UNA PECCATRICE, di Giovanni Verga - pagina 10
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Il barone s'inchinò allontanandosi per dar retta ad altri invitati.
Narcisa ballò come una silfide e confessò al suo cavaliere di mai essersi divertita come in quella sera.
Verso mezzanotte il barone si avvicinò di nuovo al divano ove sedevano Narcisa e la contessa, accompagnato da un giovane alto e bruno, di cui l'espressione fredda, altiera e quasi severa era appena temperata dal contegno grazioso che gl'imponeva l'atto che andava a compiere.
«Mi permetta, signora contessa R***», disse il barone con il garbo di un uomo di società, «che abbia l'onore di presentarle il signor Pietro Brusio, il giovane autore di cui le feci parola.»
Pietro s'inchinò in silenzio, mentre la dama originale l'esaminava con tutta flemma, attraverso gli occhiali, dal capo alle piante e gli faceva i complimenti d'uso.
Anche Narcisa esaminava il nuovo arrivato con una curiosità che andò a finire nella maggior sorpresa.
Ella stentò a riconoscere il giovane incognito che a Catania incontrava ad ogni passo, divorando degli occhi il suo sguardo, e che passava le notti sul marciapiede dirimpetto alla sua casa, in quel giovane che le stava dinanzi con la fronte nobile, quantunque solcata dalle febbrili emozioni della creazione, e dai delirii sublimi del pensiero; coi lineamenti sbattuti dalle fatiche del lavoro, dalle lotte ardenti dell'idea, che aveva sentita immensa, colla forma, che spesso non sentiva abbastanza.
Egli avea l'occhio brillante della confidenza che dà la giovinezza e l'avvenire, quando si affaccia ridente; il suo vestito irreprensibile sviluppava la forte e maschia eleganza del corpo; si presentava con tutta la grazia di un abituato alle più aristocratiche riunioni.
Ciò che più di ogni cosa servì a farglielo riconoscere, meglio che l'altiero portamento della fronte, ch'egli non avea saputo rendere grazioso in quel momento come il sorriso a cui aveva forzato il suo labbro sdegnoso nel presentarsi alla contessa R***, fu questo.
La contessa gli parlava con la famigliarità che dà la parentela del genio, e gli stringeva la mano.
Il cerchio degli ammiratori di lei gli si affollava d'attorno, e lo guardava con occhio invidioso.
Tutt'a un tratto ella lo vide diventar pallido come un cadavere, e dirizzarsi sulla persona con un movimento macchinale che non seppe padroneggiare; e ciò fu quando il barone (ch'era rimasto al suo fianco frapponendosi fra di lui e Narcisa) si allontanò.
Pietro aveva veduto la contessa di Prato, alla quale il sottotenente dirigeva un complimento ch'ella non ascoltava.
Brusio rimase un momento immobile, senza poter parlare, cogli occhi, che si erano fatti di una sorprendente lucidità, fissi in quelli di lei, mentre una leggiera convulsione faceva tremare sul suo labbro superiore i baffi castagni.
La signora R***, che gli parlava in quel momento, fu sorpresa di non avere risposta, e lo guardò con curiosità.
Pietro staccò quasi con isforzo gli occhi da quelli di Narcisa, che lo fissavano col loro sguardo limpido e chiaro, per volgerli all'ufficiale, che anch'esso lo guardava sorpreso, arricciandosi le basette.
Egli fu freddo, distratto, impacciato tutto il tempo che rimase a discorrere colla donna celebre.
Quando questa gli parlava dello splendido avvenire che la riuscita della sua produzione l'autorizzava ad aspettarsi, rispose tristamente:
«Forse, signora contessa, giammai in tutta la mia vita potrò compiere un lavoro come quello che scrissi in otto giorni, e al quale il pubblico ha avuto la bontà di fare buon viso».
«È solo modestia che le fa dir ciò?»
«No, signora; forse è presentimento.»
«Bisognerebbe, in tal caso, non ammettere questo dramma come parto del suo ingegno, ma piuttosto...»
«Del cuore?», interruppe il giovane; «sì, signora!».
«Ella ha ragione: in un momento di passione si possono operar miracoli che parrebbero impossibili a tentarsi un minuto dopo.
Pel bene del suo avvenire voglio augurarmi che tale non sia il suo Gilberto.»
«Chi lo sa?»
E lo sguardo del giovane, che s'inchinava per allontanarsi, incontrò quello di Narcisa fisso su di lui con un'espressione che dimostrava più della semplice curiosità.
Si ordinavano le coppie per un valtzer; e l'ufficiale venne a presentare il suo braccio a Narcisa, che vi abbandonò il suo corpo flessibile, splendida di tutta la sua strana bellezza; coi capelli, intrecciati di perle, cadenti sulle spalle bianchissime e vellutate; col bel seno anelante sotto il velo ed il merletto che lo copriva; col suo sorriso indefinibile sulle labbra, e gli occhi che, senza esser brillanti, avevano un'onda di voluttà nei loro raggi.
Ella si avanzò lentamente, mollemente, come immedesimandosi al corpo dell'uomo a cui si accompagnava, con un inimitabile movimento del suo collo da cigno, quasi le perle e i fiori che s'intrecciavano ai suoi capelli, e il volume di questi, fossero troppo pesanti per quella piccola testa; presentendo nello sguardo sorridente e scintillante tutto quel torrente d'impetuose voluttà che il valtzer, questo ballo degli innamorati, dovea darle; come appoggiando tutti i delicati tesori del suo corpo al braccio del suo cavaliere, per trarne quella foga d'esaltazione che la musica, l'eccitamento, il contatto del corpo dell'uomo elegante doveano darle.
Nulla varrà a riprodurre, ad accennare soltanto, l'impressione voluttuosamente affascinante di quel corpo leggiero da silfide, che librava, direi, le ali coll'espressione del suo sguardo, per abbandonarsi a tutto il trasporto di quel ballo.
Le coppie cominciarono a girare; la musica eseguiva Il Bacio di Arditi.
Dopo il primo giro, quando la contessa si fermò, anelante, come cullandosi al braccio del suo splendido cavaliere, sfiorandogli un'ultima volta il viso coi suoi capelli; colle guance accese, il petto anelante, gli occhi umidi di languore e di piacere, incontrò un altro sguardo, umido ancor esso di una indicibile espressione d'angoscia e quasi di cruccio, che brillava su di una fronte alquanto calva e pallida di una spaventosa pallidezza.
Ella fissò un lungo sguardo su quello che si fissava su di lei.
«Vogliamo ricominciare?», le sussurrò all'orecchio l'ufficiale, passandole il braccio attorno alla vita da bajadera.
«È inutile...
mi sento stanca...
Non ballo più...»
Ella cercò cogli occhi un'altra volta quello sguardo supplichevole e nello stesso tempo minaccioso: era scomparso.
«Oh! questo Bacio! questo Bacio!...
avrò da sentirlo dappertutto!...», mormorava Pietro delirante scendendo le scale.
«Domani ai Fiorentini si darà un dramma che ha fatto furore; a quanto si dice; avrete la compiacenza di accompagnarmici?», domandò Narcisa al marito.
Questi s'inchinò in silenzio.
L'indomani, infatti, alle 9 e mezzo, la contessa, che non si ricordava di essere entrata in teatro a tal ora, era in un palchetto di seconda fila sul proscenio.
Il sipario non era ancora alzato e la sala era affollatissima.
La contessa recava in mano un magnifico mazzo di viole bianche che posò sul parapetto insieme all'occhialetto.
Il dramma fu recitato in mezzo ad una di quelle ovazioni che sembrano strappate agli spettatori quando l'autore ha saputo scuotere tutte le corde dei cuori colla sua mano potente: era una di quelle opere spontanee, tutte di un sol getto, che sono belle perché sono vere, che sono inimitabili perché sono semplici e comuni.
Narcisa rivide quel giovanetto che passava le notti sotto i suoi veroni; lo rivide nel protagonista di quel dramma, con tutti i suoi fremiti d'amore e i suoi disinganni disperati, ella sentì che quel dramma parlava di lei, era scritto per lei, in tutte quelle sfumature di rimembranze che l'accennavano ad ogni passo...
L'ufficiale, che avea battuto le mani quando l'aristocrazia aveva applaudito, osservò con sorpresa che ella rimaneva indifferente alle sue sollecitudini, tutta assorta in quel Gilberto che ad ogni parola destava in lei una reminescenza e le svelava quale amore quasi sopra[n]naturale avea saputo destare.
Nel mezzo della scena che l'avea commossa dippiù, ella, coll'ispirazione improvvisa e adorabile della donna leggiera e capricciosa, s'era tolto dal dito un magnifico anello di brillanti e l'avea legato al nastro del mazzetto.
Alla fine del second'atto l'autore, chiamato fragorosamente dal pubblico, venne sulla scena.
Egli non ebbe che uno sguardo, in mezzo al turbine di quegli applausi frenetici, in mezzo all'agitazione di quella folla che si levava gridando il suo nome, in mezzo all'inebbriamento di quell'ovazione quasi delirante: uno sguardo che andò a posarsi su di un palchetto di un proscenio al second'ordine.
Egli vi vide la contessa...
verso della quale si chinava sorridendo il biondo giovanotto dalla brillante divisa di ufficiale degli Usseri.
Pietro dimenticò quegli applausi, quelle corone che gli cadevano ai piedi, quei fiori che lo coprivano come in un nembo, quelle acclamazioni al suo nome; egli non badò più neanche ad un mazzo di viole bianche che gli era caduto ai piedi dal palchetto di Narcisa e che avea raccolto, per fuggire come un delirante, come un uomo che teme d'impazzire, poiché tutti questi applausi non potevano dargli quello sguardo ch'era venuto a cercare sino a Napoli, che avea voluto comprare a prezzo delle ispirazioni del suo genio, e che avea visto rivolto sul giovane sottotenente.
La folla chiamò invano replicate volte l'autore.
«Che ne dite del dramma?», domandò la contessa all'ufficiale, dopo l'ultimo atto, approfittando del tempo in cui il conte era uscito per fare ordinare la carrozza dal jo[c]key che aspettava sul corridoio.
«Molto bello, in verità; e anche assai applaudito.»
«E dell'autore?»
«Che volete che ne dica?...
ch'è un autore come tutti gli altri», soggiunse colui con il supremo disprezzo degli uomini di spada.
«Eppure quest'uomo è celebre!», aggiunse la contessa avvolgendosi nella sua vespertina di cachemire bianco.
«Sarà anche questo.»
«Sento che amerei quest'uomo come una pazza!», esclamò Narcisa punta dal freddo motteggio del suo vagheggino, colla viva schiettezza del suo carattere mobile ed impetuoso.
«Confessate almeno che questa franchezza è odiosa!...», rispose ridendo il sottotenente, poiché non sapeva se dovesse prendere la cosa sul serio, sebbene l'espressione affatto nuova della contessa gli desse molto a pensare.
«Ha però sempre il merito della franchezza!», replicò con tutta flemma Narcisa: «Quest'uomo io l'amo...
poiché la sua celebrità è opera mia!...
opera di cui posso andare superba!...
Partite per la guerra, signore, a farvi uccidere per me o a ritornare generale d'armata, e allora...
ma allora soltanto...
forse....
io vi amerò come sento che amo in questo momento quell'uomo!».
«Signora!», esclamò l'ufficiale coi denti stretti, facendosi pallido.
«Non mi accompagnate sino alla mia carrozza?», disse senza scomporsi Narcisa, dandogli la busta dell'occhialetto da recarle, nel momento che suo marito rientrava nel palchetto.
Brusio era ritornato a sua casa agitatissimo, e passò la notte senza dormire.
Ella! Narcisa! avea assistito al suo trionfo, avea palpitato dei suoi sentimenti, gli avea gettato quel mazzetto che avea fatto appassire a furia di baci!...
Ma ella non era sola!...
quell'uomo, quel soldato, sì giovane, sì bello, sì splendido! che le parlava sì da presso...
che le sorrideva in quel modo!...
Tutt'a un tratto le sue dita incontrarono l'anello che era legato al mazzo; un dubbio atroce lo fece impallidire: quei fiori, che la donna adorata avea lasciato cadere su di lui, invece di essere l'espressione della simpatia, non dimostravano piuttosto uno di quei volgari applausi, uno di quegli splendidi regali con cui si paga l'abilità di un istrione?...
Quest'idea lo martellò a lungo; e l'indomani, ancora sotto questa impressione, scrisse il seguente biglietto a Narcisa - sarcasmo pungente ed amaro velato dalla forma più delicata:
Signora contessa,
Ieri ebbi la fortuna di raccogliere un mazzo che le cadde dal palchetto sulla scena.
Se, unita ai fiori che lo compongono, non vi avessi trovato una gemma di qualche valore, io l'avrei forse conservato come un ricordo dippiù della simpatia di cui mi onorarono gli spettatori; ma nel dubbio d'ingannarmi sulla destinazione del suo prezioso regalo, poiché tali sogliono essere le ricompense dei commedianti celebri, mi fo un dovere di rimetterlo alle mani dalle quali è partito.
La prego, signora, di gradire la testimonianza della mia più distinta considerazione, ecc.
Suggellò il biglietto, dopo averlo firmato, aspettando con impazienza l'ora convenevole per ricapitarlo.
Bisogna dire che il giovane, esagerando la sua suscettibilità, scrivendo quella lettera di orgoglioso rimprovero sotto le frasi gentili, cedeva ad una segreta speranza di mettersi in relazione con Narcisa; e che egli avea adottato quel mezzo come ne avrebbe adottato un altro, se gli si fosse presentato.
A mezzogiorno suonò, e disse al domestico che comparve, consegnandogli la lettera ed il mazzo:
«V'informerete dalla servitù del signor barone di Monterosso dell'abitazione della signora contessa di Prato, e andrete a recarle questa lettera insieme ai fiori e all'anello, personalmente», aggiunse in ultimo, accentuando la parola.
«Ascoltate....», disse quindi, mentre il servitore stava per uscire, esitando tuttavia a proferire quelle parole che gli pareva svelassero la sua segreta speranza che cercava dissimulare a se stesso: «se vi dicono esserci risposta aspettatela».
Attese con ansietà febbrile i tre quarti d'ora che il domestico impiegò a ritornare colla risposta.
Finalmente l'udì sulle scale e andò ad incontrarlo nel salotto, dominandosi a pena.
Gli venne recato su di un vassoio da lettere un biglietto da visita; al di sotto del titolo Conte di Prato in litografia, c'era scritto a mano: prega il sig.
Brusio di far trovare alle 8 due suoi amici al Caffè d'Europa.
«Un duello!», esclamò Pietro sorpreso di leggere tutt'altro di quello che sperava: «confesso che me l'aspettava pochissimo.
Quello che non so comprendere è perché il signor conte spinga la permalosità sino a sfidarmi per un mazzo rimandato...
a meno che...».
Rimase pensieroso alcuni secondi, senza compire la frase, girandosi il biglietto fra le dita.
