ZIBALDONE, di Giacomo Leopardi - pagina 37
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Oste albergatore, ed anche ospite, ossia albergato, appresso gli antichi italiani.
V.
la Crusca.
Hostis aveva appunto questa seconda significazione appresso gli antichi latini.
V.
il Forcellini.
[206]Ed ecco una parola latina disusata ai tempi di Cicerone, ricomparisce nei principii della nostra lingua.
E forse hostis avrà avuto anche il significato di albergatore, come oste oggidì, e come hospes ed ospite in latino ed in italiano hanno lo stesso doppio senso di albergatore e albergato.
(10.
Agosto 1820.)
Straniero ossia ospite si prendeva per nemico anche nell'antica lingua celtica.
V.
Cesarotti note al Fingal, Canto primo.
Bassano 1789.
t.1.
p.17.
E così appoco appoco si sarà cambiato il significato di hostis, cioè considerando lo straniero come nemico.
Cleobulo, dice Diog.
Laerz, ???????????????????????(uxori) ????????????????? ?????????????, ??????????????????????????????????????????????????????????????? V.
p.233.
Il medesimo, ??????????????????????????????????????????????????????????
In proposito di quello che ho detto p.68.
nel pensiero, Guardate, Chilone, dice il Laerz.
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V.
la nota d'Is.
Casaubono al Laerz.
Vit.
Polemon.
l.4.
segm.16.
La grazia propriamente non ha luogo se non nei piaceri che appartengono al bello.
Una novità, un racconto curioso, una nuova piccante, tutto quello che punge o muove o solletica la curiosità, sono irritamenti piacevoli ma non hanno che far colla grazia.
E quelli che appartengono ai cibi, o a qualunque altro piacere parimente, somigliano alla grazia, e possono esserne esempi, ma non confondersi con lei.
Perciò la grazia va definita semplicemente, un irritamento nelle cose che appartengono al bello, tanto sensibile, quanto intellettuale, come il bello poetico ec.
[207]Le grazie della lingua sono più che mai relative a quelle persone che la intendono perfettamente ec.
e non mai assolute.
Così le grazie attiche, toscane ec.
forse più graziose per gli altri italiani che per gli stessi toscani, a cagione di una certa sorpresa ec.
ma poco o nulla agli stranieri.
Oggidì è cosa molto ordinaria che un uomo veramente singolare e grande si distingua al di fuori per un volto o un occhio assai vivo, ma del resto per un corpo esilissimo e sparutissimo e anche difettoso.
Pope, Canova, Voltaire, Descartes, Pascal.
Tant'è: la grandezza appartenente all'ingegno non si può ottenere oggidì senza una continua azione logoratrice dell'anima sopra il corpo, della lama sopra il fodero.
Non così anticamente, dove il genio e la grandezza era più naturale e spontanea, e con meno ostacoli a svilupparsi, oltre la minor forza della distruttrice cognizione del vero inseparabile oggidì dai grandi talenti, e il maggior esercizio del corpo riputato cosa nobile e necessaria, e come tale usato anche dalle persone di gran genio, come Socrate ec.
E Chilone uno de' sette savi non credeva alieno dalla sapienza il consigliare come faceva, ??????????????????(Laerz.), e questo consiglio si trova registrato fra i documenti della sua sapienza.
In particolare poi quanto alla politica, oggidì l'uomo di stato si può dir che sia come l'uomo di lettere, sempre occupato alle insaluberrime fatiche del gabinetto.
Ma nelle antiche repubbliche chi aspirava agli affari civili, e nella sua giovanezza fortificava necessariamente il corpo cogli esercizi la milizia ec.
senza i quali sarebbe stato quasi infame; e lo stesso esercizio della politica era pieno di azione corporale, trattandosi di agire col popolo, clienti, impegni ec.
ec.
Così anche la vita di qualunque altro uomo di genio era sempre piena di azione nell'esercizio stesso delle sue facoltà.
[208]Esempio ne può essere Omero, secondo quello che si racconta della sua vita, viaggi ec.
Di Cicerone che tanto incredibilmente affaticò la mente e la penna, e che nacque di quell'ingegno e natura unica che ognun sa, niun dice che fosse di corpo, non che infermiccio, ma gracile, le quali qualità oggi s'hanno per segni caratteristici, e condizioni indispensabili de' talenti non pur sommi ma notabili, e massime di chi avesse coltivato e occupato tanto la mente negli studi letterari e nello scrivere, come Cicerone anzi per una metà.
Quel che dico di Cicerone può dirsi di Platone, e di quasi tutti i grandissimi ingegni e laboriosissimi letterati e scrittori antichi.
V.
però Plutarco Vita di Cic.
(11.
Agosto 1820.).
V.
p.233.
capoverso 3.
La grazia appena io credo che possa esser concepita dai francesi con idea vera.
Certo i loro scrittori non la conoscono.
Lo confessa pienamente Thomas Essai sur les Éloges ch.9.
Infatti manca loro cette sensibilité tendre et pure, cioè inaffettata e naturale (l'avrebbero per natura, ma la società non vuole che la conservino: l'avevano i loro antichi scrittori) e cet instrument facile et souple vale a dire una lingua come la greca e l'italiana.
V.
senza fallo quel passo di Thomas.
(13.
Agosto 1820.)
Non solamente il bello ma forse la massima parte delle cose e delle verità che noi crediamo assolute e generali, sono relative e particolari.
L'assuefazione è una seconda natura, e s'introduce quasi insensibilmente, e porta o distrugge delle qualità innumerabili, che acquistate o perdute, ci persuadiamo ben presto di non potere avere, o di non poter non avere, e ascriviamo a leggi eterne e immutabili, a sistema naturale, a Provvidenza ec.
l'opera del caso e delle circostanze accidentali e arbitrarie.
Aggiungete all'assuefazione, le opinioni i climi i temperamenti corporali o spirituali, e persuadetevi che molto ma molto poche verità sono assolute e inerenti al sistema delle cose.
Oltre all'indipendenza da queste verità che può trovarsi in altri sistemi di cose.
(13.
Agosto 1820.)
In somma dal detto qui sopra e da mille altre [209]cose che si potrebbero dire, si deduce quanto giustamente i moderni ideologisti abbiano abolite le idee innate.
Archelao diceva secondo Diogene Laerzio che ?? ??????? ??? ?? ??????? non è determinato dalla natura ma dalla legge.
E così la legge naturale ancora potrà esser considerata come un sogno.
Abbiamo si può dire innata l'idea astratta della convenienza, ma quali cose si convengano in morale, appartiene alle idee relative.
Considerate la morale dei diversi popoli, massimamente barbari.
E mettetevi nello stato primitivo dell'uomo.
Vedrete che il far male agli altri per vostro bene non vi ripugna.
Il vostro simile in natura non è una cosa così inviolabile, come credete.
L'uomo solitario e selvaggio fa mondo da se, e il suo simile è come un'altra fiera del bosco.
Bensì l'uomo è naturalmente più inclinato al suo simile, come rispettivamente le altre bestie.
Ma anche il leone combatte col leone, e il toro col toro per li suoi diletti e vantaggi.
Ho detto p.178.
che la natura ha poste negli esseri diverse qualità che si sviluppano o no, secondo le circostanze.
P.e.
la facoltà di compatire.
In natura è molto meno operosa.
Ma non è già propria del solo uomo.
In casa mia v'era un cane che da un balcone gittava del pane a un altro cane sulla strada.
V.
quello che racconta il Magalotti di una cagna nelle Lettere sull'Ateismo.
In natura si ristringe a quegli esseri che ci toccano più da vicino.
Così gli uccelli coi loro figliuolini, vedendoseli rapire ec.
Se vedranno un [210]altro uccello della specie loro, travagliato o moribondo, non se ne daranno pensiero.
Secondo lo sviluppo delle diverse qualità per le diverse circostanze, è nata la legge detta naturale.
Il rubare l'altrui non ripugna assolutamente alla natura.
Costume degli Spartani.
Differenze dalle leggi antiche alle moderne.
La società non è già propria del solo uomo.
Le formiche la fanno per trasportar pesi.
Le api hanno anche un governo.
In somma considerando la natura dell'uomo e delle cose, si vedrà che tolte alcune idee astratte e indeterminate, ossia non applicate, ma da applicarsi, tutto il resto è relativo, e dipende dalle circostanze, e che negli altri esseri come nell'uomo ci sono diverse qualità ingenite che sviluppandosi o no, ci fanno poi giudicare vanamente della somiglianza assoluta della nostra razza colle altre.
(14.
Agosto 1820.)
Diciamo male che il tal desiderio è stato soddisfatto.
Non si soddisfanno i desideri, conseguito che abbiamo l'oggetto, ma si spengono, cioè si perdono ed abbandonano per la certezza acquistata di non poterli mai soddisfare.
E tutto quello che si guadagna conseguito l'oggetto desiderato, è di conoscerlo intieramente.
(14.
Agosto 1820.)
Come l'amore così l'odio si rivolge principalmente sopra i nostri simili, nè si desidera mai così intensamente la vendetta di una bestia come di un nemico.
E notate: quando altri ci abbia fatto del male non volendo, tuttavia il risentimento che [211]ne proviamo è maggiore che per una bestia la quale volendo ci abbia fatto un maggior male.
Alla p.196.
capoverso primo, aggiungi.
Ci commuove molto più una rondinella che vede strapparsi i suoi figli, e si travaglia impotentemente a difenderli, di quello che una tigre, o altra tal fiera nello stesso caso.
V.
Virg.
Georg.
4.
Qualis populea moerens philomela sub umbra ec.
È curioso che si riprenda (dagli stranieri particolarmente) Michelangelo per aver troppo voluto dimostrare la sua scienza anatomica nelle scolture, e si dia per regola di nasconder sempre questa scienza nell'arte dello scolpire o del dipingere, ed esser meglio ignorarla affatto che ostentarla (come si dice, mi pare, di Raffaello, che non si curò di studiarla); e che frattanto gli stranieri massimamente non sieno mai così contenti come quando hanno inzeppato le loro poesie di tecnicismi, di formole, di nozioni astratte e metafisiche, di psicologia, d'ideologia, di storia naturale, di scienza, di viaggi, di geografia, di politica, e d'erudizione, scienza, arte, mestiero d'ogni sorta.
E mentre non vogliono l'erudizione antica, lodano e abusano vituperosamente della moderna.
(15.
Agosto 1820.).
V.
la p.238.
capoverso 8.
A proposito di quello che ho detto p.152.
pens.
ult.
notate che l'immaginazione dei fanciulli ha ordinariamente tutte due queste qualità, ma l'una, cioè la fecondità, in maggior grado.
E perciò come sono facili a fissarsi in un'idea, così anche a distrarsi, nel mezzo di un discorso, dello studio, di qualsivoglia occupazione onde si suol dire che i fanciulli non sono buoni allo studio non solo pel poco intelletto, ma perchè son pieni di distrazioni.
[212]Giacchè la loro fantasia ha gran facilità di staccarsi subito da un oggetto per attaccarsi a un altro.
Eccetto alcuni fanciulli d'immaginazione destinata a grandi cose, e a fargli infelici quando saranno maturi, la profondità della quale li fissa fortemente in questa o in quella idea, ordinariamente paurosa o dolorosa, e li tormenta nella stessa fanciullezza, com'è accaduto a me.
Ed è notabile come questa profondità della immaginazione li renda gelosissimi del metodo e del consueto, fuor del quale non trovano pace, spaventandosi dello straordinario, e contando per disgrazia insopportabile l'aver tralasciato di fare una cosa loro solita ec.
Es.
di Pietrino, e mio.
Del resto l'effetto della immaginazione dei fanciulli qual sia, v.
p.172.
fine.
Domandava una donna (un cortigiano) a un viaggiatore, avendogli a dire una cosa poco piacevole; volete ch'io vi parli sinceramente? Rispose il viaggiatore, anzi ve ne prego.
Noi altri viaggiatori cerchiamo le rarità.
(16.
Agosto 1820.)
La soprabbondanza della immaginazione è quella che tormenta i fanciulli detti qui sopra, e perciò in luogo di cercarla nello straordinario, cercano di spegnerla o addormentarla col metodo.
Cosa che accade anche agli uomini.
V.
il carattere di Lord Nelvil nella Corinna.
(16.
Agosto 1820.)
L'irritamento della grazia è piacevole come un irritamento corporale nel gusto nel tatto, ec.
E come una maggiore irritabilità e dilicatezza del palato, fibre [213]ec.
rende più suscettibili e di più fino discernimento rispetto a questi irritamenti corporali, così nella grazia riguardo allo spirito.
V.
se vuoi Montesquieu l.
più volte cit.
De la délicatesse.
Che se l'effetto rispettivo della grazia de' due sessi è molto maggiore di un irritamento, la cagione non è la sola grazia, come non la sola bellezza negli stessi casi.
Ma la grazia irrita allora una parte sensibilissima dell'uomo, che è l'inclinazione scambievole all'uno de' due sessi, la quale svegliata e infiammata produce effetti che la grazia per se, ed in qualunque altro caso non produrrebbe, quando anche fosse in molto maggior grado.
Così nella pittura farà molto più effetto la grazia di una donna ec.
che di un uomo, la grazia anche di un uomo, che quella di un bel cavallo, perchè sempre la inclinazione che abbiamo ai nostri simili viene ad essere stuzzicata naturalmente più da quello che da questo oggetto.
Lo stesso dite di una pianta rispetto a un cavallo dipinto o scolpito, o di un edifizio dipinto, sebbene in questo caso agisce molto la considerazione in cui noi prendiamo quell'oggetto, cioè di opera umana, e perciò forse più efficace in noi.
Del resto tutto il medesimo accade in materia del bello.
(17.
Agosto 1820.)
Le illusioni per quanto sieno illanguidite e smascherate dalla ragione, tuttavia restano ancora nel mondo, e compongono la massima parte della nostra vita.
E non basta conoscer tutto per perderle, ancorchè sapute vane.
E perdute una volta, nè si perdono in modo che non ne resti [214]una radice vigorosissima, e continuando a vivere, tornano a rifiorire in dispetto di tutta l'esperienza, e certezza acquistata.
