UNA GIORNATA, di Luigi Pirandello - pagina 9
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Tutto, così, era andato liscio in porto: il matrimonio dei giovani, col pagamento della dote già fissato in un assegno da riscuotere subito dopo il parto; la gravidanza della signora che sembrò vera a tutti, e quella della ragazza di cui non riuscì ad accorgersi né a sospettar nessuno; ma che paura nera, specie negli ultimi mesi, a sentirsi, sotto certi occhi che le guardavano, come inghiottite dalla finzione che facevano, l'una d'essere incinta, e l'altra di non esserlo; lui, il signore, si faceva rivedere in città di tanto in tanto; riportava ai parenti e agli amici i progressi del nascituro, attecchito per davvero questa volta.
Ma sì! figurarsi che già si moveva; gliel'aveva fatto tastar con la mano la moglie (ed era lei, invece, la moglie, che l'aveva tastato con la mano sul ventre della ragazza, esclamando con un tremore di gioja e di ribrezzo insieme: - Uh, sì, davvero, già tira i calcetti! tira i calcetti!), e poi la felice nascita del bambino, denunciata e iscritta sotto il nome dei finti genitori: e assicurata così in tempo la grossa eredità.
Fu il buon cuore.
La colpa fu proprio soltanto del buon cuore, all'ultimo momento, allorché la signora, con tutto quel suo bel seno di cera, da tenere esposto tra i merletti in vetrina, si trovò senza una goccia di latte da dare al bambino affamato, mentre di là la ragazza spasimava col petto gonfio, da cui il latte sprizzava come da due fontanelle.
Si perdettero proprio per questo: per quel latte che sprizzava e per quella boccuccia di bimbo che voleva succhiare.
Tant'è vero che avviene sempre così, che più d'ogni ingegno vale la forza della natura.
Dovevano aver pronta una bàlia in città, e subito partire col bambino, senza nemmeno lasciarlo vedere alla ragazza; invece la signora si impietosì, pensò che nessun'altra, meglio della madre vera, avrebbe potuto allattare il bambino, e corse lei stessa ad attaccarglielo al petto.
Tutto il male venne di qui.
Combinarono che, ritornati in città, la ragazza avrebbe figurato da bàlia; tanto il marito già l'aveva con sé.
Ma appunto, già col marito accanto, ch'era il padre vero del bambino, la madre, che per nove mesi l'aveva portato in sé e poi con tanto dolore partorito, ora che se lo serrava tra le braccia, attaccato al petto suo, carne sua, sangue suo, poteva più darlo a un'altra?
Sì, c'erano i patti, c'erano tutte le ragioni in contrario, tutti falsi che ora si sarebbero scoperti, l'eredità perduta, e la prigione, la prigione per tutti.
Ebbene, la prigione, ma il figlio no; il figlio quella madre non lo poteva più dare a nessuno ora che se l'era attaccato al seno: era suo e non lo poteva più dare a nessuno.
Così furono tutti imprigionati, il signore, la signora, la levatrice, il giovine, la ragazza e per forza anche il bambino con lei.
Tutti, sotto una diversa imputazione; e sotto più imputazioni, una più grave dell'altra, ciascuno; e alla fine, imprigionati per nulla, perché per le furie con cui la ragazza aveva difeso il bambino contro tutti e contro il suo stesso marito, il latte le si guastò e in carcere il bambino morì, e tutti rimasero come statue di sale in attesa della condanna, a mani vuote.
LA TARTARUGA
Parrà strano, ma anche in America c'è chi crede che le tartarughe portino fortuna.
Da che sia nata una tale credenza, non si sa.
E' certo però che loro, le tartarughe, non mostrano d'averne il minimo sospetto.
Mister Myshkow ha un amico che ne è convintissimo.
Giuoca in borsa e ogni mattina, prima d'andare a giocare, mette la sua tartaruga davanti a uno scalino: se la tartaruga accenna di voler salire, è sicuro che i titoli che lui vuol giocare, saliranno; se ritira la testa e le zampe, resteranno fermi; se si volta e fa per andarsene, lui giuoca senz'altro al ribasso.
E non ha mai sbagliato.
Detto questo, entra in un negozio dove si vendono tartarughe; ne compra una e la mette in mano a Mister Myshkow:
- Approfittàtene.
Mister Myshkow è molto sensibile: portandosi in casa la tartaruga (ih! ah!) freme in tutta l'elastica personcina pienotta e sanguigna per brividi, che son forse di piacere, ma anche di ribrezzo un po'.
Non si cura se gli altri per via si voltino a guardarlo con quella tartaruga in mano; lui freme al pensiero che quella che pare una pietra inerte e fredda, non è una pietra no, è abitata dentro da una misteriosa bestiola che da un momento all'altro può cacciar fuori, sulla sua mano, quattro zampini biechi rasposi e una testina di vecchia monaca rugosa.
Speriamo che non lo faccia.
Forse Mister Myshkow la getterebbe a terra, raccapricciando da capo a piedi.
In casa, non si può dire che i suoi due figli, Helen e John, facciano una gran festa alla tartaruga, appena lui la posa come un ciottolo sul tappeto del salotto.
Non è credibile quanto vecchi appajano gli occhi dei due figli di Mister Myshkow a confronto con quelli bambinissimi del padre.
I due ragazzi, su quella tartaruga posata come un ciottolo sul tappeto, fanno cadere il peso insopportabile dei loro quattro occhi di piombo.
Poi guardano il padre con una così ferma convinzione che non potrà dar loro una spiegazione plausibile della cosa inaudita che ha osato fare, posare una tartaruga sul tappeto del salotto, che il povero Mister Myshkow si sente subito appassire; apre le mani; apre le labbra a un sorriso vano e dice che, dopo tutto, quella non è altro che un'innocua tartaruga con cui, volendo, si può anche giocare.
Da quel brav'uomo ch'è sempre stato, un po' ragazzone, vuol darne la prova: si butta carponi sul tappeto e cautamente, con garbo, si prova a spinger di dietro la tartaruga per persuaderla così a cacciar fuori gli zampini e la testa e farla muovere.
Ma sì, Dio mio, non foss'altro, per rendersi conto della bella gaja casa tutta vetri e specchi, dove lui l'ha portata.
Non s'aspetta che suo figlio John trovi d'improvviso e senza tante cerimonie un più spiccio espediente per fare uscir la tartaruga da quello stato di pietra in cui s'ostina a restare.
Con la punta del piede John la rovescia sulla scaglia, e subito allora si vede la bestiolina armeggiar con gli zampini e spinger col capo penosamente per tentar di rimettersi nella sua posizione naturale.
Helen, a quella vista, senza punto alterare i suoi occhi da vecchia, sghignazza come una carrucola di pozzo arrugginita per la caduta precipitosa d'un secchio impazzito.
Non c'è, come si vede, da parte dei ragazzi alcun rispetto della fortuna che le tartarughe sogliono portare.
C'è al contrario la più lampante dimostrazione che tutti e due la sopporteranno solo a patto ch'essa si presti a esser considerata da loro come uno stupidissimo giocattolo da trattare così, con la punta del piede.
Il che a Mister Myshkow dispiace moltissimo.
Guarda la tartaruga, rimessa subito a posto da lui e ritornata al suo stato di pietra; guarda gli occhi dei suoi ragazzi, e avverte di colpo una misteriosa relazione che lo turba profondamente tra la vecchiaja di quegli occhi e la secolare inerzia di pietra di quella bestia sul tappeto.
E' preso di sgomento per la sua inguaribile giovanilità, in un mondo che accusa con relazioni così lontane e inopinate la propria decrepitezza: lo sgomenta che lui, senza saperlo, sia forse rimasto ad aspettare qualcosa che non arriverà mai più, dato che ormai sulla terra i bambini nascono centenari come le tartarughe.
Torna ad aprire le labbra al suo vano sorriso, più smorto che mai, e non ha il coraggio di confessare per qual ragione il suo amico gli ha regalato quella tartaruga.
Ha una rara ignoranza di vita Mister Myshkow.
La vita per lui non è mai nulla di preciso, né ha alcun peso di cose sapute.
Gli può accadere benissimo qualche mattina, vedendosi nudo con una gamba alzata per entrare nella vasca da bagno, di restare stranamente impressionato del suo stesso corpo, come se, in quarantadue anni che lo ha, non l'abbia mai veduto e se lo scopra adesso per la prima volta.
Un corpo, Dio mio, non presentabile, così nudo, senza una grande vergogna, neppure ai suoi propri occhi.
Preferisce ignorarselo.
Ma fa un gran caso tuttavia del fatto che non ha mai pensato che con questo corpo, così com'è in tante parti che nessuno di solito vede, nascoste sotto gli abiti e la calzatura, per quarantadue anni lui s'è aggirato nella vita.
Non gli par credibile che tutta la sua vita lui l'abbia vissuta in quel suo corpo.
No, no.
Chi sa dove, chi sa dove, senz'accorgersene.
Forse ha sempre sorvolato, di cosa in cosa, tra le tante che gli sono occorse fin dall'infanzia, quando certamente il suo corpo non era questo, e chi sa come era.
E' davvero una pena e uno sgomento non riuscire a spiegarsi perché il proprio corpo debba essere necessariamente quello che è, e non un altro diverso.
Meglio non pensarci.
E nel bagno, torna a sorridere del suo vano sorriso, ignorando di trovarsi già da un pezzo nella vasca.
Ah, quelle luminose tendine di mussola insaldate ai vetri della grande finestra, e di su quelle bacchette d'ottone quel lieve grazioso dondolìo nell'aria primaverile delle cime degli alti alberi del parco.
Ora lui si sta asciugando quel corpo veramente brutto; ma deve, pur non di meno, convenire che la vita è bella, e tutta da godere anche in quel suo corpaccio che intanto, chi sa come, è potuto entrare nella più segreta intimità con una donna talmente impenetrabile qual è Mistress Myshkow, sua moglie.
Da nove anni ch'è ammogliato, lui è come avvolto e sospeso nel mistero di quella sua unione inverosimile con Mistress Myshkow.
Non ha mai osato farsi avanti, senza restare incerto, dopo ogni passo, se potesse darne un altro; e così alla fine ha provato sempre come un formicolìo d'apprensione in tutto il corpo e di sbigottimento nell'anima nel trovarsi arrivato già parecchio lontano per tutti quei passi sospesi che gli han lasciato fare.