«Non importa»; disse quindi riscuotendosi; «quest'uomo è destinato; io l'ucciderò, com'è vero che mi chiamo Pietro e che quest'uomo mi ha insultato a Catania...»
Uscendo per prevenire i testimoni passò dal barone di Monterosso e vi trovò un altro suo amico.
«V'incontro a proposito»; diss'egli stringendo le due mani che gli venivano stese, «ho un affare col conte di Prato e venivo a pregarvi della vostra assistenza.» E raccontò ai due amici il fatto della mattina che avea causato la sfida del conte.
«Le condizioni?», domandò il barone.
«Vi dò carta bianca; l'appuntamento è per stasera, alle otto, al Caffè d'Europa.
Vi prevengo soltanto che non accetterò accomodamenti.»
Alle dieci i due padrini vennero a trovarlo al Teatro S.
Carlo per riferirgli le condizioni stabilite.
«Diavolo!», esclamò il barone, «l'affare sembra più serio che io non mi fossi immaginato.
Il conte è furioso, a quanto pare; ed ha proposto condizioni d'inferno: trenta passi, dieci passi liberi per ciascheduno.
C'è da divertirsi con due uomini che possono venire a scaricarsi le pistole sul petto a dieci passi!»
«Accetto!», esclamò Pietro col suo accento vivo e brusco.
«Caspita! lo sapevamo; giacché abbiamo accettato per voi...
Quando c'entra quel demonio di contessa...»
«La contessa?»
«Eh, via!...
forse che domani andate a cacciarvi una palla in corpo quasi colle pistole appoggiate sullo stomaco per quel povero mazzo che c'entra quanto un pretesto?!...
Il conte è irritatissimo per l'assiduità che spiegaste nel far la corte a sua moglie, per cui la seguitaste da Catania a Napoli; e si è servito di questo pretesto per sfidarvi onde evitare il rumore.»
«Vi assicuro che non ho ancora l'onore di essere conosciuto personalmente da quella signora...»
«Il conte però sembra che vi conosca molto bene...
A domani!»
A mezzanotte Brusio rientrando trovò una lettera che il cameriere gli disse aver recato due ore avanti una giovane assai elegante, che erasi annunciata per la cameriera della contessa di Prato.
Egli aprì con febbrile impazienza la lettera profumata, della quale il bellissimo carattere inglese era tracciato con mano incerta, e vi lesse:
Signore,
Il conte l'ha sfidato.
Le condizioni di questo duello sono orribili: due uomini che si battono alla pistola non si battono per una semplice riparazione; si battono per uccidersi.
Questo duello è un delitto.
A Napoli si è molto parlato del suo scontro di un mese fa con un giornalista il quale ancora guarda il letto; si dice ancora che ella è un terribile tiratore; il conte anche lui possiede questa sciagurata destrezza...
E questi due uomini, che si odiano a morte, andranno, domani, dope essersi abbigliati freddamente, come al solito, dopo di aver fatto attaccare la carrozza, dopo di essersi salutati civilmente, a mettersi a 15 o 20 passi di distanza colle pistole in mano, mirando col triste sangue freddo che deve dare in mano dell'uno la vita dell'altro...
Oh! signore!...
lo ripeto: questo è delitto!...
questo è il più spietato assassinio legale!...
O il conte resta ucciso ed io avrò il rimorso di essere stata causa della sua morte...
o invece...
Signore...
a Catania conobbi un giovane nobile e generoso...
che mostrava d'amarmi...
Io invoco questa memoria per scongiurare tale disgrazia...
Questo duello non deve aver luogo! Si ritratti, signore, il conte accetterà le sue più semplici scuse, e le basterà di fare il primo passo perch'egli le venga incontro a stringerle la mano.
Se ha una madre pensi a questa madre, se ha un'amante pensi all'amante, signore...
e farà il più nobile sacrifizio che amor proprio d'uomo possa fare evitando questo duello.
Narcisa Valderi
Pietro fu tristamente colpito da quella lettera.
Egli si aspettava tutt'altro, egli credeva di trovare affettuose parole di donna amante, e per contro rinvenne la moglie che supplicava il duellista famoso per la vita del marito; egli non vide, non seppe scorgere tutto ciò che lasciava [in]travedere, che accennava anche quella lettera che parlava delle reminiscenze di Catania...
poiché a quelle reminiscenze non si era data più importanza di quanta se ne dà a sentimenti che non si dividono; avea riletto due o tre volte una parola, quell'o invece...
che un momento avea fatto la sua speranza, come se avesse cercato interpretare tutto il senso di quei puntini che la seguivano, e trovarvi quello che il suo cuore voleavi vedere; ma quei puntini potevano anche nascondere, come spesso, il nulla.
Se Narcisa gli avesse scritto semplicemente: Pietro, non uccidete mio marito, ritrattatevi: egli non si sarebbe ritrattato, ma non avrebbe neanche fatto il passo che fece, rimandandole la lettera, come una suprema impertinenza.
Sorridendo del suo riso amaro, scrisse, in basso della stessa lettera della contessa, queste sole linee, che gli parve la completassero, e ne fossero la degna risposta, mormorando fra i denti stretti dal sarcasmo: «Ah! costei ha paura che io le uccida il marito!...
costei si rivolge al giovane di Catania, e ne accenna la memoria, come si farebbe di un balocco ad un fanciullo; per ottenere il suo intento!...
Ma non sa questa donna quali lagrime stillino ancora queste memorie?!...».
Le due linee dicevano: «Se amassi una donna, come io e nessuno può amare - e questa donna mi chiedesse una viltà - io la negherei a questa donna.
- Alla signora contessa di Prato posso assicurare che il conte, suo sposo, non correrà alcun pericolo».
Sì, egli l'amava tanto, colei, malgrado tutto quello che aveva sofferto per lei, e forse a causa di ciò, malgrado i torti che si figurava aver ella verso di lui, da farle il sacrifizio della vita senza neanche pensarci, senza neanche farglielo indovinare; mentre l'assicurava della vita di suo marito, ricusandosi nel tempo istesso a far le sue scuse al conte, - ciò che valeva offrirsi come un bersaglio ai colpi di lui.
Quest'uomo che non sapeva se la sera del domani dovesse venire per lui; quest'uomo che andava fra poche ore a barattare una vita giovane e ricca d'avvenire, acclamata, festeggiata, contro un colpo di pistola, dormì tranquillo tutta la notte, poiché si sentiva più vicino a Narcisa, la sirena che gli avrebbe fatto adorare l'inferno per mezzo delle sue seduzioni.
All'alba era alzato e si vestiva.
Nel punto di scendere le scale consegnò al cameriere la lettera della contessa dicendogli:
«Recate al suo indirizzo questa lettera, e dite alla contessa di avervela io data nel punto di montare in carrozza.
Fate avanzare».
«La carrozza!», gridò il cameriere.
I briosi cavalli lo trasportarono rapidamente all'abitazione del barone, nella strada del Pilierò, ove aspettavano i due testimoni.
VII
Quando giunsero sul terreno, al Vomero, vi trovarono il conte coi suoi due padrini; tutti si salutarono levandosi i cappelli.
«I signori hanno da offrire ritrattazione da parte del loro primo?», domandò uno dei testimoni del conte a quelli di Brusio.
«No, signore»; rispose breve il barone.
Colui sembrò sorpreso, poiché era forse prevenuto dalla contessa di aspettarsi tutt'altro, e cominciò a misurare il terreno d'accordo cogli altri.
Situati i duellanti, i padrini misero loro in mano le pistole, e si allontanarono.
In questa fatta di duelli, l'ultimo colpo è scelto a preferenza dal più coraggioso, o dal più arrabbiato, che approfittando dell'eventuale cattivo esito dell'avversario, può venire a fare il suo colpo a 15 ed anche a 10 passi di distanza; ciò che dà molte probabilità di riuscita.
I padrini di Brusio videro dunque colla massima sorpresa, che questi, né novizio, né inesperto, fermo al suo posto (dopo aver mirato un momento con freddezza) avea tratto il suo colpo, il quale avea spezzato un ramoscello, che sorpassando il muro del giardino, a cui volgeva le spalle il conte, si stendeva sulla testa di quest'ultimo.
Il conte (che si era fermato dopo tre o quattro passi, facendo l'atto di chi prende la mira più accuratamente per tirare, onde prevenire il giovane) rassicurato dal cattivo esito del colpo di lui, fece tranquillamente i suoi dieci passi, mirando sempre colla calma di un tiratore al bersaglio, e fece fuoco a 20 passi; la palla andò a scalfire il braccio sinistro di Brusio.
«L'onore è salvo!», gridarono i padrini.
Il conte salutò e andò a rimontare nella carrozza coi suoi due amici.
Passando dal Caffè Nuovo offrì una colazione ai testimoni; dei quali uno, quello che avea fatta la domanda di ritrattazione, si scusò di non potere accettare, accusandone un affare urgentissimo e partì.
«In sala c'è un signore che l'aspetta da cinque minuti, e che mostrava aver molta fretta di vederla»; disse il cameriere a Brusio, appena questi fu di ritorno.
«Ha detto il suo nome?»
«No, signore.»
«Va bene.»
Nel salotto infatti aspettava uno dei testimoni del conte, quello che l'avea lasciato al Caffè Nuovo, vecchietto rubizzo ed elegante.
Appena vide Pietro gli stese la mano.
«Ero impaziente di stringere la mano dell'uomo più nobile e generoso ch'io m'abbia conosciuto»; gli disse, «e avrà la bontà di perdonarmi se ho rischiato d'essere importuno per affrettarmene il piacere.»
«Io non capisco, signore», rispose Brusio freddamente.
«Sono l'interprete dei sentimenti della contessa di Prato.»
«La contessa di Prato!», esclamò Pietro involontariamente.
«Cui ella ha salvato il marito rischiando la vita.»
«Io? No! sono stato sfortunato: ecco tutto.»
«So che a trenta passi ella mette una palla in un anello.
Ho assistito al più strano duello ch'io abbia veduto, ed ho l'onore d'assicurarle che me ne intendo un poco di questi giochetti.
Tutto questo mi autorizza a creder poco nelle sue parole, in questo momento, e molto nella sua discrezione e nella sua modestia.»
«Signore!»
«E che!...
forse che andiamo in collera perché vengo a recarle i ringraziamenti della contessa?»
«La signora contessa nulla mi deve e nulla ha a ringraziarmi.»
«Stamattina, molto prima di partire pel Vomero col conte, ho veduto un biglietto così concepito in sostanza: Io non mi ritratterò, ma posso assicurare la signora di Prato che non le ucciderò il marito.
Se la contessa avesse avuto la bontà di cedermi per un quarto d'ora quel biglietto, come io ne l'avea pregata, non avrei avuto la sfortuna, a quest'ora, di esser sì poco creduto.»
Brusio arrossì impercettibilmente e chinò la testa.
«Ella ha letto questo biglietto?...», disse esitando.
«Letto propriamente no; poiché è stata la contessa che ha avuto la bontà di leggermelo.»
Pietro respirò.
«Ebbene?»
«Ebbene! io so tutto.
La contessa istessa mi ha tutto rivelato!», aggiunse con enfasi napoletana l'interlocutore di Brusio.
«Ella?!»
«La prego di credere, prima di farsene le meraviglie, ch'io ho l'onore di trovarmi molto innanzi nell'amicizia della signora contessa di Prato, e che ella ha la bontà di mostrarmi tutta la fiducia...
Non so se ella m'intende...»
«Non molto, veramente.»
«Eppure è sì chiaro!», aggiunse il vecchietto con un sorriso malizioso.
«È adorabile quella contessa!...
peccato che lei non abbia la fortuna di conoscerla intimamente...»
«Me ne rincresce di cuore.
Sicché?...»
«Sicché ho saputo dalla Valderi, ieri sera», seguitò colui, assumendo completamente l'aria misteriosa e gonfia del vecchio ganimede che si crede sicuro del fatto suo, «che lei, signore, ha voluto, non so perché, rimandare alla signora un mazzo che questa le avea gettato sul proscenio la sera che si rappresentava il suo Gilberto; cosa che il conte ha preso in mala parte, per cui n'è seguito lo scontro di stamattina...
Quello di più delicato, che la contessa non volle, non seppe nascondermi, è che ella stessa avesse fatto pregare lei, signore, di venire ad un accomodamento, onde il sangue non fosse sparso per una causa sì futile; e le venne risposto con quel biglietto ch'ella mi lesse.»
Pietro sorrise involontariamente nel vedere la pazza persuasione e le galanti pretensioni del vecchietto.
«La contessa», seguitò colui, «ed io stesso non avevamo capito perfettamente quello che volessero dire quelle parole: Alla signora contessa di Prato posso assicurare che il conte, suo sposo, non correrà alcun pericolo: e che la sua nobile condotta di stamattina ha spiegato intieramente.
Nella mia premura di presentarmi alla Prato con qualche cosa che le fosse gradevole, io son corso a ringraziar lei di cuore, a stringerle la mano per la contessa e per me, essendo sicuro di prevenire il desiderio della signora.»
«Mi permetta di farle osservare che questa sicurezza è, per lo meno, molto arrischiata.»
«Per bacco! dopo aver veduto Narcisa agitata, come ieri sera l'ho veduta; dopo che stamane, prima ch'io partissi con suo marito, ella mi fece chiamare misteriosamente...
segretamente, capisce?...
per scongiurarmi colle più calde preghiere, colle lagrime agli occhi, che facessi di tutto onde venire ad un accomodamento, non c'è bisogno di gran sale in zucca per capire che la contessa dev'essere contentissima dell'esito fortunatissimo di questo affare (poiché, scusi, ma la sua ferita al braccio non può chiamarsi una disgrazia) e che io, dopo aver fatto il possibile per venire all'aggiustamento che ella mi raccomandava, vada ad annunziarle di aver accomodato benone le cose, e aver perfino ringraziato lei.»
Sarei dispiacentissimo però, signore, ove ella, senza volerlo, le avesse reso un servigio che sarà male accolto dalla signora.»
«Male accolto!?...
e perché?»
«Giacché il conte n'è uscito illeso, cosa deve importare di me, di uno sconosciuto, a quella signora? E come dovrà accettare che lei vada a dirle: Ho stretto da parte vostra la mano a quell'uomo che ha avuto la scortesia di rifiutarvi un sommo favore (poiché non è provato ch'io abbia risparmiato il conte) e che è andato a scaricare la sua pistola contro il petto di vostro marito?»
Il vecchietto rimase un momento confuso, come colpito da quella riflessione; ma poco dopo riprese vivamente, quasi trionfante:
«No, no! son sicuro del fatto mio.
Lei non conosce la bell'anima di Narcisa; ella sarebbe desolatissima se il minimo accidente le fosse accaduto...
L'ho udita con questi orecchi esclamare, torcendosi le braccia: Mio Dio! se quel giovane morisse...
per me!».
«Ella ha detto questo?!», esclamò Pietro quasi fuori di sé...
