AMORE E GINNASTICA, di Edmondo De Amicis - pagina 15
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Si svincolò con una brusca mossa, indignata, dicendo: - Signor Ginoni, questo è un agguato ignobile!
Il giovane si tirò indietro, per farle una risposta comica, ma la rattenne e si rabbuiò vedendo apparire in capo alla scala la faccia stravolta del segretario, il quale veniva giù lestamente, con un ritratto del Meller, lui pure! Nondimeno, egli non fu scontento di trovare una scappatoia alla sua brutta figura.
- Che cosa fa lei qui? - domandò al segretario, che s'era fermato e lo fulminava con gli occhi.
- Non vien mica a riscuotere la pigione?
Il segretario non seppe far di meglio che ripetere fremendo le parole della maestra: - È un ignobile agguato!
- Caspita! - riprese il giovane, mentre la maestra se n'andava lentamente, - È un'eco perfetta, salvo la trasposizione dell'aggettivo.
Soltanto, badi, le parole dette da lei io le piglio in tutt'altro senso.
- E osa ancora?...
- esclamò il segretario, quasi fuor di sè.
- Se non fosse il rispetto che ho per il suo signor padre..,
- Oh per carità! - interruppe lo studente.
- In queste cose non c'entra nè il signor padre nè la signora madre.
Son vent'anni che sono slattato.
Qui non ci sono che due uomini...
Ma...
per non sciupare il fiato, mi dica: lei è uno di quei segretari che si battono?...
- Si! - rispose ad alta voce don Celzani, pigliando un'impostatura troppo tragica per l'occasione.
- Sono uno di quelli che si battono.
- E allora basta cosí, - disse il giovane risoluto, - avrà l'onore di rivedermi.
- E voltate le spalle, rientrò in casa sua.
Un'ora dopo l'ingegnere Ginoni, informato d'ogni cosa dalla Pedani, prendeva il cappello, seccato, e saliva le scale per andar dal segretario, col fine di prevenire ogni passo del suo figliuolo.
In fondo, benché spiacentissimo dell'offesa fatta alla signorina, considerava la provocazione del giovane come una ragazzata; ma da uomo di mondo, che conosceva i riguardi dovuti all'amor proprio d'un giovanotto vivo, capace d'intestarsi a voler condurre a fondo la cosa, la voleva accomodare all'amichevole, non già ritrattando la provocazione in nome di lui, ma proponendo una conciliazione, per la quale si facesse un passo avanti dalle due parti.
Si presentò dunque al segretario, che trovò solo, coi modi cordiali d'un amico.
Ma quegli, eccitato sempre dalla passione, eccitatissimo allora dalla gelosia, lo ricevette con un sussiego, di cui l'ingegnere durò fatica a non ridere.
Affabilmente, questi gli disse che era stato informato dalla maestra, e che era venuto per comporre la contesa da buoni amici.
Deplorava l'atto del figliuolo, ma il duello sarebbe stato una pazzia, un'assurdità ridicola, di cui non c'era neppur da discorrere.
Bisognava sopire la cosa immediatamente.
- Andiamo, caro segretario, - disse, - la maestra Pedani è fuor di quistione; io posso fare, in nome di mio figlio, per quel che riguarda la signorina, le più ampie scuse, com'è di dovere.
Ma per ciò che riguarda lei...
non ci fu che un po' di vivacità dalle due parti.
Lei non ha che a mostrare un po' di buon volere, e la cosa non avrà seguito alcuno, ne rispondo io.
Ma don Celzani non era più il don Celzani d'una volta.
Stette su.
- Io sono stato offeso, - disse.
- Andiamo, - rispose l'ingegnere, - le parole più gravi che si sian pronunciate sono «ignobile agguato», e le ha dette lei.
Chi ha più giudizio più ne metta.
Lei ha quindici anni di più.
Non è il caso di stare sui puntigli, che diavolo!
Ma il segretario l'aveva a morte per quel certo braccio intorno alla vita.
Questo era il punto, non la provocazione; per questo era di difficile accomodamento, - Pretende forse che io m'umilii?- domandò, rizzando la cresta.
- Ma di che umiliazioni mi va parlando! - esclamò l'ingegnere.
- Non si tratta di questo.
Si tratta di salvar l'amor proprio d'un giovanotto, che ha lanciato una provocazione: non la vuol capire! Si tratta di fare in maniera che non sia costretto a darci seguito.
Non ha che da dire che le rincresce d'aver pronunciate quelle due parole, e le rispondo io che tutto è finito.
Oh santo Iddio! Ma è per punto d'onore o per gelosia che è tanto duro?
Don Celzani rispose solennemente: - Per l'uno e per l'altro.
L'ingegnere lo guardò...
e perdette la pazienza.
- Non credevo, - disse, contenendosi a stento, - che l'amore le avesse vuotato il cervello a questo segno.
Ma dunque lei cerca un duello?
Quegli alzò il capo, e rispose con tuono veramente eroico: - Non lo cerco, ma non lo temo.
- E allora le dirò che è matto nel mezzo della testa, - gridò l'ingegnere esasperato, - e che se le piglierà, saran sue!
E uscí sbattendo l'uscio con violenza.
Un'altra scena tragicomica seguiva poche ore dopo al piano di sopra, cagionata dal medesimo fatto.
La Pedani essendo rientrata in casa, all'ora di mettersi a tavola, col viso un po' turbato, la sua amica, che era allora in buon accordo con lei, gliene domandò il perchè, amorevolmente.
Poco tempo addietro, ella non avrebbe rifiatato; ma ora che cominciava a sentire il bisogno di aprir l'animo, raccontò per filo e per segno, senza un sospetto al mondo, quello che era accaduto, esprimendo la sua inquietudine per ciò che ne poteva seguire.
Alle prime parole, la Zibelli ebbe un colpo al cuore: dissimulò non di meno, e stette a sentir fino all'ultimo.
Ma non potè rispondere una parola, tanto la rabbia la soffocava.
Anche lo studente! Ma era nata per la sua dannazione quella malaugurata creatura! E chi sa da quanti mesi durava quell'amore, a cui da qualche settimana ella serviva di divagazione, e forse di stimolo! Non terminò di mangiare, disse che non si sentiva bene.
Ma se non si sfogava, schiattava.
E non si potendo sfogare, per dignità, su quell'argomento, ne cercò un altro, con impazienza febbrile.