Doveva sì o no inferire che dunque doveva farli? Così, un bel giorno, quasi senz'esserne certo, s'era trovato marito di Mistress Myshkow.
Lei è ancora, dopo nove anni, così distaccata e isolata da tutto, dalla propria bellezza di statuetta di porcellana e così chiusa e smaltata in un modo d'essere così impenetrabilmente suo, che proprio pare impossibile che abbia trovato il modo d'unirsi in matrimonio con un uomo così di carne e sanguigno come lui.
Si capisce invece benissimo come dalla loro unione siano potuti nascere quei due figli imbozzacchiti.
Forse, se Mister Myshkow avesse potuto portarli in grembo lui, invece della moglie, non sarebbero nati così; ma dovette portarli in grembo lei, per nove mesi ciascuno, e allora, concepiti probabilmente interi fin dal principio e costretti a rimanere chiusi per tanto tempo in un ventre di majolica, come confetti in una scatola, ecco, s'erano così tremendamente invecchiati prima ancora che nascessero.
Per tutti i nove anni di matrimonio lui naturalmente è vissuto in apprensione continua che Mistress Myshkow trovasse in qualche sua parola impensata o gesto inopinato il pretesto di domandare il divorzio.
Il primo giorno di matrimonio era stato per lui il più terribile perché, come si può facilmente immaginare, c'era arrivato non ben sicuro che Mistress Myshkow sapesse che cosa lui dovesse fare per potersi dire effettivamente suo marito.
Ma poi non gli aveva lasciato intendere in alcun modo che si ricordasse della confidenza che lui s'era presa.
Proprio come se nulla ci avesse mai messo di suo, perché lui se la potesse prendere, e lei poi ricordare.
Eppure una prima figliuola, Helen, era nata; e poi era nato un secondo figliuolo, John.
Mai niente.
Senza dar segno di nulla, se n'era andata tutt'e due le volte alla clinica e, dopo un mese e mezzo, era rientrata in casa, la prima volta con una bambina e la seconda con un bambino, l'uno più vecchio dell'altra.
Cosa da far cadere le braccia.
Divieto assoluto, tutt'e due le volte, d'andarle a far visita alla clinica.
Cosicché lui, non essendosi potuto accorgere né la prima né la seconda volta che lei fosse incinta e non sapendo poi nulla né delle doglie del parto né della nascita, s'era trovati in casa quei due figli come due cagnolini comperati in viaggio, senza nessuna vera certezza che fossero nati da lei e che fossero suoi.
Ma non ne ha il minimo dubbio Mister Myshkow, tanto che crede d'avere ormai in quei due figli una prova antichissima e per ben due volte collaudata che Mistress Myshkow trova nella convivenza con lui un compenso adeguato ai dolori che il mettere al mondo due figliuoli deve costare.
Non riesce perciò a rinvenire dallo stupore allorché sua moglie, rientrando in casa quel giorno da una visita alla madre scesa in albergo e prossima a ripartire per l'Inghilterra, e trovandolo ancora in ginocchio sul tappeto del salotto davanti a quella tartaruga, tra la derisione sguajatamente fredda di quei due figli, non gli dice nulla, o meglio gli dice tutto voltando senz'altro le spalle e ritornando immediatamente da sua madre all'albergo, da cui dopo circa un'ora gli manda un biglietto, nel quale perentoriamente è scritto che, o via da casa quella tartaruga, o via lei: se ne partirà, fra tre giorni con la madre per l'Inghilterra.
Appena può rimettersi a pensare, Mister Myshkow comprende subito che quella tartaruga non può esser altro che un pretesto.
Così poco serio, via.
Così facile a levar di mezzo! Eppure, proprio per questo, forse più inovviabile che se la moglie gli abbia posto per condizione di cangiar di corpo, e almeno di levarsi dalla faccia il naso per sostituirlo con un altro di suo maggiore gradimento.
Ma non vuole che manchi per lui.
Risponde alla moglie che ritorni pure a casa: lui andrà a metter fuori in qualche posto la tartaruga.
Non ci tiene affatto ad averla in casa.
L'ha presa perché gli hanno detto che porta fortuna; ma, agiato com'è, e con una moglie come lei, e con due figli come i loro, che bisogno ne ha lui? che altra fortuna avrebbe da desiderare?
Va fuori, di nuovo con la tartaruga in mano, per lasciarla in qualche posto che alla povera bestiola scontrosa possa convenire più che la sua casa.
S'è fatto sera e lui se ne avvede soltanto ora e se ne meraviglia.
Pur abituato com'è alla vista fantasmagorica di quella sua enorme città, ha sempre occhi nuovi per lasciarsene stupire e anche immalinconire un po', se pensa che a tutte quelle prodigiose costruzioni è negato di imporsi come durevoli monumenti e stan lì come colossali e provvisorie apparenze di un'immensa fiera, con quegl'immobili sprazzi di variopinte luminarie che danno a lungo andare una tristezza infinita, e tant'altre cose ugualmente precarie e mutevoli.
Camminando, si dimentica d'avere in mano la tartaruga, ma poi se ne sovviene e riflette che avrebbe fatto meglio a lasciarla nel parco vicino alla sua casa; invece s'è diretto verso il negozio dov'essa è stata comperata, alla 49ma Strada.
Seguita ad andare, pur essendo certo che a quell'ora troverà chiuso il negozio.
Ma si direbbe che tanto la sua tristezza quanto la sua stanchezza hanno proprio bisogno di andare a sbatter la faccia contro una porta chiusa.
Arrivato, sta un po' a guardare la porta del negozio chiusa effettivamente, e poi si guarda in mano la tartaruga.
Che farne? Lasciarla lì davanti? Sente passare un tassì e lo prende.
Ne scenderà a un certo punto, lasciandovi dentro la tartaruga.
Peccato che la bestiola, così ancora rintanata nel suo guscio, non dia a vedere d'avere molta fantasia.
Sarebbe piacevole immaginare una tartaruga in viaggio di notte per le strade di New York.
No no.
Mister Myshkow se ne pente, come d'una crudeltà.
Scende dal tassì.
E' ormai vicina la Park Avenue, con l'interminabile fila delle ajuole nel mezzo, dalle ringhierine a canestro.
Pensa di lasciare la tartaruga in una di quelle ajuole; ma appena ve la posa, ecco che gli salta addosso un poliziotto che è di guardia al traffico nel crocicchio della 50ma Strada, sotto una delle gigantesche torri del Wardolf Astoria.
Quel poliziotto vuol sapere che cosa ha posato in quell'ajuola.
Una bomba? Non proprio una bomba, no.
E Mister Myshkow gli sorride per dargli a vedere che non ne sarebbe capace.
Semplicemente una tartaruga.
Quello allora gl'impone di ritirarla subito.
Proibito introdurre bestie nelle ajuole.
Ma quella? Quella è piuttosto una pietra che una bestia, vuol fargli osservare Mister Myshkow; non crede che possa disturbare; e poi lui, per gravi motivi di famiglia, ha bisogno assolutamente di disfarsene.
Il poliziotto crede che voglia prenderlo in giro e si fa brutto.
Subito allora Mister Myshkow ritira dall'ajuola la tartaruga che non s'è mossa.
- M'hanno detto che porta fortuna, - soggiunge sorridente.
- Non vorreste prenderla voi? Ve la offro.
Quello si scrolla furiosamente e con impero gli accenna di levarglisi dai piedi.
Ed ecco ora di nuovo Mister Myshkow con quella tartaruga in mano, in grande imbarazzo.
Oh Dio, potrebbe lasciarla dovunque, anche in mezzo alla strada, appena fuori della vista di quel poliziotto che l'ha guardato così male, evidentemente perché non ha creduto ai gravi motivi di famiglia.
Tutt'a un tratto, si ferma al baleno di un'idea.
Sì, è senza dubbio un pretesto, per la moglie, quella tartaruga, e levato di mezzo questo, lei ne troverà subito un altro; ma difficilmente potrà trovarne uno più ridicolo di questo e che più di questo possa darle torto davanti al giudice e a tutti quanti.
Sarebbe sciocco, dunque, non valersene.
Lì per lì decide di rientrare in casa con la tartaruga.
Trova la moglie nel salotto.
Senza dirle nulla si china e le posa davanti sul tappeto la tartaruga, là, come un ciottolo.
La moglie balza in piedi, corre in camera, gli si ripresenta col cappellino in capo.
- Dirò al giudice che alla compagnia di vostra moglie preferite quella della vostra tartaruga.
E se ne va.
Come se la bestiola dal tappeto l'abbia intesa, sfodera di scatto i quattro zampini, la coda e la testa e dondolando, quasi ballando, si muove per il salotto.
Mister Myshkow non può fare a meno di rallegrarsene, ma timidamente; batte le mani piano piano, e gli pare, guardandola, di dover riconoscere, ma senza esserne proprio convinto:
- La fortuna! La fortuna!
FORTUNA D'ESSER CAVALLO
La stalla è lì, dietro la porta chiusa, subito dopo l'entrata nel cortile rustico in pendìo, dall'acciottolato logoro e la cisterna in mezzo.
La porta è imporrita; verde un tempo, ora ha quasi perduto il colore; come la casa, quello gialligno dell'intonaco, per cui appare la più vecchia e misera del sobborgo.
Questa mattina all'alba la porta è stata chiusa da fuori col grosso catenaccio arrugginito; e il cavallo che era nella stalla è stato messo fuori e lasciato lì davanti, chi sa perché, senza né briglia né sella né bisaccia; senza nemmeno la capezza.
Vi sta paziente, quasi immobile, da parecchie ore.
Sente attraverso la porta chiusa l'odore della sua stalla lì prossima, l'odore del cortile; e pare che di tanto in tanto, aspirandolo con le froge dilatate, sospiri.
Risponde curiosamente a ogni sospiro un fremito nervoso del cuojo sulla schiena, dov'è il segno d'un vecchio guidalesco.
Così libero d'ogni guarnimento, la testa e tutto il corpo, si può vedere come gli anni l'han ridotto: la testa, quando la rialza, ha ancora un che di nobile ma triste; il corpo è una pietà: il dosso, tutto nodi: sporgenti le costole; i fianchi, aguzzi; spessa però ancora la criniera e lunga la coda, appena un po' spelata.
Un cavallo che non può servire più a nulla, per dir la verità.
Che cosa aspetta lì davanti alla porta?
