DEL PRINCIPE E DELLE LETTERE, di Vittorio Alfieri - pagina 11
...
.
Ciro giovò ai Persj fondando il loro impero, e assicurandolo con savie leggi; per quanto pure elle siano combinabili col governo d'un solo.
Ma Ciro, come avviene in ogni principato, assai più giovò ai suoi successori re, che non ai suoi popoli.
E in prova di ciò, tolta una certa disciplina militare, che neppur molto durava, e che in nulla era da paragonarsi alla greca e romana dappoi, in qual virtù, in quale arte divennero mai eccellenti i Persiani? quai lumi ebbero? quali ne arrecarono alle soggiogate nazioni? quai tratti di sublime grandezza d'animo ci hanno tramandati le loro storie? dove sono le loro storie? Un vasto e muto silenzio di molti secoli, interrotto di tempo in tempo da milioni di schiavi armati, e sempre disfatti da poche centinaia di Greci liberi, ogniqualvolta all'Europa affacciavansi; è questa la storia della nazione che nacque dalle leggi di Ciro: e se i greci scrittori stati non fossero, nè di Ciro, nè de' suoi Persj, il nome pure pervenuto sarebbeci.
L'utile arrecato da questo conquistatore legislatore a' suoi popoli, fu dunque assai picciolo; alle remote nazioni fu assolutamente nullo; alle postere, nullo: ed il nome di Ciro, per essere più antico e non Greco, è anche rimasto assai minore di quello d'Alessandro.
Tanto è vero, che negli imperj assoluti non viene nulla più riputato chi fonda che chi distrugge: ed è questa una tacita giustizia degli uomini, che con ciò dimostrano, che negli assoluti imperj anco il fondare è un mero distruggere.
Tito, appellato delizia del genere umano, giovò per pochi anni a Roma col rispettare alquanto le leggi da' suoi predecessori barbaramente straziate; ma non ne fece pur niuna, che saldamente impedire potesse ai successori suoi di commettere le atrocità dei suoi antecessori.
Qual utile effimero fu dunque mai questo? Perdonò Tito ad alcuni congiurati; ma ciò fece anche Augusto, e lo stesso Tiberio.
Potea Tito giovare grandemente a Roma, tentando almeno di rifarla libera e virtuosa; ma ad una tal cosa neppure ei pensava.
All'universale degli uomini non giovò egli, nè nocque; null'altro di lui rimane, che il nome; e questo si va proponendo ogni giorno per modello ai principi tutti.
Tito non è perciò imitato; ma se pure il fosse, quale utile ne risulterebbe ai popoli sudditi? un brevissimo istante di precario respiro, per poi risoffrire al doppio le oppressioni del successore.
Ed in fatti, se anco da noi tutti non si dovesse aver mai altri principi, che dei simili a Tito, ne saremmo quindi noi forse maggiormente uomini? nol credo; poichè i Romani non ridivennero maggiormente Romani sotto Tito, nè sotto Trajano, nè sotto gli Antonini, di quello che il fossero sotto Augusto, Tiberio, e Nerone.
I veri Romani, cioè l'adunanza di tutte le virtù possibili in un ente umano, erano quella tal pianta, che allignar ben doveva a tempo dei Bruti, dei Catoni, e dei Fabj; ma, all'ombra dei Titi e dei Trajani, non mai.
Esaminate queste tre specie di principi grandi, veniamo presentemente al grande scrittore.
Omero, verde e fresco dopo più di due mille anni, come se ier l'altro ei vivesse, agli uomini tutti presenti e futuri giova e gioverà; nè ad alcuno mai nocque, se non a chi volle, senza averne l'ingegno, imitarlo.
La virtù, e la sublimità egli insegna; il cuore dell'uomo sviluppa e commove: guerriero egli e legislatore, amico degli uomini e del vero, gli illumina discoprendolo.
Ed a così immenso giovamento quanto dal suo insegnare si trae, vi si aggiunge di più quell'immenso diletto che a tutti egli arreca; cosa che nessun gran principe, neppure giovando, non arrecava ai popoli mai.
Omero fu invidiato da Alessandro, senza accorgersene questi, nello invidiargli Achille: ma, se Omero rivivendo paragonasse la sua propria fama a quella d'Alessandro, non credo io che egli mai Alessandro invidiasse.
Ma, quando anche in vita fossero essi stati, o sembrati uguali il gran principe e il grande scrittore, eguale non può mai essere in appresso la loro memoria e fama, per due potentissime ragioni.
Prima; che il principe non può aver giovato che ai soli suoi popoli, e per un dato tempo; lo scrittore a tutti, e per sempre.
Seconda; che il principe ha tratto la propria grandezza da mezzi che non erano in lui stesso; poichè, se non avesse egli avuto e stato e potenza, nessuna delle sue imprese avrebbe potuta condurre a buon fine: ed inoltre, di cotesta sua propria grandezza niuno stabile effetto ai posteri ne può il principe tramandare; null'altro del suo alla voracità del tempo involandosi, fuorchè la memoria ed il nome: e questi anche, se debbono rimanere grandi davvero, abbisognano pur sempre d'un grande scrittore.
Al contrario lo scrittore sublime, tutto in se stesso, ed in se solo, trovando; fabro egli solo della propria grandezza, non meno che dell'utile altrui; alle seguenti età tramanda eternamente la viva sua fama, non quasi un vuoto nome, ma corroborata e giustificata dal proprio libro.
CAPITOLO NONO.
SE SIA VERO, CHE LE LETTERE DEBBANO MAGGIORMENTE
PROSPERARE NEL PRINCIPATO, CHE NELLA REPUBBLICA.
Ragionando io da sì gran tempo di letterati e di principi, mi si para naturalmente innanzi una questione che par meritare capitolo da se; benchè molte parti di essa io ne sia venute accennando nel corso di questo libro secondo.
"Le lettere, debbono elle veramente più prosperare nel principato che nella repubblica? e, se così è, quale ne può essere la trista e lamentevole cagione? il difetto di tal cosa sta egli nelle lettere stesse, o nei letterati, o nei popoli fra cui, e per cui questi scrivono?"
Di queste cose tutte, quanto potrò più brevemente sviluppandole, discorrerò.
Ecco da prima, che se ai fatti ricorro, trovo pur troppo, che dei quattro secoli, in cui con lunghi intervalli fiorirono le lettere, tranne il primo e il più fecondo, quello di Atene libera, gli altri tre furono senza dubbio promossi e per così dire covati dai principi di cui conservano i nomi.
Quindi, se imprendo ad esaminare la non lunga rassegna degli altissimi scrittori d'ogni nazione e d'ogni secolo, trovo il numero dei nati in principato per lo meno eguale al numero dei nati in repubblica; e la loro eccellenza trovo pur anche divisa; ma non però tanto, che la vera e massima eccellenza (cioè la massima utilità) non si debba originare quasichè tutta dai letterati nati in repubblica.
Gradatamente poscia ritrovo la seconda e minore eccellenza presso i nati in principato, ma non fattisi nè lasciatisi proteggere.
La terza ed infima eccellenza finalmente ritrovo per lo più negli scrittori nati schiavi, rifattisi poi doppiamente schiavi; e, come tali, pagati, inceppati, e protetti.
E venendo agli esempj, se fra gli scrittori tutti noi poniamo in prima riga i sommi filosofi, che, come padri d'ogni lume, ci si debbono di necessità collocare; bisogna pur confessare, che questi erano tutti Greci; cioè liberi: e non erano, nè Egizi, nè Indiani, nè Persj, nè Assirj.
E bisogna aggiungere, che non solamente erano liberi, ma anche sprotetti, e spesso anzi perseguitati.
Tali furono Socrate, Platone, e Pittagora.
A questi tre seguita e cede, a parere del retto giudizio, Aristotile; che la macchia d'essere stato pedagogo di Alessandro, e d'esserne nato suddito in Stagira, non poco pure oscurare dovea la sua fama fra i Greci, e alquanto forse la sua filosofia indebolire e minorare.
Ma non credo necessario di annoverare i tanti e tanti altri filosofi capi-setta, di cui la Grecia libera abbondò, per darla interamente vinta per questa parte di letteratura alle repubbliche.
Lo investigare altamente le cagioni delle cose, e principalmente le morali, non fu, nè potea esser mai l'arte, non che promossa e protetta, ma nè pur tollerata ne' suoi cominciamenti, dal principe; il quale, fra le cagioni d'ogni male politico, non può ignorare d'esser egli la maggiore e la prima.
Se la filosofia seguitiamo traspiantata di Grecia in Italia, i veri romani filosofi troviamo pure essere stati quasi tutti anteriori ad Augusto: Panezio, Varrone, Lucrezio, Catone; ed in ultimo, maggiore di tutti, il gran Tullio; figlio, a dir vero, di morente repubblica, ma scrittore pure, e pensatore, non degno di nascente tirannide.
Filosofi investigatori di politiche e morali verità, l'Italia non ne ebbe dappoi quasi niuno di vaglia, infino al Machiavello.
Questi, profondissimo in tutto ciò che spetta ai governi, nella sublime e intera cognizione e sviluppo del cuor dell'uomo inimitabil maestro, è stato e merita d'essere capo-setta fra noi.
Ma il Machiavello è pure anche figlio di una tal quale agonizzante repubblica: e benchè con alcune dediche ai medícei tiranni disonorasse egli alquanto se stesso, pure da essi per somma ventura sua non essendo stato protetto, luminosamente perciò scrisse il vero.
Ciò non ostante, come pianta troppo straniera alla Italia serva e avvilita, poco fu egli considerato, e poco letto, e assai meno meditato e inteso finch'egli visse; dopo morte, rimase assai screditato ed egli e il suo libro.
E circa a quest'autore mi conviene qui di passo osservare una strana bizzarria dell'ingegno umano; ed è, che dal solo suo libro del principe si potrebbero qua e là ricavare alcune massime immorali e tiranniche; e queste dall'autore sono messe in luce (a chi ben riflette) molto più per disvelare ai popoli le ambiziose e avvedute crudeltà dei principi, che non certamente per insegnare ai principi a praticarle; poichè essi più o meno sempre le adoprano, le hanno adoprate, e le adopreranno, secondo il loro bisogno ingegno e destrezza.
All'incontro, il Machiavello nelle storie, e nei discorsi sopra Tito Livio, ad ogni sua parola e pensiero, respira libertà, giustizia, acume, verità, ed altezza di animo somma: onde chiunque ben legge, e molto sente, e nell'autore s'immedesima, non può riuscire se non un focoso entusiasta di libertà, e un illuminatissimo amatore d'ogni politica virtù.
Eppure, il Machiavello, proscritto dai principi per mera vergogna di se stessi, e dai popoli poco letto e niente meditato, volgarmente viene da tutti creduto un vile precettore di tirannia, di vizi, e di viltà.
Né sarà questa una delle minori prove in favore di quanto asserisco; che i filosofi non possono essere mai pianta di servitù; poichè la moderna Italia, in ogni servire maestra, il solo vero filosofo politico ch'ella abbia avuto finora, non lo conosce, nè stima.
A voler poscia seguitare le tracce della filosofia ne' suoi lenti e luminosi progressi, ci conviene varcar monti e mari, per ritrovar Bacone, Locke, e pochi altri, ma tutti figli di libertà.
La Francia, così colta pel rimanente, non potea pure mai, come serva ch'ella era, procreare filosofi sommi, e massime in politica; o se pur li creò, non poteva allevargli e serbarli.
Bayle ne fa prova, il quale, per poter essere filosofo vero, e scrivere come tale, si trovò costretto di cessar d'essere Francese, e di ricoverarsi in Olanda.
Montaigne, oltre lo stemma gentilizio, (che in quei tempi serviva ancora d'usbergo) dalle due tirannidi e principesca e pretesca si sottrasse anche dietro alla scorza del pirronismo, e di un certo molle faceto, che tutti i suoi scritti veramente filosofici avviluppa, senza punto contaminarli.
Montesquieu, in questi ultimi tempi, alquanto più ardiva, ma non però mai abbastanza; il che di tanto più gran macchia alla sua fama riesce, quanto si vede benissimo da ciascuno, che egli per solo timore tacque, o adombrò, o intralciò quelle semplici ed alte verità, le quali egli pure assai vivamente nel più profondo del cuore sentiva.
E, senza più dire dei filosofi, parmi dagli esempli aver provato abbastanza, che quella filosofia, ch'io volentieri chiamerei LA SCIENZA DELL'UOMO, e che è la prima parte e base d'ogni vera letteratura, viene sbandita, perseguitata, ed oppressa dal principato; e sarebbe oramai dal mondo estirpata, se in diversi tempi le diverse repubbliche ricoverata non l'avessero.
E quella parte di essa, che diviene poi il necessario condimento d'ogni qualunque libro, si vede più o meno negli scritti abbondare, secondo che più o meno è schiavo l'autore, ed il popolo nella cui lingua egli scrive.
Esaminiamo ora gli oratori.
Da prima, se io miro ai due sommi, Demostene e Cicerone, erano pur nati in repubblica: e di quanti altri ottimi la Grecia e Roma non abbondarono? Ma, se lo sguardo rivolgo ai moderni oratori di principato, li trovo esser pochi, e assai meno grandi, e vuoti di cose, e neppure sanamente adorni di faconde e sublimi parole; e in somma, di politici li veggo trasfigurati interamente in sacri, o in panegiristi: ottimi forse in tal genere, ma molto meno conosciuti, e letti, e gustati; i sacri, per essere la materia che trattano, più venerata che amata; i panegiristi, nauseosi quasi sempre, come vili menzogneri tributarj o del vizio, o dell'errore potente; e come tali, meritamente obbliati.
E quali altri oratori può esservi nel principato? che hanno eglino a dire? dove a parlare? chi ad ascoltarli?
Passiamo agli storici.
Tra la inutile folla di essi, pochi pur sempre ritrovo essere stati gli storici sommi; ed erano Greci, ed eran Romani, e sono Inglesi; cioè sempre, e liberi, e non protetti scrittori.
E chi si attenterà di mettere gli storici schiavi e protetti a confronto dei liberi sprotetti? Tucidide, Polibio, Senofonte; Livio, Sallustio, Tacito; Hume, Robertson, Gibbon; si udiranno forse a fronte di costoro rammentare i Patercoli, i Flori, i Varchi, i Segni, gli Adriani, i Guicciardini, i Du Thou, i d'Orleans, o che so io? E tralascio tante migliaja d'altri storici non saputi, non letti, e non apprezzati; sì, perchè timidi tessitori erano di storie di paesi che non avendo prodotto uomini nulla insegnano all'uomo, e non meritano quindi d'essere conosciuti; sì, perchè in ogni parte costoro si mostravan minori del loro già niente alto tema.
Ma, se ai poeti vengo; oimè! che io veggo questa sublime e prima classe di letterati contaminata quasi sempre, e deviata, e spogliata d'ogni utilità, ed anzi fatta espressamente dannosa, dalla pestifera influenza del principato.
Né mi si apponga ora a contraddizione, se i poeti vengono qui da me intitolati la prima classe di letterati; avendo io pur dianzi attribuito il primato alla filosofia.
Giustamente io reputo la classe dei poeti essere la prima, in quanto giudico che debbano essi, secondo l'arte loro, essere anche profondi filosofi; e dovendo pur anco essere caldi efficaci oratori, e, sopra tutto questo, poeti; a loro si aspetta certamente (allor che son tali) la primazía fra i letterati, come alla filosofia spetta il primato fra le lettere.
Pure, anche traendo esempj di poeti, troverei, annoverandogli, e la loro vita adducendo, che i più, e i maggiori, se non erano nati liberi, erano però liberissimi d'animo, giusti estimatori della politica libertà, e abborritori nel loro cuore di quella stessa tirannide che spesso li proteggeva o pasceva.
