DIALOGO, di Pietro Aretino - pagina 35
...
.
Le poverine stanno in quello "io mi mariterò" ostinatamente; e gli pare, avendo marito, poter comparir per tutto; e per non essere avezze a ber vino, e a mangiar carne rade volte, non si curano degli agi i quali posseno avere dandosi altrui: e stansi là ignude e scalze, dormendo ne la paglia, vegghiando tutte le notti del verno e de la state guadagnandosi a fatiga il pane.
E quando ci si recano, il nostro tempestar le madri, le nonne, le zie e le sorelle le sforza; e ne conosco assai che, se bene i mariti, perduto che hanno e imbriacati che sono, le bastonano, le pestano e le tranno giù per la scala, sopportano ogni male per viversi con l'onestà di aver pur marito.
BALIA.
Certamente egli è ciò che tu conti.
COMARE.
Ma l'altre ruffiane non sono la Comare, a la quale basta la vista di corrompere le verginità di ferro, di acciaio e di porfido, non che quelle di carne.
Serra a tua posta gli usci e gli orecchi: ogni cosa apre la chiavicina del mio ingegnuzzo, per poco che sia.
La Comare, ah? Non ne nasce ogni dì, non per la fede mia; e son grazie che si colgono al nascere; e cicali chi vòle, che non cambiaria arte con qualsivoglia artigiano: e se la non ci fosse stata robbata dai tabacchini che io ti ho detto, i capitani e i dottori ci starebbono di sotto.
E s'io ti volesse dire quanti grandi uomini e quanti bei garzoni si lasciano cadere sopra i nostri corpi, non fornirei in un mese; tutte quelle che vengano buse, si sfogano sul fatto nostro: e così godiamo, senza sospiri e senza pianti, di quello che se ne poterebbero tener bone le prime de la terra.
BALIA.
Io compresi il resto da quella che ti diede colui il qual mettesti in succhio nel contargli come era fatta sotto panni colei che gli facesti credere che saria venuta a trovarlo se il marito, o chi si fosse, non tornava di villa.
COMARE.
Pò essere che io te lo abbia detto.
Ma io la vo' mozzare con gli incanti: e ti dirò prima che ciancia usava per certificare la donna pregna se sarà maschio o femina; se le cose perdute si deon trovare; se il matrimonio andrà inanzi o no; se il viaggio si farà; se la mercatantia guadagnarà; se il tale ti ama; s'egli ha più innamorate; se lo scorruccio si pacificarà; se l'amante tornarà tosto, e altre simile frascarie di donne pazzerelle.
BALIA.
Ho caro di sapere cotali inganna-balorde-e-balordi.
COMARE.
Io aveva sculpito uno angioletto di sugaro piccin piccino, e colorito benissimo; e nel mezzo del fondo d'un bicchier forato stava un perno, cioè uno stiletto sottile, sopra del quale si fermava la pianta del piè de l'angiolo: onde si voltava con il soffio.
Il giglio che teneva in mano era di ferro, e ne lo incantarlo pigliava una bacchetta, ne la cima tutta di calamita e ne lo accostarla al ferro, si volgeva dove voleva la bacchetta; e quando una o uno desiderava sapere s'era amato o se rifaria la pace con lui e con lei, io scongiurando e borbottando parole infrastagliate, faceva il miracolo con la bacchetta, a la calamita de la quale il giglio di ferro veniva drieto: e così l'angiolo mostrava la bugia per verità.
BALIA.
Chi non ci starebbe saldo?
COMARE.
E perché mi imbatteva talvolta a dire il vero e perché la cosa pareva pur grande a chi non sapeva il tradimento, ci erano molti i quali credevano che tutti li demoni mi rendessero ubidienzia.
Ma al gittar de le fave.
BALIA.
Io non ho mai visto cotale sciocchezza, ma io intendo che se ne vede le maraviglie.
COMARE.
Io ti dirò: lo incanto loro è trovato da poco in qua, e s'usa a Vinegia, e ci è chi gli dà fede come i Luterani a fra Martino eretico traditore.
BALIA.
Che fave son queste?
COMARE.
Si piglia il numero di .XVIII., nove fave femine e nove fave maschi; e con il mordere dei denti se ne segna due, cioè una donna e uno uomo, e si accompagnano con un poco di cera benedetta, di palma e di sale bianco: le quali cose mostrano il martello degli amanti.