Chi, passando, lo vede, e sa che il padrone è già partito dopo essersi portata via tutta la roba di casa per andare ad abitare in un altro paese, pensa che qualcuno forse verrà per incarico di lui a ritirarlo; benché, lasciato così sguarnito di tutto, abbia piuttosto l'aria d'un cavallo abbandonato.
Altri passanti si fermano a guardarlo, e c'è chi dice di sapere che il padrone, prima di partire, ha cercato in tutti i modi di disfarsene, tentando in principio di venderlo anche a poco prezzo, poi offrendolo a tanti in dono; anche a lui; ma nessuno l'ha voluto, nemmeno regalato; neppur lui.
Non mangiasse, un cavallo, ma mangia.
E per il servizio che quello può ancora rendere così vecchio e malandato, siamo giusti, vi par che valga la spesa del fieno o anche di un po' di paglia da dargli a mangiare?
Avere un cavallo e non saper che farsene, dev'esser pure un bell'impiccio.
Tanti, per levarselo, ricorrono al mezzo sbrigativo d'ucciderlo.
Una palla di fucile costa poco.
Ma non tutti hanno il cuore di farlo.
Resta però da vedere se non è più crudele abbandonarlo così.
Certo, a vederlo ora davanti la porta chiusa d'una casa vuota e deserta, povera bestia, fa una gran pena.
Quasi quasi verrebbe voglia di andargli a dire in un orecchio che non stia più lì ad aspettare inutilmente.
Gli avesse almeno lasciato una corda al collo per portarlo via in qualche modo; ma niente.
Si vede che i guarnimenti, quelli sì, ha trovato da venderli: servono.
Forse però se li sarebbe venduti lo stesso, chiunque se lo fosse preso, per poi lasciarlo nudo ugualmente in mezzo a un'altra strada.
Intanto, oh! guardate le mosche.
Eh, quelle non si dirà mai che in tanta disdetta lo vogliano abbandonare.
E il povero cavallo, se fa qualche movimento, è soltanto con la coda, per cacciarsele quando si sente pinzato più forte: cosa che gli avviene di frequente, ora che non ha più tanto sangue da dar loro a succhiare facilmente.
Ma già s'è stancato di star ritto su le zampe e si piega con pena sui ginocchi per riposarsi a terra, sempre con la testa verso la porta.
Non può proprio pensare d'esser libero.
Ma già, un cavallo, anche quando l'abbia davvero, la libertà, gli è forse dato di farsene un'idea? L'ha, e ne gode senza pensarci.
Quando gliela levano, dapprima per istinto si ribella; poi, addomesticato, si rassegna e adatta.
Forse quello, nato in qualche stalla, libero non è stato mai.
Sì, da giovane in campagna probabilmente, lasciato a pascolare sui prati.
Ma libertà per modo di dire: prati chiusi da staccionate.
Se pure c'è stato, che ricordo può più averne?
Sta lì a terra finché la fame non lo spinge a rimettersi con maggiore stento in piedi; e poiché da quella porta, dopo una così lunga attesa, non spera più ajuto, volta la testa a guardar di lato, lungo la strada del sobborgo.
Nitrisce.
Raspa con uno zoccolo.
Più di questo non sa fare.
Ma dev'esser convinto che è inutile, perché poco dopo sbruffa e scuote il capo; poi, incerto, muove qualche passo.
C'è ormai più d'un curioso che sta a osservarlo.
Pure in campagna, dove sia coltivata, non s'ammette che un cavallo vada libero; figurarsi poi in mezzo a un abitato dove ci son donne e bambini.
Un cavallo non è come un cane che può restar senza padrone e, se va per via, nessun ci fa caso.
Un cavallo è un cavallo: e se non lo sa, lo sanno gli altri che lo vedono, il corpo che ha, molto molto più grande di quello d'un cane, ingombrante; un corpo che non riesce mai a ispirare un'intera confidenza e da cui tutti ci si guarda perché tutt'a un tratto, non si sa mai, uno sfaglio imprevedibile; e poi con quegli occhi, con quel bianco che a volte si scopre feroce e insanguato; occhi così tutti specchianti, con un brio di guizzi e certi baleni, che nessuno comprende, d'una vita sempre in ansia, che può adombrarsi di nulla.
Non è per ingiustizia.
Ma non sono gli occhi d'un cane, umani, che chiedono scusa o pietà, che sanno anche fingere, con certi sguardi a cui la nostra ipocrisia non ha più nulla da insegnare.
Gli occhi d'un cavallo, ci vedi tutto, ma non ci puoi legger nulla.
E' vero che questo, così mal ridotto com'è, non pare a nessuno che possa esser pericoloso.
Ma, comunque, perché impicciarsene?
Vada pure; se qualcuno sarà molestato, ci penserà lui a scostarlo, a cacciarlo; o ci penseranno le guardie.
Ragazzi, non tirate sassi.
Vedete che non ha più nulla addosso? Così libero e sciolto, se piglia la fuga, chi lo para?
Stiamo piuttosto a vedere tranquillamente dove va.
Ecco, prima da uno là che fabbrica pasta al tornio e la tiene stesa ad asciugare all'aperto su certi telaj di rete posati su cavalletti traballanti.
Oh Dio, se s'accosta, li fa cadere.
Ma il pastajo accorre in tempo a pararlo e lo spinge via.
Sacr...
di chi è questo cavallo?
I monelli non reggono più, gli corrono dietro, gridando, ridendo.
- Un cavallo scappato?
- No: abbandonato.
- Come, abbandonato?
- Ma così.
Lasciato dal padrone.
Libero.
- Ah sì? Allora un cavallo che se ne va a spasso per conto suo per le vie del paese?
Eh via, d'un uomo si vorrebbe sapere se non è pazzo.
Ma d'un cavallo che volete sapere? Un cavallo sa soltanto che ha fame.
Ora, più là, allunga il muso verso un bel cesto d'insalata esposto fra tanti altri davanti alla bottega d'un erbivendolo.
E' respinto malamente anche da lì.
Alle botte è avvezzo, e se le prenderebbe in pace, se poi con questo lo lasciassero mangiare.
Ma proprio non vogliono che mangi.
Più resiste per dimostrare che non gl'importa delle botte, e più gli storcono il collo per tenergli il muso lontano da quel bel cesto di insalata.
E la sua ostinazione fa ridere.
Ma ci vuol tanto a comprendere che quell'insalata è lì esposta per esser venduta a chi voglia mangiarsela? E' una cosa così semplice.
E, perché il cavallo dimostra di non comprenderla, tutte quelle risa sguajate.
Bestia! non ha neppure un filo di paglia da mangiare, e vorrebbe l'insalata.
Nessuno s'immagina che una bestia, dal canto suo, può vedere in tutt'altro modo, veramente più semplice, la cosa.
Ma nulla da fare.
E il cavallo se ne va, col seguito di tutti quei monelli, i quali, dopo la bella dimostrazione data, di sapersi pigliar le botte così in pace, chi li tiene più? Gli fanno attorno una gazzarra d'inferno.
Tanto che il cavallo a un certo punto si ferma stordito, come per cercare il modo di farla finita.
Accorre un vecchio ad ammonire i monelli che coi cavalli non si scherza.
- Ecco, vedete?
La prova giova per un momento.
I monelli riprendono a seguire il cavallo tenendosi a distanza.
Dove va?
Avanti.
Senza più osare accostarsi ad altre botteghe, attraversa tutta la strada del sobborgo in cima al colle, e dove questa comincia a discendere, disabitata per un lungo tratto, si riferma indeciso.
E' chiaro che non sa più dove andare.
Spira, in quel tratto di strada, un po' di vento.
E il cavallo alza la testa, come a berlo, e socchiude gli occhi, forse perché vi sente l'odore dell'erba lontana, dei campi.
Resta lì fermo a lungo, a lungo, così con gli occhi socchiusi e il ciuffo che, ai soffi di quel vento, gli si muove lieve sulla fronte dura.
Ma non commoviamoci.
Non dimentichiamo la fortuna che ha quel cavallo, come ogni altro: la fortuna d'esser cavallo.
Se i primi monelli si sono alla fine stancati di starlo a guardare e se ne sono andati, altri e altri in più gran numero gli fanno allegro codazzo quando sul tardi, venendo chi sa di dove come nuovo, stranamente esaltato da una ebbra impazienza per la fame, ecco, a testa alta, si presenta in mezzo al corso principale del paese e si pianta lì grattando con uno zoccolo il duro lastricato, come per dire: comando che mi si porti subito da mangiare qua, qua, qua.
Fischi, applausi, risa, gridi d'ogni genere si levano a quel gesto imperioso; la gente accorre, lasciando i tavolini del Caffè, le botteghe; tutti vogliono sapere di quel cavallo - scappato - non scappato - abbandonato - finché due guardie si fanno largo tra la ressa; l'una afferra per la criniera il cavallo e lo trascina via, mentre l'altra impedisce ai monelli di seguirlo, ributtandoli indietro.
Condotto fuori dell'abitato, dopo le ultime case e le fabbriche, passato il ponte, il cavallo, che non s'è reso conto di nulla, una sola cosa avverte: l'odore dell'erba, questa volta vicina, là sulle prode della strada oltre il ponte, che conduce alla campagna.
Perché tra le tante disgrazie che gli possono occorrere, capitando sotto gli uomini, un cavallo ha almeno sempre questa fortuna: che non pensa a nulla.
Nemmeno d'esser libero.
Né dove o come andrà a finire.
Nulla.
Lo cacceranno da per tutto? Lo butteranno a sfragellarsi in un burrone?
Ora, per il momento, mangia l'erba della proda.
La sera è mite.
Il cielo è stellato.
Domani sarà quel che sarà.
Non ci pensa.
UNA SFIDA
Forse Jacob Shwarb non pensava nulla di male.
Solo, forse, di far saltare tutto il mondo con la dinamite.
Ma sarebbe stato male, certo, far saltare uno solo.
Tutto il mondo, con la dinamite, non voleva dire proprio nulla.
A ogni buon fine, credeva gli convenisse tener la fronte nascosta sotto un gran ciuffo arruffato di capelli rossastri.
Gran ciuffo.
Mani affondate nelle tasche dei calzoni.
Operajo disoccupato.
Si ribellò quando, ammesso all'ISRAEL ZION HOSPITAL di Brooklyn per una grave malattia di fegato, fu tosato.
Senza più i capelli, ebbe la sensazione che gli fosse quasi svanita la testa.
Se la cercò con le mani.
Non gli parve più la sua e s'infuriò.