Io ho veduto persone savissime, espertissime, piene di cognizioni di sapere e di filosofia, infelicissime, perdere tutte le illusioni, e desiderar la morte come unico bene, e augurarla ancora come tale, agli amici loro: poco dopo, bensì svogliatamente, ma tuttavia riconciliarsi colla vita, formare progetti sul futuro, impegnarsi per alcuni vantaggi temporali di quegli stessi loro amici ec.
Nè poteva più essere per ignoranza o non persuasione certa e sperimentale della nullità delle cose.
Ed a me pure è avvenuto lo stesso cento volte, di disperarmi propriamente per non poter morire, e poi riprendere i soliti disegni e castelli in aria intorno alla vita futura, e anche un poco di allegria passeggera.
E quella disperazione e quel ritorno, non avevano cagion sufficiente di alternarsi, giacchè la disperazione era prodotta da cause che duravano quasi intieramente nel tempo ch'io riprendeva le mie illusioni.
Tuttavia qualche piccolo motivo di consolarmi, bastava all'effetto, ed è cosa indubitata che le illusioni svaniscono nel tempo della sventura, (e perciò è verissimo, e l'ho provato anch'io, che chi non è stato mai sventurato, non sa nulla.
Io sapeva, perchè oggidì non si può non sapere, ma quasi come non sapessi, e così mi sarei regolato nella vita.) e ritornano dopo che questa è passata, o mitigata dal tempo e dall'assuefazione.
Ritornano con più o meno forza secondo le circostanze, il carattere, il temperamento corporale, e le qualità spirituali tanto ingenite come acquisite.
Quasi tutti gli scrittori di vero e squisito sentimentale, dipingendo la disperazione e lo scoraggiamento totale della vita, hanno cavato i colori dal proprio cuore, e dipinto uno stato nel quale [215]essi stessi appresso a poco si sono trovati.
Ebbene? con tutta la loro disperazione passata, con tutto che scrivendo sentissero vivamente la natura e la forza di quelle acerbe verità e passioni che esprimevano, anzi dovessero proccurarsene attualmente una intiera persuasione ec.
per potere rappresentare efficacemente quello stato dell'uomo, e per conseguenza sentissero ed avessero quasi per le mani il nulla delle cose, tuttavia si prevalevano del sentimento stesso di questo nulla per mendicar gloria, e quanto più era vivo in loro il sentimento della vanità delle illusioni, tanto più si prefiggevano e speravano di conseguire un fine illusorio, e col desiderio della morte vivamente sentito, e vivamente espresso, non cercavano altro che di proccurarsi alcuni piaceri della vita.
E così tutti i filosofi che scrivono e trattano le miserabili verità della nostra natura e ch'essendo privi d'illusioni in fondo, non cercano poi altro veramente col loro libro che di crearsi, e godersi alcuni illusorii vantaggi della vita (v.
Cic.
pro Archia c.11.) Tant'è: la natura è così smisuratamente più forte della ragione, che ancorchè depressa e indebolita oltre a ogni credere, pure gli resta abbastanza per vincere quella sua nemica, e questo negli stessi seguaci suoi, e in quello stesso momento in cui la predicano e la divulgano; anzi con questo stesso predicare e divulgar la ragione contro la natura, la danno vinta alla natura sopra la ragione.
[216]L'uomo non vive d'altro che di religione o d'illusioni.
Questa è proposizione esatta e incontrastabile: Tolta la religione e le illusioni radicalmente, ogni uomo, anzi ogni fanciullo alla prima facoltà di ragionare (giacchè i fanciulli massimamente non vivono d'altro che d'illusioni) si ucciderebbe infallibilmente di propria mano, e la razza nostra sarebbe rimasta spenta nel suo nascere per necessità ingenita, e sostanziale.
Ma le illusioni, come ho detto, durano ancora a dispetto della ragione e del sapere.
È da sperare che durino anche in progresso: ma certo non c'è più dritta strada a quello che ho detto, di questa presente condizione degli uomini, dell'incremento e divulgamento della filosofia da una parte, la quale ci va assottigliando e disperdendo tutto quel poco che ci rimane; e dall'altra parte della mancanza positiva di quasi tutti gli oggetti d'illusione, e della mortificazione reale, uniformità, inattività, nullità ec.
di tutta la vita.
Le quali cose se ridurranno finalmente gli uomini a perder tutte le illusioni, e le dimenticanze, a perderle per sempre, ed avere avanti gli occhi continuamente e senza intervallo la pura e nuda verità, di questa razza umana non resteranno altro che le ossa, come di altri animali di cui si parlò nel secolo addietro.
Tanto è possibile che l'uomo viva staccato affatto dalla natura, dalla quale sempre più ci andiamo allontanando, quanto che un albero tagliato dalla radice fiorisca e fruttifichi.
Sogni [217]e visioni.
A riparlarci di qui a cent'anni.
Non abbiamo ancora esempio nelle passate età, dei progressi di un incivilimento smisurato, e di un snaturamento senza limiti.
Ma se non torneremo indietro, i nostri discendenti lasceranno questo esempio ai loro posteri, se avranno posteri.
(18-20.
Agosto 1820.)
Ripetono tutto giorno i francesi che Bossuet ha soggiogato la sua lingua al suo genio.
Io dico che il suo genio è stato soggiogato dalla lingua costumi gusti del suo paese.
I francesi che scrivono sempre come conversano, timidissimi per conseguenza, o piuttosto codardi, come dev'esser quella nazione presso cui un tratto di ridicolo scancella qualunque più grave e seria impressione, e fa più romore degli affari e pericoli di Stato, si maravigliano d'ogni minimo ardire, e stimano sforzi da Ercole quelli che in Italia e nel resto d'Europa sono soltanto deboli argomenti d'ingegno robusto, libero, inventore e originale.
E per una parte hanno ragione, perchè l'osar poco in Francia, dove la regola è di vivre et faire comme tout monde, costa assai più che l'osar molto altrove.
Ma in fatti poi cercando in Bossuet questo grande ardire, e questa robustissima eloquenza, trovate piuttosto impotenza che forza, e vedrete che appena alzato si abbassa.
Questo senza fallo è il [218]sentimento ch'io provo sempre leggendolo; appena mi ha dato indizio di un movimento forte, sublime, e straordinario, ed io son tutto sulle mosse per seguitarlo, trovo che non c'è da far altro, e ch'egli è già tornato a parler comme tout le monde.
Cosa che produce una grande pena e disgusto e secchezza nella lettura.
Questo non ha che fare colle inuguaglianze proprie dei grandi geni.
Nessun genio si ferma così presto come Bossuet.
Si vede propriamente ch'egli è come incatenato, e fa sforzi più penosi che grandiosi per liberarsi.
E il lettore prova appunto questo medesimo stato.
E perciò volendo convenire che Bossuet sia stato veramente un genio, bisogna confessare che tentando di domar la sua lingua e la sua nazione, n'è stato domato.
Me ne appello a tutti gli stranieri e italiani.
Se non che la voce di tutta la Francia ha tanta forza, che forma il giudizio d'Europa.
E il ridirsi è quasi impossibile.
Sicchè queste parole intorno a Bossuet sieno dette inutilmente.
(20.
Agosto 1820.)
Non è cosa così dispiacevole come il vedere uno scrittore dopo intrapreso un gran movimento, immagine, sublimità ec.
mancar come di fiato.
È cosa che in certo modo rassomiglia agli sforzi impotenti di chi si vede che vorrebbe esser grande, bello ec.
nello scrivere, e non può.
Ma questa è più ridicola, quella più penosa.
In Bossuet l'incontri a ogni momento.
Una grande spinta; credi che seguiterà l'impulso, ma è già finito.
Quando anche [219]il seguito del suo parlare sia forte magnifico ec.
non è più fuoco naturale, ma artifiziale, e preso dai soliti luoghi.
Lascio quando Bossuet non ha niente di vita neppur momentanea, e queste lagune sono immense e frequentissime.
Perchè se la morale ch'egli sempre predica è sublime, sono sublimità ordinarie, e appartengono al consueto stile degli oratori, non hanno che fare coll'entusiasmo proprio e presente.
Ma tu vorresti ch'egli esaurisse l'affetto ec.
Non mi state a insegnare quello che tutti sanno.
Dall'eccesso al difetto ci corre un gran divario.
Ed è contro natura che un uomo quando si è abbandonato all'entusiasmo, ritorni in calma, appena incominciata l'agitazione.
E non c'è cosa più dispettosa che l'essere arrestato in un movimento vivo e intrapreso con tutte le forze dell'animo o del corpo.
Leggendo i passi più vivi di Bossuet il passaggio istantaneo e l'alternativa continua e brusca del moto brevissimo, e della quiete perfetta, vi fa sudare, e travagliare.
Si accerti lo scrittore o l'oratore, che finattanto che non si stancano le sue forze naturali (non dico artifiziali ma naturali) nemmeno il lettore o uditore si stanca.
E fino a quel punto non tema di peccare in eccesso.
Il quale anzi è forse meno penoso del difetto, in quanto il lettore sentendosi stanco, lascia di seguir lo scrittore, e anche leggendo, riposa.
Ma obbligato [220]a fermarsi prima del tempo, non può, come nell'altro caso, disubbidire allo scrittore, il quale per forza gli taglia le ali.
In somma se l'eloquenza è composta di movimenti ed affetti della specie descritta, e di freddezze e trivialità mortali nel resto, allora Bossuet sarà veramente eloquente in mezzo agli eleganti del suo secolo, come dice Voltaire.
(21.
Agosto 1820.)
Si dice con ragione che al mondo si rappresenta una Commedia dove tutti gli uomini fanno la loro parte.
Ma non era così dell'uomo in natura, perchè le sue operazioni non avevano in vista gli spettatori e i circostanti, ma erano reali e vere.
Della natura abbiamo tutto perduto fuorchè i vizi.
Veramente molti di questi non sono naturali, molti sono peggiorati e accresciuti, ma molti saranno ancora primitivi, e in ogni modo non c'è vizio primitivo che non ci rimanga.
E tanto più malvagi quanto non sono contemperati colle virtù e con altre qualità che la natura avea poste in noi.
La compassione spesso è fonte di amore, ma quando cade sopra oggetti amabili o per se stessi, o in modo che aggiunta la compassione lo possano divenire.
E questa è la compassione che interessa e dura e si riaffaccia più volte all'anima.
Maggiori calamità in un oggetto anche innocentissimo ma non amabile, come in persona vecchia e brutta, non destano che una compassione passeggera, la quale [221]finisce ordinariamente colla presenza dell'oggetto, o dell'immagine che ce ne fanno i racconti ec.
(E l'anima non se ne compiace, e non la richiama.) I quali ancora bisogna che sieno ben vivi ed efficaci per commuoverci momentaneamente, laddove poche parole bastano per farci compatire una giovane e bella, ancorchè non conosciuta, al semplice racconto della sua disgrazia.
Perciò Socrate sarà sempre più ammirato che compianto, ed è un pessimo soggetto per tragedia.
E peccherebbe grandemente quel romanziere che fingesse dei brutti sventurati.
Così il poeta ec.
Il quale ancora in qualsivoglia caso o genere di poesia, si deve ben guardare dal dar sospetto ch'egli sia brutto, perchè nel leggere una bella poesia noi subito ci figuriamo un bel poeta.
E quel contrasto ci sarebbe disgustosissimo.
Molto più s'egli parla di se, delle sue sventure, de' suoi amori sfortunati, come il Petrarca ec.
La vispezza e tutti i movimenti, e la struttura di quasi tutti gli uccelli, sono cose graziose.
(21.
Agosto 1820.)
E però gli uccelli ordinariamente sono amabili.
Quella tal compassione che ho detto per oggetti non amabili, si rassomiglia molto e partecipa del ribrezzo, come se noi vediamo tormentare una bestia ec.
E perciò a destarla ci vogliono grandi calamità, altrimenti la compassione per li piccoli mali di quei tali oggetti, appena, o forse neppur si desta negli stessi animi ben fatti.
(21.
Agosto 1820.).
[222]Ses héros aiment mieux étre écrasés par la foudre que de faire une bassesse, ET LEUR COURAGE EST PLUS INFLEXIBLE QUE LA LOI FATALE DE LA NÉCESSITÉ.
Barthélemy dove discorre di Eschilo.
(22.
Agosto 1820.)
La lettura per l'arte dello scrivere è come l'esperienza per l'arte di viver nel mondo, e di conoscer gli uomini e le cose.
Distendete e applicate questa osservazione, specialmente a quello che è avvenuto a voi stesso nello studio della lingua e dello stile, e vedrete che la lettura ha prodotto in voi lo stesso effetto dell'esperienza rispetto al mondo.
(22.
Agosto 1820.)
Dice Macchiavelli che a voler conservare un regno una repubblica o una setta, è necessario ritirarli spesso verso i loro principii.
Così tutti i politici.
V.
Montesquieu, Grandeur etc.
ch.8.
dalla metà in poi, dove parla dei Censori.
Giordani sulle poesie di M.
di Montrone applica questo detto alle arti imitatrici.
Ai principii s'intende, non quando erano bambine, ma a quel primo tempo in cui ebbero consistenza.
(Così anche si potrebbe applicare alle lingue.) Ed io dico nello stesso senso; a voler conservare gli uomini, cioè farli felici, bisogna richiamarli ai loro principii, vale a dire alla natura.
- Oh pazzia.
Tu non sai che la perfettibilità dell'uomo è dimostrata.
- Io vedo che di tutte le altre opere della natura è dimostrato tutto l'opposto, cioè che non si possono perfezionare, ma alterandole, si può solamente corromperle, e questo principalmente per nostra mano.
Ma l'uomo si considera quasi come fuori della natura, e non sottomesso alle leggi naturali che governano tutti gli esseri, e appena si riguarda come [223]opera della natura.
- Frattanto l'uomo è più perfetto di prima.
- Tanto perfetto che, tolta la religione, gli è più spediente il morire di propria mano che il vivere.
Se la perfezione degli esseri viventi si misura dall'infelicità, va bene.
Ma che altro indica il grado della loro perfezione se non la felicità? E qual altro è il fine, anzi la perfezione dell'esistenza? in fatto sta che oggidì pare assurdo il richiamare gli uomini alla natura, e lo scopo vero e costante anche dei più savi e profondi filosofi, è di allontanarneli sempre più, quantunque alle volte credano il contrario, confondendo la natura colla ragione.
Ma anche non confondendola, credono che l'uomo sarà felice quando si regolerà intieramente secondo la pura ragione.