Appresso si toglie un carbone, che significa il corruccio de lo innamorato; e togliesi anco de la calcina del camino per conoscere quando verrà a casa; e dove lascio io il pane? a le ciance sopra dette si aggiugne una fettuccia di pane, il quale dinota la robba che se le dee portare.
Doppo questo, si piglia una mezza fava oltra il numero de le .XVIII.: e cotal mezza fa segno del bene e del male.
Come si è ragunato in uno e fave e cera e palma e sale e calcina e pane, si rimescolano le cose insieme, e con tutte due le mani si diguazzano e ventilano leggermente e si segnano con la bocca aperta: e caso che la bocca la quale ci sta sopra sbadigli, è buon segno, perché gli sbadigli certificano la cosa.
Segnate che altrui l'ha, se gli dice queste parole:
Ave madonna santa Lena reina, ave madre di Costantino imperadore.
Madre foste e madre sète; al santo mare voi andaste: con undecimilia vergini vi mescolaste, e con più d'altrettanti cavalieri vi accompagnaste; la beata tavola voi dirizzaste; con tre coricini di mille foglie la sorte gittaste; la degna croce voi trovaste; al monte Calvario voi andaste, e tutto il mondo alluminaste.
E rimescolando e squassando e ventilando le fave e l'altre cose, e risegnatele di nuovo con gli sbagli in mezzo, si dice:
Per le mani che l'han seminate, per la terra che l'ha nutricate, per l'acqua che l'ha bagnate, e per lo sole che l'ha sciugate, vi prego che mi mostriate la verità: e se il tal le vòl bene, fate che io il trovi appresso di lei su queste fave; se le parlarà tosto, fate che io lo ritrovi a bocca a bocca con seco; e se verrà presto, fate che caschi di queste fave; se le darà denari, fate che io trovi de le fave in croce appresso di lei; o vero, se mi mandarà qualcosa, mostratemi il vero in questo pane.
Si tolgano poi le fave e si legano con tre nodi in una pezza lina, e per ogni nodo si dicano queste parole:
Non lego queste fave, ma lego il cor del tale: che non possa aver mai bene né riposo né requie in verun luogo; né mangiare né bere, né dormire né vegghiare, né caminare né sedere, né leggere né scrivere, né con donna né con uomo parlare né praticare, né far cosa né dire, finché non viene a lei e che non ami se non lei.
Poi si aggira la pezza ne la qual sono le fave, tre volte sopra il capo, e lasciasi cadere in terra: e se rimane con il nodo in su, significa amore ne lo amante.
Fatte tutte le bagattelle che io ti ho detto, si legano a la gamba mancina de la donna che fa gittar lo incanto; e quando va a dormire, se le mette sotto il capezzale: e così dà martello a colui, ed ella si certifica dei suoi dubbi.
BALIA.
Io non intendo quel "fate che io il trovi appresso di lei a bocca a bocca; e se verrà presto, fate che caschi di queste fave".
COMARE.
Ella dice: fate che la fava maschio si tocchi con la fava femina; e nel cader suo, nel rimescolare, dimostra il venire a lei.
BALIA.
La intendo, sì, sì: e per mia fé che ella mi va.
COMARE.
Si dice che santa Lena si leva da sedere tre volte, mentre si incanta con la sua orazione: ed è un peccato che non lo cancellaria le stazzoni di dieci quaresime; e ho visto credergli da persone che non lo crederesti.
E penso...
BALIA.
COMARE.
...che io ne lo incanto de l'angiolo di sugaro ho smenticato l'orazione la quale si dice cinque volte prima che si porga la bacchetta al giglio.
BALIA.
Mi pareva pure che ci mancasse non so che: or dilla.
COMARE.
Angiolo buono, angiolo bello,
messer santo Rafaello,
per le vostre ali d'uccello
intendete ciò che io favello:
se colui la colei strazia
volgetevi in là, di grazia
e in qua s'altra nol sazia.
BALIA.
Quante cantafavole si dicano e si credano.
COMARE.
Se si dicano e credano, ah? Non si potria stimare la semplicitade altrui: e sia certa che, chi contasse i tristi e i goffi, non trovarebbe molto meno scempi che cattivi.
BALIA.
Non ne faccio dubbio.
COMARE.