«Ma sì! Diavolo...
che c'è? Le reca sorpresa che una donna abbia paura del sangue che potrebbe venire sparso per cagion sua?»
«Al contrario...
È che...
in tal caso...
essendo sicuro...
essendo certo di rendere a lei un servigio...
di farle un buon ufficio presso quella signora...
io le darei un attestato di quanto ella ha fatto per scongiurare il pericolo di questo duello...
di come ella si è adoperato per far piacere alla contessa...»
«Mio amico! mio caro amico!», esclamò colui, abbracciandolo; «come le ne sarei grato!...»
«E se lei crede che due righi potrebbero esserle utili presso la signora di Prato...»
«Ella è la bontà in persona, ed io le sono devotissimo anima e corpo.»
Senza aspettare che il suo interlocutore fornisse il compito dei suoi enfatici ringraziamenti Pietro si appressò al tavolino da albums, aprì una cartella che conteneva foglietti da lettere, e scrisse:
«Un uomo che ha molto a farsi perdonare dalla signora contessa di Prato sarebbe fortunatissimo ove ella volesse indicargli un'ora della giornata in cui potesse venire ad implorare questo perdono ai suoi piedi».
Piegò il foglio e fece mostra di rimetterlo così aperto all'amico della Prato.
«Non occorre di suggellarlo, se lei avrà la bontà di ricapitarlo perso- nalmente alla signora contessa.»
«Anzi! anzi!...
suggelli, suggelli pure! Voglio fingere di non sapere di che si tratti...
Quest'attestato del quale sembrerò non essere informato, mi gioverà molto presso la mia cara contessa.
Ella sarà contentissima di me...
poiché...
capisce....
ella ha molta bontà per me...
non dico per vantarmi...»
«Non perda tempo adunque!», replicò Brusio, spingendolo verso la porta.
«Un altro abbraccio, amico carissimo, un altro abbraccio.
Lei troverà sempre in me un uomo tutto suo, un amico vero e riconoscente sino alla morte.
Tratti d'amicizia come i suoi, che non si fanno aspettare...
che vengono da sé...
non si dimenticano...
Poiché ella ha avuto la gentilezza d'indovinare...
che io per quella cara Narcisa...
capisce?!»
«Addio, caro signore.»
«Oh, come mi sarà grata la contessa! come creperanno d'invidia, quegli altri giovanotti, quell'ufficialetto di cavalleria pel primo!...
Addio, caro amico.»
Uscì a ritroso, inchinandosi; e Pietro, lasciando cadere la portiera dietro di lui, non poté fare a meno di ridere della trista figura che la sciocca presunzione faceva fare a quel seduttore di 58 anni.
A mezzogiorno il conte rientrò in casa e domandò della moglie.
«La signora contessa è uscita in carrozza», rispose il suo cameriere.
«Uscita diggià!», esclamò il conte con qualche sorpresa.
«Ed ha lasciato pel signore questo biglietto.»
Il conte non dissimulò un movimento di collera, ed esitando ad aprire la lettera, disse bruscamente al domestico:
«Va bene! lasciatemi».
Il biglietto di Narcisa era semplicissimo:
«Lascio questa casa perché sento ch'è impossibile rimanere uniti più oltre.
- Sento troppo altamente i motivi che mi spingono a tal passo per nascondervelo.
- Non mi cercate adunque: sarebbe inutile.
- Vi so troppo ricco e troppo generoso per supporre che possiate far conto della mia dote: vi prego quindi di passare, su questa, 8 o 9 mila lire all'anno al mio incaricato d'affari a Torino, signor Treveri.
Credo che basteranno».
Era quanto vi ha di incisivo nell'ardire portato all'audacia, nella franchezza spinta sino al cinismo, della donna volubile e galante, appassionata ed impetuosa.
Quasi nell'ora istessa un elegante calesse si fermava dinanzi il portone di una graziosa casa a due piani nella Strada Nuova.
Un palafreniere, che serviva anche da portinaio, venne ad aprire alla signora abbigliata con distinzione, che era discesa dal calesse, e le additò una scala a sinistra, della quale gli scalini di marmo erano fiancheggiati di vasi di fiori.
In fondo alla corte, legati alle sbarre di un cancello che chiudeva un giardino di piacevolissimo aspetto, scalpitavano tre bellissimi cavalli inglesi.
Nell'anticamera, ad un domestico che incontrò, la dama domandò se il signor Pietro Brusio era in casa.
«Sì, signora; ma non è visibile, poiché è nel suo gabinetto di lavoro.»
«Ditegli che c'è una signora che desidera parlargli.»
«Domando scusa, signora; ma la prego di avere la bontà di ripassare verso le sei, o di lasciare il suo biglietto; poiché quando è nel suo gabinetto il signore non vuol essere disturbato assolutamente.»
«Fategli tenere questo biglietto in tal caso»; insisté la signora con una lieve tinta d'impazienza, prendendo da un elegante porta-biglietti una carta di visita e piegandola: «ditegli che aspetto.
Non vi sgriderà certamente per questo».
Il tuono di sicurezza e di superiorità con cui parlava la bella signora vinse le esitazioni del cameriere, che si decise a fare quanto ella diceva.
«Si dia l'incomodo di seguirmi in sala», diss'egli sollevando la portiera di un uscio; «il signore ci sarà a momenti.»
Per giungere al salotto si attraversava una piccola serra a cristalli, che occupava uno dei lati di una terrazza assai vasta, della quale s'era fatto un giardino pensile, sporgente su quella spiaggia incantata della Marinella, che ha il bel golfo di Napoli per orizzonte, e in fondo Capri e Sorrento.
Quella specie di stufa, dove vegetavano le più belle piante esotiche, circoscriveva come in un'atmosfera separata dalla città clamorosa, il salotto ed il gabinetto da studio che vi era contiguo.
I rumori esterni sembravano estinguersi sulla sabbia finissima del viale, come il più lieve alitare di vento moriva sulle grandi foglie di quelle piante immobili nelle loro masse svariate.
Il salotto era addobbato con lusso; ma quel pensiero tutto originale che avea disposto lo stanzone dei fiori prima di giungervi, e il giardino sulla terrazza, sembrava aver presieduto nei minimi dettagli alla situazione di tutti gli oggetti che lo decoravano.
Le porte vetrate, che si aprivano sulla terrazza, erano nascoste, alla lettera, da persiane di pianticelle rampicanti; ciò che unito alle pitture dei vetri, e alle doppie tende di raso e di velo, facevano penetrare soltanto nella sala quella mezza luce, che, col lasciare indistinte le forme degli oggetti, vi crea mille nuove immagini, e ne popola la semioscurità di quei mille sogni incantati, di quelle sfumature voluttuose che tanto piacciono alle signore galanti; il passo si arrestava sui tappeti vellutati, come se temesse di destare un'eco che potesse strappare dalla deliziosa preoccupazione che faceva nascere quell'atmosfera.
Il cameriere scomparve senza far rumore per uno degli usci dirimpetto, nascosto dalla stessa tenda di raso celeste.
La signora si sprofondò in una delle poltroncine che erano vicine ad un elegante tavolino da albums, piccolo capolavoro nel suo genere; subendo anch'essa, senza accorgersene, il fascino che esercitava sui sensi quel luogo ricco di dorature, di sete, di specchi e di profumi: fascino al quale forse ella era disposta.
Poco dopo la tenda si aperse, e comparve un uomo, vestito del rigoroso abito nero, come se volesse dare a divedere di apprezzare tutto il valore della visita che riceveva; ancora pallido, ma di quel pallore che ci fa brillare gli occhi, quando la gioia troppo potente della felicità sembra chiamare al cuore tutto il sangue.
Una benda di seta gli teneva al collo il braccio sinistro.
Un momento però egli sembrò ondeggiare indeciso, mentre fissava i suoi occhi scintillanti su quel corpo da fata (che accennava appena le sue seduzioni sotto le linee quasi vaporose delle vesti, voluttuosamente disteso sulla poltroncina) e su quegli occhi che lo fissavano del loro sguardo più bello, mentre il sorriso più dolce errava sulle labbra di lei.
Come se avesse temuto di rompere l'incanto di quel sogno troppo bello per lui, [egli] esclamò, quasi impaziente, verso un testimonio che gli stava vicino, ma che però non si vedeva:
«Non ci sono per nessuno.
Quando vi voglio suonerò.
Andate».
Non si udì sul tappeto, molto spesso, il passo del cameriere che si allontanava.
Pietro si avanzò lentamente verso la dama, come se avesse voluto assaporarne, con una voluttuosa economia d'analisi, tutte le emanazioni inebbrianti.
Ella, nella sua positura da sirena, lo fissava sempre senza parlare.
Il giovane non pensava neanche a proferire la più semplice formola di civiltà.
Una parola sola irruppe spontanea:
«Lei!...
lei, signora!...
da me!».
«Che c'è di strano?», rispose ella con un indefinibile sorriso.
«Non ha ella rischiata la vita per me, perché io venga a rischiare quelli che il mondo chiama riguardi per lei?...»
Gli stese la destra, dopo essersi tolto il guanto; egli esitò a prendere quella mano, che, forse per fargli provare in tutta l'intensità il brivido del suo contatto, gli si metteva nuda fra le sue.
«Ho ricevuto il suo biglietto dal signor Briolli.
Se lei ha molto a farsi perdonare, io ho molto a ringraziarla...
Ho verso di lei uno di quei doveri di gratitudine dinanzi a cui le convenienze sociali scompaiono; e son venuta a ringraziarla, signore, della sua azione sì nobile, sì generosa sino al sacrificio!...»
Invece di rispondere, Pietro seguitava ad ammirare, come si fa di un oggetto prezioso, quella manina bianca ed affilata che si teneva fra le sue senza osare di stringerla, come se temesse di farne appassire la delicata bellezza.
«E questa ferita!...
Dio mio!...», continuò la contessa commossa vivamente.
«Nulla...
una scalfittura.»
Narcisa si avvide forse allora della tacita ammirazione con cui il giovane si teneva quella mano sulle palme, e, arrossendo impercettibilmente, fece un movimento per ritirarla.
«Oh! la lasci!...», mormorò egli come un fanciullo che parli in un sogno delizioso.
«È cosi bella!...»
La contessa, ancor più rossa di prima, ma sorridendo cogli occhi e le labbra del suo sorriso inebbriante, con un movimento rapidissimo e quasi istintivo di grazia squisita, o di sopraffina civetteria, gli porse l'altra, lasciandole in quelle di lui e guardandolo fisso negli occhi.
Pietro volle baciare quelle mani da fata; ma gli parve un peccato, come gli era sembrato lo stringerle, di sfiorare colle sue labbra quella pelle rasata.
Dopo un momento di silenzio la contessa riprese:
«Uno dei testimoni di mio marito, il signor Briolli, mi ha fatto conoscere tutta la generosità della sua condotta...
Se io avessi potuto sospettare che alla mia preghiera ella doveva rispondere con tal sacrificio, io avrei inorridito di avanzarla...
come ora ho rimorso...».
«Non mi parli di ciò!...», interruppe quasi brusco il giovane, come se avesse temuto di destarsi.
«Noi abbiamo torti reciproci», aggiunse Narcisa col suo sorriso ammaliatore; «siamo franchi in tal caso dall'una parte e dall'altra per poterceli perdonare scambievolmente...»
«Reciproci torti?», interruppe Pietro come trasognato.
«I miei saranno più gravi», rispose Narcisa; «ma ho la buona fede di confessarli e la risoluzione di espiarli...
E voi?...»
«Io non me ne trovo che uno!...
ma sì grande...
che io non oso rammentarlo senza arrossire in faccia a voi...»
«Confessatelo allora; forse vi verrà perdonato.»
«Contessa!...»
«È molto grave adunque perché non abbiate il coraggio di questa confessione?»
«Le vostre parole me lo danno; io ho commesso l'indegnità d'insultarvi rimandandovi il mazzo e l'anello, e poco fa anche il biglietto...»
«Avete avuto torto nell'ultimo caso, non l'avevate nel primo...»
«Perché?»
«Perché nel primo caso quello che a voi pare colpa, mi provava piuttosto...»
«Narcisa!...»
«Che voi...»
«Che io vi amo come un pazzo!...
come un uomo che non è più conscio di quello che fa, perché voi gli avete tolto la mente e la ragione, Narcisa!...»
Così dicendo Pietro divorava coi baci quelle mani che si teneva fra le sue.
«Ora che la vostra confessione è fatta», diss'ella, non rispondendo direttamente, «veniamo alla mia.»
Pietro si accosciò sul tappeto ai piedi della contessa, tenendo sempre le sue mani.
«Vi scrissi di aver conosciuto a Catania un giovanetto generoso sino al sagrifizio, nobile sino all'eroismo...
Perdonatemi, non m'interrompete.
Allora non sapevo chi fosse, non conoscevo che un giovane come se ne veggono tanti, inferiore fors'anche a quei giovani eleganti che mi facevano la corte.
Anch'esso mi faceva la corte alla sua maniera, come la fanno i provinciali e gli adolescenti...
Guardai qualche volta costui che incontravo sempre sui miei passi in istrada, sulla porta del Teatro, uscendo e rientrando in casa...
Qualche volta, quando paragonavo il suo stato a quello di coloro che mi amavano come lui ma che potevano dirmelo o almeno provarmelo, aspirare almeno ad un mio sorriso, ad una mia parola...
mentre costui doveva sacrificarsi giorni e notti intieri per vedermi scendere da carrozza o per passarmi d'accanto al ritorno da un ballo, ebbi un momento di curiosità, ed anche di riconoscenza sì lontana da sfumare nella compassione, per questo giovane che mi amava in tal modo, e mi amava senza speranza...
Poi non ci pensai più...
Poco tempo fa lo rividi in una festa»: riprese la contessa: «era l'uomo in voga; l'alta società avea per lui le più squisite cortesie, le donne più belle e più nobili gli sorridevano...
Un vero trionfo! Io ammirai quella fronte larga e pallida, e mi sembrò di scorgervi qualche cosa di nobile che non vi avevo prima notato; mi parve di leggere un mondo intiero nei suoi occhi, sebbene alquanto malinconici.
Lo sguardo ch'egli mi volse mi fece pensare al giovanetto sconosciuto...
e provai una viva commozione a quel pensiero: c'era trionfo ed orgoglio soltanto, in quel punto.
Oh! io sono schietta, signore, per farmi credere quello che ho da dire in seguito.
Quest'uomo avea fatto un miracolo pel mio amore un miracolo da genio...
Io l'ho veduto in quell'opera, come egli non ha veduto che me creandola, prendermi la mano, sorridendo del suo triste sorriso, e farmi passare in rassegna il suo cuore coi suoi palpiti, le sue speranze e le sue lagrime...
e trasportarmi ai giorni delle vaghe aspirazioni e dei sogni ineffabili.
