UNA PECCATRICE, di Giovanni Verga - pagina 3
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Io non potrei giammai esprimerti l'effetto che mi fa questa bellezza, che non è tale che quasi per un miracolo, poiché non ha nulla per esserlo, ed in cui tutto sembra formare un assieme di grazia e d'incanto; questa bellezza che ha bisogno di tutte le risorse della toletta, di tutte le seduzioni dei modi e dell'accento, di tutto l'incanto dello sguardo e del sorriso, per circondarsi di questo vapore trasparente...
illusorio, lo confesso, che la fa bella però, che la fa adorabile, poiché sembra non farla vedere che in nube, attraverso l'incenso e l'orpello; questa bellezza che vuol essere tale a dispetto della natura che l'avea fatta comune; questa figura plastica che non ha di bello che gli elementi, direi, per divenir tale, e lo spirito creatore che fa nascere tutte le grazie di cui si circonda; che si mette allo specchio donna per sortirne silfide...
maga...
sirena...»
«To...
to...
to!...
Pietro, amico mio, ne saresti innamorato?...»
«Io!», rispose il giovane scrollando le spalle, come cadendo dalla sua esaltazione, «sei pazzo!»
«Eppure tutti i pregi di costei non valgono un solo di Maddalena.
Venti ancor più belle di lei non farebbero un angioletto così bello e perfetto qual è la piccina, come mi piace chiamarla; che pure hai abbandonato senza un pensiero.»
Pietro fissò uno sguardo sull'amico, poi un altro sulla signora ch'era già molto lontano, e rispose semplicemente, abbassando il capo: «Maddalena non sa neanche annodarsi il nastro del cappellino come colei».
«È graziosa!», esclamò Raimondo.
«Dunque ameresti dippiù una donna che avesse bisogno, per essere amata, d'impiegare prima due ore allo specchio?»
«Sì, lo confesso...
Chiamala anche civetteria, o ciò che vuoi; nella donna che dovrei amare io vorrei tutte queste cure minute, tutte queste precauzioni delicate, tutte le perfezioni dello spirito e le squisitezze dell'educazione, tutti questi dettagli dell'assieme, insomma, che servirebbero a formarmi l'aureola della donna che dovrei avvicinare colla riverenza e il delirio dei sensi, che tal prestigio dovrebbe recarmi, poiché la riverenza del cuore io non l'ho più.
Io amo nella donna i velluti, i veli, i diamanti, il profumo, la mezza luce, il lusso...
tutto ciò che brilla ed affascina, tutto ciò che seduce e addormenta...
tutto ciò che può farmi credere, per mezzo dei sensi, che questo fiore delicato, del cui odore m'inebbrio, che mi trastullo fra le mani, non nasconde un verme; che quest'essere non è, come il mio, debole e creta...
E allora io l'amerei...
un giorno, un'ora, ma l'amerei...
Quanto alle altre donne, le amerò allorché scoprirò un cuore nella donna.»
Pietro, dopo questa scappata, rimase muto alcuni altri secondi, aspirando voluttuosamente, colle narici dilatate, il fumo del sigaro, come se attraverso quella nube cenerognola volesse discernere le forme indecise del tipo che avea ornato di tale incanto nella sua immaginazione.
Poscia, come arrossendo del suo trasporto, si mise a ridere fragorosamente, esclamando:
«Che ne dici della mia tirata, Pilade?».
«Non è cosa nuova in te.
Dimentichi troppo spesso che sei scritto sul ruolo degli studenti di terzo anno in legge, per trasportarti ai tempi in cui impiastricciavi carta.»
«Hai ragione; bisogna dimenticare quei tempi...», disse il giovane con una forzata allegria, che pure avea una leggiera tinta d'amarezza.
«Destino! ecco la gran parola che gli uomini non sanno proferire più spesso, ma nella quale io son credente come un maomettano...
Io, povero sciocco, che m'ero fitto in capo di salire le scale del Campidoglio, e raccogliervi una corona qualunque...
eccomi destinato probabilmente a logorare quelle dei tribunali, e di corone non si parla più...
fossero anche di cavoli.
Se gli uomini sapessero far valere questa parola quanto essa lo merita, l'incolpabilità delle azioni umane rimarrebbe sugli scritti dei penalisti: ecco che, almeno una volta, parlo da saggio...»
«Ed anche il merito delle azioni umane, in tal caso...
E tu sei superstizioso in quest'idea?»
«Al fanatismo!»
«Ma se tu fossi destinato ad amare quella donna, che non hai veduto che due volte, in passando?...»
Pietro cominciò dallo scrollare le spalle, al [suo] solito; indi rimase alcuni minuti in silenzio, e disse tristamente, come se quell'idea gli facesse pena o paura: «Chi lo sa!?...».
II
Venti giorni sono scorsi da quello in cui incontrammo i due amici al Rinazzo.
Siamo nei lunghi giorni del giugno.
Pietro studia assiduamente da mattina a sera le sue tesi, poiché si approssimano gli esami; ed esce assai di rado.
