UNA PECCATRICE, di Giovanni Verga - pagina 5
...
.»
«Via, via...
vedo bene che scherza...»
«Dica dunque...»
«Ella si alza alle dieci o alle dieci e mezzo; prende un bagno di cui i profumi costano ciascun giorno otto o nove lire; e poi si mette allo specchio, ove impiega da un'ora e mezzo a due ore per l'abbigliamento della mattina, da due a tre per quello della sera, e da tre a tre e mezzo e spesso sino a quattro per la toletta da ballo o da teatro...
È sorprendente...
miracoloso, come una donna possa star tanto ad appuntarsi gli spilli!...»
«Ammirabile!...
Avanti.»
«Dopo la toletta viene la colazione: ella ha l'affettazione di mangiare pochissimo, ma i suoi cibi costano un occhio del capo, in compenso; indi si mette al pianoforte, o al verone, sdraiata su di una poltroncina, e vi resta, spesso dormendo, sino all'ora di pranzo.
Suo marito...»
«Un uomo di quasi 38 anni, alto e biondo?»
«Sì, il conte di Prato; lo conosce?»
«Me l'immagino.»
«Suo marito l'ama alla follia; passa i giorni al suo fianco, scherzando coi suoi capelli, e guardandola coll'occhialetto faccia a faccia.»
«Ed ella?...»
«Ella gli sorride...
e chiude gli occhi come se temesse di fargli perdere la testa seguitando a guardarlo com'ella fa.»
«In fede mia!...
credo che n'abbia ben ragione!...»
«Questi dettagli li ho risaputi da una mia amica che abita dirimpetto alla casa della contessa...»
«En place pour la quadrille!», fu gridato.
Pietro si alzò e prese il cappello.
«Se ne va, così presto!»
«Sì; devo andare a finire le tesi...»
«O a passare una mezz'ora sotto le finestre della bella?...»
«Sarebbe agire da stolido, almeno, dopo quanto ella mi ha detto.»
Ed il giovane sorrise del suo sorriso che si sforzava di rendere allegro mentre era amaro.
Per andare a casa sua prese la strada che a lui parve la più corta, passando cioè dal Rinazzo.
Nella casa della contessa non c'era lume.
Pietro si fermò a guardare in silenzio quei veroni oscuri, poscia chinò la testa sul petto con un sospiro, mormorando: «Stassera al teatro si dà un dramma molto in voga...
È al teatro certamente...
ella...».
Indi, come vergognandosi di questo monologo, scrollò le spalle con dispetto ed affrettò il passo.
«Andiamo a teatro stassera?», disse a Raimondo l'indomani appena furono assieme.
«Andiamoci, se così ti piace.
E le tesi?»
«Dormiranno anche stassera.
Avrò sempre il tempo di finirle.»
Alla piazza della Cattedrale incontrarono un amico che si fermò a discorrere con loro.
«Andrete a teatro stassera?», domandò egli.
«Perché questa domanda?»
«Perché si darà una bellissima commedia nuova e ci verrà tutta Catania.»
«Ci sarò allora...
poiché in tal caso verrà anche la mia bella»; disse Pietro scherzando.
«Ah!...
Ah!...
la tua bella di numero...
Non so più a qual numero sii...
buona lana!»
«Sul serio; sono innamorato come uno stolido.»
«E di chi?»
«Di una signora ch'è una maga...
involta fra i merletti e i velluti..., della quale so il nome da ieri soltanto.»
«La contessa di Prato?»
«La conosci?»
«Per bacco! Al ritratto che ne fai...
non c'è altra qui che possa appropriarselo.»
«È veritiero però questo ritratto?»
«Perdio!...
E tu l'ami, costei?!...»
«Non so quello che farei per una parola di quella donna...»
«Non ci sarebbe bisogno di far tante cose; basterebbe farti amico con suo marito...
ed anche col suo amante; ed uno di questi due ti presenterebbe...
il resto verrebbe da sé.»
«Amante!», esclamò Pietro impallidendo suo malgrado mentre cercava di sorridere; «ah! c'è dunque un amante?».
«Pel momento però...
bada!...
A Napoli sembra che sieno stati più d'uno; ciò che diede luogo a molti scandali, che finirono con un duello in cui il marito ruppe, con una sciabola, il braccio ad uno dei più indiscreti.»
«E ciò non è bastato?»
«Ella fa quello che vuole di quest'uomo che comanda col gesto del suo dito mignolo; e che ha il coraggio di andare a battersi in duello mentre non osa fare la minima rimostranza alla moglie.
È la storia di molti mariti.»
«E quel giovane bruno, dalla barba nera, che l'accompagna spesso?...»
«È l'amante di cui ti parlavo.»
«Che peccato!», esclamò Pietro fatto pensieroso.
«Fatti presentare», insisté Antonino.
«Io!...», esclamò, con un accento indefinibile di stupore, Pietro.
«Sì; tu sarai il secondo dei suoi adoratori presenti, senza calcolare gli assenti...
Perdio! perché ti fai triste?...
ne saresti innamorato sul serio?...»
«Sei tanto ingenuo da crederlo?»
«Fatti presentare allora.»
«Sarebbe inutile.»
«Chi lo sa!»
«La mia condizione mi proibisce di averla a prezzo di una viltà, e non ho danari bastanti per mettermi nel numero di questi signori che le fanno la corte...
Del resto sento che non son fatto sul loro stampo...
poiché non saprei amarla in comune, com'essi fanno...»
«Dimenticala dunque.»
«Non ci ho mai pensato che come uno scherzo.»
«A rivederci stassera.»
«Addio.»
Alle nove e mezzo i due inseparabili amici erano alla porta del teatro, in mezzo alla folla dei giovanotti che fumando stavano ad osservare le signore che scendevano dalle carrozze.
La recita era cominciata da cinque minuti.
I giovanotti erano entrati a prender posto.
Raimondo strepitava, tentando di trascinare l'amico, poiché protestava di non voler perdere la prima scena.
L'ultima carrozza avea deposto l'ultima signora sul marciapiede, e Brusio non si muoveva ancora.
Raimondo finalmente perdé la pazienza e lo lasciò solo per entrare in platea.
Poco dopo le dieci si udì il rumore di una carrozza che si avvicinava; ed il solo orecchio di Pietro poté distinguere che il passo dei cavalli non avea l'uniforme regolarità di quello dei cavalli signorili.
«Una carrozza da nolo...
è la sua!», mormorò egli appoggiandosi alla porta.
La carrozza si fermò infatti alla prima porta, ov'egli si trovava, ed un uomo, nel quale Pietro riconobbe il conte, saltò il primo a terra, per dare la mano alla signora che accompagnava.
Brusio istintivamente fece un passo in avanti.
La contessa appoggiò appena alla mano del signor di Prato la sua mano da ragazzina coperta dal guanto bianco; mise lentamente il piede, che sembrava appena accennato nel suo stivalettino di raso, sul predellino, e saltò sul marciapiede.
Con una perfezione di grazia assai distinta, ella tirò con sé il lungo strascico della sua veste di seta granadine, per impedire che, rialzandosi nello scendere, scoprisse più del basso della sua gamba sottile e ben modellata.
Soltanto, non potendo, nel tempo istesso, raccorre il bóurnous che le copriva le spalle, questo, nel momento in cui curvava fuori dello sportello la sua testolina ornata di fiori, le scivolò per le spalle e per gli omeri nudi di un'abbagliante bianchezza.
Quell'uomo che, solo e fermo sull'ingresso, dimostrava chiaramente di attendere qualcheduno, mentre tutti erano dentro il teatro, le recò forse sopresa, poiché, passando dinanzi a lui, mentre raccoglieva le pieghe della sua veste perché non lo sfiorassero, ella alzò un momento gli occhi su di lui.
Indi, come infastidita da quello sguardo scintillante che s'incrociava col suo e che sembrava assorbirne tutto il fluido, ella si volse un istante verso il conte, che dava alcuni ordini al cocchiere, prima di salire le scale del corridoio.
Vi fu un momento, quando un lembo del leggerissimo tessuto di quella veste strisciò sui suoi abiti, che le gambe di Pietro tremarono.
