I LIBRI DELLA FAMIGLIA, di Leon Battista Alberti - pagina 41
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E per bene potere questo, a te conviene non tutto il dí sedendo starti oziosa colle gomita in sulla finestra, quale fanno alcune mone lentose, quali per suo scusa tengono il cucito in mano che mai viene meno.
Ma pigliati questo piacevole essercizio di rivedere ogni dí piú volte da sommo a imo tutta la casa, rinumerare se le cose sono ne' luoghi loro, e conoscere ciascuno quanto s'adoperi, lodare piú chi meglio faccia il debito suo, e se quello che fa costui meglio si potesse in altro modo fare, informarlo: al tutto sempre fuggire l'ozio, sempre in qualche cosa essercitarti, imperoché questo essercizio molto gioverà alla masserizia, e molto anche a te sarà utilissimo, ché poi cenerai con migliore appetito, sara'ne piú sana, piú colorita, fresca e bella, e la famiglia ne sarà piú regolata, non potranno cosí scialacquare la roba».
LIONARDO Certo dite il vero.
Quando e' famigli non temono essere veduti, né hanno chi gli rasegni, quelli allora gettano via piú molto che non logorano.
GIANNOZZO Ancora ivi surge maggiore danno, diventano ghiotti e lascivi, e dalla negligenza de' padri della famiglia pigliano licenza e ozio a maggiori vizii.
Però dissi io alla donna mia, quanto potesse fusse diligente provedendo che in casa si distribuisse le cose con ragione e ordine, e che per casa non sofferisse essere alcuna cosa in uso la quale fusse piú che al bisogno s'apartenesse superflua, ma scemasse ogni superchio e quello facesse riporre in luogo salvo; se fusse disutile, lo desse a vendere, e sempre piú si dilettasse di vendere che di comperare, e de' danari comperasse solo cose necessarie alla famiglia.
GIANNOZZO Feci.
Dissili: «Donna mia, ogni cosa senza la quale onestamente si può a' nostri bisogni supplire, quella si vuole stimare superchia, e vuolsi non lasciarla per casa alle mani di tutti, ma riporla: come gli arienti, quali in casa ogni dí non s'adoperano, ripo'gli, assettali ne' luoghi loro, e quando noi onoraremo gli amici, tu allora ne ornerai la mensa.
E cosí quello che s'adopera solo il verno provederai non stia per casa la state, e quello che si adopera solo la state conviene stia riposto il verno; e quanto di qualunque cosa nell'uso nostro domestico potrai onestamente scemare, stima ivi tutto quello esservi troppo.
Però scemalo, ripollo e serbalo».
LIONARDO E per serballo desti voi alla donna regola alcuna?
GIANNOZZO Sí, diedi questa.
Dissili: «Bisogna per conservare le cose prima provedere che da sé a sé quelle non si guastino, poi guardalle che da altri non fussino magagnate o destrutte.
Pertanto in prima bisogna riporre ciascuna in luogo atto a molto mantenerla, come il grano in luogo fresco, scoperto da tramontana, el vino in luogo dove né caldo né freddo superchio, né vento né cattivo alcuno odore vi possa nuocere; e conviensi spesso rivedella, che se per caso alcuno incominciassi a corrompersi, subito si possa o risanarla o prima adoperarla che in tutto ella sia fatta disutile, o per modo medicarla ch'ella tutta non si perda; poi sarà necessario tenerle chiuse in parte che non a ogni persona sia licito aoperarla e logorarla».
Adunque cosí li dissi; in questo non biasimerei se le cose da serbare, per non le lasciare in mano e uso della brigata, si serrassino ne' luoghi loro colle chiavi, e lodarei le chiavi tutte stessono apresso della madre di famiglia, la quale osservasse ch'elle non andassono per troppe mani, anzi le tenesse tutte apresso di sé; solo quelle chiavi quali s'adoperassino tutta ora, come della cella e della dispensa, queste consegnasse a uno de' piú assidui in casa e piú fidato, piú onesto, piú costumato, piú amorevole e massaio verso le cose nostre.
LIONARDO E a questo desse quelle chiavi, che andasse in su in giú portando quanto bisogna?
GIANNOZZO Sí, ancora perché sarebbe una ricadia alla donna dare e richiedere le chiavi sí spesso.
Ma dissi: «Donna mia, ordina che le chiavi sempre siano in casa, per non aver cercando ad indugiare se forse bisognasse, e ordina che al tempo costui apparecchi in modo che la brigata tutto abbi ciò che bisogna a fuggire la sete e la fame, però che loro mancando questo, ci servirebbono male e non procurerebbono con diligenza le cose nostre.
A' sani farai dare le cose buone, acciò che di loro niuno infermi; e' non sani farai molto governare, e con molta diligenza curerai che tornino a sanità, imperò che egli è masserizia presto guarirli; mentre che giacessoro, tu non saresti servita e arestine spesa.
Quando e' saranno sani e liberi, e' ti serviranno con piú fede e con piú amore.
Sí che, donna mia, cosí farai ciascuno in casa abbia quello che a lui bisogna».
Cosí li dissi, e agiunsi ancora questo: «Moglie mia, acciò che a questo e agli altri domestici bisogni non manchi le cose, fa in casa come fo io nel resto fuori di casa.
Pensa molto prima quale cosa possa bisognare, poni mente quanto di ciascuna sia in casa, quanto quella soglia bastare, quanto sia durata, e quanto ancora all'uso nostro possa supplire; e a quello modo bene comprenderai ove sia da provedere, e subito me lo dirai molto prima che quella a noi in casa scemi afatto, acciò che io possa di fuori trovare del migliore e con minore spesa.
Sí, quello che si compera in fretta le piú volte sarà male stagionato, mal netto, guastasi presto, costa piú, e cosí se ne getta via altretanto piú che non se n'adopera».
LIONARDO E la donna cosí faceva, prevedeva e avisava?
GIANNOZZO Sí, e per questo sempre io avevo spazio a procacciarne del migliore.
LIONARDO Trovate voi masserizia in comperare sempre del migliore?
GIANNOZZO E quanto grande! Se tu manometti il vino forte, el salato guasto, o qualunque altra cosa non buona a pascere la famiglia, non so come veruno sappia farne riserbo.
Gettasi, versasi, niuno se ne cura, ciascuno se ne duole, e per questo ti serve di peggio, ascrivonti questo ad avarizia, chiàmanti misero.
Adunque ne ricevi danno e infamia, e cosí chi non ama le cose tue triste impara poco amare e riverire te.
Ma se tu hai il vino buono, il pane migliore, l'altre cose competente, la famiglia sta contenta e lieta a servirti.
Il dispensatore fa delle buone cose masserizia, e delle cattive insieme con gli altri si duole; e per ciascuno de' tuoi le cose buone si riguardano, e dagli strani molto ne se' onorato, e durano sempre le cose buone piú che le non buone.
Eccoti questa mia cioppa quale io tengo in dosso.
Qui già sotto ho io consumato piú e piú anni, poiché io me la feci persino quando maritai la prima mia figliuola, e fui di questa onorevole parecchi anni le feste; testé per ogni dí ancora vedi quanto ella sia non disdicevole.
Se io allora non avessi scelto il migliore panno di Firenze, io dipoi n'arei fatte due altre, né però sarei stato di quelle onorevole come di questa.
LIONARDO Ben si suole dire le cose buone meno costano che le non buone.
GIANNOZZO Non dubitare, egli è verissimo.
Le cose quanto sono migliori tanto piú durano, tanto piú ti onorano, tanto piú ti contentano, tanto piú si riguardano.
E voglionsi avere in casa le cose buone, e averne in copia quanto basti.
E quello detto d'alcuni e' quali dicono essere meglio carestia di piazza che dovizia di casa, mi pare solo vero in una famiglia disordinata e sanza regola.
Ma chi per tempo e con ordine sa regolare sé e' suoi, a costui giova avere la casa doviziosa e abondante d'ogni bene.
Né si potrebbe dire a mezzo quanto in ogni cosa sia nocivo il disordine, e per contrario utilissimo l'ordine, né so quale piú sia alle famiglie dannoso o la straccuraggine de' padri o il disordine della famiglia.
LIONARDO Dicesti voi alla donna di questo ordine quanto bisognava?
GIANNOZZO Nulla rimase adrieto.
Piú e in piú modi lodai l'ordine e biasimai il disordine, quali modi testé sarebbe lungo recitarli.
Monstra'li che l'ordine era necessario, come con l'ordine si facevano le cose leggiermente e bene, e doppo molte ragioni io diedi questa similitudine: dissi: «Eh! moglie mia, se il dí solenne della grande festa tu uscissi in publico e mandassiti inanzi le fanti e le serve, tu poi seguissi drieto cortese, e fussi vestita col broccato, e avessi il capo fasciato come quando tu vai a posarti, e portassi cinta la spada e in mano la rocca, come ti parrebbe esserne lodata? Quanto ne saresti tu onorata?».
LIONARDO Considerate voi, Battista e tu Carlo, quanto in sé abbino forza queste similitudini insieme e quanta grazia.
Ma che vi rispuose ella, Giannozzo?
GIANNOZZO «Certo», disse ella, «trista a me, in quello abito mi riputeresti pazza».
«Però», li dissi io, «moglie mia, si vuole avere ordine e modo in tutte le cose.
A te non sta portare la spada, né come gli uomini fare l'altre cose virili, né ancora alle donne sta bene in ogni luogo e a ogni tempo fare ogni cosa licita alle femmine, come tu vedi che tenere la rócca, portare el broccato, avere il capo fasciato non si conviene se non ciascuno a' tempi e a' luoghi suoi.
Ma sia tuo officio, donna mia, essere la prima inanzi a tutto il resto della famiglia, non con superbia, ma con molta umanità, e con ogni diligenza avere a tutto buono ordine e buona cura, e provedere che le cose siano in uso a' tempi dovuti, per modo che quello el quale s'afaceva all'autunno non si consumi il maggio, e quello dovea bastare uno mese non si logori in uno dí».
LIONARDO Come vi parse la donna bene animata a fare quante cose voi contavi?
GIANNOZZO Ella pure stava non poco in sé sospesa.
Per questo li dissi: «Moglie mia, queste cose quali io dico, se tu disporrai di farle, tutte verranno a te leggiermente fatte.
Non ti paia grieve fare quello di che tu sarai lodata; piú tosto ti pesi lasciare adrieto quello quale non faccendo saresti biasimata.
Credo io sino a qui tu, in ciò che io t'ho detto, abbia inteso me senza alcuna fatica, e piacemi.
Dicoti, come queste a te sono state leggieri ad imparare, cosí molte saranno dilettose a farle, ove tu amando me, desiderando l'utile nostro, qui porrai l'animo a fare con ordine e diligenza quanto da me tutto il dí imparerai.
E, moglie mia, quello che tu farai volentieri, per difficile che sia, ti verrà fatto bene.
Sempre quello che si fa non volentieri, per facile che sia, non si fa bene.
Non però voglio tu sia quella che facci ogni cosa, no.
Molte cose a te sarebbono male a fare, sendovi altri che le facesse, ma a te sta nelle cose piú infime comandare, e in tutte, quanto spesso ti dico, conoscere in casa quello che ciascuno s'adoperi».
LIONARDO O buoni e santissimi amaestramenti, quali desti alla donna vostra: fusse e volesse parere onesta, comandasse e facessesi riverire, curasse l'utile della famiglia e conservasse le cose domestice! E quanto li dovesti voi parere uomo da gloriarsi esservi moglie!
GIANNOZZO Sia certo, ella conobbe che io li dissi il vero, comprese quanto io diceva per sua utilità, intese me essere piú savio di lei; però sempre mi portò grandissimo amore e molta riverenza.
LIONARDO Quanto fa, quanto è il sapere ammaestrare e' suoi! Ma quanto vi parse ella avervene grazia?
GIANNOZZO La maggiore.
Anzi solea dire spesso tutte le ricchezze sue, tutte le fortune sue essere in me, e con l'altre donne sempre dicea che io era e' suoi ornamenti.
E io dicea: «Donna mia, gli ornamenti tuoi e le bellezze tue saranno la modestia, il costume, e le ricchezze tue staranno nella tua diligenza; però piú si loda in voi donne la diligenza che la bellezza.
Mai fu la casa per vostra bellezza ricca, ma sí spesso diventa per diligenza ricchissima.
Pertanto tu, donna mia, e sarai e desidererai parere piú diligente, modesta e costumata che bella, e a quello modo ogni tuo bene sarà in te».
LIONARDO Queste parole la doverono incendere per modo che tutti e' suoi pensieri, tutto el suo ingegno mai dovea restare di fare ogni cosa quale vi piacesse, sempre studiarsi e sollicitarsi in procurare bene ogni cosa, mai dovea requiare di provedere a tutto per monstrare sé essere diligente e amorevole quanto ella dovea.
GIANNOZZO Ella pure da prima era alquanto timidetta in comandare, come quella ch'era usata ubidire alla madre, e ancora la vedeva oziosetta, e pareva alquanto starsi malinconosa.
LIONARDO E a questo non rimediasti voi?
GIANNOZZO Rimediai.
Quando io giugneva in casa, io la salutava con apertissimo fronte, acciò che ella vedendo me lieto ancora si rallegrasse, e vedendo me stare tristo non avesse cagione di contristarsi.
