i granaj dov'erano? tutti quei granaj pieni, con tanti e tanti misuratori allegri che davan via frumento, frumento, frumento, cantando e senza togliere con la rasiera il colmo dello stajo? E quella povera donna che era accorsa con un grembiale bucato, donde giù tutti i chicchi scorrevano così a sgorgo, che la grembiata si votava prima ch'ella raggiungesse la porta del granajo? Ah, la poverina tornava sempre indietro, daccapo, disperatamente, urtata, spinta tra la ressa degli altri poveri accorrenti senza fine, e mai nessun chicco le restava in grembo...
- Date via! date via! - incitava il Giudè i misuratori.
- Così mi pago la pigione dell'altra casa del Signore, lassù...
E i granaj non si votavano mai: dalle finestre in alto, sopra i mucchi addossati alle pareti, il frumento sgorgava, veniva giù come cascata d'acqua, continuamente, frusciando.
E ora, ecco, quel fruscìo continuo nel sogno gli era rimasto nelle orecchie...
Ah, la febbre! egli aveva la febbre, e tremava di freddo.
Si levò in piedi a stento: vacillava...
Si trascinò fuori del casale diruto per ritornare al campicello lontano, ma dopo un breve tratto di cammino s'accasciò, in un completo abbandonamento di membra.
Si ritrovò dopo alcuni giorni, stupito e sgomento, su un lettuccio d'ospedale, in un lungo camerone silenzioso.
- Ah, è segno che son morto, se mi hanno accolto qui - pensò il Giudè.
La testa gli pesava come se fosse di piombo, e non aveva forza neanche d'aprir le pàlpebre.
Quel filo d'anima che gli restava si rincantucciò sotto la superstiziosa paura che il luogo gl'ispirava; ed egli abbandonò disajutato il vecchio corpo affranto e inerte alle cure dei medici e degli infermieri, senza neppur domandare che male avesse.
Con gli occhi chiusi, tutto rannicchiato quasi per schermirsi dai brividi incalzanti della febbre, spingeva il pensiero lontano lontano, al campicello suo; e lì, sovr'esso, a poco a poco s'addormentava.
Attorno a lui, allora, sentiva e vedeva il grano già accestito mandar sù sù sù il gambo della spiga...
ma troppo alto...
non così, possibile? ogni gambo più alto d'un pioppo? Il Giudè, smaniando, voleva impedir quel rigoglio dispettoso e inverosimile, ma non poteva: i gambi gli si allungavano da ogni lato, visibilmente, fino a quella altezza, l'uno dopo l'altro, e a poco a poco lo seppellivano.
Ora, smaniando l'aria, il Giudè si rizzava, ma - o stupore! - anch'egli era più alto assai delle spighe...
Si guardava attorno smarrito, poi guardava il cielo, ed ecco la luna, a portata della sua mano: alzava un braccio e la prendeva e con essa si metteva a falciare.
Poi, tutt'a un tratto, il sogno crollava, e il Giudè si destava di soprassalto.
Vedeva allora in contrapposto venir sù gracile e pallido e rado il suo grano e i poveri gambi acquattati dalla pioggia o spezzati dal vento...
E sospirava: - L'aratro! ci voleva l'aratro!...
- Ché certo la terra da quel suo logoro marrello non si era neppur sentita vellicare...
Intanto i giorni passavano, ma non le febbri al Giudè.
Aveva perduto la memoria del tempo, e non chiedeva nemmeno in che stagione si fosse, per paura che gli rispondessero: è finita l'estate.
Si provava a levare un po' il capo dal guanciale per guardar sopra gli altri letti l'ampia finestra in fondo al camerone: intravedeva appena il cielo limpido fiammante di sole.
Ma forse era ancor primavera.
- Chi sa però: - pensava il Giudè - qualcuno forse, passando di là, avrà scoperto tra le erbacce il grano, e l'avrà fatto suo...
Ma se poi nessuno lo scopre, non è anche peggio? Quella grazia di Dio si perderà, aspettando invano sotto il sole la falce.
E la terra avrà dato il grano inutilmente...
Come Dio volle però (e fu Dio, certo, dietro tante preghiere), il Giudè poté lasciar l'ospedale - uscir di prigione - guarito, sui primi del giugno.
Subito volò di lungo al suo campicello; scorse da lontano il biondeggiar del grano, ma a un tratto sentì mancarsi le gambe, cascarsi le braccia...
Tutt'intorno alla messe quasi miracolosa (tanto era alta e folta!) correva una siepe; a un canto sorgeva un pagliajo, e un cane, udendo tra le erbacce oltre la siepe fruscìo di passi, si mise a latrare.
Si affacciò alla siepe il contadino di guardia, con una mano a riparo degli occhi.
- Oh, benvenuto, Giudè! T'aspettavo...
Dimmi che vuoi tu ora qui.
Il Giudè, affranto dalla corsa e dal cordoglio, si pose a sedere per terra, calandosi pian piano, appoggiato al lungo bastone.
- Non voglio nulla...
- poi disse, rattenendo le lacrime.
- Quieta il tuo cane.
Sono venuto soltanto per vedere codesto miracolo: il grano che t'è nato solo, e così bello, da sé...
- E di chi era la terra, Giudè?
- Era di quest'erbacce qui, che non fanno pane...
- rispose il povero vecchio.
- Dillo, dillo al tuo padrone...
E rimase a lungo lì, per terra, a guardar quelle spighe alte e piene, che, mosse dal vento, tentennando, pareva lo commiserassero.