Ne lo incanto de la cera se piglia quattro soldi di cera vergine e una pentola nuova, e si mette al fuoco con detta cera; e secondo che si comincia a scaldare, si dice la scongiurazione; e poi si toglie un bicchier non più adoperato, e gittasegli drento la cera distrutta: e tosto che è fredda, si vede tutto quello che tu sai dimandare.
BALIA.
Dimmi la scongiurazione.
COMARE.
Una altra volta.
BALIA.
Perché non ora?
COMARE.
Ho in boto di non dirla in questo dì che noi siamo; e ti insegnarò quello dei paternostri, la malia de l'uovo, e fino a la staccia da cernere la farina, ne la quale si ficca le forbici, con lo scongiuro del san Pietro e del san Pavolo; ma tutte son tresche e trappole e gabbamenti, e tengano parentado con le tristizie di chi fa cotali ribaldarie; ma perché ognun crede senza fatiga ciò che gli torna bene, la ruffiana spaccia le menzogne degli incantesimi per verità: e lo imbattersi che ha fatto alcuna nel vero, ci fa stare l'altre sgraziate.
BALIA.
La mi par la novella dei boti.
COMARE.
Non poniam la lingua nei boti, perché si dee scherzar con i fanti e non con i santi: e fai bene a darti ne la bocca, dicendone tua colpa come tu fai.
Ma io sono ormai stracca di favellare; e mi incresce a dirti come io, non avendo altro a fare, appostava le case dei forestieri a una ora o due di notte, e picchiavagli le porte, non rispondendo mai al "chi è là giù?".
Vero è che, venendo il servidore, diceva: "Non sta qui la Signoria di messer tale?"; ed egli, veduta balenare o questa o quella lordarella che io soleva menar meco, mi risponde: "Madonna sì, venite suso, che vi ha spettata due ore".
E ciò diceva per credersi di avermi colta, e per dare da trastullarsi al padrone il quale si dilettava di puttanine: e di ciò era io informata, onde io veniva a lui a posta fatta; e passata drento, mi si serrava la porta perché io non me ne potessi andare; e giunta di sopra, poteva esclamare con il ramaricarmi di non esser la casa di colui che mi aspettava! Anzi eravamo messi in capo di tavola, e si altro altro, la cena e il rimandarci accompagnate a la stanza non ci mancava; e anco lasciava la baldracca seco a dormire: dico qualche volta, beccando su e giuli e ducati.
BALIA.
Non mi dispiace questa sorte d'astuzia.
COMARE.
Talora andava a trovare uno, il quale erano passati due anni che non lo aveva veduto; e facendo stare aguattata la ninfa che io menava a vettura, picchiava l'uscio suo; e sendomi riposto, io diceva: "Dite a messere che io son la tale"; ed egli venutomi incontra in persona, dice: "Io mi credeva che fosse altri; la luna da Bologna, ti si pò dire; ma che è di te?"; e io: "Bene, per servirvi; io passando di qui vi ho voluto visitare: e ci son voluta venir cento volte, e poi non mi sono arrischiata per non vi dar noia".
E con queste berte lo appiccava con la diva che io menava meco per tutto.
BALIA.
Or non ti straccar più: e detto che tu mi hai come io ho a nascondere questo segno di mal francioso, che io ho in cima a la fronte, e il taglio che mi vedi nel mezzo de la gota ritta, finiamola.
COMARE.
Come a scondere il segno e il taglio? Io voglio che tu te ne tenga ben buona: domine è, che te ne dei tenere, perché il fregio e il segno significano e dimostrano la perfezione de l'arte ruffianesca; e sì come le ferite che i soldati beccano su ne le battaglie gli fanno parer più valenti e più bravi, così i segnuzzi del mal francioso e i fregetti de le coltellatine chiariscano altrui de la sufficienzia de la ruffiana: e cotali cose son perle le quali ci ornano.
E lasciamo andar questo; non si conosceria la differenzia da una a una altra speziaria e taverna, se non fossero le insegne: lo spezial "dal moro", il "bonadies", lo spezial "da l'angelo", "dal medico", "dal corallo", "da la rosa" e "da l'uomo armato".