Ed allora si ammazzerà da se stesso.
(23.
Agosto 1820.).
V.
p.358.
???????????????????????????????????????????????????????, conferre ad virtutem capessendam, era insegnamento della setta Cirenaica, o sia de' seguaci puri di Aristippo.
Laerz.
in Aristippo l.2.
segm.91.
(23.
Agosto 1820.)
??????????????????????????????????????????????????????????????????.
Insegnamento della stessa setta.
Ivi segm.93.
(24.
Agosto 1820.)
Lord Byron nelle annotazioni al Corsaro (forse anche ad altre sue opere) cita esempi storici, di quegli effetti delle [224]passioni, e di quei caratteri ch'egli descrive.
Male.
Il lettore deve sentire e non imparare la conformità che ha la tua descrizione ec.
colla verità e colla natura, e che quei tali caratteri e passioni in quelle tali circostanze producono quel tale effetto; altrimenti il diletto poetico è svanito, e la imitazione cadendo sopra cose ignote, non produce maraviglia, ancorchè esattissima.
Lo vediamo anche nelle commedie e tragedie, dove certi caratteri straordinari affatto, benchè veri, non fanno nessun colpo.
V.
il discorso sui romantici, intorno agli altri oggetti d'imitazione.
E come non produce maraviglia, così neanche affetti e sentimenti, e corrispondenza del cuore a ciò che si legge o si vede rappresentare.
E la poesia si trasforma in un trattato, e l'azione sua dall'immaginazione e dal cuore passa all'intelletto.
Effettivamente la poesia di Lord Byron sebbene caldissima, tuttavia per la detta ragione, la quale fa che quel calore non sia communicabile, è nella massima parte un trattato oscurissimo di psicologia, ed anche non molto utile, perchè i caratteri e passioni ch'egli descrive sono così strani che non combaciano in verun modo col cuore di chi legge, ma ci cascano sopra disadattamente, come per angoli e spicoli, e l'impressione che ci fanno è molto più esterna che interna.
E noi non c'interessiamo vivamente se non per li nostri simili, e come gli enti allegorici, o le piante o le bestie ec.
così gli uomini [225]di carattere affatto straordinario non sono personaggi adattati alla poesia.
Già diceva Aristotele che il protagonista della tragedia non doveva essere nè affatto scellerato nè affatto virtuoso.
Schernite pure Aristotele quanto volete, anche per questo insegnamento (come credo che abbian fatto); alla fine la vostra psicologia, s'è vera, vi deve ricondurre allo stesso luogo, e a ritrovare il già trovato.
(24.
Agosto 1820.).
V.
p.238.
pensiero 1.
La sola cosa che deve mostrare il poeta è di non capire l'effetto che dovranno produrre in chi legge, le sue immagini, descrizioni, affetti ec.
Così l'oratore, e ogni scrittore di bella letteratura, e si può dir quasi in genere, ogni scrittore.
Il ne paraît point chercher à vous attendrir:, dice di Demostene il Card.
Maury Discours sur l'Éloquence, écoutez-le cependant, et il vous fera pleurer par réflexion.
E quantunque anche la disinvoltura possa essere affettata, e da ciò guasta, tuttavia possiamo dire iperbolicamente, che se veruna affettazione è permessa allo scrittore, non è altra che questa di non accorgersi nè prevedere i begli effetti che le sue parole faranno in chi leggerà, o ascolterà, e di non aver volontà nè scopo nessuno, eccetto quello ch'è manifesto e naturale, di narrare, di celebrare, compiangere ec.
Laonde è veramente miserabile e barbaro quell'uso moderno di tramezzare tutta la scrittura o poesia di segnetti e [226]lineette, e punti ammirativi doppi, tripli, ec.
Tutto il Corsaro di Lord Byron (parlo della traduzione non so del testo nè delle altre sue opere) è tramezzato di lineette, non solo tra periodo e periodo, ma tra frase e frase, anzi spessissimo la stessa frase è spezzata, e il sostantivo è diviso dall'aggettivo con queste lineette (poco manca che le stesse parole non siano così divise), le quali ci dicono a ogni tratto come il ciarlatano che fa veder qualche bella cosa; fate attenzione, avvertite che questo che viene è un bel pezzo, osservate questo epiteto ch'è notabile, fermatevi sopra questa espressione, ponete mente a questa immagine ec.
ec.
cosa che fa dispetto al lettore, il quale quanto più si vede obbligato a fare avvertenza, tanto più vorrebbe trascurare, e quanto più quella cosa gli si dà per bella, tanto più desidera di trovarla brutta, e finalmente non fa nessun caso di quella segnatura, e legge alla distesa, come non ci fosse.
Lascio l'incredibile, continuo e manifestissimo stento con cui il povero Lord suda e si affatica perchè ogni minima frase, ogni minimo aggiunto sia originale e nuovo, e non ci sia cosa tanti milioni di volte detta, ch'egli non la ridica in un altro modo, affettazione più chiara del sole, che disgusta eccessivamente, e oltracciò stanca per l'uniformità, e per la continua fatica dell'intelletto necessaria a capire quella studiatissima oscurissima e perenne originalità.
(25.
Agosto 1820.)
[227]Come le persone di poca immaginazione e sentimento non sono atte a giudicare di poesia, o scritture di tal genere, e leggendole, e sapendo che sono famose, non capiscono il perchè, a motivo che non si sentono trasportare, e non s'immedesimano in verun modo collo scrittore, e questo, quando anche siano di buon gusto e giudizio, così vi sono molte ore, giorni, mesi, stagioni, anni, in cui le stesse persone di entusiasmo ec.
non sono atte a sentire, e ad essere trasportate, e però a giudicare rettamente di tali scritture.
Ed avverrà spesso per questa ragione, che un uomo per altro, capacissimo giudice di bella letteratura, e d'arti liberali, concepisca diversissimo giudizio di due opere egualmente pregevoli.
Io l'ho provato spesse volte.
Mettendomi a leggere coll'animo disposto, trovava tutto gustoso, ogni bellezza mi risaltava all'occhio, tutto mi riscaldava, e mi riempieva d'entusiasmo, e lo scrittore da quel momento mi diventava ammirabile, ed io continuava sempre ad averlo in gran concetto.
In questa tal disposizione, forse il giudizio può anche peccare attribuendo al libro ec.
quel merito che in gran parte spetta al lettore.
Altre volte mi poneva a leggere coll'animo freddissimo, e le più belle, più tenere, più profonde cose non erano capaci di commuovermi: per giudicare non mi restava altro [228]che il gusto e il tatto già formato.
Ma il mio giudizio si ristringeva così alle cose esterne, e nelle interne a una congettura dell'effetto che l'opera potesse produrre in altrui.
E l'opera non mi restava per conseguenza in grande ammirazione.
E noterò ancora che alle volte un'altra persona che si trovava in circostanza da esser commosso, mi diceva mari e monti di quel libro, ch'egli leggeva nel medesimo tempo.
Questa considerazione deve servire 1.
a spiegare la diversità dei giudizi in persone ugualmente capaci, diversità che s'attribuisce sempre a tutt'altro.
2.
a non fidarsi troppo dei giudizi anche dei più competenti e di se stesso, ed introdurre un pirronismo necessario anche in questa parte.
Il pubblico, e il tempo non vanno soggetti nei loro giudizi a questo inconveniente.
(25.
Agosto 1820.)
Torno, tornio, tornire, torno torno, intorno, attorno derivano dal greco ????????????????????????ec.
da??????; onde anche in latino, tornus, tornare ec.
(26.
Agosto 1820.)
Uomo o uccello o quadrupede ucciso in campagna dalla grandine.
V.
p.85.
Il volume delle frutta de' nostri paesi va, non esattamente, ma in genere, appresso a poco in ragione inversa della grandezza delle piante fruttifere.
Piccoli arboscelli producono la zucca, il cocomero (uno in quest'anno se n'è veduto [229]fra noi del peso di 28 libbre), il mellone ec.: un arboscello un poco più grande produce il pesco, più grande la ciriegia, la mandorla, la noce, l'avellana, ec.: e finalmente la quercia produce la ghianda.
(30.
Agosto 1820.)
L'abuso e la disubbidienza alla legge, non può essere impedita da nessuna legge.
Il sistema di Napoleone metteva in somma le sostanze dei privati inabili e inerti fra le mani degli abili e attivi, e il suo governo, contuttochè dispotico, perciò appunto conservava una vita interna, che non si trova mai ne' governi dispotici, e non sempre nelle repubbliche, perchè l'uomo di talento e volontà di operare, era quasi sicuro di trovare il suo posto di onore e di guadagno.
Al che contribuiva la moltiplicità infinita degl'impieghi la quale faceva che ogni uomo abile ed operoso potesse essere mantenuto e arricchito a spese dei privati inabili e pigri.
(Oltre una certa sagacità ed equità nella scelta dei talenti e delle persone).
E per una parte non aveva il torto, perchè il privato incapace e indolente, nè beneficato giova, nè maltrattato nuoce alle cose pubbliche.
E ne seguiva che tutto il corpo che sotto qualunque governo sarebbe stato morto, si lagnasse di lui, e tutto quello che parte sarebbe stato vivo in qualunque circostanza, parte lo era per la natura e l'efficacia del suo governo, se ne lodasse.
(31.
Agosto 1820.)
[230]Dice il Casa (Galateo c.3.) che non è dicevol costume, quando ad alcuno vien veduto per via, come occorse alle volte, cosa stomachevole, il rivolgersi a' compagni, e mostrarla loro.
E molto meno il porgere altrui a fiutare alcuna cosa puzzolente, come alcuni soglion fare, con grandissima istanza pure accostandocela al naso, e dicendo: Deh sentite di grazia come questo pute.
Non solo dunque il piacere che si prova, ma anche alcuni incomodi (oltre i dolori delle sventure ec.) si vogliono quasi per naturale inclinazione partecipare agli altri, e questa partecipazione ci diletta, e ci dà pena il non conseguirla.
Ne inferirai che dunque l'uomo è fatto per vivere in società.
Ma io dico anzi che questa inclinazione o desiderio, benchè paia naturale, è un effetto della società, bensì effetto prontissimo e facile, perchè si dimostra anche ne' fanciulli, e forse più spesso che negli adulti.
V.
p.208.
e 85.
fine.
(4.
Settembre 1820.)
Intertenere è composto di una preposizione totalmente latina inter, che gl'italiani dicono tra, onde trattenere ch'è quasi una traduzione d'intertenere.
E come trattenere manifesta origine italiana, così l'altro verbo si dimostra palesemente per derivato dal latino a noi, non essendo verisimile che gli antichi italiani inventassero una parola di questa forma.
Interporre, intercedere, interregno, sono parimente derivate dall'antico latino.
[231]???????(Socrate)?????????????????????????????????????????????????????????????????????????dice il Laer.
in Socr.
l.2.
segm.31.
Oggidì possiamo dire tutto l'opposto, e questa considerazione può servire a definire la differenza che passa tra l'antica e la moderna sapienza.
Omero e Dante per l'età loro seppero moltissime cose, e più di quelle che sappiano la massima parte degli uomini colti d'oggidì, non solo in proporzione dei tempi, ma anche assolutamente.
Bisogna distinguere la cognizione materiale dalla filosofica, la cognizione fisica dalla matematica, la cognizione degli effetti dalla cognizione delle cause.
Quella è necessaria alla fecondità e varietà dell'immaginativa, alla proprietà verità evidenza ed efficacia dell'imitazione.
Questa non può fare che non pregiudichi al poeta.
Allora giova sommamente al poeta l'erudizione, quando l'ignoranza delle cause, concede al poeta, non solamente rispetto agli altri ma anche a se stesso, l'attribuire gli effetti che vede o conosce, alle cagioni che si figura la sua fantasia.
(5.
Settembre 1820.)
C'est que cela me donnera un battement de coeur, répondit - elle NAÎVEMENT; et je suis si heureuse quand le coeur me bat! dice Lady Morgan (France.
l.3.
1818.
t.1 p.218.) di una Dama francese [232]e civetta.
Queste naïvetés negli scrittori francesi, come p.e.
nel Tempio di Gnido, contrastano in maniera col carattere del loro stile, della loro lingua quale è ridotta presentemente, (giacchè nel francese antico avrebbero fatto diversissima figura) e anche col carattere nazionale, che sono piuttosto affettazioni che naturalezze, e non fanno verun buono effetto, ma semplicemente risaltano, come una singolarità ricercata, nello stesso modo che p.e.
nello stile greco risalterebbero le eleganze e il manierato del francese, e contrasterebbero col rimanente.
L'origine del sentimento profondo dell'infelicità, ossia lo sviluppo di quella che si chiama sensibilità, ordinariamente procede dalla mancanza o perdita delle grandi e vive illusioni; e infatti l'espressione di questo sentimento, comparve nel Lazio col mezzo di Virgilio, appunto nel tempo che le grandi e vive illusioni erano svanite pel privato romano che n'era vissuto sì lungo tempo, e la vita e le cose pubbliche aveano preso l'andamento dell'ordine e della monotonia.
La sensibilità che si trova nei giovani ancora inesperti del mondo e dei mali, sebbene tinto di malinconia, è diverso da questo sentimento, e promette e dà a chi lo prova, non dolore ma piacere e felicità.
(6.
settembre 1820.)
[233]A un gran fautore della monarchia assoluta che diceva, La costituzione d'Inghilterra è cosa vecchia e adattata ad altri tempi, e bisognerebbe rimodernarla, rispose uno degli astanti, È più vecchia la tirannia.
(7.
Settembre 1820.)
Al capoverso primo della p.206.
aggiungi: Et si elles (les Françoises) ont un amant, elles ont autant de soin de ne pas donner à l'heureux mortel des marques de prédilection en public, qu'un Anglois du bon ton de ne pas paroître amoureux de sa femme en compagnie.
Morgan, France.
t.1.1818.
p.253.
liv.3.
A quello che ho detto p.207.
si può aggiungere quello che dice Algarotti dell'immenso studio che bisogna oggidì per divenir letterato di qualche pregio nel mondo, dove non passa più per vero letterato chi non è enciclopedico, studio al quale solo basta appena la vita dell'uomo innanzi di poterlo mettere a frutto coi parti del proprio ingegno, a differenza del poco studio che bisognava agli antichi.