LA PROVA
Vi parrà strano che io ora stia per fare entrare un orso in chiesa.
Vi prego di lasciarmi fare perché non sono propriamente io.
Per quanto stravagante e spregiudicato mi possa riconoscere, so il rispetto che si deve portare a una chiesa e una simile idea non mi sarebbe mai venuta in mente.
Ma è venuta a due giovani chierici del convento di Tovel, uno nativo di Tuenno e l'altro di Flavòn, andati in montagna a salutare i loro parenti prima di partire missionari in Cina.
Un orso, capirete, non entra in chiesa così, per entrarci; voglio dire, come se niente fosse.
Vi entra per un vero e proprio miracolo, come l'immaginarono questi due giovani chierici.
Certo, per crederci, bisognerebbe avere né più né meno della loro facile fede.
Ma convengo che niente è più difficile ad avere che simili cose facili.
Per cui, se voi non l'avete, potete anche non crederci; e potete anche ridere, volendo, di quest'orso che entra in chiesa perché Dio gli ha dato incarico di mettere alla prova il coraggio dei due novelli missionari prima della loro partenza per la Cina.
Ecco intanto l'orso davanti alla chiesa che solleva con la zampa il pesante coltrone di cuojo alla porta.
E ora, un po' sperduto, ecco che s'introduce nell'ombra e tra le panche in doppia fila della navata di mezzo si china a spiare, e poi domanda con grazia alla prima beghina:
- Scusi, la sagrestia?
E' un orso che Dio ha voluto far degno di un Suo incarico, e non vuole sbagliare.
Ma anche la beghina non vuole interrompere la sua preghiera, e, stizzita, più col cenno della mano che con la voce indica di là, senza alzare la testa né levar gli occhi.
Così non sa d'aver risposto a un orso.
Altrimenti, chi sa che strilli.
L'orso non se n'ha a male; va di là e domanda al sagrestano:
- Scusi, Dio?
Il sagrestano trasecola:
- Come, Dio?
E l'orso, stupito, apre le braccia:
- Non sta qui di casa?
Quello non sa ancor credere ai suoi occhi, tanto che esclama quasi in tono di domanda:
- Ma tu sei orso!
- Orso, già, come mi vedi; non mi sto mica dando per altro.
- Appunto, orso vuoi parlar con Dio?
Allora l'orso non può fare a meno di guardarlo con compassione:
- Dovresti invece meravigliarti che sto parlando con te.
Dio, per tua norma, parla con le bestie meglio che con gli uomini.
Ma ora dimmi se conosci due giovani chierici che partono domani missionari in Cina.
- Li conosco.
Uno è di Tuenno e l'altro di Flavòn.
- Appunto.
Sai che sono andati in montagna a salutare i loro parenti e che debbono rientrare in convento prima di sera?
- Lo so.
- E chi vuoi che m'abbia dato tutte queste informazioni se non Dio? Ora sappi che Dio vuol sottometterli a una prova e ne ha dato incarico a me e a un orsacchiotto amico mio (potrei dir figlio, ma non lo dico perché noi bestie non riconosciamo più per nostri figli i nostri nati pervenuti a una certa età).
Non vorrei sbagliare.
Desidererei una descrizione più precisa dei due chierici per non fare ad altri chierici innocenti una immeritata
paura.
La scena è qui rappresentata con una certa malizia che certo i due chierici, nell'immaginarla, non ci misero; ma che Dio parli con le bestie meglio che con gli uomini non mi pare che si possa mettere in dubbio, se si consideri che le bestie (quando però non siano in qualche rapporto con gli uomini) sono sempre sicure di quello che fanno, meglio che se lo sapessero; non perché sia bene, non perché sia male (ché queste son malinconie soltanto degli uomini) ma perché seguono obbedienti la loro natura, cioè il mezzo di cui Dio si serve per parlare con loro.
Gli uomini all'incontro petulanti e presuntuosi, per voler troppo intendere pensando con la loro testa, alla fine non intendono più nulla; di nulla sono mai certi; e a questi diretti e precisi rapporti di Dio con le bestie restano del tutto estranei; dico di più, non li sospettano nemmeno.
Il fatto è che sul tramonto, tornandosene al convento, quando lasciarono il sentiero della montagna per prendere la via che conduce alla vallata, i due giovani chierici si videro questa via impedita da un orso e un orsacchiotto.
Era primavera avanzata; non più dunque il tempo che orsi e lupi scendono affamati dai monti.
I due giovani chierici avevano camminato finora lieti in mezzo ai lavorati già alti che promettevano un abbondante raccolto e con la vista rallegrata dalla freschezza di tutto quel verde nuovo che, indorato dal sole declinante, dilagava con delizia nell'aperta vallata.
Impauriti, si fermarono.
Erano, come devono essere i chierici, disarmati.
Solo quello di Tuenno aveva un rozzo bastone raccattato per strada, discendendo dalla montagna.
Inutile affrontare con esso le due bestie.
D'istinto, per prima cosa, si voltarono a guardare indietro in cerca d'aiuto o di scampo.
Ma avevano lasciato poco più sù soltanto una ragazzina che con un frusto badava a tre porcellini.
La videro che s'era anch'essa voltata a guardare verso la vallata, ma senza il minimo segno di spavento cantava lassù, agitando mollemente quel suo frusto.
Era chiaro che non vedeva i due orsi.
I due orsi che pure erano lì bene in vista.
Come non li vedeva?