Pochi minuti dopo egli si diresse lentamente verso la platea.
Entrando, il riflesso dei cristalli di un occhialetto fisso sulla porta colpì i suoi sguardi.
Alzò gli occhi su quel palchetto della prima fila da dove partiva quel raggio, e vide la contessa che abbassava lentamente l'occhialetto, appoggiandolo, col braccio disteso, sul velluto del parapetto, mentre lo fissava ancora ad occhio nudo, quasi con curiosità: aveva voluto conoscere certamente, per una bizzarrìa da donna elegante, quest'uomo che aspettava sull'ingresso, tre quarti d'ora dopo alzata la tela.
Pietro cercò il suo posto e sedette quasi dirimpetto alla loggia della contessa.
La commedia fu applauditissima; ma Pietro non applaudì giammai, poiché soltanto alcuni squarci attrassero la sua attenzione; e in quegli squarci, quando il suo cuore provava potentemente quello che aveva sentito l'autore, egli rivolgevasi, senza accorgersene anche, verso il palchetto di Narcisa, e cercava negli occhi di lei l'eco di quello che egli provava nel suo cuore.
La contessa voltava le spalle alla scena; e solo di tratto in tratto, in quei momenti che avevano il potere di strappare Pietro alle sue frequenti preoccupazioni, ella volgeva i suoi limpidi occhi verso gli attori.
Del resto ella discorreva qualche volta con i numerosi visitatori che occupavano successivamente le seggiole del suo palchetto; e pochissime volte si servì dell'occhialetto per esaminare le tolette delle signore.
Giammai però l'abbassò verso la platea.
Nel suo sguardo, nel suo gesto, nella sua attitudine, fin nel modo in cui parlava e sorrideva qualche volta con quei signori che le tenevano compagnia, c'era un'indefinibile espressione di stanchezza e di noia, che si traduceva in sfumature molli, in pose voluttuosamente accidiose.
L'occhialetto di Pietro stava quasi sempre fissato su quella loggia.
Due o tre volte, ella, sorpresa di quella molesta assiduità, volse gli occhi verso quel binocolo che aveva l'indiscretezza di guardarla sì a lungo dalla platea.
Una volta infine alzò lentamente il suo, e bruscamente, senza quelle transazioni che sono assai comuni in teatro per mascherare il vero scopo, ella lo fissò di contro a quello del giovane che si abbassò subito.
Ella rimase alcuni secondi in quella positura; indi lasciò quasi cadere sul parapetto il binocolo, e fece un leggiero movimento di spalle d'impazienza.
Prima che terminasse la recita Brusio lasciò il suo posto e si recò sul corridoio.
Il suo occhio era acceso e brillante; le sue gote, abitualmente pallide, si coloravano di un rossigno febbrile.
Pochi minuti dopo, prima ancora che il sipario fosse abbassato, udì aprire la porta di un palchetto sul corridoio, e dei passi che si avvicinavano, mischiandosi al fruscio di una veste.
La contessa gli passò dinanzi, questa volta allegra e ridente, al braccio di uno di coloro ch'erano stati nel suo palchetto.
Pietro in quel momento avrebbe dato dieci anni della sua vita per uno sguardo di quella donna.
Le sue vesti lo toccarono senza che ella mostrasse di avvedersi di lui.
Solo il conte si volse a fissarlo con occhio assai cupo e sospettoso.
Il giovane scese le scale quasi insieme a lei; la vide montare in carrozza col conte, dopo aver dato la mano agli altri, e partire.
Egli rimase immobile sul limitare.
«Non vai a casa?», gli disse alle spalle la voce di Raimondo.
«Sì...
ti aspettavo per dirti addio...»
«A domani, non è vero?»
«Non lo so...
Avrò forse da studiare tutto il giorno...»
E s'incamminò lentamente per la Marina.
A due ore del mattino Raimondo si disponeva tranquillamente ad andare a letto, quando fu bussato con furia alla sua porta.
«Chi può esser a quest'ora?», disse fra sé il giovane sorpreso andando ad aprire.
«Son io, Raimondo...
son io! Aprite, di grazia!», udì la voce della signora Brusio, quasi delirante dietro la porta.
«Che c'è, signora?...
Dio mio!...
ella mi spaventa!», esclamò il giovane introducendo la madre del suo amico nella sua camera.
«Pietro!...
Dov'è Pietro? Dov'è mio figlio, signor Angiolini?», disse la povera madre colle lagrime agli occhi.
«Pietro non è in casa?», domandò Raimondo vieppiù sorpreso.
«Son due ore del mattino e mio figlio non si è ancora ritirato...
Ho mandato il domestico a cercarlo al teatro, e ritornò dicendo che il teatro era chiuso da un pezzo, ma che sulla porta era avvenuta una rissa fra alcuni giovanotti; che vi erano stati dei feriti e degli arrestati...
Mio Dio!...
gli sarà accaduta qualche disgrazia!...
Dove lo lasciaste voi?...»
«Ci separammo all'ingresso del teatro, e mi disse che andava subito a casa...
Ma io non so nulla di risse...»
«Dio!...
Dio mio!...», singhiozzò la madre torcendosi le braccia, «come farò, Dio mio, come farò!...
Son sola, signor Angiolini, son sola!...
Mio figlio!...
chi sa cosa n'è di mio figlio!...
Aiutatemi; corriamo all'ufficio di Questura a prendere informazioni...»
«Non si disperi, signora; spero ricondurle Pietro al più presto, senza alcun accidente.
Abbia la bontà di aspettarmi qui.»
Raimondo, indossato in fretta un abito, prese il cappello ed uscì.
Dando campo ad un sospetto che gli era balenato in mente mentre la signora Brusio si disperava per l'inusitata e straordinaria tardanza del figlio suo, e per la notizia che il domestico le avea rapportato, egli si diresse per la strada Stesicorea ed indi per quella Etnea, verso la casa ove abitava la contessa di Prato.
Giungendo sotto i veroni, sul marciapiede di faccia, gli sembrò di vedere qualche cosa di nero immobile sul lastrico.
Si avvicinò esitante e lo chiamò per nome a bassa voce.
«Che vuoi?», rispose una voce rauca e ancora tremante, come se inghiottisse delle lagrime, che Raimondo avrebbe stentato a riconoscere, nel suo accento duro e quasi cupo, se gli fosse stato meno famigliare.
Si appressò ancora, e vide il suo amico seduto sullo scaglione del marciapiede, coi gomiti sui ginocchi e il mento fra le mani.
«Tu qui!...
a quest'ora!», esclamò Raimondo.
«Che vuoi, ti dico?!», replicò con maggiore asprezza Pietro.
«Non son forse più padrone di fare quello che mi piace?!...»
Raimondo capì che quello non era il momento di parlare al suo amico; e sospirando tristemente, poiché allora soltanto scoperse lo spaventoso abisso del precipizio su cui egli si cullava, sedette silenzioso al suo fianco.
Pietro rimase muto, come non avvedendosene, cogli occhi di una sorprendente lucidità, fissi sul lume che brillava dietro le tende di seta del verone.
Qualche volta, a lunghi intervalli, egli trasaliva, ed una gocciola, come di sudore, che partiva dall'orbita, luccicava un momento solcando le sue guance.
Ad un tratto egli afferrò con violenza il braccio di Raimondo!
«Guarda!...
guarda anche tu!», diss'egli con la voce stridente ed interrotta del delirante o del pazzo.
E si alzò, come se avesse voluto elevarsi sino al verone per meglio osservare.
«Io non vedo niente», mormorò Raimondo che si fregava gli occhi inutilmente.
Pietro, senza rispondergli, gli porse la busta del suo occhialetto che trasse dalla saccoccia del soprabito.
«Guarda, ti dico!...
c'è da diventar pazzo!»
Coll'aiuto dell'occhialetto Raimondo vide la contessa, presso le tende del verone, di cui le invetriate erano aperte, sdraiata, nella sua favorita posizione languida e voluttuosa, su di una poltrona, ancora colla veste del teatro, coi capelli ancora intrecciati di fiori; ed un uomo, il conte, ritto dietro la spalliera della poltrona, che si chinava verso di lei, e le divideva coi baci i ricci da sulla fronte.