Poi mi ha fatto piangere del suo pianto disperato a quelli spasimanti di passione...
e si è arrestato anelante, spossato, colle braccia stese, nel punto in cui sentiva sfuggirsi questo fantasma a cui incatenava la sua esistenza...
Oh, in quel momento, signore...
s'io avessi veduto dinanzi a me quest'uomo, come l'ho veduto nel suo sogno, nel suo dramma...
gli avrei steso le braccia ad incontrare le sue...».
«Narcisa!...», mormorò soffocato Brusio, sollevandosi sino ad inginocchiarsi.
«Qualche volta, quando penso a quest'amore sì ardente e sì immenso, che non avrei saputo immaginare se non l'avessi ispirato, io che ho sorriso e folleggiato fra le ancor più folli proteste di mille galanti, io stordita da quest'incenso d'adulazioni e di corteggio che gli uomini più eleganti, più ricchi e nobili si affollano a bruciarmi ai piedi...
io ho un movimento d'incerto terrore; ...mi pare che debba esser terribile, divorante, questa passione, quando è giunta a tal grado; ...mi pare ch'essa debba assorbire la vita in un bacio di fuoco...
ma in un bacio di tale ebbrezza da sembrare troppo piccolo compenso la vita, e troppo corti i giorni per avvelenarsene...»
«Narcisa!!...», ripeté Pietro colle lagrime agli occhi, prendendole le mani con violenza, mentre avea ascoltato sin allora cogli occhi spalancati e fissi, come pazzo di felicità, e coi gomiti appoggiati sulle ginocchia di lei.
La fata si curvò mollemente verso di lui, e gli posò le braccia sulle spalle...
poi lo sollevò lentamente, con quell'abbandono inimitabile e seducente che le era particolare; e guardandolo sempre col suo sorriso da sirena gli susurrò, quasi sulle labbra, colla sua voce più bella e più carezzevole:
«Son venuta a vedere il tuo gabinetto da studio...
Pietro...».
Quel soffio passò come un vento ghiacciato sul sudore che inondava la fronte di lui, che, impotente a più contenersi, la sollevò, prendendola tra le braccia, come un caro fanciullo, e la divorò di baci, singhiozzando in un sublime delirio: «Tu sei il mio Dio! ed io non avrò mai forza per amarti come vorrei!!!...».
La portiera ricadde ondeggiante dietro di loro.
Pochi giorni dopo, verso il tramonto, due giovani che s'avvincevano colle braccia allacciate, come le rampicanti che coprivano i fusti dei grandi alberi del giardino pensile, appoggiati alla ringhiera di pietra della terrazza, guardavano il sole che tramontava dietro quel mare azzurro che si stendeva immenso ai loro piedi ed ove si specchiavano Ischia e Procida.
Narcisa teneva appoggiata la testa sulla spalla di Pietro, e di quando in quando si aggrappava al collo di lui colle sue candide braccia per passare le sue labbra sulla fronte e gli occhi di lui con mille baci muti della sua bocca tremante che ne formavano un solo.
«Che vita!...
mio Dio! che vita!!!...», mormorava ella soltanto qualche volta.
«Eppure, mio dolce angioletto, quando io bacio questa tua fronte, e mi premo fra le labbra questi capelli, e ti chiudo gli occhi colle mie mani, e mi sento fremere fra le braccia questo tuo corpo da fata...
io non credo, no...
malgrado che io chiuda gli occhi, malgrado che io torturi disperatamente il mio cervello, per crederlo, che ciò che io provo di sì immenso, di sì convulso, di sì spasimante nella voluttà del piacere, nel delirio del godimento, mi viene da te; ...che tutto ciò non è uno splendido sogno della mia fantasia, come ti sognai nel mio dramma...
e ti sognai delirante, stringendomi la testa infuocata fra le mani, premendomi il cuore che sembrava scoppiarmi, seduto sul marciapiede di faccia ai tuoi veroni!...
No...
io non posso credere che quella donna che incontravo al passeggio, al braccio di un altro uomo, fra l'ammirazione di quanti la vedevano, facendo palpitare il mio cuore col fruscio del suo strascico sulle vie;...
che quella donna che vidi al Teatro; che mi passò da presso senza guardarmi; che seguii come un fanciullo, come un cane; ...che non mi stancai a vedere dalla strada, per due mesi intieri, sotto la sua casa, ascoltando il minimo rumore che mi venisse da lei, che mi accennasse la sua presenza facendomi trasalire; ...che quella donna che proferì quelle parole...
quella notte...
dal verone; ...che mi torturò il Cuore colle note strillanti del suo valtzer, quando mi parve che il mio cuore fosse rotto;...
che quella donna ch'io non osavo avvicinare per non rompere il cerchio luminoso che la circondava d'aureola, per non rapirle un atomo di quella atmosfera profumata della quale ci circondava, che faceva il suo prestigio; ...che quella donna che adorai infine come un pazzo, spaventandomi di adorarla in tal modo, è mia!...
mi ama!...
mi è fra le braccia!!...
che io posso chiamarla ogni giorno, ad ogni ora, ad ogni minuto; ...che io ad ogni ora, ad ogni minuto posso udire quella voce che proferì: Quell'uomo è pazzo: che mi dice che m'ama!...
che io posso ad ogni ora, ad ogni minuto vivere la sua vita e suggergliela coi baci delle labbra...
Oh, no! Narcisa...
per credere a ciò bisogna che noi ritorniamo a Catania, che noi abitiamo quella stessa casa che io guardai con più venerazione della casa di Dio; che io respiri l'aria istessa di quelle camere; che mi metta a quel verone, con te, al posto che occupavi seduta sulla poltrona; e che io ti legga, seduto accanto alle tue ginocchia, come quell'uomo...
Bisogna che mi metta con te, di notte, a quell'ora, a quel verone; e che tu ripeta quelle parole infami che io annegherei sulle tue labbra coi miei baci; bisogna che le tue mani ripetano su quel pianoforte le note di quel valtzer che m'inseguirono spietatamente quando fuggivo delirante come se fuggissi il cuore che sanguinava dirotto; bisogna che io mi segga su quel marciapiede, colla fronte fra le mani, come allora; e che io ascolti lo stormire di quegli alberi, il suono di quell'orologio, il murmure lontano di quel mare, il fruscio della tua veste;...
e che io vegga il lume che rischiara la tua camera;...
e che la tua voce soprattutto, la tua voce inebbriante, mi ripeta ad ogni ora, ad ogni minuto, che quello non è un sogno, che io non son pazzo;...
e che le tue labbra, posandosi sulla mia fronte, mi scaccino questo turbine affannoso che mi sconvolge la mente, che mi fa dubitare della mia felicità....»
«Andiamo a Catania!», mormorò Narcisa, dandogli un lungo bacio e bagnandogli la fronte di due lagrime di voluttà.
VIII
Sig.
Raimondo Angiolini - Siracusa.
Catania, *** Agosto 186*
Amico mio,
apro oggi soltanto le lettere che mi son pervenute da due mesi per la posta, delle quali alcune tue e di mia madre sono vecchie da più di 70 giorni.
Povera madre! che avrà pensato di me?!...
Eppure se ella avesse potuto conoscere la felicità del figlio suo, se sapesse i godimenti immensi dei quali mi sono inebbriato, ella sarebbe lieta, quella buona madre, del lungo silenzio del figlio, che le proverebbe ch'egli ha dimenticato tutto onde vivere soltanto per questa vita di cui un'ora vale un secolo, per immergersi tutto in questo sogno febbricitante, in cui i brividi del piacere sono sì potenti da farlo riscuotere gemendo come di spasimo.
Raimondo, se, 15 mesi fa, quando seguitavamo quella sconosciuta, della quale cominciavo a subire il fascino inenarrabile, tu mi avessi detto: «costei, per uno di quei miracoli che provano Dio, avrà una parola, una sola parola per te»...
io non avrei osato lusingarmi di questa speranza...
io avrei temuto di carezzarla.
Ed ora, nel momento in cui ti scrivo, questa donna, che di tutto ciò ch'è leggiadro s'è fatto un corteggio splendido, questa donna che ha il sorriso ammaliatore, gli sguardi inebbrianti col loro raggio pacato, le promesse più affascinanti nel suo voluttuoso abbandono, questa donna mi ama!...
me l'ha detto colle sue labbra posate sulle mie!...
Questa donna io l'ho posseduta; io la possiedo!...
È mia!...
Quel cuore del quale mi spaventavo a scandagliare i misteri reconditi, come se gl'immensi tesori d'amore che vi si racchiudono avessero dovuto annegarmi nei loro diletti sovrumani, quella vita ch'è tutta un fremito di voluttà, io l'ho sentito palpitare fra le mie braccia...
Essa è vissuta sotto il mio tetto; ha passeggiato al mio braccio; ...e le sue labbra hanno chiuso i miei occhi la sera, per riaprirmeli l'indomani!...
Io ho baciato quei capelli, quella fronte, quegli occhi, quelle labbra; io mi son cullata quella testolina sui miei ginocchi, ed ho passato le intiere notti fantasticando cogli occhi fissi in quegli occhi, a leggervi tale amore che mai uomo in terra conoscerà.
Raimondo, sai tu cos'è questa donna?...
È l'amore con tutti i suoi palpiti più arcani e misteriosi; è la voluttà con tutti i suoi sussulti più ardenti; è il delirio con tutti i suoi sogni più febbrili.
Io non arriverò mai a farti immaginare qual fremito di piacere si provi quando quella mano da fata, colle sue unghie rosee, colle sue dita affilate, colla sua pelle rasata e candida si posa sulla fronte; e quando quegli occhi fanno passare nei miei baleni di quest'amore che al primo urto scintillano come il cozzo di due spade, e che inebbriano come un veleno.
Questa donna che vivea pei piaceri, della quale il lusso era il bisogno come l'aria è il bisogno dell'uomo, questa donna non esce più quasi mai; rifiuta tutti gl'inviti; si alza all'alba, per venire ad appoggiare la sua testa sulla mia spalla, mentre io lavoro; per venire a spargermi il tavolino di fiori ch'ella ha colti per me...
per dirmi di quelle parole che ella sola sa dire.
È una vita straordinaria che noi facciamo: una vita che c'invidierebbero molti e che molti compiangerebbero come una pazzia.
A Napoli noi uscivamo qualche volta, la sera, verso mezzanotte, in carrozza, e andavamo a Mergellina per la Riviera di Chiaia.
Io non ti potrei esprimere le sempre nuove sensazioni che costei mi faceva provare, in quell'ora, seduta accanto a me sui cuscini della carrozza.
Noi lasciavamo il calesse per correre, di notte, come fanciulli, tenendoci per la mano, sedendoci a terra quando eravamo stanchi.
Il sole ci sorprendeva spesso ancora passeggiando, come nelle prime ore della notte; e allora noi correvamo a casa per levarci poi alle cinque.
Qualche altra volta uscivamo a cavallo.
Narcisa cavalca come un'amazzone, e noi galoppavamo verso Posillipo.
Io mi spaventavo nel vedere con quale audacia piena di grazia quel fragile corpo che sembra soltanto armonizzato per le più delicate carezze, quella giovane nervosa che sembra vivere una vita a metà aerea come quella di una farfalla, sfidava i pericoli della corsa, superando gli slanci impetuosi di Arbek, il mio focoso cavallo, con tutta la disinvoltura di un cavallerizzo.
Quando ritornavamo, coi cavalli anelanti e coperti di spuma, Narcisa si lasciava cadere nelle mie braccia, avvinghiandomi le sue al collo; ed io la trasportavo, come una bambina, sulla sua poltrona accanto al pianoforte.
La sera facevamo della musica insieme.
Ella è di un gusto squisito, quantunque non possegga tutte le facilità di un pianista.
Quand'ella suona io sto seduto al suo fianco, colle braccia allacciate attorno alla sua vita; ella s'interrompe per guardarmi, per sorridermi; ...e quando mi ha guardato un pezzo, com'ella sola sa guardare, mi chiude gli occhi coi baci.
Colle mie mani fra le sue ha voluto ch'io le narrassi tutta la mia vita, colle più minute particolarità...
Ha sorriso del suo caro sorriso a ciascuna rimembranza delle mie follie di giovinezza, e mi ha detto: «Giammai tu amerai come hai amato me!...».
E come ebbra del suo trionfo mi ha circondato la testa delle sue braccia.
Ora, da quaranta giorni, noi siamo a Catania, dove ad ogni passo io provo delle emozioni ineffabili.
Spesso rimango delle ore intiere a contemplare l'oggetto insignificante che mi ricordo aver veduto quando amavo Narcisa di quel terribile amore senza speranza.
Io ho salito quella scala, ho passeggiato per quelle stanze, ho dormito sotto quel tetto...
ho veduto la sua camera...
Qual camera! se la vedessi, Raimondo!...
Un uomo che non avesse mai conosciuto Narcisa ne immaginerebbe il ritratto fisico e morale quando avesse soltanto veduta la sua camera.
Dappertutto velluti e sete; e, a renderne meno pesante la ricchezza, meno severo e più diafano il colorito, veli dappertutto, e fiori, e un profumo appena sensibile, ma molle, delizioso; il profumo della sua pelle delicata...
L'altra notte udii rumore nel suo appartamento; mi levai anch'io e la trovai al verone istesso dove io la vedevo qualche volta, cogli occhi fissi sulla strada dove altra volta io passavo parte delle notti.
Mi accorsi che aveva pianto.
Come mi vide mi gettò le braccia al collo e scoppiò in singhiozzi.
«Oh! è l'eccesso della felicità che mi fa male!», mi disse.
E l'alba ci trovò ancora a quel verone, abbracciati.
Raimondo!...
Ti svelo un gran mistero del mio cuore, che Narcisa non dovrebbe mai conoscere.
In mezzo a questi deliranti piaceri, in mezzo a questa felicità che il Paradiso non mi potrebbe mai dare, ho un pensiero che mi è quasi terrore, che mi agghiaccia il bacio sulle labbra...
e ciò quando penso che a forza d'inebbriarmi a questa coppa fatata, i sensi dell'uomo, troppo deboli per la piena di tanta felicità, non si istupidiscano nel godimento;...
che io non possa più assorbire in tutti i più squisiti particolari questa rugiada d'amore di cui ella mi abbevera;...
che, infine, (ho terrore di ripeterlo a me stesso!) a forza d'immedesimarmi nella vita di lei, a forza di assorbirne tutte le emanazioni quando me la stringo fra le braccia, io non giunga a rompere quel velo aereo, direi, di cui Narcisa si circonda, e che comanda quasi la semioscurità, l'isolamento, per farla meglio ammirare...
Raimondo, se ciò avvenisse, sento che mi farei saltare le cervella.
Quando le parlo del suo passato ella mi risponde, inebbriandomi del suo sguardo:
«Ciò che io rimpiango sono i giorni che vi ho passato senza di te, e che avrebbero accumulato tesori d'amori e di ricordi trascorsi al tuo fianco».
Io ti ringrazio, amico mio, delle cure affettuose che prodighi alla mia famiglia.