Ma, fra gli altri esempj, giova pure non poco a provare il mio assunto, l'essere stato e libero e non protetto il principe e padre di tutti i poeti.
Omero, cieco e mendico, non si sa pure, e non apparisce da' suoi scritti, che egli tremasse di nessun principe, nè che da alcuno di essi cercasse, o ricevesse protezione; non è contaminato di adulazione nessuna il suo libro; e la sua fama non è meno pura, che immensa ed eterna.
Esiodo parimente, non si sa ch'egli soggiacesse a protezione principesca.
Ed ecco a buon conto i due, che per essere stati i più antichi si possono riguardare come inventori e fondatori dell'arte; ecco, che ritrovata pur l'hanno, e cotant'oltre portata, senza la macchia di principe proteggente.
Esaminando poi i progressi di quest'arte divina, si trova la poesia fatta gigante nella Grecia, dove non v'era principe niuno a promuoverla.
La lirica fra le mani di Orfeo, d'Alcéo, di Saffo, e sommamente di Pindaro, ritrova e fissa la sua inagguagliabile perfezione.
Così la drammatica, da Eschilo, da Sofocle, da Euripide, e da Aristofane, riceve principio e compimento perfetto, senza che protezione di principe unico non v'entri per nulla: ma v'entrava per molto bensì la onorevole, e non mai rifiutabile protezione del principe popolo; e tale era, fortunatamente per l'arte, il popolo d'Atene.
E così la egloga pastorale, le satire, ed ogni specie in somma di poesia, nacque e si perfezionò fra i Greci, senza l'insultante mortifero ajuto di nessuna assoluta ed unica potestà.
Che se gli altri tre secoli letterarj videro crescere all'ombra del principe quei sommi poeti di cui si fregiarono, la maestà e sublimità di quei primi Greci varrà ben tanto (io spero) da potere ella sola starsene a fronte di tutti questi altri poeti; i quali di ogni cosa sono debitori più assai alla loro imitazione di quei sommi Greci, che non all'ajuto dei loro sozzi ed inetti protettori.
E se a Virgilio avesse mancato l'appoggio d'Omero, di Esiodo, e di Teocrito, che avrebbe egli creato col solo appoggio d'Augusto? E che sarebbero in somma pressochè tutti i poeti nostri moderni, e i teatrali specialmente, se i Greci, inventori d'ogni cosa perchè erano liberi, non avessero a loro insegnato ogni cosa; e se, in tal modo, non gli avessero protetti di necessaria, verace, e non vergognosa protezione?
Dagli esempj ricavati da ogni specie di letterati, parmi dunque aver chiaramente provato; che le lettere tutte, come semplicemente dilettevoli, hanno tanto maggiormente prosperato in repubblica che nel principato, di quanto è di gran lunga superiore l'inventare al solo imitare; e che, come utili, le lettere vi hanno tanto maggiormente prosperato, quanto la filosofia, storia, e oratoria, prese in se stesse, possono riuscire più giovevoli che la nuda poesia.
Ma questa sola può allignare nel principato, massimamente allorchè nulla dice: ed anco allignare vi può dicendo pur qualche cosa; e ciò, mercè il velo sotto cui ella le tre altre nasconde.
La trista cagione, per cui la poesia (ma deviata sempre moltissimo dal suo vero fine) può sola prosperare nel principato, parmi essere, da prima, il lenocinio del diletto, che anche sovra i duri cuori dei dominanti può molto; in oltre, dall'essere la poesia finzione, ne nasce la lusinga nel principe, che seducendo egli o corrompendone l'artefice, potrà ottenervi luogo a se stesso, e sorrepire in tal modo presso ai posteri una fama non meritata.
L'attribuisco, oltre ciò, all'essere necessariamente arte del poeta il parlar d'ogni cosa, ma il non discuterne nè dimostrarne alcuna; all'essere la poesia per lo più molto maggiore motrice di affetti nell'animo, che di pensieri nella mente; al potere il poeta, mercè delle imagini, parlare agli occhi; mercè del numero, agli orecchi; mercè dell'eleganza, alla sottigliezza del gusto; e tutto ciò, senza che l'intelletto pensante gran parte vi prenda: lo attribuisco in fine al potere il poeta esser sommo (o almeno parerlo) senza che sommo sia ciò ch'ei dice, purchè lo sia il modo con cui lo dice.
E tali erano in fatti quasi tutti i moderni poeti: e indistintamente tali sono stati, e saranno, tutti i non liberi e protetti scrittori.
Credo, che tutte queste allegate ragioni fan sì, che agli occhi del principe la poesia sola trovi grazia; e che perciò ella sola possa fino a un certo segno prosperare, e prosperato abbia, nel principato: ma non però mai quella sublime poesia, che al proprio immenso diletto l'utile della filosofia, e l'impeto della oratoria aggiungendo, non può nè nascere mai, nè fiorire, se non in vera repubblica.
E chi s'ardirebbe negarmi, che se alle immagini, agli affetti, armonia, eleganza, e giudizio del poeta di principe, annessa venisse la sublime robustezza, l'amor del vero, l'ardire, la fierezza, l'indipendenza, e il forte e giusto pensare del poeta di repubblica, quello solo che tutto ciò raccozzasse, sarebbe veramente il sommo poeta? il sommo, sì, quello sarebbe; poichè da quello soltanto verrebbero ad un tempo commossi tutti gli affetti, dilettati tutti i sensi, sviluppate ed accese tutte le virtù.
Ma, se tale poeta vi fu mai, tali, o quasi tali, erano senza dubbio i poeti principali d'Atene.
Ed in fatti (se pur mi dicono il vero quei che sanno di greco e latino; che io del primo nulla so, e nell'altro piuttosto indovino che intendere) nessuno desidera in Omero, od in Pindaro, la eleganza di Virgilio e d'Orazio; poichè quanta ne hanno costoro, tutta da quelli per imitazione l'han tolta; ma, chi è che non desideri sotto il divino pennelleggiar di Virgilio il fecondo inventare d'Omero; il dignitoso e libero dialogizzare di Sofocle, d'Euripide, e di Lucano; il robusto conciso pensare e sentire di Tucidide e di Tacito?
Quindi, a me pare, che il principato permette, nudrisce, intende, e assapora i mezzi poeti; cioè i molto descriventi narranti e imitanti, ma poco operanti, e nulla pensanti; ma che degli interi poeti (quali alcuni ne sono stati, o essere possono in natura) non gli ebbe mai, nè gli avrà, che la sola repubblica.
Se dunque le lettere non sono ciò che per se stesse elle dovrebbero essere, il difetto non sta certamente nelle lettere.
Altro limite non conoscono elle che il vero; e solo se lo propongono per fine.
Ma, e gli uomini che le trattano, e gli uomini che se ne prevalgono, quando son trattate dagli altri; e gli uomini che, governando, o le lasciano fare, o le impediscono, o le deviano; questi uomini tutti, imprimono alle lettere il marchio, direi così, del loro proprio intimo valore.
Quindi è, che da un principe proteggente, da pochi e non liberi lettori, da molti autori tremanti o protetti (che sinonimi sono) si viene a procreare una tale specie di letteratura, che non eccedendo lo stato di convalescenza degli animi di costoro, dee perciò rimanere di gran lunga indietro dalla intera pompa delle umane intellettuali facoltà.
E però ci convien pure, vergognando, tergiversando, e sommessamente mormorando, dalle sole ben costituite repubbliche ripetere in ogni qualunque genere i più alti sforzi dello ingegno dell'uomo.
CAPITOLO DECIMO.
QUANTO IL LETTERATO È MAGGIORE DEL PRINCIPE, ALTRETTANTO DIVIENE EGLI
MINORE DEL PRINCIPE E DI SE STESSO, LASCIANDOSENE PROTEGGERE.
La maggioranza del letterato sul principe consistendo, più che in ogni altra cosa, nella intima conoscenza ch'egli ha del principe e di se stesso, non potrà veramente esser egli il maggiore, se per intima convinzione egli il maggior non si reputa.
Ma tale non potrà riputarsi per certo, se egli colle opere sue non arreca, o non tenta di arrecare agli uomini assai più vantaggio, che il principe non arrechi lor danno.
Ora, uno scrittore che così opera e pensa, non potrà assolutamente mai soggiacere alla protezione di chi egli crede (e con ragione) essere tanto minore di se; di chi egli odia, come facitore di cose contrarie alle sue; di chi egli spregia, come privo per lo più d'ogni virtù, d'ogni lume, e d'ogni ingegno; di chi in somma egli teme e abborrisce, come esercitatore di una soverchia potenza, la quale è morte d'ogni verità e di ogni sublimità in qualunque uomo sconsigliatamente a lei si avvicina.
Con questa giusta e precisa idea del principe e di se stesso, il letterato potrà egli mai seppellirsi in tanta vergogna, coprirsi di tanto obbrobrio, quanto fia quello che giustamente a lui tocca, se egli riceve o mendica ajuti o sostegno da una persona temuta, abborrita, e sprezzata non poco da tutti, e sovranamente da lui? Gli scrittori dunque che così non ragionano, oltre la infamia, ben ampia pena del volontario loro errare ne riportano; così in se stessi finchè son vivi, come nei loro libri; ove pure i lor libri rimangano.
I posteri giudicano il valore del libro dallo schietto utile che ne traggono; cioè dal vero che vi si contiene, e che solo può esser fonte dell'utile: e giudicano in oltre il valore dell'uomo dal libro: ma nè l'uno nè l'altro mai, dalle loro circostanze.
Ed in fatti, circostanza nessuna vi può essere, che nelle cose non necessarie a farsi, scusi il mal farle, o il farle meno bene della propria capacità; il che in letteratura è un malissimo fare; mentre tutte le circostanze si poteano pure interamente domare, col non far nulla.
Quanto a se stessi poi, i letterati protetti portano nel loro cuore l'orribile martirio di essere costretti a tenersi minori di quel principe, che essi, e tutti, a giusto dritto, egualmente dispregiano.
Costoro, col fero supplizio di Tantalo, in mezzo alla propria passeggera fama, ne patiscono in se stessi una tormentosissima sete: che nessuna propria fama può esistere agli occhi di quell'uomo, il quale, se stesso non potendo stimare, diviene per forza minor di se stesso.
CAPITOLO UNDECIMO.
CHE TUTTI I PREMII PRINCIPESCHI AVVILISCONO I LETTERATI.
Il primo premio d'ogni alta opera è la gloria.
La gloria è: Quella stima che il più degli uomini concepiscono d'un uomo, per l'utile ch'egli ha loro procacciato; quelle laudi che il mondo glie ne tributa; quella tacita maraviglia con cui lo rimira; quel sorridergli dei buoni con gioja e venerazione; quel sogguardarlo con torvi e timidi occhi, de' rei; quell'impallidire degli invidi; quel fremere dei potenti: che tutti questi sono i corredi della nascente gloria fin che l'uomo in vita rimane.
Ma, l'apice di essa non s'innalzando mai totalmente che su la di lui tomba, io credo che la più vera e pura gloria non sia già quella che viene riposta nelle altrui lodi; ma quella bensì, che consiste nella intima divina certezza dall'uomo portata con se stesso al sepolcro morendo, di veramente meritarla.
A chi con forte ed intenso volere si propone un tale sublime premio, niun altro premio non può cader nella mente; ma, se pure ad alcun altro guiderdone intendono le sue brame, ogni qualunque ch'egli ne riceva o ne speri, oltre la gloria, minoramento gravissimo diviene di quella.
I premj tutti adunque, che gloria e gloriosi non siano, macchiano sempre e minorano la sublimità d'ogni impresa.
Ma, poichè nell'uomo l'ingegno è tanto più nobil cosa che la forza, innegabile sarà che le opere della mente siano altrettanto maggiori di quelle della mano.
E ogni premio dovendo essere conveniente e degno della fatica, sarebbe cosa ingiuriosa a un tempo non meno che obbrobriosa, se, per ricompensare l'ingegno, si venisse il corpo a premiare.
L'opera dello scrittore, è opera intera di mente; della mente dunque sia il premio.
Ora, nessun principe al mondo può dare un tal premio, per cui la mente soltanto ne venga ad essere veracemente onorata.
Può darlo bensì un popolo libero; e col semplice applauso può darlo.
Il guerriero ha esposto la vita, e benchè il capitano operi del pari colla mano e col senno, pure, per aver egli con ferite, con pericoli e travagli menomato il suo corpo, egli può oltre la gloria accettare altresì tali altre ricompense, che quella rimanente sua vita e più comoda e più larga e più dolce gli rendano.
Ma lo scrittore, che coll'intelletto soltanto lavora, per quanto anche ne venga a soffrire il suo corpo, egli però non lo espone mai a nessuno evidente pericolo.
Il guerriero serve alla patria; e, a ciò eletto da lei, lavora per essa, E noterò qui di passo, che guerrieri, altri che per la vera patria, io non ammetto fra i sommi: e i condottieri dei principi, se sommi pure sono stati, o sembrati tali ai nostri occhi, non l'erano essi certamente ai lor proprj; che un Turenne, un Montecuccoli, o tale altro simile, non potea mai nel suo intimo core stimare se stesso, quanto un Scipione, un Annibale, un Fabio, o tanti altri sommi, che capitani erano per la loro vera e libera patria.
Ma lo scrittore, eletto all'arte sua da se stesso, non serve a nessuno, altro che al vero; e non solo per la patria sua, ma per gli uomini tutti e presenti e futuri ei lavora.
Chi dunque avrà e dritto ed ardire di ricompensarlo, se non se gli uomini tutti? E in qual modo? coll'accordargli la nuda gloria, che era la sola ricompensa da lui già propostasi.
Parmi dunque, che tutti i grandi uomini, che in un modo qualunque giovano agli altri, si possano degnamente ricompensare con aggiungere loro giusti premj alla gloria; ma, che da questi tutti eccettuare si debbano i soli letterati; perchè la loro arte è spontanea; perchè si esercita con la mente soltanto, e senza pericoli; e perchè in somma, abbracciando questa per la sua utilità tutti gli uomini, non ne risguarda pure mai particolarmente nessuno.
A chi mi dirà; che lo scrittore potrebbe pure abbisognare d'altro che di gloria; risponderò: "Scrittore eccellente non sarà questi mai, nè lo poteva mai essere; poichè egli si è pure proposto per fine dell'arte sua, per se stessa nobilissima, dei premj che tali non erano: premj, che stanno in mano di pochi, che glie li possono negare come dare; che possono ingannarsi; a cui bisogna piacere e compiacere per ottenerli: e il piacere e compiacere a codesti assoluti premiatori, non si può certamente accordare col piacere a se stesso, al retto, ed al pubblico." La gloria all'incontro, essendo un premio ideale, ed un mero nome, nulla toglie a chi la dà; per essere ella data dai molti, non si può mai dir sorrepita; e per essere ella legittimamente ottenuta in semplice dono dai molti datori, ella porta con se ai pochi che la ottengono l'impareggiabile eterna prova, che quei soli pochissimi erano pur riusciti nella difficilissima impresa di piacere, compiacere, e giovare ai molti uomini.
Lo scrittore veramente sublime, non può dunque mai abbisognar d'altro, che di semplice gloria; perchè, se egli d'altro abbisognava prima d'esser sublime, non ha certamente potuto divenir tale, appunto perchè proponevasi egli un fine niente sublime; ma s'egli è caduto in bisogno dopo di avere ottimamente composto i suoi libri, la intatta sua fama, e le immacolate egregie sue opere, gli avranno certamente procacciato qualche virtuoso amico, che, prevenendo i bisogni suoi, lo impedirà di contaminarsi in appresso.
Ma, se pur fosse possibile, che egli un tale amico non ritrovasse, lo scrittor d'alte cose, in qualunque stato ridotto ei si veda, non potrà mai apporvi rimedio che alto non sia.
