CORTO VIAGGIO SENTIMENTALE, di Italo Svevo - pagina 15
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Ma non li incontrai.
Li rividi alla luce del sole e fui prudente.
Forse tale differenza di contegno si può spiegare col fatto che da tanto tempo io dedicavo la notte all'amore per ritornare ai miei interessi di giorno.
Io non dissi loro altro che desideravo di fare una corsa a Udine per salutare mia madre e subito partii, per Milano."
"Perché a Milano?" domandò l'Aghios trasognato.
"Per riavere quelle quindicimila lire che m'erano state prestate dal padre della Berta in acconto della dote" disse i Bacis stupito che l'altro non ricordasse.
"Come potevo io ora non sposare la Berta se prima non saldavo quel debito?"
L'Aghios pronto causa il vino a tradire ogni movimento del suo animo, si mise a ridere di cuore.
Ricordava che nel pomeriggio s'erano trovati in tre in una vettura e tutt'e tre avevano avuto delle somme di denaro in tasca: L'ispettore centocinquantamila (forse meno, perché era un uomo disposto alla vanteria), lui non cinquanta, ma trentamila e i Bacis quindicimila (a meno che non fossero solo diecimila).
"In banconote?" domandò quando il riso gli permise di parlare.
"Io non ebbi quel denaro" disse il Bacis con tristezza, "e Dio sa quando l'avrò.
Mio fratello Ugo che me le deve non può restituirmele e s'accinge invece a sposarsi.
Anche lui ebbe nel frattempo un'avventura molto simile alla mia."
"Con due donne?" domandò l'Aghios, che oramai di ogni avventura vedeva in piena luce solo i dettagli meno importanti.
E subito pensò: "Dev'essere una malattia di famiglia".
I suoi ricordi, come la sua percezione, rimasero chiari e non dimenticò che il Bacis rispose che si trattava di una sola donna bastevole ad impedire al fratello di pagare il suo debito.
"Già" pensò l'Aghios che non dimenticava neppure la propria esperienza "Una sola donna basta per impedire tante cose."
Poi l'Aghios finì col pagare il conto.
Con la mancia cinquanta lire per un po' di carne fredda e due pezzi di pane.
Salirono nell'ultima vettura di un lunghissimo treno, la sola vettura adibita al servizio di persone.
L'Aghios si sentiva tanto sicuro nelle gambe da ridiscendere dall'altissimo vagone per andare a prendere a nolo un cuscino.
Lo pagò ed era già in procinto di allontanarsi quando gli venne la buona idea di prendere uno di quei cuscini anche per il suo compagno dì viaggio.
Glorioso risalì; scelse fra due compartimenti quello che meglio gli piacque e offerse l'ultimo suo dono al Bacis.
Costui non avrebbe dimenticato mai più quella gondola, quella cena e quel cuscino, tutti doni di una persona ch'egli vedeva per la prima volta.
Ma neppure lui avrebbe mai più dimenticato il Bacis, la Berta grassa e l'Anna sottile.
Ma neppure Giovanni, quella pianta uomo che cresce dappertutto con un bell'istinto di servitore utile.
Anzi, il signor Aghios si coricò pensando solo a Giovanni e a tutti i Giovanni ch'egli in sua vita aveva conosciuti.
Avevano rinunziato a tutte le altre fortune che ci potevano essere a questo mondo e s'associavano indissolubilmente partecipandovi nel modo più modesto.
Per essi non esistevano speranze in evoluzioni pazzesche che li avrebbero resi padroni e non esempi di fortune fatte per iniziative coraggiose indipendenti.
Essi restavano attaccati al padrone come la pianta arrampicante all'albero.
Nella sua mente fosca, prossima a chiudersi nel sonno, il signor Aghios pensò che Darwin non aveva inteso tutto.
Non un animale aveva prodotto l'umanità, ma da ogni singolo animale era discesa una data specie di uomo.
Tutti i Giovanni di questo mondo erano risultati per lenta evoluzione da quegli uccelli che sulle rive del Nilo nettavano i denti ai coccodrilli.
Forse i coccodrilli soffrivano di carie e il pasto di quegli uccelli era, in proporzione di quello del coccodrillo, più abbondante di quello che i padroni lasciavano ai Giovanni.
Stava per prendere sonno quando un pensiero addirittura imperioso di benevolenza gli fece riaprire gli occhi.
Guardò il suo compagno di viaggio.