Voleva sapere se, con questa soperchieria che gli avevano fatta, lo volevano considerare più come ergastolano che come ammalato.
Motivo d'igiene?
Se n'infischiava lui dell'igiene.
Oh guarda un po'!
Meno male che, in mancanza di capelli, gli restavano ancora le grosse sopracciglia spioventi, sempre aggrottate, per covare negli occhi torbidi il rancore contro tutti e contro la vita stessa.
Per tutto il tempo che rimase all'ospedale, Jacob Shwarb non poté dire di che colore propriamente fosse, se più giallo o più verde, a causa di quella malattia di fegato che gli diede tormenti senza fine e un umore che si può bene immaginare.
Coliche terribili.
D'estate, due mesi, in una corsia dove di giorno e di notte tutti gli ammalati si lamentavano e chi non si lamentava più segno ch'era morto; smanie, sbuffi; coperte che facevano il pallone ora su un letto ora su un altro o, in un moto d'esasperazione, erano buttate all'aria, e subito allora un accorrere precipitoso d'infermieri o di sorveglianti notturni.
Jacob Shwarb li conosceva tutti a uno a uno quei sorveglianti notturni e per ciascuno aveva un'antipatia particolare.
Particolarissima, quella per un certo Jo Kurtz che talvolta, per la stizza che gli suscitava, lo faceva perfino ridere; s'intende di quel riso che fanno i cani quando vogliono mordere.
Infatti questo Jo Kurtz aveva un modo tutto suo speciale d'esser dispettoso.
Non parlava mai, se non proprio forzato; non faceva nulla; sorrideva soltanto d'un frigido sorriso che, non contento di stirargli la bocca dalle labbra bianche e sottili, gli s'appuntiva anche negli occhi pallidi bigi; e sempre teneva la testa piegata su una spalla, una testa d'avorio senza un pelo; e sempre come appese al petto, sul lungo càmice bianco, le grosse mani slavate.
Forse non capiva quale e quanta incompatibilità ci fosse tra questo suo perpetuo sorriso e i lamenti continui dei poveri ammalati, perché veramente non si poteva ammettere che, capendolo, potesse seguitare a sorridere così.
Tranne che, all'insaputa degli ammalati, tutti quei loro lamenti non avessero ai suoi orecchi un che di comico e piacevole, fatti com'erano in vari toni, con diversa intensità, alcuni per abitudine, altri per un modo di darsi sfogo o conforto, e tutti insomma tali da comporre per lui una curiosa e divertente sinfonia.
Costretto a vegliar tutta la notte, ognuno s'ajuta contro il sonno come può.
Ma poi anche Jo Kutz aveva forse da sorridere così ai suoi pensieri.
Poteva anche essere innamorato, sebbene in tarda età.
E forse da tutti quei lamenti s'astraeva in un beato silenzio ch'era soltanto della sua anima bennata.
Ora, una notte che la corsia era insolitamente calma e lui solo, Jacob Shwarb, soffriva di non trovar più requie un momento in quel letto che da due mesi sapeva tutti i suoi tormenti, era appunto di guardia questo sorvegliante Jo Kurtz.
Spente tutte le lampade, tranne quella per il sorvegliante, riparata da una vèntola di mantino verde sul tavolino della parete di fondo, un gran chiaro di luna entra da tutti i finestroni della corsia e segnatamente da quello più grande, aperto, nel mezzo della parete dirimpetto.
Comprimendo quanto più può gli spasimi Jacob Shwarb osserva dal suo letto Jo Kurtz seduto davanti al tavolino con la faccia d'avorio illuminata dalla lampada e, per quanto abbia in odio l'umanità, si domanda come si possa sorridere a quel modo, come si possa restare così indifferente, stando di guardia ad una corsia d'ospedale dove un ammalato si dibatta come si dibatte lui; in un orgasmo crescente di punto in punto fin quasi a farlo diventar pazzo, pazzo, pazzo.
All'improvviso, chi sa come, gli salta in mente un'idea: quella di vedere se Jo Kurtz rimarrà così, se ora lui lascia il letto e va a buttarsi da quel finestrone aperto in fondo alla corsia.
Non vede ancor chiaro da che sorga propriamente in lui così d'improvviso questa idea: se più dall'esasperazione ormai incontenibile della sua sofferenza, che gli appare ferocemente ingiusta in quella notte di calma di tutta la corsia, o più dal dispetto che gli fa Jo Kurtz.
Fino al momento di lasciare il letto non sa ancor bene se la sua vera intenzione sia quella d'andarsi a buttare dalla finestra o non piuttosto di mettere a prova quella indifferenza di Jo Kurtz, di sfidare quella sorridente placidità per il disperato bisogno d'offrirsi uno sfogo con lui: con lui che certamente ha l'obbligo d'accorrere a trattenerlo, vedendogli lasciare il letto senza prima averne ottenuto il permesso.
Il fatto è che Jacob Shwarb butta all'aria le coperte e springa ritto in piedi, proprio in atto di sfida, sotto gli occhi di Jo Kurtz.
Ma Jo Kurtz non solo non si muove dal tavolino, ma non si scompone nemmeno.
D'agosto, fa un gran caldo.
Può credere che l'ammalato voglia andare a prendere un po' d'aria alla finestra.
Tutti sanno che lui, Jo Kurtz, è di manica larga e indulgente verso gli ammalati che trasgrediscono a certe inutili prescrizioni dei medici.
Forse, a osservar bene addentro, si potrebbe scoprire in quel suo sorriso che lui chiuderebbe un occhio, anche se indovinasse che l'intenzione dell'ammalato è proprio quella d'andarsi a buttare dalla finestra.
Ha forse il diritto d'impedirglielo, lui Jo Kurtz, se poverino quell'ammalato soffre da non poterne più? Lui ne ha, se mai, solo il dovere, perché quell'ammalato è sotto la sua sorveglianza.
Ma potendo seguitare a supporre che l'ammalato abbia lasciato il letto solo per un momentaneo refrigerio, ecco che la sua coscienza è a posto, può render ragione di non essersi mosso; e l'ammalato poi faccia quello che vuole: se vuol togliersi la vita, se la tolga pure; è affare suo.
Intanto Jacob Shwarb s'aspetta d'esser trattenuto, prima d'arrivare al finestrone in fondo alla corsia; è già quasi per arrivarci, e si volta fremente di rabbia a guardare Jo Kurtz: lo vede ancor là, seduto impassibile al suo tavolino, e tutt'a un tratto si sente come disarmato: non sa più né andare avanti né tornare indietro.
Jo Kurtz seguita a sorridergli, non per fargli dispetto, ma per fargli comprendere che capisce benissimo che un ammalato può aver tante necessità di lasciare momentaneamente il letto: basta che ne domandi, anche con un piccolo segno, il permesso.
Ora può senz'altro interpretare che con quel suo fermarsi a guardarlo l'ammalato gliel'abbia chiesto; china più volte la testa per dirgli che sta bene e gli fa cenno con la mano che vada pure, vada pure.
E' per Jacob Shwarb, il colmo del dileggio, la risposta più insolente alla sua sfida.
Ruggendo, leva i pugni, digrigna i denti, corre verso il finestrone e si precipita giù.
Non muore.
Si spezza le gambe; si spezza un braccio e due costole; si ferisce anche gravemente alla testa.
Ma, raccolto e curato, guarisce di tutte le sue ferite non solo, ma per uno di quei miracoli che sogliono operare certi violenti insulti nervosi guarisce anche della malattia di fegato.
Dovrebbe ringraziare Iddio, se anche a costo di tutte quelle ferite è scampato, fuggendo così precipitosamente per la finestra, alla morte che gli era forse riserbata, se fosse rimasto ad aspettarla fra i tormenti all'ospedale.
Nossignori.
Appena guarito, consulta un avvocato e cita l'ISRAEL ZION HOSPITAL a pagargli venti mila dollari di danni per le ferite riportate nella caduta.
Non ha altro mezzo di vendicarsi di Jo Kurtz.
L'avvocato gli assicura che l'ospedale pagherà e che Jo Kurtz sarà certamente licenziato.
Difatti, se gli è avvenuto di buttarsi dalla finestra, la colpa è della negligenza e della mancata sorveglianza dell'ospedale.
Il giudice gli domanda: - Ma t'ha forse preso qualcuno e costretto a buttarti dalla finestra? Il tuo atto fu volontario.
- Jacob Shwarb guarda l'avvocato, e poi risponde al giudice:
- Nossignore.
Io ero sicuro che me l'avrebbero impedito.
- Il sorvegliante?
- Sissignore.
Era suo obbligo.
Invece, non si mosse.
Aspettai che si movesse.
Gli diedi tutto il tempo; tant'è vero che, prima di buttarmi, mi voltai a guardarlo.
- E lui che fece?
- Lui? Niente.
Come fa sempre, mi sorrise e, con la mano, mi fece: "vai pure, vai pure".
Difatti Jo Kurtz, anche lì davanti al giudice, sorride.
Il giudice se n'indigna e gli domanda se è vero ciò che dice Jacob Shwarb.
- Sì, Vostro Onore, - gli rispose Jo Kurtz, - ma perché credetti che volesse prendere un po' d'aria.
Il giudice batte un pugno sulla tavola.
- Ah, voi credete questo?
E condanna l'ISRAEL ZION HOSPITAL a pagare a Jacob Shwarb venti mila dollari di danni.
IL CHIODO
Il ragazzo ha confessato che, quel chiodo, lui l'aveva trovato traversando una strada del quartiere negro di Harlem.
Era un grosso chiodo arrugginito caduto forse da un carro passato poco prima per la strada.
Caduto apposta.
- Come, apposta?
Inutile sgranar gli occhi, o dare un balzo sulla seggiola.
Se non si voleva tener conto di questo, e del modo come il ragazzo lo diceva, calmo, convinto, ma fissato negli occhi vitrei il terrore della cosa incomprensibile e inesplicabile che gli era accaduta, inutile seguitare a interrogarlo.
Quel chiodo era lì, in mezzo alla strada deserta, e vi spiccava in tal maniera che irresistibilmente attirava a sé non pur lo sguardo ma anche la mano di chi si fosse trovato a passare, forzato a chinarsi per raccattarlo, anche senza sapere che farsene, anche per ributtarlo sulla strada poco dopo.
Il ragazzo infatti dice che lui non pensò mai che se ne sarebbe servito; che non ci pensò neppure nell'atto stesso di servirsene.