Stupiti dell'indifferenza di quella ragazzina ebbero per un attimo il dubbio che, o quei due orsi fossero una loro allucinazione, o che lei già li conoscesse come orsi del luogo addomesticati e innocui; perché non era in alcun modo ammissibile che non li vedesse: quello più grosso, ritto là e fermo a guardia della strada, enorme controluce e tutto nero, e l'altro più piccolo che si veniva pian piano accostando dondolante su le corte zampe e che ora ecco si metteva a girare intorno al chierico di Flavòn e a mano a mano girando l'annusava da tutte le parti.
Il povero giovane aveva alzato le braccia come in segno di resa o per salvarsi le mani e, non sapendo che altro fare, se lo guardava girare attorno, con tutta l'anima sospesa.
Poi, a un certo punto, lanciando uno sguardo di sfuggita al compagno, e vedendosi pallido in lui come in uno specchio, chi sa perché, si fece tutto rosso e gli sorrise.
Fu il miracolo.
Anche il compagno, senza saper perché, gli sorrise.
E subito i due orsi, alla vista di quello scambio di sorrisi, come se a loro volta anch'essi si fossero scambiati un cenno, senz'altro tranquillamente se n'andarono verso il fondo della vallata.
La prova per essi era fatta e il loro còmpito assolto.
Ma i due chierici non avevano ancor capito nulla.
Tanto vero che lì per lì, vedendo andar via così tranquillamente i due orsi, restarono per un buon tratto incerti a seguire con gli occhi quell'improvvisa e inattesa ritirata, e poiché essa per la naturale goffaggine delle due bestie non poteva non apparir loro ridicola, tornando a guardarsi tra loro, non trovarono da far di meglio che scaricare tutta la paura che s'erano presa in una lunga fragorosa risata.
Cosa che certamente non avrebbero fatto, se avessero subito capito che quei due orsi erano mandati da Dio per mettere il loro coraggio alla prova e che perciò ridere di loro così sguajatamente era lo stesso che ridersi di Dio.
Se mai una supposizione di questo genere fosse passata per la loro testa, piuttosto che a Dio per la paura che s'erano presa avrebbero pensato al diavolo che all'uno e all'altro aveva voluto farla mandando quei due orsi.
Capirono che invece era stato proprio Dio e non il diavolo allorché videro i due orsi voltarsi alla loro risata, fieramente irritati.
Certo in quel momento i due orsi attesero che Dio, sdegnato da tanta incomprensione, comandasse loro di tornare indietro e punire i due sconsigliati, mangiandoseli.
Confesso che io, se fossi stato dio, un dio piccolo, avrei fatto così.
Ma Dio grande aveva già tutto compreso e perdonato.
Quel primo sorriso, per quanto involontario, dei due giovani chierici, ma certo nato dalla vergogna di aver tanta paura, loro che, dovendo fare i missionari in Cina, s'erano imposti di non averne, quel primo sorriso era bastato a Dio, proprio perché nato così, inconsapevolmente, nella paura; e aveva perciò comandato ai due orsi di ritirarsi.
Quanto alla seconda risata così sguajata era naturale che i due giovani credessero di rivolgerla al diavolo che aveva voluto far loro paura, e non a Lui che aveva voluto mettere il loro coraggio alla prova.
E questo, perché nessuno meglio di Dio può sapere per continua esperienza che tante azioni, che agli uomini per il loro corto vedere pajono cattive, le fa proprio Lui, per i suoi alti fini segreti, e gli uomini invece credono scioccamente che sia il diavolo.
LA CASA DELL'AGONIA
Il visitatore, entrando, aveva detto certamente il suo nome; ma la vecchia negra sbilenca venuta ad aprire la porta come una scimmia col grembiule, o non aveva inteso o l'aveva dimenticato; sicché da tre quarti d'ora per tutta quella casa silenziosa lui era, senza più nome, "un signore che aspetta di là".
Di là, voleva dire nel salotto.
In casa, oltre quella negra che doveva essersi rintanata in cucina, non c'era nessuno; e il silenzio era tanto, che un tic-tac lento di antica pendola, forse nella sala da pranzo, s'udiva spiccato in tutte le altre stanze, come il battito del cuore della casa; e pareva che i mobili di ciascuna stanza, anche delle più remote, consunti ma ben curati, tutti un po' ridicoli perché d'una foggia ormai passata di moda, stessero ad ascoltarlo, rassicurati che nulla in quella casa sarebbe mai avvenuto e che essi perciò sarebbero rimasti sempre così, inutili, ad ammirarsi o a commiserarsi tra loro, o meglio anche a sonnecchiare.
Hanno una loro anima anche i mobili, specialmente i vecchi, che vien loro dai ricordi della casa dove sono stati per tanto tempo.
Basta, per accorgersene, che un mobile nuovo sia introdotto tra essi.
Un mobile nuovo è ancora senz'anima, ma già, per il solo fatto ch'è stato scelto e comperato, con un desiderio ansioso d'averla.
Ebbene, osservare come subito i mobili vecchi lo guardano male: lo considerano quale un intruso pretenzioso che ancora non sa nulla e non può dir nulla; e chi sa che illusioni intanto si fa.
Loro, i mobili vecchi, non se ne fanno più nessuna e sono perciò così tristi: sanno che col tempo i ricordi cominciano a svanire e che con essi anche la loro anima a poco a poco si affievolirà; per cui restano lì, scoloriti se di stoffa e, se di legno, incupiti, senza dir più nulla nemmeno loro.
Se mai per disgrazia qualche ricordo persiste e non è piacevole, corrono il rischio d'esser buttati via.