La sera di un giovedì Raimondo venne a trovarlo nel suo stanzino da studio, nella casa che abitava insieme a sua madre e alle sue due sorelle, in via Vittoria.
«Che vuoi?», domandò Pietro bruscamente, celando, al suo solito, la viva amicizia che nutriva pel suo compagno sotto quell'apparenza di ruvidità.
«Vengo per condurti meco al passeggio.»
«Ne ho forse il tempo? Sai bene che gli esami sono vicini, e non ho ore da sprecare andando a spasso; sai pure che col professore Crisafulli non c'è da scherzare.»
La signora Brusio, ch'era entrata con Raimondo nello stanzino di suo figlio, e si era appoggiata, con quell'atteggiamento ineffabile d'amore delle madri, alla spalliera della sua seggiola, unì le sue istanze a quelle di Raimondo per indurre suo figlio a prendere un po' d'aria.
«Stassera c'è musica alla Marina», disse Raimondo.
«Va pure, figlio mio»; disse la madre, «da quasi venti giorni tu non esci più, e ciò ti farà ammalare invece di farti proseguire i tuoi studî.
Prendi qualche ora di riposo; ne hai bisogno.»
Pietro amava sua madre d'immenso affetto.
Pel suo carattere impetuoso ed insofferente quella dolce voce di donna, quella mano pallida e affilata che carezzava i suoi capelli, erano irresistibili.
«Giacché siete congiurati, e volete così!...», diss'egli sorridendo, «aspettami cinque minuti, Raimondo; il tempo di vestirmi.»
E passò nella sua camera.
«Fatelo divertire, signor Angiolini»; disse al giovane medico la signora Brusio, «ha tanto bisogno di distrazione il mio povero Pietro! È tanto tempo che non fa altro che studiare!...
e mi sembra che sia divenuto più pallido...
Mi atterisce l'idea che abbia ad ammalare!»
«Non pensi a queste cose, signora»; interruppe Raimondo; «Pietro è forte come un toro, e quest'eccesso di lavoro non può durare che altri otto o dieci giorni.
Terminati gli esami abbiamo stabilito di andare a passare una settimana alla campagna.»
«Grazie, grazie, Raimondo!», disse la madre, stringendo la mano del giovane, «voi siete il degno amico del mio Pietro...
Ve lo raccomando!...
Siamo tre donne che non abbiamo più che lui...»
Vestito che fu Pietro i due amici andarono alla Marina.
I viali erano affollatissimi; la musica eseguiva le più appassionate melodie di Bellini e di Verdi; un bel lume di luna si mischiava alle vivide fiammelle dei lampioncini, sospesi in festoni agli alberi, che illuminavano i viali.
Era una di quelle sere incantate che si passano su queste spiaggie del Mediterraneo, in cui lo specchio terso ed immenso del mare, che riflette tremolante il raggio dolce e pacato della luna, sembra servire di cornice al quadro allegro, vivace, animato, che formicola colle sue mille seduzioni sotto gli alberi.
Pietro si sentì come allargare il cuore e fu grato all'amico di quella piacevole sensazione; essi passeggiavano per uno dei viali più appartati.
«Non m'inganno!», esclamò Pietro tutt'a un tratto, come di soprassalto, stringendo vivamente il braccio dell'amico contro il suo; «è lei!...
là!...
in mezzo a quei due uomini!»
In fondo al viale quasi deserto, perché troppo lontano dalla musica, spiccava infatti, e per la solitudine del luogo, e per una certa originalità elegante di abbigliamento e di andatura, la signora che aveva recato tale impressione in Pietro Brusio.
Vestiva un semplicissimo abito di tarlatane a quadretti bianchi e bleu, tessuto di una freschezza e leggerezza quasi vaporosa; uno scialle nero, fermato sul petto da uno spillone d'oro; ed un cappellino grigio ornato cerise.
Nulla però varrebbe a riprodurre l'eleganza suprema, la molle e quasi ingenua civetteria, con la quale ella rialzava la veste sino a metà della sottoveste ricchissima e si appoggiava al braccio di un uomo di quasi 30 anni, assai bruno, con volto ombrato da una folta barba nera, che avrebbe fatto invidia ad un guastatore, e vestito con ricercatezza alquanto leccata.
Dall'altro lato era accompagnata da un signore di mezza età, alto, quasi biondo, freddo, e che parlava con una bella pronunzia toscana.
I due giovani, passeggiando, s'incrociarono con essi che venivano loro di contro.
Questa volta uno sguardo della signora, incerto, quasi negligente, si fissò indolentemente, ma a lungo negli occhi ardenti di Pietro che la divoravano.
Due o tre volte ancora i due amici l'incontrarono di faccia; e ciascuna volta quello sguardo limpido, chiaro, noncurante, si fissò sul giovane che la guardava a lungo; e ciascuna volta il cuore di Pietro batteva stranamente in modo più forte; e le sue guancie pallide e brune si facevano ancor più pallide; e il suo occhio sfavillava più ardente; ed egli affrettavasi, trascinava quasi il suo compagno per giungere a quest'attimo in cui quella silfide dovea passargli dinanzi, in cui quella veste doveva sfiorarlo, in cui quegli occhi dalla pupilla trasparente dovevano fissarsi sui suoi, sebbene come non vedendolo.