Alla fioca luce che c'era nella vettura lo vide giacere sull'altro banco, parallelo al suo, i biondi capelli lucenti giacere come lui, abbandonato sul cuscino.
Con la differenza però che si teneva gli occhi coperti con una mano.
Forse sotto a quella mano piangeva.
Ed il signor Aghios pensò: "Guarda questi due uomini.
Io ho in tasca il doppio (e forse il triplo) di quello che occorre per salvare da tanta angoscia quest'uomo.
Non posso però darglieli, perché altrimenti, almeno per, altri tre mesi, dovrei continuare a pagare degl'interessi esosi.
Insomma io non voglio pagare degl'interessi e voglio invece ch'egli soffra sposando Berta e faccia soffrire questa e specialmente quella povera Anna, che sta per cadere in mano di quella bestia di Luigi, ch'è appoggiato da quel mostro in natura ch'è Giovanni, l'ideale dei servitori".
"Senta, Bacis!" chiamò e l'altro lasciò cadere la mano dagli occhi e lo guardò.
"Io, certo, non c'entro coi suoi affari, visto che non ho i mezzi per aiutarla.
Ma per il momento non c'è che una premura: Impedire che Anna faccia un passo precipitoso.
Non c'è urgenza.
Il bamboccio è ancora lontano.
Perché non si confida con suo zio? Quando non si può pagare, non si può pagare e non si paga.
È ridicolo credere di essersi venduto per aver preso a prestito dieci o (sia pure) quindicimila lire.
Si resta debitori e amici come prima.
L'altro conteggia gl'interessi e può farlo.
Poi nella vita, prima o poi, capita il colpo di fortuna.
Si paga e si è più liberi di prima, quando pure si era liberi per propria risoluzione.
Il colpo di fortuna può capitare a lei o può capitare a me.
Sarebbe una gran bella cosa per lei che capitasse a me.
Le giuro che verrei subito a Torlano a liberarla del suo impegno.
Io avrei ora trentamila lire in contanti, a Trieste, naturalmente (e si toccò la tasca di petto), ma non posso dargliene neppure una parte perché mi occorrono tutte subito domani.
Anzi, è per consegnare dinanzi ad un notaio quei denari ch'io ora faccio questo viaggio, che sarebbe stato ben noioso se io non avessi incontrato lei."
L'altro ringraziò a mezza voce e ricoprì gli occhi con la mano quasi a difenderli dalla luce.
Il signor Aghios si sentì profondamente amareggiato.
Era certo ch'egli non poteva dare quello che gli veniva chiesto, ma era ben doloroso che il suo viaggio, intrapreso per cospargere la Lombardia, il Veneto e il Friuli della sua benevolenza finiva (la notte era il riposo e non contava per il viaggio) con un atto d'egoismo come in qualche breve favola di religiosi.
Lui era l'uomo ricco, l'altro il povero, lui la bestia, l'altro (visto ch'era il povero) l'intelligente, quello che vedeva il mondo com'è nella vera luce, dove c'erano da difendere tutt'altri beni che la vile moneta.
Eppoi un'altra cosa l'amareggiava.
Se egli avesse presa con sé la moglie, forse tutto avrebbe potuto accomodarsi.
Lui era l'avaro che non dava che le mance piccole, ma la moglie dava proprio quello che occorreva...
se consentiva.
Raccontandole tutta la storia come stava, essa.
forse, si sarebbe commossa.
Si avrebbe potuto offrire al poverino diecimila lire (quindicimila in nessun caso).
Scoppiò.
Si rizzò, trasse di tasca il proprio biglietto da visita e lo porse al Bacis.
"Se non trova di meglio venga me a Trieste o mi scriva.
Non perda ogni speranza ed intanto impedisca alla povera Anna di commettere delle bestialità."
Anche l'altro si rizzò.
Ma fu come un atto di cortesia senza convinzione.
Mormorò: "Grazie.
Verrò a Trieste".
Si ricoricò e riportò la mano agli occhi non appena il signor Aghios accennò a sdraiarsi di nuovo.
VI.
Venezia-Pianeta Marte
Il signor Aghios era oramai più tranquillo.
Solo gli bruciava lo stomaco per il tanto vino bevuto.
La sua coscienza era oramai tranquilla come se egli già avesse dato il denaro.
In sostanza egli l'aveva dato, perché avrebbe patrocinato con la moglie la parte del Bacis.