Quella vecchia poltrona, per esempio, prova un vero struggimento a vedere la polvere che le tarme fanno venir fuori in tanti mucchietti sul piano del tavolinetto che le sta davanti e a cui è molto affezionata.
Lei sa d'esser troppo pesante; conosce la debolezza delle sue corte cianche, specialmente delle due di dietro; teme d'esser presa, non sia mai, per la spalliera e trascinata fuor di posto; con quel tavolinetto davanti si sente più sicura, riparata; e non vorrebbe che le tarme, facendogli fare una così cattiva figura con tutti quei buffi mucchietti di polvere sul piano, lo facessero anche prendere e buttare in soffitta.
Tutte queste osservazioni e considerazioni erano fatte dall'anonimo visitatore dimenticato nel salotto.
Quasi assorbito dal silenzio della casa, costui, come vi aveva già perduto il nome, così pareva vi avesse anche perduto la persona e fosse diventato anche lui uno di quei mobili in cui s'era tanto immedesimato, intento ad ascoltare il tic-tac lento della pendola che arrivava spiccato fin lì nel salotto attraverso l'uscio rimasto semichiuso.
Esiguo di corpo, spariva nella grande poltrona cupa di velluto viola sulla quale s'era messo a sedere.
Spariva anche nell'abito che indossava.
I braccini, le gambine si doveva quasi cercarglieli nelle maniche e nei calzoni.
Era soltanto una testa calva, con due occhi aguzzi e due baffetti da topo.
Certo il padrone di casa non aveva più pensato all'invito che gli aveva fatto di venirlo a trovare; e già più volte l'ometto si era domandato se aveva ancora il diritto di star lì ad aspettarlo, trascorsa oltre ogni termine di comporto l'ora fissata nell'invito.
Ma lui non aspettava più adesso il padrone di casa.
Se anzi questo fosse finalmente sopravvenuto, lui ne avrebbe provato dispiacere.
Lì confuso con la poltrona su cui sedeva, con una fissità spasimosa negli occhietti aguzzi e un'angoscia di punto in punto crescente che gli toglieva il respiro, lui aspettava un'altra cosa, terribile: un grido dalla strada: un grido che gli annunziasse la morte di qualcuno; la morte d'un viandante qualunque che al momento giusto, tra i tanti che andavano giù per la strada, uomini, donne, giovani, vecchi, ragazzi, di cui gli arrivava fin lassù confuso il brusìo, si trovasse a passare sotto la finestra di quel salotto al quinto piano.
E tutto questo, perché un grosso gatto bigio era entrato, senza nemmeno accorgersi di lui, nel salotto per l'uscio semichiuso, e d'un balzo era montato sul davanzale della finestra aperta.
Tra tutti gli animali il gatto è quello che fa meno rumore.
Non poteva mancare in una casa piena di tanto silenzio.
Sul rettangolo d'azzurro della finestra spiccava un vaso di gerani rossi.
L'azzurro, dapprima vivo e ardente, s'era a poco a poco soffuso di viola, come d'un fiato d'ombra appena che vi avesse soffiato da lontano la sera che ancora tardava a venire.
Le rondini, che vi volteggiavano a stormi, come impazzite da quell'ultima luce del giorno, lanciavano di tratto in tratto acutissimi gridi e s'assaettavano contro la finestra come volessero irrompere nel salotto, ma subito, arrivate al davanzale, sguizzavano via.
Non tutte.
Ora una, poi un'altra, ogni volta, si cacciavano sotto il davanzale, non si sapeva come, né perché.
Incuriosito, prima che quel gatto fosse entrato, lui s'era appressato alla finestra, aveva scostato un po' il vaso di gerani e s'era sporto a guardare per darsi una spiegazione: aveva scoperto così che una coppia di rondini aveva fatto il nido proprio sotto il davanzale di quella finestra.
Ora la cosa terribile era questa: che nessuno dei tanti che continuamente passavano per via, assorti nelle loro cure e nelle loro faccende, poteva andare a pensare a un nido appeso sotto il davanzale d'una finestra al quinto piano d'una delle tante case della via, e a un vaso di gerani esposto su quel davanzale, e a un gatto che dava la caccia alle due rondini di quel nido.
E tanto meno poteva pensare alla gente che passava per via sotto la finestra il gatto che ora, tutto aggruppato dietro quel vaso di cui s'era fatto riparo, moveva appena la testa per seguire con gli occhi vani nel cielo il volo di quegli stormi di rondini che strillavano ebbre d'aria e di luce passando davanti la finestra, e ogni volta, al passaggio d'ogni stormo, agitava appena la punta della coda penzoloni, pronto a ghermire con le zampe unghiute la prima delle due rondini che avrebbe fatto per cacciarsi nel nido.
Lo sapeva lui, lui solo, che quel vaso di gerani, a un urto del gatto, sarebbe precipitato giù dalla finestra sulla testa di qualcuno; già il vaso s'era spostato due volte per le mosse impazienti del gatto; era ormai quasi all'orlo del davanzale; e lui non fiatava già più dall'angoscia e aveva tutto il cranio imperlato di grosse gocce di sudore.
Gli era talmente insopportabile lo spasimo di quell'attesa, che gli era perfino passato per la mente il pensiero diabolico d'andar cheto e chinato, con un dito teso, alla finestra, a dar lui l'ultima spinta a quel vaso, senza più stare ad aspettare che lo facesse il gatto.
Tanto, a un altro minimo urto, la cosa sarebbe certamente accaduta.
Non ci poteva far nulla.