Vicini a te, quei miei cari, io son tranquillo sul loro stato.
Dirai a mia madre che non oso scriverle; e che qualche giorno correrò sino a Siracusa per farmi perdonare il mio lungo silenzio fra le sue braccia.
Addio, addio! Narcisa mi chiama; domani forse ti scriverò più a lungo.
Il tuo Pietro
Sig.
Raimondo Angiolini - Siracusa.
Aci-Castello.
*** Novembre 186*
Signore,
Pietro mi ha parlato sì spesso di lei, che il suo nome è per me quello di un amico.
È come a fratello che io scrivo dunque, o signore...
come ad un uomo che è l'amico del mio Pietro...
E son sola...
e non ho nessuno a cui aprire il mio cuore, per mezzo di cui far pervenire, in queste memorie, i miei ultimi ricordi a lui!
Qual vita ho fatta!...
Dio! Dio mio!...
Mi pareva impazzire dalla felicità; come ora mi pare impazzire dal dolore, quando penso a quelle ore trascorse come baleni nelle sue braccia, a quei suoi baci che sembravano divorarmi, a quelle sue ferventi parole che mi atterrivano quasi colla violenza della sua passione...
a quei sei mesi tutti d'amore di cui noi assorbivamo i giorni con disperato anelito di piacere...
Ed ora...
È triste quello che ho a dirle, signore!...
Oh, è ben triste!...
Io ho soltanto la forza di scriverne poiché è il solo conforto che mi rimanga, poiché questi versi saranno letti da lui...
che, allora soltanto...
forse...
comprenderà di quale amore l'ho amato...; poiché io, infine, vi provo un penoso godimento, dopo quello che mi resta soltanto ad aspettarmi...
Se dieci mesi addietro, quando ero a Catania, avessi potuto sognarmi la vita che ho fatto con questo giovane, io avrei riso di me come una pazza.
Ora piango, signore...
piango lagrime disperate, che cassano le disperate parole che scrivo.
A Napoli lo vidi circondato da quell'aureola che dà la rinomanza dell'ingegno; lo vidi festeggiato, messo in moda.
Pensai che quest'uomo, di cui molte duchesse avrebbero fatto il loro amante, aveva passato quattro mesi sotto i miei veroni; pensai a quest'uomo cui l'amore, ch'io gli aveva ispirato, aveva solcato le guancie ed elevato il cuore sino al genio...
e l'amai...
l'amai come mai avevo amato...
come non m'era parso che si potrebbe amare giammai.
Quest'uomo, questo giovane ch'io non avevo distinto in mezzo alla folla che lo circondava, recava nel cuore tesori ineffabili di passione, in cui assorbiva tutto il mio essere.
Quest'uomo per sei mesi, sei intieri mesi, mi formò una vita di baci e di carezze.
Noi non uscivamo quasi mai.
La sera ci recavamo sulla terrazza che guarda il mare e restavamo là spesso sino a giorno; qualche volta soltanto uscivamo in carrozza o a cavallo, ma sempre assieme.
A Catania noi seguitammo ancora due mesi questa vita incantata che per me sarebbe rimasta un mistero senza di lui.
E poi...
Alcuni giorni dopo Pietro cominciò ad invitarmi ad uscire...
ad andare in società...
Mio Dio! mi pareva che avessi dovuto aver rimorso di quel tempo che bisognava rubare al nostro amore.
Allora egli mi disse che per lui, che dovea farsi un avvenire, era impossibile seguitare a vivere così ritirato dal mondo, e che quest'avvenire gli imponeva qualche sacrifizio; che, infine, per quella sera avea un invito al quale non poteva mancare.
Lo pregai di andar solo, soffocando un penoso sentimento che quasi mi faceva piangere d'angoscia.
Nei primi mesi che noi passammo assieme Pietro non avrebbe pensato a ciò.
Quel fervente amore di lui cominciava dunque a dar luogo ai calmi pensieri dell'avvenire...
Non osai gettare uno sguardo su quel baratro che si spalancava lentamente ad inghiottire la mia felicità.
Quando venne a stringermi la mano, quando udii il rumore della sua carrozza che si allontanava, non potei frenare le lagrime, e mi misi al pianoforte per distrarmi.
Mi venne sotto le mani Il Bacio di Arditi, quel valtzer ch'egli mi fa ripetere sì spesso marcandone il movimento coi suoi baci sulla mia testa.
Quelle note mi parve che piangessero, e chiusi il pianoforte con impazienza.
Lo aspettai al verone sino a mezzanotte: non veniva ancora.
Ebbi timore di lasciargli scorgere il mio affanno, se mi fossi lasciata trovare aspettandolo, mi ritirai nel mio appartamento.
Presi un libro a caso, ma non potei leggerlo.
Verso le tre udii finalmente la carrozza che rientrava sotto il portone, e i passi di lui sulla scala.
Ma egli non venne a cercarmi.
Divorata dall'impazienza, suonai per domandare di lui.
«Il signore è ritornato»; mi rispose la mia cameriera, «ma è rientrato quasi subito nelle sue stanze.»
Non era venuto almeno, come faceva ogni sera, a darmi il bacio della buona notte.
Ebbi un istante il pensiero d'andare da lui, ma lo soffocai, colle mie lagrime, fra i guanciali.
L'indomani, prima ancora dell'alba, ero levata, poiché non avevo dormito un secondo; ed andai ad aspettarlo nel salotto, sperando che anch'egli vi sarebbe venuto.
Egli si alzò soltanto verso le undici, e immediatamente venne a cercare di me.
«Come sei bella, mia Narcisa!», esclamò egli abbracciandomi con effusione; «mi pare di amarti dippiù ogni volta che ti rivedo!»
Alzai gli occhi, umidi di lagrime, su di lui, atterrita dall'idea che quelle parole fossero simulate.
No! non era possibile in lui...
nel mio Pietro!...
il più nobile cuore ch'io abbia conosciuto: era il suo sguardo ardente di passione, e la sua voce che recava l'accento del cuore.
Singhiozzante gli gettai le braccia al collo, come per non lasciarmelo sfuggire mai più, e nascosi la testa nel suo petto.
«Che vuol dire questo pianto?», domandò egli asciugandomi gli occhi coi baci; «son molto colpevole adunque?»
«Oh, no! no!...», singhiozzai; «è che...
quello che provo vedendoti...»
Egli mi abbracciò, muto, senza rispondere, quasi pentito.
Per otto o dieci giorni non mi lasciò più un minuto.
Sentivo che questa felicità sovrumana mi logorava lentamente, e mi dava ogni giorno forze novelle per sopportarne la piena.
Il giorno che ci fu recato un invito per una serata che dava C***, Pietro mi disse:
«Vi anderò soltanto a condizione che ci venga anche tu».
«Perché piuttosto non uscire assieme, a farci una delle nostre passeggiate sì belle?!...
Sai bene che per me i godimenti che dà la società, il gran mondo, non hanno più attrattive...», gli risposi.
«Bisogna forzarti; non puoi vivere sempre come vivi.
Tu sei un angelo di bellezza, ed io sono orgoglioso di te; voglio godere del tuo trionfo.»
«Giacché lo vuoi...», gli dissi reprimendo un sospiro.
«Una sera», seguitò egli tenendosi le mie mani fra le sue, «una di quelle sere in cui ti cercavo come smaniante, avevo perduto la speranza d'incontrarti; quando vidi passare, al braccio del conte, una donna vestita di bianco, con un semplice bóurnous bianco sulle spalle, di cui il cappuccio era tirato sulla testa: avea il corpo svelto ed elegante, l'andatura molle ed incantevole, il sorriso affascinante, alcuni ricci neri scappanti dall'orlo del cappuccio bianco sulla fronte di un candore più puro e direi più rasato.
Eri tu!...
che parlavi a quell'uomo, che sorridevi a quell'uomo...
che non potevi sapere quel che provava quell'incognito che ti passò d'accanto senza che te ne avvedessi.
Sentii stringermi il cuore da una mano di ferro...
Ti seguii trepidante, divorando degli occhi il tuo passo, i tuoi movimenti, il tuo minimo gesto; reprimendo i battiti del mio cuore per udire l'insensibile fruscio della tua veste...
Ti seguii senza speranza che tu ti rivolgessi a vedermi...
Andavi da S***.
Ti aspettai in istrada sino alle tre, ora in cui la tua carrozza venne a prenderti, vedendo passare i fortunati che andavano a quella festa, che dovevano vederti ed esserti vicini; guardando la luce abbagliante che scaturiva dai veroni aperti, le allegre coppie che si aggiravano per le scale; ascoltando il suono di quella musica festante.
Due o tre volte mi sembrò di vedere la tua figura, l'ombra tua, che girava fra le vorticose coppie di un valtzer...
e piansi lagrime ardenti, disperate;...
e passeggiai delirante come un pazzo, sotto quella casa...
Ora voglio che tu ti vesta di quegli abiti, Narcisa; che quel cappuccio bianco copra i tuoi capelli.
Io non posso esprimerti quegli atomi, quelle percezioni di sensazioni ineffabili che provo in queste reminiscenze; cercando d'illudermi spesso sino alla realtà del dolore che provai, per sentire più viva l'ebbrezza della felicità che tu mi dai ora!»
E mi abbracciava, e mi baciava frenetico, ardente.
In mezzo a quelle parole che mi facevano piangere di gioia una frase mi era rimasta fitta dolorosamente come una spina nel cuore: egli avea detto: Non puoi vivere sempre come vivi!...
Quella vita che avea formato il mio paradiso, adunque, quella vita che noi non avevamo vissuto che per amarci, che per comunicarcela l'un l'altro coi baci, non poteva sempre durare...
non era stata che la luna di miele!...
Quando pensai al come vivere un sol giorno senza tal vita, fremetti di terrore, e corsi a vestirmi per nasconderlo a lui.
Uscimmo a piedi lungo la cinta esterna della città, per godere di un magnifico lume di luna.
Pietro si mostrò sì allegro, sì contento della nostra felicità, che per qualche tempo riuscì a scacciare anche i miei tristi presentimenti.
Non seppi nascondergli la penosa impressione che mi avevano lasciato le sue parole: Non puoi vivere sempre come vivi.
«Sì,», mi rispose egli, «i piaceri, le feste, ti sono necessarii, poiché ti fanno brillare come un diamante messo in luce...
sono necessarii al mio istesso amore per provare quello che provavo d'indefinibile nel fascino che ti faceva abbagliante fra tutte le pompe del tuo lusso.»
«Queste parole mi fanno male, Pietro!», supplicai stringendomi contro il petto il suo braccio.
«Perché?», domandò egli sorpreso.
«Perché mi provano che tu non potrai amarmi sempre come mi hai amata, come ormai è necessario che tu mi ami perché io viva!»
«Sei pazza!», esclamò egli, baciandomi sulla bocca.
Rimasi fredda, muta a quel bacio; fissando i miei occhi nella luna per dissimulare ch'erano umidi di pianto.
Le lagrime che solcarono le mie guancie mi tradirono.
«Ma che hai dunque?», esclamò Pietro fermandosi, vivamente commosso, e abbracciandomi: «che ti ho fatto, Dio mio?!...».
«Oh, perdonami...
perdonami!», singhiozzai, premendomi le sue mani sulle labbra; «son io che son folle!...
perdonami, Pietro!...
tu puoi farmi felice con una parola...
Mi ami ancora?...
mi ami sempre...
come mi amavi?...»
Pietro soffocò quelle parole sulle mie labbra coi baci, suggendo avidamente le mie lagrime.
«Oh! che ti ho fatto io per meritarmi questo?!», mi diss'egli colla voce tremante, dominando a stento la sua emozione.
«Non ti adoro come sei degna di essere adorata?!...
Amarti ancora!...
ma ogni giorno che passa è un affetto nuovo che si aggiunge all'immenso affetto di cui ti amo!...»
«Grazie! grazie, amico mio! Tu non sai qual bene mi facciano queste parole...
come io ne avevo bisogno!...
E...
e...
se qualche giorno....
se mai...», ed io stentavo a proferire fra i singhiozzi che mi soffocavano, «tu non mi amassi più, tu non mi amassi come prima, come io voglio essere amata da te...
tu me lo dirai...
dammi parola che me lo dirai!...
meglio questo che l'agonia dell'incertezza.
Tu non sai mentire, Pietro!...
tu me lo dirai!...»
«Narcisa!...»
«Oh! fammela questa promessa, Pietro!...
tu puoi farmi felice con questa parola...»
«Ma sei pazza...
calmati, amor mio...»
«Oh no! te lo chiedo ginocchioni...
promettimi...
promettimi che tu mi dirai...
che me lo dirai quando non mi amerai più!...» E le mie ginocchia, senza avvedermene, si piegarono.
«Mio Dio! Narcisa...
Io non so quello che tu abbia stasera; ma se ciò può farti piacere, quantunque io senta tutta l'inutilità di tale promessa...
se ciò può servire a calmarti...
ebbene!...io te la do.»
«Oh! grazie, grazie!», esclamai baciandolo in fronte, con un doloroso trasporto; «grazie!...
Io sarò più tranquilla!...
potrò almeno godere senza sospetto questi giorni di felicità che puoi darmi...»
«Narcisa!...
per pietà!...»
«Oh, no...
Pietro! non vedi che son felice, ora?!...»
Egli rimase triste e pensieroso lungo tutta la strada.
Io provavo un inenarrabile godimento nell'appoggiarmi al suo braccio, nel sentire palpitare contro il mio polso quel cuore che ancora palpitava per me.
Tre o quattro volte alzai gli occhi su quel volto maschio ed energico che adoravo, che divoravo dello sguardo, come se fossi avara dal bene che possedevo ancora di saziarmene.
«Confessiamo», disse Pietro nel salire le scale della casa ove andavamo, sorridendo ancora con una lieve tinta di mestizia, come per scacciare la penosa preoccupazione che ci aveva invaso ambedue, «confessiamo che siamo pure i gran fanciulli, e che i nostri discorsi sono stati ben singolari per due innamorati che vanno ad una festa da ballo.»
Respirai più liberamente quando la carrozza ci trasportava rapidamente verso la nostra abitazione: mi parea d'essermi levato un gran peso dal cuore col togliermi quella maschera di convenienza che la società esige, e che, quella sera, in mezzo a quella splendida folla, mi era sembrata odiosa.
L'indomani Pietro si rimise a studiare di lena, come non l'avevo mai veduto lavorare.
Io passavo i giorni nel suo gabinetto di studio, disegnando o sfogliando i fiori dei quali era sempre piena la giardiniera che contornava il suo tavolino, e dei quali spargevo le foglie sulla carta in cui egli scriveva; o, quand'egli lo voleva, andavo al pianoforte e gli suonavo il pezzo che [mi] domandava.
Egli usciva sempre la sera per darsi un poco di distrazione, che le occupazioni assidue del giorno gli rendevano necessaria.
Qualche volta l'accompagnavo.