Ora toccava alla moglie di comportarsi bene anche lei.
Ma non subito s'addormentò.
È una cosa impossibile per un essere previdente di addormentarsi in un treno che s'accinge a correre.
Per essere più sicuro il signor Aghios s'aggrappò al suo giaciglio, ma ciò implicò uno sforzo e non è una cosa facile di addormentarsi nell'atto di fare uno sforzo.
Poi finalmente il treno si mosse.
Assunse un passo piuttosto lento e pesante.
Il rumore maggiore fu dato dapprima dalla propagazione del moto dalla cima alla coda del grande convoglio, perché fra i singoli vagoni fu uno sbattersi inquietante, tanto che il signor Aghios si rizzò per star a sentire.
Per quietarlo il Bacis, senza levare la mano dal volto, mormorò: "Ciò avviene perché questo treno manca del freno Westinghouse".
Non occorreva la parola rassicuratrice, perché oramai il treno s'era avviato ed aveva assunto un passo tranquillo.
Molto tranquillo.
Il signor Aghios poté abbandonare ogni sforzo e abbandonarsi sul suo giaciglio.
In un treno che procedeva con quel passo si avrebbe certamente dormito tranquilli.
La musica che proveniva da quel movimento era fortemente ritmica e non violenta come da un treno celere: Una vera ninna-nanna.
E lungamente il signor Aghios seguì quel suono o meglio da quel suono fu inseguito nella pace che precede il sonno.
Esistono dei sonni di tutte le gradazioni e il suo grado più basso è quando i sensi non si sono ancora staccati dalla realtà.
Il signor Aghios traverso le ciglia sentiva l'esistenza di quella fioca luce nella vettura e anche quel corpo del Bacis dagli occhi coperti dalla mano, giacente a meno di un metro di distanza dal proprio.
E il sonno da lui cominciò quando quella musica là fuori cominciò a significare qualche cosa.
Diceva: "Tutto va bene, tutto va bene".
E il signor Aghios non si sentiva d'intervenire per far terminare la monotona ripetizione.
Era tanto bello di addormentarsi al suono di una missiva tanto bella e tanto vera.
Tutto andava bene infatti.
Il Bacis gli voleva bene, avendo subito voluto rassicurarlo su quei suoni scomposti provenuti dal primo sobbalzo del treno.
Tutto andava bene e si poteva finire.
Ma ancora una volta il suo sonno fu interrotto.
L'arrivo a Mestre somigliò alla fine del mondo.
Pareva come se una macchina potente si fosse messa a movere della ferramenta accatastata.
L'Aghios spaventato si rizzò.
Arrivò a vedere il Bacis tranquillo e immoto, la mano sempre sulla faccia, eppoi, tranquillizzato, lasciò ricadere la testa pesante sul guanciale mormorando: "Manca il freno Westinghouse".
Quando sognò il signor Aghios? Certo non subito dopo abbandonato Mestre.
Presso Gorizia, quando alle quattro della mattina, il signor Aghios si destò, la distanza è lunga e il sogno sarebbe stato dimenticato come ogni altro sogno che certamente allieta anche il sonno più profondo.
È piuttosto da supporsi che il sogno si sia prodotto in qualche stazione poco prima di Gorizia, quando il sonno fu meno profondo e qualche cellula desta poté sorvegliare e ritenere, il sogno.
Chissà poi se il sogno fu proprio quello che il signor Aghios ricordò.
Quando ci si desta da un sogno, subito interviene la mente analizzatrice per connetterlo e completarlo.
È come se volesse fare una lettera da un dispaccio.
Il sogno è come una sequela di lampi e per farne un'avventura bisogna che il lampo divenga luce permanente e sia ricostituito anche quando non si vide, perché non illuminato.
Insomma il ricordo del sogno non è mai il sogno stesso.
È come una polvere che si scioglie.
Insomma il signor Aghios era avviato verso il pianeta Marte, sdraiato su un carrello che si moveva traverso lo spazio come sulle rotaie.
Egli vi era sdraiato bocconi e invece di pavimento il carrello aveva delle assi su cui, dolorante, poggiava il suo corpo.
Una delle assi passava sul suo petto e rendeva più pesante la tasca che vi era.
Sotto a lui c'era lo spazio infinito e al di sopra anche.
La terra non si vedeva più e Marte non ancora, né si vide mai.
Il signor Aghios si sentiva molto libero, molto più che in piazza S.