Ella gli sorrideva del suo riso da sirena; e di quando in quando, allorché il conte rimaneva come stordito nel fascino di quelle seduzioni mirabili di voluttà, ella gli prendeva le mani colle sue manine affilate e bianchissime, e se ne lisciava la fronte, e le nascondeva fra il setoso volume dei suoi capelli, e se le posava sugli occhi e sulle labbra, ma lentamente, con quel suo abbandono ch'era irresistibile, come se avesse voluto dare il tempo a tutte le emanazioni inebbrianti che scaturivano dai suoi pori di penetrare in lui sino al midollo delle ossa.
Raimondo, quasi spaventato, pel suo amico, da quella vista, fu scosso dai singhiozzi di lui che prorompevano soffocati come singulti; e, riponendo tristamente nell'astuccio l'occhialetto, disse col tuono di chi prende una risoluzione:
«Via, Pietro, è tempo di partire! Tua madre ti attende a casa mia!».
«Mia madre!...», esclamò il giovane con un sussulto che dimostrava come quella corda vibrasse ancora potentemente nel suo cuore, mentre tutte le altre erano allentate e sconvolte.
«Sì, tua madre, spaventata dalla tua estraordinaria tardanza, che ti cerca da me come una pazza.»
«È tanto tardi dunque?», domandò egli come parlando in sogno.
«Son le tre fra poco.»
«Non credevo fosse sì tardi...
Hai ragione, andiamo via...
bisogna essere uomini!»
Poscia si fermò in mezzo alla strada, quasi non avesse avuto la forza di staccarsi da quel punto.
«Ben dicesti: bisogna essere uomini e non fanciulli!», replicò Raimondo, dando al suo accento la possibile espressione e trascinandolo in qualche modo per forza, mentre Pietro si lasciava condurre a capo chino come un ragazzo.
IV
Quando entrarono nell'Albergo di Francia, dove li aspettava la signora Brusio, questa corse ad abbracciare suo figlio con tutta l'effusione di un cuore di madre; ma rimase senza osarlo, colle braccia aperte, dinanzi allo sguardo fosco e alla fisonomia cupa ed irritata del figlio suo.
«Credevo», disse questi aspramente, «di non essere più all'età di uno scolaretto che si manda a cercare se ha fatto tardi nel ritornare da scuola...»
La madre fu dolorosamente colpita da quelle parole, le sole che avesse udite in tal modo da quel figlio che l'idolatrava.
L'istinto materno fu atterrito dallo stato di quel giovanetto che in un'ora avea potuto dimenticare siffattamente il culto che nutriva della madre, e risponderle in tal guisa.
«Andiamo, figlio mio, le tue sorelle ci aspettano...», diss'ella tristamente, ma evitando di inasprirlo; «grazie, signor Angiolini!...»
S'incamminarono verso casa; e la madre osservò sospirando che il figliuolo non le offriva il braccio, e camminava cupo, ed anche indispettito al suo fianco.
Sulla scala corsero ad incontrarli le due sorelline ancora pallide e singhiozzanti, che gridavano:
«Mamma! mamma!...
L'hai trovato?...
È qui il nostro Pietro?!...».
Le loro festanti esclamazioni furono interrotte dalla voce dura del fratello.
«Per l'avvenire», esclamò questi, cercando di dare la possibile moderazione alla sua voce tremante d'irritazione, «spero che le mie tardanze non daranno più luogo a simili scene da teatro...
che mi costringerebbero a cercare altrove la pace e la libertà di cui ho bisogno...
che son deciso ad avere...
Datemi la doppia chiave della porta, onde non dia più occasione ad attendermi domani, e facciamola finita!...»
E senza neanche prendere il lume, si chiuse nella sua camera, sbattendone l'uscio con impeto.
«Povero figlio mio!», singhiozzò la desolata madre, abbracciando piangente le sue figlie: «ecco le prime lagrime che mi fai versare!».
Pietro passeggiò per la camera alcuni minuti, agitato e smanioso; poscia si fece al verone.
La calma serena di quella notte d'estate, il fresco venticciuolo che gli asciugava il sudore sulla fronte lo calmarono alquanto; egli pensò alle lagrime di sua madre ed odiò se stesso come giammai aveva odiato.
«Son vile!...
sì, son vile!...», esclamò strappandosi i capelli.
«Oh! la testa...
Dio mio!...»
Aprì l'uscio della sua camera senza far rumore, e camminando leggero leggero andò ad origliare dietro la bussola della camera di sua madre, onde vedere se dormiva.
La signora Brusio era ancora in piedi quando suo figlio aveva aperto l'uscio, ascoltando ansiosamente il più lieve rumore ch'egli facesse, e che potesse farle indovinare lo stato del cuore di lui; appena udì che si avvicinava capì, con l'istinto materno, che suo figlio pentito veniva a vedere se ella dormisse; e l'istinto materno le suggerì anche che l'unico perdono che egli poteva desiderare nel suo pentimento era che sua madre riposasse.
Ella si gettò sul letto, e finse di dormire.
Pietro ascoltò, dietro il paravento, il respiro alquanto accentuato di sua madre; credette che dormisse davvero, e non poté frenare le lagrime che gli scorrevano ardenti sulle guance: lagrime di pentimento, di rabbia contro se stesso, di terrore dell'avvenire (che allora soltanto intravedeva) per ciò che provava.
«Povera madre!», esclamò singhiozzando; «povera madre mia!».
E la madre udì quei singhiozzi, e soffocò i suoi fra i guanciali.
Pietro si ritirò in punta di piedi, com'era venuto; e si rimise al verone.
Colla fronte fra le mani, ed i gomiti appoggiati alla ringhiera, egli si assopì in quel vortice luminoso e turbolento che il cuore e l'imaginazione gli creavano, e dove vedeva un'ombra, dove una figura, ora vestita di bianco, ora quale l'avea veduta poche ore innanzi...
carezzantesi la fronte ed i capelli con le mani di quell'uomo...
Quando, abbarbagliato da una luce vivissima, egli alzò gli occhi, si avvide con sorpresa che il primo raggio di sole facea scintillare i vetri.
«Diggià!», mormorò egli: «il giorno vien presto al presente!...».
Sua madre, entrando la mattina nella camera di lui, osservò con dolore che il letto era intatto, come era stato acconciato la sera innanzi.
«Madre mia!», le disse il giovane prendendole una mano, in tuono di pentimento del passato ma risoluto ad ottenere quello che domandava, «ti chiedo perdono di quello che ho detto e fatto ieri...
Ma ti prego di lasciarmi per l'avvenire alquanto più di libertà, che l'età mia ora richiede...».
«Fa come vuoi, figlio mio...», rispose la madre abbracciandolo.
«Io non temo che tu ne possa abusare, poiché sei figlio di un uomo onesto e manterrai onorato il nome che ti diede.
In quanto a me...», e la povera donna sospirava tentando di sorridere, «in quanto a me cercherò di vincere le mie sciocche paure...»
«Grazie, grazie, buona madre!...», esclamò Pietro facendo uno sforzo per non bagnare di lagrime quella mano che baciava.
Però ogni sera quella madre, che numerava coi battiti del suo cuore i minuti che suo figlio tardava a venire, aspettava, sino alle due, e spesso sino alle tre, che il noto passo le annunziasse da lungi, nel silenzio della strada, ch'era lui che veniva; e piangeva sovente, quando, invece di mettersi a letto, lo udiva passeggiare per la camera, o farsi al verone; e l'indomani, dopo avere interrogato sospirando il letto, spesso colle lenzuola ancora rimboccate, cercava negli occhi smarriti del figlio e nei suoi lineamenti pallidi e sbattuti la risposta ai vaghi timori che l'agitavano.
Pietro, che ogni mattina pel passato soleva informarsi della salute di sua madre, non s'accorgeva nemmeno del pallore di lei e della sua cera malaticcia.
Raimondo non lo vedeva quasi più.