Una o due volte che Brusio non incontrò quello sguardo, fu triste, e quasi dispettoso di se medesimo.
Una volta, l'ultima, in cui gli parve accorgersi che, lui oltrepassato di uno o due passi, ella, parlando all'uomo a cui dava il braccio, verso di cui si piegava sorridendo con una grazia affascinante, avesse rivolto a metà il viso verso di lui e che un lampo partito da quegli occhi lo cercasse, egli fu ebbro...
felice di una sensazione nuova, strana, che non sapea definire, della quale avea quasi paura, poiché non poteva giustificarla.
Ritornando per lo stesso viale la cercò invano cogli occhi da lungi...
Giunse in capo al viale: era deserto...
La cercò per tutta la Marina, come se in quella folla elegante ed animatissima avesse dovuto discernere in mezzo a mille colei al solo riflesso azzurrognolo dei ricci che ombreggiavano la sua fronte fin quasi sulle sopracciglia, al solo movimento della sua piccola testa che sembrava inchinarsi come un giunco sul collo sottile e ben modellato; era partita...
Che voleva egli? Che cercava da quella donna, di cui il lusso, il corteggio, l'adulazione era l'atmosfera in cui viveva; che gli uomini più ricchi, più eleganti, più nobili si fermavano ad ammirare, senza che ella mostrasse avvedersene; che tre o quattro volte l'avea guardato come si guarda un fanciullo, un albero, un oggetto qualunque che s'incontri?...
Nemmeno egli lo sapeva in quel punto; egli avrebbe arrossito di confessarsi la premura che prendeva per colei che dovea essere sempre un'estranea per lui.
Cinque minuti dopo riprese il braccio di Raimondo, dicendogli:
«Andiamo via!».
«Così presto?»
«Non ti annoi a morte qui stassera?...
Non c'è alcuno!»
Raimondo guardò attorno, come trasognato, perché giammai la Marina di Catania avea offerto una riunione più bella; e domandò ingenuamente: «Sei pazzo?...
Tu stesso un quarto d'ora fa mi dicevi esser deliziosa questa serata...
qui...».
«Sarà vero anche ciò, come è vero che ora mi annoio...
e se vuoi rimanere ti dico addio.»
E gli stese la mano come per congedarsi.
«Un momento...
ecco! giunge in quel viale a sinistra Maddalena.
Guardala almeno una volta.»
«Che m'importa di Maddalena a me!...
Guardala tu, se vuoi...
Addio!»
E dopo quella brusca separazione partì di buon passo e si diresse verso la sua abitazione per via Garibaldi.
Però giunto alla crocevia della Vittoria sembrò esitare un momento, e proseguì a camminare sin fuori Porta Garibaldi.
La notte era magnifica, Pietro sedette sul sedile di pietra circolare che limita la gran piazza.
«È strano», mormorò egli, «come stasera non ho voglia né d'andare a casa, né di rimettermi alle mie tesi!...»
E rimase altri cinque minuti in silenzio, collo sguardo fosco e fisso sui ciottoli del marciapiede.
«Andiamo!», esclamò quindi levandosi, e come facendosi forza, «devono essere le undici, e mia madre a quest'ora mi attende.»
Guardò il suo orologio e si diresse lentamente verso la sua abitazione.
La signora Brusio, coll'occhio della madre, osservò che il suo Pietro, quella sera, era più pallido e distratto del solito; e che, invece di rimettersi a studiare, si ritirò, appena giunto, nella sua camera.
L'indomani Raimondo, verso le undici, si disponeva ad uscire, quando Pietro entrò da lui nella camera che occupava all'Albergo di Francia.
«Buon vento!», esclamò Raimondo sorpreso da quella visita che non si aspettava più da un mese; «ci son novità stamattina?»
«Quali novità vuoi mai che ci sieno?»
«Per bacco! ti credeva sui digesti a quest'ora; ed eccoti già a correre per le strade come uno sfaccendato.»
«È che lo sono.
Avrò sempre il tempo di finire le mie tesi, ed ero una gran bestia a prenderla tanto sul criminale; infine ne vengono approvati tanti più asini di me!...
Usciamo.»
«Usciamo pure.
Hai fatto colazione?»
«Non ci penso; mi sento in vena di passeggiare.»
«Con il caldo che fa non è la miglior cosa.»
«Andiamo alla Villa.»
«Sia per la Villa.»
E i due amici uscirono, tenendosi, al solito, a braccetto.
«A proposito della Villa, sai dove abita quella signora piemontese tanto distinta che abbiamo incontrato qualche volta?»
«No...
dove?»
«In quella bella casa sulla stada Etnea: della quale i veroni si vedono dal Laberinto.»
«Dici davvero?!», esclamò Brusio animandosi quasi suo malgrado, e fermandosi in mezzo alla strada.