Finita in fretta la sua cena, la Pedani aperse sulla tavola ancora apparecchiata un atlante del Baumann, e prese ad esaminar le figure.
La Zibelli passeggiava per la stanza, mordendosi le labbra.
A un tratto, si fermò dietro alle spalle dell'amica, e dando un'occhiata ai disegni, esclamò: -
- Che atteggiamenti da pagliacci, Dio mio!
Stuzzicata da quella parte, la Pedani si risentiva subito e sempre.
Rispose: - Ma trovate una volta una critica nuova, se potete! Non fate che ripetere da anni e anni le stesse dieci parole!
- È perchè son sempre giuste, - ribatte la Zibelli.
- E poi, fin che farete i sordi e starete sempre in adorazione del gran capo acrobata, come gli artisti pagati d'una compagnia!
Era un'impertinenza; ma la Pedani non pigliava mai nulla per sè, non vedeva che l'argomento contrario.
- Gran capo acrobata! - esclamò, con un sorriso ironico.
- Ha più buon senso e talento il Baumann in un dito mignolo di quel che n'abbian nel cervello tutti gli obermannisti passati, presenti e futuri.
La quistione è giudicata.
- Ah non ancora! - rispose la Zibelli, facendo una spallata.
- Il Baumann è un grande sconclusionato, che fa, disfà, senza aver nemmeno un'idea chiara e fissa del proprio metodo, e mette il mondo sossopra per far rumore.
Non è altro!
- Il Baumann, - disse pacatamente la Pedani, - ha dato una ginnastica all'Italia, che non l'aveva.
- Come si può dir questo, - rispose la Zibelli, - mentre non ha fatto che esagerare tutto quello che c'era e voltare il modello in caricatura, che è la cosa più facile di questo mondo?
- Oh! è un'indegnità! - esclamò la Pedani.
- E chi, fra l'altre cose, ha insegnato pel primo al vostro Obermann la ginnastica fra i banchi? E come potete parlare voi in nome dell'Obermann, che era progressista, che sarebbe baumannista ora, se vivesse, senza un dubbio al mondo, perchè aveva talento, mentre voi non siete nemmeno conservatori, e degenerate ancora da lui?
La Zibelli diventò livida, e smise di ragionare.
- Ebbene, - rispose, - se anche fosse, tutto è preferibile all'andare avanti con voialtri, con la vostra ginnastica da Alcidi di piazza, pericolosa pei fanciulli, indecente per le ragazze, brutale e ciarlatanesca per tutti.
Quando l'amica dava in escandescenze, la Pedani ritornava padrona di sé,
- Ebbene, - rispose con trascuranza, - lasciate che ci rompiamo la testa noi, e tenetevi la vostra ginnastica da marmocchi.
Non vi farete la bua e salverete il pudore,
Questo fece uscir la Zibelli dalla grazia di Dio.
- Non voglio esser derisa...
per giunta! - gridò.
- Sono stanca d'essere ingiuriata! È un pezzo...
Oh! non ne posso più! non ne posso più!
E uscí sbatacchiando l'uscio con tutta la sua forza, e lasciando la Pedani col suo atlante davanti, più stupita che offesa.
Ma anche più stanca che mai di tutti quei mutamenti, di tutte quelle sfuriate, di cui non sospettava che vagamente la cagione, ma che, diventando sempre più frequenti, le rendevano oramai insopportabile quella convivenza.
Tutto andò sempre più a traverso, in quei giorni, anche per don Celzani.
Egli non vide i padrini dello studente, perchè l'ingegnere aveva rigorosamente proibito al figliuolo di dar corso alla cosa; ma, incontrando due giorni dopo la signora Ginoni, ch'era sempre stata gentile con lui, fino a fargli portar qualche volta a braccetto su per le scale la sua magrezza indolente, ebbe il dolore di non vedersi restituito il saluto.
E sarebbe stato offeso anche di più dell'affronto se avesse saputo che quella brava signora non l'aveva diretto all'offensore del figliuolo, ma all'innamorato della maestra, come quello che intralciava al suo adorato Alfredo una conquista galante, sulla quale ella sarebbe stata lieta di chiudere i suoi occhi materni! Ebbe poi il colpo di grazia quello stesso giorno, ricevendo il medesimo affronto dall'ingegnere Ginoni, che gli passò accanto in via San Francesco, senza neppur voltarsi a guardarlo.
Era dunque rotta ogni relazione con tutta la famiglia, e questo crebbe ancora lo stato d'eccitamento morboso della sua passione.
Ebbe altri dispiaceri il giorno di poi.
Fra l'altre ragazze che salivano a prender lezioni private di ginnastica al terzo piano, v'era una specie di zingarella coi capelli corti, figliuola d'una venditrice di pomate e di saponette, e maestra di ginnastica essa pure, la quale andava dalla Pedani a farsi fare delle «combinazioni» di passi ritmici, che poi dava per sue; ed essendo molto appassionata per l'arte, e un po' stramba, faceva continui esperimenti, dovunque fosse, con le gonnelle alla mano, come se avesse il ballo di San Vito.
Ora le signorine divote del primo piano, avendola sorpresa due volte sul pianerottolo, mentre dava dei saggi a calze scoperte a un'altra allieva della Pedani, scandalizzate e furiose, mandarono a chiamare il segretario perchè impedisse quelle indecenze, e gli dissero che «non si sapeva più che cosa, per causa della Pedani, fosse diventata la casa», Il segretario, punto nel suo amore, e già mal disposto, rispose con male parole, quelle lo rimpolpettarono, egli alzò la voce, e allora lo misero all'uscio, minacciando di ricorrere al padrone, e ordinandogli di non salutarle mai più.
Gli seguí anche di peggio nei giorni seguenti.
Il professor Padalocchi lo incaricò di andar a pregare in nome suo il maestro Fassi, che a una cert'ora cessasse di far saltare e giocar coi manubri la sua figliuolanza, perché lo disturbavano nei suoi studi di lingua.
Il segretario, già irritato, non fece 1'ambasciata coi riguardi dovuti, e si lasciò sfuggire la parola baccano.
Il maestro andò su tutte le furie.
Chiamar baccano degli esperimenti scientifici, le preparazioni pratiche e ragionate ch'egli faceva delle proprie lezioni, torturandosi il cervello per il bene dell'umanità, gli pareva il non plus ultra dell'audacia, e, spalleggiato dalla moglie, rimbeccò il segretario in tutte le regole, alludendo con impertinenza alla Pedani; poi lo mise all'uscio, minacciandolo, e s'andò a lagnare col professore; il quale, accusando don Celzani d'aver adempito male l'incarico e compromesso un professore con un marrano, lo redarguí, si offese delle sue risposte e non lo guardò più in faccia.