Dipoi li dissi come el compar mio, uomo prudentissimo, solea subito tornando in casa avedersi se la moglie sua, la quale era ritrosissima, avesse conteso con alcuno, non ad altro segno se non quando e' vedea ch'ella fusse meno che l'usato lieta.
E qui, molto biasimandoli el contendere in casa, io affermava che le donne sempre doverebbono in casa stare liete, e questo sí per non parere diverse come la comare e contenziose, sí ancora per piú piacere al marito.
Una donna lieta sempre sarà piú bella che quando ella stia accigliata.
«E ponvi mente tu stessi, moglie mia», dissi io, «quando io torno in casa con qualche acerbo pensiero, che spesso accade a noi uomini perché conversiamo e abbattiànci a' malvagi maligni e a chi ci inimica, tu, cosí vedendomi turbato, tutta in te t'atristi e dispiaceti.
Cosí stima interviene e molto piú a me, perché so tu non puoi avere in animo alcuna acerbità se non di cose quali vengono solo per tuo mancamento.
A te non accade se non vivendo lieta farti ubidire e procurare l'utile della nostra famiglia.
Per questo mi dispiacerebbe vederti non lieta, ove io comprenderei con quello tuo attristirti confesseresti avere in qualche cosa errato».
Questo e molte simili cose atte alla materia piú volte li dissi, confortandola al tutto fuggisse ogni tristezza, sempre a me, a' parenti e agli amici miei si porgesse con molta onestà, lieta, amorevole e graziosa.
LIONARDO E' parenti assai credo essa potea conoscere quali fossino, ma non so quanto a una giovinetta di quella età sia facile discernere chi sia amico, ove troviamo in la vita quasi niuna cosa piú difficilissima che in tanta ombra di fizioni, in tanta oscurità di voluntà, e in tante tenebre d'errori e vizii, quanto da ogni parte abondano, scorgere quale ti sia vero amico.
Per questo a me sarebbe caro sapere se voi alla donna vostra insegnasti conoscere chi vi fusse amico.
GIANNOZZO Non l'insegnai conoscere, no, chi mi fosse amico, però che, come tu di', cosí questo a me pare cosa incertissima e molto fallace intendere l'animo d'uno se m'è vero amico o no.
Ma io bene alla donna insegnai conoscere chi ci fosse inimico, e poi appresso l'insegnai chi ella dovesse riputare amico.
Dissili: «Non stimare, moglie mia, uomo alcuno mai essere nostro amico el quale tu vegga cercare contro all'utile nostro; e stima colui essere inimicissimo il quale cerchi cosa alcuna contro al nostro onore, imperoché piú a noi debba essere caro molto l'onore che la roba, piú la onestà che l'utile.
Manco ci farà danno chi a noi torrà qualche cosa, che chi ci darà infamia.
E perché, moglie mia, in due modi si vive contro alli inimici, o superchiandoli con forza, o fuggendoli ove tu sia piú debole, agli uomini giova adoperare la forza vincendo, ma alle donne non resta se non il fuggire per salvarsi.
Fuggi adunque, non mai porre occhio a niuno nostro inimico, ma riputa amico qualunque io in presenza onoro e in assenza lodo».
Cosí li dissi.
Dipoi ella cosí facea.
Era onestissima, lieta, governava con modo, procurava con molta diligenza tutta la famiglia.
Ma in questo peccava, che alcuna volta, per parere troppo diligente, si sarebbe data a fare una o una altra cosa infima, e io subito gliele vietava, diceali questo comandasse ad altri, e comandando facesse valere sé apresso e' suoi, in qualunque modo avendosi per casa come si richiede patrona e maestra di tutti, e fuori di casa ancora cercasse acquistare in sé qualche dignità; e per questo qualche volta ancora, per prendere in sé qualche autorità e per imparare comparire tra la gente, si porgesse fuori aperto l'uscio con buona continenza, con modo grave, per quale e' vicini la conoscessoro prudente e pregiassoro, e cosí e' nostri di casa molto la riverissono.
LIONARDO Cosí a me pare ragionevole la donna sia riverita.
GIANNOZZO Anzi fu sempre necessario questo.
Se la donna non si fa riverire, la famiglia non cura e' comandamenti suoi, e ciascuno fa le cose a sua voglia, sta la casa perturbata e male servita.
Ma se la donna sarà desta e diligente alle cose, tutti e' suoi la ubidiranno.
S'ella sarà costumata, tutti la riveriranno.
In questo ragionamento Adovardo discese verso noi.
Giannozzo e Lionardo si levorono incóntroli a salutarlo.
Carlo e io subito ascendemmo, se cosa fusse bisognata a nostro padre per vederlo.
Trovammo e' famigli aveano in comandamento stare in sull'uscio fuori della camera che niuno là entro entrasse.
Maravigliammoci e subito ritornammo giú ove Adovardo rispondeva a Giannozzo come Ricciardo era tutta questa mattina stato a rinvenire scritture e commentarii secreti, e che ora cosí era rimaso con Lorenzo per essere con lui solo insieme, e che Lorenzo molto gli parea migliorato.
Allora disse cosí Giannozzo: - Se io avessi cosí stimato Ricciardo essere stamani infaccendato, non mi sarei qui tanto indugiato, anzi in questo mezzo sarei ito a riverire Iddio e adorare il sacrificio, come già molti anni sempre fu mia usanza fare ogni mattina.
ADOVARDO Costume ottimo, e vuolsi prima cercare la grazia d'Iddio chi desidera essere quanto siete voi agli uomini grato e accetto.
GIANNOZZO Cosí mi pare condegno rendere grazia a Dio de' doni quali la sua pietà sino a qui ci concede, e pregarlo ci dia quiete e verità d'animo e di intelletto, e pregarlo ci conceda lungo tempo sanità, vita, e buona fortuna, bella famiglia, oneste ricchezze, buona grazia e onore tra gli uomini.
ADOVARDO Sono queste le preghiere quali porgete a Dio?
GIANNOZZO E sono, e ogni mattina cosí soglio.
Ma costoro stamani qui m'hanno tenuto.
Fuggitosi il tempo ragionando, non ce ne siamo acorti.
LIONARDO Stimate, Giannozzo, questo vostro officio di pietà essere gratissimo a Dio non meno che se fossi stato al sacrificio, avendoci insegnato tante buone e santissime cose.
ADOVARDO Che ragionamenti sono stati e' vostri?
LIONARDO E' piú nobili, Adovardo, e' piú utili; e quanto ti sarebbe piaciuto avere udito infiniti perfettissimi suoi ragionamenti!
ADOVARDO Bene so io, dove tu sia, mai si ragiona di cose se non molto nobilissime, e conosco in tutti e' suoi ragionamenti Giannozzo essere da udirlo molto volentieri.
LIONARDO In tutte l'altre cose sempre fu Giannozzo da essere ascoltato, ma in questa una piú che nell'altre ti sarebbe veduto e da 'scoltarlo e da maravigliartene, tante sono state le sue sentenze alla masserizia elegantissime e maturissime, innumerabili, inaudite.
ADOVARDO Quanto vorrei esserci stato!
LIONARDO Gioverebbeti, ché aresti inteso come la masserizia non manco sta in usare le cose che in serballe, e come quelle delle quali si dee fare piú che dell'altre masserizia sono le cose piú che tutte l'altre proprie nostre; e aresti udito come la roba, la famiglia, l'onore e l'amicizie non in tutto sono nostre, e aresti impreso in che modo di queste si debba essere massaio; giudicaresti questo dí esserti felicissimo.
ADOVARDO Duolmi altrove essere stato occupato, ché niuna cosa a me sarebbe piú cara che avermi trovato con questi vostro discipolo, Giannozzo, a imparare quel che oggimai m'accade, diventare buono massaio, ché cosí mi pare si convenga a noi, quanto prima diventiamo padri, crescendo in famiglia simile si cresca in masserizia.
GIANNOZZO Non ti lasciare cosí leggiere persuadere, Adovardo, quello che non è.
Lionardo qui sempre fu in me troppo affezionato, e forse gli sono piaciuto ragionando della masserizia, la quale cosa per ancora non gli accade interamente provare; piacegli udirne come di cosa nuova.
E se io sono a lui in questi nostri passati ragionamenti piaciuto piú che le mie parole né meritavano, né cercavano, non lo imputate a me, ma giudicate che la troppa affezione di Lionardo in me fa che ogni mia parola gli pare sentenziosa.
Di mie parole che grazia posso io porgere apresso di voi litterati e studiosi, i quali tutto il dí leggete e vedete divini ingegni, trassinate sentenze nobilissime, trovate detti prudentissimi apresso quelli vostri antichi, le quali cose in parte alcuna non sono in me? Ben mi sono certo ingegnato dire cose utili, quali dirle con eloquenza, con ordine, intesservi essempli, adducervi autorità, ornalle di parole, come solete dire voi che bisogna, arei né saputo né potuto; ché mi conoscete sono idiota.
Quello che io volessi dire d'altra cosa in quale io sono meno pratico non sarebbe degno d'audienza, né anche quello della masserizia si potesse per me narrare sarebbe se non quanto per lunga pruova cosí truovo essere utile; sí che dicoti, Adovardo mio, non ti dolga non ci essere stato.
Tu hai moglie e figliuoli; pruovi e conosci di dí in dí quello medesimo quale ho conosciuto io, e quanto tu hai piú ingegno di me insieme e piú dottrina, tanto piú e presto e meglio da te a te comprenderai e' bisogni, il modo, l'ordine e tutto quello si richiede alla masserizia.
ADOVARDO Né Lionardo stima di voi piú che vi meritiate, né voi ragionando della masserizia potresti parlare se non utilissimo.
E arei io caro per altre cagioni avervi udito, e per questa ancora, per riconoscere se l'opinione mia fusse simile al giudicio vostro.
GIANNOZZO Potrei io giudicare di cosa alcuna se non ben volgare e aperta? E potrei io, Adovardo, interpormi in causa alcuna ove il tuo sentimento, le tue lettere non ponessoro il giudicio tuo molto di sopra al mio? Io sempre sono stato contento non piú sapere che quanto mi bisogna, e a me basta intendere quello che io mi veggo e sento tra le mani.
Voi litterati volete sapere quello che fu anni già cento, e quello che sarà di qui doppo a sessanta, e in ogni cosa desiderate ingegni, arte, dottrina ed eloquenza simile alle vostre.
Chi mai potesse satisfarvi? Io certo no.
Di quelli non sono io.
E dicovi tanto, forse mi può essere caro tu, Adovardo, non ci sia stato presente, non perché io stimi da meno il giudicio di Lionardo che il tuo, Adovardo, ma perché cosí arei avuto a satisfare a due voi litterati; ove forse avessi voluto parervi quello che io non sono, io arei detta qualche sciocchezza, e molto piú mi sarei vergognato sentendomi non potervi satisfare.
LIONARDO Siate certo, Giannozzo, che, ragionando voi della masserizia, in qualunque luogo e' litterati non fastidiosi vi udirebbono volentieri, né so chi desiderasse in voi altro stile né altra copia d'ingegno né altro ordine d'eloquenza.
ADOVARDO Certo non che io avessi desideratovi altra copia, ma io mai arei stimato, e dicoti il vero, Lionardo, mai arei creduto la masserizia in sé avesse tanti membri quanti tu dicevi che Giannozzo la distinse.
LIONARDO Non ne dissi a mezzo.
ADOVARDO Come?
LIONARDO Molte piú cose: in che modo alla famiglia bisogna la casa, la possessione, la bottega, per avere dove tutti insieme si riducano per pascere e vestire e' suoi, e come di queste si debba esserne massaio.
ADOVARDO E della moneta dicesti vo' come o quale masserizia se n'abbia a fare?
GIANNOZZO Che bisogna dirne, se non come dell'altre cose? Spendansi alle necessità, l'avanzo si serbi, se caso venisse servirne all'amico, al parente, alla patria.
ADOVARDO E vedete, Giannozzo, diversa opinione quale io stimava, e forse poteva non senza ferma ragione cosí giudicare, che a uno massaio bisognasse non altro piú che fare buona masserizia del danaio.
E potea me muovere questo, che pur si vede il danaio essere di tutte le cose o radice, o esca, o nutrimento.
Il danaio niuno dubita quanto e' sia nervo di tutti e' mestieri, per modo che chi possiede copia del danaio facilmente può fuggire ogni necessità e adempiere molta somma delle voglie sue.
Puossi con danari avere e casa e villa; e tutti e' mestieri, e tutti gli artigiani quasi come servi s'afaticano per colui il quale abbia danari.
A chi non ha danari manca quasi ogni cosa, e a tutte le cose bisogna danari; alla villa, alla casa, alla bottega sono necessarii i servi, fattori, strumenti, buoi, e simili altre, le quali cose non si posseggono e ottengono senza spendere danari.
Se adunque il danaio supplisce a tutti i bisogni, che fa mestiere occupare l'animo in altra masserizia che in sola questa del danaio? E ponete mente, Giannozzo, in queste nostre fortune acerbissime, in questo nostro essilio ingiustissimo, ponete mente la famiglia nostra Alberta, quelli i quali si truovano avere danari quante sofferino manche necessitati che se fossino stati copiosi di terreni.