L'aveva in mano perché non aveva potuto fare a meno di raccattarlo; ma non ci pensava già più.
Il chiodo era ormai "quieto" nella sua mano (ha detto così, e tutti hanno avuto un brivido nel sentirglielo dire), il chiodo era ormai "quieto" nella sua mano perché, come voleva, era stato raccattato.
E così, sempre a suo dire, ugualmente apposta due monelle di strada, mentre lui stava per svoltare da quella dove aveva raccattato il chiodo, due monelle, l'una di circa quattordici anni e l'altra appena di otto, si erano azzuffate tra loro.
Incendiate dentro un nembo di fuoco del sole estivo al tramonto, facevano un groviglio di braccia di gambe di stracci di capelli; e lì per lì, d'impeto, lui s'era gettato su loro, aveva alzato il pugno e ficcato il chiodo in testa alla più piccola; poi, subito dopo, ma veramente dopo un tempo infinito, nel vederla morta come da sempre, stramazzare ai suoi piedi tutta insanguinata, era restato basito tra l'orrore della gente accorsa.
Perché aveva colpito la piccola e non la grande non sapeva dire.
Non conosceva né l'una né l'altra.
Non aveva avuto tempo neppur di vederle in faccia.
Aveva veduto soltanto che la grande teneva acciuffata la piccola per i capelli sulle tempie, e che questi capelli della piccola erano rossi di rame, e una sua mano, come artigliata, sulla faccia della grande, che le tirava da sotto orribilmente un occhio, scoprendone tutto il bianco, fin quasi a farlo schizzar fuori.
Era stato forse per quel colore dei capelli, per quell'occhio così tirato.
Perché poi s'era saputo che il torto era della grande che voleva fare alla piccola una soperchieria, approfittandosi della gracilità di lei, malatina, come s'era visto bene dal suo visino smunto affilato, che lì per terra, tra il sangue, era sembrato di cera, una pietà, quel nasino, quella boccuccia, tutte quelle lentiggini.
Nessun dubbio che nella zuffa avrebbe avuto lei, infine, la peggio.
E lui con quel chiodo l'aveva uccisa.
Ora, dopo l'interrogatorio, ascolta, curvo sulla seggiola, e con una cupa maraviglia negli occhi, le mani gracili sui ginocchi, segnate da graffii che forse lui stesso s'è fatti senza saperlo.
Ascolta le ragioni che gli altri escogitano per spiegare il suo atto.
La sua maraviglia è che possano esser tante, queste ragioni, mentre lui non sa vederne nemmeno una; tante, e tutte parer vere e probabili sia quelle escogitate in suo favore, sia quelle contro di lui.
Ma sì, pajono vere e probabili anche a lui, se si lascia prendere però a considerarle come un costrutto di ingegnose supposizioni e invenzioni non propriamente riferibili a lui e al suo atto; altrimenti no; talune lo farebbero persino ridere, se non si sentisse trattenuto dallo sbigottimento e da un'altra cosa che gli tengono sotto gli occhi, sul tavolino del giudice: il chiodo, la cui ruggine s'è tinta d'un rosso più cupo; e da un'altra cosa ancora, più terribile di tutte, che lui si tien nascosta nel più profondo del cuore, quasi debba provarne vergogna.
Ma non è vergogna.
E' spavento.
E trema al solo pensiero che possa essere scoperta.
Una disperata pietà, uno sconsolato amore che gli è nato e a mano a mano cresciuto per LEI, che solo adesso è venuto a sapere che si chiamava Betty; così soltanto, Betty; perché così soltanto di nome era conosciuta; e nessuno infatti è venuto a presentarsi per lei.
Con questo sentimento segreto, che lo cuoce, non gli importa se coloro che parlano offendono la verità, e dicono cose contro di lui; anzi n'è contento perché ogni cosa ingiusta che dicono gli dimostra sempre più che vera è invece soltanto quell'altra a cui nessuno vuol credere, di quel chiodo cioè caduto apposta e di Betty e dell'altra ragazza che, proprio mentre lui svoltava dalla strada, si erano azzuffate ugualmente apposta perché lui da quella loro zuffa trascinato a menar le mani, senza più pensarci armato di quel chiodo, commettesse la feroce ingiustizia d'uccidere una innocente.
E non è vero, Betty, dei tuoi capelli; che i tuoi capelli rossi non erano belli.
Erano belli, erano belli e ti stavano bene.
E che importa che sul visino affilato abbia tutte quelle lentiggini? Se aprissi gli occhi che non t'ho nemmeno visti! Ah, fosse avvenuto il miracolo che tu, là per terra, fra tutto quel sangue, per far passare a tutti lo spavento, d'improvviso scoprissi la furbizia di due occhietti vispi.
Ma non è avvenuto questo miracolo.
Gli occhietti te li ho visti soltanto chiusi, per sempre.
Forse, malatuccia, non potevi più averli vispi.
Non importa, non importa: aprili, aprili, Betty, e sorridi.
Forse ti manca qualche dentino; non li avrai ancora rimessi tutti; non importa, sorridi.
Ma queste labbra bianche, queste labbra bianche; bisogna lavare subito tutto questo sangue.
Insulto epilettico? Chi dice insulto epilettico?
Lo dicono per lui, e spiegano i sintomi del male.
Ma lui è sicuro di non aver mai provato nulla di simile.
Può darsi che sia affetto di quel male senza saperlo, rimasto nascosto fino al momento del delitto e tutt'a un tratto esploso in lui?
Se seguitano a dire di queste cose gli faranno scoppiare il cuore, o lo faranno impazzire.
Ma ora dicono istinto malvagio.
Preferisce che dicano così, perché non è vero.
Lui, istinto malvagio? Non ha mai potuto assistere senza ribellarsi alle crudeltà dei suoi compagni di ricreazione contro qualche bestiolina o un insetto.
Mai rivelato, lui, istinti malvagi.
E se credono che ne sia prova quel chiodo raccattato per terra, fanno ridere.
Non lo conoscono.
Non parlano di lui.
Nessun istinto s'era risvegliato in lui nell'atto di raccattare il chiodo; l'aveva raccattato senza neppur pensare a quello che faceva; ed era così al tutto alieno che, nel tratto di strada prima di svoltare, pensava soltanto al carro, a un carro da cui quel chiodo poteva esser caduto; un carro che forse s'avviava verso la campagna lontana.
Perché lui tornava proprio dalla campagna in quei giorni, dov'era stato a villeggiare con la famiglia, l'estate, e ne aveva visti passare tanti di quei carri lungo i sentieri tra le erbe alte.
Ma, del resto, dicano quello che vogliono; inventino; facciano le più assurde supposizioni; non gli importa più di nulla: è già lontano, nella campagna di Old Lime dove ha passato l'estate; rivede la villa e tutti i dintorni deliziosi nell'aria serena; la barchetta a vela del padre ormeggiata presso la sponda del fiume, il Connecticut, più azzurro del mare tra tanto verde d'intorno; è andato col padre su quella barchetta fino all'oceano; più oltre la mamma non permetteva che si andasse: la barchetta con tutta la vela era così piccola; ma la villa era grande, con tante colonne per finta sulla facciata, e tutta circondata da tanti grandi alberi belli, che il nonno era sicuro fossero eucalipti e il babbo diceva platani e faggi; eucalipti, eucalipti; platani, faggi; ma il fatto era che facevano tanta ombra, che dentro la villa quasi non ci si vedeva ed era meglio passare le giornate all'aperto; del resto in campagna ci si va per questo; ma attento, gli gridava dietro la madre, di non allontanarti troppo; e loro, seduti sul davanti, restavano a spiegare agli amici che venivano a trovarli che quella villa era la più antica di Old Lime, e una delle più antiche di tutta l'America; mentre lui o correva felice come un pazzo lungo le sponde del fiume o si perdeva nella campagna, in mezzo all'erba così alta e spessa e che sentiva così di tutti i succhi della terra che quasi soffocava e ubriacava.
Ma ora non può più esser solo.
Ora è là in mezzo a tutta quell'erba, con Betty; vuole giocar con lei; ma Betty dapprima non vuole; poi gli dà la manina, una manina ancora fredda fredda, di gelo, che dà un brivido a toccarla; non bisogna più pensarci; si china a guardarla; lei ora lo segue a capo chino e col ditino dell'altra mano all'angolo della bocca.
Vanno e vanno.
Ma così è inutile, se non debbono giocare.
Non vuole più giocare? Non può? E allora? Si vuol gettare di nuovo a terra? No! No! Betty ora è guarita, e dev'esser vispa di nuovo, e ridere, ridere, sì.
Ma Betty si ferma e con la manina gli fa segno d'attendere un po'.
Che cosa? Deve allontanarsi un momento, un momentino solo.
Un bisogno.
Lui resta un po' mortificato.
Non gli piace che le femminucce facciano saper certe cose.
Ma ecco che invece di lei, dal punto dove è andata a nascondersi, vien fuori un'altra ragazza; no, non è quella della zuffa; è una sua cuginetta, grassa e brutta, quasi della sua età, venuta da Harlem con la madre per passare in campagna tutta la giornata; lui non la può soffrire.
Dov'è andata Betty? Eccola là lontano che corre; ha preso questo pretesto per fuggire; ha paura di lui.
No, no, Betty; lui non ti farà più male; lui darà la sua vita per farti rivivere e lascerà che tu prenda in casa il suo posto.
Ora sei qui; ci penserà la mamma a lavarti bene; e via tutti questi straccetti; con un abitino nuovo ti vestirà, d'un colore che ti stia bene, d'accordo con questi tuoi capellucci rossi, un abitino color pervinca; oh come ora sei carina così; peccato che lui non ci debba esser più per vederti, se ha dato per te la sua vita; e tu resterai sempre piccina così, qua in campagna, senza mai farti grande per nessuno; in campagna, come in un paradiso, Betty.
Non l'hanno incriminato.
Dichiarato libero, il ragazzo non ha dato segno di nulla.
Ha tratto soltanto un sospiro.
E' sicuro che lui morrà di pena per Betty.
Ma forse non morrà.
Passeranno gli anni.
E forse da grande penserà qualche volta a Betty.
E la vedrà, sempre piccina, che lo aspetta in campagna a Old Lime, con l'abitino color di pervinca sempre nuovo, che s'accorda bene coi suoi capellucci rossi.
