IL FANCIULLINO, di Giovanni Pascoli - pagina 1
Giovanni Pascoli
I.
L'usignuolo è piccolo, e il mare è grande; e l'uno è giovane, e l'altro è vecchio.
II.
E le narrava col suo proprio linguaggio infantile.
La parola "bello" e "grande" ricorreva a ogni momento nel suo novellare, e sempre egli incastrava nel discorso una nota a cui riconoscere la cosa.
I guerrieri? Portavano i capelli lunghi.
Le loro aste? Facevano una lunga ombra.
Per non essere frainteso ripeteva il medesimo pensiero con altra forma: diceva "un pochino, mica tanto!", "vivere, mica morire!", e anche "parlò e disse", "si adunarono e furono tutti in un luogo".
Non mancava di quelle spiegazioni che chiudono la bocca: "ubbidite, perché ubbidire...è meglio" "solo devo rimanermene senza dono? Non sta bene".
La chiarezza non è mai troppa: "I pulcini erano otto, e nove con la madre, che aveva fatti i pulcini", "Aias, quello più piccolo, non grande come l'altro, ma molto più piccolo: era piccino...".
Un divino arciere tirava l'arco "e per tutto si vedevano cataste accese per bruciare i morti".
Il dio supremo mosse il sopracciglio e scosse i capelli, "e scrollò l'Olimpo che è così grande".
Sopra tutto, per far capire tutto il suo pensiero, in qualche fatto o spettacolo più nuovo e strano, s'ingegnava con paragoni tolti da ciò che esso e i suoi uditori avevano più sott'occhio o nell'orecchio.
Così rappresentava un mare agitato che con le grosse onde spumeggianti si getta contro la spiaggia, e strepita e tuona, per dar l'idea d'una moltitudine d'uomini che accorre in un luogo; e descriveva uno sciame di mosche intorno ai secchielli pieni colmi di latte, per esprimere il confuso e vasto agglomerarsi d'un esercito di guerrieri.
No no: il fanciullino del cieco non tanto voleva farsi onore, quanto farsi capire: non esagerava; perché i fatti che raccontava, gli parevano già assai mirabili così come erano.
E non sarebbe ragionevole, di cose che dopo trenta secoli non si credono più verosimili.
Ma dopo pur trenta secoli gli uomini non nascono di trent'anni, e anche dopo i trent'anni restano per qualche parte fanciulli.
III.
Egli non avrebbe dentro sé quel seno concavo da cui risonare le voci degli altri uomini; e nulla dell'anima sua giungerebbe all'anima dei suoi vicini.
Egli non sarebbe unito all'umanità se non per le catene della legge, le quali o squassasse gravi o portasse leggiere, come uno schiavo o ribelle per la novità o indifferente per la consuetudine.
Eppure è chi dice che veramente di generi umani ve ne ha due, e non si scorge che siano due, e che l'uno attraversa l'altro, sempre diviso ma sempre indistinto, come una corrente dolce il mare amaro.
Ora se questo è vero, non può avvenire se non per una causa: che gli uni hanno dentro sé l'eterno fanciullo, e gli altri no, infelici!
Ma i segni della sua presenza e gli atti della sua vita sono semplici e umili.
Egli rende tollerabile la felicità e la sventura, temperandole d'amaro e di dolce, e facendone due cose ugualmente soavi al ricordo.
Egli ci fa perdere il tempo, quando noi andiamo per i fatti nostri, ché ora vuol vedere la cinciallegra che canta, ora vuol cogliere il fiore che odora, ora vuol toccare la selce che riluce.
E a ogni modo dà un segno, un suono, un colore, a cui riconoscere sempre ciò che vide una volta.
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