Quanta ricchezza manca a' nostri Alberti qui fuori di casa nostra, per avere in casa speso il grande danaio in mura e terreni! Giudicate voi stessi quanto sarebbe maggiore il nostro avere, se noi cosí avessimo potuto portarne gli edificii e i molti nostri campi drietoci come fatto abbiamo il danaio.
Stimerete voi forse a noi non fosse testé piú utile qui trovarci in danari anoverati quello che là oltre vagliono quelle nostre molte possessioni?
GIANNOZZO Bene a me sogliono questi vostri litterati parere troppo litigiosi.
Niuna cosa si truova tanto certa, niuna sí manifesta, niuna sí chiara, la quale voi con vostri argomenti non facciate essere dubia, incerta, e oscurissima.
Ma testé meco o piacciavi come tra voi solete disputare, o piacciavi vedere in questo che opinione sia la mia, conosco a me essere debito risponderti piú per contentarne te, Adovardo, che per difendere alcuna opinione.
Io non ti voglio negare, Adovardo, che per sopplire alle necessità e per satisfare alle nostre voglie il danaio non vaglia assai, ma io non ti confesserò però, benché io avessi danari, che ancora a me non manchino molte e molte cose, le quali non si truovano tutte ora apparecchiate a' bisogni, o sono non sí buone, o costano superchio.
E quando le bene costassino vili, a me sarà piú grato pigliarmi fatica piacevole in governare le mie possessioni, la mia casa io stessi, e ricormi quello mi bisogna, che d'avere prima al continuo fatica in contenere e' danari, poi avere travaglio in trovare le cose di dí in dí, e in quelle spendere molto piú che se io me l'avessi stagionate in casa.
E se non fusse in queste nostre avversità tu qui senti a te piú commodo il danaio che le possessioni altrove, stimo ne giudicaresti quello che io medesimo, e avendo quanto fusse assai per satisfare alle necessità e alle voglie tue e della famiglia tua, tu credo non troppo ti cureresti del danaio.
Quanto io, mai seppi a che fusse utile il danaio altro che a satisfare a' bisogni e volontà nostre.
Ma vedi ora quanto io sia da te piú oltre in diversa opinione, se tu piú stimi utili i danari ch'e' terreni: ove tu truovi te manco avere perduto danari che possessioni, ti pare egli però ch'e' danari si possino meglio serbare che le cose stabili? Parti però piú stabile ricchezza quella del danaio che quella della villa? Parti piú utile frutto quello del danaio che quello de' terreni? Quale sarà cosa alcuna piú atta a perdersi, piú difficile a serbare, piú pericolosa a trassinalla, piú brigosa a riavella, piú facile a dileguarsi, spegnersi, irne in fummo? Quale a tutti quelli perdimenti tanto sarà atta quanto essere si vede il danaio? Niuna cosa manco si truova stabile, con manco fermezza che la moneta.
Fatica incredibile serbar e' danari, fatica sopra tutte l'altre piena di sospetti, piena di pericoli, pienissima di infortunii.
Né in modo alcuno si possono tenere rinchiusi e' danari; e se tu gli tieni serrati e ascosi, sono utili né a te né a' tuoi: niuna cosa ti si dice essere utile se non quanto tu l'adoperi.
E potrei ancora racontarti a quanti pericoli sia sottoposto il danaio: male mani, mala fede, malo consiglio, mala fortuna, e infinite simili altre cose pessime in uno sorso divorano tutte le somme de' danari, tutto consumano, mai piú se ne vede né reliquie né cenere.
E in questo, Lionardo e tu Adovardo, parvi forse che io erri?
LIONARDO Quanto io, sono in cotesta medesima sentenza.
ADOVARDO In chi diciavate voi, Giannozzo, tanto essere forza d'argomentazioni che ogni ferma sentenza dicendo pervertiva? In noi forse litterati? Quanto io, non però vorrei non sapere quali mi dilettano lettere.
Ma se i litterati sono quelli e' quali sanno quanto voi dite con argomenti rivolgere ogni cosa e monstralla contraria, certo in me si può giudicare niuna lettera, tanto testé mi manca ogni ridutto da confutare e' vostri argomenti.
Ma per non mi arendere cosí tosto, ché sapete, Giannozzo, sempre fu piú lodo vincere chi si difende che vincere chi subito s'abandoni, io, non per concertare ma piú tosto per perdere virilmente, dico ch'e' vostri argomenti non però in tutto mi satisfanno.
Non saprei addurvi altra ragione, se non quanto mi pare che 'l corso e impeto della fortuna cosí se ne porta le possessioni come il danaio, e forse tale ora in luogo rimangono ascose e salve le pecunie, ove le possessioni e gli edificii in palese sono da guerre, da inimici, con fuoco e con ferro disfatte e perdute.
GIANNOZZO Ancora mi piace, com'e' pratichi buoni combattenti adoperano per vincere non meno astuzia che forza, e tale ora monstrano fuggire per condurre il nimico in qualche disavantaggio, cosí tu meco qui mostri accedermi, e pur ti fortifichi piú tosto d'astuzia che di fermezza.
Ma voglio di questo lasciarne il giudicio a te.
Non temo da voi alcune insidie come forse dovrei.
Considera, Adovardo, che né mani di furoni, né rapine, né fuoco, né ferro, né perfidia de' mortali, né, che ardirò io dire, non le saette, il tuono, non l'ira d'Iddio ti priva della possessione.
Se questo anno vi cascò tempesta, se molte piove, se troppo gelo, se venti, o calure, o secco corruppero e riarsero le semente, a te poi seguita uno altro anno migliore fortuna, se non a te, a' figliuoli tuoi, a' nipoti tuoi.
A quanti pupilli, a quanti cittadini sono piú state utili le possessioni ch'e' denari! Per tutto se ne vede infiniti essempli.
E quanti falliti, e quanti corsali, e quanti rapinatori hanno saziati e' danari de' nostri Alberti! Somme inestimabili, somme infinite, ricchezze da nolle credere tutte fatte con nostra perdita.
E volesse Dio si fussero spesi in praterie, in boschi o grippe piú tosto, che almanco pur sarebbono dette nostre, almanco si potrebbe sperare a migliore nostra fortuna di riavelle.
Stimate adunque il danaio non essere piú che le possessioni utile; stimate alla famiglia essere e utile e necessario la possessione.
Né so conoscere io il danaio a che sia trovato se non per spendere, per a quello cambio riceverne cose.
Tu, vero, avendo le cose, che ti bisogna il danaio? E hanno le cose questo in sé piú, che le truovano e' danari, suppliscono al bisogno.
Ma non ci aviluppiamo in questo ragionamento; favelliamo come pratichi massai; lasciamo le disputazioni da parte.
Cosí giudico: el buono padre di famiglia conosca tutte le fortune sue, né voglia avelle tutte in uno luogo, né tutte in una cosa poste, acciò che se gli inimici, se gli impeti ostili, s'e' casi avversi premono di qua, tu vaglia e possa di là; se danneggiano di là, tu salvi di qua; se la fortuna non ti giova in quello, né anche ti sia nociva in questo.
Cosí adunque mi piace non tutti danari, né tutte possessioni, ma parte in questo, parte in altre cose poste e in diversi luoghi allogate.
E di queste s'adoperi al bisogno, l'avanzo si serbi pell'avenire.
LIONARDO Che pure miri tu, Adovardo, quasi come stupefatto a questi detti di Giannozzo? Se tu avessi udito e' suoi ragionamenti sopra, tu confesseresti e' suoi detti alle famiglie quasi oraculi divini essere, tutti necessarii a bene reggere ogni famiglia fuori e dentro in casa.
Nulla v'è mancato, tutto v'è detto con suavità, chiaro, netto, puro.
Lodarestilo.
ADOVARDO Se Lionardo me ne consiglia, io sono contento consentirvi, Giannozzo, e come volete giudicherò che il buono massaio debba non ridursi in danari soli, né in sole possessioni, ma debba partire le fortune sue in piú cose e in piú luoghi.
E sono contento accresce'gli fatica e porgli ad animo la custodia e conservazione piú che del danaio, sola una cosa della quale essere massaio stimava io che bastasse.
LIONARDO Crederesti tu potere errare, Adovardo, nella masserizia consentendo al giudicio di Giannozzo?
ADOVARDO Anzi sarebbe in grande errore chi credesse il giudicio e sentenze di Giannozzo non essere verissimo, ma in alcuna cosa, Lionardo, benché le siano vere, tale ora non mi pare biasimo dubitarne.
E vedete, Giannozzo, in quello che io potrei dubitare.
Voi testé mi isvilisti il danaio, Iddio buono, per modo che niuna cosa piú sarebbe, sendo come diciavate, vile; solo fatto il danaio per comperare le cose.
Parse a me volesti pur troppo rendere il danaio disutile; sotto tante sciagure, sotto tanti pericoli il ponesti, che, se altri vi credesse mai, nonché esserne massaio, ma e' no' gli vorrebbe vedere.
E benché io vegga ne dite in molta parte el vero, pure stimo nel danaio esservi alcune altre commodità.
Pare a me non fate stima in una piccola borsetta trovarvi pane, vino, e tutte le vittoaglie, veste, cavalli, e ogni cosa utile portarsi in seno.
Ma chi negasse il danaio non essere ancora utile in prestallo agli amici quanto diciavate, e in traficarlo?
GIANNOZZO Non dissi io che tu, Adovardo, tendevi qualche insidie? Ma vinca meco questo costume di voi altri litterati, né sia cosa alcuna sí bene detta quale voi non sappiate monstrare essere male detta; né io sarei sufficiente volella con voi vincere.
ADOVARDO Certo non ad altro fine ve ne domando, se non per imparare da voi quanto per maturissima prudenza in questo come nell'altre cose conoscete.
LIONARDO Del trafficare i danari risponderò io quanto compresi da Giannozzo.
In ogni compera e vendita siavi simplicità, verità, fede e integrità tanto con lo strano quanto con l'amico, con tutti chiaro e netto.
ADOVARDO Ottimo.
Ma del prestargli, Giannozzo, se qualche signore, come tutto dí accade, vi richiedesse?
GIANNOZZO Dare'gli piú tosto in dono venti che in presto cento, e per non fare né l'uno né l'altro, Adovardo mio, ché tutti gli fuggirei.
ADOVARDO Che te ne pare, Lionardo?
LIONARDO E io ancora il simile.
Eleggerei perdere venti acquistandomi grazia, che arischiarne cento senza essere certo di riaverne grado.
GIANNOZZO Taci.
Non dire.
Non sia chi speri mai da' signori né grado né grazia.
Tanto ama il signore, tanto ti pregia, quanto tu gli se' utile.
Non ama il signore per tua alcuna virtú, né si possono le virtú fare note a' signori.
Sempre piú sono e' viziosi, ostentatori, assentatori e maligni in casa de' signori ch'e' buoni.
E se tu consideri, quasi la maggiore parte di quelli stanno ivi perdendo tempo oziosi, ché non sanno guadagnare in altro modo il propio vivere.
Pasconsi del pane altrui, fuggono la propria industria e onesta fatica.
E se ivi sono e' buoni, stansi modesti, stimano piú venire in grazia per la virtú che per ostentazione, amano piú essere bene voluti per suo merito che con ingiuriare altrui.
Ma la virtú non si conosce se non quando sia per opera manifestata, e poi ancora conosciuta pare assai s'ella è lodata; e forse raro si truova virtú bene premiata, e tu virtuoso non potrai la conversazione di quelli scelerati, a' quali dispiacerà la continenza, severità e religione tua.
Né tra i viziosi a te sarà luogo monstrare virtú, né arecherai a lodo contendere qualche premio con alcuno scelerato, lascera'lo vincere e ottenere quello che tu appetivi per non perseverare in questa contenzione, della quale tu vegga esserti apparecchiata molta piú ingiuria da quelli audacissimi uomini che lode dagli altri buoni.
Quelli adunque arditi e baldanzosi ti lasciano adrieto, e spesso piú nuoce uno raportamento di quelli assentatori in tuo biasimo, che non giova molta testimonianza in tua comendazione.
Però sempre a me parse da fuggire questi signori.
E credete a me, da loro si vuole chiedere e tôrre, dare o prestare non mai.
Ciò che tu loro dai, si getta via.
Hanno molti donatori, anzi comperatori delle grazie loro, anzi ricomperatori delle ingiurie.
Se tu porgi poco, ne ricevi odio, e perdi il dono; se tu assai, non te ne rende premio; se tu troppo, non però satisfai alla grande loro cupidità.
Non solo vogliono per loro, ma per tutti ancora e' suoi.
Se tu dai a uno, apri necessità a te stessi di dare a tutti gli altri, e quanto piú dai, tanto piú in te stessi ricevi danno, tanto piú quelli aspettano, tanto piú loro pare dovere ricevere: quanto piú presti, tanto piú te ne arai a pentire.
Apresso e' signori le promesse tue sono obligo, le prestanze sono doni, e' doni sono uno gittare via.
E colui si stimi a felicità a chi non molto costano le conoscenze de' signori.
Raro ti puoi fare grato a uno signore, se non ti costa.
Soleva dire messer Antonio Alberti ch'e' signori si voleano salutare con parole dorate.
E proverrai ch'e' signori debitori, per non renderti premio, adombreranno teco, strazierannoti, per farti rompere in qualche detto o risposta onde e' piglino loro scusa a nuocerti, e sempre cercheranno male finirti; e dove possano in molti modi nuocerti, ivi ti fanno peggio.