LA SIGNORA FROLA E Il SIGNOR PONZA, SUO GENERO
Ma insomma, ve lo figurate? c'è da ammattire sul serio tutti quanti a non poter sapere chi tra i due sia il pazzo, se questa signora Frola o questo signor Ponza, suo genero.
Cose che càpitano soltanto a Valdana, città disgraziata, calamìta di tutti i forestieri eccentrici!
Pazza lei o pazzo lui; non c'è via di mezzo: uno dei due dev'esser pazzo per forza.
Perché si tratta niente meno che di questo...
Ma no, è meglio esporre prima con ordine.
Sono, vi giuro, seriamente costernato dell'angoscia in cui vivono da tre mesi gli abitanti di Valdana, e poco m'importa della signora Frola e del signor Ponza, suo genero.
Perché, se è vero che una grave sciagura è loro toccata, non è men vero che uno dei due, almeno, ha avuto la fortuna d'impazzirne e l'altro l'ha ajutato, séguita ad ajutarlo così che non si riesce, ripeto, a sapere quale dei due veramente sia pazzo; e certo una consolazione meglio di questa non se la potevano dare.
Ma dico di tenere così, sotto quest'incubo, un'intera cittadinanza, vi par poco? togliendole ogni sostegno al giudizio, per modo che non possa più distinguere tra fantasma e realtà.
Un'angoscia, un perpetuo sgomento.
Ciascuno si vede davanti, ogni giorno, quei due; li guarda in faccia; sa che uno dei due è pazzo; li studia, li squadra, li spia e, niente! non poter scoprire quale dei due; dove sia il fantasma, dove la realtà.
Naturalmente, nasce in ciascuno il sospetto pernicioso che tanto vale allora la realtà quanto il fantasma, e che ogni realtà può benissimo essere un fantasma e viceversa.
Vi par poco? Nei panni del signor prefetto, io darei senz'altro, per la salute dell'anima degli abitanti di Valdana, lo sfratto alla signora Frola e al signor Ponza, suo genero.
Ma procediamo con ordine.
Questo signor Ponza arrivò a Valdana or sono tre mesi, segretario di prefettura.
Prese alloggio nel casolare nuovo all'uscita del paese, quello che chiamano "il Favo".
Lì.
All'ultimo piano, un quartierino.
Tre finestre che danno sulla campagna, alte, tristi (ché la facciata di là, all'aria di tramontana, su tutti quegli orti pallidi, chi sa perché, benché nuova, s'è tanto intristita) e tre finestre interne, di qua, sul cortile, ove gira la ringhiera del ballatojo diviso da tramezzi a grate.
Pendono da quella ringhiera, lassù lassù, tanti panierini pronti a esser calati col cordino a un bisogno.
Nello stesso tempo, però, con maraviglia di tutti, il signor Ponza fissò nel centro della città, e propriamente in Via dei Santi n.
15, un altro quartierino mobigliato di tre camere e cucina.
Disse che doveva servire per la suocera, signora Frola.
E difatti questa arrivò cinque o sei giorni dopo; e il signor Ponza si recò ad accoglierla, lui solo, alla stazione e la condusse e la lasciò lì, sola.
Ora, via, si capisce che una figliuola, maritandosi, lasci la casa della madre per andare a convivere col marito, anche in un'altra città; ma che questa madre poi, non reggendo a star lontana dalla figliuola, lasci il suo paese, la sua casa, e la segua, e che nella città dove tanto la figliuola quanto lei sono forestiere vada ad abitare in una casa a parte, questo non si capisce più facilmente; o si deve ammettere tra suocera e genero una così forte incompatibilità da rendere proprio impossibile la convivenza, anche in queste condizioni.
Naturalmente a Valdana dapprima si pensò così.
E certo chi scapitò per questo nell'opinione di tutti fu il signor Ponza.
Della signora Frola, se qualcuno ammise che forse doveva averci anche lei un po' di colpa, o per scarso compatimento o per qualche caparbietà o intolleranza, tutti considerarono l'amore materno che la traeva appresso alla figliuola, pur condannata a non poterle vivere accanto.
Gran parte ebbe in questa considerazione per la signora Frola e nel concetto che subito del signor Ponza s'impresse nell'animo di tutti, che fosse cioè duro, anzi crudele, anche l'aspetto dei due, bisogna dirlo.
Tozzo, senza collo, nero come un africano, con folti capelli ispidi su la fronte bassa, dense e aspre sopracciglia giunte, grossi mustacchi lucidi da questurino, e negli occhi cupi, fissi, quasi senza bianco, un'intensità violenta, esasperata, a stento contenuta, non si sa se di doglia tetra o di dispetto della vista altrui, il signor Ponza non è fatto certamente per conciliarsi la simpatia o la confidenza.
Vecchina gracile, pallida, è invece la signora Frola, dai lineamenti fini, nobilissimi, e una aria malinconica, ma d'una malinconia senza peso, vaga e gentile, che non esclude l'affabilità con tutti.
Ora di questa affabilità, naturalissima in lei, la signora Frola ha dato subito prova in città, e subito per essa nell'animo di tutti è cresciuta l'avversione per il signor Ponza; giacché chiaramente è apparsa a ognuno l'indole di lei, non solo mite, remissiva, tollerante, ma anche piena d'indulgente compatimento per il male che il genero le fa; e anche perché s'è venuto a sapere che non basta al signor Ponza relegare in una casa a parte quella povera madre, ma spinge la crudeltà fino a vietarle anche la vista della figliuola.
Se non che, non crudeltà, protesta subito nelle sue visite alle signore di Valdana la signora Frola, ponendo le manine avanti, veramente afflitta che si possa pensare questo di suo genero.
E s'affretta a decantarne tutte le virtù, a dirne tutto il bene possibile e immaginabile; quale amore, quante cure, quali attenzioni egli abbia per la figliuola, non solo, ma anche per lei, sì, sì, anche per lei; premuroso, disinteressato...
Ah, non crudele, no, per carità! C'è solo questo: che vuole tutta, tutta per sé la mogliettina, il signor Ponza, fino al punto che anche l'amore, che questa deve avere (e l'ammette, come no?) per la sua mamma, vuole che le arrivi non direttamente, ma attraverso lui, per mezzo di lui, ecco.
Sì, può parere crudeltà, questa, ma non lo è; è un'altra cosa, un'altra cosa ch'ella, la signora Frola, intende benissimo e si strugge di non sapere esprimere.
Natura, ecco...
ma no, forse una specie di malattia...
come dire? Mio Dio, basta guardarlo negli occhi.
Fanno in prima una brutta impressione, forse, quegli occhi; ma dicono tutto a chi, come lei, sappia leggere in essi: la pienezza chiusa, dicono, di tutto un mondo d'amore in lui, nel quale la moglie deve vivere senza mai uscirne minimamente, e nel quale nessun altro, neppure la madre, deve entrare.
Gelosia? Sì, forse; ma a voler definire volgarmente questa totalità esclusiva d'amore.
Egoismo? Ma un egoismo che si dà tutto, come un mondo, alla propria donna! Egoismo, in fondo, sarebbe quello di lei a voler forzare questo mondo chiuso d'amore, a volervisi introdurre per forza, quand'ella sa che la figliuola è felice, così adorata...
Questo a una madre può bastare! Del resto, non è mica vero ch'ella non la veda, la sua figliuola.
Due o tre volte al giorno la vede: entra nel cortile della casa; suona il campanello e subito la sua figliuola s'affaccia di lassù.
- Come stai Tildina?
- Benissimo, mamma.
Tu?
- Come Dio vuole, figliuola mia.
Giù, giù il panierino!
E nel panierino, sempre due parole di lettera, con le notizie della giornata.
Ecco, le basta questo.
Dura ormai da quattr'anni questa vita, e ci s'è abituata la signora Frola.
Rassegnata, sì.
E quasi non ne soffre più.
Com'è facile intendere, questa rassegnazione della signora Frola, quest'abitudine ch'ella dice d'aver fatto al suo martirio, ridondano a carico del signor Ponza, suo genero, tanto più, quanto più ella col suo lungo discorso si affanna a scusarlo.
Con vera indignazione perciò, e anche dirò con paura, le signore di Valdana che hanno ricevuto la prima visita della signora Frola, accolgono il giorno dopo l'annunzio di un'altra visita inattesa, del signor Ponza, che le prega di concedergli due soli minuti d'udienza, per una "doverosa dichiarazione", se non reca loro incomodo.
Affocato in volto, quasi congestionato, con gli occhi più duri e più tetri che mai, un fazzoletto in mano che stride per la sua bianchezza, insieme coi polsini e il colletto della camicia, sul nero della carnagione, del pelame e del vestito, il signor Ponza, asciugandosi di continuo il sudore che gli sgocciola dalla fronte bassa e dalle gote raschiose e violacee, non già per il caldo, ma per la violenza evidentissima dello sforzo che fa su se stesso e per cui anche le grosse mani dalle unghie lunghe gli tremano; in questo e in quel salotto, davanti a quelle signore che lo mirano quasi atterrite, domanda prima se la signora Frola, sua suocera, è stata a visita da loro il giorno avanti; poi, con pena, con sforzo, con agitazione di punto in punto crescenti, se ella ha parlato loro della figliuola e se ha detto che egli le vieta assolutamente di vederla e di salire in casa sua.
Le signore, nel vederlo così agitato, com'è facile immaginare, s'affrettano a rispondergli che la signora Frola, sì, è vero, ha detto loro di quella proibizione di vedere la figlia, ma anche tutto il bene possibile e immaginabile di lui, fino a scusarlo, non solo, ma anche a non dargli nessun'ombra di colpa per quella proibizione stessa.
Se non che, invece di quietarsi, a questa risposta delle signore, il signor Ponza si agita di più; gli occhi gli diventano più duri, più fissi, più tetri; le grosse gocce di sudore più spesse; e alla fine, facendo uno sforzo ancor più violento su se stesso, viene alla sua "dichiarazione doverosa".
La quale è questa, semplicemente: che la signora Frola, poveretta, non pare, ma è pazza.
Pazza da quattro anni, sì.
E la sua pazzia consiste appunto nel credere che egli non voglia farle vedere la figliuola.
Quale figliuola? E' morta, è morta da quattro anni la figliuola: e la signora Frola, appunto per il dolore di questa morte, è impazzita: per fortuna, impazzita, sì, giacché la pazzia è stata per lei lo scampo dal suo disperato dolore.
Naturalmente non poteva scamparne, se non così, cioè credendo che non sia vero che la sua figliuola è morta e che sia lui, invece, suo genero, che non vuole più fargliela vedere.