Era dunque in rotta con tutti, oramai, su quella scala.
Ma c'era di più.
Delle sue distrazioni e della sua irritabilità avevano motivo di lagnarsi da un pezzo anche gl'inquilini dell'altra parte della casa; e poiché la notizia del suo innamoramento, causa di quella gran mutazione, s'era diffusa, tutti parlavano alto e basso di lui, senza riguardi.
Insomma, l'ostinatezza di quel pretucolo fallito a voler una ragazza che non lo voleva, pareva una petulante pretensione, un indizio d'orgoglio ridicolo, o d'imbecillimento addirittura.
E non gli facevan neppur l'onore di chiamarlo amore il suo: doveva essere una brutta passionaccia di seminarista invecchiato, e gli si leggeva negli occhi; raccontavano anzi di tentativi brutali ch'egli aveva fatto con la signorina su per le scale, gli davan del porco, lo guardavan per traverso; poi cominciarono a fargli dei piccoli sgarbi, a cui egli rispose con altri sgarbi; lo inasprirono fino al punto che diventò egli stesso provocatore.
Allora vari inquilini si lagnarono per lettera al commendatore, alcuni di essi accennando all'amore scandaloso, alla persecuzione sfacciata che faceva alla maestra, a scene che seguivan per le scale e sotto il portone, tali, che le madri di famiglia non potevan più uscire con le loro ragazze, senza correr rischio di doversi coprire il viso col ventaglio.
Fecero tanto, fra tutti, che un giorno il commendatore perdette finalmente la pazienza, e decise di far al nipote l'ultima intimazione, quando fosse rientrato pel desinare.
Non avrebbe non di meno usato le parole più gravi perchè era disposto al buon umore da una letterina della Pedani, che lo invitava per due giorni dopo a un saggio ginnastico delle Figlie dei militari, nel quale si riprometteva di far delle osservazioni profonde.
Ma s'indispettí al veder comparire il segretario colla fronte fasciata, pallido e impolverato.
Gli domandò che cosa aveva.
Egli lo disse.
Alla Palestra (dove continuava a andare, anche dopo persa ogni speranza, per domare i suoi nervi) essendosi lanciato (per disperazione) a un esercizio troppo ardito sulla trave d'equilibrio, gli era fallito un piede, ed era caduto giù, picchiando del capo in una delle travi di sostegno.
Il commendatore s'irritò anche di quello, che chiamò una pagliacciata.
Poi gli disse fuor dei denti, con una severità che non aveva mai mostrata con lui, che era stanco della sua negligenza, della sua vita disordinata e indecorosa, e delle lagnanze che gliene venivan da ogni parte, e che lo scandalo doveva avere una fine, e che se nello spazio d'una settimana non avesse visto radicalmente mutata la sua condotta, egli l'avrebbe cacciato fuori di casa.
Aveva già messo gli occhi sopra un altro.
Detto questo, e avvisatolo che voleva desinar solo, lo piantò.
E allora egli cadde nell'ultima disperazione, la quale non lasciò più che un dubbio nella sua mente sconvolta: se dovesse partir per Genova e imbarcarsi per l'America, o rimanere a Torino e profondere il suo piccolo patrimonio in bagordi e pazzie, per istupidirsi e dimenticare.
In ogni modo, se ne doveva andar subito da quella casa, dove la vita non era più tollerabile.
In silenzio, apparecchiò le sue robe fino a notte inoltrata.
Poi si buttò vestito sul letto.
Ma non potè dormire.
Acceso dalla febbre, tese l'orecchio per l'ultima volta ai rumori usati.
E quella notte i rumori furon continui.
Il tanto aspettato Congresso dei maestri s'era aperto da una settimana: il giorno dopo era appunto quello fissato per la discussione del quesito della ginnastica, sul quale la Pedani doveva pronunciare il suo discorso: essa era agitata, scendeva da letto a ogni poco, vi risaliva, tornava a scendere, girava per la camera.
Egli sentiva i suoi piedi nudi.
E fu quella per lui una tortura dei sensi atrocissima; ma sopraffatta da un grande sentimento di tenerezza, da un rammarico profondo di dover abbandonar per sempre quella camera, di non aver a udir mai più quei rumori familiari al suo orecchio, che egli amava oramai, perché gli ricordavano tante notti insonni, tanti desideri, tante fantasie, tante tristezze, e che non avrebbe mai più dimenticato, n'era certo.
Riandò nella mente il passato, si levò ritto sul letto per sentir meglio i suoi passi e i suoi sospiri, la invocò, le parlò, pianse, si morse i pugni, passò una notte di condannato a morte.
All'alba si levò stanco e sbattuto: la ferita al capo gli doleva.
Stette incerto tutta la mattina se dovesse accomiatarsi da lei con una lettera o andare in persona.
Decise d'andare in persona.
E al tocco e mezzo salí le scale.
La maestra era sola in casa, e un po' triste.
Dopo la scenata che aveva fatto per lo studente, la Zibelli le rendeva la vita amara con una nuova stranezza: pareva che volesse sfogare la sua passione sulla tavola: voleva spendere e spandere in ghiottonerie, metteva le spese di cucina per una via, sulla quale non si poteva andare avanti; e pure mangiando con l'avidità d'uno struzzo, si lagnava d'ogni cosa, attaccava liti indiavolate per una salsa andata a male, per il pane troppo cotto, per la carne troppo dura, per l'aceto senza gusto.
La Pedani non ne poteva veramente più.
Quel serpente le aveva avvelenato anche quella mattinata, nella quale avrebbe avuto tanto bisogno di serenità di spirito, per prepararsi al suo discorso.
Morsa, oltre che dall'altra, anche dalla gelosia del suo prossimo trionfo, la Zibelli non aveva potuto resistere al supplizio di vederla fino all'ultimo momento, e dopo averle fatto una delle scene solite, sferzando la sua ambizione e presagendole un fiasco, se n'era andata senza desinare.
La Pedani stava nel salottino, dando l'ultima passata al suo manoscritto, già abbigliata per il Congresso, che cominciava alle due e mezzo, Aveva un vestito nero senza guarnizioni, che la stringeva come una maglia, e la faceva parer più bianca di carne e più alta di statura; e l'agitazione dell'animo dava al suo viso una espressione di sensitività, che non aveva mostrata mai.