Com'era stato ridotto da quel silenzio in quella casa, lui non era più nessuno.
Lui era quel silenzio stesso, misurato dal tic-tac lento della pendola.
Lui era quei mobili, testimoni muti e impassibili quassù della sciagura che sarebbe accaduta giù nella strada e che loro non avrebbero saputa.
La sapeva lui, soltanto per combinazione.
Non avrebbe più dovuto esser lì già da un pezzo.
Poteva far conto che nel salotto non ci fosse più nessuno, e che fosse già vuota la poltrona su cui era come legato dal fascino di quella fatalità che pendeva sul capo d'un ignoto, lì sospesa sul davanzale di quella finestra.
Era inutile che a lui toccasse quella fatalità, la naturale combinazione di quel gatto, di quel vaso di gerani e di quel nido di rondini.
Quel vaso era lì proprio per stare esposto a quella finestra.
Se lui l'avesse levato per impedir la disgrazia, l'avrebbe impedita oggi; domani la vecchia serva negra avrebbe rimesso il vaso al suo posto, sul davanzale: appunto perché il davanzale, per quel vaso, era il suo posto.
E il gatto, cacciato via oggi, sarebbe ritornato domani a dar la caccia alle due rondini.
Era inevitabile.
Ecco, il vaso era stato spinto ancora più là; era già quasi un dito fuori dell'orlo del davanzale.
Lui non poté più reggere; se ne fuggì.
Precipitandosi giù per le scale, ebbe in un baleno l'idea che sarebbe arrivato giusto in tempo a ricevere sul capo il vaso di gerani che proprio in quell'attimo cadeva dalla finestra.
IL BUON CUORE
Uh poi, vendere i figliuoli: come le piglia lei le cose! Non s'è voluto far danno a nessuno; anzi, il bene di tutti; e se la cosa poi è andata a finir così male, creda che la colpa è soltanto del buon cuore.
Del resto, i figliuoli, c'è anche il modo di comperarli legalmente.
Quando non si possono avere, s'adòttano.
Ma questo non era un modo per il marito e la moglie di cui vi parlo.
L'adottare un figliuolo, a loro, non sarebbe servito a niente.
Il figliuolo lo dovevano fare, fare carnalmente, per via d'una grossa eredità lasciata a questa condizione da una zia bisbetica: che se l'erede non fosse venuto entro i dieci anni, l'eredità sarebbe andata ai trovatelli d'un istituto detto degli Oblati.
C'è di queste zie bisbetiche, agre zitellone, che si sentono venir male al pensiero di beneficare i parenti che conoscono; e assaporano in segreto il dispetto che faranno, mettendo nei loro testamenti le vendette distillate o le minacce e i batticuori di certe arzigogolate disposizioni.
Il nipote s'era accortamente premunito, scegliendosi una bella moglie prosperosa, che gli desse garanzia di molti figliuoli.
Come, la garanzia? Eh, come! Ho capito che lei mi vorrebbe tirare a parlar sboccato.
A occhio, s'intende; stimando quanto la sposa prometteva dal seno, dai fianchi, dai bei colori della salute e della gioventù.
Ma neanche a farlo apposta, quando si dice la disgrazia!
Il primo anno, ancora risero; il secondo meno; poi al terzo cominciarono a impensierirsi; e più al quarto, con sorde bili e segreti rancori; finché non proruppero, al quinto, nella sguajataggine di certi raffacci: ti vorrei far vedere per chi manca; ringrazia Dio che sono una donna onesta e certe prove non me le sogno nemmeno di fartele.
La donna, si sa, è sempre quella che parla di più.
Cimentosa: tocca a te e non a me.
Tocca? che tocca?
Per quel che toccava a lui, sfidava a trovare una donna che avesse il coraggio di lamentarsi.
Lei non si lamentava.
E allora? Che altro voleva da lui? Per quel che lui ci doveva mettere, in cinque anni, non uno, ma un reggimento di figli avrebbe potuto fargli.
Figurarsi dunque la gioja, che dico la gioja, il tripudio quando la moglie, ammansita, una mattina, gli fece intendere che le pareva di aver motivo di credersi incinta.
Chi sa perché, questa confidenza le donne la fanno sempre tenendo gli occhi bassi.
Lui parve impazzito; corse a gridarlo in casa di tutti i parenti e amici e conoscenti; per miracolo non lo gridò per le strade e non mise le bandiere a tutte le finestre: il figlio! il figlio!
Se non che, tutt'a un tratto, quando la gravidanza già pareva perfino esagerata, non giunta ancora neanche al quinto mese, avvenne una cosa che potrei lasciare intendere, ma dire precisamente, no.
Una di quelle disgrazie, o, a dir dei medici, fenomeni che, rari, ma pare sogliano avvenire.
Avete insomma veduto quei bei palloni colorati che si comprano per i bambini nelle fiere, che a soffiar nel cannellino si gonfiano e poi, a levare il dito, si sgonfiano sonando? Così, ma senza suono.
Insomma, il figlio, fatto d'aria, sfumò.
Immaginatevi quel poveretto dopo tanta allegrezza, la mortificazione di doverlo annunziare, la prima volta.
La seconda almeno se la risparmiò, perché ebbe la prudenza di non far sapere a nessuno che la moglie credeva d'essere di nuovo incinta.
La terza...
Ecco, fu per pura combinazione, per uno di quei casi non cercati che vengono a proposito e si dicono mandati da Dio, benché a una che faccia professione di portare al mondo dei figliuoli accadano di frequente.