Per puro dovere di carità verso un'infelice, egli, il signor Ponza, seconda da quattro anni, a costo di molti e gravi sacrifici, questa pietosa follia: tiene, con dispendio superiore alle sue forze, due case: una per sé, una per lei; e obbliga la sua seconda moglie, che per fortuna caritatevolmente si presta volentieri, a secondare anche lei questa follia.
Ma carità, dovere, ecco, fino a un certo punto: anche per la sua qualità di pubblico funzionario, il signor Ponza non può permettere che si creda di lui, in città, questa cosa crudele e inverosimile: ch'egli cioè, per gelosia o per altro, vieti a una povera madre di vedere la propria figliuola.
Dichiarato questo, il signor Ponza s'inchina innanzi allo sbalordimento delle signore, e va via.
Ma questo sbalordimento delle signore non ha neppure il tempo di scemare un po', che rieccoti la signora Frola con la sua aria dolce di vaga malinconia a domandare scusa se, per causa sua, le buone signore si sono prese qualche spavento per la visita del signor Ponza, suo genero.
E la signora Frola, con la maggior semplicità e naturalezza del mondo, dichiara a sua volta, ma in gran confidenza, per carità! poiché il signor Ponza è un pubblico funzionario, e appunto per questo ella la prima volta s'è astenuta dal dirlo, ma sì, perché questo potrebbe seriamente pregiudicarlo nella carriera; il signor Ponza, poveretto - ottimo, ottimo inappuntabile segretario alla prefettura, compìto, preciso in tutti i suoi atti, in tutti i suoi pensieri, pieno di tante buone qualità - il signor Ponza, poveretto, su quest'unico punto non...
non ragiona più, ecco; il pazzo è lui, poveretto; e la sua pazzia consiste appunto in questo: nel credere che sua moglie sia morta da quattro anni e nell'andar dicendo che la pazza è lei, la signora Frola che crede ancora viva la figliuola.
No, non lo fa per contestare in certo qual modo innanzi agli altri quella sua gelosia quasi maniaca e quella crudele proibizione a lei di vedere la figliuola, no; crede, crede sul serio il poveretto che sua moglie sia morta e che questa che ha con sé sia una seconda moglie.
Caso pietosissimo! Perché veramente col suo troppo amore quest'uomo rischiò in prima di distruggere, d'uccidere la giovane moglietta delicatina, tanto che si dovette sottrargliela di nascosto e chiuderla a insaputa di lui in una casa di salute.
Ebbene, il povero uomo, a cui già per quella frenesia d'amore s'era anche gravemente alterato il cervello, ne impazzì; credette che la moglie fosse morta davvero: e questa idea gli si fissò talmente nel cervello, che non ci fu più verso di levargliela, neppure quando, ritornata dopo circa un anno florida come prima, la moglietta gli fu ripresentata.
La credette un'altra; tanto che si dovette con l'ajuto di tutti, parenti e amici, simulare un secondo matrimonio, che gli ha ridato pienamente l'equilibrio delle facoltà mentali.
Ora la signora Frola crede d'aver qualche ragione di sospettare che da un pezzo suo genero sia del tutto rientrato in sé e ch'egli finga, finga soltanto di credere che sua moglie sia una seconda moglie, per tenersela così tutta per sé, senza contatto con nessuno, perché forse tuttavia di tanto in tanto gli balena la paura che di nuovo gli possa esser sottratta nascostamente.
Ma sì.
Come spiegare, se no, tutte le cure, le premure che ha per lei, sua suocera, se veramente egli crede che è una seconda moglie quella che ha con sé? Non dovrebbe sentire l'obbligo di tanti riguardi per una che, di fatto, non sarebbe più sua suocera, è vero? Questo, si badi, la signora Frola lo dice, non per dimostrare ancor meglio che il pazzo è lui; ma per provare anche a se stessa che il suo sospetto è fondato.
- E intanto, - conclude con un sospiro che su le labbra le s'atteggia in un dolce mestissimo sorriso, - intanto la povera figliuola mia deve fingere di non esser lei, ma un'altra, e anch'io sono obbligata a fingermi pazza credendo che la mia figliuola sia ancora viva.
Mi costa poco, grazie a Dio, perché è là, la mia figliuola, sana e piena di vita; la vedo, le parlo; ma sono condannata a non poter convivere con lei, e anche a vederla e a parlarle da lontano, perché egli possa credere, o fingere di credere che la mia figliuola, Dio liberi, è morta e che questa che ha con sé è una seconda moglie.
Ma torno a dire, che importa se con questo siamo riusciti a ridare la pace a tutti e due? So che la mia figliuola è adorata, contenta; la vedo; le parlo; e mi rassegno per amore di lei e di lui a vivere così e a passare anche per pazza, signora mia, pazienza...
Dico, non vi sembra che a Valdana ci sia proprio da restare a bocca aperta, a guardarci tutti negli occhi, come insensati? A chi credere dei due? Chi è il pazzo? Dov'è la realtà? dove il fantasma?
Lo potrebbe dire la moglie del signor Ponza.
Ma non c'è da fidarsi se, davanti a lui, costei dice d'esser seconda moglie; come non c'è da fidarsi se, davanti alla signora Frola, conferma d'esserne la figliuola.
Si dovrebbe prenderla a parte e farle dire a quattr'occhi la verità.
Non è possibile.
Il signor Ponza - sia o no lui il pazzo - è realmente gelosissimo e non lascia vedere la moglie a nessuno.
La tiene lassù, come in prigione, sotto chiave; e questo fatto è senza dubbio in favore della signora Frola; ma il signor Ponza dice che è costretto a far così, e che sua moglie stessa anzi glielo impone, per paura che la signora Frola non le entri in casa all'improvviso.
Può essere una scusa.
Sta anche di fatto che il signor Ponza non tiene neanche una serva in casa.
Dice che lo fa per risparmio, obbligato com'è a pagar l'affitto di due case; e si sobbarca intanto a farsi da sé la spesa giornaliera, e la moglie, che a suo dire non è la figlia della signora Frola, si sobbarca anche lei per pietà di questa, cioè d'una povera vecchia che fu suocera di suo marito, a badare a tutte le faccende di casa, anche alle più umili, privandosi dell'ajuto di una serva.
Sembra a tutti un po' troppo.
Ma è anche vero che questo stato di cose, se non con la pietà, può spiegarsi con la gelosia di lui.
Intanto, il signor Prefetto di Valdana s'è contentato della dichiarazione del signor Ponza.
Ma certo l'aspetto e in gran parte la condotta di costui non depongono in suo favore, almeno per le signore di Valdana più propense tutte quante a prestar fede alla signora Frola.
Questa, difatti, viene premurosa a mostrar loro le letterine affettuose che le cala giù col panierino la figliuola, e anche tant'altri privati documenti, a cui però il signor Ponza toglie ogni credito, dicendo che le sono stati rilasciati per confortare il pietoso inganno.
Certo è questo, a ogni modo: che dimostrano tutt'e due, l'uno per l'altra, un meraviglioso spirito di sacrifizio, commoventissimo; e che ciascuno ha per la presunta pazzia dell'altro la considerazione più squisitamente pietosa.
Ragionano tutt'e due a meraviglia; tanto che a Valdana non sarebbe mai venuto in mente a nessuno di dire che l'uno dei due era pazzo, se non l'avessero detto loro: il signor Ponza della signora Frola, e la signora Frola del signor Ponza.
La signora Frola va spesso a trovare il genero alla prefettura per aver da lui qualche consiglio, o lo aspetta all'uscita per farsi accompagnare in qualche compera: e spessissimo, dal canto suo, nelle ore libere e ogni sera il signor Ponza va a trovare la signora Frola nel quartierino mobigliato; e ogni qual volta per caso l'uno s'imbatte nell'altra per via, subito con la massima cordialità si mettono insieme; egli le dà la destra e, se stanca, le porge il braccio, e vanno così, insieme, tra il dispetto aggrondato e lo stupore e la costernazione della gente che li studia, li squadra, li spia e, niente!, non riesce ancora in nessun modo a comprendere quale sia il pazzo dei due, dove sia il fantasma, dove la realtà.
UNA GIORNATA
Strappato dal sonno, forse per sbaglio, e buttato fuori dal treno in una stazione di passaggio.
Di notte; senza nulla con me.
Non riesco a riavermi dallo sbalordimento.
Ma ciò che più mi impressiona è che non mi trovo addosso alcun segno della violenza patita; non solo, ma che non ne ho neppure un'immagine, neppur l'ombra confusa d'un ricordo.
Mi trovo a terra, solo, nella tenebra d'una stazione deserta; e non so a chi rivolgermi per sapere che m'è accaduto, dove sono.
Ho solo intravisto un lanternino cieco, accorso per richiudere lo sportello del treno da cui sono stato espulso.
Il treno è subito ripartito.
E' subito scomparso nell'interno della stazione quel lanternino, col riverbero vagellante del suo lume vano.
Nello stordimento, non m'è nemmeno passato per il capo di corrergli dietro per domandare spiegazioni e far reclamo.
Ma reclamo di che?
Con infinito sgomento m'accorgo di non aver più idea d'essermi messo in viaggio su un treno.
Non ricordo più affatto di dove sia partito, dove diretto; e se veramente, partendo, avessi con me qualche cosa.
Mi pare nulla.
Nel vuoto di questa orribile incertezza, subitamente mi prende il terrore di quello spettrale lanternino cieco che s'è subito ritirato, senza fare alcun caso della mia espulsione dal treno.
E' dunque forse la cosa più normale che a questa stazione si scenda così?
Nel bujo, non riesco a discernerne il nome.
La città mi è però certamente ignota.
Sotto i primi squallidi barlumi dell'alba, sembra deserta.
Nella vasta piazza livida davanti alla stazione c'è un fanale ancora acceso.
Mi ci appresso; mi fermo e, non osando alzar gli occhi, atterrito come sono dall'eco che hanno fatto i miei passi nel silenzio, mi guardo le mani, me le osservo per un verso e per l'altro, le chiudo, le riapro, mi tasto con esse, mi cerco addosso, anche per sentire come son fatto, perché non posso più esser certo nemmeno di questo: ch'io realmente esista e che tutto questo sia vero.
Poco dopo, inoltrandomi fin nel centro della città, vedo che a ogni passo mi farebbero restare dallo stupore, se uno stupore più forte non mi vincesse nel vedere che tutti gli altri, pur simili a me, ci si muovono in mezzo senza punto badarci, come se per loro siano le cose più naturali e più solite.