ADOVARDO Adunque sarò per vostro consiglio prudente.
Fuggirò ogni pratica de' signori, o, acadendomi con loro qualche traffico, sempre domanderò, o domandato cercarò dar loro quanto manco poterò.
GIANNOZZO Cosí farete, figliuoli miei, e piú tosto fuggirete ogni lusinga e fronte d'ogni tiranno, e questo vi troverrete utilissimo.
ADOVARDO Agli amici?
GIANNOZZO Che domandi tu? Ben sai che con l'amico si vuole essere liberale.
LIONARDO Prestare, donare loro?
GIANNOZZO Questo bene sapete.
Ove non bisogni, a che fine vorresti voi donare? Non perché e' t'amino, già che sono amici.
Non perché e' conoscano la liberalità tua, già che non bisogna.
Niuna donazione mi pare liberalità, se non quando il bisogno la richiede.
E io sono di quelli el quale piú tosto voglio amici virtuosi che ricchi.
Ma ancora io mi diletto piú d'avere amici fortunati che infortunati e poveri.
LIONARDO Ma all'amico che posso io, domandandomi, negarli?
GIANNOZZO Sai quanto? Tutto quello quale e' dimandasse disonesto.
ADOVARDO Ne' bisogni, credo, non sarebbe disonesto domandare allo amico qualunque cosa.
GIANNOZZO Se a me fosse troppo sconcio fare quanto chiedesse l'amico, perché devessi io piú avere caro l'utile suo che lui il mio? Ben voglio, a te non resultando troppo danno, presti all'amico, in modo però che, rivolendo il tuo, né tu entri in litigio, né lui ti diventi inimico.
LIONARDO Non so quanto voi massari mi loderete, ma io all'amico sarei in ogni cosa largo, fidere'mi di lui, prestere'li, donare'li; nulla sarebbe tra lui e me diviso.
GIANNOZZO E se lui non facesse a te il simile?
LIONARDO Farebbelo sendo mio amico.
Comunicarebbe cosí tutte le cose, tutte le voglie, tutti e' pensieri; e tutte le nostre fortune insieme sarebbono tra noi non piú sue che mie.
GIANNOZZO Sapra'mi dire quanti tu arai trovati comunicare teco altro che parole e frasche; mostrera'mi a chi tu possa fidare uno minimo tuo secreto.
Tutto il mondo si truova pieno di fizioni.
E abbiate da me questo: chi con qualunque arte, con qualunque colore, con quale si sia astuzia cercherà tôrvi del vostro, costui non vi sarà vero amico.
ADOVARDO Cosí sta.
Salutatori, lodatori, assentatori si truovono assai, amici niuno, conoscenti quanti vuoi, fidati pochissimi.
Quali adunque con questi saremo noi?
GIANNOZZO Sapete voi quale uno mio amico, uomo in l'altre cose intero e severo, ma ne' fatti della masserizia forse troppo tegnente, suole porgersi a questi tali leggieri uomini e dimandatori, quando e' vengono a lui sotto colore d'amicizia racontando parentadi e antiche conoscenze? Se questi a lui donano salute, e lui contra infinite salute.
Se questi li ridono in fronte, e lui molto piú ride a loro.
Se questi lodano, e lui molto piú loda loro.
In queste simili cose molto lo truovano liberale, sentonsi vincere di larghezza e facilità.
A tutte loro parole, a tutte loro moine presta fronte e orecchie, ma come quelli riescono narrandoli e' suoi bisogni, e lui subito finge e narra molti de' suoi; quando quelli cominciano a conchiudere pregandolo che presti loro, o che almanco entri fideiussore, e lui subito diventa sordo, frantende, e ad altra cosa risponde, e subito entra in qualche altro lungo ragionamento.
Quelli, e' quali sono in quella arte dello ingannare altrui buoni maestri, subito framettono una novelletta, e dove doppo quello poco ridere di nuovo ripicchiano, e lui pure il simile.
Quando alla fine con lunga importunità lo vincono, se domandano piccola somma, per levarsi quella ricadia, mancandoli ogni scusa, presta loro, ma il meno che può.
Ove la somma gli pare grande, allora l'amico mio...
Ma, tristo me, che fo io? Quando io doverrei insegnarvi essere cortesi e liberali, io v'insegno essere fingardi e troppo tegnenti.
Non piú.
Io non voglio mi riputiate maestro di malizie.
Verso gli amici si vuole usare liberalità.
ADOVARDO Anzi questo riputatelo virtú, Giannozzo, con malizia vincere uno malizioso.
LIONARDO Sí certo, a me pare spesso necessario usare astuzia co' troppo astuti.
GIANNOZZO Pur vorrete trovare da me via per onde possiate fuggire questi chieditori.
S'e' ditti miei gioveranno a convincere astuzia con astuzia, sono contento.
Se vi noceranno aiutandovi essere non liberali e larghi, ma tenaci e stretti, ancora potrò di questo esserne contento, perché almanco arete qualche colore a parere motteggiatori ove siate avari.
Ma per mio consiglio piacciavi piú acquistandovi onore parere liberali che astuti.
La liberalità fatta con ragione sempre fu lodata; l'astuzia spesso si biasima.
E non lodo tanto la masserizia che io biasimi tale ora essere liberale, né tanto a me pare dovuta la liberalità fra gli amici che ancora qualche volta non sia utile usarla verso gli strani, o per farti conoscere non avaro, o per acquistarti nuovi amici.
ADOVARDO Quanto a noi pare, Giannozzo, testé qui vogliate seguire l'uso di quello vostro amico, ché, per non rispondere a quanto da voi aspettiamo, voi rivolgete il ragionare vostro della molta masserizia e traducetelo proprio in contraria parte dicendo della liberalità.
Noi desideriamo udire e imparare da quello vostro amico, per poterci valere contro a questi chieditori, e' quali tutto il dí ci seccano.
GIANNOZZO Cosí al tutto volete? Dicovelo.
Solea l'amico mio a questi trappolatori prima rispondere che per gli amici a lui era debito fare tutto, ma per ora non essere possibile fare come vorrebbe, e quanto era sua usanza fare agli amici non meno che si meritino.
Poi si dava con molte parole a mostrare loro non fusse meglio, né per ora bisognasse fare quella spesa.
Diceva quello non gli essere utile, meglio essere indugiare, piú giovare tenervi quella altra via, e cosí di parole molto si dava largo e prodigo.
Apresso confortava ne chiedessono qualche uno altro, e prometteva di parlarne e adoperarsi in ogni aiuto a trovarli da chi si sia degli altri amici.
E se pur questi ripregando lo convinceano, allora l'amico per stracchezza dicea: «Io mi vi penserò, e troverrovvi buono rimedio; torna domani».
Poi e' non era in casa, o egli era troppo infaccendato, e cosí a colui conveniva già stracco provedersi altronde.
LIONARDO Forse sarebbe il meglio negare aperto e virile.
GIANNOZZO Quanto io, prima era di questo animo, e spesso ne ripresi l'amico mio, ma lui mi rispondea e dicea la sua essere migliore via, imperoché a questi infrascatori pare saperci dire in modo che noi non possiamo loro dinegare cosa quale e' dimandino; però si vogliono contentare di quello che non ci costa.
E dicea l'amico mio: «Se io da prima negassi aperto, io monstrerrei non curarli, sarei loro odioso.
A questo modo quelli pur sperano ingannarmi, e io monstro stimarli, e cosí poi elli giudicano me da piú che loro ove e' si veggono avanzare d'astuzia, né a me ancora par poco piacere ove io dileggio chi me voglia ingannare».
ADOVARDO Molto a me piace costui, il quale richiesto di fatti dava parole, e a chi domandava danari porgea consiglio.
LIONARDO Ma se uno de' vostri di casa vi richiedesse, come tutto il dí accade, come li tratterresti voi?
GIANNOZZO Ove io potessi senza grandissimo mio sconcio, ove io gliene facessi utile, prestere'gli danari e roba quanto e' volesse e quanto io potessi, però che a me sta debito aiutare e' miei con la roba, col sudore, col sangue, con quello che io posso persino a porvi la vita in onore della casa e de' miei.
ADOVARDO O Giannozzo!
LIONARDO Diritto, buono, prudente padre.
Simili vogliono essere e' buoni parenti.
GIANNOZZO La roba, e' danari si vogliono sapere spendere e adoperare.
Chi non sa spendere le ricchezze se non in pascere e vestire, chi non sa usarle in utile de' suoi, in onore della casa, costui certo non le sa adoperare.
ADOVARDO Ancora mi occorre qui dimandarvi, Giannozzo.
Ecco in me di qui a uno pezzo e' miei figliuoli cresceranno.
Usano e' padri in Firenze a ciascuno de' suoi figliuoli dare certa somma d'argento per minute loro spese, e loro pare ch'e' garzoni manco ne siano sviati, avendo in quello modo da satisfare alle giovinili sue voglie, e dicono che il tenere la gioventú stretta del danaio la pinge in molti vizii e costumi scelerati.
Che dite, Giannozzo? Parvi da cosí allargare la mano?
GIANNOZZO Dimmi, Adovardo, se tu vedessi uno tuo fanciullo maneggiare rasoi arrotati, affilati, troppo taglienti, che faresti tu?
ADOVARDO Torre'li di mano.
Temerei non s'impiagasse.
GIANNOZZO E adirerestiti, so, con chi avesse cosí lasciatoli trassinare.
Vero? E quale credi tu essere piú suo mestiere a uno fanciullo, trassinare rasoi o moneta?
ADOVARDO Né l'uno né l'altro mi pare suo atto mestiere.
GIANNOZZO E stimi tu senza pericolo a uno garzonetto trassinare danari? Certo a me, che sono omai vecchio, sono e' danari fatti cosí, che non senza pericolo ancora ben so maneggiarli.
E credi tu che a uno giovane non pratico sia non pericolosissimo trassinare danari? Lasciamo da parte che gli sarano tolti da' ghiotti, da' lacciuoli, da' quali e' giovani sanno male schifarsi.
Pensa tu, uno giovane che utilità potrà egli sapere trarre de' danari; che necessità saranno quelle d'uno garzonetto? La mensa gli apparecchia il padre, el quale sendo prudente non patirà che il figliuolo si satolli altrove.
Se vorrà vestire, richieggane il padre, el quale, sendo facile e maturo, lo contenterà, ma non lascerà il figliuolo vestire isfoggiato, né con alcuna leggerezza.
Quale adunque può in uno garzonetto venire necessità, o quale voglia, se non una sola di gittarli in lussurie, in dadi e in ghiottornie? Io piú tosto consiglierei e' padri che procurassino, Adovardo mio, ch'e' figliuoli suoi non scorrino in voglie lascive e disoneste.
A chi non arà volontà di spendere, a costui non bisogneranno danari.
S'e' tuoi figliuoli aranno voglie oneste, molto sarà loro caro tu le sappia; dirannotele, e tu in quelle abbiati con loro facile e liberale.
LIONARDO Quelli nostri prudenti cittadini, stimo io, Giannozzo, se non conoscessono essere ivi qualche utilità, forse non servarebbono quella larghezza co' giovani loro.
GIANNOZZO Se io vedessi che le volontà e il corso della gioventú in tutto si potesse restringere, io grandemente biasimerei quelli padri e' quali non cercassino distorre e' suoi figliuoli dalle voglie prima che darli aiuto a seguirle.
E io quanto piú penso tanto meno conosco ove surga piú vizio nella gioventú, o per essere troppo bisognosi del danaio, o per esserne copiosi.
LIONARDO A me pare comprendere che Giannozzo vorrebbe prima e' padri stogliessono da' giovani le voglie quanto e' potessono, poi mi pare essere certo non gli vorrebbe diventare piggiori per mancamento alcuno di danari.
GIANNOZZO Proprio.
ADOVARDO O Lionardo, quanto m'è Giannozzo utile stamani!
LIONARDO Molto piú fu utile con noi dicendo tutto ciò che della masserizia si possa udire, e piú ancora in che modo si sia massaio della roba, e in che modo si regga la famiglia.
E pare a me di tutte le cose necessarie al vivere, di tutte Giannozzo ci abbia insegnato essere massaio.
ADOVARDO Non riputate voi, Giannozzo, utile al vivere l'amicizia, fama e onore?
GIANNOZZO Utilissimo.
ADOVARDO E di queste dicesti voi in che modo si debba esserne massaio?
LIONARDO Quello no.
ADOVARDO Forse non gli parse da darne precetti.
GIANNOZZO Anzi sí, pare.
ADOVARDO Che adunque ne dite voi?
GIANNOZZO Quanto io, della amistà, che so io? Forse potrebbesi dire che chi è ricco truova piú amici che non vuole.
ADOVARDO Io pur veggo e' ricchi essere molto invidiati dagli altri, e dicesi che tutti e' poveri sono inimici de' ricchi, e forse dicono il vero.
Volete voi vedere perché?
GIANNOZZO Voglio.
Dí.
ADOVARDO Perché ogni povero cerca d'aricchire.
GIANNOZZO Vero.
ADOVARDO E niuno povero, se già non gli nascessono sotto terra le ricchezze, niuno povero arricchisce se a qualche altro non scemano le sue ricchezze.
GIANNOZZO Vero.
ADOVARDO E' poveri sono quasi infiniti.
GIANNOZZO Vero.
Molto piú ch'e' ricchi.