Pascano adunque i principi e i loro sgherri e soldati, e i loro giumenti, cortigiani, servi, e buffoni; si ricompensino con ricchezze onori e gloria i sommi guerrieri dalle vere repubbliche; ma, con la sola e purissima gloria si guiderdonino i letterati dagli uomini tutti.
CAPITOLO DUODECIMO.
QUAI PREMII AVVILISCANO MENO I LETTERATI.
Pure, non voglio io per una severità, che in questi snervati secoli parrebbe soverchia, (benchè soverchio non sia mai ciò ch'è vero) privare gli scrittori, che uomini sono anch'essi pur troppo, della dolcezza di tanti altri premj, che gloria non sono, ma che non pajono alla gloria nocivi.
Mi giova perciò l'investigar brevemente quali siano codesti premj, e chi dargli e chi riceverli possa.
Premj, che non siano gloria, e che pure non la vengano a contaminare con la loro mistura, altri non so vederne, fuorchè certi onori, tributati, quasi a nome di tutti, dagli uomini, costituiti in una legittima dignità, a chi se ne sia fatto degno.
Questi onori, che mi pajono essere i soli veraci, sono raramente concessi nelle repubbliche; perchè l'autorità essendovi divisa e permutabile in molti, non v'è mai fra i dignitarj una tale persona e sì grande, (parlo di estrinseca grandezza) che venga stimato un onore appo gli uomini il sederglisi accanto, il coprirsi, il mangiare alla mensa sua, o simile altra principesca puerilità.
Oltre ciò, le repubbliche volendo, e con ragione, che ogni loro individuo cooperi all'atto pratico del presente vantaggio, hanno tenuto per lo più gli scrittori per una gente oziosa e poco utile.
E in fatti, le lettere possono parere meno utili assai in una sana repubblica, dove gli uomini son buoni già dalle giuste e ben eseguite leggi, che non in un principato dove già sono pessimi dal servire.
Ma, per una trista fatalità, elle possono nondimeno più facilmente allignare là dove il bisogno di esse è molto meno incalzante.
Ove però le repubbliche volessero pur dare alcuni onori a chi ottimamente scrive, innegabile è ch'elle sole li potrebbero dare veraci.
Se Sofocle, per esempio, avesse ottenuto dalla sua città, per legge vinta, di sedersi infra i più alti magistrati, o alcun'altra simile distinzione; essendo una tale particolarità accordata dai molti là dove i molti negarla o impedirla poteano, vero ed importantissimo onore, nobile e sovrano premio si dovea un tal privilegio riputare.
Ma, se un solo, a cui nessuno può, nè osa contraddire, accorda una qualunque distinzione, ella dee intitolarsi favore, e non mai onore; perchè non fa prova di merito niuno; e quindi potendola ottenere un inetto, e assai più facilmente che un sommo uomo, necessariamente diviene questa distinzione una macchia alla vera virtù.
Le sole repubbliche adunque onorare possono davvero i loro scrittori; i principi null'altro possono, se non se favorire e distinguere i loro schiavi.
Quindi, l'essere scrittore pubblicamente onorato in repubblica, attesta l'aver dilettato e giovato ai più; l'esserlo nel principato, attesta l'aver forse dilettato i più, ma l'avergli ad un tempo traditi, cercando con false massime di giovare ad un solo.
Ciò posto, se io risguardo Cicerone come semplice letterato, non lo biasimo quindi moltissimo dell'essersi voluto far console: eppure, per acquistare una tal dignità in quei tempi, molti raggiri, pratiche, e viltà, gli sarà convenuto adoprare; il che senza dubbio gli sarà riuscito di molto minoramento alla stima di se stesso, all'altezza dell'animo suo, e quindi ai suoi libri, alla sua fama, alla sua gloria.
Ma la maestà e importanza di una tale e fin allora legittima dignità; la nobil fermezza con cui la esercitò Cicerone; la difficoltà dei tempi; l'esser egli nato libero ancora, e perciò necessario membro della repubblica; e in fine, l'aver egli fra tanti torbidi con tanto calore e felicità coltivato sempre le sacre lettere; tutto questo ammirare e scusare e venerare mi fa Cicerone.
E credo, che ad ogni letterato perdonare e concedere si potrebbe, il volersi delle lettere far base e scala a divenir console in Roma a quei tempi: cioè, a divenir più grande, più importante, e possente di assai più largo nobile e legittimo dominio, che nol sono dieci dei nostri moderni re, presi a fascio.
Ma pure, nel perdonargli una tale ambizione, bisognerebbe confessare ad un tempo, che codesto scrittor-consolo nuocerebbe non poco alla perfezione dell'arte sua; e si dovrebbe pur sempre riguardare da chi è ben sano di mente, come un traditore delle lettere.
Costui dunque in suo cuore avrebbe creduto essere maggior cosa un console, che uno perfetto scrittore; e che quella pubblica carica, data da altrui, fosse più importante cosa che non la sua privata altissima carica di scrittore; carica che niuno può dare, nè torre: non si sarebbe ricordato costui, che dei consoli ve ne erano stati a centinaja, e che gli eccellenti scrittori ad uno ad uno e pochi si annoverano: e da questa sola colpevole dimenticanza del primato innegabile dell'arte sua sovra tutte, ecco tosto lo scrittore fatto minore della propria arte.
Tolta adunque ai letterati ogni speranza ambiziosa, o nociva nelle repubbliche; tolta loro ogni ambizione di onori e di ricchezze nel principato; ad essi non resta, oltre alla gloria, altri premj che non gli avviliscano, fuorchè i semplici onori nelle repubbliche.
E dico espressamente, i semplici onori; e non le cariche o dignità; perche queste non si possono ottenere senza gareggiare coi concorrenti; e il gareggiare, allorchè in virtù schiettamente non si gareggia, suppone sempre un raggiro, e delle pratiche non letterarie affatto, e indegne perciò d'un vero letterato.
Nè si possono le cariche o dignità esercitare a dovere, senza abbandonare, o sospendere e guastare gli studj.
Non è dunque scusabile mai, nè merita gloria quell'uomo, che sprezzatore si fa della propria arte.
E si avverta, che le Muse sdegnose non sublimano mai sovra gli altri colui, che non le apprezza e sublima sopra ogni cosa.
Dolce e grandioso spettacolo sarebbe stato, se Atene, in vece di uccidere Socrate, lo avesse fatto sedere pubblicamente in mezzo agli arconti, senza esserlo: così, se gl'Inglesi avessero a Locke e a Milton assegnato luogo in parlamento, senza formalità di elezione, nè esercizio di carica alcuna; ma ivi collocatili, quasi nazionali gemme, degne di rilucere tra il fiore di un colto e libero popolo.
Sono questi gli onori, che per essere parte di schietta gloria, potrebbero soli desiderarsi e riceversi dai letterati, senza veruno loro minoramento.
Se io potessi insegnar precetti di cosa non degna, circa agli altri premj tutti possibili ad ottenersi dal principe, a quei letterati, che poco degni di un tal nome volessero pure ottenerne alcuno, consiglierei che accettassero quelli soltanto, i quali più dalla persona del principe allontanandoli, meno d'alquanto gli avvilirebbero.
Ma, tra i premj e gli onori tutti che il principe può dare allo scrittore, il primo, il sommo, il solo che desiderare degnamente dallo scrittore si possa sia questo: "Che il principe, non togliendogli il pensare ed il dire, non approvi, non impedisca, e non legga i suoi libri."
CAPITOLO DECIMOTERZO.
CONCLUSIONE DEL SECONDO LIBRO.
Mi pare, che risulti da quanto ho detto in questo secondo libro, che i veri letterati non possono, nè debbono lasciarsi proteggere dai principi; perchè nessuno di essi ha soggiaciuto a tal protezione, senza un gravissimo scapito e delle lettere, e della propria eccellenza e fama.
E parmi anche aver dimostrato, che, a eguale ingegno, lo scrittore sprotetto soverchierà il protetto, e d'assai.
Ma le principali ragioni da me finora addotte, mi pajono venirsi tutte a ristringere in quest'una: "Che il principe e il letterato, e le arti loro, e il loro fine, essendo cose in tutto diverse e direttamente opposte, non si possono mai ravvicinare il protettore e il protetto, senza che il più debole vi scapiti e ceda."
Vero è, che la penna in mano di un eccellente scrittore riesce per se stessa un'arme assai più possente e terribile, e di assai più lungo effetto, che non lo possa mai essere nessuno scettro, nè brando, nelle mani d'un principe.
Ma, verissimo è altresì, che la penna perde ogni sua forza natía, ogniqualvolta non viene impugnata da uno scrittore non meno libero ed ardito, che ingegnoso, trasportato, ed esperto nell'arte sua.
Quindi è, che se il letterato ed il principe si fanno amici, il principe ne diventa tosto il più forte; ma se rimangono lontani, e nemici, quali la natura ed il vero gli han fatti, il più forte, il più terribile, il vincitor trionfante della onorevol battaglia, riuscirà pur sempre a lungo andare l'imperturbabile, impavido, e verace scrittore; ove per la illustre causa della umanità oppressa e schernita, soltanto ei combatta.
DEL PRINCIPE
E
DELLE LETTERE
LIBRO TERZO
ALLE OMBRE DEGLI ANTICHI LIBERI SCRITTORI.
Nessuno certamente di voi, onorati scrittori, che o liberi nascevate, o tali con più vostra gloria facendovi, liberamente scrivevate; nessuno di voi, certamente, crederebbe che in questi nostri tempi non solamente sorgesse la politica questione; Se le lettere possano per se stesse sussistere e perfezionarsi; ma che definitivamente dai più venisse creduto e sentenziato pel no.
E, per somma disgrazia nostra, col tristo e continuo esempio degli odierni scrittori, pur troppo si va finora confermando ogni giorno nel pensiero dei più questa falsa e funestissima impossibilità.
Io perciò a voi indirizzo questo mio terzo libro, come cosa vostra del tutto; poichè da voi soli, dalla energia dell'animo e dell'opere vostre, dalla forza primitiva dei lumi con che rischiaraste i contemporanei vostri ed i posteri, io spero trarre argomenti invincibili, che mi vagliano a combattere e distruggere questo universale servile assurdo: "Che le lettere, non possono, nè perfezionarsi, nè sussistere, senza protezion principesca."
Voi dunque o Socrati, Platoni, Omeri, Demosteni, Ciceroni, Sofocli, Euripidi, Pindari, Alcéi, e tanti altri incontaminati e liberi scrittori, inspiratemi or voi, non meno che salde ragioni, virile e memorando ardimento.
Quanto, necessarj mi siano, sì l'uno che l'altro, per convincere una così acciecata gente, ve lo potete argomentar da voi stessi, paragonando la presente questione a quella che ai tempi vostri si sarebbe più giustamente potuta innalzare, opposta in tutto alla nostra; e stata sarebbe: "Se le lettere, o nessuna virtuosa cosa, nascere, sussistere, e prosperare potesse nel principato."
Instrutti voi ora da me pienamente quale sia la total differenza dei tempi, piacciavi non solo di compatire a questa mia forse non meritata infelicità, del nascere servo; ma piacciavi ancora di porgermi ajuto, affinchè io uscire possa di servitù, e trarne i miei contemporanei scrittori, od i posteri.
Se io ardisco pur supplicarvi di rimirarmi con benigno occhio, e di scevrarmi dalla moderna turba dei letterati, una tale audacia in me nasce soltanto dalla mia propria coscienza; che se il destino mi volle pur nato in queste moderne età, per quanto in mio potere è stato, io sono tuttavia sempre vissuto col desiderio e con la mente nelle età vostre, e fra voi.
CAPITOLO PRIMO.
INTRODUZIONE AL TERZO LIBRO.
Benchè nei due superiori libri convenuto mi sia di toccare qua e là per incidenza la quistione che ora mi propongo di trattare, SE LE LETTERE ABBISOGNINO DI PROTEZIONE, non credo io perciò di dovermi esimere dal ragionarne ora più lungamente, e profondamente per quanto il saprò.
E siccome io dovrò munire il mio assunto di esempj e di prove, imploro preventivamente l'indulgenza de' miei lettori per alcune cose che mi bisognerà forse ripetere, a fine di togliere così del tutto le apparenti contraddizioni, che dai due libri antecedenti potrebbero alle volte risultare.
Avendo io nel primo consigliato ai principi di proteggere le lettere al modo loro, e nel secondo, ai letterati di non sottoporle a protezione veruna, spero di conciliare in questo terzo codesti due diversi pareri.
Ma certamente, ogni attento e scaltro lettore gli avrà anche già conciliati da se.
Avrà osservato che nel consigliare io i principi a proteggerle, ho bastantemente accennato di quali lettere io intendessi di parlare, e di qual protezione: ed era, di quelle mezze lettere, che per essere oggimai sparse ed allignate per tutto, impedire più non si possono; lettere, che per essere elle, non già il sommo prodotto dell'umano ingegno, ma il saggio appena di esso, e che nascendo già avvilite, e inceppate, non possono mai per ricevuta protezione menomarsi.
Così parimente avrà rilevato il lettore, che io nel consigliare, supplicare, e dimostrare ai letterati, che mai non debbono essi lasciarsi protegger dal principe, ho inteso di parlare soltanto a quei pochi, i quali avendo ali proprie per trarsi dalla classe volgare, se stessi e le lettere farebbero scapitare d'assai, se da vergognosa protezione invischiati rimanessero.
CAPITOLO SECONDO.
SE LE LETTERE POSSANO NASCERE, SUSSISTERE, E PERFEZIONARSI, SENZA PROTEZIONE.
Il solo titolo che promuove una sì fatta quistione, mi pare a bella prima una cosa interamente degna di riso.
Egli è lo stesso per l'appunto, come il muovere quest'altra: Se sia vero che abbiano esistito e scritto, un Platone, un Cicerone, un Locke, e la lunga serie di tanti altri e Greci, e Romani, ed Inglesi sommi; i di cui libri rimanenti e palpabili immediatamente la sciolgono.
Ma la viltà moderna, che si fa riparo ed usbergo di se stessa, non osa pure, abbenchè sfacciatissima, negare che tali lettere e sì perfetti letterati senza protezione nessuna esistessero; ma ella afferma bensì, ciò non potere oramai esser più, vista la differenza dei tempi e degli uomini.
Ed in prova di quanto asserisce, ne arreca gli esempj di diciotto secoli consecutivi; ed armandosi dei venerandi nomi di Virgilio, di Orazio, e degli altri dell'aureo secolo Augustano; e quindi dei nomi a noi non men cari, dell'Ariosto, Tasso, Bembo, Casa, e degli altri molti benchè inferiori posti pure a confronto co' grandi del secolo Leonino; ed in ultimo armandosi dei recenti nomi dei Corneille, Racine, Moliere, Boileau, ed altri del bel secolo gallico; a conchiudere ne viene la moderna viltà, che senza gli Augusti, i Leoni, e i Luigi, codesti sommi scrittori non sarebbero stati; e che altri simili non ne potrebbero rinascere, senza dei simili protettori.
Io discuterò da prima, se non ne potrebbero esistere dei simili a questi, senza protezione veruna; quindi, se non sarebbero molto migliori, cioè più utili, que' sommi scrittori, che in quasi nulla si assomigliassero a questi, e in quasi tutto si assomigliassero a quelli del secolo d'Atene.