Una sera volli rimanere in casa per vedere ciò che avrebbe fatto: uscì solo.
Quattro mesi prima sarebbe stato più avaro del tempo che avrebbe potuto passarmi vicino.
Di tratto in tratto egli si mostrava preoccupato, quasi triste...
sembrava staccarsi con isforzo alle sue penose meditazioni per prodigarmi ancora quelle sue ferventi carezze, che mi fanno obliare in un bacio tutti i terrori dell'avvenire.
Non potevo esser gelosa...
Alla festa, ove l'accompagnai, avevo veduto le più eleganti e belle dame sorridergli con quella grazia che dà diritti a sperare, prodigargli le più obbliganti attenzioni, e l'avevo veduto rimaner freddo e cortese innanzi a quelle attrattive, cercando avidamente il mio sguardo e il mio sorriso.
Egli è troppo generoso e nobile per potermi parlare come mi parla e guardarmi come egli lo fa se il rimorso di un altro affetto lo facesse arrossire.
No! il mio Pietro è troppo elevato per scendere sino alla dissimulazione...
egli avrebbe piuttosto la forza brutale di abbandonarmi.
Eppure questa certezza, che per molte sarebbe una consolazione, per me è il più crudele disinganno, perché mi toglie persino la speranza dell'avvenire...
Quello che scrivo mi scotta le mani, come mi brucia il cuore...
Avrei sempre la speranza di riavere il cuore di Pietro che si allontanasse da me per un'altra donna, poiché egli dovrebbe, tosto o tardi, accorgersi che giammai, giammai donna potrà amarlo come l'amo io, giammai simile amore potrà suggerire alla donna tutti gli incanti più raffinati per fargli bella la vita, per fargli sentire tutte le infinite percezioni di questo amore colle pulsazioni violente delle sue arterie...
ma Pietro stanco del mio affetto, di me...
Pietro disilluso del prestigio che mi faceva bella ai suoi occhi...
io non l'avrò più!...
mai...
mai più!...
Dio! Dio mio!...
la morte...
piuttosto la morte!...
Alcune notti egli è rientrato assai tardi...
Ho udito che raccomandava di non far rumore per non isvegliarmi...
come se avessi potuto dormire, io!...
mentre soffocavo i singhiozzi nascosta dietro la portiera dell'uscio.
Oh, egli ha potuto pensarlo ch'io dormissi...
prima che egli fosse ritornato!...
È desolante, è spaventevole tutta questa insensibile gradazione che ogni giorno sempre più assopisce nel suo cuore tutte quelle sensazioni minime, delicate, squisite, che la passione suscita e sublima, e che muoiono con essa...
È dunque morto il suo cuore per me...
Dio mio?!...
No! egli mi ha parlato ancora di quelle parole, tenendo la mia mano fra le sue, fissandomi sempre del suo sguardo, che avea tutta l'espressione d'allora...
Ma ciò, non è durato sempre!...
sempre!...
a dissetarmi di questo bisogno ardente che ne ho!...
Quando gli parlo della sua tristezza, della sua preoccupazione, della sua freddezza sin'anche, egli si mostra qualche volta come impaziente, e dissimula appena una lieve tinta del dispetto che prova di non saper meglio nascondere le sue impressioni, lo leggo chiaramente nel suo cuore: egli ha ancora la generosità d'imporsi per me un sentimento che non prova, di nascondermi quelle illusioni perdute che egli si rimprovera come una colpa sua, colpa che però non ha, di cui il pentimento gli dà la forza di stordirsi nelle mie carezze sino alla febbrile e quasi ebbra eccitazione che può scambiarsi coll'esaltazione della passione.
Un giorno era uscito prima ch'io fossi levata, e avea mandato a dirmi che, invitato da alcuni amici, avrebbe desinato fuori.
La sera non era ancora venuto a vedermi; verso le 9 feci attaccare, impaziente d'attendere più oltre, e andai a cercarlo dove sapevo trovarsi ogni sera.
Feci fermare il legno dinanzi il Caffè di Sicilia e mandai il piccolo jockey a cercarlo; egli si alzò subito da un crocchio d'amici, fra i quali era seduto, e venne a mettersi in carrozza con me.
«Ti chiedo mille scuse, mia cara, della noiosa giornata che ti ho fatto passare», mi diss'egli; però distinsi nel suo accento una sfumatura d'impazienza.
Io gli strinsi la mano, poiché ero assai commossa, e non risposi.
La carrozza attraversò tutto il corso Vittorio Emanuele e prese la strada d'Ognina.
Fuori l'abitato volli scendere e prendere il braccio di lui.
Il calesse ci seguì ad una cinquantina di passi.
Entrambi sentivamo di avere un penoso discorso da intavolare, che non avevamo il coraggio d'incominciare, e che perciò ci faceva rimanere in silenzio.
Provavo il bisogno però di parlargli, di aprirgli il mio cuore; per averne la forza pensai alle sere istesse passate al fianco di lui...
sere di cui le rimembranze erano ancora palpitanti di piacere, e a misura che il mio pensiero le vedeva più vive, che il mio cuore batteva più forte, che i miei occhi si velavano di lagrime, io mi stringevo al suo braccio come fuori di me, come se avessi voluto con quella stretta attaccarmi a quel passato che idolatravo; infine non potei più frenare i singhiozzi.
Pietro si fermò in mezzo alla strada, commosso profondamente, ma non sorpreso da quella scena che forse si aspettava.
«Che hai dunque, Narcisa», esclamò egli, prendendomi le mani.
«Oh, Pietro!», esclamai infine, «tu non sei lo stesso di prima!...
No! tu non mi ami come prima!...»
«Narcisa, tu sei folle coi tuoi dubbî penosi...
Se non ti amassi come prima, potrei fare la vita che faccio?...»
Queste parole, che cercavano di esprimere un pensiero consolante, erano dure per me; esse parlavano di quella vita che avea fatto la nostra felicità come di un sagrifizio.
«È vero dunque», proseguii, «questa vita ti è penosa?!...
tu sei stanco di farla?!...»
«Ascoltami, Narcisa!», interruppe egli, stringendomi le mani, quasi avesse voluto infondermi forza per ascoltare quello che aveva a dirmi, e raddolcire quanto vi poteva essere di amaro; «non si può sempre vivere di questa vita che noi abbiamo fatto, che è la mia più dolce memoria, senza avere delle ricchezze, che io non posseggo, e neanche tu, e le possedessi, io non potrei accettarle da te; bisogna che io mi faccia una posizione, che risponda alle aspettative che si sono potute basare sul mio primo lavoro, che è bello del tuo riflesso soltanto.
Per ciò fare bisogna piegarsi un poco a tutte quelle convenienze che la società esige rigorosamente.
Io ho dimenticato tutto per te, sei intieri mesi: gli amici, il mio avvenire, gl'impegni assunti; anche una madre che adoravo, la più buona, la più santa fra le madri, che avea pur diritto all'amore del figlio suo, e che sei intieri mesi non ha avuto una parola da lui, non l'ha abbracciato una volta...
Oh, credimi, Narcisa...
è colla più viva commozione, colla più profonda riconoscenza anche, che io rammento questi sei mesi d'amore...
Ma perché quest'amore istesso duri con tutti i suoi incanti bisogna che esso sia assaporato lentamente: in fondo all'ebbrezza che stordisce si trova presto la disillusione che uccide l'amore...
ed io voglio amarti sempre, mia Narcisa!»
Soffocai i miei gemiti col fazzoletto, e rimasi muta, pietrificata dinanzi a lui che mi stringeva ancora le mani, e mi fissava quasi avesse voluto leggere nei miei occhi.
Dio mio! quello che soffersi in quel punto, credo che non potrò soffrirlo mai più...
neanche al momento...
Quand'ebbi la forza di parlare gli dissi tristamente, divorando tutta l'estensione del mio dolore per nasconderglielo:
«Se mi amassi ancora, come dici, non avresti mai proferito ciò...».
«Narcisa!», replicò egli, tradendo una viva impazienza, «non son uso a mentire...
mi pare...»
«Oh, no! tu non mentisci...
o piuttosto tu vuoi ingannare te stesso, perché hai pietà di me...
Grazie, Pietro!»
«Io avrei dovuto parlarti da qualche tempo su questo proposito», mi diss'egli; «ho temuto sempre di farti dispiacere, ed ho indugiato.
Tentai di lavorare per adempiere in parte agli obblighi impostimi, ma ti confesso che nulla mi è riuscito...
Mia madre mi ha scritto molte volte le più calde preghiere perché io vada ad abbracciarla...»
Egli avea esitato a proferire l'ultima frase, e l'avea poscia pronunziata colla precipitazione di colui che prende una risoluzione decisiva.
Mi aggrappai al suo braccio, poiché sentivo le gambe piegarmisi sotto.
«È giusto», mormorai quindi a metà soffocata; «tua madre, ha ragione!...»
Ebbi il coraggio supremo di non piangere.
Egli rimase muto, facendo sforzi visibili per dominare la sua commozione.
«Mi accorderai almeno quindici giorni prima di partire?», gli diss'io, gettandogli le braccia al collo, piangendo in silenzio.
«Oh, amor mio!», esclamò Pietro quasi con le lagrime agli occhi, «non credevo di essermi meritate tali parole!...»
«Ebbene!...
fra quindici giorni tu partirai per vedere tua madre!...»
Volle abbracciarmi, come per ringraziarmi del sagrifizio che gli facevo, ma mi allontanai di un passo, supplicandolo colle mani giunte di non farlo.
Temevo di perdere la forza della mia risoluzione in quell'abbraccio, al quale mi sentivo spinta violentemente da tutte le passioni, suscitate sino al parossismo, che tumultuavano in me.
Egli rimase sorpreso e colpito da quell'apparente freddezza, e m'accorsi ch'era anche indispettito.
«Grazie!», mi rispose fremente.
E rimase muto...
E non una parola di più...
come se avesse temuto ch'io mi pentissi di ciò che gli avevo accordato.
Ripresi il suo braccio per continuare a passeggiare, mentre non avevo la forza di trascinarmi.
Lo guardavo: era freddo, pensieroso, quasi cupo.
«Oh, Pietro!...», gridai quindi singhiozzante, non sapendo più frenarmi, avvinghiandogli le braccia al collo; «mi ami?...
mi ami come prima?!...
Oh, Pietro!...
una volta mi promettesti, mi giurasti...
che m'avresti confessato quando tu non mi avresti amato più...
come prima...
Pietro!...
confessalo che non mi ami più!...»
«Narcisa! te ne supplico...
queste parole mi fanno male!», m'interruppe egli impallidendo.
«Oh, per pietà!...
per pietà, Pietro! Me l'hai promesso...
me l'hai giurato!...
Sii uomo!...
dillo, dillo che non mi ami più!...»
Invece di volere questa conferma al mio doloroso sospetto, attendevo, con ansia smaniosa, una parola in contrario, che avesse potuto farmi gettare nelle sue braccia, delirante di passione.
Egli esitò...
egli non l'ebbe;...
e rimase muto, immobile...
come combattuto da un'interna tempesta...
«Non ha dunque cuore quest'uomo!», gridai come una pazza, dopo avere invano atteso, in una terribile angoscia, col petto anelante, le mani giunte, le lagrime agli occhi, quella risposta.
Non ha cuore per comprendere quello che si passa nel mio, per farmi felice anche con una menzogna! avevo detto in quelle parole.
Quelle parole però mi perdettero.
Pietro non capì il vero senso appassionato, addolorato, ansioso, che dava loro il mio cuore in quello stato, proferendole; egli capì soltanto tutto quello che vi è di duro, di sprezzante, d'insultante anche - sì, d'insultante - in queste parole prese alla lettera, che parevano dire: Siete un vile! mentre avevano detto: Non avete pietà di me?
Egli si levò pallido, coll'occhio, un momento innanzi umido di lagrime, asciutto e quasi fosco, coi lineamenti duri e severi; egli...
quest'uomo! ebbe la forza di dirmi colla sua voce più calda ed incisiva:
«È forse meglio che ci separiamo, Narcisa».
Ebbi paura di lui.
Non potrei mai riprodurre tutto quello che vi era di lacerante in quelle fredde parole che soffocavano in lui il risentimento, che fa supporre pur sempre l'amore, per esprimere la calma ed inflessibile decisione della mente.
Mi sentivo morire, e caddi annichilata sul muricciolo accanto alla strada; Pietro mi diede il braccio, mi sollevò, e mi strascinò quasi sino alla carrozza.
Là, inginocchiata sul tappeto, col volto nascosto fra i cuscini, piansi lagrime ardenti, disperate.
Ora che ci penso a mente più serena, io non risento tutto il pentimento di quelle parole, delle quali gli chiesi perdono a mani giunte, colle espressioni più umili, e che mi parvero aver deciso la mia condanna; se Pietro mi avesse amato ancora, egli non avrebbe dato la significazione letterale a quelle parole;...
se il suo cuore non fosse stato morto per me, egli non avrebbe potuto prendere quella risoluzione.
Era finita dunque per me!...
per sempre!...
ed io, folle!...
folle!...
gli chiedevo ancora quella franca confessione che mi ero fatta promettere in un delirio d'amore, come se le parole avessero potuto illudermi, quando tutto parlava in lui chiaramente.
Passai una notte d'inferno, lacerando coi denti il merletto dei guanciali inzuppati di lagrime.
Quando il chiarore incerto che penetrava dalle tende del verone cominciò ad oscurare il globo d'alabastro della lampada da notte, mi alzai, ancora vestita degli abiti che indossavo la sera scorsa...
Esitai un istante prima di tirare il cordone del campanello: volevo illudermi ancora su tutta l'estensione della mia sventura.
«È alzato il signore?», domandai alla cameriera che veniva a prendere i miei ordini.
«Anzi Giuseppe, il suo cameriere, crede che non sia nemmeno andato a letto; poiché l'ha udito passeggiare tutta la notte.»
Fui commossa profondamente; dunque anch'egli avea provato tutta la lotta di quella disperata passione!
Mi acconciai allo specchio, con triste civetteria; non volevo accrescere il suo dolore colle tracce del mio; volevo attaccarmi a lui con tutte le risorse di quell'eleganza che egli avea tanto ammirato in me; e passai nelle sue stanze.
Lo trovai che scriveva, seduto al tavolino nella sua stanza da studio, con un lume ancora acceso dinanzi, sebbene morente.
Oh, signor Raimondo, mi perdoni questi dettagli, sui quali insisto con il doloroso piacere che si prova a ritornare sui particolari di care e malinconiche rimembranze.
I fiori che ornavano ogni mattina la giardiniera, situata a semicerchio attorno al suo tavolino, quei fiori fra i quali egli s'immergeva, direi, quando si metteva a scrivere, e che avvolgevano i suoi sensi in un vapore di colori e di profumi, e suscitavano mille indefinite percezioni nella sua mente; quei fiori dei quali egli avea detto di aver bisogno come dell'aria per lavorare e per pensare a me, erano appassiti; le tende delle finestre chiuse, sicché eravi quasi buio nella stanza; attraverso l'uscio aperto della sua camera da dormire vidi il letto scomposto, colle lenzuola lacerate e cadenti a terra, ed un cuscino sul tappeto, accanto ad una poltrona rovesciata.