Brusio passava i giorni al Laberinto, la sera seguendo la donna che gli aveva ispirato questa folle passione o cercando d'incontrarla al passeggio, (dove lo sguardo di lei qualche volta lo fissava con quel raggio pacato e snervante della sua pupilla cerulea, ciò che faceva delirare il povero giovane, e gli faceva seguire, coll'occhio ardente e le membra convulse, quella veste fluttuante che armonizzavasi sì mirabilmente ai movimenti pieni di seduzione del corpo da fata) o al teatro dove la vedeva splendere di tutto il prestigio del suo lusso, profumata da quel vapore inebbriante che recano la bellezza, la giovinezza, la ricchezza; facendo scintillare la luce del suo sguardo insieme al riflesso dei suoi diamanti; armonizzando la bianchezza vellutata e purissima della sua pelle alla bianchezza pallida delle perle che le cingevano il collo bellissimo; spesso allegra e ridente cogli uomini più eleganti e più alla moda, appartenenti alla migliore società, che si contendevano un posto nel suo palchetto; spesso a metà nascosta nell'angolo più oscuro della loggia, colla testolina ricciuta e coronata di fiori e di gemme rovesciata all'indietro sulla parete, con quell'attitudine abbandonata cui ella sapeva dare tutto quanto vi ha d'attraente nella mollezza, d'irresistibile nel languore; e vi stava ad occhi chiusi, come dormendo ed assorbendo con maggior squisitezza di voluttà le armonie della musica che avevano il potere di commuoverla dippiù.
Egli passava la notte sotto i veroni di lei, coll'occhio fisso su quel lume che rischiarava la sua stanza; aspirando, con terribile voluttà di passione (ch'era tanto potente da sembrare angoscia qualche volta) di gelosia, ed anche di dolore, tutti i rumori più insensibili del suo passo, del fruscio della sua veste, tutte le emanazioni della donna amata, i minimi suoni del suo pianoforte e della sua voce, che spesso parlava al conte di quelle parole, cui rispondeva, come un'eco, un singhiozzo dalla strada.
Egli sapeva l'ora del suo levarsi, della sua toletta, del suo pranzo, della sua passeggiata; conosceva il modo d'ondeggiare delle tende quando ella vi stava dietro, il rumore delle carrucole della poltroncina che la sua mano indolente tirava a sé.
Era un martirio spaventevole che s'imponeva senza saperlo; che l'attraeva però col fascino del precipizio; che alimentava il parossismo febbrile, il quale divorava le sue forze e la sua vita, colle sue triste gioie, coi suoi acri godimenti, coi suoi sogni febbricitanti.
Alcune volte, ritirandosi ella dopo la mezzanotte, a piedi, accompagnata [dal conte e] da due o tre giovanotti eleganti che la corteggiavano, si era rivolta verso quell'uomo, seduto sul marciapiede, che si sarebbe scambiato con un mucchio di cenci; ed il conte avea rallentato il passo per meglio osservarlo.
Quando ella si ritirava in carrozza, Pietro osservava, qualche volta, al riverbero dei lampioni della carrozza, che ella, mentre scendeva dal montatoio, si volgeva con curiosità verso l'angolo ove sapeva di dover trovare quello strano personaggio che la prima volta avea supposto un mendico; e che il conte si fermava innanzi al portone qualche minuto per guardarlo.
Una notte, negli ultimi di settembre, verso le due del mattino, Pietro aspettava da un pezzo la contessa che era andata alla serata del prefetto.
Il rumore di una carrozza, che si avvicinava al gran trotto, si fece udire da molto lontano per le strade deserte, e poco dopo il legno passò dinanzi al nostro protagonista fermo al suo solito posto.
Narcisa ne scese più lentamente del solito, e scomparve quasi subito insieme al conte.
La carrozza ripartì.
Pietro udì il passo leggero di lei che saliva le scale, accompagnato dal passo più pesante dell'uomo che la seguiva; udì la porta che si apriva a riceverli e si rinchiuse poco dopo; vide che nel salotto ove abitualmente dimorava la contessa, venivano accresciuti i lumi.
Poco dopo la dolce voce di Narcisa, col suo accento molle ed armonioso d'indefinibile espressione, fece battere fortemente il cuore del povero giovane.
«Mio Dio!...
che buio!...
Ma dormono tutti in questa casa stassera!...»
Indi alcuni suoni, tratti così a caso dal pianoforte, quasi le dita cercassero le note di una fantastica melodia, che si stancarono presto a riprodurre e che diede luogo al terzetto finale d'Ernani, anch'esso poco dopo interrotto, colla stessa capricciosa volubilità, per un valtzer allora in gran voga: Il Bacio, di Arditi.
Però sembrava che un'attitudine estraordinaria facesse, in chi suonava, supplire a tutte le lievi imperfezioni di esecuzione, che venivano dalle difficoltà che incontrava, con una espressione molto rara, che traeva degli impeti e dei fremiti di delirio festevole dalle note del valtzer e faceva piangere con quelle del melodramma.
Giammai a Pietro parve di avere udito armonia come quella che le mani della donna adorata creavano sui tasti d'avorio, nel silenzio profondo di quella notte, profumata dal vicino Laberinto e rischiarata dalla luna.
Tutt'a un tratto anche il valtzer fu interrotto, ed il giovane udì i passi di lei che si avvicinava al verone, e vide la sua ombra che intercettava il lume che ne rischiarava il vano.
Ella si appoggiò all'inferriata del verone, colla testa fra le mani, perdendo il suo sguardo nell'orizzonte.
La luna, allora nel suo più alto emisfero, la circondava quasi in un trasparente vapore.
Un'altra ombra si avanzò e le si mise al fianco.
«Perdio!», disse una voce secca ed orgogliosa, con accento toscano, che Pietro riconobbe per quella del conte, «non mi leverò mai d'addosso quest'accidente!»
Brusio sentì che quelle parole erano al suo indirizzo, e il sangue gli montò al viso.
«Che dite?», rispose la fresca voce della contessa, sebbene parlasse pianissimo.
«Parlo di quell'importuno che sta a farci la spia da mane a sera; che non ci lascia un'ora di pace...
e che credo, in fede mia, sia pazzo di voi...»
La contessa alzò le spalle con un moto sprezzante d'indifferenza; indi mormorò sbadatamente, colla sua voce più bella e più calma, e colla più completa noncuranza, lasciando il verone:
«E che ci ho da fare io se quest'uomo e pazzo?...».
Pietro si alzò, lento, come se le gambe gli si piegassero sotto, sentendo agghiacciarglisi il sudore sulla fronte, coi denti sbattenti di convulsione.
Di giorno il conte sarebbe rimasto atterrito dal pallore e dall'alterazione dei lineamenti di lui, e dal sinistro splendore dei suoi occhi ardenti.
Egli rimase un momento immobile, annichilato, come se quella bellissima voce di donna avesse di un sol colpo reciso i muscoli più vitali del suo cuore.
Il solo rumore che si udiva era quello dei suoi denti che battevano gli uni contro gli altri.
«Questa donna ha ragione!», mormorò egli quindi colla voce rauca, stentando a proferire le parole: «io son pazzo!...
son pazzo!...
Sono stato vile anche!...».
E partì lentamente, quasi strascinandosi.
Non avea fatto dieci passi che udì le note allegre e cristalline del valtzer che risuonavano di nuovo.
Si fermò in mezzo alla strada, a guardare un'ultima volta, con un'ineffabile espressione di disperata amarezza, quel lume che splendeva chiarissimo in quella stanza riboccante d'armonia; si levò il cappello, con un moto istintivo, lento, quasi solenne, esclamando, cogli occhi umidi di lagrime infuocate:
«Addio, signora!...
Addio!».
Camminò tentoni, barcollando com un ubbriaco, fino a quando stramazzò, privo di forze, singhiozzante, su di un sedile di marmo sotto gli alberi del Rinazzo.
«Oh! questo valtzer! questo valtzer!», gridò egli smaniante, come se quelle note gli percuotessero sul cervello, «Dio!...
mi pare di diventar matto davvero...