Era sola, e non ostante l'aspettazione dell'ora desiderata e il bel sole che le empiva d'oro la stanza, era malinconica.
Alcune amiche che la dovevan venire a prendere per farle animo, non eran venute.
Quella solitudine le pesava: ella non aveva mai tanto desiderato la compagnia.
Fece dunque un atto quasi d'allegrezza quando le fu annunziato il segretario.
Questi entrò col cappello in mano, notò il vestito nero e mise un sospiro.
Con quella fronte bendata, pallido, avvilito, triste come una cassa da morto, era veramente una figura da far compassione.
Non si volle sedere.
La maestra gli domandò subito che cos'avesse al capo
- Caduto alla Palestra, - rispose.
E soggiunse che veniva a salutarla per l'ultima volta.
La Pedani credette che partisse, come ogni anno, per la campagna.
E gli domandò: - Non viene neppure al Congresso?
Il segretario, che aveva visto il biglietto d'invito dallo zio, se n'era dimenticato.
Ebbene, sí, sarebbe andato prima al Congresso, l'avrebbe vista ancora una volta nella piena luce della sua bellezza e del suo trionfo, e sarebbe partito poi, con quell'ultima immagine davanti agli occhi.
Ma non disse questo; la ringraziò soltanto del biglietto ch'essa gli porse.
- Parto...- disse poi, con voce commossa, - Son venuto a salutarla....
per sempre.
La maestra lo guardò, e capí ogni cosa.
Ma non trovò parola da dirgli.
Infatti, che gli poteva dire? Ella sentiva che qualunque più lieve esortazione a rimanere sarebbe stata una lusinga, quasi una promessa, e la sua schietta natura non le consentiva di farla, perché non l'avrebbe potuta fare che con la determinata intenzione di mantenerla.
Scansò i suoi occhi, guardò verso la finestra, imbarazzata.
Poi, vedendo che teneva lo sguardo basso, tornò a guardar lui, meditando.
Essa sapeva tutto e tutto le tornò alla mente in quel punto.
L'aveva trovato in quella casa assestato, operoso, tranquillo, buono, benvoluto da tutti.
Egli aveva cominciato a perder la pace per lei.
E tutto era derivato di lí.
La maestra Zibelli s'era inimicata per la prima con lui, il maestro Fassi l'aveva preso in odio, i Ginoni gli avevan voltate le spalle, lo studente lo voleva sfidare, il professor Padalocchi non lo salutava più, le signorine del primo piano l'avevan messo alla porta, tutti gl'inquilini gli avevan dichiarato guerra, il commendatore lo voleva cacciar di casa, l'aveva cacciato forse, ed egli se n'andava solo e ramingo.
E quanto doveva aver sospirato prima ch'ella se ne avvedesse, e poi sofferto dei disinganni e delle umiliazioni, e quanto la doveva amare per ostinarsi a quel modo, dopo tanti rifiuti di lei, e a dispetto di tutti, e con tanto danno proprio! E infine, per lei, s'era rotto la testa.
E guardò la sua fasciatura.
E, come avviene sovente, fu ciò che v'era di comico in quel povero capo fasciato, e nell'immagine che le si presentò di lui ruzzolante giù dalle travi d'equilibrio, quello che diede l'ultima mossa alla sua pietà, e la spinse per la prima volta fino a un sentimento di tenerezza.
Ma il povero don Celzani, che non le leggeva nell'animo, non vide che il sorriso che esprimeva il penultimo dei suoi pensieri, e lo credette una canzonatura.
E quello fu il suo colpo di morte.
- Ah! - esclamò con accento d'angoscia disperata, alzando gli occhi e allargando le braccia, - questo poi non dovrebbe...
Lei mi fa troppa pena in questo momento!
- Oh, signor Celzani, che cosa crede? - domandò con slancio la maestra, balzando verso di lui.
Ma una musica di voci allegre risonò in quel punto nell'anticamera, e un drappello di maestre vestite in gala e ridenti irruppero nel salotto, e dato appena uno sguardo al segretario, s'affollarono intorno alla Pedani, facendo un coro di saluti e d'esclamazioni.
Erano le compagne che venivano a prenderla per condurla al Congresso, erano la sua passione, il mondo, la gloria, che gliela strappavano che gli rapivano anche la consolazione dell'ultimo addio.
Don Celzani diede ancora un ultimo sguardo d'adorazione, pura in quel momento, a quella bella creatura a cui non avrebbe parlato mai più, e ribevendosi le lacrime, uscí, non veduto.
Il Congresso sedeva nel Palazzo Carignano, nell'aula ancora intatta dell'antico Parlamento subalpino.
V'erano forse quel giorno più di trecento congressisti, tra maestre e maestri, sparsi senz'ordine sugli scanni rivestiti di velluto, pochi dei quali eran vuoti.
Uno spettacolo nuovo offriva quel salone illustre dove era risonata la voce dei più grandi campioni della rivoluzione d'Italia nei momenti più terribili e più gloriosi della nostra storia, occupato ora da una folla d'insegnanti elementari, che rappresentavano anche nell'aspetto e nei panni tutti i ceti sociali.
Eppure non si prestava allo scherzo il raffronto, poiché faceva pensare che il Parlamento italiano si trovava allora molto lontano, in una città dove pochi anni prima sarebbe parso un sogno a chi sedeva là, ch'ei si potesse trovare pochi anni dopo.
Sopra quegli scanni dove i torinesi avevan visto biancheggiar delle canizie venerande e dei crani spelati di legislatori, si rizzavano da tutte le parti penne e fiori di cappellini di maestre, disposte in file o in gruppi, da cui s'alzava un cinguettio di nidi di passere.
Al posto di Garibaldi sedeva un vecchio maestro di campagna col gozzo.
Sullo scanno del conte Cavour si dondolava un giovanotto imberbe, con un garofano all'occhiello.
La presidenza era tenuta da un grosso maestro prete, napoletano.
Si riconosceva a primo aspetto, dalla varietà dei visi, che quello non era un congresso regionale, ma formato di maestri d'ogni provincia d'Italia; fra i quali predominavan le capigliature e le carnagioni brune delle terre meridionali.