«Verissimo.»
«E tu l'hai veduta?»
«Io stesso.»
«Proprio lei?...»
«Proprio lei!...
Ma che diavolo!...
Ne saresti innamorato?...»
«Mi credi forse pazzo da legare?», rispose Pietro con un sorriso che dissimulava appena la contrarietà che gli arrecava quella domanda.
«Perché poi?»
«Perché amarla io, sarebbe una disgrazia: amarmi ella, assurdo.»
«Mi piace questa modestia da venticinque soldi.»
«È modestia che vale amor proprio»; rispose Pietro piccato, «prendila come vuoi.»
«Eppure, vediamo»: insisté Raimondo attaccandosi al braccio del suo amico, «immaginiamoci che per un capriccio, una fantasia, un destino, secondo te, questa donna si innamori di te; immaginiamoci ch'ella te lo dica, come lo dicono le donne quando vogliono, facendotelo comprendere, cioè, cogli occhi, col gesto, coll'atteggiamento...
Ebbene! allora saresti il Catone del momento?...»
«Impossibile!», esclamò il giovane tristamente, come se avesse creduto un momento a quel sogno e si fosse poi accorto ch'esso era troppo bello e insieme penoso per lui.
«Perché?»
«Perché colei è vana, orgogliosa, come lo dimostra il fasto di cui si circonda.
Soltanto potrebbe impressionarla la bellezza, l'eleganza, la nobiltà, la ricchezza, il lusso...
cose tutte che non posseggo.
Dunque o costei è maritata, e non amerà giammai un Don Giovanni in ventiquattresimo che si chiama semplicemente Pietro Brusio; o è mantenuta, e non possederò mai abbastanza per pagare i suoi fiori per un anno; o è zitella, e non sposerebbe certamente l'uomo oscuro, comune, che non ha tanto da farla vivere in quel lusso nel quale vive, e che le è necessario, indispensabile per essere quella che è.
In tutti questi casi io dovrei dunque essere vile per amarla, o dovrei comprare il suo amore a prezzo di qualche infamia.»
«Ben pensato e ben ragionato! ciò che, in parentesi, ti avviene assai di rado.
Vogliamo far colazione al Caffè di Parigi?»
«No; andiamo al Laberinto.»
Raimondo guardò il suo amico di uno sguardo scrutatore e quasi beffardo.
«Ti fo riflettere che non ho ancor fatto colazione; abbi dunque la bontà di concedermi dieci minuti.»
I due amici entrarono dai Fratelli Guerrera.
Mezz'ora dopo erano alla Villa.
Faceva molto caldo.
Il Laberinto era delizioso colle sue ombre profumate di fior d'arancio.
I due sedettero all'ombra, e quasi contemporaneamente alzarono gli occhi sui veroni della casa, sebbene alquanto distante, che Raimondo avea indicato come l'abitazione della Piemontese.
Le tende di giunco erano abbassate sulle ringhiere, quantunque il sole non vi giungesse ancora, forse per dare alquanto più d'ombra agli appartamenti; e dietro una di quelle si vedeva una figura di donna, vestita di bianco, quasi coricata su di una poltroncina con tutto il languente e voluttuoso abbandono di una sultana; a quella vista il cuore di Pietro batté forte, come la sera innanzi.
«È dessa!», disse Raimondo, «vedi che non t'ingannavo!...»
Pietro non rispose, tenendo sempre fissi gli occhi sul verone.
Ella si toglieva soltanto a lunghi intervalli da quella positura per recarsi agli occhi un binocolo che teneva sui ginocchi e col quale guardava nella strada o verso la Villa; ed indi, come stanca di quello sforzo, lasciava ricadere mollemente la testa sulla spalliera, e sembrava assorbirsi in quell'inerzia contemplativa che gli orientali cercano nell'oppio.
Un uomo, seduto accanto a lei su di una seggiola assai bassa, le leggeva qualche cosa di un giornale che teneva fra le mani, e che ella udiva sbadatamente; e s'interrompeva di tratto in tratto per prendere una mano di lei, che gliela abbandonava con la stessa languida indifferenza, e che lo ringraziava col suo sorriso seduttore, e col suo sguardo che faceva scorrere un'onda di voluttà in quell'uomo, quand'egli si recava alle labbra la sua mano.
Allora solamente la sua leggiadra testolina, coronata da quei ricci magnifici, si volgeva lentamente verso di lui.
Qualche volta, con un movimento tutto infantile, quella manina bianca ed affilata si appoggiava alla ringhiera, e sopra vi appoggiava la fronte; quasi quel bellissimo collo fosse troppo debole per sostenere quella piccola testa.
«Con questa donna ci sarebbe da impazzire!», esclamò Pietro reprimendo un fremito, dopo averla divorata a lungo dello sguardo.
«Credi che sieno marito e moglie?», domandò l'altro.
«È il mistero che questa donna sa rendere impenetrabile colle sue mille indefinibili gradazioni di fisonomia, d'espressione, di gesto, che fanno spesso dimenticare la sirena nella vergine, e viceversa.