Pietro mi voltava le spalle, colla testa appoggiata fra le mani; avea dinanzi un monte di quaderni e di fogli di carta, dei quali alcuni lacerati; sul foglio che gli stava sotto la mano era scritta l'intestazione di una lettera e tre o quattro versi cancellati.
Egli non mi udì avvicinare, e si riscosse bruscamente quando mi vide vicino a lui.
Poscia si alzò e venne a stringermi la mano, sorridendo tristamente.
«Volevo venire a farmi perdonare le mie cattiverie di ieri sera...
però non potevo supporti alzata a quest'ora.»
«Non ho dormito, Pietro...», gli risposi colle lagrime agli occhi.
Egli volse i suoi in giro per l'appartamento, quasi avesse voluto nasconderne il disordine; li abbassò, e rimase muto.
Non avea voluto confessarmi che ancor esso avea sofferto; sentii stringermi il cuore dolorosamente.
Venni ad appoggiarmi alla sua spalla, come nei bei giorni in cui sentivo un brivido percorrerlo allo sfiorargli il volto coi miei capelli, e lo guardai in silenzio, spalancando gli occhi per dissimularne le lagrime.
Vidi lo sforzo ch'egli faceva per contenersi, baciandomi sulle labbra; ma quel bacio commosso non aveva il febbrile trasporto di una volta, che gli avrebbe fatto stringere il mio corpo fra le sue braccia fino a soffocarmi...
Fu solo...
quasi triste...
«Tu scrivi?», gli diss'io con un coraggio di cui non mi sarei creduta mai capace.
Come colto in fallo egli abbassò gli occhi sulle carte che gli stavano ammonticchiate dinanzi alla rinfusa, e rispose con un cenno del capo, quasi avesse dubitato di avere la mia forza.
«Scrivi a tua madre, Pietro?...
Le hai detto che fra quindici giorni sarai da lei?...»
Questa volta egli non rispose e si recò la mia mano alle labbra.
Mi portai l'altra al cuore, per comprimere i battiti, dei quali il rumore mi spaventava.
Oh, signor Raimondo...
un uomo di ferro avrebbe avuto pietà di quest'agonia straziante, che mi affascinava però colla forza stessa del dolore, che mi strascinava a misurare tutta l'estensione della mia disgrazia...
Pietro!...
egli!...
non ebbe pietà di quest'agonia, che pure avrebbe dovuto indovinare dalla calma disperata del mio accento, dal tremito convulso delle mie braccia, che si appoggiavano alla sua spalla, dalla terribile tensione del dolore che inaridiva le lagrime sulla mia orbita...
Egli non ebbe una parola...
una sola!...
o piuttosto non ne ebbe la forza...
Egli rimase colle labbra fredde e tremanti sulla mia mano, che recava quella percezione al cuore come una stilettata, cercandovi forse la forza di rispondermi.
Un impeto cieco, disperato mi spingeva.
«Son venuta a chiederti una grazia Pietro», gli dissi; «questi ultimi quindici giorni che hai avuto la bontà di concedermi...
io...
io vorrei passarli in Aci-Castello...
su quella bella spiaggia che visitammo sì spesso nelle nostre passeggiate notturne...
Siamo ai 28 di Ottobre, il 13 di Novembre partirai.»
Speravo ch'egli, soffocandomi dei suoi baci, avesse annullata la sua risoluzione della sera...
Non fu nulla di ciò...
«Oggi stesso manderò Giuseppe ad affittarvi un casino»: mi rispose stringendomi le mani e figgendomi gli occhi in volto, come cercandovi la spiegazione di quel desiderio; «e domani partiremo.
Vuoi che usciamo assieme oggi?»
Quella domanda fu il mio colpo di grazia: quando egli mi amava come un pazzo mi avrebbe pregata di non uscire; in appresso non mi avrebbe fatto quella domanda poiché non si sarebbe potuto supporre che l'uno di noi potesse uscir solo...
negli ultimi giorni mi amava ancora abbastanza per non propormi una passeggiata come un compenso, come per ringraziarmi del sacrifizio che gli facevo, ciò che equivaleva a dichiararmela una compiacenza, come avea fatto in quel momento.
Mi voltai a cogliere un fiore da un vaso di porcellana per recare il fazzoletto alla bocca...
Mi sentivo soffocare...
Ebbi appena la forza di mormorargli: «No...
no...
grazie...
Non uscirò tutta la giornata...».
Io stessa non udii il suono di quelle parole...
Forse neanche egli le avrà udite...
Uscii barcollando, operando uno sforzo supremo per dominare il mio dolore immenso, aggrappandomi alle tende che incontravo per non cadere...
Nel mio salotto caddi su di una duchesse, annichilata.
Pietro passò al mio fianco tutto il giorno.
Mi faceva una pena orribile a vedere gli sforzi che faceva per contenere la sua commozione, per combattere la lotta che ferveva in lui, per mantenersi saldo nella risoluzione che parea essersi fissata, e che quei momenti avevano fatto ondeggiare in lui...
Egli fu amoroso con me, come si può esserlo sino ai limiti della commozione, senza il trasporto però della passione, di quell'amore caldo, cieco, irresistibile, quale egli me l'avea fatto provare, quale ormai m'era necessario per vivere, quale avrebbemi fatto dimenticare, almeno per un'ora, in un bacio, tutta l'estensione dell'immensa sventura che mi percuoteva.
Egli non ebbe una parola, non una sola parola che alludesse alla nostra separazione; ma neanche un'altra che la facesse mettere in dubbio.
Un momento mi parve cattivo e spietato quell'uomo che non mi amava più.
Poi gli baciai le mani, delirante, piangendo a calde lagrime; gli avvinghiai le braccia al collo e lo soffocai quasi fra le mie lagrime e i miei baci, come se avessi voluto farmi perdonare la triste impressione di quel momento.
Giammai! giammai io ho amato Pietro di quest'amore immenso, frenetico, divorante di cui l'ho amato in quel punto...
L'indomani partimmo per Aci-Castello.
No! se anche scrivessi questi versi col sangue che tale tortura ha stillato dal mio cuore, io non potrei arrivare a descrivere tutto lo strazio ineffabile di quest'agonia immensa che è durata 15 giorni; in cui ho dovuto divorare le mie lagrime, soffocare gli urli disperati del mio cuore, perché m'impedivano di vedere, di sentire come ogni ora di più il cuore di lui s'allontanasse dal mio; come quelle sensazioni impercettibili, che formavano l'amore sovrumano di cui quest'uomo mi adorava, andassero morendo in lui...
Io non potrò esprimere quello che ho provato di orribile in tutta l'intensità del dolore, quando, con la terribile lucidità che mi dà la mia angoscia, ho letto chiaramente in quel cuore...
troppo chiaramente, per mia sventura!...
la sorpresa, la tristezza di lui, direi anche il rimorso delle perdute illusioni del suo amore di un tempo che cerca invano...
Io l'ho veduto, quell'uomo, quel cuore, chiudere gli occhi, immergersi nel vortice delle più tempestose carezze, soffocarmi coi più febbrili trasporti...
frenetico...
furibondo quasi, cercando quelle illusioni che avea adorato in me...
e nulla!!...
nulla!!...
e staccarsene pallido, annichilato...
quasi piangendo come un fanciullo, guardandosi attorno come smemorato, come cercando ancora quelle sensazioni che non sa più trovare in me...
e che io!!!...
disgraziata!!...
io non posso più dargli!!...
Oh, signore! nessuno!...
no! nessuno potrà mai arrivare a comprendere la sublime agonia di quell'istante!
Dio!...
Dio mio!...
se impazzissi!
No! Dio non è giusto! No! Dio non ha pietà di questo dolore sovrumano!
Pietro è triste, malinconico ogni giorno di più; la pietà istessa che risente di me, di quest'amore di cui l'amo, ch'egli comprende, e del quale non può contraccambiarmi, malgrado tutti i suoi sforzi generosi, questa pietà lo distacca da me, lo fa fuggire, come se temesse di trovare un rimorso nei miei occhi, che, Dio sa con qual coraggio, gli nascondono quello che si passa in me.
Egli è sdegnato contro se stesso e dolente della simulazione che deve imporsi per compassione di me, delle menzogne che deve giurarmi col volto cosperso del rossore della vergogna.
La notte lo sento passeggiare spesso sino all'alba, ora in cui parte per la caccia, e non ritorna che a sera, stanco, spossato, come se avesse voluto nella stanchezza dei sensi addormentare il rimorso del suo amore perduto, e trovarvi una pace che la tempesta delle sue passioni non gli accorda giammai.
Eppure, dopo queste corse che hanno gonfiato i suoi piedi, che hanno logorato le sue forze sino alla prostrazione, egli non trova sonno nel letto...
egli si stanca ancora a passeggiare per la sua camera...
Qualche volta ho trovato l'indomani il suo fazzoletto e i suoi guanciali umidi: al sapore acre ho conosciuto che erano lagrime...
Lui! questo carattere orgoglioso e forte, quest'uomo di ferro...
ha pianto!...
ha pianto di dolore, di rimorso, di rabbia, per quest'amore che gli sfugge, che vorrebbe imporsi.
No!...
tale martirio non può durare per entrambi...
Io sarò forte!...
sì, quest'amore istesso me ne darà la forza.
Morire, mio Dio! morire nelle sue braccia almeno...
addormentata dalle sue carezze!...
Abbiamo passato 13 giorni su questa spiaggia che mi sembra deliziosa, malgrado le ore crudeli che vi ho provate.
Si dice che il dolore rende fosche le tinte più brillanti del luogo ove si prova...
Anch'io ho sentito ciò altravolta; ma qui, in questi ultimi giorni, questi luoghi io li ho amati nei loro minimi particolari; forse perché mi è caro anche il dolore di quest'agonia che posso provare vicino a lui.
Nel momento in cui scrivo per parlare di lui, per illudermi con lui...
sola, di notte, nella mia camera da letto...
vedo, attraverso le tende della mia finestra aperta, sbattute dal vento tempestoso di questi ultimi giorni d'autunno che spoglia gli alberi delle foglie, la massa antica, imponente, severamente e grandemente poetica del vecchio e rovinoso castello che pende da una balza sul mare; coi suoi muri massicci e screpolati, sui quali stridono i gufi in mezzo alle ginestre che vi germogliano, che disegnano la loro massa bruna su questo cielo trasparente ove risplende la più bella luna del mondo; con questo mare immenso, lucido, che da questa lontananza sembra calmo e lievemente increspato, e che muggisce colla sua voce potente fra i precipizii dell'abisso che circonda le fondamenta del castello.
L'altro giorno volli vedere questo castello a metà distrutto, su cui sembra talvolta vedere ancora passeggiare le scolte luccicanti di ferro fra i merli dei torrioni; che mi fa vivere in mezzo agli uomini d'una volta che l'hanno abitato, coi vivi ricordi che tramanda e che sembrano infondersi incancellabilmente alla sua vista.
Pietro volle dissuadermene, dicendo che la strada per giungervi era molto pericolosa per una donna.
«Non sarai tu con me?», gli dissi, come se mi fosse stato impossibile un accidente vicino a lui, o come se quest'infortunio avessi dovuto amarlo dividendolo con lui.
Egli...
costui, cui l'amore avea dato squisite percezioni, cui avea fatto oprare un miracolo di genio e di sentimento nel suo dramma, capì appena tutto il senso di quelle parole.
Mi diede il braccio, come per nascondermi il suo imbarazzo, e mi accompagnò alla salita che precede l'ingresso della rocca.
I muri della torre principale che guardano il paesetto sembrano di un'altezza smisurata, guardati dal basso, in quel punto, elevati come sono su di un immenso scoglio che dalla parte del mezzogiorno sospende le sue torri sul mare.
Due tavoloni di querce sono gettati su di un arco in rovina per traversare l'abisso orribile che si stende al di sotto, in fondo al quale mormora il mare in un sordo rumore, e che fa venire le vertigini al solo guardarlo.
Pietro passò innanzi e mi porse la mano raccomandandomi di non guardare il precipizio per non avere la vertigine; all'incontro io provavo un'affascinante sensazione nel mirare quella gola oscura, a quasi duecento piedi sotto di noi, ove, fra le acute punte degli scogli, biancheggiava la spuma minuta delle onde rotte e imprigionate nella caverna, su cui l'assito che ci sosteneva si piegava sotto il peso dei nostri corpi scricchiolando.
«Se cadessimo qui, abbracciati!», esclamai io quasi involontariamente, stringendo la mano di Pietro che mi guidava.
Mi pareva più dolce quella morte, e preferibile alle torture che provavo, e che supponevo anche in lui.
«Quale pazzia!», mormorò egli stringendo il mio braccio, come per prevenire l'effetto di un capogiro, e accelerando il passo, che avea reso ardito e sicuro, quasi per garentire la mia vita ch'eragli sospesa.
Egli non ha detto: Che cara pazzia!...
Ha detto semplicemente: Quale pazzia!...
Ho veduto dalla sommità di quelle torri questo mare azzurro che si confonde con il ceruleo dell'orizzonte, che si stende nella sua grande immobilità in lontananza e freme e spumeggia ai miei piedi; ho veduto quelle barche che sembravano giocattoli da quell'altezza, quel litorale sparso di ville e di paesetti, e Catania...
Catania ove Pietro mi aveva tanto amato....
Vi fissai un lungo sguardo, non avvertendo le lagrime che bagnavano le mie guance.
«Che guardi?», mi domandò egli, come se mi avesse domandato: Perché piangi?
«Catania!», risposi colla voce ancora tremante.
Egli sentì forse tutto quanto vi era di passione e di rimembranze in quella parola; e lo provò anch'egli fors'anche in quel momento, poiché soggiunse, come cedendo ad una generosa risoluzione:
«Vuoi che ritorniamo a Catania?».
Non risposi e restai cogli occhi umidi e fissi sul golfo in fondo al quale biancheggiavano le cupole che indicavano la città, appoggiandomi al braccio di lui.
Sentivo quanto vi era di nobile sacrifizio in quella proposta; ciò ch'escludeva l'amore, ch'era quello che mi bisognava.
«Dov'è Siracusa?», domandai poscia, come non accorgendomene, cedendo ad un intimo impulso.
Pietro mi additò un punto tra mezzogiorno e ponente, dietro il Capo Passero che si vedeva distintamente, ove dovea essere il suo paese natale.
«Perché non mi conduci a Siracusa piuttosto?», gli dissi gettandogli le braccia al collo, singhiozzando e fissando nei suoi i miei occhi brillanti di lagrime.
Egli abbassò gli occhi, baciandomi le mani, e rispose, dopo avere esitato un istante:
«Se lo vuoi...».
«No! io non lo voglio...