Marco e anche troppo.
Si guardava d'intorno e non vedeva altro che spazio luminoso.
Dove esercitare la sua libertà se non v'era nulla che fosse schiavo? E a chi dire la propria libertà? Per sentirla bisognava pur poter vantarsene.
Anche nel sogno il signor Aghios era riflessivo.
Pensò: "Io non sono solo, perché c'è la mia libertà con me.
La mia sola noia è quella tasca di petto che duole".
Ma più che si procedeva nello spazio, più solo il signor Aghios si sentiva.
Giacché andava al pianeta Marte egli pensò, per il sentimento d'onnipotenza che il sognatore sente, ch'egli avrebbe potuto foggiare quel pianeta a sua volontà.
Previde quel pianeta.
Ebbene, egli lo avrebbe popolato di gente che avrebbe intesa la sua lingua, mentre egli non avrebbe intesa la loro.
Così egli avrebbe comunicata loro la propria libertà e indipendenza, mentre loro non avrebbero potuto incatenarlo con le proprie storie, che certo non mancavano loro.
Una voce proveniente dalla stazione di partenza già tanto lontana domandò: "Mi vuoi con te?".
Doveva essere la moglie.
Ma il signor Aghios voleva la libertà; finse di non aver sentito e anzi aderì ancora meglio al suo carrello per celarsi.
Così proseguì a grande velocità, che non si percepiva causa la mancanza di cose e di aria e, correndo, pensò: "Voglio che mio figlio non rimanga solo".
Poi la voce fioca, lontana di Bacis gli domandò: "Mi vuole con lei?".
Aghios pensò che l'intervento di Bacis l'avrebbe privato di ogni libertà.
Appassionato com'era, con lui non si poteva parlare d'altro che dei fatti suoi.
Gli aveva già pagato la gita in gondola ed era ridicolo volesse ora fare un simile viaggio a spese sue.
Andare al pianeta Marte per parlare di Torlano? Non ne valeva la pena.
Il signor Aghios si strinse meglio al carrello per continuare a celarsi.
Una voce dolce, musicale, ma vicinissima domandò: "Io sono pronta alla partenza, se mi vuoi".
In sogno una parola e il suo suono dipinge intera la persona che la emette.
Era Anna, la fanciulla bionda, alta, dalle linee dolci, salvo le mani abituate al grande lavoro.
Quell'Anna che s'era lasciata ingannare dalla sincerità della carne.
Il cuore paterno dell'Aghios si commosse fino alle sue più intime fibre.
Egli la voleva con sé per allontanarla da Berta e da Giovanni che la umiliavano e anche dal Bacis del quale non c'era da fidarsi, il traditore che l'aveva ingannata con la sincerità della carne.
E subito essa fu con lui sul carrello, sotto a lui, coperta da quegli stracci che l'adornavano, ma che ricavavano ogni loro bellezza dal suo corpo morbido, giovanile, non ancora sformato dall'incipiente maternità.
I capelli biondi svolazzavano nell'aria, che per essi c'era, sotto a loro.
Ora non avrebbe più dovuto esserci del dolore alla tasca del petto.
Ma un greve peso v'era tuttavia.
Anna probabilmente vi si era afferrata per sentirsi sicura.
E si procedette così, senza parole, mentre il signor Aghios pensò: "È la mia figliuola.
Le insegnerò a non fidarsi più di alcuna sincerità".
Ora il motore del carrello doveva fare un chiasso indiavolato.
Tutto lo spazio ne era pieno.
E l'Aghios si domandò: "Ma perché la mia figliuola ha da giacere così sotto a me? È il sesso? Io non la voglio".
E urlò: "Io sono il padre, il buon padre virtuoso".
Subito Anna fu seduta lontano da lui, ad un angolo del carrello, in grande pericolo di scivolarne nell'orrendo spazio e l'Aghios gridò: "Ritorna, ritorna, si vede che su quest'ordigno non si può stare altrimenti".
E Anna obbediente ritornò a lui come prima, meglio di prima.
E lo spazio era infinito e perciò quella posizione doveva durare eterna.
Uno schianto! Si era arrivati al pianeta?
Infatti il treno, fermandosi, sembrava volesse distruggere se stesso.
Il signor Aghios saltò in piedi.
Soffocava, ma arrivava a ravvisarsi.
Fra quel carrello e questo treno c'era una confusione da cui era impossibile estricarsi.