(8.
settembre 1820.)
La compassione come è determinata in gran parte dalla bellezza rispetto ai nostri simili, così anche rispetto agli altri animali, quando noi li vediamo soffrire.
Che poi oltre la bellezza, una grande e somma origine di compassione sia la differenza [234]del sesso, è cosa troppo evidente, quando anche l'amore non ci prenda nessuna parte.
P.e.
ci sono molte sventure reali e tuttavia ridicole, delle quali vedrete sempre ridere molto più quella parte degli spettatori che è dello stesso sesso col paziente, di quello che faccia o sia disposta o inclinata a fare l'altra parte, massimamente se questa è composta di donne, perchè l'uomo com'è più profondo nei suoi sentimenti, così è molto più duro e brutale nelle sue insensibilità e irriflessioni.
E questo, tanto nel caso della bellezza, quanto della bruttezza o mediocrità del paziente.
Del resto è così vero che le piccole sventure dei non belli non ci commuovono quasi affatto, che bene spesso siamo inclinati a riderne.
Come la debolezza è un grande eccitamento alla compassione, anche rispetto ai non belli, così non è forse cosa tanto contraria alla compassione, quanto il veder l'impazienza del male, la malignità dello spirito, pronto a schernire lo stesso o altro male o difetto in altrui, il cattivo umore, la collera di chi soffre.
E pochissima o nessuna compassione può sperare chi non ha sortito dalla [235]natura o acquistato dalla disgrazia una dolcezza e mansuetudine di carattere, almeno apparente.
E questo deve servir di regola ai poeti ed artisti nel formare i personaggi che si vogliono compassionevoli.
Sebbene l'eroismo, e il disprezzo del male che si soffre possa ancora produrre un buon effetto, contuttociò relativamente al muover la compassione non c'è miglior qualità della sopraddetta, qualità la quale io so per esperienza che si acquista quasi per forza coll'uso delle sventure, non ostante che naturalmente fossimo dominati dalla qualità contraria.
Non è cosa tanto nemica della compassione quanto il vedere uno sventurato che non è stato in niente migliorato, nè ha punto appreso dalle lezioni della sventura, maestra somma della vita.
Perchè la prosperità abbagliando e distraendo l'intelletto, è madre e conservatrice d'illusioni, e la sventura dissipatrice degl'inganni, e introduttrice della ragione e della certezza del nulla delle cose.
E uno sventurato che non ha goccia di sentimento, che non arriva a sublimare un istante l'anima sua colla considerazione dei mali, che non ha acquistato nelle sue parole, almeno quando parla di se, niente di eloquenza e di affetto, che non mostra una certa grandezza d'animo, non per disprezzare, ma per nobilitare la sua sventura [236]quasi col sentimento di esserne indegno, e di non lasciarsene abbattere senza una magnanima compassione di se; uno sventurato che vi parla delle sue sventure, coll'amor proprio il più basso, col dolore il più egoista, e vi fa capire che egli è tanto afflitto del male che soffre, che voi non potreste mai arrivare (notate) ad uguagliare l'afflizion sua colla vostra compassione (l'uomo veramente penetrato di compassione si persuade che il paziente non sia più addolorato di lui, in somma non fa differenza fra il paziente e se stesso, essendo pronto a tutto per aiutarlo, e perciò non mette divario tra il dolore del paziente e il suo proprio); questo sventurato non otterrà forse un'ombra di compassione, e il suo male sarà dimenticato, appena saremo lontani da lui.
Tutto quello che ho detto in parecchi luoghi dell'affettazione dei francesi, della loro impossibilità di esser graziosi ec.
bisogna intenderlo relativamente alle idee che le altre nazioni o tutte o in parte, o riguardo al genere, o solamente ad alcune particolarità, hanno dell'affettazione grazia ec.
perchè riflette molto bene Morgan France l.3.
t.1 p.257.
Il faut pourtant accorder beaucoup à la différence des manières nationales; et celles de la femme françoise la plus amie du naturel doivent porter avec elle ce qu'un Anglois, dans le premier moment, jugera une teinte d'affectation, jusqu'à ce que l'expérience en fasse mieux juger.
(9.
settembre 1820.)
[237]Anche l'affettazione è relativa, e la tal cosa parrà affettazione in un paese e in un altro no, in una lingua e in un'altra no, o maggiore in questa e minore in quella, dipendendo dalle abitudini, opinioni ec.
L'espressione del sentimentale conveniente in Francia sarà affettata per noi, quella conveniente per noi, sarebbe parsa affettazione agli antichi.
La grazia francese affettata per noi, non lo sarà per loro.
Tuttavia è certo che la naturalezza ha un non so che di determinato e di comune, e che si fa conoscere e gustare da chicchessia, ma com'ella si conosce quando si trova, così le assuefazioni ec.
impediscono spessissimo di essere choqués della sua mancanza, e di avvedercene.
V.
p.201.
fine.
La semplicità dev'esser tale che lo scrittore, o chiunque l'adopra in qualsivoglia caso, non si accorga, o mostri di non accorgersi di esser semplice, e molto meno di esser pregevole per questo capo.
Egli dev'esser come inconsapevole non solo di tutte le altre bellezze dello scrivere, ma della stessa semplicità.
Homme d'une simplicité rare, dice La Harpe di La Fontaine (Éloge de La Fontaine), qui sans doute ne pouvait pas ignorer son genie, mais ne l'appréciait pas, et qui même, s'il pouvait être témoin des honneurs qu'on lui rend aujourd'hui, serait étonné de sa gloire, et aurait besoin qu'on lui révélât le secret de son mérite.
La stessa cosa [238]in molto maggior grado si può dire degli scritti di Senofonte, e caratterizzarne la semplicità.
(10.
settembre 1820.)
Sono state sempre derise quelle poesie che aveano bisogno di note per farsi intendere.
E tuttavia queste note riguardavano cose accessorie o secondarie, nomi, allusioni, fatti poco noti e male espressi ec.
Che si dirà di quei poemi che hanno bisogno di note dichiarative delle cose sostanziali e principali, vale a dire dei caratteri, e delle proprietà ed operazioni del cuore umano che descrivono, come sono i poemi di Lord Byron? Questi sono i riformatori della poesia? Questi sono i grandi psicologi? Ma senza psicologia sapevamo già da gran tempo che in questo modo non si fa effetto in chi legge.
V.
le p.223-225.
La negligenza e l'irriflessione spessissimo ha l'apparenza e produce gli effetti della malvagità e brutalità.
E merita di esser considerata come una delle principali e più frequenti cagioni della tristizia degli uomini e delle azioni.
Passeggiando con un amico assai filosofo e sensibile, vedemmo un giovanastro che con un grosso bastone, passando sbadatamente e come per giuoco, menò un buon colpo a un povero cane che se ne stava pe' fatti suoi senza infastidir nessuno.
E parve segno all'amico di pessimo carattere in quel giovane.
A me parve segno di brutale irriflessione.
[239]Questa molte volte c'induce a far cose dannosissime o penosissime altrui, senza che ce ne accorgiamo (parlo anche della vita più ordinaria e giornaliera, come di un padrone che per trascuraggine lasci penare il suo servitore alla pioggia ec.) e avvedutici, ce ne duole; molte altre volte, come nel caso detto di sopra, sappiamo bene quello che facciamo, ma non ci curiamo di considerarlo, e lo facciamo così alla buona, e considerandolo bene non lo faremmo.
Così la trascuranza prende tutto l'aspetto, e produce lo stessissimo effetto della malvagità e crudeltà, non ostante che ogni volta che tu riflettessi, fossi molto alieno dalla volontà di produrre quel tale effetto, e che la malvagità e crudeltà non abbia
che fare col tuo carattere.
(11 settembre 1820.)
Non per altro che per odio della noia vediamo oggidì concorrere avidamente il popolo agli spettacoli sanguinosi delle esecuzioni pubbliche, e a tali altri, che non hanno niente di piacevole in se (come potevano averne quelli de' gladiatori e delle bestie nel circo, per la gara, l'apparato ec.) ma solamente in quanto fanno un vivo contrasto colla monotonia della vita.
Così tutte le altre cose straordinarie, e perciò gradite, benchè non solo non piacevoli, ma dispiacevolissime in se.
Dall'orazione di M.
Tullio pro Archia si vede che la lingua greca era considerata allora come [240]universale, nello stesso modo che la francese oggidì, e l'uso e intelligenza della lingua latina era ristretta a pochi, Latina suis finibus, exiguis sane, continentur.
Perciocchè le scritture greche si leggono in quasi tutte le genti, le latine restano dentro a' loro confini così stretti come sono.
Cic.
l.c.
E nondimeno l'impero romano fu forse il maggiore di quanti mai si viddero, e i romani al tempo di Cicerone, erano già padroni del mare, ed esercitavano gran commercio.
Così ora si vede che gl'inglesi sono padroni del mare e del commercio, e sebbene la loro lingua, è perciò più diffusa di molte altre, nondimeno non è nè conosciuta nè usata universalmente, ma da pochi in ciascun paese, e cede di gran lunga alla francese, che non s'è mai trovata favorita da un commercio così vasto.
Onde si può ben dedurre, che la diffusione di una lingua, se ha bisogno di una certa grandezza e influenza della nazione che la parla (perchè la lingua francese, per quanto adattata alla universalità, non sarebbe divenuta universale, se avesse appartenuto a una piccola, e impotente nazione p.e.
alla Svizzera), contuttociò dipende principalmente dalla natura di essa lingua.
Non vale il dire che i greci erano diffusissimi per le colonie.
Molto più lo erano i romani in quel tempo, e non solo per le colonie, ma per le armate, governi, tribunali ec.
ec.
Ma quando una lingua si diffonde per mezzo delle colonie, si può dire che si diffonda piuttosto la nazione che la lingua, essendo [241]ben naturale che una città di romani in qualunque luogo del mondo, parli la lingua romana, e così un'armata ec.
Ma questo non ha che fare coll'adottarsi generalmente una lingua dagli stranieri, coll'essere tutti gli uomini colti di qualunque nazione, quasi ?????????, (v.
p.684.) e col potere un viaggiatore farsi intendere con quella lingua in qualunque luogo.
Ora in questo consiste l'universalità di una lingua, e non 1.
nell'esser parlata da' nazionali suoi, in molte parti del mondo, 2.
nell'essere anche introdotta presso molte nazioni col mezzo di quelli che la parlano naturalmente, sia coll'abolire la lingua dei vari paesi (quando anzi la ????????? suppone che questa si conservi), sia coll'alterarla o corromperla più o meno per mezzo della mescolanza.
Cosa che vediamo accaduta nel latino, del quale si trovano vestigi notabilissimi in molte parti d'Europa (forse anche di fuori) (come se non erro in Transilvania, in Polonia, in Russia ec.) e si vede ch'ella si era stabilita nella Spagna e la Francia dove poi ne derivarono, corrompendosi la latina, le lingue spagnuola e francese; e nell'Affrica Cartaginese e Numidica ec.; quando della greca forse non si troveranno, o meno; e contuttociò la lingua latina non è stata mai universale nel senso spiegato di sopra, come non è universale oggi la lingua inglese perciò ch'ella è stabilita e si parla come lingua materna in tutte quattro le parti del mondo.
(in ciascuna delle quattro parti).
È noto poi come i greci l'ignorassero sempre, il che forse contribuì a conservar più a lungo la purità della loro lingua, la sola che conoscessero.
E quanto [242]alle colonie la Francia ha sempre o quasi sempre ceduto all'Inghilterra, alla Spagna, e fino al Portogallo, come nel commercio.
Neanche la letteratura è cagione principale della universalità di una lingua.
La letteratura italiana primeggiò lungo tempo in Europa, ed era conosciuta e studiata per tutto, anche dalle dame, come in Francia da Mad.
di Sévigné ec.
senza che perciò la lingua italiana fosse mai universale.
E se gl'italianismi guastavano la lingua francese al tempo delle Medici, come ora i francesismi guastano l'italiano, questo va messo nella stessa categoria della corruzione che producono le colonie, le armate ec.
(corruzione facilissima e sensibilissima.
Pochi soldati napoletani stanziati nella mia patria al mio tempo per uno o due anni, aveano introdotto nel volgo parecchie parole ed espressioni del loro dialetto.
Perchè il volgo 1.
era colpito da quella novità.
2 si faceva un pregio o un capriccio d'imitare quei forestieri ec.).
La letteratura, lingua e costumi spagnuoli si divulgarono molto, quando la Spagna acquistò una certa preponderanza in Europa, e massime in Italia (dove restano ancora alcune parole derivate credo allora dallo spagnuolo), ma l'influenza loro finì con quella della nazione.
Laonde sebbene la letteratura greca, massime al tempo di Cicerone cioè [243]prima del secolo di Augusto, era infinitamente superiore alla latina, e più divulgata e famosa, questa ragione non basta.
L'universalità di una lingua deriva principalmente, dalla regolarità geometrica e facilità della sua struttura, dall'esattezza, chiarezza materiale, precisione, certezza de' suoi significati ec.
cose che si fanno apprezzare da tutti, essendo fondate nella secca ragione, e nel puro senso comune, ma non hanno che far niente colla bellezza, ricchezza (anzi la ricchezza confonde, difficulta, e pregiudica), dignità, varietà, armonia, grazia, forza, evidenza, le quali tanto meno conferiscono o importano alla universalità di una lingua, quanto 1.
non possono esser sentite intimamente, e pregiate se non dai nazionali, 2.
ricercano abbondanza d'idiotismi, figure, insomma irregolarità, che quanto sono necessarie alla bellezza e al piacere, il quale non può mai stare colla monotonia, e collo scheletro dell'ordine matematico, tanto nocciono alla mera utilità, alla facilità ec.
La lingua greca sebbene ricchissima ec.
ec.
ec.
tuttavia era semplicissima nella sua nativa costruzione (dico nativa, perchè poi fu alterata dagli scrittori più bassi che pretendevano all'eleganza), laddove la latina era estremamente figurata, e la proprietà de' suoi composti le dava una facilità e precisione materialissima di significati, sebbene nuocesse non poco alla varietà la quale non può risultare [244]dalla copia de' composti ma delle radici, come nel latino e italiano.
E di queste pure la lingua greca abbonda sommamente, ma può anche fare a meno della massima parte, e con poche radici, e infiniti composti formare tutto il discorso.