E incomincio, col domandare: "Qual parte dell'ingegno e del libro di Orazio e di Virgilio era loro somministrata da Augusto?" Mi si risponde: "L'ozio, e gli agj, e quella pubblica stima, necessaria pur tanto al ben fare: e n'ebbero in oltre, i molli costumi di una splendida corte, la purità ed eleganza di un aureo sermone, che soltanto si può creare o perfezionare nelle corti." Cioè (interpreto io la parola, nelle corti) in que' tristi luoghi, dove gli uomini pel troppo desiderare e temere, nulla vagliono; dove, pel molto conoscersi ed odiarsi fra loro, e dal non ardirsi mostrare a viso scoperto il loro vicendevole dispregio, ne cavano i sottili e delicati modi di offendere, di lusingare, di chiedere, di negare, e di prendere.
E questi sottili modi dappoi (perchè la tirannide, finchè non è giunta al sommo, non ritorna mai indietro) dai popoli, che nascendo dopo, nascono più schiavi ancora dei precedenti, vengono qualificati e reputati in appresso come la vera perfezione dell'eleganza del favellare.
Ecco dunque quanto può aver somministrato Augusto a Virgilio e ad Orazio.
Ma poniamo, che Virgilio ed Orazio, fossero nati cavalieri romani, bastantemente provvisti dei beni di fortuna, e altamente educati, non avrebbero essi potuto senza Augusto scrivere con la stessa eleganza, e pensare qualche cosa più? Così l'Ariosto ed il Tasso, senza gli Esti, in Italia; Corneille, Racine, e Moliere, senza i Luigi, in Francia? Costoro dunque avrebbero, per se ed in se stessi, avute tutte le facoltà del loro ingegno per iscrivere, e ad un tempo tutti i mezzi che a loro venivano somministrati dai protettori; ma di più avuta ne avrebbero tutta quell'altezza d'animo che è sì necessaria al fortemente pensare, al fortemente sentire, ed al dir fortemente: e questa suole esser figlia soltanto degli indipendenti natali; e questa mai non s'impara: ma questa bensì dai protettori necessariamente si viene a togliere a chi da natura l'avesse; nè questa in somma si potrà mai da nessun protettore prestare a chi non l'avesse.
Degli scrittori adunque simili a Virgilio Orazio, Ariosto, Tasso, Racine, Moliere, &cc., ne possono nei nostri, come in tutti i tempi, sussistere e fiorire senza protezione veruna, tosto che bisognosi di essa non nascono.
Ora, perchè dunque sempre gridare, che non vi sono Mecenati? che, se vi fossero.....
Quanto più ragionevole grido sarebbe il dolersi, che nella classe dei ben nati ed agiati uomini non vi siano degli animi forti innestati sopra forti ed acuti ingegni: poichè chiarissima cosa è, che alto animo, libere circostanze, forte sentire, ed acuto ingegno, sono i quattro ingredienti che compongono il sublime scrittore; ma non mai la mediocrità innestata su la protezione.
Ma, se pure alcuno di questi sopra nomati, avvedendosi in tempo d'avere queste quattro doti, si riscuote, e si pone all'impresa, chi può negare che quegli senza Mecenate nessuno il tutto farà? e che tanto maggiormente il farà, che niuno protetto schiavo? Ora, perchè mai questi nobili o ricchi, e non stolti, che tanto orgoglio insultatore dispiegano nella pompa del loro servaggio; perchè costoro, con più vera nobiltà d'animo, non si fanno eglino, non protettori inetti di lettere, ma valenti letterati e scrittori essi stessi, e protettori quindi efficaci della verità e degli uomini? Ben altri mezzi avrebbero costoro nel principato, che ogni altr'uomo natovi umile e povero.
Ma il timore, che maggiormente può in chi più ha, li disvia e impedisce; oltre che il nascere, per opinione stolta, fra i primi, toglie lor quell'impulso e quel divino furore di volersi far primi per realità.
Ma, se pure il timore non concederà ai nobili o ricchi di divenire nel principato sublimi scrittori di feroci verità, qual cosa mai potrà loro impedire di assomigliarsi ai Virgilj, agli Orazj, Ariosti, Tassi, Racine, e simili? Si noti in oltre, che questi nobili facendosi scrittori, a eguale ingegno, tosto maggiori sarebbero di quelli non nobili e poveri: poichè, come non necessitosi, e assai men dipendenti, mondati sarebbero ed essi e i loro libri dalla feccia della vile adulazione e della sfacciata menzogna.
Ma i nobili e i ricchi nel principato, non vogliono essere (pur troppo!) nè poeti filosofi, nè semplicemente poeti.
Quindi, vedendo io che in tale governo, chi ha più mezzi per coltivare le lettere, meno le coltiva; e vedendo, che vi si danno solamente coloro che a ciò fare hanno tutti gli ostacoli; o quelli, che mossi da un mediocrissimo impulso d'ingegno, sospinger si lasciano da un impulso assai più incalzante, dalla necessità, che è morte in parte del primo; verrei facilmente a conchiudere: "Che le lettere nel principato, ancorchè protette, non vi possono sussistere se non a stento, e male, e posticcie; appunto, per quella necessaria protezione che elle vi ricevono." Il che mi pare assai diverso dal non potere esse sussistere senza protezione.
Venendo quindi alla seconda parte del mio assunto, brevemente dimostrerò, che quegli scrittori che farsi saprebbero dissimili dai sopra mentovati scrittori cortigiani, sarebbero assai migliori di essi.
Chi vuole con imparzialità riflettere ed attribuire gli effetti alle vere cagioni, ed a ciascuno restituire il suo, è pur costretto a dire; che, sì il nascimento come la perfezione delle lettere, sono stati frutto da prima di libertà, e non di principato: ma, che i principi trovandosele poscia tra' piedi, le hanno, col proteggerle, assai più deviate al mero diletto, che non accresciutele col farle più utili.
E gli esempj pure una tal cosa ci provino.
Virgilio ed Orazio tolsero bensì le invenzioni ed i metri dai Greci; ma da Augusto e dai loro tempi null'altro ne trassero che la timidità e la lusinga; e non ardirei aggiungervi, l'eleganza; poichè certamente questi due autori, come tutti gli altri Latini, più assai ne accattarono e ne trasportarono nel loro idioma dal Greco, che non dal bel favellare di Augusto e de' suoi cortigiani.
La più nobile parte di questi due eccellenti scrittori era dunque in loro trasmessa dalla passata greca libertà; la peggiore e la men necessaria, dal loro presente servaggio.
Così l'Ariosto ed il Tasso, che sono pure le due gemme del nostro bel secolo, presero dai nostri antichi, Dante, Petrarca, e Boccaccio, le invenzioni, i metri, e di più tutto il nerbo, il fiore, e la eleganza del favellare, che già si era perfezionato in Toscana, senza nè l'ombra pure di niuna medícea protezione.
Ma, da essi stessi, e dai loro protettori, e dai tempi, altro non presero l'Ariosto ed il Tasso fuorchè il timore, le adulazioni, il poco e debolmente pensare.
E così in Francia gli eleganti scrittori, benchè non vi appajano se non sotto l'apice della tirannide di Lodovico decimoquarto, non sono per ciò figli di essa: ma, le lettere preparate già nel precedente meno avvilito secolo, fiorirono poscia in quello; e, a dir vero, più assai vi fiorirono per forza d'imitazione dei Greci, Latini, e Toscani, che non per forza di protezione.
Che la protezione, in somma, altro ajuto non può dare ai letterati, fuorchè i mezzi d'investigare, traspiantare, e farsi (ma deviandole) proprie, quelle lettere già nate, coltivate, e perfezionate senza protezione nel seno della creatrice libertà.
Ma questo triplice incalzante esempio di Dante, Petrarca, e Boccaccio, che non fiorirono sotto nessun principe, più che niun altro è atto a terminar la questione.
La lingua toscana si è fatta colossale in mano di questi tre grandi, che per proprio impulso scrivevano, e non protetti: nelle loro mani riuniva questa lingua in se stessa la maggiore eleganza e delicatezza alla maggior brevità ed energia: ed ecco che la toscana, come la greca, perfezionavasi senza macchia di protezione.
Ma nei due secoli susseguenti l'italiana letteratura essendo dai protettori traviata, poco o nulla si accrebbe la lingua quanto alla nuda eleganza, e tutto perdè quanto al sugo, brevità, e robustezza.
In oltre, questi stessi tre sommi scrittori mi vagliano anche per una viva prova della immensa superiorità degli ingegni sprotetti sopra i protetti, A volersi convincere di quanto questi tre, e massime Dante, soverchiassero tutti i nostri seguenti scrittori, sì pel robusto pensare e forte sentire, che pel libero e ardito inventare, e per la eleganza e originalità di locuzione, credo che basti il metter loro a confronto l'Ariosto ed il Tasso come i due migliori che a quelli succedessero.
E lascierò anche giudice colui, che sarà il più parziale di questi, se ci sia in essi cosa, e massime quanto alla locuzione e al concepire, che si possa agguagliare all'Ugolino, e ai tanti altri squarci non meno perfetti, ma meno conosciuti, di Dante; ovvero, ai perfetti sonetti, canzoni, e squarci dei trionfi del Petrarca.
E giudice lascio parimente ciascuno, se il Tasso e l'Ariosto scrivendo fra i ceppi di corte, avrebbero ardito mai concepire quei veracissimi sonetti del Petrarca su Roma, o le tante satiriche, ma vere e libere terzine di Dante; ed anche quel solo suo verso su Roma; Paradiso, canto 17, verso 49.
Là dove Cristo tutto dì si merca:
e così, se l'Ariosto e il Tasso avrebbero senza l'ajuto di quei nostri due primi, e con l'ajuto dei soli loro Esti, inventata e condotta a sì alto punto la lingua.
Ma giudichi pur anco chiunque all'incontro, se quegli stessi Dante e Petrarca, nati due secoli dopo, e preceduti già da due altri Danti e Petrarchi, non avrebbero anch'essi potuto eseguire i due poemi dell'Ariosto e del Tasso, e forse qualche cosa anche meglio: mentre a me par dimostrato, che l'Ariosto e il Tasso, o sia per l'essere stati protetti, o per l'essere nati minori, non avrebbero potuto mai eseguire molte canzoni, trionfi, e squarci liberi e forti del Petrarca, e nulla quasi del maschio, e feroce poema di Dante.
E mi conviene pure osservare di passo, che in codesto poema di Dante era facile a chi fosse venuto dopo lui di emendare o sfuggirne le bizzarrie e le incoerenze; ma non mai di agguagliarne le infinite stragrandi bellezze.
E circa al Petrarca, si osservi, che ancorchè andasse egli vagando di corte in corte, non essendo tuttavia inceppato in nessuna, non si contaminò quindi nè di adulazione, nè di falsità.
Attribuisco io ciò, al non essere egli nato suddito di nessun di quei principi, in corte di cui praticava; al non essere i principi d'allora così immensamente assoluti, nè così oltraggiosamente distanti dai privati, come i nostri; poichè il re Roberto di Napoli, che poetava egli stesso, (e Dio sa come) più amico era e compagno, che non protettor del Petrarca: lo attribuisco in fine all'animo stesso del poeta, che per non essere egli nato in servitù, ancorchè perseguitato poscia dalla fortuna e bisognoso d'ogni cosa, non potè pure mai in appresso in nessun modo smentire i suoi non servi natali.
Il Tasso all'incontro, nato figlio d'un segretario di un principuccio di Sorrento, ancorchè d'alto animo ei fosse, si trovava pure abbagliato dalla corte dei principotti estensi, che bisognoso di tutto lo aveano raccolto.
Ma d'una in un'altra prova, e seguendo io oramai più assai l'impeto del cuore che l'ordine delle ragioni, parmi pure che due se ne presentino a me così forti, che bastino sole a provare l'assunto di questo capitolo.
Per convincere anche i più ostinati, che degli scrittori simili a Virgilio ed Orazio ne possono pure nascere e sussistere senza protezione, basta l'esempio del nostro Petrarca.
Questi, per quanto le moderne povere e inceppate lingue ardiscano correre a prova delle due bellissime antiche, diede alla nostra una tale lirica sublimità ed eleganza, che non si andò mai più oltre.
Il divino Petrarca, nel fraseggiare imitato con poca felicità, e con assai minore negli affetti, non è tuttavia niente sentito nè imitato nell'alto e forte pensare ed esprimersi; anzi, sotto un tale aspetto non è conosciuto se non da pochissimi.
Così, a convincere che degli scrittori meno simili ai sopraccennati dei tre ultimi bei secoli, ma più simili a quelli del secolo primo d'Atene sussistere potrebbero e perfezionarsi nei moderni tempi, basti soltanto l'esempio di Dante.
Se questo poeta non agguaglia sempre gli scrittori d'Atene nell'eleganza o delicatezza, o sia che nol voglia, o che nol creda necessario, o che inventando egli stesso la propria lingua nol possa; non resta certamente egli mai indietro di loro nella profondità, nell'ardire, nell'imitazione, evidenza, brevità, libertà, ed energia; qualità, che quasi tutte non ammettono principato, o che certo almeno protezion non ammettono.
E se in una nazione due Danti consecutivi nascessero, il secondo ritroverebbe certamente il non plus ultra della letteratura; e tali due scrittori farebbero pensare gli uomini assai più, che non dieci Orazj e Virgilj.
Da quanto ho allegato finora, o siano ragioni, o sian fatti, mi pare (se pur non m'inganno) che non solamente possano sussistere le lettere e perfezionarsi senza protezione, ma che la sublimità di esse non possa veramente sussistere sotto protezione.
E di Dante mi sono prevaluto per prova, perchè io molto lo leggo, e mi pare di sentirlo, e d'intenderlo: di Omero, di Sofocle, o di altri simili massimi e indipendenti scrittori mi sarei pure prevaluto per prova, se nella loro divina lingua mi fosse dato di leggerli.
Ma in Dante solo mi pare d'aver io bastantemente ritrovata la irrefutabile dimostrazione del mio assioma; poichè Dante senza protezione veruna ha scritto, ed è sommo, e sussiste, e sempre sussisterà: ma nessuna protezione ha mai fatto, nè vorrebbe, nè potrebbe far nascere un Dante.
Potrebbe la protezion principesca bensì, dove un tanto uomo nascesse, impedirlo; pur troppo!
CAPITOLO TERZO.
DIFFERENZA TRA LE BELLE LETTERE E LE SCIENZE, QUANTO AL SUSSISTERE
E PERFEZIONARSI SENZA PROTEZIONE.
Ma infino ad ora ho parlato delle lettere in tal guisa, che ognuno può veder, chiaramente, che sotto il nome di esse non ho inteso mai di comprendervi le scienze esatte.
E facendo io la rassegna di tanti uomini sommi, lo aver finora sempre taciuto i venerabili nomi di Euclide, di Archimede, di Galileo, e in ultimo del divino Newton, sia questa la maggior prova che io, nel dir LETTERE, non ho mai preteso dire SCIENZE.
Di queste mi conviene ora parlare tremando, come quegli che è intieramente digiuno di tutte.
Ma siccome mi tocca il ragionare, non delle scienze prese in se stesse, ma delle loro vicende influenze ed effetti; io, guidato dal solo lume di verità e di ragione, spero in questo mio dire di non dovere errare molto più, che all'uomo non arrogante soglia venir fatto di errare.
Le scienze dunque, che io così definirei; Gli arcani e le leggi della natura dei corpi, investigate e spiegate, per quanto il possa l'intelletto dell'uomo; le scienze dico, mi pajono una provincia di letteratura affatto da se, e interamente diversa dalle belle lettere, che io per contrapposto definirei: Gli arcani, le leggi, e le passioni del cuore umano, sviluppate, commosse, e alla più alta utile e vera via indirizzate.