Sui banchi alti c'era un gran numero di signorine variamente vestite: maestre patentate, ma senza impiego, intervenute come spettatrici, per curiosità, molte con dei fogli davanti e con la penna in mano per pigliar degli appunti, e in mezzo a loro dei ragazzi e delle ragazzine, loro fratelli e sorelle.
Due alti uscieri col panciotto giallo e le calze bianche giravano per l'aula.
Le tribune erano affollate d'altri insegnanti e di parenti dei congressisti, e si vedevano nelle prime file alcune delle più illustri autorità ginnastiche di Torino, dei professori, dei medici, dei rappresentanti di giornali.
Non c'era ancora stata una adunanza cosí piena, né un'agitazione cosí viva.
Quando don Celzani entrò nell'antica tribuna pubblica la seduta era già aperta da quasi un'ora.
Appena seduto, egli cercò la Pedani.
Non la trovò subito.
Vide invece la Zibelli in uno dei banchi più bassi, di faccia alla presidenza, in mezzo ad altre due maestre, ch'egli non conosceva, e risalendo con lo sguardo su pei banchi di dietro, trovò il profilo caporalesco del maestro Fassi, che aveva intorno un grosso drappello di maestri di ginnastica di Torino; quasi tutti visi d'antichi militari, fra i quali riconobbe la testa bionda del maestro della Generala.
Ma, dov'era lei? Dopo aver cercato un altro po'alla ventura, la ritrovò finalmente, riscotendosi tutto, in uno dei banchi più alti di destra dove avevan seduto i Massari, i Boggio, i Lanza, la più fedele pattuglia del grande ministro.
Era in un posto vicino al finestrone, in mezzo allo stuolo vivace delle maestre ch'eran venute a prenderla a casa, e che le facevano intorno come una scorta d'onore.
La luce del sole che entrava pel finestrone accendeva tutta la parte destra del suo corpo serrato nel vestito nero.
Aveva delle carte davanti, discorreva con le vicine, pareva un po'agitata.
Il segretario pose un pugno sull'altro sopra il parapetto, appoggiò il mento sui pugni, e rimase immobile cosí, guardandola, confortato da un'ultima speranza: che una volta sola, alzando gli occhi verso quella parte, ella avesse incontrato il suo sguardo.
Sarebbe stato l'ultimo addio.
Poi tutto sarebbe finito.
Di nessun'altra cosa si curava.
Come, entrando, non aveva nemmen guardato quell'aula storica che non aveva mai vista, cosí non sentí neppure una parola dei discorsi che allora vi risonavano.
La discussione s'aggirava ancora intorno al tema che era già stato trattato il giorno avanti: sull'opportunità d'introdurre nelle scuole gli esercizi di lavoro manuale.
Aveva parlato prima, con grande dolcezza, una maestrina veneta, facendo vedere un modo trovato da lei d'insegnare a far dei canestrini con nastri di carta, e un saggio dell'opera sua andava girando di mano in mano per i banchi, dove le maestre si provavano a rifare il lavoro.
Poi aveva parlato un maestro calabrese, con una voce cantante e lamentosa, mostrando una grossa cesta piena di lavori fatti nella sua scuola, fra i quali c'era anche un paio di scarpe.
Dopo di lui, avendo parlato alcuni oratori dissenzienti, la discussione s'era accalorata e inasprita.
Una bella maestra, che faceva da segretario, dovette rileggere una parte del verbale dell'altra seduta.
V'era in un banco dell'estrema sinistra una schiera di giovani maestri lombardi arditi e battaglieri, che il presidente, con tutta la sua pazienza sacerdotale, non riusciva a racquetare.
Due maestri, dalle parti opposte dell'aula, si scambiarono delle parole acri.
In somma, una gran parte del tempo se n'andava in quistioni di prammatica parlamentare, gli oratori sentivano l'influsso dell'aura politica della sala, parlavano con troppa enfasi, mostravan un amor proprio eccitabile.
Don Celzani fu un momento distratto da una grossa voce che gridò solennemente: - I rappresentanti di Milano non hanno alcun mandato imperativo -.
Poi lo riscosse di nuovo una salva d'applausi fatta in onore d'una maestra, la quale, con voce di soprano, aveva detto che se si fosse adottato il lavoro manuale nelle scuole, sarebbe stato giusto un aumento proporzionato di stipendio.
Poi seguí un nuovo arruffio.
Infine un maestro piccolo e grasso, con poche parole lucide e piene di buon senso, rimise la pace, e il presidente potè porre ai voti un ordine del giorno, per alzata di mano.
Duecento braccia s'alzarono, fra cui si videro moltissimi guanti di donna, abbottonati fino al gomito; un applauso seguí la votazione, e si passò all'altro tema che eran le Modificazioni da proporsi nell'insegnamento della ginnastica.
L'annunzio del tema fece dare uno scossone a don Celzani, che credeva che la Pedani parlasse subito.
E nel volger gli occhi da quella parte, egli vide comparir nella tribuna in faccia alla sua, proprio sul capo della maestra, il viso ridente dell'ingegner Ginoni.
Ma la sua aspettazione fu delusa.
Altri parlarono prima, maestri e maestre.
La discussione, da principio, s'aggirò con molto disordine sul lato tecnico dell'argomento, al qual proposito si sfoggiò una fraseologia tecnologica, di cui i profani non capirono nulla, e si sentí il cozzo delle due scuole, e i nomi del Baumann e dell'Obermann proferiti in mezzo a un grande tumulto, dominato per un momento da una voce cavernosa che gridò: - Torino che fu la culla della ginnastica, ne sarà la tomba! - Un maestro richiamò l'attenzione del Congresso sulla opportunità di riformare il linguaggio non abbastanza italiano del regolamento di ginnastica, esponendo il parere che si proponessero certi quesiti all'Accademia della Crusca.
Don Celzani credeva che il maestro Fassi avrebbe parlato; e infatti egli s'agitava, approvava e disapprovava violentemente, gridando: - No! - Mai! - Questa è grossa! - Un po' di buon senso! - ma non domandò la parola.
Un maestro di ginnastica dimostrò la necessità di migliorare le condizioni dei suoi colleghi, ch'erano pagati dal Governo, ma senz'aver alcuno dei diritti degli altri impiegati, che si trovavano in uno stato precario, sottoposti all'arbitrio dei presidi di liceo e di ginnasio, i quali aprivano il corso in ritardo, non li ammettevano, come sarebbe stato giusto, nelle Commissioni per le esenzioni, concesse quasi sempre a capriccio, e non li spalleggiavano nella disciplina.