Tale infatti era il costume degli antichi scrittori greci (Luciano e gli altri più bassi, sono molto più vari e ricchi di radici).
Perchè il vocabolario di ciascheduno, osservandolo bene, si compone di molto poche parole, che ritornano a ogni tratto, essendo raro che quegli antichi varino la parola o la frase per esprimere una stessa cosa.
Onde segue che siccome la lingua greca per se stessa è immensa, così passando da uno scrittore all'altro, ritrovate un altro piccolo vocabolario suo proprio, del quale parimente si contenta, e le espressioni familiari di ciascuno autor greco sono moltissime e continue, ma diverse quelle dell'uno da quelle dell'altro, quasi fossero più lingue.
Dal che si può dedurre che la lingua greca benchè ricchissima nondimeno con un piccolo vocabolario può comporre tutto il discorso, e questi vocabolari possono esser molti e diversi, cosa dimostrata dal fatto, e dal vedersi negli scrittori greci più che in quelli d'altra lingua, che la facilità acquistata nel leggere e intendere uno scrittore, non vi giova interamente nel passare a un altro, dovendovi quasi familiarizzare con un altro linguaggio.
Questo appartiene esclusivamente alla lingua, ma anche bisogna [245]notare che la lingua greca come l'italiana, si presta a ogni sorta di stili, e non ha carattere determinato, ma lo riceve dal soggetto e dallo scrittore, laonde il suo carattere varia, anche in questo senso, e per questo motivo, secondo le diverse opere, come la lingua di Dante o dell'Alfieri paragonata con quella del Petrarca ec.
(12-13-14.
settembre 1820.).
V.
p.1029.
fine.
L'irresoluzione è peggio della disperazione.
Questa massima mi venne profferita nettamente e letteralmente in sogno l'altro ieri a notte, in occasione che mio fratello mi pareva deliberato per disperazione di farsi Cappuccino, e io ricusava di allegargli quelle ragioni che gli avrebbero sospeso l'animo, adducendo la detta massima.
(14.
Settembre 1820.)
La lirica si può chiamare la cima il colmo la sommità della poesia, la quale è la sommità del discorso umano.
Però i francesi che sono rimasti molte miglia indietro del sublime nell'epica, molto meno possono mai sperare una vera lirica, alla quale si richiede un sublime d'un genere tanto più alto.
Il Say nei Cenni sugli uomini e la società, chiama l'ode, la sonata della letteratura.
È un pazzo se stima che l'ode non possa esser altro, ma ha gran ragione e intende parlare delle odi che esistono, massime delle francesi.
[246]I francesi non solamente non sono atti al sublime, nè avvezzi a sentirlo dai loro nazionali, o a produrlo in qualunque forma (applicate questa osservazione ch'è anche letteralmente di Lady Morgan, e universale, ai miei pensieri sopra Bossuet), ma disublimano ancora le cose veramente sublimi, come nelle traduzioni ec.
Dalla teoria del piacere esposta in questi pensieri si comprende facilmente quanto e perchè la matematica sia contraria al piacere, e siccome la matematica, così tutte le cose che le rassomigliano o appartengono, esattezza, secchezza, precisione, definizione, circoscrizione, sia che appartengano al carattere e allo spirito dell'individuo, sia a qualunque cosa corporale o spirituale.
Tant'è.
Le cose per se stesse non sono piccole.
Il mondo non è una piccola cosa, anzi vastissima e massimamente rispetto all'uomo.
Anche l'organizzazione de' più minuti e invisibili animaluzzi è una gran cosa.
La varietà della natura solamente in questa terra è infinita; che diremo poi degli altri infiniti mondi? Sicchè per una parte si può dire che non la grandezza delle cose, ma anzi la loro nullità così evidente e sensibile all'uomo, è una pura illusione.
Ma basta che l'uomo abbia veduto la misura di una cosa ancorchè smisurata, basta che sia giunto a conoscerne [247]le parti, o a congetturarle secondo le regole della ragione; quella cosa immediatamente gli par piccolissima, gli diviene insufficiente, ed egli ne rimane scontentissimo.
Quando il Petrarca poteva dire degli antipodi, e che 'l dì nostro vola A gente che di là FORSE l'aspetta, quel forse bastava per lasciarci concepir quella gente e quei paesi come cosa immensa, e dilettosissima all'immaginazione.
Trovati che si sono, certamente non sono impiccoliti, nè quei paesi son piccola cosa, ma appena gli antipodi si son veduti sul mappamondo, è sparita ogni grandezza ogni bellezza ogni prestigio dell'idea che se ne aveva.
Perciò la matematica la quale misura quando il piacer nostro non vuol misura, definisce e circoscrive quando il piacer nostro non vuol confini (sieno pure vastissimi, anzi sia pur vinta l'immaginazione dalla verità), analizza, quando il piacer nostro non vuole analisi nè cognizione intima ed esatta della cosa piacevole (quando anche questa cognizione non riveli nessun difetto nella cosa, anzi ce la faccia giudicare più perfetta di quello che credevamo, come accade nell'esame delle opere di genio, che scoprendo [248]tutte le bellezze, le fa sparire), la matematica, dico, dev'esser necessariamente l'opposto del piacere.
(18.
settembre 1820.)
L'occupazione della società, come quella che offre la società francese, riempie veramente la vita, la riempie dico materialmente, ma non lascia così poco vuoto nell'animo come la occupazione destinata a provvedere ai propri bisogni, ch'era quella dell'uomo primitivo.
E la sera, l'uomo che ha passata la giornata tutta intera nel mondo il più vivo, vario, e pieno, e ne' divertimenti anche meno noiosi, e che si trova anche senza cure e dispiaceri, ripensando alla giornata passata, e considerando la futura, non si trova di gran lunga così contento e pieno, come colui che considera i bisogni ai quali ha provveduto, e fa i suoi disegni sopra quelli a' quali provvederà l'indomani.
Qualche cosa di serio è necessario che formi la base della nostra occupazione per condurci ad una certa felicità (più o meno serio, secondo gl'individui), e se bene tutte le cose sono ugualmente importanti per se stesse, e il nostro fine sia sempre il piacere, nondimeno il puro spasso non è mai capace di soddisfarci.
La cagione è che ci bisogna un fine dell'occupazione, uno scopo al quale mirare, acciocchè al piacere dell'occupazione si aggiunga quello della speranza, che bene spesso forma essa sola il piacere dell'occupazione V.
gli altri miei pensieri in questo proposito.
[249]Gli Egesiaci (ramo della setta Cirenaica) dicevano secondo il Laerzio (in Aristippo l.2.
segm.95.) ?????????????????????????????????????????Questa potrebb'esser la divisa di tutti i sapienti moderni, in quanto sapienti.
La natura in quanto natura assoluta e primitiva non ci ha dato idea di altri doveri che verso noi stessi, ed ha limitato le norme del giusto ai rapporti che l'animale ha con se stesso.
Già verso gli animali d'altra specie non è dubbio che la natura non ha dettato nessuna regola di onestà e di rettitudine, perchè l'uomo non prova nessuna ripugnanza nel far male agli altri animali anche senza suo vantaggio e per mero diletto, come a uccidere una formica ec.
E gli altri animali si pascono bene spesso di animali di altra specie.
Ma eziandio nella propria specie, l'uomo assolutamente primitivo, non sente ingenitamente nessuna colpa a far male a' suoi simili per suo vantaggio, come non la sentono gli altri animali, che maltrattano, combattono, e alle volte anche si cibano dei loro simili, ed anche (sento dire) dei propri figli.
In quanto però alla figliuolanza è certo che la natura ha dettato alcune leggi, o siano di semplice amore e inclinazione libera, o sieno anche sentimenti di dovere; ma non perpetui; solo fino a un certo tempo, come vediamo negli animali, [250]che dopo alcun tempo è verisimile che non riconoscano affatto i propri figli, massime quegli animali che ogni anno ne producono più d'uno.
E così avverrebbe all'uomo se il figlio arrivato all'età di provvedersi da se, si separasse dai genitori, e questi l'uno dall'altro, come fanno gli animali.
Giacchè la necessità del concubitu prohihere vago, non prova nulla in favore della società, perchè anche gli uccelli si fabbricano il talamo espressamente e convivono con legge di matrimonio finchè bisogna all'educazione sufficiente dei prodotti di quel tal matrimonio, e nulla più; e non per questo hanno società.
Nè la detta necessità, riguardo all'uomo, si estende più oltre di questo naturalmente, ma artifizialmente, e a posteriori, cioè posta la società, la quale necessita la perpetuità de' matrimoni, e la distinzione delle famiglie e delle possidenze.
(19.
settembre 1820.)
Una prova evidente e popolare, frequente nella vita, e giornaliera, che il piccolo è considerato come grazioso, si è il vezzo dei diminutivi che si sogliono applicare alle persone o cose che si amano, o si vogliono vezzeggiare, pregare, addolcire, descrivere come graziose ec.
E così al contrario volendo mettere in ridicolo qualche persona o cosa tutt'altro che graziosa, se le applica il diminutivo perchè la renda ridicola colla forza del contrasto.
Quest'uso è così antico [251](nel latino, greco ec.) e così universale oggidì che si può considerare come originato dalla natura, e non dal costume o dalla proprietà di questa o quella lingua.
E i francesi che non hanno se non pochissimi diminutivi, nei casi detti di sopra, fanno grand'uso di questi pochissimi, o suppliscono col petit, dimostrando che l'inclinazione ad attribuire ed esprimer piccolezza in quelle tali circostanze, non è capriccio o assuefazione, ma natura, ed effetto di un'opinione innata che la piccolezza sia quasi compagna della grazia e piacevolezza, cose ben distinte dalla bellezza colla quale non ha che fare questo attributo.
E nello stesso modo, volendo ingiuriare, dipingere come sgraziato, discacciare, ec.
ec.
qualunque persona o cosa, si adopera l'accrescitivo; e in genere l'accrescitivo par che sempre tolga grazia al soggetto, anzi sia l'opposto della grazia, e piacevolezza.
(22.
settembre 1820.)
Bonaparte per isnidare i malandrini da una contrada di Parigi v'introdusse i giullari e i giocolieri per richiamarvi il popolo, e frequentarla.
(V.
Lady Morgan, France liv.5.
principio).
Il Papa alcuni mesi addietro per isnidare i malviventi da Sonnino luogo di loro rifugio nei confini del suo stato verso Napoli, decretò la distruzione di quel paese.
Bonaparte popolò il nido dei ladroni per cacciarneli, e ottenne [252]l'intento; il Papa giudicò di non potere ottenerlo fuorchè colla distruzione di quel luogo.
Dice Cicerone che si devastano e distruggono le città nemiche, ma che se distruggiamo le nostre proprie, ci caviamo gli occhi di nostra mano.
Alla tirannia fondata sopra l'assoluta barbarie, superstizione, e intera bestialità de' sudditi, giova l'ignoranza, e nuoce definitivamente e mortalmente l'introduzione dei lumi.
Perciò Maometto, con buona ragione proibì gli studi.
Alle tirannie esercitate sopra popoli inciviliti fino a un certo punto, fino a quel mezzo, nel quale consiste la vera perfezione dell'incivilimento e della natura, l'incremento e propagazione dei lumi, delle arti, mestieri, lusso ec.
non solamente non pregiudica, ma giova sommamente, anzi assicura e consolida la tirannia, perchè i sudditi da quello stato di mediocre incivilimento che lascia la natura ancor libera, e le illusioni, e il coraggio, e l'amor di gloria e di patria, e gli altri eccitamenti alle grandi azioni, passa all'egoismo, all'oziosità riguardo all'operare, all'inattività, alla corruttela, alla freddezza, alla mollezza ec.
La sola natura è madre della grandezza e del disordine.
La ragione tutto all'opposto.
La tirannia non è mai sicura se non quando il popolo non è capace di grandi azioni.
Di queste non può esser capace per ragione, ma per natura.
Augusto, Luigi 14.
ed altri tali mostrano di aver bene inteso queste verità.
(28.
settembre 1820.)
[253]Dal 2.
pensiero della p.116.
inferite come, anche secondo questa sola considerazione, il Cristianesimo debba aver reso l'uomo inattivo e ridottolo invece ad esser contemplativo, e per conseguenza com'egli sia favorevole al dispotismo, non per principio (perchè il cristianesimo nè loda la tirannia, nè vieta di combatterla, o di fuggirla, o d'impedirla), ma per conseguenza materiale, perchè se l'uomo considera questa terra come un esilio, e non ha cura se non di una patria situata nell'altro mondo, che gl'importa della tirannia? Ed i popoli abituati (massime il volgo) alla speranza di beni d'un'altra vita, divengono inetti per questa, o se non altro, incapaci di quei grandi stimoli che producono le grandi azioni.
Laonde si può dire generalmente anche astraendo dal dispotismo, che il cristianesimo ha contribuito non poco a distruggere il bello il grande il vivo il vario di questo mondo, riducendo gli uomini dall'operare al pensare e al pregare, o vero all'operar solamente cose dirette alla propria santificazione ec.
sopra la quale specie di uomini è impossibile che non sorga immediatamente un padrone.
Non è veramente che la religion cristiana condanni o non lodi l'attività.
Esempio un San Carlo Borromeo, un San Vincenzo de Paolis.
Ma in primo luogo l'attività di questi santi [254]se bene li portava ad azioni eroiche (e per questa parte grandi) ed utili, non dava gran vita al mondo, perchè la grandezza delle loro azioni era piuttosto relativa ad essi stessi che assoluta, e piuttosto intima e metafisica, che materiale.
In secondo luogo, parendo che il cristianesimo faccia consistere la perfezione piuttosto nell'oscurità nel silenzio, e in somma nella totale dimenticanza di quanto appartiene a questo esilio, egli ha prodotto e dovuto produrre cento Pacomi e Macari per un San Carlo Borromeo, ed è certo che lo spirito del Cristianesimo in genere portando gli uomini, come ho detto, alla noncuranza di questa terra, se essi sono conseguenti, debbono tendere necessariamente ad essere inattivi in tutto ciò che spetta a questa vita, e così il mondo divenir monotono e morto.
Paragonate ora queste conseguenze, a quelle della religione antica, secondo cui questa era la patria, e l'altro mondo l'esilio.
(29.
settembre 1820.)