Diversissimo è dunque il tema che trattano queste due arti; e quelle avendo ad investigare i corpi sensibili, queste a commuovere le intellettuali passioni; consecrandosi quelle allo scoprimento di palpabili verità, queste al rimettere sempre in luce le verità morali già bastantemente dimostrate dai buoni ed alti esempj, ma sempre pure dalla malizia e reità d'alcuni uomini alterate, nascoste, scambiate col falso, impedite, perseguitate, o sepolte; nasce da questo diversissimo loro uffizio una diversità non picciola di vicende e di effetti, ancorchè i mezzi dell'une e dell'altre ne siano pur sempre lo ingegno e la penna.
Di questa diversità di vicende e d'effetti mi conviene ora ragionar lungamente, per sempre più munire di salde incontrastabili prove quanto finora ho asserito delle lettere.
Le scienze, come ogni altra egregia cosa, ci derivano anch'esse dai Greci: vale a dire da uomini liberi.
E pare in fatti, che al ritrovamento dei principj nascosti e sublimi delle cose, si richiegga un così grande sforzo di pensare, che nel capo d'uno tremante schiavo sì alta e difficile curiosità non sarebbe potuta entrare giammai.
Ma pure, posati una volta i principj delle scienze, la influenza delle fisiche verità sovra lo stato politico riesce così lenta e lontana, e perciò vien così poco impedita dalla tirannide, ch'io non dubito punto che se Newton con lo stesso suo ingegno e con la dottrina che lo precedeva, fosse anche venuto a nascere, o a traspiantarsi nel più servile governo d'Europa, egli avrebbe nondimeno potuto creare tutto il sistema suo, quale per l'appunto il creava nel seno della libertà dove nacque.
Ma nel dire io, con la dottrina che lo precedeva, mi par dimostrare ad un tempo che la libertà era pur sempre necessaria a quei primi scienziati scopritori delle leggi dei corpi, per crearle; ma non necessaria ai susseguenti per ampliarle, spingerle all'ultima possibilità, ed anche, con gli stessi già scoperti mezzi affatto variandole, in un certo modo, di bel nuovo crearle.
Il posare dunque i loro principj, lo inventare, o il primo ritrovare, egli è quel tal pregio, in cui e le lettere e le scienze ebbero tra loro comune la sorte; pregio che ottener non poteano se non in un libero governo fra uomini molto e arditamente pensanti.
Ma, nel loro progredire poi, le une dalle altre si scostano, quanto i due scopi ch'elle si propongono dissimili sono fra se, e quanto sono diversi i soggetti ch'elle trattano; cioè la materia, e il morale delle cose.
E in fatti, le lettere sono pervenute al loro sommo apice nella libertà, non protette; le scienze, par che facessero lentissimi progressi fra quei due sovrani popoli, greci e romani, mentre altissimo splendore acquistarono poscia nei moderni principati, dove non libere crebbero e protette.
Nè a questa asserzione si abbisogna d'altra prova, fuorchè di paragonare nei loro libri ed effetti la fisica, la geometria, l'astronomia, l'algebra, la nautica, l'anatomia, la botanica, e quasichè tutte le altre scienze degli antichi, con le simili dei moderni: e ad un tempo paragonare il valore, l'influenza e gli effetti delle lettere nei moderni principati al loro valore, influenza, ed effetti nelle antiche repubbliche.
Non occorrendo dunque per ora il discutere quanto ai fatti, parmi, che ne siano prima da investigar le cagioni.
Tra queste, la più chiara ed innegabile stimo, o credo almeno di ritrovarla da prima, nella parola da me soprammentovata nel definire le scienze: LEGGI DEI CORPI.
Molti e molti secoli di non interrotta applicazione divengono necessarj al bene investigare e al sanamente stabilire tai leggi; e chi ciò fa, nulla altro può nè dee fare.
Molte generazioni di uomini non interrotti nè sturbati, son dunque necessarie consecutivamente, affinchè una legge qualunque di corpo riceva infallibili prove ed evidenti dimostrazioni.
È necessario quindi un lungo ozio, ed una intera quiete in quella nazione che dee progredire nelle scienze: sono oltre ciò necessarie infinite spese, invenzioni ed esecuzioni costose di macchine, infinite esperienze, sterminati viaggi, espresso favore dei governi, e somma tranquillità e protezione per gli osservatori: il che tutto, suppone più assai principato, che repubblica,
Le vere antiche repubbliche, non che premiarlo, non tolleravano un uomo che col consiglio e con la mano non cooperasse all'utile presente di tutti.
E l'utile che si ricava dalle scienze, è uno di quelli (come fra poco spero di mostrare) che appurar non si possono o non si sanno dall'universale, finchè l'applicazione della scoperta verità praticata non venga.
Nelle repubbliche dunque, quasi nessuna opera dell'ingegno ben allignare potea, fuorchè l'insegnare e il cantare la vera virtù; come nel principato tutte allignare vi possono, e vi allignano, meno questa.
Ma, che le scienze per veramente prosperare abbisognassero di molta protezione e favore, ne sono indubitabile prova i giganteschi progressi fatti da esse nei moderni principati.
Così il deterioramento delle lettere, o il loro scopo affatto scambiato, o tanto più debolmente ricercato nelle moderne servitù, sono indubitabile prova, che non solamente esse non abbisognano di protezione o favore, ma che immenso danno ne ricevono.
A corroborare quanto io asserisco concorrono a gara le diverse accademie di scienze e di lettere, seminate nei principati d'Europa, che di effetto così diverso fra esse riescono: le prime diedero e danno in ogni parte gran lumi e grandi scienziati; dalle seconde non è uscito mai un grand'uomo; ma se pure alcun grande è stato da esse allacciato e fatto entrar nei lor ceti, di tanto minore lo han fatto, col dargli questa cittadinanza di raddoppiato servaggio.
E ben vede ciascuno, semplicissimamente osservando, che una tal differenza sta tutta nella sola definizione di questi due generi.
Le leggi dei corpi non offendono il principato; le leggi e passioni dell'uomo, alla loro più vera e utile via indirizzate, il principato annullano e sradicano.
Dai principi quindi protette sono le scienze per veramente inalzarle; protette le lettere, per avvilirle, deviarle, ed opprimerle: poichè annichilare affatto elle pur non si possono, finchè ci son uomini che leggere sappiano, e passioni che sovra il loro cuore ruggiscano.
Provano dunque, e con prova di evidenza, i semplici fatti; che la protezione non solamente non nuoce alla perfezione delle scienze, ma che le giova non poco; e che al contrario sommamente ella nuoce alla più divina parte delle lettere, cioè alla verità e all'utile che da esse può ridondare.
Ma ciò non mi basta; e più oltre spingendomi, dico; che senza protezione non avrebbero mai prosperato le scienze; e che non hanno prosperato mai vere lettere, dove protezione elle avessero.
E di passo mi conviene osservare, che la protezion principesca nuoce moltissimo alle lettere anche nella persona di quello stesso scrittore, che non la ricerca.
Il proteggere è sinonimo del potere; l'assai potere cagiona sempre il timore.
Quel potente che, ricercato, proteggere può un dato scrittore menomandolo, pur troppo può, se egli ne vien dispregiato, impedir lo scrittore, ed opprimerlo.
Dalla parola PROTEGGERE non si dee perciò mai scompagnare la parola IMPEDIRE; poichè chi non vuole essere protetto, sarà certamente impedito; ove egli così lontano non si ricoveri, che non meno l'ira che la protezione arrivar non vel possano.
Ma un'altra evidentissima prova che niuna scienza avrebbe mai prosperato senza protezione, si è, che nessuna traccia di scienza si vede allignare nelle contrade d'Oriente che totalmente son serve, e dove niuna util cosa non è nè conosciuta nè protetta.
Al contrario, a provare che le lettere nascono e prosperare possono senza protezione, basta il vedere che fra quelle stesse nazioni serve e barbare d'Oriente, vi sono pure nate e vi allignano a dispetto di un sì mostruoso governo, in un certo modo, le lettere.
Le nazioni tutte e le più oppresse dall'assoluta autorità, e fra le altre principalmente la ebraica, hanno avuto poeti; e nei loro torbidi civili, hanno avuto oratori e politici; e benchè filosofi di professione la servitù non ammetta, pure una certa filosofia naturale si è anche fatto strada fra quei soggiogati poeti, oratori, e politici; e forse era quella, che li trasmutava in profeti.
E quanti altri filosofi vi saranno stati e vi sono tuttavia fra quelle stesse barbare e serve nazioni, i quali conosciuti non sono perchè non sono stampati? Il conoscere e studiare il cuore dell'uomo viene, o più o meno, concesso dalla natura a tutti gli uomini che ottusi non siano; nessun lo può togliere; e ognuno per semplice forza d'intelletto si può in così alta scienza perfezionare da se.
Abbenchè raro e più difficile, è dunque possibile il pensare, il sentire, lo inventare, e lo scrivere da se, anche all'uomo che nasce il più schiavo.
Ma non si sono visti giammai, nè mai si vedranno, sorgere degli alti matematici dove non ci siano scuole e protezione di governo: nè si sono mai scoperte importanti verità nelle scienze, se i potenti non vi hanno prestato la mano.
I moti dei pianeti, la forma del globo, la costruzione e armatura delle navi, le virtù dell'erbe, la meccanica analisi del corpo umano, la diversità degli animali e dei climi, &cc.
&cc.; queste scoperte tutte, noi le dobbiamo non meno alla borsa del principe, che all'ingegno dell'osservatore, il quale o nulla o pochissimo avrebbe scoperto senza l'ajuto di quello.
Ma il nudo corredo di un vero letterato, che tutto ritrova in se stesso, e quali per esempio furono Omero e Platone, altro mai non fu nè dev'essere, fuorchè ingegno, salute, pochi libri, e libertà moltissima.
Cose tutte, che il principe può torre, impedire, o scemare, ma non mai dare, nè accrescere.
Fra gli scienziati tuttavia il gran Newton è una eccezione ad ogni regola; egli è figlio di se stesso; le sue scoperte non si ardiscono intitolare col nome dì progressi; elle sono creazioni: e quella somma di lumi, che i dotti in tale materia dicono aver egli attinta dal Galileo, e dal Bacone, o da altri, non mi risolvo io a crederla assolutamente la cagione di tutti i nuovi lumi da lui ritrovati, ma una parte soltanto di detta cagione: talchè, se anche mancato gli fosse codesto ajuto, avrebbe egli con tutto ciò tentato un nuovo sistema, che sarebbe forse riuscito alquanto meno perfetto, ma sempre grande, straordinario, e ad ogni modo veramente ben suo.
Ma, benchè questo insignissimo promotore delle scienze, non avendo in apparenza altro corredo, che quello stesso che s'ebbero Omero e Platone, senza nessuna espressa protezione abbia potuto scoprire e creare la vera anima dell'universo; con tutto ciò non mi rimuovo io in nulla dal parer mio, che le scienze non possano fare da se; poichè a Newton fu pure accordata (e necessaria gli era) quella tacita protezione che sta nella quiete libertà e sicurezza.
Ma, per averla egli ottenuta da una nazione libera, di tanto più giovevole, ed onorevole gli è stata una tal protezione, che se ottenuta l'avesse dall'assoluto capriccio di un principe.
A convalidar quant'io dico, mi si appresentano tosto gli esempj di Galileo e di Cartesio, i quali, o per non aver avuto protezione, o per averla avuta equivocamente dai principi, non andarono esenti da molte altre persecuzioni e disturbi; e quindi da infiniti ostacoli.
Mi viene ora osservato, che parlando io dei capi-setta innovatori nelle scienze, me li conviene in gran parte sottrarre dalle leggi, a cui ho sottoposto le scienze stesse; e chiaramente vedo, che le loro vicende accomunare si debbono a quelle dei letterati; poichè, come filosofi, un così splendido loco riempiono degnamente fra essi.
Questi pochi innovatori-creatori si debbono dunque in tutto eccettuare da quegli altri tutti, che nelle scienze esatte, dotti soltanto dello scibile, e facendo pure alcuni benchè impercettibili passi più in là del di già saputo, si debbono quindi riputare come le vere ruote dei progressi delle scienze.
Questi sono gli scienziati proteggibili e protetti: ed a questi, l'esserlo può sommamente giocare.
Ma gli altri, come Euclide, Archimede, Newton, Galileo, e Cartesio, interamente corrono la vicenda dei letterati.
Onde, se hanno avuto (come i tre primi) la fortuna di nascere in paesi liberi, di poco altro abbisognano che di essere lasciati fare; ma, se nati sono (come i due ultimi) in terra di servitù, facilmente saranno dalla civile e religiosa potenza perseguitati e impediti più assai che protetti; e in fatti, perseguitati e impediti furono questi due ultimi.
Lo inventare dunque sistemi nella scienza dell'universo soggiace in tutto alle stesse vicende, a cui soggiace lo scoprimento delle proibite morali verità: ma il semplice aggiungere alcuna cosa ai già scoperti e dimostrati sistemi, e il far progredire le scienze, principalmente nella natura dei corpi a parte a parte pigliandoli, in tutto soggiace alle vicende annesse al coltivare le verità non offendenti l'assoluto potere, come quelle che in nulla influiscono sopra lo stato politico, e in nulla migliorano la proibita scienza del cuore dell'uomo.
CAPITOLO QUARTO.
SE ABBIA GIOVATO MAGGIORMENTE LA PERFEZIONE DELLE SCIENTE AI POPOLI SERVI MODERNI, O LA PERFEZIONE DELLE LETTERE AI LIBERI ANTICHI.
Paragonate ho fin quì le lettere e le scienze fra loro nella origine, cagioni, mezzi, e vicende: mi resta ora a paragonarle nei loro diversi effetti.
Da questi principalmente potrà ogni uomo tra l'une e l'altre giudicare quali più importanti siano ed utili; e quali, sotto un tale aspetto, debbano necessariamente più apprezzarsi dagli uomini, e meno temersi dai principi.
Dalla dottrina di Euclide e di Archimede, ne risultava quasi perfezionata la geometria sublime.
Ma la geometria triviale e la più necessaria (cioè le primitive leggi delle linee) era già ben conosciuta da tutte le nazioni anche barbare, senza ch'elle ne sapessero pure il nome.
Così ai nostri tempi, i popoli i più idioti e rozzi fabbricano pure tuttavia e case, e tetti, e carri, ed aratri, ed ogni altra stromento di prima necessità; geometri in ciò, senza punto avvedersene.
Da quei grandissimi abbiamo noi dunque ricevuto la geometria sublime, che d'ogni altra scienza è base e radice.
Per mezzo di essa si ebbe poi la misura dei pianeti, se ne calcolarono i moti, e le cagioni di tai moti furono assoggettate a inalterabili leggi dall'ingegno dell'uomo, che certo più oltre giungere non potea.
Quindi la perfezione di tante arti minori; la navigazione spinta alle estremità tutte del globo, e i limiti di esso trovati angusti dalla moderna cupidigia: quindi la Fisica e la Storia naturale così maravigliosamente ampliate.
Cose tutte in vero grandiose, e per cui, i Romani, credutisi signori del mondo, assai piccioli si troverebbero se potessero ora convincersi co' loro occhi qual menoma parte di questo globo occuparono, e qual minima parte dell'universo è dimostrato essere questo globo stesso dalla investigazione rettificata della universale armonia dei corpi celesti.
Gran pascolo alla insaziabile umana curiosità; la quale pure, per quanto ai fonti della verità si disseti, vede e tocca ogni giorno con mano, che quanto più si sa, più ne rimane a sapersi.
Che se le leggi dei moti dei corpi, scoperte e dimostrate, lusingano pur tanto la superbia dell'uomo, la ignota cagione di esse leggi, e la sola terrestre generazione delle piante e degli animali, nascoste entrambe negli arcani di una profondissima notte, assai più lo lasciano avvilito e scontento.
Risulta dunque dalle scienze perfezionate questo immenso umano sapere; a cui nondimeno, affinchè il tutto si sappia, rimane assai più strada da farsi che non se n'è fatta.