E la stessa confusione c'era fra la gioia che aveva provato poco prima e la vergogna che ora lo pervadeva.
Ma la bontà del signor Aghios era infinita anche verso se stesso.
Pensò: "Io non ci ho colpa".
E subito sorrise.
Egli aperse una finestra e l'aria si fece respirabile.
Vide la campagna vuota: Una luce immota brillava dalla casa di un contadino.
Tuttavia abbattuto dal grande sonno, la stanchezza del doppio viaggio, il signor Aghios ebbe ancora il tempo di guardare il giaciglio vuoto del Bacis, eppoi anche il posto ove era giaciuta la sua valigetta.
Il Bacis se ne era andato discretamente, senza destarlo.
Dovevano aver già passato Gorizia.
Senza convinzione, con la testa sul cuscino, l'Aghios pensò: "Peccato! Se ci fosse stato gli avrei dato subito le diecimila lire (non quindici)".
Sorrise! Era bello di non poter pagare.
Rimorsi non ebbe.
La sua avventura, la più forte che avesse avuta durante la vita, non usciva dalla vita del suo pensiero solitario e perciò non aveva importanza.
Tuttavia se il Bacis fosse venuto da lui a Trieste, egli, d'accordo con la moglie, avrebbe tentato di aiutarlo in piena virtù.
E s'addormentò profondamente dopo di aver tratto sotto la propria testa anche il cuscino del Bacis.
Si sentiva perfettamente bene.
Il vino era stato smaltito nella corsa traverso gli spazi siderei e non lo turbava più.
VII.
Gorizia-Trieste
Si destò che albeggiava, squassato da un'altra fermata del treno.
Saltò in piedi.
Era una stazione abbastanza considerevole.
Gorizia!
Ma dove era dunque disceso il Bacis? E l'Aghios fece con facilità la sua teoria su quell'abbandono.
Certo il Bacis aveva rinunziato alla speranza di trovare quel denaro da quel suo parente a Gorizia e doveva essere disceso a Udine.
Chissà quello che avrebbe fatto! Forse avrebbe finito col decidersi di sposare Berta per poter, da padrone, proteggere meglio Anna.
Vedeva oramai quella storia tanto da lontano che ogni accomodamento gli pareva possibile.
In fondo Anna era l'oggetto dell'amore e tale doveva rimanere.
Cara! Cara! Quegli straccini, che la vestivano tanto bene, non doveva abbandonarli.
Verso le sette, quando il treno, con quel suo passo stanco di nottambulo che rincasa, cominciò ad arrampicarsi sul Carso, in un istante di noia, non sapendo che farsi nella sua solitudine, il signor Aghios trasse di tasca il portafogli e palpò le banconote.
Sorrise ai propri sensi ingenui che sentivano un dimagrimento del pacchetto.
Cosa vuol dire curarsi troppo di una cosa! Per rassicurarsi si chiuse nella vettura, calò le tendine e si mise a contare accuratamente le banconote.
Non ve ne erano che quindici! Il Bacis ne aveva trafugate proprio quindici.
Oh! Quale canaglia!
Il primo movimento dell'Aghios fu di correre al campanello di allarme.
Vi pose persino la mano, ma dopo, da persona timida, esitò davanti a quella minaccia di persecuzione penale.
E così ebbe il tempo di ragionare.
Che scopo c'era di arrestare quel treno lento, che si batteva al di sopra Barcola, sobborgo di Trieste, per raggiungere il ladro ch'era disceso in una stazione non precisabile prima di Gorizia e da li s'era avviato col suo bottino verso Torlano ove non c'era ferrovia? Nessunissimo, perché il conduttore del treno non avrebbe mai acconsentito di cambiar rotta e portare lui e tutti i vagoni sgangherati verso la Carnia.
Il signor Aghios si morse le dita.
Era tutto ira e vergogna.
Vergogna di essersi lasciato turlupinare a quel modo.
Addio sentimento della libertà del viaggio, addio benevolenza.
Somigliava ad una di quelle figure sintetizzate tanto bene nelle nubi nere e minacciose, ma egli non ricordava né le nubi, né i cani e neppure le belle donne, i suoi aggradevoli monti compagni di viaggio.
Alla stazione di Tries*
Nota: "Corto viaggio sentimentale" risulta incompleto per la morte dell'autore (Italo Svevo morì in seguito ad un incidente automobilistico nel 1928).
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