Il costume e la massima di macerare la carne, e indebolire il corpo per ridurlo, come dice S.
Paolo, in servitù, dovea necessariamente illanguidire le passioni e l'entusiasmo, e render soggetti anche gli animi di chi cercava di soggiogare il corpo, e così per una parte contribuire infinitamente a spegner la vita del mondo, per l'altra ad appianar la strada al dispotismo, perchè non ci son forse uomini così atti ad esser tiranneggiati [255]come i deboli di corpo, da qualunque cagione provenga questa debolezza, o da lascivia e mollezza, come presso i Persiani, che dopo il tempo di Ciro divennero l'esempio dell'avvilimento e della servitù; o da macerazione ec.
Nel corpo debole non alberga coraggio, non fervore, non altezza di sentimenti, non forza d'illusioni ec.
(30.
settembre 1820.)
Nel corpo servo anche l'anima è serva.
L'allegria bene spesso è madre di benignità e d'indulgenza, al contrario delle cure e dei mali umori.
Questa è cosa nota e osservata, sicchè non mi fermerò a cercarne la ragione, ch'è facile a trovare.
Ma solamente considererò l'armonia della natura, la quale mirando sempre alla felicità degli esseri, e per conseguenza l'allegria nel sistema naturale dovendo essere la condizione più frequente della vita, ha voluto che fosse compagna della piacevolezza verso i suoi simili, virtù somma nella società, e per conseguenza che l'allegria fosse utile non solo all'individuo, ma anche agli altri, e servisse alla società, e rendesse l'uomo verso altrui, tale quale dev'essere.
L'uomo superiore, oggidì colla cognizione e sperienza del mondo, si può dire, benchè sembri un paradosso, che si avvezzi a pregiare piuttosto che a dispregiare.
Dico riguardo alle cose reali.
Perchè [256]mentre egli è inesperto del mondo, i piccoli pregi, i principii di virtù, le piccole bellezze o bontà o grandezze in qualsivoglia genere di cose, gli paiono dispregevoli, paragonando sempre gli altri a se stesso, com'è costume degli uomini, o paragonando le cose alla sua immaginativa.
Ma colla sperienza, trovandosi sempre in mezzo ad eccessive piccolezze, malvagità, sciocchezze, bruttezze ec.
appoco appoco si avvezza a stimare quei piccoli pregi che prima spregiava, a contentarsi del poco, a rinunziare alla speranza dell'ottimo o del buono, e a lasciar l'abitudine di misurar gli uomini e le cose con se stesso, e colla immaginazion sua.
Laonde siccome prima egli non istimava se non le cose lontane, le quali, in quel modo in cui egli le concepiva, non erano reali, si può dire che il numero delle cose reali ch'egli stima vada sempre crescendo, se bene diminuisca la misura della stima assoluta, e il numero assoluto delle cose ch'egli stimava, perchè sono molte più quelle cose ch'egli pregiava lontane, e disprezza vicine, di quelle che da principio non curava, ed ora è necessitato a pregiare.
(30.
settembre 1820.)
Si mise un paio di occhiali fatti della metà del meridiano co' due cerchi polari.
Una casa pensile in aria sospesa con funi a una stella.
(1 Ottobre 1820.)
[257]Alle volte la vivacità (sia del viso, o dei movimenti, o delle azioni ec.), alle volte la languidezza e flemma è madre di grazia.
E chi è preso più da quella, chi più da questa.
Bisogna distinguere in fatto di belle arti, entusiasmo, immaginazione, calore ec.
da invenzione massimamente di soggetti.
La vista della bella natura desta entusiasmo.
Se questo entusiasmo sopraggiunge ad uno che abbia già per le mani un soggetto, gli gioverà per la forza della esecuzione, ed anche per la invenzione ed originalità secondaria, cioè delle parti, dello stile, delle immagini, insomma di tutto ciò che spetta all'esecuzione.
Ma difficilmente, o non mai, giova all'invenzione del soggetto.
Perchè l'entusiasmo giovi a questo, bisogna che si aggiri appunto e sia cagionato dallo stesso soggetto, come l'entusiasmo di una passione.
Ma l'entusiasmo astratto, vago, indefinito, che provano spesse volte gli uomini di genio, all'udire una musica, allo spettacolo della natura ec.
non è favorevole in nessun modo all'invenzione del soggetto, anzi appena delle parti, perchè in quei momenti l'uomo è quasi fuor di se, si abbandona come ad una forza estranea che lo trasporta, non è capace di raccogliere nè di fissare le sue idee, tutto quello che vede, è infinito, indeterminato, sfuggevole, e così vario e copioso, che non ammette nè ordine, nè regola, nè [258]facoltà di annoverare, o disporre, o scegliere, o solamente di concepire in modo chiaro e completo, e molto meno di saisir un punto (vale a dire un soggetto) intorno al quale possa ridurre tutte le sensazioni e immaginazioni che prova, le quali non hanno nessun centro.
Anzi provando pure, come ho detto, l'entusiasmo di una passione, e volendo scegliere per soggetto la stessa passione, se l'entusiasmo è veramente vivo e vero, non saprete determinarvi a veruna forma trattabile di questo soggetto.
In sostanza per l'invenzione dei soggetti formali e circoscritti, ed anche primitivi (voglio dire per la prima loro concezione) ed originali, non ci vuole, anzi nuoce, il tempo dell'entusiasmo, del calore e dell'immaginazione agitata.
Ci vuole un tempo di forza, ma tranquilla; un tempo di genio attuale piuttosto che di entusiasmo attuale (o sia, piuttosto un atto di genio che di entusiasmo); un influsso dell'entusiasmo passato o futuro o abituale, piuttosto che la sua presenza, e possiamo dire il suo crepuscolo, piuttosto che il mezzogiorno.
Spesso è adattatissimo un momento in cui dopo un entusiasmo, o un sentimento provato, l'anima sebbene in calma, pure ritorna come a mareggiare dopo la tempesta, e richiama con piacere la sensazione passata.
Quello forse è il tempo più atto, e il più frequente della concezione di un soggetto originale, o delle parti originali di esso.
E generalmente [259]si può dire che nelle belle arti e poesia, le dimostrazioni di entusiasmo d'immaginazione e di sensibilità, sono il frutto immediato piuttosto della memoria dell'entusiasmo, che dello stesso entusiasmo, riguardo all'autore.
(2.
Ottobre 1820.).
Laddove insomma l'opinione comune che par vera a prima vista, considera l'entusiasmo come padre dell'invenzione e concezione, e la calma come necessaria alla buona esecuzione; io dico che l'entusiasmo nuoce o piuttosto impedisce affatto l'invenzione (la quale dev'essere determinata, e l'entusiasmo è lontanissimo da qualunque sorta di determinazione), e piuttosto giova all'esecuzione, riscaldando il poeta o l'artefice, avvivando il suo stile, e aiutandolo sommamente nella formazione, disposizione, ec.
delle parti, le quali cose tutte facilmente riescon fredde e monotone quando l'autore ha perduto i primi sproni dell'originalità.
(3.
ottobre 1820.)
Hanno questo di proprio le opere di genio, che quando anche rappresentino al vivo la nullità delle cose, quando anche dimostrino evidentemente e facciano sentire l'inevitabile infelicità della vita, quando anche esprimano le più terribili disperazioni, tuttavia ad un'anima grande che si trovi anche in uno stato di estremo abbattimento, disinganno, nullità, noia e scoraggimento della vita, o nelle più acerbe e mortifere disgrazie (sia che appartengano alle alte e forti passioni, sia a qualunque altra cosa); servono sempre di consolazione, [260]raccendono l'entusiasmo, e non trattando nè rappresentando altro che la morte, le rendono, almeno momentaneamente, quella vita che aveva perduta.
E così quello che veduto nella realtà delle cose, accora e uccide l'anima, veduto nell'imitazione o in qualunque altro modo nelle opere di genio (come p.e.
nella lirica che non è propriamente imitazione), apre il cuore e ravviva.
Tant'è, siccome l'autore che descriveva e sentiva così fortemente il vano delle illusioni, pur conservava un gran fondo d'illusione, e ne dava una gran prova, col descrivere così studiosamente la loro vanità (v.
p.214-215.), nello stesso modo il lettore quantunque disingannato, e per se stesso e per la lettura, pur è tratto dall'autore, in quello stesso inganno e illusione nascosta ne' più intimi recessi dell'animo, ch'egli provava.
E lo stesso conoscere l'irreparabile vanità e falsità di ogni bello e di ogni grande è una certa bellezza e grandezza che riempie l'anima, quando questa conoscenza si trova nelle opere di genio.
E lo stesso spettacolo della nullità, è una cosa in queste opere, che par che ingrandisca l'anima del lettore, la innalzi, e la soddisfaccia di se stessa e della propria disperazione.
(Gran cosa, e certa madre di piacere e di entusiasmo, e magistrale effetto della poesia, quando giunge a fare che il lettore acquisti maggior concetto di se, e delle sue disgrazie, e del suo stesso abbattimento e annichilamento di spirito).
Oltracciò [261]il sentimento del nulla, è il sentimento di una cosa morta e mortifera.
Ma se questo sentimento è vivo, come nel caso ch'io dico, la sua vivacità prevale nell'animo del lettore alla nullità della cosa che fa sentire, e l'anima riceve vita (se non altro passeggiera) dalla stessa forza con cui sente la morte perpetua delle cose, e sua propria.
Giacchè non è piccolo effetto della cognizione del gran nulla, nè poco penoso, l'indifferenza e insensibilità che inspira ordinarissimamente e deve naturalmente ispirare, sopra lo stesso nulla.
Questa indifferenza e insensibilità è rimossa dalla detta lettura o contemplazione di una tal opera di genio: ella ci rende sensibili alla nullità delle cose, e questa è la principal cagione del fenomeno che ho detto.
Osserverò che il detto fenomeno occorre molto più difficilmente nelle poesie tetre e nere del Settentrione, massimamente moderne, come in quelle di Lord Byron, che nelle meridionali, le quali conservano una certa luce negli argomenti più bui, dolorosi e disperanti; e la lettura del Petrarca, p.e.
de' Trionfi e della conferenza di Achille e di Priamo, dirò ancora di Verter, produce questo effetto molto più che il Giaurro, o il Corsaro ec.
non ostante che trattino e dimostrino la stessa infelicità degli uomini, e vanità delle cose.
(4.
ottobre 1820.)
Io so che letto Verter mi sono trovato caldissimo nella mia disperazione letto Lord Byron, freddissimo, e senza entusiasmo nessuno; molto meno consolazione.
[262]E certo Lord Byron non mi rese niente più sensibile alla mia disperazione: piuttosto mi avrebbe fatto più insensibile e marmoreo.
L'uomo si disannoia per lo stesso sentimento vivo della noia universale e necessaria.
Bisogna ricordarsi che l'invenzione della polvere contribuì non poco all'indebolimento delle generazioni 1.
disavvezzando dal portare armatura, (v.
Montesquieu ch.2.
in proposito del gran vigore de' soldati romani) 2.
rendendo l'atto della guerra non più opera della forza individuale o generale, ma quasi intieramente dell'arte; certamente rendendo l'arte molto più arbitra della guerra che non era stata per l'addietro ec.
3.
sopprimendo o togliendo per conseguenza la necessità di quegli esercizi che o direttamente o indirettamente come i giuochi atletici, servivano a render gli uomini vigorosi ed atti alla guerra.
Lo spavento e il terrore sebbene di un grado maggior del timore, contuttociò bene spesso sono molto meno vili, anzi talvolta non contengono nessuna viltà: e possono cadere anche negli uomini perfettamente coraggiosi, al contrario del timore.
P.e.
lo spavento che cagiona l'aspetto di una vita infelicissima o noiosissima e lunga, che ci aspetti ec.
Lo spavento degli spiriti, così puerile esso, e fondato in opinione così puerile, è stato (ed ancora è) comune ad uomini coraggiosissimi.
V.
la p.531, e 535.
[263]L'intrigo può star molte volte colla chiarezza, come anche si può essere strigato ed oscuro.
L'intrigo può venire o dallo scrittore, o dalla necessità della materia, ed allora la chiarezza è difficilissima allo scrittore, e il luogo può riuscir difficile al lettore, sebbene sia chiaro.
Ma spessissimo si confonde l'intrigo coll'oscurità, e si chiama oscuro quello ch'è solamente intrigato, e intrigato quello ch'è solamente oscuro.
Applicate quest'osservazione ai cinquecentisti che bene spesso sono intrigati e contuttociò chiari, ai trecentisti che per lo più sono strigatissimi e sovente oscurissimi, agli scrittori scientifici, tecnici, gramatici ec.
Una cosa stimabile non può essere apprezzata degnamente se non da quelli che ne conoscono il valore.
Perciò la rarità non porta sempre con se la stima della cosa, anzi spessissimo l'impedisce.
Un uomo di grande ingegno fra gl'ignoranti o è disprezzato, o apprezzato senz'ammirazione senza entusiasmo senza nessuno di quegli affetti che paiono conseguenze infallibili dello straordinario, e che debbano crescere tanto più quanto la cosa è più straordinaria relativamente.
Il conto che se ne fa, è come di uno che abbia un utensile migliore degli altri, i quali talvolta lo chiedono in prestito o se ne servono presso chi lo possiede, e non perciò stimano che quell'uomo [264]sia una gran cosa, o superiore agli altri a cagione di quel piccolo vantaggio compensabile e paragonabile con tanti altri.
Così le scritture di buon gusto in un secolo o paese corrotto o ignorante, così la sensibilità massimamente e l'entusiasmo, il quale anzi dalle persone ordinarie sarà stimato piuttosto un ???????????, che un ???????????, e deriso come pazzia.
Così si è veduto che eccetto i pregi sensibili, o de' quali tutti sanno giudicare naturalmente, tutti gli altri sono stati assai meno stimati nei secoli e nei luoghi dove sono stati più rari.
Ed è cosa certa che un grande ingegno non può essere intimamente conosciuto, e però degnamente apprezzato e ammirato se non da un altro grande ingegno; e così le sue opere; così tutto quello che spetta a discipline, arti, abilità particolari, onde p.e.
un grand'uomo di guerra non riscuoterà degna ammirazione che da un altro grand'uomo dello stesso mestiere.
(5.
ottobre 1820.).
V.
p.273.