Ecco l'osteria "de la lepre", "de la luna", "dal pavone", "da le due spade", "da la torre" e "dal cappello"; e se non fossero l'armi le quali sono ne le valige portate d'alcuni disgraziati sopra un cavallaccio pien di crusca e bolso, chi conoscerebbe i padroni dei poltroni che le portano? E perciò i segni e i fregi son necessari a la ruffiana, come anco i merchi ai cavalli: e non si sapria di qual razza fossero, non avendo il merco ne la coscia; e più ti dico, che non sarebbero in prezzo se venissero in mostra senza segnale.
Qui la terminò la Comare; e levatasi suso, fece rizzare anco la Balia, la Pippa e la madre: e vista la colazione apparecchiata, immolla un poco la lingua e le labbra secche per cotanto favellare.
Intanto porge l'orecchie a la Nanna, la quale commenda la sua diceria e con istupirne confessa che tutte le ruffiane del mondo insieme non ne sanno quanto ne sa ella sola; e voltatasi a la Balia disse: "Questo pesco che ha udito il bel discorso, potria tenere scola dei suoi ricordi: or pensa quel che doveresti far tu"; poi ammonì la figliuola a tenere a mente ciò che ella ha udito.
Intanto monna Comare spesseggia il bere, dando gran laude a chi lo trovò; e perché il corso peloso, mordendola e basciandola, le aveva fatto venire la lagrimetta a l'occhio, andava in estasis, non dando cura a la Nanna che, per essersi scordata nel primo suo ragionamento un punto solo, cioè d'insegnare a la Pippa il modo de lo intertenere quelli che falliranno o per suo conto o per il loro, e perché ogni femina gli caccia a le forche non se ne ricordando più né più volendo vedergli, le pareva cosa importante a dirne due paroline.
Pure le lasciò stare, perché la Comare, avviatasi per l'orto, cominciò a vagheggiarlo tutto, dicendo: "Nanna, il tuo robba-fastidio è un vago spassa-tempo"; replicando: "Oh il bello orto, certo certo egli pò disgraziarne il giardino del Chisi in Trastevere e quello de fra Mariano a monte Cavallo.
È un peccato che quel susino si secchi; guarda guarda, questa pergola ha i fiori, lo agresto e l'uva; quanti melagrani, Iddio, e dolci e di mezzo sapore: io le conosco, e si vogliano ormai còrre acciò che non sieno colte.
Oh bella spalliera di gelsomini, oh bei vasi di bosso, che bel muricciuolo di ramerino.
To' su questo miracolo: le rose di settembre, misericordia.
Fichi brogiotti, ah? Infine, io delibero di venirci fra l'aprile e il maggio; e voglio empirmi il seno e il grembo de le viole a ciocche che io veggo qui.
Oh quanti testi di viole da Dommasco! Per conchiuderla, le bellezze di questo paradisetto mi aveva fatto smenticare che egli è già sera: e perciò monna menta, madonna magiurana, madama pimpinella e messer fiorancio perdoneranno al mio non più far l'amor seco; e per mia vita, che ogni cosa ride quinci; che ventarello che trae, e che aria, e che sito.
Per questa croce, Nanna, che se qui fosse una fontanella la quale zampillasse l'acqua in suso, o che fuor degli orli versasse e a poco a poco innaffiasse l'erbe per i suoi viottoli, tu gli potresti por nome il giardino dei giardini, non che l'orto degli orti".
Così disse la Comare; e parendole l'ora di ridursi a casa, basciata che ebbe la Pippa, con una "buona sera" e "buona sera e buono anno", si redusse con la Balia dove avevano a ridursi.
AL NOBILISSIMO LIONARDO PARPAGLIONI LUCCHESE
MESSER FRANCESCO COCCIO.
Io vorrei, gentil messer Lionardo, che voi e messer Agostin Ricchi, figliuoli in amore del divino uomo, avesse veduto il miracolo che, componendo la presente opra in un mese, a due e tre ore di studio per mattina, ha fatto: per vertù di quello ingegno, il quale ne ha partoriti cotanti degli altri, e in vostra presenzia e nel cospetto di qualunche, mentre scrive, viene a lui.
Gran cosa e da non credersi, se ben si vede che un volume così lungo, così vivo e così nuovo nasca improviso prima che ne sia gravida la mente: e nascendo in un tratto, senza punto rivederne, mandarlo a le stampe forestieri, e più paro le mette insieme in .X.
dì egli, che gli impressori in .XX., ed è sì veloce il suo fare, che, ritornandogli in mano, lo riconosce nel modo che si riconosce ciò che si sogna nel sentir ricordare o quella cosa propia o una altra simile.