ADOVARDO Tutti s'argomentano d'avere piú roba, ciascuno con sua arte, con inganni, fraude, rapine, non meno che con industria.
GIANNOZZO Vero.
ADOVARDO Le ricchezze adunque assediate da tanti piluccatori v'arrecano elle amistà pure o nimistà?
GIANNOZZO E io pur sono uno di quelli el quale vorrei piú tosto potere da me con mie ricchezze, mai avere a richiedere alcuno amico.
Manco mi nocerebbe negare a chi mi chiedesse che prestare a tutti chi mi domandasse.
ADOVARDO Puossi egli questo forse, vivere sanza amici e' quali vi sostenghino in pacifica fortuna, difendinvi dagli ingiusti, aiutinvi ne' casi?
GIANNOZZO Non ti nego che nella vita degli uomini sono gli amici accommodatissimi.
Ma io sono uno di quelli el quale richiederei l'amico quanto rarissimo potessi, e se grandissimo bisogno non mi premesse, mai addurrei allo amico gravezza alcuna.
ADOVARDO Dite ora voi a me, Giannozzo, se voi avessi l'arco, non vorresti voi tendello e saettare una e un'altra volta in tempo di pace, per vedere quanto nella battaglia contro e' nimici e' valesse?
GIANNOZZO Sí.
ADOVARDO E se voi avessi la bella vesta, non la vorresti voi provare in casa qualche volta, per vedere come voi ne fossi onorato ne' dí e ne' luoghi solenni?
GIANNOZZO Sí.
ADOVARDO E se voi avessi il cavallo, non lo vorresti voi avere fatto correre e saltare, per sapere come bisognando e' vi potesse cavare della via difficile e portarvi in luogo salvo?
GIANNOZZO Sí.
Ma che intendi tu dire?
ADOVARDO Voglio dire pertanto, cosí credo si conviene fare degli amici: provarli in cose pacifiche e quiete, per sapere quant'e' possino alle turbate, provarli in cose private e piccole in casa, per sapere com'e' valessino nelle publice e grandi, provarli quanto corrano a fare l'utile e l'onore tuo, quanto siano atti a portarti e sofferirti nelle fortune, e cavarti delle avversità.
GIANNOZZO Non biasimo queste tue ragioni.
Meglio è avere gli amici provati che averli a provare.
Ma quanto io pruovo in me, che mai offesi alcuno, che sempre cercai piacere a tutti, dispiacere a niuno, che sempre curai e' fatti miei io stessi attesomi alla mia masserizia, per questo mi truovo delle conoscenze assai, non mi bisogna richiedere, né afaticare gli amici, truovomi oneste ricchezze, e tra gli altri, grazia d'Iddio, sono posto non adrieto; cosí voglio confortare voi.
Seguite come fate, vivete onesti, e in ditti e in fatti mai vi piaccia nuocere ad alcuno.
Se voi non vorrete l'altrui, se saprete del vostro esserne massai, a voi molto raro, molto poco bisognerà provare gli amici.
Io sarei qui con voi quanto vi piacesse, ma io veggo l'amico mio per cui bisogna m'adoperi in palagio; cosí ordinammo stamane per tempo; testé sarà ora di comparire; non voglio abandonare l'amico mio: sempre a me piacque piú tosto servire altri che richiedere, piú tosto farmi altri obligato che obligarmi; e piacemi questa opera di pietà, sollevarlo e aiutarlo con fatti e con parole quanto io posso, e questo non tanto perché conosco lui ama me, quanto perché conosco lui essere buono e giusto.
E voglionsi e' buoni tutti riputare amici, e benché a te non siano conoscenti, e' buoni e virtuosi voglionsi sempre amare e aiutare.
Voi adunque vi rimarrete.
Altre volte saremo insieme, e una cosa qui non voglio dimenticarmi.
Terrete questo a mente, figliuoli miei: siano le spese vostre piú che l'entrate non mai maggiori; anzi, ove tu puoi tenere tre cavalli, piacciati vederti piú tosto due ben grassi e ben in punto che quattro affamati e male forniti, imperoché, come voi litterati solete dire l'occhio del signore ingrassa el cavallo, questo intendo io, che non manco si nutrisce la famiglia con diligenza che con ispesa.
Pare a voi cosí da interpetrar quel detto antico?
ADOVARDO Parci.
GIANNOZZO Se adunque cosí vi pare, a chi di voi, sendo quanto sete prudenti, non piú piacerà produrre in publico due lodatori della diligenza vostra che quattro testimonii, e' quali a tutti gli occhi a chi gli miri accusino la vostra negligenza? Vero? Adunque cosí fate: sian le spese pari o minori che la intrata, e in tutte le cose, atti, parole, pensieri e fatti vostri siate giusti, veritieri e massai.
Cosí sarete fortunati, amati e onorati.
LIBRO QUARTO
liber quartus familie: de amicitia
Era già quasi da riporre gli argenti e ridurre in mensa l'ultima collazione al convito, quando Buto, antico domestico della famiglia nostra Alberta, udendo che per vedere nostro padre, quale ne' libri di sopra dicemmo iacea infermo e grave, fussero que' nostri vecchi venuti: Giannozzo, Ricciardo, Piero, e gli altri a lui persino dai primi suoi anni molto familiari; sopragiunse a visitarli e presentò loro poche ma fuori di stagione scelte e rare, e di sapore e odore suavissime frutte.
Onde, doppo a' primi saluti, fu commendata la fede e constanza di Buto, che cosí ne' nostri casi avesse conservata la ottima persino dallo avolo suo co' nostri Alberti nata e ben nutrita amicizia: essere adunque vero amico costui a chi qual sia commutazion di fortuna può mai distorre o minuire la impresa benevolenza, e sopra gli altri meritar lode chi come Buto di sua affezione e animo nelle cose avverse ancora non resti dare di dí in dí aperti e grati di sé stessi indizii e beneficio.
Seguirono questi ragionamenti oltre sino che gli affermorono cosí, in vita de' mortali piú quasi trovarsi nulla sopra alla amicizia da tanto essere pregiata e osservata.
Buto, uomo di natura lieto, e uomo quale forse ancora la sua perpetua povertà e insieme el convenirli assentando e ridendo piacere apresso chi e' discorreva per pascersi in varie e diverse altrui case, cosí l'avea fatto ridicolo e buono artefice di mottegiare: - E che? Tanto lodate voi questa amicizia, - disse, - e tanto ponete in alto grado di prudenza chi sappi darsi e servarsi a ferma benivolenza e molta grazia? Non sia chi stimi in vita potersi trovare uomo qual vero possa dirsi bene amato.
Piú volte intesi messer Benedetto, messer Niccolaio, messer Cipriano, cavalieri Alberti, uomini quanto ciascuno dicea litteratissimi, in queste simili disputazioni molto e alto fra loro contrastare, che non mi duole essere com'io sono ignorante, se a chi sa lettera conviene come a loro sempre bisticciare e insieme gridare; né pare possano sanza gittare le dita e le mani, e le ciglia e il viso, e il capo e tutta la persona, farsi bene intendere, tanto non basta a questi litterati colla lingua e con molta voce tutti in un sieme garrire.
Molte diceano dell'amicizia cose belle a udirle, ma cose quale a chi poi le pruova favole.
Diceano che a ben fermare l'amicizia convenia che due in uno si congiungessero, e bisognarvi non so io che moggio di sale.
Giurovi, me la donna mia piú molto amava prima vergine che poi sposata e coniunta; e in ora non buona per noi coniunti che noi fummo, persino che ella fu meco in vita, mai m'occorse una sola mezza ora in quale mi fosse lecito sederli presso sanza udirla gridarmi e accanirmi garrendo.
Forse que' vostri savii, quali scrissero quelle belle cose dell'amicizia, poco si curavano in quella parte amicarsi femmine, o forse cosí a tutti stimorono essere noto che con femmina si può non mai contrarre certa amicizia.
E quanto io, oggidí piú che allora savio, non ne gli biasimerei, ché certo quel fastidio loro, hau! pur troppo è grande, che mai si possano atutare.
E non che un moggio di sale, ma e venti, cosí m'aiuti Dio, ivi non punto sarebbero assai.
So io, la donna mia quanto piú mangiava sale piú era da ogni parte sciocca.
Pertanto vi consiglio, credete meno a questi vostri che sanno dire bello, ma cose inutili.
Credete a me, e proverrete cosí essere verissimo: cosa niuna tanto nuoce a farsi amare quanto trovarsi povero; porgetevi ricchi, e ivi piú arete amici che voi non vorrete.
A Ricciardo, Adovardo e Lionardo, uomini litteratissimi, questi e molti altri ridiculi, quali con assai risi di tutti e con gesti accommodatissimi Buto avea dolce recitati, furono grati.
- Né mi par questo, - disse Lionardo, - dissimile da quelli conviti filosofici, quali Platone, Senofonte, Plutarco descrissero, pieni di giuoco e riso, e non vacui di prudenza e sapienza, con molta grazia e dignità.
- Quanto, - allora disse Piero Alberti, - io lodo l'ingegno di Buto! E confermo il detto suo essere verissimo, quanto provai, che ad acquistare amicizia con molte iniurie vi si oppone la povertà e interrompe ogni nostro instituto e impresa.
Come sapete, ogni mio sussidio e fortuna familiare era, quando sedavamo in la patria nostra, quasi tutta in possessioni e ville.
In questo poi nostro grave essilio, a difendermi dagli odii e nimicizia quali noi spogliorono de' publici ornamenti e troppo ci persequitavano, a me parse utile agiugnermi a qualche principe, apresso di chi io vivessi con piú autorità che escluso, e con men sospetto che nudo, e con piú riguardo della salute mia.
Cosí feci adunque; con molta industria e sollecitudine a me acquistai la grazia di tre, come sapesti, in Italia ottimi, e in tutte le genti famosissimi principi.
Questi furono Gian Galeazzo duca di Melano, Ladislao re di Napoli, e Giovanni summo pontefice, a quale ciascuna impresa provai quanto il non essere piú ch'io mi fussi ricco a me noceva e disturbava.
Qui disse Lionardo: - Credo, Piero, le ricchezze assai giovino a piú facile farsi grato, come agli altri, cosí massime a' principi, quali quasi, non so se natura sua o consuetudine, tutti solo pregiano chi a sue voglie e bisogni loro in tempo essere possa accomodato.
E in principe (perché sono i principi quanto vogliono d'ogni onesto essercizio vacui, oziosi, e in tempo non poco dati alle voluttà, e acerchiati non da amici ma da simulatori e assentatori) raro nascon voglie se non lascive e brutte, e spesso loro bisogna adoperare le ricchezze de' suoi cittadini e di ciascuno a lui amico pecunioso e ricco.
E perché prima certi segni delle ricchezze piú si veggono palese che della virtú, però apresso de' principi, dove per poca qual di sé fanno copia meno possono conoscere le virtú che la fortuna, sono i ricchi piú forse che i buoni in prima accetti.
E perché non dubitano che chi sia buono poco li seconderebbe alle sue non lodate volontà e appetiti, però pregiano quanto loro acade i viziosi, e preferiscono la amicizia di chi a' suoi errori in proposito cauto e con astuta malizia sovenga.
Benché in voi però comprenda la vostra virtú, Piero, tanto sempre valse apresso di ciascuno ch'ella per merito suo era non poco scorta, grata e amata da tutti; e poi la probità e integrità vostra sempre giovò piú che non fu impedimento el non essere quanto meritavate ricchissimo e fortunatissimo.
- Come? Concederott'io qui forse, - disse Adovardo, - che a giugnerti a benivolenza ad un principe, non molto piú vaglia la virtú che le ricchezze? Puoe forse in sí oscuro luogo giacere la virtú, ch'ella da chi stia in alta fortuna poco sia scorta e al tutto non conosciuta? E tanto piú si porge la virtú maravigliosa a' principi, quanto piú vede numero di ricchi un principe che di virtuosi.
E sempre fu la virtú in sé da tutti tenuta tale, ch'ella merita in qualunque ben povero essere amata; e assai forse troverrai copia di ricchi malvoluti perché non sono ornati di virtú e onestà, che poveri virtuosi e onesti non da molti accetti e pregiati.
E tanto in qualsisia animo non in tutto bestiale e perduto può certo la onestà, che prencipe per intemperante e poco modesto che sia, mai alcuno userà ogni sua licenza in seguire ciascuna sua volontà, che 'l santissimo nome della onestà nollo rafreni e contenghi.
E parmi talora miracolo, che chi quanto e' vuole puote, costui pur per non essere tenuto e detto vizioso, vinca e moderi sé stessi.
Cosí intendiamo che da natura niuno quasi non giudica cosa brutta l'essere e parere non virtuoso, e fugge per questo sé male essere per suo vizio accetto.
Adunque e' degna la virtú in altrui, quale egli stima in sé.
E forse questi segni e applaudimenti d'amicizia, co' quali i principi allettano e ablandiscono e' suoi ricchi e fortunati, sono solo per adoperarli, come scrive Suetonio di Vespasiano Cesare, quale disponea in luogo d'amici, a' suoi credo porti e doane e in simili magistrati, uomini rapaci e industriosi al guadagno, e nati quasi solo per congregare pecunia; ché dove questi poi erano come la spongia bene inzuppata e pregna, ben gravi di rapina, lui eccitatoli contra, e uditone piú e piú accuse e doglienze delli offesi, gli premea, e rendeali arridi e poveri con tôrli e' beni loro paterni e questi cosí sopra accumulati.