Se lo sono, è da poco tempo: a meno che costei non senta ancor ella sì a lungo, come deve far sentire a tutti quelli che l'avvicinano.»
Parecchie volte, forse a caso, l'occhialetto dell'incognita si rivolse verso il banco di pietra sul quale erano seduti i due amici.
«Ti guarda!», disse Raimondo sorridendo.
«O guarda i passeri che saltellano fra le fronde.
Credi sul serio ch'io ne sia innamorato?»
«Ne parli tanto!...»
«Diffida sempre di quegli amori di cui ti si parla a lungo e sì leggermente: è segno certo che si vuol ridere alle tue spalle...
Io l'amo come un bel personaggio da dramma o da romanzo, come un bel fiore...
come una bella donna prima venuta insomma...
che sa recare con grazia il velo sul cappellino e sollevare con disinvoltura lo strascico della veste...
e nient'altro...
In fede di che, se vuoi, andiamocene; sono le due meno dieci minuti», aggiunse dopo aver consultato l'orologio.
«Sì, è troppo tardi; siamo qui da più di due ore», rispose il biondo alzandosi.
Egli sorprese lo sguardo del suo amico, che ancora restava fissato sul verone.
«Vuoi venire, o no?»
«Un momento...
restiamo altri dieci minuti e partiremo alle due precise...»
«Non amo gli inglesi colla loro metodicità regolata sul quadrante di un orologio...
Hai detto d'andarcene...»
«Hai ragione»; rispose Brusio ridendo, «partiamo.»
Due o tre volte, prima di uscire dal giardino, si volse a guardare il verone, sul quale non poteva più vedere che la tenda abbassata.
«Bella donna!», ripeteva egli di tempo in tempo, con un entusiasmo ch'era troppo allegro per non essere affettato, e troppo affettato per non nascondere una preoccupazione: «quanto io t'amo!».
III
Il dopopranzo, e l'indomani, e tutti i giorni in seguito, la Villa divenne la passeggiata preferita di Pietro, che vi conduceva il suo amico, il quale protestava sempre e finiva sempre col cedere.
Allo stesso verone, quasi ogni volta nella stessa positura e vestita di bianco, essi vedevano la Piemontese, come l'aveva sopranominata Raimondo, che vi restava da mezzogiorno spesso sino alle 3 e dalle 7 alle 8.
Una sera l'incontrarono che andava al Caffè di Sicilia, accompagnata dal signore biondo.
«Se andassimo al caffè?...», disse Pietro, come per esservi incoraggiato dal suo amico.
Dalla soglia la videro seduta ad un tavolino, al fianco del suo compagno, mentre due ufficiali dei Cavalleggieri Alessandria le prodigavano tutte le delicate attenzioni di chi vuol fare la corte ad una signora.
Ella sembrava appena badarvi; ma rispondeva qualche volta col suo solito sorriso grazioso, che mostrava i suoi bellissimi denti di perle.
Il giovane dalla barba nera, che Pietro avea veduto una volta con lei alla Marina, veniva dall'altra sala del caffè, e fermandosi dinanzi al tavolino dov'era ella si levò il cappello, aspettando d'esser salutato.
Siccome nessuno gli badava, egli girò con tutta flemma sui talloni ed uscì.
Pietro prese il braccio del suo amico, e lo trascinò via, mormorando: «È meglio che non entriamo!...».
«Dove andiamo?», domandò qualche minuto dopo, come se cercasse una distrazione.
«Dove ti piace.
A proposito...
potremmo approffittare dell'invito dei signori A***, che abbiamo per stassera.»
«Vi si balla?»
«Sì.»
«Andiamo, in tal caso! M'immaginerò di ballare colla mia bella Piemontese»; aggiunse Brusio, forzando le labbra ad un sorriso.
Essi furono accolti con festa dall'allegra brigata che era radunata nel salone.
Pietro sedette al pianoforte e suonò un valtzer, che otto o dieci coppie ballarono.
«Vi lasciaste molto aspettare, signorini!», disse in tuono di scherzevole rimprovero una graziosa giovanetta, figlia del padrone di casa e maritata ad un cugino di Raimondo, appena Pietro andò a raggiungere sul divano il suo amico, ch'era seduto vicino alla signora.
«È che Pietro, qui presente, è innamorato cotto; e abbiamo fatto la ronda alla bella»; disse Angiolini ridendo.
«Davvero!...
Non mi sorprende in lei, signorino, questa novità [Si sa che bel modello!...] E chi sarebbe questa sventurata?...»
«Parola d'onore, signora, che lo sventurato son io, almeno sta volta»; rispose Pietro.
«Lei?!...
È da ridere!...
E di chi sarebbe innamorato, s'è lecito?»
«Molto lecito, al contrario! Giacché non ho il bene di conoscerne neanche il nome...»
«Ed ella conosce lei, almeno?»
«No.»
La signora diede in uno scoppio di risa.
«E l'ama, a quanto dice?»
«Come un pazzo!»
«Dove l'incontra?»
«Qualche volta al passeggio, o alla Marina...