Ciò che io voglio è il tuo amore! il tuo amore sfrenato, ardente, quale lo sentivi per me, quale cerchi ancora come smanioso e non sai più trovare, quale io spero qualche volta illudendomi, e tento tutte le occasioni per travedere in te...
e non m'accorgo, pazza, disgraziata ch'io sono, che tu non lo trovi...
che tu hai la generosità, la nobiltà di fingerlo meco; ciò di cui senti rimorso;...
e che tutto...
tutto!...
perfino le tue carezze, perfino i tuoi sacrifizii mi dimostrano che tu non senti più per me...»
«Partiamo!», soggiunsi poco dopo strascinandolo pel braccio, soffocando l'emozione che sentivo prorompere nell'eccitazione della corsa, poiché mi sentivo morire.
L'ultimo raggio di sole rischiarava ancora i merli della più alta torre, e nell'abisso che dovevamo traversare era buio profondo; e gli echi ne erano mugghianti; e gli sprazzi di spuma biancheggiavano come giganteschi fantasmi.
Un momento mi sembrò che l'immenso fascino di quello spaventevole abisso attraesse l'abisso doloroso del mio cuore; che quei bianchi fantasmi mi stendessero le braccia come a prepararmi un letto eterno che dovesse accogliermi assieme all'uomo che adoravo tanto più freneticamente quanto più lo vedevo allontanarsi da me...
Un momento il mio piede si stese sul precipizio e la mia mano strinse più forte la sua per allacciarlo in un modo che nulla sarebbe valso a rapirmelo mai più...
«No! no!», gridò il mio cuore gemente, «no!...
ch'egli viva! ch'egli sia felice!...
io non potrò mai essergli grata abbastanza dei giorni che mi ha dato, dei sacrifizii che ha avuto la bontà d'imporsi per me!...
Ch'egli sia felice...
anche con un'altra!...»
Un'altra!...
Ecco quell'idea terribile, sanguinosa, che mi ha attraversato il cuore come un ferro infuocato, e alla quale non avrei forse saputo resistere se ci avessi prima pensato...
Mi avvidi, quasi con gioia, come se fossi stata salvata da un immenso pericolo, che camminavamo sul selciato della strada.
Una o due volte, in quella notte agitata e febbrile passata al davanzale della mia finestra, ho avuto dei momenti di speranza, d'illusione...
speranza tale che mi faceva mettere dei gridi di gioia, che mi faceva comprimere le tempie fra le mani, quasi le arterie che battevano di felicità minacciassero di sconvolgermi la ragione...
Egli mi avea proposto di accompagnarmi a Catania!...
egli aveva avuto forse un istante d'amore per me!...
dell'amore di una volta!...
Oh! Dio! Dio!...
morire almeno in tal momento!...
Ieri volli uscire con lui; volli fare una passeggiata in barca.
Egli prese i remi, ed entrambi, soli, ci cullammo nella piccola barchetta da pescatori su quelle onde azzurre come il cielo.
Quand'egli è solo, pensieroso, vicino a me...
provo un momento di dubbio, d'incertezza...
Mi pare di sperare, mi pare di averlo mio! tutto mio!...
e che nulla abbia potenza di strapparlo all'amplesso frenetico delle mie braccia.
Appena fummo al largo egli lasciò i remi e venne a prendere la mia mano.
Lo guardai come non l'avevo mai guardato: sentivo che non potevo amarlo più di quanto io l'amavo in quel momento; mi pareva impossibile ch'egli dovesse lasciarmi il dopodomani.
Egli baciava le mie mani, e sostava per guardarle in silenzio, come se avesse temuto di alzare gli occhi nei miei, e per tornare a baciarle...
Le sentii umide delle sue lagrime.
«Pietro!», esclamai palpitante di una sublime emozione, mentre tutti i pori del mio cuore si dilatavano ad assorbire le inebbrianti emanazioni di una lusinghiera speranza: «ieri ti pregai di condurmi a Siracusa...
con te...».
Egli non poté più frenare il pianto, e scosse la testa tristamente.
«Impossibile!», mormorò con un soffio appena intelligibile.
«Impossibile?...», ripetei radunando tutte le forze di cui mi sentivo capace; «e perché, Pietro?!...»
«Oh! grazia! grazia, Narcisa!», singhiozzò egli stringendomi fra le sue braccia, nascondendo la sua testa nel mio petto; «grazia!...
io sono molto vile!!...»
Era orribile a vedersi l'angoscia disperata di quel volto energico, l'annichilamento completo di quel carattere di bronzo.
«Sì, io sono vile! io son colpevole! io sono infame!...», seguitò con voce delirante: «oh! grazia, Narcisa!...».
L'amavo tanto che non sentii tutto lo spasimo sublime che quelle parole mi facevano provare: ebbi soltanto pietà di lui.
Lo abbracciai, piangendo anch'io, tremando convulsivamente del suo tremito, mischiando le mie labbra alle sue.
«Dillo! Pietro...
dillo!», gridai con disperato sforzo di volontà, «tu non mi ami più!...
tu non mi ami più come prima!».
Egli rimase abbattuto, in silenzio, sulla panchetta della barca.
Quel silenzio durò cinque minuti.
Quando risollevò il volto fui atterrita dallo spaventevole pallore che copriva i suoi lineamenti solcati profondamente.
«Ascoltami, Narcisa!», cominciò egli con voce solenne, quasi calma: «io ho un sacro dovere di gratitudine verso di te...
dovere che mi fanno caro le reminiscenze che non potrò dimenticare giammai, e che formano ora il mio inferno...
Eppure, te lo giuro sul mio onore, io non mi trovo colpevole...
no!...
che soltanto queste reminiscenze mi restino ora vicino a te...
Tu hai il diritto di disporre di me, in tutto...
Io sacrificherò al dovere quello che avrei sacrificato all'amore, e farò quanto è possibile all'uomo per renderti la tua felicità.
Ho tanto provato di sì immenso nella voluttà del godimento, nel delirio dell'esser felice, che forse all'uomo non è concesso di godere...
e Dio mi punisce, col soffiare su tutte quelle sensazioni che formavano il mio amore...
che cerco invano da due mesi...
e spegnerle per me.
Nel tremito ardente delle tue labbra, sul tepore della tua pelle rosata, nelle nervose e convulse pressioni delle tue braccia, nel delirio fervente delle tue carezze, ho cercato invano un atomo, un atomo solo, di quello che provavo d'arcano, d'indefinibile, di più che terreno, quando, seduto sul lastrico della strada, ti vedevo al verone, ciò che formava il delirio dei miei sogni; che nei primi trasporti del possederti, quando mi pareva di divenire folle per la felicità dell'amor tuo, io provai sino a quel parossismo del godimento che ci annienta, direi, nel godimento istesso, e che ci lascia sbalorditi della sua estensione.
Io ho cercato invano questo profumo, questo vapore che ti circondava d'incenso come gli angeli, e in cui non osavo immergermi per timore di perdervi la ragione o di perdervi l'illusione...
È duro, è crudele quello che dico...
ma tu hai mente per apprezzarlo e cuore per perdonarmelo...
come mi hai perdonato tutto quello che ti ho fatto soffrire da due mesi, che mi sono rimproverato, e di cui il rimorso mi lacera...
Quello che io piango, Narcisa, è l'amore che ho provato e che non posso più trovare...
che cerco assetato per inebbriarmene, poiché la sete che ne ho è ardente, divoratrice, e che mi fugge sempre dinanzi come un fuoco fatuo...
Io avrei paura, rimanendoti più a lungo vicino, che la stanchezza dell'animo non vincesse anche il desiderio ineffabile che ho di questo amore...
e che tutto questo tesoro di diletti che trovasi in te, di cui m'abbeverai forse sino all'ebbrietà, non vada perduto dell'intutto per me! Oh! io ho paura di ciò, Narcisa!...
poiché la speranza di riamarti un giorno come ti ho amato m'impedisce che mi bruci le cervella, non avendo più nulla a godere sulla terra.
Bisogna ch'io mi allontani da te per qualche tempo, ch'io torni a dubitare della felicità che ho goduto...
ch'io dubiti della speranza fin anche di questa felicità, per esser pazzo di te come lo ero quando passavo le notti innanzi la tua casa senza sperare un'occhiata da te...
bisogna che io ti vegga ancora lontana da me, in mezzo alle pompe del tuo lusso, all'incanto delle tue seduzioni, per cercarti ansioso, cieco, folle, come allora; e stendere le braccia, delirante, invocando un altro sorso di questa coppa fatata...
a cui fui tanto stolto da bere troppo...».
Egli non poté più proseguire, soffocato dalla violenza della sua commozione, tenendosi il petto colle mani increspate da una violenza contrazione, inginocchiato ai miei piedi, coll'occhio luccicante di una fosca luce sul pallore quasi tetro del suo volto, coi capelli irti sulla fronte madida di freddo sudore.
Quest'addio che quel cuore mi dava era grande, era sublime, come l'amore di cui m'aveva amato.
Lo sollevai fra le mie braccia; lo baciai in fronte, sentendomi ancor io fredda di sudore ghiacciato, provando una forte risoluzione che quelle parole infondevanmi, la quale correva al cuore, quasi con gli smarrimenti di una vertigine, insieme al sangue che da tutte le vene vi affluiva.
«Addio dunque!», gli dissi con una calma nella voce della quale io stessa ero atterrita: «Addio, Pietro!...».
Egli cercò le mie labbra colle sue, fredde, tremanti d'angoscia e di voluttà.
«Addio!...», gli mormorarono ancora le mie labbra palpitanti nelle sue - E svenni fra le sue braccia.
11 Novembre
Posdomani egli deve partire.
Ho numerato minuto per minuto queste ultime ore che io ho passato vicino a lui...
cercando illudermi spesso per sentirne poi più amaramente tutta la disperazione del disinganno.
No! lo sento...
il suo cuore non può più rinascere per me! Egli tenta lusingarsi nelle sue speranze...
o piuttosto ha pietà di quello che soffro...
Quand'egli partirà!...
Dio! Dio!...
Quando non udrò più la sua voce, il rumore dei suoi passi...; quando non lo vedrò più e non l'attenderò più la sera, affacciata alla finestra!...
Oh! no!...
no!...
è meglio prima...
prima ch'ei parta...
Riprenderò questa lettera all'ultimo istante, per farla poi mettere alla Posta a catania...
Domani egli aspetta il suo amico, forse lei stesso, che deve venire a prenderlo...
in tal caso sarebbe forse meglio...
L'ora non può essere molto lontana: egli parte dopodomani...
Ho peccato! e Dio mi punisce col mio peccato!
12 Novembre
L'inverno è sopravvenuto troppo improvvisamente per queste contrade...
Dio mio! Ho avuto paura di questo mare burrascoso, di questi nuvoloni che fanno nero e triste il cielo, di questo vento che strappa le ultime foglie dagli alberi...
Sì, ho paura di questa natura, pochi giorni fa ancora tanto ridente, e che sembra fuggirmi con la vita...
Ho pianto molto...
sì a lungo che ora sono stanca di piangere.
Gli occhi mi bruciano; mi sembra che il petto si rompa...
Dio! Dio mio!
Pietro mi sfugge, teme d'incontrarsi con me...
Che gli ho fatto?...
Dio mio! che gli ho fatto?!...
12 Novembre - ore 10 di sera
Dio! Dio! Pietà! pietà! Son pazza, Dio mio! Mi pare di perdere la ragione!...
mi pare di morire!
Ho urlato come una tigre; ho lacerato coi denti le lenzuola, le vesti, il fazzoletto; mi son rotte le membra urtando contro i mobili come ebbra...
Oh, no! no! Dio non è giusto! Dio è crudele!...
Quale tortura! quale tortura orrenda!...
Dio! Dio mio!...
L'ho udito! sì, la sua voce!...
la sua voce istessa...
che ordinava i cavalli per domani...
Oh, quest'uomo!...
quest'uomo!...
Ma io l'amo!...
ma io l'adoro...
com'egli si spaventerebbe a provarlo, se lo potesse, quest'uomo che mi sfugge!...
che ha il cuore morto per me!...
Che fare?...
che fare, Dio mio?!...
Se fossi pazza?!...
se impazzissi?!...
Dio!!!...
No! Dio non può punirmi del mio delitto...
No! Dio non può punirmi dell'opera sua...
perché...
perché io son debole...
perché io son vile dinanzi all'estensione di questo dolore sovrumano che mi si apre dinanzi...
perché io, da Lui che mi percuote, voglio il sonno...
l'oblìo almeno!...
Dio! Dio!...
pietà! pietà!...
grazia!!!...
IX
Un'ora del mattino suonava lentamente all'orologio del salotto nel grazioso casino che abitavano i due giovani.
Narcisa, pallida del suo delicato pallore di cera, coll'occhio brillante di un inusitato splendore che avea dei lampi di felicità, vestita di bianco, il suo colore favorito, sebbene la stagione fosse alquanto inoltrata, coi capelli raccolti mollemente dentro una reticella di seta ed arricciantisi sulla fronte quasi sino alle sopra[c]ciglia, con quella moda ardita che ricordava le più belle teste delle statue greche, stava seduta abbandonatamente sopra un canapè, accanto a Pietro, nella sua attitudine solita, allacciandogli il collo con le sue belle braccia, figgendo avidamente gli occhi negli occhi di lui, ascoltando le sue parole; e sembrava deliziarsi nella trasparente e profumata atmosfera che le mille sensazioni di quel momento le creavano.
Giammai la donna amante avea sussultato di tale amore fra le braccia dell'uomo amato; giammai la sirena si era abbandonata più molle, più languente; giammai la maliarda avea avuto sguardo più inebbriante da fare oscillare convulsivamente le più intime fibre del cuore di lui.
Sembrava che qualche cosa di più che mortale eccitasse in lei tutte le più squisite risorse, le ispirazioni più ardenti della donna affascinante, della donna ebbra anch'essa di questa voluttà che ispirava e che cercava, per formarne un fascino irresistibile, divorante.
L'occhio di Pietro era raggiante; la sua parola interrotta a scosse come per delirio; le sue membra tremanti di sovrumano diletto.
Egli suggeva avidamente coi baci per la fronte, pei capelli, per le labbra, per gli occhi, pel collo quelle emanazioni acri e violente di una voluttà insaziabile, che eccitava il godimento sino al delirio...
«Oh! Narcisa! Narcisa!», esclamava egli come un pazzo, «Narcisa di Napoli...
di Catania!...
t'ho trovata alfine! sì, t'ho trovata!!...»
Tutt'a un tratto quel corpo affascinante di mille seduzioni ebbe un fremito che non seppe reprimere, e quasi una dolorosa contrazione.
Pietro l'abbracciò più strettamente, come ebbro...
poiché lo scambiò per un fremito di piacere.
«Che io ti vegga, Narcisa!», esclamò egli colle mani giunte, inginocchiandosi sul tappeto, come se avesse voluto adorarla: «oh! ch'io possa vederti!..
Pe