Anticamente il cercare e istruirsi in diverse scuole non serviva come ora ad imparar sempre più, giacchè tutte le scuole seguono gli stessi principii, e non si diversificano se non per la diversa disciplina che professano.
Ma allora per imparare le dottrine di una scuola, bisognava disimparare quelle [265]dell'altra, e scegliere quale si voleva seguire, giacchè ciascuna contraddiceva alle altre.
E perciò gli uomini di un certo ingegno mediocre si attaccavano ad una setta, imparavano i dogmi di una sola scuola, di quelli erano contenti, e si chiamavano col nome della loro setta.
Altri un poco maggiori d'ingegno o di presunzione introducevano qualche cangiamento nelle dottrine de' loro maestri, o vi aggiungevano qualche cosa, e si facevano capi di un nuovo ramo della setta stessa.
Gl'ingegni superiori, non si servivano della istruzione che prendevano in diverse scuole se non per isceglierne il meglio, o quello che credessero tale, e fondere insieme i dogmi scelti da varie sette, per formare o di essi soli, o di altri che v'aggiungessero del proprio, o di un nuovo sistema cavato dalle varie e discordanti idee acquistate, una nuova scuola e setta, come fece Platone che amò d'istruirsi in varie scuole, e ascoltò Socrate, (altri due subito dopo la sua morte, nominati dal Laerzio nel principio della vita di Platone), i Pitagorici, gli Egiziani, e voleva anche ascoltare i maghi di Persia, ma non potè a cagione delle guerre d'Asia.
E [266]delle varie dottrine imparate e scelte da queste sette compose il suo nuovo sistema.
(6.
Ottobre 1820.)
Le passioni e i sentimenti dell'uomo si può dire che da principio stessero nella superficie, poi si rannicchiassero nel fondo più cupo dell'anima, e finalmente siano venuti e rimasti nel mezzo.
Perchè l'uomo naturale, sebbene sensibilissimo, tuttavia si può dire che abbia le sue passioni nella superficie, sfogandole con ogni sorta di azioni esterne, suggerite e volute dalla natura per aprire una strada alla soverchia fuga ed impeto del sentimento, il quale appunto perchè violentissimo nel dimostrarsi, e perchè richiamato subito al di fuori, dopo un grand'empito esterno, presto veniva meno, se bene fosse molto più frequente.
L'uomo non più naturale, ma che tuttavia conserva un poco di natura, risentendo tutta o quasi tutta la forza della passione, come l'uomo primitivo, la contiene tutta al di dentro, non ne dà segni se non leggeri ed equivoci, e però il sentimento si rannicchia tutto nel profondo, ed acquista maggior forza e durevolezza, e se il sentimento è doloroso, non avendo lo sfogo voluto dalla natura, diventa capace anche di uccidere o di tormentare più o meno, secondo la qualità sua e dell'individuo.
Di queste persone si trovano anche oggidì, [267]perchè, tolto qualche parte del volgo, nessuno conserva tanta natura da lasciar tutta la passione lanciarsi alla superficie (eccetto in alcuni casi eccessivi, dove la natura trionfa); ma molti ne hanno quanto basta per sentirla vivamente, e poterla provare contenuta e chiusa nel fondo dell'animo.
Tuttavia è certo che questi tali appartengono ad un'epoca di mezza natura, a quel tempo in cui la vera sensibilità non era nè così ordinaria nelle parole, nè così straordinaria nel fatto, come presentemente.
L'uomo perfettamente moderno, non prova quasi mai passione o sentimento che si lanci all'esterno o si rannicchi nell'interno, ma quasi tutte le sue passioni si contengono per così dire nel mezzo del suo animo, vale a dire che non lo commuovono se non mediocremente, gli lasciano il libero esercizio di tutte le sue facoltà naturali, abitudini ec.
In maniera che la massima parte della sua vita si passa nell'indifferenza e conseguentemente nella noia, mancando d'impressioni forti e straordinarie.
Esempio.
Un amico o persona desiderata che ritorni dopo lungo tempo, o che vediate per la prima volta.
Il fanciullo e l'uomo selvaggio l'abbraccerà, lo carezzerà, salterà, darà mille segni esterni di quella gioia che l'anima veramente e vivamente; segni non fallaci, ma verissimi [268]e naturalissimi.
L'uomo di sentimento, senza gesti nè moti forti, lo prenderà per la mano, o al più l'abbraccerà lentamente, e resterà qualche tempo in questo abbracciamento, o in altra positura, non dando segno della gioia che prova se non colla immobilità della persona e dello sguardo, e forse con qualche lacrima, e mentre il di dentro è diversissimo, il di fuori sarà quasi quello di prima.
L'uomo ordinario, o l'uomo di sentimento affievolito e intorpidito dall'esperienza del mondo, e dalla misera cognizione delle cose, insomma l'uomo moderno, conserverà di dentro e di fuori il suo stato giornaliero, non proverà emozione se non piccola, minore ancora di quello che forse si aspettava, ed o che lo prevedesse o no, quello sarà per lui un avvenimento ordinario della vita, uno di quei piaceri che si gustano con indifferenza, e che appena arrivati, quando anche voi lo desideraste ansiosamente, vi par freddo e ordinario e incapace di riempiervi o di scuotervi.
V.
p.270.
capoverso 1.
Chi non ha uno scopo non prova quasi mai diletto in nessuna operazione.
Eccetto quelle che sono piacevoli per se stesse, e nell'atto, (e sono ben poche, e il piacere che danno è sommamente inferiore all'aspettazione) tutte le altre non sono dilettevoli se non fatte con uno scopo e una speranza, e un'aspettativa [269]di cosa non presente e che debba seguirne.
Se bene molte di queste, o perchè lo scopo si venga conseguendo a ogni tratto, come nello studio, o perchè lo scopo sia tanto inerente e immedesimato con lei, che appena si lasci distinguere, sogliono esser confuse colle azioni dilettevoli per se stesse, quando non dilettano se non in quanto sono indirizzate a quel fine, e a quella speranza, tolte le quali cose restano indifferenti o noiose, come si può vedere considerando la stessa azione in due diversi individui.
La pura bellezza risultante da un'esatta e regolare convenienza, desta di rado le grandi passioni (come dice Montesquieu), per lo stesso motivo per cui la ragione è infinitamente meno forte ed efficace della natura.
Quella bellezza è come una ragione, perciò non suppone vita nè calore, sia in se medesima, sia in chi la riguarda.
Al contrario un volto o una persona difettosa ma viva, graziosa ec.
o fornita di un animo capriccioso, sensibile ec.
sorprende, riscalda, affetta e tocca il capriccio di chi la riguarda, senza regola, senza esattezza, senza ragione ec.
ec.
e così le grandi passioni nascono per lo più dal capriccio, dallo straordinario ec.
e non si ponno giustificare colla ragione.
(10.
ottobre 1820.)
[270]Quello che ho detto p.266.-268.
deve servir di regola agli scrittori drammatici nell'esprimere e modellare i caratteri dei diversi tempi.
(10.
ottobre 1820.)
La semplice bellezza rispetto alla grazia ec.
è nella categoria del bello, quello ch'è la ragione rispetto alla natura nel sistema delle cose umane.
Questa considerazione può applicarsi a spiegare l'arcana natura e gli effetti della grazia.
La ragione è debolissima e inattiva al contrario della natura.
Laonde quei popoli e quei tempi nei quali prevale più o meno la ragione saranno stati e saranno sempre inattivi in proporzione della influenza di essa ragione.
Al contrario dico della natura.
Ed un popolo tutto ragionevole o filosofo non potrebbe sussistere per mancanza di movimento e di chi si prestasse agli uffizi scambievoli e necessari alla vita.
ec.
ec.
E infatti osservate quegli uomini (che non sono rari oggidì) stanchi del mondo e disingannati per lunga esperienza, e possiamo dire, renduti perfettamente ragionevoli.
Non sono capaci d'impegnarsi in nessun'azione, e neanche desiderio.
Simili al march.
D'Argens, di cui dice Federico nelle Lettere, che per pigrizia, non avrebbe voluto pur respirare, se avesse potuto.
La conseguenza della loro stanchezza, esperienza, e cognizione delle cose è una perfetta indifferenza che li fa seguire il moto altrui senza muoversi da se stessi, anche nelle cose che li riguardano.
Laonde se questa indifferenza potesse divenire universale [271]in un popolo, non esistendovi moto altrui, non vi sarebbe movimento di nessuna sorta.
La gloria per lo più, massimamente la letteraria, allora è dolce quando l'uomo se ne pasce nel silenzio del suo gabinetto, e se ne serve di sprone a nuove imprese gloriose, e di fondamento a nuove speranze.
Perchè allora ella conserva la forza dell'illusione, sola forza ch'essa abbia.
Ma goduta nel mondo e nella società, ordinariamente si trova esser cosa o nulla, o piccolissima, o insomma incapace di riempier l'animo e soddisfarlo.
Come tutti i piaceri da lontano sono grandi, e da vicino minimi, aridi, voti, e nulli.
Coloro che dicono per consolare una persona priva di qualche considerabile vantaggio della vita: non ti affliggere; assicurati che sono pure illusioni: parlano scioccamente.
Perchè quegli potrà e dovrà rispondere: ma tutti i piaceri sono illusioni o consistono nell'illusione, e di queste illusioni si forma e si compone la nostra vita.
Ora se io non posso averne, che piacere mi resta? e perchè vivo? Nella stessa maniera dico io delle antiche istituzioni ec.
tendenti a fomentare l'entusiasmo, le illusioni, il coraggio, l'attività, il movimento, la vita.
Erano illusioni, ma toglietele, [272]come son tolte.
Che piacere rimane? e la vita che cosa diventa? Nella stessa maniera dico: la virtù, la generosità, la sensibilità, la corrispondenza vera in amore, la fedeltà, la costanza, la giustizia, la magnanimità ec.
umanamente parlando sono enti immaginari.
E tuttavia l'uomo sensibile se ne trovasse frequentemente nel mondo, sarebbe meno infelice, e se il mondo andasse più dietro a questi enti immaginari (astraendo ancora da una vita futura), sarebbe molto meno infelice.
Seguirebbe delle illusioni, perchè nessuna cosa è capace di riempier l'animo umano, ma non è meglio una vita con molti piaceri illusorii, che senza nessun piacere? non si vivrebbe meglio se nel mondo si trovassero queste illusioni più realizzate, e se l'uomo di cuore non si dovesse persuadere non solo che sono enti immaginari, ma che nel mondo non si trovano più neanche così immaginari come sono? in maniera che manchi affatto il pascolo e il sostegno all'illusione.
E dall'altro lato, non c'è maggiore illusione ovvero apparenza di piacere che quello che deriva dal bello dal tenero dal grande dal sublime dall'onesto.
Laonde quanto più queste cose abbondassero, sebbene illusorie, tanto meno l'uomo sarebbe infelice.
(11.
ottobre 1820.).
V.
p.338.
capoverso 2.
[273]Di un ricco avaro al quale era stata rubata una piccolissima somma in un suo stanzino pieno di danaio, disse taluno, S'è mostrato avaro (È stato avaro) anche nel lasciarsi rubare.
(13.
ottobre 1820.)
La maggior parte degli uomini vive per abito, senza piaceri, nè speranze formali, senza ragion sufficiente di conservarsi in vita, e di fare il necessario per sostenerla.
Che se riflettessero, astraendo dalla religione, non troverebbero motivo di vivere, e contro natura, ma secondo ragione, conchiuderebbero che la vita loro è un assurdo, perchè l'aver cominciato a vivere, secondo natura sibbene, ma secondo ragione non è motivo giusto di continuare.
Alla p.263.
pensiero 2.
aggiungi.
Spessissimo quelli che sono incapaci di giudicare di un pregio, se ne formeranno un concetto molto più grande che non dovrebbero, lo crederanno maggiore assolutamente, e contuttociò la stima che ne faranno sarà infinitamente minor del giusto, sicchè relativamente considereranno quel tal pregio come molto minore.
Nella mia patria dove sapevano ch'io era dedito agli studi, credevano ch'io possedessi tutte le lingue, e m'interrogavano indifferentemente sopra qualunque di esse.
Mi stimavano poeta, rettorico, fisico, matematico, politico, medico, teologo ec.
insomma enciclopedicissimo.
E non perciò mi credevano una gran cosa, e per l'ignoranza, non sapendo che cosa sia un letterato, non mi credevano paragonabile ai letterati forestieri, malgrado la detta opinione che [274]avevano di me.
Anzi uno di coloro, volendo lodarmi, un giorno mi disse, A voi non disconverrebbe di vivere qualche tempo in una buona città, perchè quasi quasi possiamo dire che siate un letterato.
Ma s'io mostrava che le mie cognizioni fossero un poco minori ch'essi non credevano, la loro stima scemava ancora, e non poco, e finalmente io passava per uno del loro grado.
È vero però che talvolta può succedere il contrario, e per un'opinione simile, in tempi o luoghi ignoranti, un uomo o un pregio piccolo conseguire una somma stima.
Alla p.252.
capoverso 1.
Vedi in questo proposito la p.114.
pensiero ultimo, e considera la gran contrarietà di Catone ai progressi dello studio presso i Romani, i quali sono un vivissimo esempio di quello ch'io dico, cioè dell'esser gli studi, tanto ameni quanto seri e filosofici, favorevolissimi alla tirannia.
V.
anche Montesquieu Grandeur etc.
ch.10.
principio.
Certo la profonda filosofia di Seneca, di Lucano, di Trasea Peto, di Erennio Senecione, di Elvidio Prisco, di Aruleno Rustico, di Tacito ec.
non impedì la tirannia, anzi laddove i Romani erano stati liberi senza filosofi, quando n'ebbero in buon numero, e così profondi come questi, e come non ne avevano avuti mai, furono schiavi.
E come giovano tali studi alla tirannia, sebbene paiano suoi nemici, così scambievolmente la [275]tirannia giova loro, 1.
perchè il tiranno ama e proccura che il popolo si diverta, o pensi (quando non si possa impedire) in vece che operi, 2.
perchè l'inoperosità del suddito lo conduce naturalmente alla vita del pensiero, mancando quella dell'azione, 3.
perchè l'uomo snervato e ammollito è più capace e più voglioso o di pensare, o di spassarsi coll'amenità ec.
degli studi eleganti, che di operare, 4.
perchè il peso, la infelicità, la monotonia, il sombre della tirannia fomenta e introduce la riflessione, la profondità del pensare, la sensibilità, lo scriver malinconico; l'eloquenza non più viva ed energica, ma lugubre, profonda, filosofica ec.