E poi so dove trovarla...»
«Dove?»
«A casa sua...»
«Dunque va in casa?»
«No; dal verone.»
«Ah! è amore da verone!», esclamò la giovane ridendo sempre più come una folle; «e dove abita questa meraviglia?»
«Al Rinazzo, vicino il Laberinto.»
«Nella casa ***?»
«Precisamente.»
«Una giovane alta, sottile, molto elegante...
non tanto bella in verità?»
«Può essere...
ciò è relativo...»
«È forestiera?»
«Forestiera.
Credo sia piemontese.»
«La conosco.»
«Sul serio?»
«So il suo nome, almeno potrò insegnarglielo e non farle fare più la figura dell'amante della luna.»
«Come si chiama?»
«Si chiama Narcisa Valderi.»
«Narcisa!...
bel nome; si direbbe averlo ricevuto a vent'anni! E la conosce molto?»
«Cioè...
non molto.
Sono stata in sua casa due o tre volte.»
«Mi parli di lei...
a lungo!...»
«Ella finge di scherzare, signorino, ma ha lo sguardo troppo acceso per dissimulare che quello che dice lo sente davvero.»
«Sì, è vero!...
Ma se le giuro che l'adoro, colei!...»
«L'ha veduta da vicino?», domandò in tuono quasi derisorio la giovane.
«Sì.»
«È tutta toletta!...»
«Io amo appunto in lei questa toletta, questo lusso, questo apparato brillante e vaporoso in cui la farfalla mi fa dimenticare il bruco.»
«Via, via...
vedo bene che scherza...»
«Dica dunque...»
«Ella si alza alle dieci o alle dieci e mezzo; prende un bagno di cui i profumi costano ciascun giorno otto o nove lire; e poi si mette allo specchio, ove impiega da un'ora e mezzo a due ore per l'abbigliamento della mattina, da due a tre per quello della sera, e da tre a tre e mezzo e spesso sino a quattro per la toletta da ballo o da teatro...
È sorprendente...
miracoloso, come una donna possa star tanto ad appuntarsi gli spilli!...»
«Ammirabile!...
Avanti.»
«Dopo la toletta viene la colazione: ella ha l'affettazione di mangiare pochissimo, ma i suoi cibi costano un occhio del capo, in compenso; indi si mette al pianoforte, o al verone, sdraiata su di una poltroncina, e vi resta, spesso dormendo, sino all'ora di pranzo.
Suo marito...»
«Un uomo di quasi 38 anni, alto e biondo?»
«Sì, il conte di Prato; lo conosce?»
«Me l'immagino.»
«Suo marito l'ama alla follia; passa i giorni al suo fianco, scherzando coi suoi capelli, e guardandola coll'occhialetto faccia a faccia.»
«Ed ella?...»
«Ella gli sorride...
e chiude gli occhi come se temesse di fargli perdere la testa seguitando a guardarlo com'ella fa.»
«In fede mia!...
credo che n'abbia ben ragione!...»
«Questi dettagli li ho risaputi da una mia amica che abita dirimpetto alla casa della contessa...»
«En place pour la quadrille!», fu gridato.
Pietro si alzò e prese il cappello.
«Se ne va, così presto!»
«Sì; devo andare a finire le tesi...»
«O a passare una mezz'ora sotto le finestre della bella?...»
«Sarebbe agire da stolido, almeno, dopo quanto ella mi ha detto.»
Ed il giovane sorrise del suo sorriso che si sforzava di rendere allegro mentre era amaro.
Per andare a casa sua prese la strada che a lui parve la più corta, passando cioè dal Rinazzo.
Nella casa della contessa non c'era lume.
Pietro si fermò a guardare in silenzio quei veroni oscuri, poscia chinò la testa sul petto con un sospiro, mormorando: «Stassera al teatro si dà un dramma molto in voga...
È al teatro certamente...
ella...».
Indi, come vergognandosi di questo monologo, scrollò le spalle con dispetto ed affrettò il passo.
«Andiamo a teatro stassera?», disse a Raimondo l'indomani appena furono assieme.
«Andiamoci, se così ti piace.
E le tesi?»
«Dormiranno anche stassera.
Avrò sempre il tempo di finirle.»
Alla piazza della Cattedrale incontrarono un amico che si fermò a discorrere con loro.
«Andrete a teatro stassera?», domandò egli.
«Perché questa domanda?»
«Perché si darà una bellissima commedia nuova e ci verrà tutta Catania.»
«Ci sarò allora...
poiché in tal caso verrà anche la mia bella»; disse Pietro scherzando.
«Ah!...
Ah!...
la tua bella di numero...
Non so più a qual numero sii...
buona lana!»
«Sul serio; sono innamorato come uno stolido.»
«E di chi?»
«Di una signora ch'è una maga...
involta fra i merletti e i velluti..., della quale so il nome da ieri soltanto.»
«La contessa di Prato?»
«La conosci?»
«Per bacco! Al ritratto che ne fai...
non c'è altra qui che possa appropriarselo.»