Mi sento come trascinare, ma anche qui senz'avvertire che mi si faccia violenza.
Solo che io, dentro di me, ignaro di tutto, sono quasi da ogni parte ritenuto.
Ma considero che, se non so neppur come, né di dove, né perché ci sia venuto, debbo aver torto io certamente e ragione tutti gli altri che, non solo pare lo sappiano, ma sappiano anche tutto quello che fanno sicuri di non sbagliare, senza la minima incertezza, così naturalmente persuasi a fare come fanno, che m'attirerei certo la maraviglia, la riprensione, fors'anche l'indignazione se, o per il loro aspetto o per qualche loro atto o espressione, mi mettessi a ridere o mi mostrassi stupito.
Nel desiderio acutissimo di scoprire qualche cosa, senza farmene accorgere, debbo di continuo cancellarmi dagli occhi quella certa permalosità che di sfuggita tante volte nei loro occhi hanno i cani.
Il torto è mio, il torto è mio, se non capisco nulla, se non riesco ancora a raccapezzarmi.
Bisogna che mi sforzi a far le viste d'esserne anch'io persuaso e che m'ingegni di far come gli altri, per quanto mi manchi ogni criterio e ogni pratica nozione, anche di quelle cose che pajono più comuni e più facili.
Non so da che parte rifarmi, che via prendere, che cosa mettermi a fare.
Possibile però ch'io sia già tanto cresciuto, rimanendo sempre come un bambino e senz'aver fatto mai nulla? Avrò forse lavorato in sogno, non so come.
Ma lavorato ho certo; lavorato sempre, e molto, molto.
Pare che tutti lo sappiano, del resto, perché tanti si voltano a guardarmi e più d'uno anche mi saluta, senza ch'io lo conosca.
Resto dapprima perplesso, se veramente il saluto sia rivolto a me; mi guardo accanto; mi guardo dietro.
Mi avranno salutato per sbaglio? Ma no, salutano proprio me.
Combatto, imbarazzato, con una certa vanità che vorrebbe e pur non riesce a illudersi, e vado innanzi come sospeso, senza potermi liberare da uno strano impaccio per una cosa - lo riconosco - veramente meschina: non sono sicuro dell'abito che ho addosso; mi sembra strano che sia mio; e ora mi nasce il dubbio che salutino quest'abito e non me.
E io intanto con me, oltre a questo, non ho più altro!
Torno a cercarmi addosso.
Una sorpresa.
Nascosta nella tasca in petto della giacca tasto come una bustina di cuojo.
La cavo fuori, quasi certo che non appartenga a me ma a quest'abito non mio.
E' davvero una vecchia bustina di cuojo, gialla scolorita slavata, quasi caduta nell'acqua di un ruscello o d'un pozzo e ripescata.
La apro, o, piuttosto, ne stacco la parte appiccicata, e vi guardo dentro.
Tra poche carte ripiegate, illeggibili per le macchie che l'acqua v'ha fatte diluendo l'inchiostro, trovo una piccola immagine sacra, ingiallita, di quelle che nelle chiese si regalano ai bambini e, attaccata ad essa quasi dello stesso formato e anch'essa sbiadita, una fotografia.
La spiccico, la osservo.
Oh! E' la fotografia di una bellissima giovine, in costume da bagno, quasi nuda, con tanto vento nei capelli e le braccia levate vivacemente nell'atto di salutare.
Ammirandola, pur con una certa pena, non so, quasi lontana, sento che mi viene da essa l'impressione, se non proprio la certezza, che il saluto di queste braccia, così vivacemente levate nel vento, sia rivolto a me.
Ma per quanto mi sforzi, non arrivo a riconoscerla.
E' mai possibile che una donna così bella mi sia potuta sparire dalla memoria, portata via da tutto quel vento che le scompiglia la testa? Certo, in questa bustina di cuojo caduta un tempo nell'acqua, quest'immagine, accanto all'immagine sacra, ha il posto che si dà a una fidanzata.
Torno a cercare nella bustina e, più sconcertato che con piacere, nel dubbio che non m'appartenga, trovo in un ripostiglio segreto un grosso biglietto di banca, chi sa da quanto tempo lì riposto e dimenticato, ripiegato in quattro, tutto logoro e qua e là bucherellato sul dorso delle ripiegature già lise.
Sprovvisto come sono di tutto, potrò darmi ajuto con esso? Non so con qual forza di convinzione, l'immagine ritratta in quella piccola fotografia m'assicura che il biglietto è mio.
Ma c'è da fidarsi d'una testolina così scompigliata dal vento? Mezzogiorno è già passato; casco dal languore: bisogna che prenda qualcosa, ed entro in una trattoria.
Con maraviglia, anche qui mi vedo accolto come un ospite di riguardo, molto gradito.
Mi si indica una tavola apparecchiata e si scosta una seggiola per invitarmi a prender posto.
Ma io son trattenuto da uno scrupolo.
Fo cenno al padrone e, tirandolo con me in disparte, gli mostro il grosso biglietto logorato.
Stupito, lui lo mira; pietosamente per lo stato in cui è ridotto, lo esamina; poi mi dice che senza dubbio è di gran valore ma ormai da molto tempo fuori di corso.
Però non tema: presentato alla banca da uno come me, sarà certo accettato e cambiato in altra più spicciola moneta corrente.
Così dicendo il padrone della trattoria esce con me fuori dell'uscio di strada e m'indica l'edificio della banca lì presso.
Ci vado, e tutti anche in quella banca si mostrano lieti di farmi questo favore.
Quel mio biglietto - mi dicono - è uno dei pochissimi non rientrati ancora alla banca, la quale da qualche tempo a questa parte non dà più corso se non a biglietti di piccolissimo taglio.
Me ne danno tanti e poi tanti, che ne resto imbarazzato e quasi oppresso.
Ho con me solo quella naufraga bustina di cuojo.
Ma mi esortano a non confondermi.
C'è rimedio a tutto.
Posso lasciare quel mio danaro in deposito alla banca, in conto corrente.
Fingo d'aver compreso; mi metto in tasca qualcuno di quei biglietti e un libretto che mi dànno in sostituzione di tutti gli altri che lascio, e ritorno alla trattoria.
Non vi trovo cibi per il mio gusto; temo di non poterli digerire.
Ma già si dev'esser sparsa la voce ch'io, se non proprio ricco, non sono certo più povero; e infatti, uscendo dalla trattoria, trovo una automobile che m'aspetta e un autista che si leva con una mano il berretto e apre con l'altra lo sportello per farmi entrare.
Io non so dove mi porti.
Ma com'ho un'automobile, si vede che, senza saperlo, avrò anche una casa.
Ma sì, una bellissima casa, antica, dove certo tanti prima di me hanno abitato e tanti dopo di me abiteranno.
Sono proprio miei tutti questi mobili? Mi ci sento estraneo, come un intruso.
Come questa mattina all'alba la città, ora anche questa casa mi sembra deserta; ho di nuovo paura dell'eco che i miei passi faranno, movendomi in tanto silenzio.
D'inverno, fa sera prestissimo; ho freddo e mi sento stanco.
Mi faccio coraggio; mi muovo; apro a caso uno degli usci; resto stupito di trovar la camera illuminata, la camera da letto, e, sul letto, lei, quella giovine del ritratto, viva, ancora con le due braccia nude vivacemente levate, ma questa volta per invitarmi ad accorrere a lei e per accogliermi tra esse, festante.
E' un sogno?
Certo, come in un sogno, lei su quel letto, dopo la notte, la mattina all'alba, non c'è più.
Nessuna traccia di lei.
E il letto, che fu così caldo nella notte, è ora, a toccarlo, gelato, come una tomba.
E c'è in tutta la casa quell'odore che cova nei luoghi che hanno preso la polvere, dove la vita è appassita da tempo, e quel senso d'uggiosa stanchezza che per sostenersi ha bisogno di ben regolate e utili abitudini.
Io ne ho avuto sempre orrore.
Voglio fuggire.
Non è possibile che questa sia la mia casa.
Questo è un incubo.
Certo ho sognato uno dei sogni più assurdi.
Quasi per averne la prova, vado a guardarmi a uno specchio appeso alla parete dirimpetto, e subito ho l'impressione d'annegare, atterrito, in uno smarrimento senza fine.
Da quale remota lontananza i miei occhi, quelli che mi par d'avere avuti da bambino, guardano ora, sbarrati dal terrore, senza potersene persuadere, questo viso di vecchio? Io, già vecchio? Così subito? E com'è possibile?
Sento picchiare all'uscio.
Ho un sussulto.
M'annunziano che sono arrivati i miei figli.
I miei figli?
Mi pare spaventoso che da me siano potuti nascere figli.
Ma quando? Li avrò avuti jeri.
Jeri ero ancora giovane.
E' giusto che ora, da vecchio, li conosca.
Entrano, reggendo per mano bambini, nati da loro.
Subito accorrono a sorreggermi; amorosamente mi rimproverano d'essermi levato di letto; premurosamente mi mettono a sedere, perché l'affanno mi cessi.
Io, l'affanno? Ma sì, loro lo sanno bene che non posso più stare in piedi e che sto molto molto male.
Seduto, li guardo, li ascolto; e mi sembra che mi stiano facendo in sogno uno scherzo.
Già finita la mia vita?
E mentre sto a osservarli, così tutti curvi attorno a me, maliziosamente, quasi non dovessi accorgermene, vedo spuntare nelle loro teste, proprio sotto i miei occhi, e crescere, crescere non pochi, non pochi capelli bianchi.
- Vedete, se non è uno scherzo? Già anche voi, i capelli bianchi.
E guardate, guardate quelli che or ora sono entrati da quell'uscio bambini: ecco, è bastato che si siano appressati alla mia poltrona: si son fatti grandi; e una, quella, è già una giovinetta che si vuol far largo per essere ammirata.
Se il padre non la trattiene, mi si butta a sedere sulle ginocchia e mi cinge il collo con un braccio, posandomi sul petto la testina.
Mi vien l'impeto di balzare in piedi.
Ma debbo riconoscere che veramente non posso più farlo.
E con gli stessi occhi che avevano poc'anzi quei bambini, ora già così cresciuti, rimango a guardare finché posso, con tanta tanta compassione, ormai dietro a questi nuovi, i miei vecchi figliuoli.
FINE
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