Quindi la discussione s'imbrogliò e s'infiammò da capo in una controversia di metodo, nella quale si udirono accenti di tutte le parti d'Italia.
Il segretario cominciava a temere che la Pedani non avrebbe più parlato, e si preparava con grande amarezza a rinunciare a quell'ultima voluttà di sentir la sua voce, di vedere applaudito e onorato il suo idolo, di portar via la propria disperazione quasi dorata dal raggio di quella gloria.
Ogni nuovo maestro che parlava, gli premeva che finisse, gli pareva che prolungasse apposta il suo supplizio, ed egli ne contava le parole fremendo.
Finalmente, dopo un breve discorso d'una maestra toscana che si fece applaudire citando a nostra vergogna il piccolo Belgio, dove si offrivan venticinquemila lire di premio all'autore d'un buon libro sulla ginnastica, il presidente disse ad alta voce: - La parola è alla signora Maria Pedani.
Don Celzani scattò, come se lo avesse avvolto una fiamma.
Corse prima un sordo mormorio, poi si fece un grande silenzio, il quale significava che la maestra era conosciuta per fama, e il discorso, aspettato: tutti i visi si voltarono verso di lei.
Al primo vederla in piedi, eretta con tutto il busto sopra il banco, alta e possente, col bel viso ovale pallido, ma risoluto, s'intese un nuovo mormorio, come un commento favorevole alla sua persona, il quale subito cessò.
Un secondo senso di stupore destarono le prime note della sua voce bella e strana, quasi virile, ma armoniosa, che corrispondeva perfettamente al corpo poderoso e svelto.
Essa cominciò col dire che nessun miglioramento si sarebbe conseguito sia nell'attuazione della ginnastica che nella condizione degl'insegnanti, se al Governo, ai municipi, a tutte le autorità non si fosse fatta sentire, come in altri paesi, la forza imperiosa della voce della nazione, profondamente persuasa dei benefizi di quell'insegnamento e fermamente risoluta a volerli.
Il primo debito di tutti, e in particolar modo degli insegnanti, era dunque di far propaganda di quell'idea, d'inculcarla nella ragione, nella coscienza, nel cuore del popolo di tutte le classi.
Essa parlava lentamente da prima, corrugando la fronte in segno d'impazienza quando la parola non le veniva, e facendo un atto dispettoso quando s'imbrogliava in un periodo, come per lacerare la rete che l'avvolgeva, ed esprimere il suo pensiero a ogni costo.
- Anche per la ginnastica, - proseguí dicendo, - l'Italia aveva fatto come per tant'altre cose, come, per esempio, per l'istruzione militare delle scolaresche: c'era stato da principio un grande entusiasmo, dal quale, a poco a poco, s'era caduti nella più vergognosa trascuranza, fino a gettare il ridicolo sull'idea e sui suoi devoti.
Ma alla ginnastica accadeva di peggio.
Era sorto contro di questa e s'andava ingrossando un esercito di nemici, dei quali le autorità scolastiche subivan la forza, per modo che l'insegnamento tendeva a diventare una vana mostra, una miserabile impostura, anzi un'aperta irrisione.
L'ignoranza, una vile paura di pericoli immaginari, l'infingardaggine nazionale, la perfidia di certe genti interessate, che giungevano con inaudita sfacciataggine fino a addebitare alla ginnastica le infermità e i difetti organici della gioventù che essa aveva per istituto di correggere, congiuravano insieme.
E sarebbe stata una cosa incredibile se non si fosse veduta ogni giorno.
- Nemici della ginnastica, - disse, - sono dei colti professori, acciaccosi a quarant'anni come ottuagenari, appunto per aver troppo affaticato il sistema cerebrale a danno dei muscoli.
Nemiche della ginnastica son delle madri di fanciulle senza carne e senza sangue, future madri anche esse d'una prole infelice, per non aver mai esercitato le forze del corpo.
Nemici della ginnastica, dei padri di giovinetti che, per l'eccesso delle fatiche della mente, cadono in consunzione, contraggono malattie cerebrali terribili, si abbandonano all'ipocondria e meditano il suicidio! Nemici e derisori della ginnastica a mille a mille, mentre la crescente facilità della locomozione e i raddoppiati comodi della vita già tendono a renderci inerti e fiacchi; mentre la rincrudita lotta per l'esistenza richiede a tutti ogni giorno un maggior dispendio di forza e di salute; nemici della ginnastica mentre siamo una generazione misera, sfibrata e guasta, che fa rigurgitar gli ospedali e gli ospizi di deformità e di dolori! Quale cecità! Quale insensatezza! Quale vergogna!
Le ultime parole furono accolte da uno scoppio di applausi.
La Pedani prese animo, e incominciò a fare un confronto del discredito e della frivolezza della ginnastica in Italia con l'onore in cui era tenuta presso altre nazioni.
Qui commise l'errore di diffondersi un po' troppo in citazioni statistiche, e qua e là si manifestò un principio di opposizione.
Due o tre gruppi di maestre si misero a bisbigliare tra loro per distrarre l'uditorio.
Don Celzani sentí il maestro Fassi, che non guardava mai l'oratrice, esclamar due o tre volte con dispetto: - È fuori dell'argomento! - Son cose che si sanno! - Una volta esclamò forte: - Bella novità! - tanto che molti si voltarono.
Ma la Pedani uscí in tempo dal mal passo, accennando alle recenti feste di Francoforte con un periodo veramente felice, in cui l'uditorio vide per un momento davanti a sé la grande palestra riboccante del fiore della gioventù germanica, e sentí come la vampa di quel gagliardo entusiasmo passar sopra il suo capo.
La maestra s'accendeva nel viso, spiegava la voce con una sonorità potente, tagliava l'aria col gesto, senza smodare, col vigore d'una sacerdotessa ispirata.
E si sentiva tutta l'anima sua in quella sincera eloquenza, s'indovinava tutta la sua vita consacrata a un'idea, una gioventù che era come una lunga adolescenza severa, affrancata dai sensi, repugnante a ogni specie di affettazione sentimentale o scolastica, semplice di costumi e di modi, purificata e fortificata da un esercizio continuo delle forze fisiche, del quale erano effetto manifesto la sua salute fiorente, la mente limpida e l'anima retta ed ardita.