5.
perchè la mancanza delle vive e grandi illusioni spegnendo l'immaginazione lieta aerea brillante e insomma naturale come l'antica, introduce la considerazione del vero, la cognizione della realtà delle cose, la meditazione ec.
e dà anche luogo all'immaginazione tetra astratta metafisica, e derivante più dalle verità, dalla filosofia, dalla ragione, che dalla natura, e dalle vaghe idee proprie naturalmente della immaginazione primitiva.
Come è quella de' settentrionali, massime oggidì, fra' quali la poca vita della natura, dà luogo all'immaginativa fondata sul pensiero, [276]sulla metafisica, sulle astrazioni, sulla filosofia, sulle scienze, sulla cognizione delle cose, sui dati esatti ec.
Immaginativa che ha piuttosto che fare colla matematica sublime che colla poesia.
(14.
ottobre 1820.)
P.51 capoverso 4.
aggiungi.
Nello stesso modo io non chiamo malvagio propriamente colui che pecca (molti non peccano per viltà, per ignoranza del male, per imperizia e mancanza d'arte nell'eseguirlo, per impotenza fisica o morale o di circostanza, per torpidezza, per abitudine, per vergogna, per interesse, per politica, per cento tali ragioni), ma colui che pecca o peccherebbe senza rimorso.
(14.
ottobre 1820.)
La convenienza che cagiona la bellezza non è solamente nelle parti della cosa.
Molte cose possono esser così semplici che quasi non abbiano parti.
E il bello morale, e tutto quel bello che non appartiene ai sensi, non ha parti.
Ma la convenienza della cosa si considera anche rispetto alle relazioni del tutto, o delle parti coll'estrinseco.
P.e.
coll'uso, col fine, coll'utilità, col luogo, col tempo, con ogni sorta di circostanza, coll'effetto che produce o deve produrre ec.
Una spada con una gemma sulla [277]punta, la qual gemma corrispondesse perfettamente all'ornato, alle proporzioni, alla configurazione, alla materia del resto, a ogni modo sarebbe brutta.
Questa bruttezza non è sconvenienza di parti, non di una parte coll'altre, ma di una parte col suo uso o fine.
Di questo genere sono infinite bruttezze o bellezze tanto sensibili, che intelligibili, morali, letterarie ec.
(14.
ottobre 1820.)
Quel vecchio che non ha presente nè futuro, non è privo perciò di vita.
Se non è stato mai uomo, non ha bisogno se non di quel nonnulla che gli somministra la sua situazione, e tutto gli basta per vivere.
Se è stato uomo, ha un passato, e vive in quello.
La mancanza del presente, non è la cosa più grave per gli uomini, anzi atteso la nullità di tutto quello che si vede nella realtà e da vicino, si può dire che il presente sia nullo per tutti, e che ogni uomo manchi del presente.
Il vuoto del futuro non è gran cosa per lui, 1.
perch'è già sazio della vita, che ha già provata, gustata, adoperata ec.
2.
perchè i suoi desideri, passioni, affetti, sentimenti, sono rintuzzati e [278]intorpiditi, e ristretti, e non esigono più grandi beni, piaceri, movimenti, azioni presenti, nè grandi speranze, gran vita attuale o avvenire: 3.
perchè l'estensione materiale del suo futuro è piccola, e non lo può spaventare gran fatto il vuoto di un piccolo spazio.
Ma il giovane senza presente nè futuro, cioè senza nè beni, attività, piaceri, vita ec.
nè speranze e prospettiva dell'avvenire, dev'essere infelicissimo e disperato, mancare affatto di vita, e spaventarsi e inorridire della sua sorte e del futuro.
1.
Il giovane non ha passato.
Tutto quello che ne ha, non serve altro che ad attristarlo e stringergli il cuore.
Le rimembranze della fanciullezza e della prima adolescenza, dei godimenti di quell'età perduti irreparabilmente, delle speranze fiorite, delle immaginazioni ridenti, dei disegni aerei di prosperità futura, di azioni, di vita, di gloria, di piacere, tutto svanito.
2.
I desideri e le passioni sue, sono ardentissime ed esigentissime.
Non basta il poco; hanno bisogno di moltissimo.
Quanto è maggiore la sua vita interna, tanto maggiore è il bisogno e l'estensione e intensità ec.
della vita esterna che si desidera.
E mancando questa, quanto maggiore è la vita interna, tanto maggiore è il senso di [279]morte, di nullità, di noia ch'egli prova: insomma tanto meno egli vive in tali circostanze, quanto la sua vita interiore è più energica.
3.
Il giovane non ha provato nè veduto.
Non può esser sazio.
I suoi desideri e passioni sono più ardenti e bisognosi, come ho detto, non solo assolutamente per l'età, ma anche materialmente, per non avere avuto ancora di che cibarsi e riempiersi.
Non può esser disingannato nell'intimo fondo e nella natura, quando anche lo sia in tutta l'estensione della sua ragione.
4.
Il suo futuro è materialmente lunghissimo, e l'immensità dello spazio vuoto che resta a percorrere, fa orrore, massime paragonandolo con quel poco che ha avuto tanta pena a passare.
Il giovane a questa considerazione si spaventa e dispera eccessivamente, sembrandogli quel futuro più lungo e terribile di un'eternità.
Di più tutta la sua vita consiste nel futuro.
L'età passata non è stata altro che un'introduzione alla vita.
Dunque egli è nato senza dover vivere.
Il giovane prova disperazioni mortali, considerando che una sola volta deve passare per questo mondo, e che questa volta non godrà della vita, non vivrà, avrà perduto e gli sarà inutile la sua unica esistenza.
Ogn'istante che passa della sua gioventù in questa guisa, gli sembra [280]una perdita irreparabile fatta sopra un'età che per lui non può più tornare.
(16.
ottobre 1820.)
Il suo divertimento era di passeggiare contando le stelle (e simili).
(16.
ottobre 1820.)
Anche la mancanza sola del presente è più dolorosa al giovine che a qualunque altro.
Le illusioni in lui sono più vive, e perciò le speranze più capaci di pascerlo.
Ma l'ardor giovanile non sopporta la mancanza intera di una vita presente, non è soddisfatto del solo vivere nel futuro, ma ha bisogno di un'energia attuale, e la monotonia e l'inattività presente gli è di una pena di un peso di una noia maggiore che in qualunque altra età, perchè l'assuefazione alleggerisce qualunque male, e l'uomo col lungo uso si può assuefare anche all'intera e perfetta noia, e trovarla molto meno insoffribile che da principio.
L'ho provato io, che della noia da principio mi disperava, poi questa crescendo in luogo di scemare, tuttavia l'assuefazione me la rendeva appoco appoco meno spaventosa, e più suscettibile di pazienza.
La qual pazienza della noia in me divenne finalmente affatto eroica.
Esempio de' carcerati, i quali talvolta si sono anche affezionati a quella vita.
L'abito dell'eroismo può essere in un corpo debole, ma l'atto difficilmente, e non senza un grande [281]sforzo, nè senza ripugnanza, e quasi contro natura.
E perciò vediamo moltissimi che per abito sono tutt'altro che eroi, far non di rado azioni eroiche; e viceversa.
Anzi si può dire che gli uomini d'abito di principii e d'animo eroico, lo sono di rado nel fatto; e gli uomini eroici nel fatto, lo sono di rado nell'abito nei sentimenti e nell'animo.
Estendete queste osservazioni all'entusiasmo.
Quell'usignuolo di cui dice Virgilio nell'episodio d'Orfeo, che accovacciato su d'un ramo, va piangendo tutta notte i suoi figli rapiti, e colla miserabile sua canzone, esprime un dolor profondo, continuo, ed acerbissimo, senza moti di vendetta, senza cercare riparo al suo male, senza proccurar di ritrovare il perduto ec.
è compassionevolissimo, a cagione di quell'impotenza ch'esprime, secondo quello che ho detto in altri pensieri.
Il Buffon Hist.
nat.
de l'homme, combatte coloro i quali credono che la separazione dell'anima dal corpo debba essere dolorosissima per se stessa.
A' suoi argomenti aggiungi questo, che forse è il più concludente.
Se volessimo considerar l'anima come materiale, già non si tratterebbe più di separazione, e la morte non sarebbe altro che un'[282]estinzione della forza vitale, in qualunque cosa consista, certo facilissima a spegnersi.
Ma considerandola come spirituale, è ella forse un membro del corpo, che s'abbia a staccare, e perciò con gran dolore? O non piuttosto i legami tra lo spirito e la materia, qualunque sieno, certo non sono materiali, e l'anima non si svelle come un membro, ma parte naturalmente quando non può più rimanere, nello stesso modo che una fiamma si estingue e parte da quel corpo dove non trova più alimento, nel che, per dire un'immagine, noi non vediamo nè ci figuriamo neanche astrattamente nessuna violenza e nessun dolore sia nel combustibile sia nella fiamma.
La morte nell'ipotesi della spiritualità dell'anima, non è una cosa positiva ma negativa, non una forza che la stacchi dal corpo, ma un impedimento che le vieta di più rimanervi, posto il quale impedimento, l'anima parte da se, perchè manca il come abitare nel corpo, non perchè una forza violenta ne la sradichi e rapisca.
Giacchè se l'anima è spirito, non bisogna considerarla come parte del corpo, ma come ospite di esso corpo, e tale che l'entrata e l'uscita sua sia facilissima leggerissima e dolcissima, non essendoci mica nervi nè membrane nè ec.
che ve la tengano attaccata, o [283]catene che ve la tirino quando deve entrarvi.
E quando v'entra, la cosa è insensibile, e l'uomo certamente non se ne avvede; così la sua uscita dev'essere insensibile, e tutta diversa dalla nostra maniera di concepire.
Come l'uomo non s'accorge nè sente il principio della sua esistenza, così non sente nè s'accorge del fine, nè v'è istante determinato per la prima conoscenza e sentimento di quello nè di questo.
V.
p.290.
Qualunque uomo nuovo tu veda, purch'egli viva nel mondo, tu sei certo di non errare, tenendolo subito per un malvagio, qualunque sia la sua fisonomia, le maniere, il portamento, le parole, le azioni ec.
E chi vuol mettersi al sicuro deve subito giudicarlo per tale, e appresso a poco non troverà mai di avere sbagliato veramente, non ostante che tutte le apparenze gli possano dimostrare il contrario per lunghissimo tempo.
Nello stesso modo, e per la stessa ragione è pur troppo acerbissima oggidì la condizione dell'uomo da bene che si unisce in matrimonio.
Perchè s'egli non intende di portare e far sempre vivere i suoi figli nelle selve, deve tenere per indubitatissimo [284]fino da quel primo punto, che il suo matrimonio non frutterà al mondo altro che qualche malvagio di più.
E questo non ostante qualunque indole, qualunque cura o arte di educazione ec.
Perchè da che un uomo qualunque dovrà entrare nella società, è quasi matematicamente certo che dovrà divenire un malvagio, se non tutto a un tratto, certo a poco a poco; se non del tutto, certo in gran parte, a proporzione degli ostacoli ch'esso gli opporrà, ma che in tutti i modi certamente saranno vinti.
E parimente dovrebb'esser dolorosissimo per l'uomo da bene il considerare nel mentre che alleva i suoi figli, che qualunque sua cura, qualunque immaginabile speranza di virtù, ch'egli ne possa concepire, è certissimo per infallibile e continua esperienza, che saranno, almeno in gran parte, inutili e vane.
Sicchè tutto quello che può ragionevolmente sperare e cercare il buon educatore, è d'istillare ne' suoi figli tanta dose di virtù, che venendo senza fallo a scemare, pur ne resti qualche poco, a proporzione della prima quantità.
Questa sarebbe ben altra risposta da darsi a chi vi consigliasse d'ammogliarvi, o v'interrogasse perchè non l'abbiate fatto.
Al che Talete interrogato [285]da Solone, dicono che rispondesse col mostrargli le inquietudini e i dolori del padre per li pericoli o le sventure della sua prole.
Ma ora si potrebbe rispondere: per non procreare dei malvagi: per non dare al mondo altri malvagi.
(17.
ottobre 1820.)
La speranza, cioè una scintilla, una goccia di lei, non abbandona l'uomo, neppur dopo accadutagli la disgrazia la più diametralmente contraria ad essa speranza, e la più decisiva.
(18.
ottobre 1820.)
Si può applicare alla poesia (come anche alle cose che hanno relazione o affinità con lei) quello che ho detto altrove: che alle grandi azioni è necessario un misto di persuasione e di passione o illusione.
Così la poesia tanto riguardo al maraviglioso, quanto alla commozione o impulso di qualunque genere, ha bisogno di un falso che pur possa persuadere, non solo secondo le regole ordinarie della verisimiglianza, ma anche rispetto ad un certo tal quale convincimento che la cosa stia o possa stare effettivamente così.
Perciò l'antica mitologia, o [286]qualunque altra invenzione poetica che la somigli, ha tutto il necessario dalla parte dell'illusione, passione ec.
ma mancando affatto dalla parte della persuasione, non può più produrre gli effetti di una volta, e massime negli argomenti moderni, perchè negli antichi, l'abitudine ci proccura una tal quale persuasione, principalmente quando anche il poeta sia antico, perchè immedesimatasi in noi l'idea di quei fatti, di quei tempi, di quelle poesie ec.
con quelle finzioni, queste ci paiono naturali e quasi ci persuadono, perchè l'assuefazione c'impedisce quasi di distinguerle da quei poeti, tempi, avvenimenti ec.
e così machinalmente ci lasciamo persuadere quanto basta all'effetto, che la cosa potesse star così.
Ma applicate nuovamente le stesse o altre tali finzioni, sia ad altri argomenti antichi, sia massimamente a soggetti moderni o de' bassi tempi ec.
ci troviamo sempre un non so che di arido e di falso, perchè manca la tal quale persuasione, quando anche la parte del bello immaginario, maraviglioso ec.
sia perfetta.
Ed anche per questa parte il Tasso non produrrà mai l'effetto dei poeti antichi, [287]sebbene il suo favoloso e maravigl