E solea per questo adunque Vespasiano chiamarli sue per spungie.
Cosí ultimo sentiano sé essere non amici, dove rimanevano vacui e arridi d'ogni copia e sugo di sue fortune, pieni d'odio e malivolenza.
E stimo Piero cosí trovò in uso piú esserli assai la virtú stata in aiuto, che cosa qual altra potesse la fortuna averli donato e agiunto.
E questa fie sua, credo, sentenza: cosa niuna trovarsi a farsi amare quanto la virtú commoda e utilissima.
PIERO Non sapre' io qui certo averarvi qual piú sia, o la virtú, o pure le ricchezze, utile a farsi amare.
Voi litterati fra voi meglio el discernerete, che solete d'ogni difficile e oscurissima cosa con vostre suttilissime disputazioni trovare ed esporne el certo.
Ma in me el non essere piú che allora mi fussi abiente e fortunato a potere suplire alle molte che forse bisognavano spese e liberalità, certo m'era pure incommodo: e non vi nego però che la industria e diligenza mia a me giovò non poco ad acquistarmi la grazia e benivolenza, quale io desiderava, di que' principi, ché credo, se la fortuna mia fusse stata piú copiosa e abundante, a me gran parte bisognava meno usare quanta usai arte e sollecitudine.
RICCIARDO Chi credesse potere arrivare e giugnere a buona grazia e nome sanza splendore di qualche virtú e via di simplice gentilezza e interi costumi, o credessi ch'e' doni della fortuna soli assai per sé valessero a farsi amare, stimo io costui certo errarebbe.
Raro ch'e' viziosi siano se non odiati.
E a chi la fortuna poco seconda, non a costui sarà facile acquistar buon nome e fama di sue virtú.
La povertà, quanto chi che sia pruova, non affermo io al tutto impedisca, ma ottenebra e sottotiene in miseria ascosa e sconosciuta spesso la virtú; come pure veggiamo in panni, quanto dicono, sordidi e abietti, qualch'ora latitare la virtú.
Conviensi adunque sí, ch'e' beni della fortuna sieno giunti alla virtú, e che la virtú prenda que' suoi decenti ornamenti, quali difficile possono asseguirsi sanza copia e affluenza di que' beni, quali altri chiamano fragili e caduchi, altri gli apella commodi e utili a virtú.
Ma guardate non in prima forse sia necessaria non tanto virtú e ricchezza, quanto certa non so come la nominare cosa, quale alletta e vince ad amare piú questo che quello, posta non so dove, nel fronte, occhi e modi e presenza, con una certa leggiadria e venustà piena di modestia.
Nollo posso con parole esprimere; ché vedrete saranno due pari virtuosi, pari studiosi, pari in ogni altra fortuna, nobili e pecuniosi, e di loro questo verrà iocondo e amato, quello ritarderà quasi odiato.
E forse chi persuadeva le amicizie avere occulti e quasi divini principii e radici era da udirlo.
Sono in le cose produtte dalla natura maravigliose e occultissime forze d'inimicizia e di amore, delle quali ancora non seppi comprendere causa o aperta ragione alcuna.
Scrive Columella tanta essere inimicizia tra l'olivo e il quercio, che ancora tagliata la quercia, le sole sue sotto terra radici estingueno qualunque ivi presso fusse piantato olivo.
Pomponio Mela racconta alle fini di Egitto presso quella gente detta Esfoge, come da innata e naturale inimicizia convenirvi numero d'uccegli chiamati ibides ad inimicare e combattere contra la moltitudine de' serpenti quale ivi inabita.
El cavallo, dice Erodoto, naturale sua inimicizia, tanto teme il cammello, che non tanto vederlo fugge, ma odorarlo el perturba.
E cosí contrario racconta Plinio troppo la ruta essere amicissima al fico, poiché insieme curano el veneno, e sotto el fico piantata escresce lietissima, e piú che in qual sia altrove luogo si fa ampla e verzosa.
E Cicerone scrisse trovarsi animali, quali insieme vivono amicissimi, come fra l'ostree quello chiamato pinea, pesce amplo, quale apre e quasi come pareti tende que' due suoi scorzi, dove convenuta copia di pisciculi, la squilla, piccino animale, la eccita ch'ella inchiuda la congregata preda, onde cosí ambedue si pascano.
Noto animale è 'l coccodrillo, altrove feroce, quale pasciuto iace facile e trattabile, e porge sue fauce a certi uccegli, quali accorrono a svègliargli e mundarli ciò che superfluo era fra' denti suoi rimaso.
E quanto non so a voi se cosí forse intervenga, dirovvi cosa che non piú mi ramenta altrove averla detta, e holla in me molto osservata: raro el primo aspetto di chi si sia ignotissimo a me dispiacque e turbommi, da cui io non in tempo abbi poi ricevuta onta alcuna e sconcio da odiarlo; quasi come la natura, in quel primo offendermi la effigie di colui, mi presagisse e indicasse essere tra lui e me naturale, come da' cieli data, malivolenza.
E alcuni, celeste beneficio e divino dono, a qualunque li miri prestano di sé buono aspetto e grazia.
PIERO O bisognivi virtú, o sianvi necessarie le ricchezze, o convengali in prima quel dono celeste tuo, Ricciardo, quale se in persona a' dí nostri fu, certo in messer Benedetto Alberto vostro padre troppo fu maraviglioso e singolare, - niuno potea vedendolo fare che nollo amasse, e di lui in sé pigliasse affezione a desiderarli seconda fortuna, tanta era in lui modestia, facilità e gentilezza insieme, e non potrei dire che altro non so che in lui splendea, quale si monstrava in lui dolce gravità e infinita prudenza, piena d'uno animo virilissimo e mansuetissimo, - pur lo studio però nostro e modo troverete ad aplicarvi a benivolenza non meno che qualsisia altra cosa molto giovarvi.
LIONARDO E quale trovasti voi studio e modo, Piero in farvi familiare e domestico a que' prestantissimi principi, per uso ed esperienza a voi essere in prima accommodatissimo?
PIERO Costí arei io da recitarvi una mia istoria e quasi progresso della mia vita e costumi, qual sarebbe lungo e forse non in tutto adattato a questi vostri ragionamenti.
Ma in piú parte a questi giovani qui, Battista e Carlo, accaderebbono in uso cosí avere quasi come domestico essemplo me a sapere simile trarsi persino entro alla secreta camera e non reietto da qual forse cosí bisognasse loro o atagliasse avere a sé principe benivolo e amico.
GIANNOZZO Anzi e a noi tutti fie grato, e a me in prima, che tu qui testé, come io stamane, prenda a te questa fatica, Piero, e certo onesta e degna opera in referire come io della masserizia, cosí tu ogni tuo argomento e pensiero per fare noi altri, quali ancora in questa età di dí in dí cerchiamo essere, in farci amare piú dotti, onde alla famiglia nostra quanto in noi sia accresciamo da ogni parte presidio e molto favore.
E sarà certo utilissimo e a questo ragionamento accommodatissimo udire ogni tuo gesto, per quale aremo in pronto da imitare la tua prudenza e diligenza.
PIERO In qualunque modo mi convinciate ch'io non possa, quello che né debbo né voglio, non ubidirvi, a me basta vedere che cosí volete udirmi favellare.
Racconterovvi adunque che artificio fu il mio in adurmi familiare e domestico prima a Gian Galeazzo duca di Milano: appresso racconterò quale studio tenni in farmi benvoluto da Ladislao re di Napoli: poi ultimo reciteremo con che maniere osservai la grazia e benivolenza di Giovanni summo pontefice.
E credo vi diletterà udire mie varie e diverse vie, mie caute e poco usate forse e raro udite astuzie, molto utilissime a conversare con buona grazia in mezzo el numero de' cittadini.
Uditemi.
A me, per conscendere all'amicizia del principe Duca, compresi era necessario adattarmi de' suoi antichi e presso di lui pratichi amici qualche uno, quasi come grado e mezzo per cui in atto modo e tempo potessi presentarmi, quando qualche ora fusse el Duca meno che l'usato occupatissimo alle pubblice sue certo grandissime faccende, ché vedesti quanta copia e forza d'arme esso contenea, infestando qualunque impedisse el suo corso a immortal gloria con suoi triunfi, fra' quali la nostra repubblica fiorentina sentí quanto fusson grandissime sue forze a fermo imperio.
Ed era suo essercizio in amministrare a' popoli suoi quanto in lui fusse iustizia interissima, e mantenere a' suoi domestica pace; ed era studio suo contraere publica società e amicizia con tutti e' suoi finittimi, né era ozioso in iungere benivolenza con qualunque degna fusse e nobile republica e principe in Italia e fuori di Italia.
Ancora di dí in dí si estendea con ogni arte e industria fare a tutti noto e 'l nome e la magnificenza sua.
E quello che in lui non ultimo a me parea di pregiare, era cupidissimo de' virtuosi e amantissimo de' buoni, e padre della nobilità.
Presi adunque di tutti e' suoi chi piú che gli altri a me parea e cosí da molti udiva col principe era assiduo in secreti spesso e solo, e di quale io quanto si convenia sanza esserli tedioso, potessi avere copia a farmeli ben familiare, e quale di sua natura fusse servente, e a cui el nome della famiglia nostra Alberta fusse non molesto, e quale fusse posto in grado dalla fortuna che, per serbare sé a sé stessi, sperando qualche utile occasione non mi si desse tardo e rattenuto ad interporsi per farmi nota e utile la liberalità di chi lo amava; ché sapete, alcuni porgono sí caro la presenza e parole del principe in cui e' possono, che apena ti danno addito a vederlo sanza gravi premii, e alcuni fuggono spendere la grazia del prencipe in utilità d'altri che di sé stessi.
Questo uno adunque, chiamato Francesco Barbavara, uomo d'ingegno e di costumi nobillissimo, assiduo col prencipe, facile, liberale e nulla contumace a concedermisi ad amicizia, fu quello al quale me assiduo diedi con visitarlo e salutarlo.
E perché lo dilettavano e' poeti, però in tempo li recitava quanto avea io mandatomi a memoria piú altri e in prima poemi del nostro messer Antonio Alberti.
A costui omo studiosissimo molto piaceano, ché certo, quanto e' dicea sono pieni di soave maturità e aspersi di molta gentilezza e leggiadria, e, a pari degli altri nostri toscani poeti, degni d'essere letti e molto lodati.
E cosí a me el feci domestico di giorno in giorno, tanto ch'e' desiderava in qualche mia laude e felice fortuna essermi in aiuto e utile.
Quinci adunque seco apersi el mio animo e consiglio, e quanto el pregai, per lui ebbi addito e lieta fronte e umanissimo ricetto e non poca audienza apresso del prencipe Duca, quale, inteso el nome della famiglia e patria mia, piú cose con molta gravità e signorile modestia disse con piú parole a questa sentenza: sé essere a' Fiorentini non d'animo in quella parte infesto che non preponga la amicizia loro a ogni contenzione: né parerli però che 'l contendere suo sia meno onesto che virile, dove con laude bellica e forza delle armi, quali cose sempre furono proprii essercizi de' principi, cosí cercava essere non inferiore a chi esso sempre desiderò esser pari di autorità e degnità: ben dispiacerli che di tanta virtú, quanta è conosciuta ne' nostri cittadini, per altri a questo che per sua opera avenisse, che la fortuna avesse quasi ad iudicarne: solere per indiligenza e temerità degli inesperti prefetti in arme facile avvenire contendendo con mano e col ferro, ch'e' superiori altrove e prepotenti cadeno e succumbeno; ma diligenza niuna e prudenza niuna, a finire con salute e vittoria la guerra mai quasi tanto valere quanto la fortuna: sé essere adunque cosí animato e dare opera, che per sé non manchi che come gli strani abbiano piú da lodare la sua virtú che la fortuna, cosí chi disturbasse el corso della sua espettata gloria el pruovi da piú amarlo in pace che da temerlo armato: ben però desiderare alla famiglia nostra da' nostri cittadini altra umanità.
Cosí disse el Duca.
Io quel che mi parse per allora rispuosi: i cittadini nostri quanto meno che gli altri liberi popoli temerarii e inconsulti, tanto, loro natura, piú essere che gli altri molto cupidi d'ozio più che di contenzione: né in chi gusti libertà meno dirsi onesto difenderla, che virile in altri oppriemerla e perturballa: pertanto me essere di questa sentenza, che nulla dubitava tutte le genti o loderàno l'amore e officio si rende alla patria, s'e' nostri cittadini per sua virtú col Duca otterranno onesta e ferma pace, o non biasimeranno il nostro instituto, se la fortuna forse piú verso di noi sarà iniqua che non meriti a chi molto, quanto debbia, ami la sua libertà: del resto essere officio mio, come degli altri cittadini, consigliare la patria mia con fede, amore e diligenza, quando mi voglia udire: non a me, né a privato cittadino alcuno mai essere licito iudicare quanto sia iusto o iniusto fatto cosa che la republica sua constituisca, e convenirli non con ostentare la prudenza sua preferirsi, ma ubidendo e satisfacendo alle leggi sue colla osservanza sua, e con ogni virtú e lodato costume, nulla patire sé a degli altri cittadini suoi essere inferiore; ché se per imprudenza o vizio forse di chi amministra le cose publice questa a noi Alberti calamità avviene, dovermi piú tosto condolere dello loro errore e dello incommodo porta la republica per male essere amministrata, che per odio di pochi tentare, né mai pensare cosa alcuna in danno e detrimento della patria mia, se cosí affermano sia in pari grado impietà iniuriarla, quanto fare violenza al proprio padre.