«È veritiero però questo ritratto?»
«Perdio!...
E tu l'ami, costei?!...»
«Non so quello che farei per una parola di quella donna...»
«Non ci sarebbe bisogno di far tante cose; basterebbe farti amico con suo marito...
ed anche col suo amante; ed uno di questi due ti presenterebbe...
il resto verrebbe da sé.»
«Amante!», esclamò Pietro impallidendo suo malgrado mentre cercava di sorridere; «ah! c'è dunque un amante?».
«Pel momento però...
bada!...
A Napoli sembra che sieno stati più d'uno; ciò che diede luogo a molti scandali, che finirono con un duello in cui il marito ruppe, con una sciabola, il braccio ad uno dei più indiscreti.»
«E ciò non è bastato?»
«Ella fa quello che vuole di quest'uomo che comanda col gesto del suo dito mignolo; e che ha il coraggio di andare a battersi in duello mentre non osa fare la minima rimostranza alla moglie.
È la storia di molti mariti.»
«E quel giovane bruno, dalla barba nera, che l'accompagna spesso?...»
«È l'amante di cui ti parlavo.»
«Che peccato!», esclamò Pietro fatto pensieroso.
«Fatti presentare», insisté Antonino.
«Io!...», esclamò, con un accento indefinibile di stupore, Pietro.
«Sì; tu sarai il secondo dei suoi adoratori presenti, senza calcolare gli assenti...
Perdio! perché ti fai triste?...
ne saresti innamorato sul serio?...»
«Sei tanto ingenuo da crederlo?»
«Fatti presentare allora.»
«Sarebbe inutile.»
«Chi lo sa!»
«La mia condizione mi proibisce di averla a prezzo di una viltà, e non ho danari bastanti per mettermi nel numero di questi signori che le fanno la corte...
Del resto sento che non son fatto sul loro stampo...
poiché non saprei amarla in comune, com'essi fanno...»
«Dimenticala dunque.»
«Non ci ho mai pensato che come uno scherzo.»
«A rivederci stassera.»
«Addio.»
Alle nove e mezzo i due inseparabili amici erano alla porta del teatro, in mezzo alla folla dei giovanotti che fumando stavano ad osservare le signore che scendevano dalle carrozze.
La recita era cominciata da cinque minuti.
I giovanotti erano entrati a prender posto.
Raimondo strepitava, tentando di trascinare l'amico, poiché protestava di non voler perdere la prima scena.
L'ultima carrozza avea deposto l'ultima signora sul marciapiede, e Brusio non si muoveva ancora.
Raimondo finalmente perdé la pazienza e lo lasciò solo per entrare in platea.
Poco dopo le dieci si udì il rumore di una carrozza che si avvicinava; ed il solo orecchio di Pietro poté distinguere che il passo dei cavalli non avea l'uniforme regolarità di quello dei cavalli signorili.
«Una carrozza da nolo...
è la sua!», mormorò egli appoggiandosi alla porta.
La carrozza si fermò infatti alla prima porta, ov'egli si trovava, ed un uomo, nel quale Pietro riconobbe il conte, saltò il primo a terra, per dare la mano alla signora che accompagnava.
Brusio istintivamente fece un passo in avanti.
La contessa appoggiò appena alla mano del signor di Prato la sua mano da ragazzina coperta dal guanto bianco; mise lentamente il piede, che sembrava appena accennato nel suo stivalettino di raso, sul predellino, e saltò sul marciapiede.
Con una perfezione di grazia assai distinta, ella tirò con sé il lungo strascico della sua veste di seta granadine, per impedire che, rialzandosi nello scendere, scoprisse più del basso della sua gamba sottile e ben modellata.
Soltanto, non potendo, nel tempo istesso, raccorre il bóurnous che le copriva le spalle, questo, nel momento in cui curvava fuori dello sportello la sua testolina ornata di fiori, le scivolò per le spalle e per gli omeri nudi di un'abbagliante bianchezza.
Quell'uomo che, solo e fermo sull'ingresso, dimostrava chiaramente di attendere qualcheduno, mentre tutti erano dentro il teatro, le recò forse sopresa, poiché, passando dinanzi a lui, mentre raccoglieva le pieghe della sua veste perché non lo sfiorassero, ella alzò un momento gli occhi su di lui.
Indi, come infastidita da quello sguardo scintillante che s'incrociava col suo e che sembrava assorbirne tutto il fluido, ella si volse un istante verso il conte, che dava alcuni ordini al cocchiere, prima di salire le scale del corridoio.
Vi fu un momento, quando un lembo del leggerissimo tessuto di quella veste strisciò sui suoi abiti, che le gambe di Pietro tremarono.
Pochi minuti dopo egli si diresse lentamente verso la platea.
Entrando, il riflesso dei cristalli di un occhialetto fisso sulla porta colpì i suoi sguardi.