- Io? Osi venir da me, ragazza mia, per queste cose? E non sai che c'è la galera? Nascondi quanto vuoi, poi si viene a sapere, e chi ci andrebbe di mezzo, sarei io.
No, no.
E poi, peccato mortale.
Non te lo credevi, eh, lo so; dite tutte così; ma è pure da aspettarselo, quando si fanno certe cose.
E ora vieni da me, perché io abbia pietà?
Era però, veramente, una di cui non si sarebbe detto che l'avesse fatto per vizio, e nemmeno sapendo il male che si faceva; una ragazzona di diciassett'anni, pastosa e vermiglia come una pesca, con certi occhi abbambolati, che ci s'era trovata senza sapere come, presa alla sprovvista mentre, sì, un po' per ridere, faceva all'amore, alla guerriera, e non capiva bene dove alla fine, nel calore dello scherzo, abbandonandosi, si può arrivare.
Ora, ecco, senza far male a nessuno, anzi, com'ho detto, facendo il bene di tutti, si combinò così: che lei, la ragazza, non doveva far saper niente a nessuno, nemmeno alla sua mamma; si sarebbe messa a servizio di una certa signora, la quale al contrario avrebbe fatto sapere a tutti che aspettava per la terza volta un bambino, e che questa volta sperava di portarlo a compimento, andando per consiglio del medico a maturarlo in campagna, all'aria sana; là nessuno le avrebbe vedute, ma con discrezione e senz'esagerare; anzi la signora, che pareva veramente incinta, si sarebbe, occorrendo, mostrata: in modo che la cosa venisse naturale.
Sì, sono incinta, ma che c'entra? se c'è bisogno, eccomi qua; e anche lei, la servetta, fino a tanto che la grossezza non avesse dato nell'occhio, per quanto in campagna a queste cose non ci si bada; alla fine, al momento del parto, i gridi dell'una sarebbero parsi quelli dell'altra, e il bambino da un letto, appena nato, sarebbe passato all'altro, senza che lei nemmeno lo vedesse.
Tanto, non lo voleva.
L'avrebbe avuto l'altra che lo desiderava invece così ardentemente; e sarebbe stato ricco e felice, mentre con lei, se pure fosse arrivato a nascere, chissà che disgraziato sarebbe stato, senza padre, senza nome, senza stato, in un ospizio di trovatelli.
E poter dare per giunta, una volta tanto, a questa professione di portare al mondo i figliuoli in certe tane di miseria, dove patiranno tutti gli stenti e anche la fame, la soddisfazione di far cangiare almeno a uno lo stato: invece di portarlo in un covo di spine, portarlo in un letto di rose.
Ma era andata anche meglio di così, perché il signore, non contento d'aver salvato dal disonore e fors'anche dal delitto la ragazza, le volle assegnare anche una dote di venticinque mila lire, che poi i maligni, quando si riseppe ogni cosa, dissero il prezzo del bambino, brutto spilorcio, usurajo profittatore; venticinque mila lire per un bambino che avrebbe invece salvato a lui una così grossa eredità; senza voler pensare che per quella ragazza, che non voleva esser madre, quel bambino non aveva altro prezzo che quello del peccato e del disonore; e che quella dote era pur bastata a richiamare il giovine che aveva rovinata la ragazza e a fargliela sposare.
Giovani, e con la prova già fatta, se avessero voluti altri figliuoli, avrebbero potuto farne a piacer loro, senza tener più conto di quel primo, che davvero non era poi da compiangere, ricco e beato in una casa di signori.
Tutto, così, era andato liscio in porto: il matrimonio dei giovani, col pagamento della dote già fissato in un assegno da riscuotere subito dopo il parto; la gravidanza della signora che sembrò vera a tutti, e quella della ragazza di cui non riuscì ad accorgersi né a sospettar nessuno; ma che paura nera, specie negli ultimi mesi, a sentirsi, sotto certi occhi che le guardavano, come inghiottite dalla finzione che facevano, l'una d'essere incinta, e l'altra di non esserlo; lui, il signore, si faceva rivedere in città di tanto in tanto; riportava ai parenti e agli amici i progressi del nascituro, attecchito per davvero questa volta.
Ma sì! figurarsi che già si moveva; gliel'aveva fatto tastar con la mano la moglie (ed era lei, invece, la moglie, che l'aveva tastato con la mano sul ventre della ragazza, esclamando con un tremore di gioja e di ribrezzo insieme: - Uh, sì, davvero, già tira i calcetti! tira i calcetti!), e poi la felice nascita del bambino, denunciata e iscritta sotto il nome dei finti genitori: e assicurata così in tempo la grossa eredità.
Fu il buon cuore.
La colpa fu proprio soltanto del buon cuore, all'ultimo momento, allorché la signora, con tutto quel suo bel seno di cera, da tenere esposto tra i merletti in vetrina, si trovò senza una goccia di latte da dare al bambino affamato, mentre di là la ragazza spasimava col petto gonfio, da cui il latte sprizzava come da due fontanelle.
Si perdettero proprio per questo: per quel latte che sprizzava e per quella boccuccia di bimbo che voleva succhiare.
Tant'è vero che avviene sempre così, che più d'ogni ingegno vale la forza della natura.
Dovevano aver pronta una bàlia in città, e subito partire col bambino, senza nemmeno lasciarlo vedere alla ragazza; invece la signora si impietosì, pensò che nessun'altra, meglio della madre vera, avrebbe potuto allattare il bambino, e corse lei stessa ad attaccarglielo al petto.