Ma chi sarà colui che, nel leggere cotali piacevolezze, non comprenda in loro quello che ce si desidera, non pure quello che ci dee essere? Oltra questo, chi considera le femine introdutte a parlare, vedrà nei vocaboli che elle usano, e ne lo scompigliare dei ragionamenti, il decoro del decoro: perché è tanta la felicità che a l'operare suo ha dato la natura, che non solo il replicar d'una materia, e il proporla e non seguitarla in tutto, che egli per correre e non rivedere la composizione ci ha fatto, ma gli è venuto a proposito fino a la trascuratezza de la impressione, la quale ha lacerate le sentenze col troncare via le parole intere e con interponerle al rovescio, discordando per più crudeltà il singulare dal plurale: non per altro che per esser proprio de le donne il cominciare e non finire, il dir due volte una ciancia, il ritornare con la favella indietro e il mescolare insieme la unione dei numeri.
Onde egli è quel dipintore che avventò la spugna molle di colori ne la bocca al cavallo, il qual fece fare a la disavertenza del caso quella schiuma che non aveva saputo ritrare la diligenzia de l'arte.
Ma poco stima messer Pietro la lode de le rime e de le prose con cui fugge l'ozio, perché son fumi da maestri di scola invecchiati in su i libri: il bel suo vanto è lo avere trionfato de l'alterezza dei prencipi, facendosi tributari coloro che son tributati dal mondo.
E non per odio ha contrastato con l'altezza di questo e di quello, ma perché la vertù si glorificasse per mezzo suo come si è glorificata: e perciò tutti quelli che si godano del nome di vertuoso doverebbono rendergli grazie immortali, poiché la sua ardita bontà ha militato per il comun benefizio, non parlando per enigma né sotto i veli, anzi nel volto dei pontifici, degli imperadori, dei re e dei duchi: le Santità, le Maestà e l'Eccellezie dei quali ormai si sono ravvedute, dando parte di ciò che debbeno a la vertù; e perciò esso gli celebra e adora.
Ma veniamo a la maraviglia del suo dar di piglio a tanti subietti diversi, e come sia forte a pensare che d'un medesimo autore sieno le opre sacre e le lascive che di suo si leggano e leggeransi: perché tosto cominciarà e finirà un Trattato de la libertà e de la servitù, il quale ha promesso di fare al magnifico e dottissimo giovane messer Domenico Bolani, signor de la casa dove egli abita; ed esercitinsi cotali scritti per norma de la vita, perché giovano, e non nuocano, ai buoni costumi; e mentre vi mostra le malizie altrui, vi insegna a schifarle: che anco del tosco del fuoco e del ferro si trae costrutto salutifero, benché paiano e sieno sì fiera materia.
Ora io lodo Iddio poiché mi pasco di lezioni fuora de le imitazioni trite, e d'un modo satirico non usato ancora; ed è un peccato che sua Signoria non abbia acumulato tanta moltitudine di gentilezze che egli ha composte: è ben vero che non son perdute, e che il duca di Mantova ne ha gran copia; ma il male sta che molti, i quali vogliano farsi credito, pongano il nome suo ne le sciocchezze loro.
Pure Michelagnolo, il Sansavino e fra Sebastiano piombatore risplenderebbono fin ne le tenebre; e non vo' che mi si scordi il giudizio Aretino in aversi saputo eleggere una bella e nuova via: ecco il famoso pittore cerca di ritrare persone note, e non ignote, acciò che ognun possa discernere la perfezione del suo stile; e così egli ragiona di cose provate da tutti, onde tutti giudicano il merito suo, e senza stitichezza di parole.
E se due donnicciuole toscane favellassino, non favellarebbeno altrimenti che si abbia favellato la Nanna, la Pippa, la Comare e la Balia: e se la sua patria, madre degli ingegni, se Arezzo, già capo di Toscana, fu inanzi a la città da cui si tolgono le leggi del parlare, perché non gli è lecito usare la lingua del paese? Come si sia, andate altero poiché il folgore di verità e di poesia fa ombra, con l'ali de la sua fama, a lo esser vostro; e verrà tosto il tempo che i guiderdoni aparecchiatigli dal Cielo e da la Fortuna vi felicitaranno, onde poterete vivergli gloriosamente apresso.
VALETE.
...
[Pagina successiva]