Alzò gli occhi su quel palchetto della prima fila da dove partiva quel raggio, e vide la contessa che abbassava lentamente l'occhialetto, appoggiandolo, col braccio disteso, sul velluto del parapetto, mentre lo fissava ancora ad occhio nudo, quasi con curiosità: aveva voluto conoscere certamente, per una bizzarrìa da donna elegante, quest'uomo che aspettava sull'ingresso, tre quarti d'ora dopo alzata la tela.
Pietro cercò il suo posto e sedette quasi dirimpetto alla loggia della contessa.
La commedia fu applauditissima; ma Pietro non applaudì giammai, poiché soltanto alcuni squarci attrassero la sua attenzione; e in quegli squarci, quando il suo cuore provava potentemente quello che aveva sentito l'autore, egli rivolgevasi, senza accorgersene anche, verso il palchetto di Narcisa, e cercava negli occhi di lei l'eco di quello che egli provava nel suo cuore.
La contessa voltava le spalle alla scena; e solo di tratto in tratto, in quei momenti che avevano il potere di strappare Pietro alle sue frequenti preoccupazioni, ella volgeva i suoi limpidi occhi verso gli attori.
Del resto ella discorreva qualche volta con i numerosi visitatori che occupavano successivamente le seggiole del suo palchetto; e pochissime volte si servì dell'occhialetto per esaminare le tolette delle signore.
Giammai però l'abbassò verso la platea.
Nel suo sguardo, nel suo gesto, nella sua attitudine, fin nel modo in cui parlava e sorrideva qualche volta con quei signori che le tenevano compagnia, c'era un'indefinibile espressione di stanchezza e di noia, che si traduceva in sfumature molli, in pose voluttuosamente accidiose.
L'occhialetto di Pietro stava quasi sempre fissato su quella loggia.
Due o tre volte, ella, sorpresa di quella molesta assiduità, volse gli occhi verso quel binocolo che aveva l'indiscretezza di guardarla sì a lungo dalla platea.
Una volta infine alzò lentamente il suo, e bruscamente, senza quelle transazioni che sono assai comuni in teatro per mascherare il vero scopo, ella lo fissò di contro a quello del giovane che si abbassò subito.
Ella rimase alcuni secondi in quella positura; indi lasciò quasi cadere sul parapetto il binocolo, e fece un leggiero movimento di spalle d'impazienza.
Prima che terminasse la recita Brusio lasciò il suo posto e si recò sul corridoio.
Il suo occhio era acceso e brillante; le sue gote, abitualmente pallide, si coloravano di un rossigno febbrile.
Pochi minuti dopo, prima ancora che il sipario fosse abbassato, udì aprire la porta di un palchetto sul corridoio, e dei passi che si avvicinavano, mischiandosi al fruscio di una veste.
La contessa gli passò dinanzi, questa volta allegra e ridente, al braccio di uno di coloro ch'erano stati nel suo palchetto.
Pietro in quel momento avrebbe dato dieci anni della sua vita per uno sguardo di quella donna.
Le sue vesti lo toccarono senza che ella mostrasse di avvedersi di lui.
Solo il conte si volse a fissarlo con occhio assai cupo e sospettoso.
Il giovane scese le scale quasi insieme a lei; la vide montare in carrozza col conte, dopo aver dato la mano agli altri, e partire.
Egli rimase immobile sul limitare.
«Non vai a casa?», gli disse alle spalle la voce di Raimondo.
«Sì...
ti aspettavo per dirti addio...»
«A domani, non è vero?»
«Non lo so...
Avrò forse da studiare tutto il giorno...»
E s'incamminò lentamente per la Marina.
A due ore del mattino Raimondo si disponeva tranquillamente ad andare a letto, quando fu bussato con furia alla sua porta.
«Chi può esser a quest'ora?», disse fra sé il giovane sorpreso andando ad aprire.
«Son io, Raimondo...
son io! Aprite, di grazia!», udì la voce della signora Brusio, quasi delirante dietro la porta.
«Che c'è, signora?...
Dio mio!...
ella mi spaventa!», esclamò il giovane introducendo la madre del suo amico nella sua camera.
«Pietro!...
Dov'è Pietro? Dov'è mio figlio, signor Angiolini?», disse la povera madre colle lagrime agli occhi.
«Pietro non è in casa?», domandò Raimondo vieppiù sorpreso.
«Son due ore del mattino e mio figlio non si è ancora ritirato...
Ho mandato il domestico a cercarlo al teatro, e ritornò dicendo che il teatro era chiuso da un pezzo, ma che sulla porta era avvenuta una rissa fra alcuni giovanotti; che vi erano stati dei feriti e degli arrestati...
Mio Dio!...
gli sarà accaduta qualche disgrazia!...
Dove lo lasciaste voi?...»
«Ci separammo all'ingresso del teatro, e mi disse che andava subito a casa...
Ma io non so nulla di risse...»
«Dio!...
Dio mio!...», singhiozzò la madre torcendosi le braccia, «come farò, Dio mio, come farò!...
Son sola, signor Angiolini, son sola!...
Mio figlio!...
chi sa cosa n'è di mio figlio!...
Aiutatemi; corriamo all'ufficio di Questura a prendere informazioni...»
«Non si dispe
...
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