Tutto il male venne di qui.
Combinarono che, ritornati in città, la ragazza avrebbe figurato da bàlia; tanto il marito già l'aveva con sé.
Ma appunto, già col marito accanto, ch'era il padre vero del bambino, la madre, che per nove mesi l'aveva portato in sé e poi con tanto dolore partorito, ora che se lo serrava tra le braccia, attaccato al petto suo, carne sua, sangue suo, poteva più darlo a un'altra?
Sì, c'erano i patti, c'erano tutte le ragioni in contrario, tutti falsi che ora si sarebbero scoperti, l'eredità perduta, e la prigione, la prigione per tutti.
Ebbene, la prigione, ma il figlio no; il figlio quella madre non lo poteva più dare a nessuno ora che se l'era attaccato al seno: era suo e non lo poteva più dare a nessuno.
Così furono tutti imprigionati, il signore, la signora, la levatrice, il giovine, la ragazza e per forza anche il bambino con lei.
Tutti, sotto una diversa imputazione; e sotto più imputazioni, una più grave dell'altra, ciascuno; e alla fine, imprigionati per nulla, perché per le furie con cui la ragazza aveva difeso il bambino contro tutti e contro il suo stesso marito, il latte le si guastò e in carcere il bambino morì, e tutti rimasero come statue di sale in attesa della condanna, a mani vuote.
LA TARTARUGA
Parrà strano, ma anche in America c'è chi crede che le tartarughe portino fortuna.
Da che sia nata una tale credenza, non si sa.
E' certo però che loro, le tartarughe, non mostrano d'averne il minimo sospetto.
Mister Myshkow ha un amico che ne è convintissimo.
Giuoca in borsa e ogni mattina, prima d'andare a giocare, mette la sua tartaruga davanti a uno scalino: se la tartaruga accenna di voler salire, è sicuro che i titoli che lui vuol giocare, saliranno; se ritira la testa e le zampe, resteranno fermi; se si volta e fa per andarsene, lui giuoca senz'altro al ribasso.
E non ha mai sbagliato.
Detto questo, entra in un negozio dove si vendono tartarughe; ne compra una e la mette in mano a Mister Myshkow:
- Approfittàtene.
Mister Myshkow è molto sensibile: portandosi in casa la tartaruga (ih! ah!) freme in tutta l'elastica personcina pienotta e sanguigna per brividi, che son forse di piacere, ma anche di ribrezzo un po'.
Non si cura se gli altri per via si voltino a guardarlo con quella tartaruga in mano; lui freme al pensiero che quella che pare una pietra inerte e fredda, non è una pietra no, è abitata dentro da una misteriosa bestiola che da un momento all'altro può cacciar fuori, sulla sua mano, quattro zampini biechi rasposi e una testina di vecchia monaca rugosa.
Speriamo che non lo faccia.
Forse Mister Myshkow la getterebbe a terra, raccapricciando da capo a piedi.
In casa, non si può dire che i suoi due figli, Helen e John, facciano una gran festa alla tartaruga, appena lui la posa come un ciottolo sul tappeto del salotto.
Non è credibile quanto vecchi appajano gli occhi dei due figli di Mister Myshkow a confronto con quelli bambinissimi del padre.
I due ragazzi, su quella tartaruga posata come un ciottolo sul tappeto, fanno cadere il peso insopportabile dei loro quattro occhi di piombo.
Poi guardano il padre con una così ferma convinzione che non potrà dar loro una spiegazione plausibile della cosa inaudita che ha osato fare, posare una tartaruga sul tappeto del salotto, che il povero Mister Myshkow si sente subito appassire; apre le mani; apre le labbra a un sorriso vano e dice che, dopo tutto, quella non è altro che un'innocua tartaruga con cui, volendo, si può anche giocare.
Da quel brav'uomo ch'è sempre stato, un po' ragazzone, vuol darne la prova: si butta carponi sul tappeto e cautamente, con garbo, si prova a spinger di dietro la tartaruga per persuaderla così a cacciar fuori gli zampini e la testa e farla muovere.
Ma sì, Dio mio, non foss'altro, per rendersi conto della bella gaja casa tutta vetri e specchi, dove lui l'ha portata.
Non s'aspetta che suo figlio John trovi d'improvviso e senza tante cerimonie un più spiccio espediente per fare uscir la tartaruga da quello stato di pietra in cui s'ostina a restare.
Con la punta del piede John la rovescia sulla scaglia, e subito allora si vede la bestiolina armeggiar con gli zampini e spinger col capo penosamente per tentar di rimettersi nella sua posizione naturale.
Helen, a quella vista, senza punto alterare i suoi occhi da vecchia, sghignazza come una carrucola di pozzo arrugginita per la caduta precipitosa d'un secchio impazzito.
Non c'è, come si vede, da parte dei ragazzi alcun rispetto della fortuna che le tartarughe sogliono portare.
C'è al contrario la più lampante dimostrazione che tutti e due la sopporteranno solo a patto ch'essa si presti a esser considerata da loro come uno stupidissimo giocattolo da trattare così, con la punta del piede.
Il che a Mister Myshkow dispiace moltissimo.
Guarda la tartaruga, rimessa subito a posto da lui e ritornata al suo stato di pietra; guarda gli occhi dei suoi ragazzi, e avverte di colpo una misteriosa relazione che lo turba profondamente tra la vecchiaja di quegli occhi e la secolare inerzia di pietra di quella bestia sul tappeto.