Ah!...
ma non ha dunque nemmeno un pensiero per l'uomo ch'è pazzo per lei, questa donna?!!...»
E partì correndo, come un delirante, fuggendo quei suoni, che sembravano inseguirlo nel silenzio della contrada.
Si aggirò quasi tutta la notte per le vie più solitarie e deserte della città; spesso correndo e singhiozzando disperatamente, spesso lasciandosi cadere a terra, sul canto di una via, quando l'eccitazione febbrile che l'agitava gli toglieva le forze che gli aveva dato nel suo parossismo.
Non tenteremo di dare un'idea di quelle lagrime roventi che lasciavano solchi sul suo volto livido ed impastato di polvere e di sudore.
La tempesta violenta che mugghiava in quel petto gli faceva emettere voci tronche, gemiti che si articolavano come parole, ma in mezzo ai quali risuonava sempre un grido, or come un singhiozzo, or come un'invocazione disperata: «Narcisa!...
Narcisa!...».
E quando le sue arterie battevano in modo da rompersi, egli si afferrava la testa fra le mani, e tornava a correre come un pazzo, fin quando la stanchezza fisica lo istupidiva alla lotta terribile delle sue passioni.
Cominciava ad albeggiare; quell'incerto crepuscolo gli ferì gli occhi come un riverbero infuocato; quella vita che si risvegliava nella grande città con tutti i suoi rumori, quella luce che crescendo gli sembrava rischiarasse tutta l'immensità della sua disperazione, gli parvero odiose...
a lui che cercava il nulla, che non avea pensato al suicidio perché odiava troppo ancora per essere stanco della vita.
Aprì la porta di strada di casa sua colla doppia chiave che recava sempre addosso; si chiuse nella sua camera, così al buio; e si buttò sul letto, vestito com'era, lasciando cadere soltanto in un angolo il suo cappello: era annichilato.
La stanchezza fisica e la morale l'avevano vinta fors'anche sulla sua disperazione; o almeno, in quel punto, gliela avevano resa meno sensibile.
Egli si addormentò poco dopo di un sonno agitato, febbrile ed interrotto.
Sua madre, che all'alba avea lasciato il letto, dopo una notte passata fra le lagrime, e stava nel salotto che precedeva la camera di lui, onde vedere se almeno fosse rientrato, udì a lungo gemiti, singhiozzi, rantoli soffocati, che si mischiavano alla respirazione affannosa e stentata del dormente, e che conturbavano e straziavano il suo cuore.
Questa donna, coll'orecchio fissato sulla toppa dell'uscio, stette quasi un giorno intiero ascoltando con angosciosa ansietà tutti i minimi rumori di lui e cercando d'indovinarli.
Finalmente, verso le sette di sera, l'udì levarsi e passeggiare per la camera.
Ella ebbe timore, sì, la madre che comprendeva come qualche cosa di terribile passasse nell'animo del figlio, e lo allontanasse dalle sue consolazioni e fin dalle sue lagrime, la madre ebbe timore che questo figlio adorato, buono un tempo ed affettuoso, che ella non riconosceva più ora allo sguardo fosco e al carattere aspro e violento, non commettesse qualche scena brutale se si fosse accorto di essere stato spiato.
Pietro passeggiò un pezzo per la camera, strascinandosi o camminando a salti, a seconda delle istantanee trasformazioni che subiva il corso delle sue idee; odiando quel filo di luce che trapelava dalle commessure delle imposte e che gli provava che la luce illuminava ancora; odiando i rumori della strada che gli annunziavano che tutto non era morto o almeno in lutto come il suo cuore; odiando fin anche il pensiero di esser vicino alla sua famiglia, quella famiglia che avea formato il suo culto e per la quale avrebbe dato altra volta tutto il suo sangue.
Poi sedette presso il tavolino, colla testa fra le mani; e vi stette a lungo; coll'occhio arido, lucido, di una straordinaria fissità.
Una febbre ardente faceva vibrare con forza le sue pulsazioni; allorché sentì battere sì violentemente le sue arterie ch'egli ne udiva quasi il sordo rumore con colpi spessi percossi sul cervello; allorché sentì sulle palme quel fuoco che ardeva la sua fronte; allorché, più che mai, intravide dei lucidi bagliori attraversargli la pupilla con un solco luminoso, che nell'animo tracciava una striscia infuocata fra la tempesta delle sue passioni, dubitò un momento che fosse pazzo davvero.
Egli ebbe paura di quest'idea...
paura di non esser più padrone di sé, della sua vita, nel momento che sentiva averne maggior bisogno, per inebbriarsi di tutta la terribile voluttà di quel dolore che l'attaccava alla vita istessa; ebbe paura di abbandonare questa, come in trastullo, agli uomini: egli si fece alcune domande che erano strazianti nella loro calma forzata; si propose ragionamenti posati che tradivano ancora la convulsione dello sforzo che erano costati, dominando l'uragano che tempestavagli in cuore con volontà disperata di calma, per convincersi che non era pazzo...
poiché egli avea paura d'esserlo...
poiché egli odiava ferocemente...
Udì suonare nove ore all'orologio della stanza contingua.
«Vediamo!», mormorò egli alzandosi, «a quest'ora dev'essere buio...
Ho tutta la mia ragione ancora!...
Che vale disperarsi per colei?...
quali diritti ne ho io? Siamo uomini, perdio!...
come dice Raimondo...
Ma chi dice questo spesso è segno che teme di non esserlo abbastanza...
Non è vero che son pazzo!...
Non voglio essere pazzo io!...
Ebbene!...
io voglio esser uomo!...
sì...
ho la testa lucida!...
comprendo che bisogna annegarne la memoria...
annegarla fra il vino...
le donne...
l'orgia!...»
Aprì le imposte, per vedere s'era notte davvero: era buio affatto; raccolse il cappello da terra e se lo calcò sul capo senza nemmeno aggiustarsi i capelli arruffati e appiccicati col sudore sulla fronte, ed uscì, quasi fuggendo la madre che udiva camminare nell'altra stanza.
V
Gli parve di respirare più liberamente quando l'aria aperta lo percosse sul volto, rinfrescando il calore delle sue membra ardenti di febbre: quella dolce sensazione gli parve fargli bene.
Per la strada Vittoria scese alla Marina.
A misura che l'influenza di quella bella sera s'insinuava nel suo organismo, egli sentiva però crescere e giganteggiare un fantasma che voleva scacciare con tutte le forze dell'essere suo...
che l'atterriva.
Sotto il Seminario, vicino Porta Marina, in una bottega, udì i suoni di alcuni strumenti da fiato e da corda che eseguivano una polka, e i passi saltellanti e vigorosi di coloro che ballavano.
«Costoro si divertono»; diss'egli, «chi sa se anch'io vi potrei almeno dimenticare!...»
Fece alcuni passi per entrare nella bottega di tabacchi che precede l'ignobile sala da ballo, ma non ebbe la forza di farlo.
L'istinto, l'abitudine piuttosto, del giovane bene educato non gli permise di mischiarsi senza transazioni a quanto vi avea d'impuro e d'abietto in quella gentaglia, operai d'infima classe, lustrastivali, borsaiuoli, barcaiuoli e femmine di mala vita, che componevano la società di quel ballo.
«Oh! stordirmi! stordirmi!...», esclamò egli, con un accento quasi doloroso, fermo in mezzo al viale ove avea incontrato Narcisa e questa l'avea guardato.
E partì di buon passo per la strada Stesicorea; ai Quattro Cantoni entrò alla Villa di Sicilia.
Era la capitolazione del giovane di buona famiglia, che non osava ancora penetrare nella taverna per ubbriacarsi e cercava la taverna elegante.
Al garzone, che gli domandava cosa ordinasse, rispose di non saperlo, di recare quel che voleva, come per esempio un'insalata, purché l'accompagnasse di una bottiglia di marsala.
Il cameriere guardò sorpreso quel giovane che beveva una bottiglia di marsala su di un'insalata.