E da questo sapere, qual ch'egli sia, risulta ai moderni popoli l'utile dimostrato della navigazione e del commercio, in cui superano pur tanto gli antichi.
Ma, dalla navigazione e dal commercio ci derivano ad un tempo le infinite arti superflue, lo sterminato lusso, e i tanti infami suoi figli, per cui siamo in ogni politica e morale virtù inferiori di tanto agli antichi.
Nè da questa universale perfezione delle scienze mi pare che le umane società ne abbiano in quasi nulla ricevuto la perfetta o maggiore utilità delle necessarie instituzioni.
Dalla meccanica più raffinata, e quindi dalla perfezione dei rurali strumenti, L'AGRICOLTURA, quell'arte necessaria e divina che la base è di tutte, non ha perciò ricevuto quell'accrescimento che ella promettere parea: e perchè? perchè migliori erano le generose braccia di un libero agricoltore con un pessimo aratro, che non con un ottimo le vili braccia di un mal pasciuto schiavo.
Ed in fatti, in queste nostre scienziate e serve regioni, si vede per lo più la stessa quantità di terrà nutrire un assai minor numero di uomini, che non ne nutriva fra le antiche poco scienziate, ma libere.
Dalla Fisica rettificata e ampliata, dalla Botanica così immensamente estesa, dalla Anatomia perfezionata, dalla Chimica tanto insuperbita, e da tante altre simili scienze, LA MEDICINA, che è la seconda arte necessaria ai corpi umani, non ne ha per ciò ricevuto dimostrabile accrescimento di utilità.
Moltiplicati sono i libri, ed i medici, ed i malori; ma le mortalità sono pur sempre o le stesse, o maggiori; niente di più, o forse men lungamente, si vive fra noi popoli dotti moderni, che fra i rozzissimi antichi; e dopo un lungo ragionare, osservate, e scrivere; dopo la stessa circolazione del sangue scoperta e dimostrata; bisogna pure con certezza d'imparziale giudizio venirne a conchiudere, che la poca scienza medica possibile a dimostrarsi, stava già quasi tutta nel libriccino di Ippocrate.
LA CHIRURGIA pare aver fatto molti più progressi; e certamente gli ha fatti sopra i tempi barbari di mezzo infra i Romani e noi; tempi in cui ogni scienza ed arte perduta si era: ma come sappiamo noi se bene o male operassero gli antichi chirurgi delle colte nazioni? Ogni giorno, con lo scoprimento di inscrizioni, o di pitture, o di instrumenti, o di altro, ci disingannano gli antiquarj su le invenzioni di molte cose moderne, che privativamente ci andavamo attribuendo.
Ed ecco, a un di presso, gli utili divini effetti che le scienze, di tanto accresciute, hanno recato ai moderni popoli.
Esaminiamo ora gli effetti, che hanno arrecato le lettere ai popoli liberi antichi; e fra loro paragonandoli, poniamo in chiaro, se maggiormente giovassero a quelli le lettere, o a noi le scienze; e così, se più nuocesse a quelli la ignoranza nelle scienze, o a noi il deviamento delle lettere.
Atene, tal ch'ella fu colla sua sublimità e con i suoi difetti; Atene madre d'ogni sforzo di politica virtù, madre di un così bel vivere e libero e civile; Atene in gran parte era pur tale creata da Solone.
E Solone, non uomo scienziato, ma letterato era e filosofo; e il cuor dell'uomo profondamente studiato e conosciuto avea, più assai che le leggi dei corpi.
Ma, Solone, in un tale e sì importante studio, quanto non avrà egli imparato da Omero profondo conoscitore, descrittore, e commovitore sovrano di tutte le umane passioni ed affetti? E Socrate quindi, e Platone, e Aristotile, e Sofocle, ed Euripide, e Demostene, e Tucidide, e Pindaro, e tutti in somma i sublimi filosofi e letterati di Grecia, figli essi stessi di libertà e dì virtù, non furono poscia costoro in ogni tempo, a chi ben li lesse e sentì, un possente stimolo un irresistibile incentivo al praticare, amare, e difendere la libertà e la virtù? Ed ogni bel vivere civile, ogni virtuoso sforzo dell'uomo, ogni vera e durevole felicità, ogni importante superiorità di un popolo su l'altro; queste cose tutte, non sono elle nate pur sempre da libertà e da virtù? e non sono elle sempre sparite all'apparire della schiavitù, e dei vizj che di necessità ne derivano?
Veniamo ora a Sparta.
Quella sua maschia feroce virtù e libertà, che sì lungamente durò con maraviglia dei Greci stessi, avvezzi pure a raccogliere il frutto delle ben fatte e ben osservate leggi; quella sublime Sparta, non era ella interamente figlia di Licurgo? E Licurgo, quale altra scienza coltivò mai nè conobbe, fuorchè quella del cuore dell'uomo, e del retto? Che se Sparta in appresso non volle ammettere letterati nessuni, ciò fu, perchè inutili affatto i veri letterati riuscivano là dove le severe leggi accendendo i cittadini a virtù, insegnamento era e diletto il praticarla a gara con sovrannaturale furore; e perchè i falsi letterati sussistere non poteano certamente là dove regnava la sola vera virtù.
Ma i poeti nondimeno, come caldissimi ed efficacissimi encomiatori di virtù, o nascevano a Sparta, o vi erano accolti e ascoltati, ancorchè stranieri.
Tirtéo, e le sue maschie odi militari, ne fanno prova.
Oratori avea Sparta pur anche, e di ben altro nerbo forse, che Atene; appunto, perchè a più maschi risentiti animi più forte e men lungo parlare abbisognasi.
Non avea Sparta, no, di quegli oratori e poeti, da' quali più assai diletto che utile traendo si vada: e a ben costituita repubblica, non solamente necessarj costoro non sono, ma potrebbero anzi più nuocerle assai che giovarle, perchè in un tal governo il maggior diletto vien giustamente riposto nel sempre e bene operare; ed il molto leggere non si scompagna mai dallo starsi.
Quanto alle scienze, Sparta nè i nomi pur ne conobbe.
Roma, se non per istituzioni e virtù, per vicende e grandezza almeno, assai più illustre di Sparta e di Atene; Roma, ricevea pure l'impulso alla virtù militare che mai non perdette, da Romolo; alle civili e religiose virtù, da Numa; alla libertà e grandezza, da Bruto.
E Bruto, e Numa, e Romolo stesso, erano, sovra ogni cosa, conoscitori profondi, e scaltri commovitori del cuore umano e delle sue tante passioni: ciò viene a dire, che costoro, in altre circostanze trovatisi, sommi scrittori si sarebbero fatti.
A pochi uomini concede il destino di poter operare, e di giovare al pubblico in atto pratico col presente lor senno.
Quindi, se alcuni di quei pochi a ciò atti, ed a ciò non eletti, si trovano dalle loro circostanze impediti d'operare, questi colla lor penna insegnano agli altri ciò ch'essi eseguir non potevano; alle vacillanti pubbliche virtù soccorrono con dilettevoli ajuti; ovvero al vizio già trionfante ed in trono, muovono essi quella virtuosa guerra di verità, che sola può, smascherandolo, felicemente combatterlo, e col tempo distruggerlo.
Sono questi a parer mio i veri, anzi i soli scrittori; e i più perfetti reputo tra i loro libri, quelli che maggiormente un tale effetto producono.
Onde, dividendo io questa stessa classe di uomini sommamente capaci a commuovere e guidarne molti altri, in letterati attori, e in letterati scrittori; osservo che Roma, nel fiore e nerbo della sua libertà, moltissimi dei primi ne annovera; e sono, gli Orazj, gli Scevoli, gli Emilj, gli Attilj, e Regoli, e Scipioni, e Decj, e Catoni; e quei tanti altri in somma, grandissimi tutti, bollenti a gara d'amor di virtù, di libertà, e di gloria; tre sacre faville, onde si dee comporre ed incendere l'animo di ogni grande, e massimamente quello del vero e sublime scrittore.
Ma di letterati scrittori incominciò poscia ad abbondar Roma nel suo primo decrescere; cioè in proporzione che scemando andavano i letterati attori; e così avvenir pur dovea; poichè, per la nascente corruzione, diveniva necessario il predicare e l'insegnar la virtù non meno con la voce e co' scritti, che con l'esempio.
Quindi fra i più antichi grandi scrittori di Roma, alcuni dei massimi, come Catone e Cicerone, riunirono in loro stessi le due divine parti dell'alto operare e dell'altamente dire: ma divenendo poi di giorno in giorno più difficile e pericolosa cosa il praticare non meno che l'inculcare la virtù, gli scrittori romani da Augusto in poi si assomigliarono pressochè tutti in ogni cosa agli scrittori nostri moderni; che la virtù nè praticare omai sanno, nè inculcarla si attentano.
Il frutto dunque delle scienze, nei nostri principati perfezionate e promosse, siam noi moderne nazioni; in ogni arte dottissime, fuorchè nel libero, sublime, e necessario esercizio dei dritti i più sacri dell'uomo.
Ma delle antiche e vere lettere, non distornate dal loro caldo ed unico fine, di render gli uomini sotto ogni aspetto migliori, erano il nobil frutto le antiche, libere, ed illustri al par che possenti e fortunate nazioni.
Paragonando perciò con quelle i popoli nostri, e in tutti i diversi aspetti, sia d'interna felicità, sicurezza e virtù, sia di esterna dignità, grandezza e potenza, si verrà tacitamente a paragonare il diverso valore, la influenza, importanza, ed utilità delle scienze e delle lettere.
A me pare, che da questo paralello ben meditato si verrà apertamente a conchiudere; Che il vizio dei governi assoluti non osta alle scienze nè in chi scrive, ne in chi legge, nè in chi le protegge: e che, anzi, al promuoverle e perfezionarle, è assolutamente necessaria una protezione qualunque, ancorchè all'inventarle e crearle mortifera ella sia, come ad ogni altra util cosa.
Ma, da questo paralello ben meditato, si verrà, spero, altresì a conchiudere; Che al ravviare le lettere, al far rivivere l'antica loro perfezione, e spingerla di qualche cosa più oltre, (il che impossibile non credo) assolutamente vuol essere libertà, e bollente amor di virtù, almeno almeno in chi scrive; ancorchè, all'inventarle e crearle, la distruggitrice tirannide, e la insultante protezione, d'impedimento intero riuscire non possano.
Ma, un così forte impedimento son queste alla vera perfezion delle lettere, che la parola perfezione esclude assolutamente per esse ogni protezione di principe, la quale può sola macchiarle.
CAPITOLO QUINTO.
DEI CAPI-SETTA RELIGIOSI; E DEI SANTI E MARTIRI.
Havvi un'altra specie di uomini sommi, che virtù e verità insegnando, al pubblico talvolta giovarono, e a se stessi acquistarono quasi sempre gran fama.
Son questi i fondatori delle sette diverse, i santi ed i martiri, così cristiani che giudei, o di altre religioni.
Costoro, o scritto abbiano, od operato, come dottissimi nella scienza dell'uomo, io li ripongo pur sempre a ogni modo nella classe dei sublimi scrittori.
I nostri massimamente, come a noi più noti, non pochi nè deboli argomenti mi prestano per sostenere questo mio già tante volte ripetuto assunto; Che alla verità e virtù, sotto qualunque aspetto elle s'insegnino, moltissimo pur sempre nuoce il principato.
Nè di costoro parlerò io più a lungo che non si aspetti a questo mio tema; perchè troppe cose mi si appresenterebbero da dirsi su ciò, se deviar mi volessi.
Osserverò dunque, che a Mosè (il più antico tra questi, a noi noto) convenne pure scuotere il giogo del tiranno d'Egitto prima di poter egli dar leggi sì religiose che civili al suo popolo.
Ed anzi, chi non vede, che egli, per dar corpo, libertà, ed esistenza a quel popolo errante e avvilito dal lungo servaggio, del sublime velo di una inspirata religione felicemente si valea? E all'operare e scrivere tai cose, non lo avrebbe certamente mai protetto quel Faraone.
Così Gesù Cristo, politicamente considerato come uomo, volle pur anco, insegnando la verità e la virtù con l'esempio, restituire al suo popolo ed a molti altri ad un tempo, per via di una miglior religione, una esistenza politica indipendente dai Romani, che servi e avvilitili teneano.
Così Maometto, coll'abbattere la idolatria, volle, sotto il velo di una più semplice e pura religione, dar consistenza di nazione a popoli barbari che non l'aveano; al che, oltre ogni credere, riusciva Maometto.
Come legislatori, si debbono dunque costoro annoverare infra i sublimi scrittori, poichè eran mossi dallo stesso impulso, di giovare altrui acquistando gloria a se stessi.
E tali erano certamente, nella Cina Confucio, e nell'Indie Zoroastro; e fra altre nazioni molti altri, di cui non sappiamo.
I nostri santi poi, o scrittori fossero, come Paolo, Agostino, Grisostomo, Girolamo, ed altri; o, colla parola, e più coll'esempio, predicassero essi virtù, come Francesco, Domenico, Bernardo &cc; o, col loro eroico morire, nei cuori degli uomini in note di fiamma e di sangue lasciassero essi scolpita la memoria del loro sublime imperturbabile animo, e l'ardentissimo desiderio d'imitare la loro virtù, come Lorenzo, Stefano, Bartolommeo, e tante altre centinaja di martiri; costoro tutti, avendo avuto al loro operare lo stessissimo sovrano irresistibile impulso, che debbono avere i veri letterati, alle stesse vicende di essi, per vie e cagioni diverse, soggiacquero.
E mi spiego.
Costoro, finchè furono lasciati fare da se, puri, incalzanti, e severi mostraronsi; perseguitati, divennero più luminosi, più forti, e maggiori direi di se stessi; protetti finalmente, accolti, vezzeggiati, arricchiti, e saliti in potere, si intiepidirono nel ben fare, divennero meno amatori del vero, e per anche sotto il sacrosanto velo di una religione omai da essi scambiata e tradita, asseritori vili si fecero di politiche e morali falsità.
Una moderna non curanza di ogni qualunque religione, frutto anch'essa (come ogni altra rea cosa) del principato, fa sì che i nostri santi non vengono considerati e venerati da noi come uomini sommi e sublimi, mentre pure eran tali.
Ciò nasce, per quanto a me pare, da una certa semi-filosofia universalmente seminata in questo secolo da alcuni scrittori leggiadri, o anche eccellenti, quanto allo stile; ma superficiali, o non veri, quanto alle cose.
I libri di costoro, andando per le mani di tutti, stante la loro seducente facilità, imprestano una certa forza d'ingegno a chi non ne avea per se stesso nessuna; a chi poca ne avea, un'altra poca ne accrescono; ma a chi moltissima ne avea da natura, se altri libri non avesse letti che quelli, riuscirebbero forse a deviargliela affatto dalla vera strada.
Da questa semi-filosofia proviene, che non si sfondano le cose, e non si studia, nè si conosce appieno mai l'uomo.
Da essa proviene quella corta veduta, per cui non si ravvisa nei santi il grand'uomo e nei grandi uomini il santo.
Per essa non si scorgono manifestamente negli Scevoli e nei Regoli i martiri della gloria e della libertà; come nei bollenti e sublimi Franceschi, Stefani, Ignazj, e simili, non si ravvisano le anime stesse di quei Fabrizj, Scevoli, e Regoli, modificate soltanto dai tempi diversi.
E tutto ciò, perchè si rimirano i nostri con occhi offuscati da un pregiudizio contrario ai passati; e perchè si giudicano dagli effetti che hanno prodotto, non dall'impulso che li movea, e dalla inaudita sublime tempera d'animo, di cui doveano essere dotati, abbenchè con minor utile politico per l'universale degli uomini l'adoprassero.