E' preso di sgomento per la sua inguaribile giovanilità, in un mondo che accusa con relazioni così lontane e inopinate la propria decrepitezza: lo sgomenta che lui, senza saperlo, sia forse rimasto ad aspettare qualcosa che non arriverà mai più, dato che ormai sulla terra i bambini nascono centenari come le tartarughe.
Torna ad aprire le labbra al suo vano sorriso, più smorto che mai, e non ha il coraggio di confessare per qual ragione il suo amico gli ha regalato quella tartaruga.
Ha una rara ignoranza di vita Mister Myshkow.
La vita per lui non è mai nulla di preciso, né ha alcun peso di cose sapute.
Gli può accadere benissimo qualche mattina, vedendosi nudo con una gamba alzata per entrare nella vasca da bagno, di restare stranamente impressionato del suo stesso corpo, come se, in quarantadue anni che lo ha, non l'abbia mai veduto e se lo scopra adesso per la prima volta.
Un corpo, Dio mio, non presentabile, così nudo, senza una grande vergogna, neppure ai suoi propri occhi.
Preferisce ignorarselo.
Ma fa un gran caso tuttavia del fatto che non ha mai pensato che con questo corpo, così com'è in tante parti che nessuno di solito vede, nascoste sotto gli abiti e la calzatura, per quarantadue anni lui s'è aggirato nella vita.
Non gli par credibile che tutta la sua vita lui l'abbia vissuta in quel suo corpo.
No, no.
Chi sa dove, chi sa dove, senz'accorgersene.
Forse ha sempre sorvolato, di cosa in cosa, tra le tante che gli sono occorse fin dall'infanzia, quando certamente il suo corpo non era questo, e chi sa come era.
E' davvero una pena e uno sgomento non riuscire a spiegarsi perché il proprio corpo debba essere necessariamente quello che è, e non un altro diverso.
Meglio non pensarci.
E nel bagno, torna a sorridere del suo vano sorriso, ignorando di trovarsi già da un pezzo nella vasca.
Ah, quelle luminose tendine di mussola insaldate ai vetri della grande finestra, e di su quelle bacchette d'ottone quel lieve grazioso dondolìo nell'aria primaverile delle cime degli alti alberi del parco.
Ora lui si sta asciugando quel corpo veramente brutto; ma deve, pur non di meno, convenire che la vita è bella, e tutta da godere anche in quel suo corpaccio che intanto, chi sa come, è potuto entrare nella più segreta intimità con una donna talmente impenetrabile qual è Mistress Myshkow, sua moglie.
Da nove anni ch'è ammogliato, lui è come avvolto e sospeso nel mistero di quella sua unione inverosimile con Mistress Myshkow.
Non ha mai osato farsi avanti, senza restare incerto, dopo ogni passo, se potesse darne un altro; e così alla fine ha provato sempre come un formicolìo d'apprensione in tutto il corpo e di sbigottimento nell'anima nel trovarsi arrivato già parecchio lontano per tutti quei passi sospesi che gli han lasciato fare.
Doveva sì o no inferire che dunque doveva farli? Così, un bel giorno, quasi senz'esserne certo, s'era trovato marito di Mistress Myshkow.
Lei è ancora, dopo nove anni, così distaccata e isolata da tutto, dalla propria bellezza di statuetta di porcellana e così chiusa e smaltata in un modo d'essere così impenetrabilmente suo, che proprio pare impossibile che abbia trovato il modo d'unirsi in matrimonio con un uomo così di carne e sanguigno come lui.
Si capisce invece benissimo come dalla loro unione siano potuti nascere quei due figli imbozzacchiti.
Forse, se Mister Myshkow avesse potuto portarli in grembo lui, invece della moglie, non sarebbero nati così; ma dovette portarli in grembo lei, per nove mesi ciascuno, e allora, concepiti probabilmente interi fin dal principio e costretti a rimanere chiusi per tanto tempo in un ventre di majolica, come confetti in una scatola, ecco, s'erano così tremendamente invecchiati prima ancora che nascessero.
Per tutti i nove anni di matrimonio lui naturalmente è vissuto in apprensione continua che Mistress Myshkow trovasse in qualche sua parola impensata o gesto inopinato il pretesto di domandare il divorzio.
Il primo giorno di matrimonio era stato per lui il più terribile perché, come si può facilmente immaginare, c'era arrivato non ben sicuro che Mistress Myshkow sapesse che cosa lui dovesse fare per potersi dire effettivamente suo marito.
Ma poi non gli aveva lasciato intendere in alcun modo che si ricordasse della confidenza che lui s'era presa.
Proprio come se nulla ci avesse mai messo di suo, perché lui se la potesse prendere, e lei poi ricordare.
Eppure una prima figliuola, Helen, era nata; e poi era nato un secondo figliuolo, John.
Mai niente.
Senza dar segno di nulla, se n'era andata tutt'e due le volte alla clinica e, dopo un mese e mezzo, era rientrata in casa, la prima volta con una bambina e la seconda con un bambino, l'uno più vecchio dell'altra.
Cosa da far cadere le braccia.
Divieto assoluto, tutt'e due le volte, d'andarle a far visita alla clinica.
Cosicché lui, non essendosi potuto accorgere né la prima né la seconda volta che lei fosse incinta e non sapendo poi nulla né delle doglie del parto né della nascita, s'era trovati in casa quei due figli come due cagnolini comperati in viaggio, senza nessuna vera certezza che fossero nati da lei e che fossero suoi.
Ma non ne ha il minimo dubbio Mister Myshkow, tanto che crede d'avere ormai in quei due figli
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