Al Duca questa mia risposta piacque, e parsegli degna del nome e fama della famiglia nostra, quali sempre preponemmo la salute e tranquillità della patria a ogni nostro commodo e volontà.
Partimmi con grazia tale, ch'e' da quel dí provide che a me nulla mancasse quanto bastasse per onesto mio vivere e vestirmi; e non raro me accettò a' suoi simili ragionamenti magnanimi certo e degni di tal prencipe, onde sempre mi riducea in casa con piú grazia sua e con piú autorità e buona oppinione de' miei costumi apresso di tutti e' suoi.
Vidi cosí potere, però me interpuosi che gli altri miei, quali sé ivi trovorono Alberti, sentissero quale io in sé pari dal Duca liberalità e munificenza.
Ché ben sapete a noi sta debito in qualunque possiamo cose essere utili l'uno allo onore e fortuna dell'altro.
E le amicizie de' principi massime si voglion acquistare e aoperare per accrescere e amplificare a' suoi e alla famiglia sua nome e buona fama e degna autorità e laude.
LIONARDO Prudente consiglio, Piero, fu el vostro e da lodarlo.
Sentenza de' dotti, quanto afermano che a coniungere e contenere insieme due, bisogna ivi mezzo sia qualche terzo.
Cosí voi interponesti quasi interpretre e, come dicono, personeta dell'amicizia colui, quale uomo al prencipe Duca fusse assiduo domestico, e non però continuo ivi sí occupato che non potessi di sé prestarvi onesta copia, insieme e fusse facile, liberale e proclive ad amarvi.
Ma se non questo uno a voi conseguiva quanto lo sperasti amico, sarestivi credo con simile ragione e arte che al primo, dato ossequente ad altri alcuno.
PIERO Non però a me sarebbe paruto utile, molto spendere tempo provando ciascuno quanto e' li piacesse per suo beneficio obligarmisi.
Anzi, vero, forse mi sarei, quanto feci, dato ostinato ad acquistarmi grazia con questo uno al mio proposito accommodatissimo, piú che a tentare instabile or questa or quest'altra fortuna.
E cosí istimo ragionevole instituto quasi niuno trovarsi, quale con fermezza e modo perseguito non quando che sia a nostra voglia succeda e assecondi; e l'essere instabile a perseguitare sempre fu nimico a finire la espettazione.
E già ivi col nostro Barbavaro, non meno e col principe Duca, a me molto bisognò pazienza e fermezza incredibile.
Dicovi, non rarissimo mi trovai intero il dí ieiuno, dissimulando altre faccende mie, solo aspettare di mostrarmi loro e salutarli, tanto volea non per mia indiligenza perdere qualunque apparesse occasione utile a trarmi piú oltre accetto, e piú d'ora in ora per uso ben familiare.
E per non apportarli di me mai tedio alcuno, da loro partendomi sempre di me lasciava qualche espettazione; sempre a loro con cose nuove me li rendea lieto, con ogni reverenza e modestia grato.
Questi nostri Alberti d'Inghilterra, di Fiandra, di Spagna, di Francia, di Catalogna, da Rodi, di Soria, di Barberia, e di que' tutti luoghi ove oggidí ancora reggono e adirizzano mercantia, quanto i' gli avea per mie lettere pregati, cosí o tumulti, armate, esserciti o legge nuove, affinità fra prencipi, publice amicizie, armi o incendii, naufragii, o qualunque cosa acadesse per le province nuova e degna di memoria, subito me ne faceano certo.
Erano in que' tempi gli animi de' dotti astronomi solliciti e pieni di varia espettazione, quanto el cielo porgea loro manifesti indizii di permutazioni ed eversioni di republiche, stati e summi magistrati; e quasi comune sentenza, statuivano non poter lungi essere che quella stella crinita, quale a mezzo il cielo splendidissima e diurna continuati i dí appariva in que' mesi, per sua notata consuetudine predicesse fine e morte di qualche simile al Duca famosissimo e supremo principe.
E già era chi di questa promulgata opinione forse fatto avea el Duca certo; a cui, magnifica risposta, dicono, e degna di principe, rispose el Duca: sé non acerbo cadere dai mortali, ove cosí resti persuaso sé essere stato al cielo tanto a cura, e parerli morte gloriosa questa, ove doppo a sé poi viva diuturna fama; ché quelle intelligenze celeste cosí per sé esposero raro e maraviglioso segno e indizio, onde manifesto ciascuno compreenda che que' lasuso divini animi immortali di sua vita e morte stati erano curiosi.
Ma pur credo per questo tenea qualche ad altri poco manifesta, ma dentro in sé non piccola agitazion d'animo, quale io bello gli stolsi, come accadde che i nostri di Rodi prestissimo me avisorono in que' dí Temir Scita, principe vittoriosissimo, duttore d'uomini in arme numero piú che trecento mila, conditore di quella amplissima città ivi chiamata Ezitercani, era uscito di vita.
Onde el Duca, come io m'avidi, facile stimò indi fusse al pronostico del cielo pel caso di tanto principe satisfatto.
Con simili adunque novelle raro ch'io non avessi ottimo e quanto domandava prestissimo introito al prencipe, qual cosa m'acrescea buona grazia e manteneami benivolenza.
Morto el Duca, mi trasferetti a Ladislao re de' Napolitani, omo ch'era di natura, piú alquanto che aperto di costumi, vita ed eloquenza, piú atto all'imperio d'arme che alla gravità e maturità de' consigli.
E costui giuns'io a farmegli noto e amico senza altro alcuno che me solo interpetre.
Cosí avea fra me deliberato, cosí mi fu luogo e occasione troppo atta concessa.
Era Ladislao in quel dí uscito a caccia, quando il trovai disceso seguendo le fiere arditissimo, solo, in luogo ond'e' né facile fuggire, né senza pericolo sostenere potea l'impeto di quello orso grandissimo quale verso di lui irato ivi sé stessi concitava.
Ond'e', poiché solo avea non altro che dardi due sardi in mano, improviso assalito, stupido che in un tratto poco gli era luogo coll'animo vacare a consigliarsi e discernere qual meglio in quell'ora fusse o cedere alla bestia o contrastare, timido stette; ché ben volendo, non in quel loco assai valea fidarsi di sue armi e virtú, e per questo in qual parte si volgesse non avea.
Io con due quali presso meco avea ottimi e ubidentissimi cani acorsi, e con parole eccitai il Re a men temere.
Era de' cani uno leggiere, destro, animoso a perturbare ogni impeto della fiera, e da ogni parte nulla cessava infestarla.
Era l'altro fermo, robustissimo, fortissimo a contenere e a rompere ogni averso impeto.
Questi a me cani nobilissimi avea el nostro Aliso, omo fortissimo tuo fratello, Adovardo, mandati in dono; e a lui stati erano dal re di Granata, apresso di cui forse e' mercatava, in premio donati alle sue virtú, segno della benivolenza e amore quale quel re ad Aliso puose, perché ivi a fortissimo uomo nullo in certa loro celebrità e publica festa, né a lanciare, né a saltare, né lottare, né cavalcare, né simile alcuna destrezza e prodezza di membra e animo era stato licito superarlo.
Chiamavasi quel piú veloce Tigri, ed era nome all'altro piú robusto cane Megastomo.
Tigri adunque cauto e ardito svolse la rabbia della fiera in contraria parte tutta verso di sé.
Megastomo, quell'altro d'ogni forza e fermezza armatissimo cane, in tempo ove la fera invano ardea, e in aria perdea suoi ferimenti, ivi con gravissimo e tenacissimo morso la prese su proprio alla cervice, e atterrolla sí subito che certo vidi verissimo quello dicono, animale quasi niuno piú che l'orso trovarsi, a cui sia quella parte debole e fragile; tale che orso tommando, dicono, si trovò rompersi el collo; benché simile affermino dell'oca, che per troppa ingluvie e gullosità si vide non raro ch'ella stirpando un caule a sé stessi disnodò il collo.
Adunque subito il Re co' dardi trafisse e spacciò quel cosí atterrato orso, e verso me ridendo disse, latino loro vocabolo: «Te am'io, commiliton mio, che della salute nostra nelle voluttà non meno avesti che in arme cura».
«Hovvi», diss'io, «grazia che quanto desiderava, cosí me ascrivete fra i vostri, e godone non alla virtú mia, ma tanto alla fortuna, quale oggi me fece essere vostro, come dite, commilitone, ché assai sempre fu pari riputata questa milizia delle cacce simile alla milizia delle armi contra a' nimici».
E a questo proposito già recitava io piú cose, quando intanto sopragiunse el volgo de' cacciatori, a' quali io molto lodai la virtú del Re, che con sue mani e solo avesse aterrata sí grandissima e ferocissima bestia.
Piacque adunque al Re io poi la sera seco fussi in cena, dove molto proseguimmo ragionando come alla caccia, e a quella delli uccegli, e a quella delle fere, e quella de' pesci era necessario avere chi le fiere trovasse per non ivi indarno affaticarsi; e bisognavavi chi interpellasse e arrestasse la fera, se forse o timida fuggisse, o troppo ferocissima insultasse; e convenirvi chi la ritenga e prosterna e sottenga, e simile cose assai, per qual si dimostrava essere le cacce non solo simili allo essercizio delle armi, ma necessario e lodato essercizio a' principi, non meno e a' privati nobili cittadini.
GIANNOZZO E che lode fie questa, darsi o intendersi di cacce? Seguendo bestie, atorniato da bestie, comandare e gridare a bestie, sedere sulla bestia? E chi cosí troppo si diletta, ancor lui bestia! E sono spese quelle grandi e inutilissime; poi tutto l'anno la casa mal netta, tutto l'anno pascer bestie per solo dí quindici trastullarsi e, trastullo certo da discioperati e da putti, vedere correre e volare; ché se questo vi diletta, un gattuccio in casa farà seguendo un parpaglione tarpato, o volgendo uno uovo infiniti mille piú bellissimi e strani attucci; e fuori un nibbio vederete e con maggiore astuzia volteggiare la preda, e con animo non raro piú che lo sparbiere, con l'altro nibbiaccio combattere suso alto a mezzo il cielo.
E se forse la preda vi diletta, con molte e molte minor spese e minor fatica, e piú salvezza della sanità vostra, altrove arete da saziarvi.
Non a' caldi mezza alla estate, non a' freddi e neve, non alla polvere, non a' venti aspri vi sarà opera agitarvi e tanta sofferir stracchezza per poi averne sí piccolo e brieve piacere e inutile sollazzo.
In cose piú degne e piú alla famiglia nostra accommodate vorrò vedere la nostra gioventú essercitarsi.
PIERO E la preda non dispiace, e il giuoco di vederli volare a predare agrada.
Ma in prima lo essercizio troppo contenta; el pigliar aria e lassar l'animo dalle cure publice assidue e grave ci diletta.
Agiugni che le cacce sono preludii e quasi scuola a bene essercitare in arme.
Ivi s'impara meglio usare la saetta, il dardo, lo spedo, e imparasi giugnere correndo, e aspettare fermo l'inimico.
Non dico quanto l'imperio in arme e lo essercizio qui alla caccia sia conforme e simile; sarebbe lungo e fuori del mio proposito.
LIONARDO Anzi, assai credo caderebbe in proposito, ché se veggiamo l'uso dell'arme quanto necessario a difendere e servare l'autorità e dignità della patria, e conosciamo la vittoria suole fermare tranquillità e pace e dolce amicizia, chi negasse che qualunque cosí noi renda piú dotti a repellere e gastigare chi disturbi tanto frutto dell'ozio e tanto emolumento, costui insegna bene in questa parte e onesto vivere?
PIERO Siano, come tu di', l'arti da superare e vincere l'inimico atte a' ragionamenti nostri della amicizia, e sieno le cacce, come dissi, utile a' principi tanto quanto di queste cose altrove si racconterà, qui a me ora pare da preterirle.
In quella cena adunque piacque a Ladislao re dipoi avermi assiduo fra' suoi domestici familiari in casa; e piacqueli ch'io apresso di lui tanto potessi, quanto i' volea.
Non però mai commissi che persona suspicasse me usar la grazia e favore di Ladislao in cosa non tutta iustissima e lodatissima.
E delle cose ben giuste però non sempre quanto m'era licito volsi, e prima con studio fuggii adoperare la benivolenza del Re in cosa alcuna donde per chi si fusse errore o vizio a me potessi essere impinto alcuno mal grado.
E per questo ricusava che per me alcun pigliasse magistrato a quale e' non fusse e per uso e per costumi molto attissimo.
E al tutto mai assentiva che, per amicissimo che mi fusse, alcuno isse in custodia alcuna, per fortissima e munitissima ch'ella fusse e lungi da ogni suspizione; ché non era io ignorante quanto in quelle simili pericolosissime amministrazioni la fede e diligenza sia raro e poco premiata, e la imprudenza, inerzia e ogni caso sparge troppo danno e vulgatissima infamia, non di chi erra solo, ma di tutti e' suoi.