Ma in questi tempi, dai presenti scrittori (i quali mai non lodano, nè destano alcun entusiasmo, perchè non ne hanno nessuno) vengono freddamente accennati con lodi poco sentite quei veri antichi santi di libertà; e interamente vengono derisi questi santi di religione.
I moderni scrittori, in vece d'innalzare e insegnare la sublimità pigliandola per tutto dove la trovano, col loro debole sentirla, e col più debolmente lodarla, affatto la deprimono ed obbliar ce la fanno, Ma, poichè i più leggiadri fra essi (fattisi interamente padroni di un'arme tanto possente quanto è la ingegnosa derisione) hanno pure scelto di migliorare e illuminar l'uomo col farlo ridere; minoramento grandissimo, a parer mio, hanno recato alla loro propria fama, per non aver essi rivolto quell'acuta leggiadria del loro stile massimamente contro ai principi, i quali assai più male ci han fatto e ci fanno tuttavia, che non i santi ed i preti.
Il credere in Dio, in somma, non nocque a nessun popolo mai; giovò anzi a molti; agli individui di robusto animo non toglie nulla; ai deboli è, sollievo ed appoggio.
Ma il credere nel principe, ha sempre tolto, e torrà, ai popoli ogni vera virtù, la felicità, la fama, le ricchezze, ed i lumi; agli individui ha tolto sempre, e torrà, il vero amore di gloria, la sublimità, la virtù, e l'ardire.
Ed in prova di quanto io dico, la stessa religione cristiana, ancorchè acerba nemica della gloria mondana, si vede pure essere ella stata, se non incitatrice di libertà, compatibile almeno con essa, e con la felicità, ed anche con una certa grandezza dei popoli, in tutte quelle regioni ove ella veniva modificata alquanto, o per dir meglio ritratta verso i semplici suoi antichi principj.
Il che vediamo tuttavia fra gli Svizzeri, gli Olandesi, e gl'Inglesi.
Ma mi si mostri da qual corte di principe mai, (e siano pur anche i Titi, i Marc'Aurelj, i Trajani,) o da qual principato mai, veramente costituito tale, ne ridondassero (non dico popoli magnanimi e liberi, che impossibil cosa è) ma molti, o alcuni individui liberi, sublimi, virtuosi ed arditi, i quali con opere o scritti insegnando virtù e verità, procacciassero utile vero a tutti gli uomini, e fama eterna a se stessi.
E siccome le religioni per lo più soggiacciono ai governi, non i governi alle religioni; e siccome quanto male queste possono aver fatto, all'ombra sempre e per mezzo del principato lo faceano; si viene di necessità a conchiudere, che agli uomini in ogni tempo è stato arrecato assaissimo più danno dai principi, che non mai da' sacerdoti: e chiara cosa è, che, migliorato o cangiato il governo, si può facilmente venire a migliorare e cangiare la religione, ad estirparne gli abusi, e adattarla alla libertà felicità e virtù.
Ora, perchè dunque questi nostri moderni leggiadri acuti scrittori, con vie maggior utile per gli uomini e assai più gloria e fama per se stessi, non combattevano colle armi possenti del ben adoprato ridicolo piuttosto il principato che la religione? perchè il principe armato era e temevasi; non lo erano più i preti, e schernivansi.
Viltà è questa; viltà inescusabile, che lo scrittore, il libro, e per anco i lettori degrada.
Se la penna può pur per se stessa combattere contra il cannone, e a lungo andare trionfarne, non otterrà ella mai per certo tal palma col far ridere gli uomini; ma ottenerla potrebbe bensì col farli pensare, piangere, fremere, e bollire di vendetta e di gloria.
Si potranno per tal via cangiare le loro opinioni: che le felici rivoluzioni, per cui alcuni popoli dalla oppressione risorgeano a libertà, nascevano per lo più (pur troppo!) dalle parole tinte nel sangue, non mai dalle tinte nel riso.
Ma ecco, che io, nol volendo, mi sono pure alquanto allontanato dal mio tema.
Non credo però di essermene sì fattamente deviato, che da queste ultime mie parole, senza sforzata transizione, io non possa venire a conchiudere coerentemente il presente capitolo.
Dico adunque, che i capi-setta, i profeti (che sommi poeti erano) i santi, ed i martiri, nati per lo più, come ogni altro insegnatore di sublimità e virtù, acerrimi nemici d'ogni assoluta potestà, sotto essa allignare non poteano senza molto scapitare della loro forza e purità.
Aggiungo, che i loro fatti, parole, e focosi insegnamenti, svelavano indubitabilmente un animo innalzato, e insofferente di ogni oppressione, ove pure non volessero farsi oppressori essi stessi.
Onde costoro, come uomini senza dubbio ad ogni modo sublimi, meritano, anche dai meno religiosi uomini, ammirazione culto, e venerazione.
CAPITOLO SESTO.
DELL'IMPULSO NATURALE.
Annoverate ho finora tutte le diverse classi di uomini sommi, che siano da noi conosciute: letterati, scienziati, politici, legislatori, artisti, capitani, capi-setta, santi; e per anche v'ho incluso i principi stessi; per quanto mai possa esser grande questa specie, che tanti grandi uomini d'ogni sopraccennato genere impedisce e distrugge.
Ma, di quanti ne ho annoverati, di tutti dico, che sommi veramente non furono mai, nè sono, nè saranno, nè potranno mai essere in nessuna delle nomate classi coloro, che a divenir sommi non avranno avuto per prima base l'impulso naturale.
È questo impulso, un bollore di cuore e di mente, per cui non si trova mai pace, nè loco; una sete insaziabile di ben fare e di gloria; un reputar sempre nulla il già fatto, e tutto il da farsi, senza però mai dal proposto rimuoversi; una infiammata e risoluta voglia e necessità, o di esser primo fra gli ottimi, o di non essere nulla.
Più laudevole e maggiore debb'essere questo impulso, in proporzione della grandezza del fine che egli si propone, e della grandezza dei mezzi che adopera per conseguirlo.
Ma da questo immoderato amore di giovare a se stesso con la gloria, non dee nè può mai andarne disgiunto l'amore dell'utile altrui.
Da questo utile, ampiamente provato coi fatti, si aspetta poi in premio quella testimonianza della propria superiorità, che spontaneamente uscendo dalle bocche degli uomini liberi, sola costituisce la vera fama e la gloria di chi n'è l'oggetto.
Ardirei pure aggiungere, che i semi per così dire di una tale testimonianza già stanno nel cuore e nell'intelletto del grande, che veramente n'è degno; ma, che il solo pubblico grido li feconda poscia e sviluppa.
Questo divino impulso è una massima cosa, senza la quale nessun uomo può farsi sommo davvero.
Ma non perciò tutti quelli che l'hanno (e son sempre pochissimi) riescono a farsi sommi davvero: che pur troppo questo divino impulso può essere dai tempi, dall'avversa fortuna, e da mille altre ragioni, indebolito, deviato, trasfigurato, ed anche spento del tutto.
Quest'impulso è una sovrana cosa, cui niuna potenza può dare, ma ogni potenza bensì lo può togliere.
La libertà lo coltiva, lo ingrandisce, e moltiplica; il servaggio e il timor lo fan muto.
Quindi tanti uomini grandi sviluppansi nelle vere repubbliche, così pochi e di tanto minori, nei principati; ancorchè dei capaci di farsi tali ve ne nascano pure.
Quindi i grandi in repubblica son sempre grandi di più utile e vera grandezza, che i grandi nel principato: quindi gli uomini, quasi eguali e simili per loro natura in ogni contrada, riescono così diversi da nazione a nazione, e da tempo a tempo fra le nazioni stessissime: quindi, in somma, si vedono fra i popoli tenuti già barbari sorgere le stesse virtù e grandi opere, di cui più non si vede nè l'ombra pure fra i popoli, che già colti e liberi, rimbarbariti ora dalla servitù se ne giacciono.
Lo stesso impulso naturale che creava uno Scevola in Roma nascente, creava un Decio in Roma perfetta, un Gracco in Roma già guasta, un Mario in Roma morente, un Giulio Cesare in Roma già spenta; e forse anche un Sisto quinto in Roma ecclesiastica.
Ora, chi potrà dubitare, che (mutati costoro di tempi) Cesare, con quella stessa smisurata ambizione che lo sforzava a farsi da più degli altri, nato nei tempi della prima libertà, non potendo primeggiare in potenza, non avrebbe, come Scevola, voluto soverchiar gli altri tutti in virtù? e che Scevola, nato ai tempi di Cesare, vedendo la virtù inutile e vinta, non avrebbe come egli cercato la maggioranza e la fama nella sola usurpata potenza?
Ma, parlando io quì delle lettere più che di ogni altro genere di umana grandezza, mi conviene dimostrare quale e quanta influenza abbia sovr'esse questo naturale impulso negli scrittori.
Ed è questo un raro e prezioso privilegio delle lettere sovra tutti gli altri rami della umana grandezza, che chi ha veramente questo impulso, e, avvedendosene in tempo, sottrar lo sa dalle ingiurie e danni che arrecare gli possono sì l'altrui autorità e protezione, come il proprio ozio, bisogno, e timore; quegli può fare ogni più eccellente e somma cosa da se stesso.
Questa divina arte dello scrivere, ella è pure innegabilmente per se medesima la più indipendente di tutte, come già ho dimostrato nel libro secondo; e la più innocente ad un tempo, poichè a nessuno può recar danno, se non al vizio; e la più utile in somma, poichè a tutti può, e dee voler sommamente giovare, Quindi è, che al fare, per esempio, la grandezza di Giunio Bruto, erano necessarj i Tarquinj tiranni, Lucrezia stuprata, Collatino giustamente disperato, il furore dei cittadini, il molto sangue sparso e nel foro e nel campo, e la uccisione in fine dei proprj figliuoli di Bruto; cose tutte lamentevoli, e lungamente riuscite dannose, prima che l'utile ed il bene ne ridondasse: ma, al fare la grandezza di Omero, null'altro era necessario che Omero stesso, e il naturale suo impulso.
Il primo obbligo dunque di chi si destina scrittore, egli è d'imparare a conoscere in se stesso questo sublime impulso, e, conosciuto, a dirigerlo.
Appurando così i proprj suoi mezzi, ove egli senta vivamente in se stesso la evidente certezza di un tale impulso, fermamente dee credere che egli tutto farà da se stesso; e che ogni protezione potrà nuocergli, e nessuna giovargli.
Ma, come potrà il candidato scrittore conoscere se egli abbia, o no, questo impulso? dai seguenti sintomi.
Se egli, nel leggere i più sublimi squarci dei più sublimi scrittori, altro non sente nascere in se che commozione e diletto, egli è come i molti che stupidi non sono; se vi si aggiunge la maraviglia, egli può giustamente riputarsi qualche cosa più; ma però ancora minore dello scrittore ch'egli ha fra le mani, e delle descritte cose; e quindi egli è nato soltanto per leggere, e pensare da se: ma, se egli, in vece della semplice maraviglia, si sente a quella lettura accendere nel cuore come da improvvisa saetta un certo sdegno generoso e magnanimo che in nulla sia figlio d'invidia, e che pure denoti assai più che emulazione; costui chiuda il libro, si faccia libero se tale ei non è, che egli ben merita d'esserlo; e scriva costui, e non imiti, ch'ei sarà grande e imitato.
Questa nobile ira non può nascere, se non da un tacito e vivissimo sentimento delle proprie forze, che a quel tratto di sublime si sviluppa e sprigiona dalle più intime falde dell'animo: ella è questa la superba e divina febre dell'ingegno e del cuore, dalla quale sola può nascere il vero bello ed il grande.
È questa quell'ira, che in ogni midollo d'Alessandro scorrea, nel solo udir profferire il nome di Achille: è questa quell'ira che bolliva in petto di Cesare all'udir di Alessandro; in quel di Temistocle, nel vedere i trofei di Milziade; in quello di Cicerone, nel legger Demostene.
E così ogni grande, che è nato per fare, alla semplice vista di chi fatto ha, rabbrividire si sente.
Ad uomo di così alto animo non v'ha protezione al mondo, che nuocere non gli debba; perchè non gli può venir mai se non da un uomo assai minore di lui: nessun favore gli è necessario; perchè nessuno può accenderlo mai quanto il suo proprio impulso naturale: pochissimi ostacoli impedire lo possono, ove egli abbia superato i primi; perchè chi lo spinge è sempre più forte di chi lo ritrae.
Ai pochi simili potrà forse piacere e giovare questo libercoletto, quale ch'ei sia; imparandovi essi a conoscere, sentire, e apprezzare se stessi, ed altrui.
CAPITOLO SETTIMO
DELL'IMPULSO ARTIFICIALE.
Ma, quell'altro lettore da me quì sopra accennato, che dalla altrui sublimità solamente maraviglia, e non impeto di sdegno, ritrae; quello, nega per lo più di conoscere e di giustamente apprezzare se stesso; e supponendosi le forze che egli avere vorrebbe, si destina egli pure alla sublime arte di scrittore.
Quindi legge egli, e rilegge; più lingue impara, e tutte le gusta; di ogni cosa si va facendo tesoro; tutti i generi tenta, in tutti pretende, ed in nessuno primeggia; ma pure, cercando egli sempre ne' libri altrui ciò che nel proprio ingegno e nel proprio sentimento non trova, perviene a farsi poi finalmente un certo capitaletto, e a risplendere ed ardere, come secondario pianeta, di fiamma accattata.
Costui, che dalla immensa fatica sua argomenta doverne riuscire immenso utile e diletto ad altrui, suol essere sempre assai più orgoglioso e risentito che il vero e semplice grande.
Corre tra questi due il seguente divario: il sommo stima se stesso, direi così, senza quasi avvedersene; e vie più si estima nell'atto del comporre, che poscia parlando o esaminando tutto ciò ch'egli ha fatto: il non sommo, col mostrar sempre agli altri un'altissima idea di se, cerca d'ingannare se stesso, e di costringersi a credere di averla.
Questi secondi vengono spessissimo dai vani giudizj del mondo preferiti a quei sommi.
Sono questi i letterati protetti; e questi, in fatti, i proteggibili sono.
Ad essi non è tuttavia negato il bello del tutto; ma è sempre un bello d'imitazione, in cui originalità nessuna non li tradisce pur mai.
Ma, siccome la minor parte degli uomini sono i lettori; e siccome la più gran parte dei lettori o non ha impulso veruno, o (come i più degli scrittori, e massimamente moderni) da artificiale e debole impulso vien tratta; la fama che si ottiene da questi due così diversi impulsi scrivendo, viene per un certo tempo commista; ed anzi, quasi sempre il minore soverchia il massimo; così, per esempio, da molti, e dai più dei letterati, si antepone a Tacito, Livio.
I proteggenti, e i protetti, e i proteggibili, e i proteggendi, e i moltissimi poco sententi, costoro tutti fanno eco tra loro ogni qualvolta si tratta di porre in cielo quella tanto gradita mediocrità altrui, che in nulla non offende la loro.
A voler conoscere qual dei due impulsi movesse un dato scrittore, molte volte basta, senza quasi leggere il libro, il sapere chi fosse lo scrittore, ed in quali circostante tempi e luoghi ei scrivesse.
Era egli nato libero, o fattosi tale? era egli sprotetto, indipendente, non bisognoso, di alto animo, di nobile e sano costume? milita in favor suo gran probabilità, che egli allo scrivere s'inducesse, unicamente spinto dal proprio impulso naturale.
Era egli, all'incontro, nato bisognoso e schiavo; cioè, schiavo politicamente e civilmente? era egli protetto, incoraggito, e diretto? è da credersi, che, o egli sarà stato mosso da impulso artificiale soltanto, o che egli avrà deviato, scambiato, menomato, e appena quà e là conservato il naturale suo impulso, in quei pochissimi squarci dove nessuno dei suoi tanti impedimenti gli avrà tolto di ascoltarlo, e valersene.