Pietro fu quasi atterrito, quando, riflessa dirimpetto a lui, su di uno specchio, vide una sinistra figura da spettro, col cappello ammaccato, i capelli incollati e cadenti sul volto di un pallore che sembrava terreo, magro in modo da far luccicare straordinariamente il bagliore che la febbre dava ai suoi occhi, i quali sembravano più grandi; cogli abiti scomposti; egli stentò un pezzo a riconoscere se stesso, e finalmente un riso amarissimo errò sulle sue labbra violacee.
Il cameriere gli recò quanto avea ordinato; egli cominciò a bere il vino senza toccare l'insalata.
Allorché sentì i polsi battergli più forte, le gote animarsi, i vapori annebbiare la sua testa, ancora vertiginosa, egli si alzò, dopo aver pagato lo scotto, ed uscì.
«Ora andiamo al ballo!», mormorò con triste sarcasmo; «forse anch'ella, a quest'ora, è alla sua festa!...»
E scacciando un'ultima volta quest'immagine che, anche fra i fumi del vino, anche nel momento che si stordiva per non vederla e che la fuggiva nello stravizzo, trovava modo d'inchiodarglisi ferocemente nel cervello, egli corse alla Marina; esitò ancora un istante prima di mettere il piede su quella soglia, e finalmente entrò nella bottega che precedeva lo stanzone ove si ballava.
Fingendo di dover comprare sigari, domandò a colui che stava al banco se l'entrata al ballo era libera per tutti, pagando; colui lo squadrò dal capo alle piante, come sorpreso che un giovane il quale indossava abiti piuttosto eleganti venisse a cercare una tal festa; poi, alzando le spalle con ruvida indifferenza, gli rispose con un cenno del capo affermativo.
Brusio, pagati alla porta i pochi centesimi che davano diritto all'entrata, passò nella sala da ballo.
Era, come abbiamo accennato, una stanza assai grande, illuminata da lampade ad olio, con alcune panche disposte in giro alle pareti, su di una delle quali sedevano un contrabbasso, un violino ed un flauto che facevano saltare col movimento della polka una ventina di ballerini e ballerine.
La vista del giovane in cappello a cilindro fece impressione certamente, poiché le danze furono sospese, e tutti si volsero a guardare con curiosità il nuovo venuto; poco dopo incominciò a farsi udire un mormorio di cattivo augurio contro quell'importuno che veniva a disturbare il loro passatempo.
«Egli viene a ridere di noi...
il signorino!», esclamò una delle donne, che si appoggiava alla spalla di un uomo atletico, vestito di velluto e di volto assai caratteristico.
«Noi non andiamo a mischiarci alle sue smorfiose...
quando essi si divertono!...», gridò un'altra.
«Non vogliamo seccatori qui! non vogliamo spie!», urlò una terza voce.
«Ora vado a prendere per le spalle questo piccino e te lo metto fuori», disse l'uomo erculeo alla sua donna.
E si avanzò, col cipiglio arrogante, verso il Brusio, il quale ancora esitava ad inoltrarsi.
«Che vuoi tu?», gli disse colla voce dura dell'imperio che esercitava sui suoi compagni quando gli fu faccia a faccia, covrendolo quasi col suo largo petto e la sua alta statura.
«Non ho da dirlo a te, né a nessuno qui!», rispose il giovane, irritato, quantunque avvinazzato, da quella brutale famigliarità, guardandolo fisso negli occhi.
«Per Cristo! non hai da dirlo a me?», rispose sghignazzando il colosso.
«Ma sai che qui sei in casa mia, e che se ti prendo fra l'indice ed il pollice ti stritolo?!...»
«S'è casa tua ci resto!», disse Pietro coll'ostinazione dell'ubriachezza o del puntiglio giovanile; «in quanto a stritolarmi, provati!»
E incrocicchiò le braccia sul petto, stendendo un passo in avanti e spostandosi solidamente sulle sue gambe snelle ma nervose, come se aspettasse l'assalto.
L'altro fece ancora un passo, minacciandolo dello sguardo più che del gesto, con la bravata audace e cinica che dà la coscienza della superiorità fisica in tali uomini; e mormorò, con voce che cominciava ad essere rauca d'ira, accostandosi sin quasi a toccarlo col petto:
«Vattene!».
«No!», rispose Pietro bruscamente.
Il gigante stese le braccia per afferrarlo; le braccia muscolose del giovane lo ributtarono due o tre passi all'indietro con un vigore che il bravaccio non avrebbe mai supposto in quel corpo magro e svelto; allora mise un urlo di rabbia: l'urlo della iena che ha sentito pungersi mentre scherzava; e afferrata una sedia la slogò di un sol colpo sul pavimento, tornando quindi verso di Brusio con la sbarra pesante e ruvida fra le mani, che brandiva sulla sua testa come una clava.
Pietro, dal canto suo, fu lesto ad impadronirsi del bastone di uno dei suonatori, che si erano salvati dietro le panche, e a pararsi il colpo con quello.
Allora cominciò un combattimento accanito e feroce fra l'uomo atletico, che mugghiava come un toro ferito per la rabbia che non poteva sfogare, rabbia accresciuta dalla inopinata resistenza che incontrava e che gli toglieva il prestigio d'invincibilità nell'opinione dei suoi compagni, ed il giovane alto, sottile, pallidissimo, colle grosse labbra chiuse e sdegnose, l'occhio scintillante, la fronte alquanto calva, altiera ed impassibile, su cui si appiccicavano i capelli arruffati e si schiacciava il suo cappello a cilindro.
Per fortuna Pietro aveva studiato la scherma del bastone con maggiore attenzione di quanta ne avesse messa ad ascoltare le lezioni del canonico Russo; fu perciò col massimo piacere degli spettatori, comprese le femmine, che questi assistettero a quel duello singolare fra i due avversarii degni di starsi a fronte l'un l'altro; essi battevano le mani ai bei colpi, e incoraggiavano con acclamazioni i combattenti.
Brusio non era più uno straniero per loro, un signorino, ora che maneggiava sì bene il bastone.
L'uomo vestito di velluto avea il braccio e le reni solidi come bronzo, e molta abilità in questa maniera di scherma, ciò che gli faceva menar colpi che calavano giù rombando terribilmente; il giovane però, se non avea la forza muscolare del suo avversario, lo vinceva nell'elasticità e sveltezza dei movimenti e nel sangue freddo inalterabile, che in lui era uno strano effetto della collera, con cui aggiustava i suoi colpi e parava quelli che gli venivano.
Tutt'a un tratto una legnata violenta di Brusio spezzò la spada colla quale il bravaccio parava il colpo alla testa, e si vide quest'ultimo stramazzare a terra colle braccia stese: avea il cranio spaccato.
Successe uno straordinario tafferuglio: alcuni gridavano evviva, altri imprecavano e minacciavano Pietro più seriamente al certo di quanto fosse stato minacciato sino allora, poiché nella mezza luce si vedevano luccicare lame di coltelli affilati.
«Silenzio, canaglia!», si udì gridare una voce la quale avea tutte le gradazioni fra quella dell'uomo e quella della donna, «questo giovanotto lo proteggo io! è dei nostri!...
Ha cuore e pugno...
Egli vuol essere dei nostri, giacché è venuto; non è vero?»
«No! no! Sì! sì!», urlarono alcune voci avvinazzate: «Non vogliamo cappelli! non vogliamo signorini!...»; «Viva il signorino! egli ha il pugno di ferro; egli ha vinto Nicola!».
Nulla avrebbe potuto sedare quello schiamazzo, e Pietro avrebbe corso fors'anche il più grave pericolo, minacciato dalla vendetta degli amici del caduto, quantunque difeso anche dal piccol numero dei suoi ammiratori; un altro combattimento, in più grandi proporzioni, era almeno imminente, se non fosse entrato in quel punto il padrone dello stabilimento; il quale, impassibile sin'allora a quanto era avvenuto, dietro il suo banco della prima camera, accorreva dimostrando nel gesto e nella fisonomia l'importanza della notizia che recava:
«I carabinieri!», diss'egli.
«I carabinieri!» fu gridato da ogni parte.