E quando con l'ultimo tratto ella fece passare nell'aula la figura del vecchio Augusto Ravenstein, fondatore della prima palestra del suo popolo, seguito dal corteo dei grandi ginnasiarchi tedeschi, benefattori di milioni di fanciulli e benemeriti della potenza e della gloria della Germania, scoppiò un'altra acclamazione fragorosa, che scosse lei e tutta l'assemblea, e la interruppe per un po' di tempo; durante il quale le sue compagne le si strinsero intorno afferrandole i panni e le mani, e affollandola di rallegramenti.
E allora essa corse fino alla fine, con crescente fortuna.
Ritornando sull'argomento fondamentale del suo discorso, insistette sulla necessità che tutti gl'insegnanti s'adoprassero a persuadere le famiglie altrettanto che ad ammaestrare gli alunni.
Alle maestre più che ad altri spettava quell'ufficio, perché, esercitata dalle donne, avrebbe avuto maggior efficacia la propaganda in favore d'una disciplina in cui esse non potevano eccellere, e che rimoveva il sospetto dell'ambizione.
- Rivolgiamoci alle madri, - disse, - facciamo loro vedere, toccar con mano gli effetti meravigliosi della educazione fisica, che sono evidenti e infallibili come i resultati d'una scienza esatta; persuadiamo loro che la ginnastica è la forza e la salute, e che salute e forza sono serenità, bontà, coraggio e grandezza d'animo! E se non bastano il ragionamento e l'esempio, preghiamole, leviamo loro di mano, con amorosa violenza, i fanciulli e le fanciulle deboli ed esangui, supplichiamole perché ce li lascino salvare dalle malattie, dalla infelicità, dalla morte.
Oh! se potessimo trasfondere in tutte l'indomabile ardore che è in noi! E prima d'ogni cosa, abbiamo fede in noi stessi, una fede ardente e invincibile che la nostra idea sarà un giorno l'idea di tutti, e che un nuovo sistema d'educazione rifarà il mondo, Sí, io lo credo come credo nell'esistenza del sole che ci illumina.
Una nuova educazione, fondata sopra un esercizio perfezionato delle forze fisiche dell'infanzia e della gioventù, preverrà innumerevoli miserie, risparmierà all'umanità innumerevoli dolori, falcerà mille vizi alla radice, agevolerà alle generazioni che saranno più buone perché più forti, e più giuste perché più buone, la soluzione dei grandi problemi attorno a cui s'affannano inutilmente ora le nostre menti malate e le nostre forze esaurite.
Io credo, o colleghi, in questa umanità nuova, che innalzerà ai grandi apostoli della ginnastica delle colonne di bronzo; ci credo, la vedo, la saluto, l'adoro, e vorrei che tutti considerassero come la più santa gloria umana quella di vivere e di morire per essa!
A quella chiusa si scatenò una tempesta; tutti balzarono in piedi, battendo le mani e gridando; la Pedani, pallida e trafelata, si dovette alzar tre volte per ringraziare.
Le ultime parole erano state dette veramente con vigore d'entusiasmo apostolico e avevano scosso le fibre di tutti.
Quando l'acclamazione pareva finita, ricominciò; tutti i filoginnici dell'assemblea e delle tribune erano in visibilio.
Due o tre oratori che sorsero dopo di lei non furono quasi più intesi.
Quando la seduta fu chiusa, scoppiò un nuovo applauso, e la Pedani discese dal suo banco fra due ali di visi sorridenti e di mani tese, in mezzo a un gridio assordante di congratulazioni e di evviva.
L'immagine d'una creatura umana che godesse l'ultima ora d'ebbrezza sulla soglia d'un palazzo incantato, prima d'esser precipitata per un trabocchetto in carcere eterna, basta a mala pena a dare un'idea dello stato d'animo in cui il povero segretario aveva udito quel discorso e quegli applausi, e visto accendersi a poco a poco e quasi grandeggiare la figura della maestra.
Quando ella ebbe finito, egli si guardò intorno, come se si riavesse da un sogno, e sentí tutto a un tratto una cosí violenta stretta di tristezza e di pietà per se stesso, che dovette fare uno sforzo per trattenere il pianto.
In quel punto si sentí chiamare da una voce conosciuta:
- Signor Celzani! - e voltatosi, vide le mille rughe sorridenti del cavalier Pruzzi, ancora tutto vibrante d'entusiasmo, sotto la sua parrucca messa di sbieco.
- Ha sentito, eh, - gli disse questi, sporgendo innanzi la pancia tonda, - che maestre abbiamo a Torino? Non si può dire che il Municipio spenda male i suoi denari! - E fosse per puro effetto d'entusiasmo, o c'entrasse anche il pentimento delle reticenze meditate, con le quali, in quell'occasione memorabile, aveva tenuto sulle corde il segretario e gettato un velo misterioso sulla ragazza, fatto è che vuotò il sacco delle lodi, trattenendo per il bavero don Celzani, che voleva uscire.
Non era informato che da poco tempo, - diceva, - del passato della maestra Pedani.
Essa aveva un lungo ordine di benemerenze.
Aveva reso un servigio al provveditor degli studi di Milano, resistendo intrepidamente alla popolazione d'un villaggio che non la voleva perchè gliel'avevan mandata d'ufficio, e, costretta ad andarsene, v'era ritornata con la scorta di una compagnia di bersaglieri, e v'era rimasta, partita questa, con fermezza ammirabile.
S'era fatta onore nell'estizione di un incendio, nel comune di Camina.
Aveva, nello stesso comune, salvato un ragazzo da un torrente, guadagnandosi la menzione onorevole del valor civile.
- Che gliene pare? - disse in fine, dopo ripreso il fiato, - Ora ha fatto onore a Torino, perdiana, in faccia a tutta l'Italia.
Abbiamo dei fastidi, è vero, abbiamo delle grandi responsabilità; ma, qualche volta almeno, si è ricompensati! - E soggiunse, rivolto verso l'aula già quasi vuota: - Ma brava, ma brava, ma brava.
Ma il segretario non gli badò quasi, e lo lasciò subito.
Discese le scale mezzo rintontito.
Nell'atrio trovò una folla in cerchio, e indovinando che c'era nel mezzo la Pedani, s'avvicinò.
Era lei, in fatti, circondata e festeggiata; egli riconobbe le penne verdi del suo cappellino.
Mentre s'alzava in punta di piedi per vedere il suo viso, sentí dietro alle spalle la voce del maestro Fassi, e, voltandosi, lo vide che declamava in un crocchio, col viso livido, torcendosi rabbiosamente i lunghi baffi.