Ma in questi scrittori, se pur de' tali ve ne possono esser fra i sommi, è sempre più assai da compiangersi il vero scapito loro, che non da godersi il falso nostro guadagno.
Così, nei nostri tempi e governi, a voler giudicare dei lumi filosofici e delle verità che potrà contenere un nuovo libro, basta per lo più di gittar gli occhi su la data del luogo in cui è stampato.
Non dico perciò, che di dove i buoni ed utili libri stampare si possono, nè tutti, nè i più escan buoni; ma dico, che là dove i buoni stampar non si possono (cioè nei due terzi e mezzo di Europa) buoni al certo non potranno esser mai gli stampativi.
Io paragonerei il frutto di questi due impulsi, artificiale e naturale, alla diversità dei metalli.
Colla moneta di argento o di rame moltiplicata oltre modo, si perviene pure a comporre una somma che a pochissimo oro equivaglia.
Ma non però mai talmente, che la più corta e spedita via del poco e prezioso metallo non piaccia e non giovi assai più, che quel nojoso novero e peso di tanta mondiglia.
Così, non può esser mai paragonabile l'effetto d'una verità fortemente lumeggiata dalla energica penna di un libero scrittore acceso e sforzato dal naturale suo impulso, all'effetto di una verità debolmente accennata, guasta, e in mille tortuosi giri ravvolta e affogata tra mille falsità dalla timida penna di un dipendente scrittore, strascinato più assai che spinto dall'artificiale suo impulso.
Chi vuole di ciò convincersi con gli esempj, paragoni Racine, dove egli non parla di amore (passione sola matricolata nei nostri governi, e sola quasi dagli antichi sommi de' più bei tempi taciuta) lo paragoni, dico, ai tragici greci là dove d'amore ei non parla, e dove egli non traduce dal greco; credo che si convincerà pienamente che quegli antichi Greci, spinti da impulso naturale, senza altra protezione che l'amor della lode, nè altra imitazione che il vero, inventavano e scrivevano per insegnare virtù, verità, e libertà ad un popolo libero, dilettandolo: in vece che il tragico francese, mosso da impulso artificiale, sotto la protezione e approvazione d'un principe, scriveva imitando, e tremando; e quindi, per dilettare e non offendere un popolo non libero e snervato, egli traduceva in tratti sdolcinati di amore i più focosi e sublimi tratti della greca energia; tacitamente così confessandosi minore dei suoi modelli, non solo per le diverse circostanze, ma più assai pel proprio sentimento ed impulso.
Sia dunque l'artificiale impulso una delle tante false gemme del principato; e, il mezzo sentir propagandovi, l'intero sentire vi vada egli, per quanto il può, soffocando.
Ma il naturale divino impulso, o nelle repubbliche non impedito, faccia quegli uomini vie più degni di libertà, con alti insegnamenti ed esempj; ovvero nel principato (ancorchè rarissimamente sviluppare appieno vi si possa) soverchiando pure, quasi impetuoso torrente, ogni inciampo ed ostacolo, con l'avvampante sua luce quelle orribili tenebre squarci; e, con vie maggior fama per lo scrittor che l'adopera, vie maggior vantaggio procacci agli altri tanti suoi miseri ed oppressi conservi, a loro insegnando e la verità, e i lor dritti.
Così, se non altro, un tale scrittore gli anderà preparando almeno a ricevere poi dal tempo (il quale ogni cosa già stata finalmente pur riconduce) la loro perduta, o anche la non mai posseduta libertà, virtù, e grandezza.
CAPITOLO OTTAVO
COME, E DA CHI, SI POSSANO COLTIVARE LE VERE LETTERE NEL PRINCIPATO.
Dalla ignoranza totale dei proprj diritti e facoltà, nasce indubitabilmente la durabile servitù di ogni popolo: ed è più o meno grave il servaggio, secondo che maggiore o minore persiste questa ignoranza.
Dunque, la intera conoscenza dei proprj diritti e facoltà, cagionando nell'uomo l'effetto contrario alla ignoranza di essi, dee pur necessariamente divenire la cagione e la base di una durevole libertà.
Fra i popoli liberi, si ardisce pensare, dire, e scrivere ogni cosa, purchè non sia contra i savj costumi: fra i popoli servi, nessuna altra cosa si può forse impunemente offendere, fuorchè i savj costumi.
Se le lettere altro non debbono essere, che un incentivo alla verità, e alla virtù, vien dunque dimostrato dai precedenti assiomi, che elle saranno o effetto di libertà stabilita, o prossima cagione di essa, ove però non tradiscano il loro sacro dovere.
Le lettere dunque potendo nelle vere repubbliche interamente essere ciò ch'elle esser debbono, pare che quegli uomini tutti, come liberi (ove abbiano pure l'ingegno a ciò richiesto) possano tutti por mano alle lettere senza avvilirle, nè deviarle.
Ma nei principati, dove le vere lettere debbono essere e farsi cagione di libertà e di virtù, pare che elle non abbiano ad essere maneggiate se non da coloro che son meno schiavi.
Ora, i meno schiavi nel principato, sì per una certa indipendenza data dalle ricchezze, che per una certa meno pessima educazione che dovrebbero aver ricevuta, e così anche per una certa altezza di sensi che potrebbero aver bevuta col latte, e in fine per avere col viver fra l'armi mantenuto un non so che di fierezza, e una dose di coraggio (benchè pessimamente adoprato) non picciola; i meno schiavi nel principato, pare che dovrebbero essere quei nobili che non sono contaminati di corte.
Ma, se tali non sono, se ne abbiano il danno.
Io, nel parlare a loro, e nel supporti capaci di non maculare le lettere, perchè bisogno non hanno di macularle, vengo ad un tempo stesso a parlare a chiunque benchè umilmente nato si trova pure nelle stesse loro circostanze, e pensa come il dovrebbero i nobili.
Posti dunque i nobili, ovvero gl'indipendenti ed agiati, tra il popolo e il principe, di cui sono stati pur troppo finora il maggior lustro e sostegno, possono costoro nei presenti tempi, pienamente conoscendo il debole ed il nulla del principe, rivelarlo e dimostrarlo al popolo: ed avendo essi imparato a conoscere e rispettare del popolo la forza ed i sacri diritti, rivelarli possono e insegnargli ad un tempo al principe ed al popolo stesso.
Ma, non lo fanno costoro, perchè educati per lo più fra le corti al servire, nessuna vera luce di sane lettere introdurre si può fra i loro immensi pregiudizj ed errori, ancorchè pajano essi, o parer vogliano e colti e saputi.
Che se tali pur fossero, per quanto schiavi sian nati del loro orgoglio, preferirebbero pur sempre di gran lunga di divenire in ben costituita repubblica ciò che era in Roma non guasta il senato e i patrizj, o ciò che dovrebbero essere in Inghilterra i pari del regno, all'essere i ciamberlani, cacciatori, capitani, ambasciatori, siniscalchi, maggiordomi, o che altro so io, di un assoluto loro padrone.
Nulladimeno i nobili, o agiati indipendenti nel principato, tali ch'ei siano, hanno pur anche più assai luce che il popolo; perchè hanno l'ozio ed i mezzi per leggere, parlare, viaggiare, vedere, e quindi anche un pocolino pensare.
Io dunque vorrei, che quella picciolissima sana parte di essi, a cui fra le universali tenebre traluce un qualche barlume di verità, abbandonasse da prima ogni carica; perchè tutte sono infami quelle che un solo può togliere e dare.
E massimamente vorrei, che abbandonasse il mestiere dell'armi; il quale, quanto è onorevole ed alto dove patria vi ha e si difende, altrettanto è vergognoso e risibile dove per uno, cioè contro a se stessi ed ai suoi, si viene a combattere.
Così purificati costoro dal loro doppio originale peccato dell'esser nati e nobili, e non cittadini, vorrei che unicamente alle lettere si consecrassero; poichè esse sole prestano all'uomo un vero ed onorevole mezzo di fare col tempo rivivere quella patria, la quale poscia (esistente allora davvero) con vera gloria ed onore difendere allor si potrebbe da essi con l'armi loro, e col sangue.
Un vero prode nel principato, ove non sia egli uno stupido, non può certamente dissimulare a se stesso, che assai più coraggio si richiede ad impugnare in un tal governo la penna, che non ad impugnarvi la spada.
Perciò vorrei, che tra questa piccolissima parte di nobili letterati, quei pochissimi che si sentono veramente mossi da quel naturale impulso divino quà sopra descritto, si destinassero ad essere come i Decj della nascitura repubblica; e che, espatriandosi per cercar libertà dove ella si trova, ogni loro propria presente cosa sagrificassero alla futura lor patria.
Riacquistato così l'intero esercizio del loro intelletto e della lor penna, vorrei che tanta e tal guerra, e sotto così diversi aspetti, movessero alla assoluta ingiusta e mortifera potestà, che della loro divina fiamma venissero essi poi, quando che fosse, ad incendere le intere nazioni.
La nobiltà del loro nascere grandissima forza e peso arrecherebbe ai loro argomenti.
Avendo essi la possibilità di ottenere tutte le soprammentovate infamie di corte, lo averle spregiate, l'averne conosciuto e svelato il distributore, tutto questo fa sì, che la loro ira non potrebbe mai venir tacciata di bassa invidia: cagion sempre vile, indegna sempre di operare alti effetti, indegna sempre di annunziare la verità; e che moltissimo ognora la va guastando e minorando, ove ella l'annunzi.
Espatriati dunque e posti in sicuro questi pochissimi sommi e illibati, che dal loro spontaneo e nobile esiglio tuonano verità, una picciola repubblica di altri letterati pensanti, leggenti, e non iscriventi, potrà rimanersi secura infra gli stessi artigli del principato; poichè la virtù sua, e l'effetto che ne dee ridondare, non saranno se non negativi.
Costoro, attese le loro ricchezze, il lustro del loro nome, ed i passati onori degli avi; costoro, per se stessi abbastanza risplendono nel principato, senza mendicare appoggio veruno nel principe: onde, ancorchè signore dell'opinione, il principe non li può far comparir vili, perchè non lo sono; nè li può opprimere, nè screditarli, perchè sono in bastante numero da dar ombra, e da contrappesare i vili veri, che sono quei nobili che servono a lui.
Questa repubblichetta nel principato, da principio modesta e discreta, legge, ragiona, e pensa fra se, rimota affatto dal volgo profano: ogniqualvolta fra essa nasce e si scuopre un vero uomo grandissimo, ella lo invia fuori del chiuso a predicar da lontano senza riguardo nessuno la schietta e divina verità, per mezzo di convincenti, energici, ed eleganti scritti.
Rimangono gli altri frattanto quasichè liberi nella loro natia servitù.
Onorati essendovi dell'odio, o del finto disprezzo del principe, vengono essi necessariamente rispettati dai buoni e dal popolo; perchè si mostrano, e sono, umanissimi, e popolari, e d'intatto costume: alcun pericolo vanno però sempre correndo; ma di alto animo sono costoro, e gli alti esempj che nei sublimi libri ritrovano, accrescono e rettificano in loro ogni giorno quel nobile e giusto ardire, i di cui semi innati già in essi, (ma diretti male) a loro ed ai lor maggiori, per la falsa causa del principe, faceano già esporre, ogni giorno e gli averi e la vita.
Ma, ancorchè eccessiva sia, e sfrenata, e terribile, ritorna pur sempre vana contr'essi la superba ira del principe; perchè costoro nulla affatto vogliono da lui: e costoro di lui nulla temono, perchè delle sue leggi, quai ch'elle siano, nessuna ne infrangono; legge espressa non vi potendo mai essere, che proibisca il giusto pensare, e che costringa gl'individui tutti a servire il sovrano.
Nè alcun principe mai avrebbe la sfacciatezza di punire chi non disturba in nulla quell'universale letargo, che principescamente si appella, la pubblica quiete.
Perseguitano essi bensì sordamente e chi legge e chi pensa; ma chi non ha l'imprudenza di parlare co' satelliti suoi, securo quasi può starsi.
Inibiscono per quanto possono i buoni libri, ma molti sempre ne passano, e tutti i buoni non sono inibiti.
Tra questi, come ho già osservato, il solo Tacito, ben riletto, e pesato, e ragionatovi sopra fra pochi, e aggiuntovi lo stare lontani sempre dal principe (lontananza, che quanto ai lumi dei nobili viene ad essere il sommo dei libri;) il solo Tacito, dico, è più che bastante per se a ben educare una privata società di profondissimi e giustissimi pensatori.
Una tal società a poco a poco propagandosi con irresistibile progresso, dev'essere a lungo andare la vera legittima e vittoriosa annullatrice d'ogni arbitraria potestà.
Al continuo esempio di virtù e d'indipendenza che danno questi nobili letterati nel principato, si va aggiungendo di tempo in tempo il possente rinforzo dei pochi, ma buoni e caldi ed incalzanti libri, che gli scrittori esiliatisi dal principato v'inviano a far per loro e per tutti: e benchè corra il proverbio, che ogni cosa è oramai stata detta, potranno pure smentirlo quei tali scrittori, che sono da giusta e nobile ira spronati contro la servitù in cui nasceano, e che incoraggiti e protetti sono dalla libertà, in cui sapeano in tempo ricovrarsi.
Costoro certamente, o diranno più del già detto, o in maniere nuove affatto il diranno: e con eleganza scriveranno costoro, perchè la eleganza aveano potuta imparare e gustare, come non proibita cosa, nella loro pristina servitù; ma con forza libertà e verità scriveranno pur anche, perchè di schiavi che nati erano, avuto aveano il coraggio di farsi uomini cittadini; e in somma, sublimi scrittori saranno, perchè dal solo sublime e natural loro impulso sforzati erano a divenire scrittori.
Quindi allora il veramente epico poeta, che in sublimi versi una impresa veramente sublime piglierà a descrivere, sceglierà certamente piuttosto di cantare la liberazione di Roma da Bruto, che quella di Gerusalemme da Goffredo.
Con questa scelta, verrebbe egli a vendicare da prima l'onore dell'arte sua; perchè dei sommi epici poeti, nessuno finora ha tolto argomento da popoli liberi, se non in parte Omero, a chi considera quei Greci come molti popoli spontaneamente riuniti.
Ma, quanta maggior grandezza ne ridonderebbe ad un tema, di cui, in vece di Agamennone re, fosse anima e capo uno Scipion cittadino? sarebbe, ad egual eccellenza, di tanto superiore un tale poema, di quanto ad ogni altro popolo fu superiore il romano.
Ma Scipione, cantato da Ennio con ruvido carme di lingua ancor non perfetta, è perito; Augusto dalla divina tromba di Virgilio ottien quella vita, che Scipione solo meritava.
Si osservi tuttavia nell'Eneide, che Augusto non è, benchè paghi, l'eroe di quel poema, nè lo poteva pur essere: Scipione all'incontro, per la semplice forza della sua virtù, potea e può veramente, accendere di se un epico poeta, e ampiamente rimunerarlo colla semplice fama d'amendue.
Che la parola EPICO, parmi che debba importare alti eroi, alta impresa, alti effetti, altamente pensati e descritti; e qualunque di queste altezze vi manchi, io credo che l'epico cessi.
Quindi il moderno epico e libero poeta, invece d'intrudere nel suo tema episodiche lodi di Augusti, o di altri principi meno possenti ancora e più vili, vi inserirà le lodi dei veri eroi, degli illustri cittadini passati; sempre o poco o nulla dei viventi parlando, per rispettare ad un tempo e l'altrui modestia e la propria.
Un sì fatto poema riuscirà di assai più giovamento che nessunissima storia, appunto perchè dilettando assai più, non inse