E tosto amici e nemici si fusero in un lodevole accordo a nascondere in uno stanzino il mal capitato Nicola, cui, quantunque fosse rinvenuto e mandasse lamentevoli gemiti, nessuno avea badato, a lavare il pavimento lordo di sangue, e a tirare i suonatori da sotto le panche.
«La Fasola! la Fasola!», fu gridato da tutti.
Venti braccia soffocarono Pietro in un energico amplesso; e venti voci, anche di quelle che avevano minacciata la sua vita un momento innanzi, gli susurrarono: «Siamo amici, non è vero? Sei dei nostri!...
Vuoi essere dei nostri?».
«Sì, son dei vostri!...
amici! tutti amici!», rispose Pietro, urlando tanto forte da cercare di soffocare le stesse parole che proferiva; stendendo le mani alle venti mani nere e callose che gli venivano stese, onde stordire tutto quello che sentiva d'ignobile, di ributtante, di vile in quell'accozzaglia alla quale veniva a domandare le sue distrazioni; ballando anche lui quella ridda infernale sul sangue versato da poco e ancora tiepido...
Egli, a misura che le acri esalazioni di quei cenci e di quei corpi, e l'esaltazione avvinazzata di quel tripudio cominciarono ad offuscargli il cervello, come il marsala non aveva potuto fare; egli, che aveva avuto ribrezzo a toccare la mano di quella femmina, spudorata corifea della festa, ch'era stata la donna di Nicola, cominciò a saltare più furiosamente degli altri, e stringersi più ebbro quell'abbietta creatura fra le braccia.
Due ore dopo mezzanotte egli usciva stordito, briaco da quell'orgia; ancora sbalordito dal baccano che avea fatto il suo cuore; mormorando come per illudersi anche in quel momento:
«Oh! la vita!...
Questa è la vita!...
Donne e vino!...
Viva l'allegria!».
Da quel giorno, o piuttosto da quella notte, Pietro Brusio cominciò una vita indegna ed abbietta, di cui egli cercava occupare tutti gli istanti con gli eccessi più sfrenati, per non darsi il tempo neanche di vedere dov'era caduto.
Egli faceva sforzi sovrumani per annegare nel frastuono, nell'ubbriachezza, quanto sentiva ancora di elevato e di nobile nel suo cuore, che gli rimproverava come un rimorso la vita che menava, e gli faceva pensare spesso, malgrado la sua disperata volontà, malgrado gli eccessi a cui ricorreva, a quella donna fatale di cui malediva la memoria.
Spesso fra le orgie più impure, nell'ubbriachezza più profonda, egli rimaneva in disparte, muto, pallido, coll'occhio fisso e pensieroso.
Spesso, al contrario, stringendosi una di quelle femmine da trivio fra le braccia egli mormorava un nome cogli occhi umidi di lagrime: ciò che rendeva dapprincipio attoniti, e faceva ridere dappoi i suoi compagni di stravizzo.
Egli logorava la giovinezza del suo cuore e del suo corpo in questa vita febbrile, divorante, che s'era imposta; fuggiva lo sguardo della madre e delle sorelle come se avesse temuto di contaminarle col suo, come se avesse temuto che la muta eloquenza dell'occhio umido della madre gli facesse sentire tutta l'infamia dell'abbiettezza in cui affogava le sue memorie e il suo amore, che provava ancora rigoglioso e potente.
Fuggiva gli amici di una volta, che forse avrebbero potuto rimproverarlo col loro freddo contegno; [fuggiva sin anche] Raimondo, cui non si sentiva bastante coraggio di avvicinare.
Siamo al Giovedì Grasso.
Brusio ha passato più di quattro mesi di questa vita; è divenuto il corifeo di questa canaglia composta di femmine da trivio e di uomini perduti; e in quella sera, tutti mascherati in modo poveramente e orribilmente grottesco, vanno al Teatro a farvi pompa del cinismo del vizio, della brutalità della violenza, della petulanza della miseria colpevole; occupando la galleria, ove mangiano, bevono, contendono ed urlano anche nel tempo della rappresentazione, malgrado la presenza delle numerose Guardie di Pubblica Sicurezza e dei Reali Carabinieri.
Dopo la recita aspettano l'apertura del ballo mascherato per lanciarsi, coi loro costumi sudici, in mezzo alla platea, per mischiarsi a quella società elegante che non sentonsi in diritto d'avvicinare coi loro cenci, e per farlo ne cercano il coraggio nell'ebbrezza, nell'esaltazione e negli eccessi.
Brusio, in prima fila fra di essi, sul proscenio, indossando un travestimento tutto suo, composto di cappuccio, casacca e pantaloni di pelle di montone (vestito che egli avea denominato da orso), si occupava metodicamente a dar fiato ad un enorme corno ad ogni scena nuova; e le rimostranze delle guardie di Questura erano soffocate dagli urli, dai suoni di trombe e di campane e dai fischi della mascherata numerosa che gli faceva codazzo.
Poco prima di mezzanotte fu aperto il ballo.
Quella folla ululante irruppe come un torrente limaccioso nella sala.
I palchetti erano gremiti di elegantissime dame e di signori mascherati con lusso.
Poco dopo si aprì l'uscio di un palchetto di seconda fila ed entrò la contessa di Prato, mascherata da baccante, accompagnata dal marito e da un bel giovanotto biondo, sottotenente negli Usseri di Piacenza, che le tolse dalle spalle la mantelletta Fatma di peluscio.
Giammai la signora aveva brillato di tutta la pompa affascinante delle sue seduzioni irresistibili, come quando si avanzò sul parapetto della loggia colle braccia, le spalle ed il petto nudi nel suo abito diafano di velo, col suo sorriso sulle labbra, con quel piccolo grappolo d'uva e quell'unica foglia verde a metà nascosti tra i riflessi cenerognoli de' suoi capelli neri, che vi si inanellavano attorno alla fronte e le cadevano mollemente sul collo.
Pietro non alzò nemmeno gli occhi verso i palchetti.
Non osava di farlo, di dissipare forse collo spettacolo di quella profusione di eleganze e di bellezze che ornavano le loggie, il denso vapore avvinazzato e fangoso in cui si avvolgeva; non osava d'incontrare un viso ch'egli non voleva vedere per non avere a dubitare un'altra volta della sua ragione.
L'orchestra suonava un valtzer; la folla avea incominciato a ballarlo gesticolando e gridando.
Tutt'a un tratto fu veduta una figura umana, imbacuccata in pelli nere che la facevano mostruosa, montare di un salto sul palcoscenico, e gridare colla sua voce più forte, stendendo il braccio con un gesto imperioso verso l'orchestra:
«Abbasso il valtzer! Non vogliamo valtzer! Non vogliamo balli aristocratici...
Vogliamo la Fasola!...».
Quella voce che comandava, quel gesto che imponeva fecero fermare i ballerini che danzavano e i professori che suonavano; e cominciò un immenso frastuono.
Dai palchi partirono alcuni fischi acutissimi, tratti certamente con l'aiuto delle chiavi.
Allora quell'uomo, quel mostro, alzò la testa orribile a vedersi col suo pallore cadaverico sui suoi lineamenti dimagriti, collo scintillare dei suoi occhi infuocati fra i peli che gli cadevano dal cappuccio sulla fronte; e quello sguardo che fissò su quei cavalieri giovani, ricchi, eleganti; su quelle mani in guanti bianchi che si sporgevano fuori dei palchi ad imporgli silenzio; su quelle signore belle, profumate, splendenti di gemme; su quella folla dorata che faceva il più vivo contrasto con quella brutta, cinica, briaca, cenciosa, che l'accompagnava, quello sguardo fu d'odio immenso, indicibile, e anche di feroce vendetta.
«Abbasso gli aristocratici!», gridò egli, Pietro, il giovane aristocratico per istinto; «abbasso i guanti bianchi! Vogliamo la Fasola! Suonate la Fasola!»
A quelle parole successe un immenso schiamazzo di urli che applaudivano alle sue parole e chiamavano la Fasola, questa danza popolare.
I carabinieri, quantunque avessero spiegato la massima energia nel cercare di calmare l'effervescenza, erano in troppo piccol numero per imporsi a quella folla resa audace dalla sua istessa insolenza; finalmente si fece venire il picchetto di Guardia Nazionale ch'era alla porta.