- In conclusione, - diceva, - non ha fatto altro che battere la campagna.
Grandi citazioni, grande rettorica; ma in materia di scienza? - E l'accusava di plagio.
- Vada per le idee, - gridava; - ma le frasi, ma le parole m'ha portato via, senza degnarsi di pronunciare il mio nome; ma vi dico le parole una per una, come se le avesse stenografate.
Accidenti, che disinvoltura! Fidatevi un po'delle conversazioni familiari, Ora si farà strada di sicuro.
Sentirete che chiasso quei cretini di giornalisti! Oh che bel mondo di ciarlatani!
La Pedani, intanto, stentava ad aprirsi il passo.
Quando la folla degli ammiratori si fu un po' diradata, l'ingegnere Ginoni si fece avanti con impeto, e le disse, stringendole le mani: - Sublime! M'ha quasi convertito, non le dico altro! - Poi s'avanzò per complimentarla, strascicando i piedi, il professor Padalocchi.
Poi venne il direttore.
Non finivan più.
Finalmente non le rimasero intorno che una ventina di maestre, mentre molti altri la guardavano di lontano; e allora, non visto, il segretario la poté vedere.
Non gli era parsa mai cosí bella, cosí, risplendente, cosí superba! Pareva che tutto il suo corpo vibrasse dentro a quel semplice e succinto vestito nero, come se le corresse un fremito continuo da capo a piedi; il rossore le era tornato, quel bel rossore delicato e diffuso che succede alla pallidezza delle grandi commozioni gradevoli, e che è come il pudore gioioso della gloria; il suo viso aveva un'espressione di gentile bontà femminea, che il Celzani non le aveva mai veduta, e che dava ai suoi occhi e alla sua bocca e a tutta la sua persona una nuova forza di seduzione.
Ed egli la guardò, estatico, preso da un sentimento strano e doloroso, come se fosse già lontanissima da lui, di là da un immenso fiume, sul culmine d'una collina, dietro alla quale dovesse sparire per sempre.
Quando ella si mosse col suo drappello di maestre, il segretario si nascose dietro un pilastro.
E di lí vide una scena inaspettata.
Mentre la Pedani stava per metter piede fuor del portone, le comparve davanti la maestra Zibelli e le gittò le braccia al collo piangendo, e la baciò più volte con ardore.
Don Celzani non udì le sue parole, ma comprese cosí per nebbia che era stata vinta, e che veniva, mossa da un impulso del cuore, a render le armi, e a chieder perdono di qualche cosa.
La Pedani l'abbracciò e quella s'allontanò subito, voltandosi a mandarle un saluto appassionato con la mano.
La Pedani uscí sulla strada, ed egli la seguitò, a molta distanza.
Andava innanzi lentamente, preceduta, fiancheggiata, seguita da uno stuolo di maestre giovani, i satelliti consueti dei trionfatori, che le facevano intorno un cicaleccio festoso, avvertendola di scansar le carrozze e lanciando occhiate qua e là, come per attirar su di lei l'attenzione dei passanti.
Tratto tratto una di esse s'accomiatava, un'altra sopraggiungeva e s'univa al gruppo.
Svoltarono in via Santa Teresa, e tirarono avanti, a destra; il povero Celzani sempre dietro.
Sí, la voleva vedere fin che avesse potuto: poi sarebbe andato a prender la sua roba e partito da Torino.
Per dove? Non sapeva.
Per Genova, forse, per imbarcarsi.
Dio l'avrebbe guidato.
Purché andasse lontano, a soffocare la sua passione in una dura vita di lavoro, a dimenticare, se fosse stato possibile, o, se non altro, a soffrir meno.
Poiché, veramente, alla disperata vita cui era ridotto non gli bastavan più le forze dell'anima.
E dopo quel trionfo, egli si sentiva più miseramente, e per cosí dire, più bassamente infelice che non fosse stato mai, poiché non aveva sentito per l'addietro che la differenza esteriore ch'era fra lei e lui; ma la riconosceva ora troppo superiore a sè anche per lo spirito: ella non aveva soltanto innalzato sé stessa alla gloria, aveva precipitato lui nella polvere.
La vedeva tra pochi anni celebre, cercata da tutti, amata, sposata forse da un uomo bello, illustre e potente.
Gli pareva allora un'insensatezza ridicola quella di aver osato di chiederle la mano, d'importunarla, d'inginocchiarsi davanti a lei e d'abbracciarle i ginocchi.
E questo ricordo appunto, la sensazione che gli si ridestava di quell'abbraccio gli bruciava il sangue e il cervello.
E intanto la divorava con gli occhi, di lontano.
Ora una carrozza, ora un gruppo di gente gliela nascondeva, e poi essa riappariva, e gli riappariva ogni volta più grande, più formosa, più trionfante, per fargli entrar più addentro nel cuore lacerato la punta della disperazione.
Le amiche l'accompagnarono fino al portone.
Egli si arrestò all'angolo di via San Francesco.
Di là aspettava di vederla sparire per sempre, come in un abisso.
Ma quando vide le amiche lasciarla e lei entrare in casa, una risoluzione improvvisa lo spinse, un bisogno irrefrenabile di dirle addio ancora una volta.
Fece la strada di corsa, entrò nel cortile, si mise dietro a un pilastro, e la vide avviarsi verso la porta interna e salire a passi lenti, voltandosi ogni tanto a guardare indietro, come se le paresse d'avere smarrito qualche cosa o rimpiangesse la compagnia che l'aveva lasciata, e sentisse ripugnanza, dopo quel trionfo clamoroso fra tanta gente, a ritornare in casa cosí sola per quella scala nera e solitaria.
Le andò dietro in punta di piedi, adagio adagio.
Quando fu al secondo pianerottolo, non poté più reggere, si slanciò su, la raggiunse.
Essa si voltò, si trovaron di fronte l'una all'altro nel buio, lei sopra uno scalino più alto.
- Il signor Celzani? - domandò la maestra.
Egli ruppe in un singhiozzo, e mormorò: - Son venuto a dirle addio!
Ma non aveva finito di dirlo, che si sentí una mano vigorosa sulla nuca e due labbra infocate sulla bocca, e nella gioia delirante che lo invase in quell'immenso paradiso oscuro dove si sentí sollevato come da un turbine, non poté cacciar fuori che un grido strozzato:
- Oh!...
Dio grande!
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