In questa una fischiata solenne e generale, partita dai palchi, sembrò sfidare la collera di quella gentaglia irritata: le mani inguantate di bianco non volevano lasciarsi sopraffare dalle mani nere e callose.
Nella platea scoppiò un grido generale di rabbia.
Alcune signore svennero allo spettacolo di quella folla urlante che levava braccia nere e facce infuocate e furibonde, come ad imprecare, verso i palchetti, e in mezzo alla quale scintillavano alcuni ferri aguzzi.
I carabinieri misero le mani sui revolvers, e la Guardia Nazionale entrò nella sala colle baionette in canna.
Rinunziamo a descrivere lo stato d'esasperazione di Brusio a quella sfida imprudente che l'aveva percosso come uno schiaffo; egli saltò in mezzo alla folla gridando:
«Ora faccio scendere tutta questa canaglia coi guanti a ballare la Fasola con noi! Vado a prenderveli per le orecchie!».
E si fece largo in mezzo alla calca.
Nessuno, né carabinieri, né Guardia Nazionale badarono a quell'uomo che usciva, a quella jena assetata di vendetta, che spingeva in avanti il collo anelante come un animale sitibondo.
In due salti egli fu sulla scala del second'ordine, e si avanzò pel corridoio.
Tutt'a un tratto egli si fermò, come percosso dal fulmine, coll'occhio smarrito, col volto pallido e convulso: si era trovaro faccia a faccia a Narcisa, che partiva dal Teatro, spaventata di quel frastuono.
La contessa aveva messo un grido nel vedere quell'uomo che correva come un pazzo contro di lei, facendo scintillare nel suo pugno la lama larghissima di un coltello a manico; quella figura informe ed orrenda sotto le pelli che la coprivano, della quale gli occhi soltanto luccicavano come due carbonchi sul volto che sembrava una maschera di cera gialla.
Ella si era stretta contro la parete, aggrappandosi al braccio del conte, come per farsene schermo.
Pietro aveva avuto uno sguardo, un solo, per lei; il coltello gli era caduto di mano; poi era fuggito, correndo a salti, urlando disperatamente, come l'animale che voleva figurare.
«Oh! questa donna! questa donna!...
questo demonio!», gridava egli, correndo all'impazzata pel Molo.
Si fermò sull'ultimo limite di questo, quando non vide più dinanzi a sé che il mare bruno ed immenso, su cui scintillavano le stelle.
Fissò uno sguardo ebete, smarrito su quella superficie che si stendeva a perdita di vista, luccicante di riflessi fosforici; su quelle stelle che splendevano sulla sua testa...
Due o tre volte avanzò il passo verso quell'abisso che poteva inghiottire la sua vita coi suoi vortici spumeggianti; e ciascuna volta egli sentì una forza che l'afferrava e lo tratteneva...
Finalmente cadde accosciato sul suolo umido e spazzato qualche volta dalle onde, prorompendo in lagrime amare, ardenti, ma non più disperate.
Egli pianse a lungo: quel pianto, che non aveva potuto versare da circa cinque mesi, forse lo salvò.
«Questa donna ha ragione», mormorò quando fu calmo, come aveva detto allorquando gli era parso che il suo cuore si fosse spezzato: «quali diritti ho io al suo amore, alla sua attenzione, fin'anche?...
Io, Pietro Brusio!...
Ma io voglio averli, questi diritti che Dio m'ha dato, che in un istante di scoraggiamento io ho sconosciuto, ho ripudiato, ma che sento in me...
Questa donna anderà superba un giorno dell'amore di Pietro Brusio!!».
E rialzando la testa, quasi lieto ed altiero di quel nuovo indirizzo che dava alla sua vita, di quell'espiazione che s'imponeva del passato, della speranza che gli brillava negli occhi ridenti, guardò il cielo quasi calmo, quasi giocondo ora.
Si alzò, e con passo fermo s'incamminò verso la sua casa.
Egli andò ad abbracciare la madre nel letto, come per darle la lieta notizia, mescolando le sue lagrime a quelle di gioia di lei, che ritrovava il figlio suo; e dandole la sola spiegazione della metamorfosi che uno sguardo ed un pensiero avevano potuto operare in lui con queste sole parole:
«Perdonami, madre mia!...
perdonami!».
Due mesi intieri ebbe la forza di non cercare Narcisa, di non vederla.
Usciva di rado, la sera; e sempre in compagnia di sua madre e delle sue sorelle.
L'aveva dimenticata?
No! Egli aveva tal forza perché viveva per lei, con lei, in lei; perché tutta la sua vita era ormai Narcisa.
Egli lavorava con un entusiasmo quasi accanito, con una lena che soltanto poteva dargli l'esaltazione in cui si trovava; e fece passare tutto il suo cuore nell'opera sua.
Due mesi dopo avea finito un dramma che rileggeva cogli occhi brillanti di sorriso; del quale era contento; che amava quasi di una parte dell'amore di cui amava Narcisa; che amava come un'emanazione di lei.
Quando egli fu soddisfatto dell'opera sua, di se stesso; quand'egli si sentì più vicino a Narcisa, allora la cercò.
La sua casa era deserta e le imposte dei veroni chiuse.
La cercò inutilmente otto giorni pei passeggi e al Teatro; ne domandò agli amici: nessuno l'avea più veduta.
Risoluto di trovarla ad ogni costo andò a far visita in casa A*** e colla signora condusse il discorso sino alla contessa.
«A proposito, che n'è di lei?», domandò.
«Credevo che lo sapeste, voi suo amante: è partita.»
«Partita!»
«Sì, da venti giorni.»
«E per dove?»
«Per Napoli.»
«Anderò a Napoli!», disse a se stesso Brusio.
VI
Parecchie settimane dopo, in Napoli, ad una delle serate che dava il barone di Monterosso, noi ritroviamo Narcisa, accompagnata dal marito e dal giovanotto ufficiale di cavalleria negli Usseri, che abbiamo incontrato con lei a Catania.
Il sottotenente, che apparteneva ad una delle più nobili famiglie del Napoletano, l'avea presentata ad una signora di mezza età, la quale recava con tutta disinvoltura gli occhiali sul naso, appartenente anch'essa alla più alta società e che col suo ingegno si è fatto un nome che comincia ad esser celebre anche fuori d'Italia.
Le due donne, l'una circondata e adulata pel potere dei suoi vezzi, l'altra pel prestigio del suo nome, sedevano l'una presso all'altra su di un canapè, accerchiate da uno stuolo di cortigiani.
Il barone di Monterosso venne a complimentare la signora contessa R***, e a dire anche due parole d'occasione a Narcisa.
«Avrò la fortuna, signora contessa», disse, parlando alla donna matura, «di presentarle stasera un uomo, che, ancora giovanissimo, si è aperta diggià la più brillante carriera nella letteratura drammatica.»
«L'autore di Gilberto forse?», domandò la signora.
«Lo conosce?»
«No; ne ho udito semplicemente parlare; è un dramma che ha incontrato moltissimo, a quel che pare; e di cui i giornali si sono disputati i meriti con quell'accanimento che dà sempre della rinomanza all'autore.
È napoletano?»
«È siciliano; si chiama Pietro Brusio.»
«Brusio?...
Non ho mai udito questo nome...»
«Fra otto giorni questo nome sarà pronunziato come quello di Giacometti e di Gherardi del Testa.»
«È una celebrità in erba, dunque?»
«Sì, signora contessa: una celebrità che nasce, ma in mezzo ad una splendida aurora.
Il suo dramma è stato replicato quattro volte a richiesta, e domani fu desiderato per la quinta; l'impresario glielo ha pagato come non si sogliono pagare quasi mai le produzioni letterarie in ltalia, e l'ha impegnato a scrivere pei Fiorentini con un appuntamento che lo farà vivere da signore.»
«Domani andrò ai Fiorentini», disse la dama, «stasera mi presenti il suo protetto; lo pregherò di passare da me le sere in cui ricevo.»
Il barone s'inchinò allontanandosi per dar retta ad altr
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