E come in questo cosí adunque ancora altrove fuggiva io ogni odio e ogni invidia, escludendo a me tutte le ostentazioni e fastidiose pompe, quali nei pochi prudenti subito sogliono insieme colla prospera fortuna escrescere.
Io cosí, contra, me declinava: davami facile, affabile, umano a qualunque a me in casa e fuor di casa si presentava, e cosí studiava essere grato e iocundo agli occhi e oricchi persino de' plebei e infimi uomini.
E perché cosí al Re dilettava vedere e' suoi mottegiosi, festivi, desti, nulla pigri, nulla desidiosi, io non raro in sua presenza me essercitava, e con dolcezza eccitava gli altri a pari far prova di sua virtú, a cavallo in giostra, a piè schermendo, saltando, lanciando, e dava opera a tutti essere di costume e gentilezza non meno che in queste simili prodezze superiore; e bastavami non essere inferiore di forza quando potea superarli di cortesia e lode d'animo, benché a quelle destrezze e gagliardie, se a voi ramenta, vedesti me giovane non debole, e fra gli altri non disadatto.
Ma come era apresso el Duca a me prima suto incommodo molestissimo el convenirmi con infinito studio di diligenza osservare e accorrere, ch'io non tardassi o perdessi quella e quell'altra ora utile a presentarmi, cosí con Ladislao qui m'era molestia gravissima né ozio, né certo spazio d'ora a mia privata alcuna volontà o faccenda quasi mai restarmi; tanto mi convenia cosí non altrove essere che pressoli, ché bene intendea io quanto chi disse la benivolenza de' signori essere simile alla dimestichezza dello sparviere, disse el vero.
Una volata el rende soro e foresto; uno minimo errore, una parola, come voi litterati di ciò avete infiniti scritti essempli, anzi e un sol guardo s'è trovato stato cagione che 'l signore prese odio capitale contro chi e' molto prima amava.
LIONARDO E abbiànne essempli non pochi, né vulgari.
Scrive Cicerone che Dionisio re di Siragusa studioso di giucare a palla, giucando avea dato a serbare la vesta sua a uno garzonetto da sé amato, e de' suoi amici uno giucando disse: «E sí, Dionisio, a costui che racomandasti? La vita tua?» Vide Dionisio a quelle parole el fanciullo surridere, e per questo comandò ambo que' due fussero uccisi, quali l'uno, quanto e' giudicava, diede via a poterlo venenare, e l'altro ridendo parse assentirli.
PIERO Però io con molta vigilanza, assiduità e osservanza, con onestissimi e iocundissimi essercizii, con ogni riguardo in favellare e degna moderazion d'ogni mio gesto, curava mantenermi la grazia e benivolenza di Ladislao re.
Quale morto, Ioanni papa in Bologna, instigato da' nostri inimici, chiese che fra dí non piú che otto, e' nostri Alberti ivi in corte a lui facessero presti per danari depositi a' nostri in Londra, quella somma grandissima, quale tu Ricciardo, prima che né egli chiedea, né uomo altro stimava si potessi, subito in gran parte da Vinegia rimessati per Lorenzo tuo fratello, gli anoverasti; somma incredibile e non prima a' dí nostri in uno solo monte apresso di privato alcuno cittadino veduta, ché furono piú che mille volte ottanta monete d'oro.
Io quale el quarto dí doppo che furono chiesti, era con molta larghezza ito a profererli e sollecitarlo se le prendesse, l'altro dí poi doppo che furono a chi e' comandò consegnati, tornai a visitarlo, e raccontai piú e piú beneficii dalla famiglia nostra a lui e a piú altri pontefici stati contribuiti: che mai quasi niuno entrò a' dí de' nostri in ponteficato, quale non abbia da lodarsi della liberalità e sussidio nostro: creder bene che qualche bisogno e occulta cagione l'avea indutto a darci quello sconcio, quale a' mercatanti si truova pericoloso, trarli tanta e sí presta somma di danari, che vero si dice sono come sangue di chi se dia alla mercatantia: ma meno esserci stato il nostro incommodo grave, se lui per tanto si contentava quanto desideravamo; onde el pregava conoscesse l'animo nostro non meno esserli affezionato, che qualunque altro forse desiderava noi da lui meno essere amati.
Furono l'ultime mie parole con fronte, in ogni mio dire, aperto, e con gesti quanto questi prelati ricercano, quasi adorandolo, ch'io gli profferia la famiglia nostra Alberta, in quale e' volesse parte, ubidientissima e fidelissima.
Guardommi fiso, e poi, fermato el guardo a terra, raccolse insieme le mani, e per allora disse non acadea darmi lunga risposta: amarci assai, e che io a lui tornassi.
Fecilo.
Erano in lui alcuni vizii, e in prima quello uno quasi in tutti e' preti commune e notissimo: era cupidissimo del danaio tanto, che ogni cosa apresso di lui era da vendere; molti discorreano infami simoniaci, barattieri e artefici d'ogni falsità e fraude.
Cominciommi ad amare, credo per tanta ricchezza quanta e' vedea in la famiglia nostra, ond'e' a sé stessi persuadea fussi omo, quanto io me gli mostrai, largo e aperto potere valersene utile e molto emolumento.
Era ancora fra tutti e' suoi domestici una incredibile, continua dissensione e d'ora in ora volubilità di tutti gli animi della sua famiglia.
Oggi questo potea el tutto; domani era costui da tutti escluso; e cosí d'ora in ora ciascuno procurava rendere odiato e dismesso chi sopra sé apresso del Papa fusse acetto.
E per questo molti, vedendo quanto mi fusse dal pontefice prestato orecchie e mostrata fronte, per prepormi a' suoi aversari, studiavano ch'io stessi primo a tutti in grazia apresso del maggiore.
E come sapete, non la diligenza e virtú nostra solo noi fa grandi, ma la cupidità e opinioni di chi ci si sottomette a noi acresce autorità, degnità e possanza.
Costoro cosí, o per altrui invidia preponendo me agli altri, o per concetta in sé opinione di mia alcuna virtú, facile me aveano collocato in suprema licenza e grado.
Io a cui que' vizii e suoi e di tutta la famiglia dispiaceano, e non poco intendea el Papa non amarmi se non per quanto egli aspettava da noi qualche utilità, e per non coinquinarmi e ricevere qualche nuota d'infamia conversando con quelli scelerati e da tutti e' buoni odiati e vituperati, volentieri sí mi stava da loro segregato e lontano; ché sapete l'uso co' viziosi sempre diede infamia e danno.
Ma per usare la benivolenza sua, come si dice convenirsi fruttare l'amicizia de' preti, sempre e per me e per miei gli domandava cose quale era suo debito dare, se non a me ad altri: officii, beneficii, grazie; e avute piú repulse, non però me tirava adrieto, anzi di nuovo entrava a ripregarlo.
Voglionsi vincere di stracchezza e importunità, insieme e vincere e' competitori, non come molti fanno raportando e traendoli in invidia e malagrazia, - però che cosí aviene, a' principi e' raportatori tacendo sono sospetti, e referendo odiosi, - ma di virtú e merito vorremo essere primi; ché a chi chiede, solo basta fra molte una volta trovarlo facile e prono a darti, e le cose de' principi negate non però sono a voi sí vietate che in tempo non si possino conseguire.
Rendettilo adunque meco in questo liberale, molto pregandolo, molto ringraziandolo, molto lodandolo presso de' suoi.
E quello che tutto vincea, io d'ogni ricevuta beneficenza el premiava con doni, sicché mai de' suoi niuno si partisse da me senza mia liberalità, quale parte tenesse a sé, parte presentasse al Papa.
GIANNOZZO O questa una ultima, Piero mio, di quante usasti buone astuzie, sempre a me la trovai ottima! E quale oggi sarà che in miglior fortuna non sé stessi contenga, e quasi fugga qualunque amicizia di chi meno si sia fortunato, e da cui e' s'aspetti no' altro essere per averne che gravezza e spesa? E chi non tutto sé dia a felici e abundanti uomini, sperando da loro aiuto e favore alle sue necessità e desiderii? Tanto siamo quasi da natura tutti proclivi e inclinati all'utile, che per trarre da altrui e per conservare a noi, dotti credo dalla natura, sappiamo e simulare benivolenza, e fuggire amicizia quanto ci attaglia.
Né mi maraviglio se, come tu dicevi, e' preti ancora sono cupidissimi, quali insieme l'uno coll'altro gareggiano, non chi piú abbia quale e' debbia virtú e lettera, - pochi sono preti litterati e meno onesti, - ma vogliono tutti soprastare agli altri di pompa e ostentazione; vogliono molto numero di grassissime e ornatissime cavalcature; vogliono uscire in publico con molto essercito di mangiatori; e insieme hanno di dí in dí voglie per troppo ozio e per poca virtú lascivissime, temerarie, inconsulte.
A' quali, perché pur gli soppedita e soministra la fortuna, sono incontinentissimi, e, senza risparmio o masserizia, solo curano satisfare a' suoi incitati apetiti.
Onde avviene che loro conviene eleggere non e' buoni, quali non sarebbono pronti ad essequire le cose brutte, ma solo volere chi sia testé atto a questa sua libidine e vizio, quale adempiuto segue in lui altra scelerata volontà; e per asseguirla si sottomette e come servo prega; e cosí di dí in dí muta nuovi mezzani e interpetri a' nuovi suoi sporcissimi appetiti, onde fra chi fuori si vede escluso da quella ieri tanto intrinseca domestichezza e consuetudine, e costui quale ora possiede l'animo e guida le cose, nasce e arde maravigliosa malivolenza, e sempiterne gare e sètte arrabbiate in casa.
E ciascuno, per essere in grazia, trama qualche nutrimento al vizio di colui cosí assuefatto a questa oscenissima e inonestissima vita, assediato da perditissimi e sceleratissimi assentatori, e quasi al continuo inceso e infiammato a nuova libidine e vizio, al quale sempre l'entrata manca e piú sono le spese che l'ordinarie sue ricchezze.
Cosí loro conviene altronde essere rapaci; e alle onestissime spese, ad aitare e' suoi, a sovvenire agli amici, a levare la famiglia sua in onorato stato e degno grado, sono inumani, tenacissimi, tardi, miserrimi.
Qui Buto, quel ridiculo del quale sopra feci menzione: - Tutte queste vostre ragioni s'affanno, - disse, - alla mia brevissima, ma certo verissima e chiarissima.
E troverrete cosí essere el vero: la natura ce 'l dimostra, che di cucuzzolo raso non bene si cava pelo.
E sono questi preti fatti come la lucerna, quale posta in terra a tutti fa lume, e in alto elevata, quanto piú sale, tanto di sé piú rende inutile ombra.
Adunque sorrisono e levoronsi da tavola.
Io indi e Carlo mio fratello entrammo a salutare nostro padre.
Partitosi gli altri da Lorenzo nostro padre, sopragiunse Ricciardo.
Piacqueli rimanere fra piú scritture ivi solo in camera con Lorenzo, credo a determinare e constituire fra loro qualche utile cosa alla nostra famiglia Alberta.
Tornammo adunque in sala dove cosí trovai Adovardo rispondea a Lionardo:
ADOVARDO Parmi certo sí, quanto dicevi, Lionardo, tutto el ragionare di Piero stato maturo, grave, e pieno di prudenza; e bene vi scorsi la sua astuzia e arte non poca; e non ti nego, comprese quelle tre oneste, voluttuose e utile amicizie.
Ma parmi in questa materia già fra me non so che piú desiderarvi altro filo e testura, in quale né degli antichi ancora scrittori alcuno apieno mi satisfece.
LIONARDO Sarebbeti forse Piero piaciuto piú, s'egli non in modo d'istoria, ma come sogliono e' litterati, avesse prima diffinita che cosa sia l'amicizia, poi diviso le sue spezie, e con quello ordine proseguito sue argumentazioni e sentenze, scegliendo di tutte quale e' piú approvasse.
ADOVARDO Anzi a me piace la sentenza di Cornelio Celso, quale piú loda quel medico per cui opera si restituisca la buona sanità, e restituita si conservi, che di colui per cui sapienza sia noto se 'l cibo, come dicea Ippocrate, nello stomaco si consumi da innato alcuno in noi quasi ardore naturale, o se, come Plistonico discipulo di Parassagora affermava, si putrefà, o se, come ad Asclepiade parea, cosí si traduce indigesto e crudo.
Cosí qui, se come el medico cerca sanità, cosí el filosofo e chi disputa di queste cose cerca felicità, e la felicità non si può avere senza virtú; e se la virtú consiste in operarla, e se l'amicizia si dice officio di virtú, costoro udirò io piú molto attento e loderolli, se m'insegneranno quanto m'è certo necessario prima acquistarmi numero d'amici, già che niuno come di roba, cosí nasce ricco d'amici.
Ma chi non se gli acquista, certo non si truova quanta li conviene copia d'amici.
Poi quando nulla può in vita da mortali a noi in una ora essere e principiata e perfetta, costoro vorre'io a me dessono via a condurre la principiata amicizia in quello stato, quale egli stimano essere buono e onesto e da ogni parte perfetto: e se in questa opera qualche non prima a me noto e nocivo vizio in cu' io amava si scoprisse, rendano me dotto qual sia utile arte a quanto e' vogliono ch'io discucia la amicizia e non la stracci.
E se tempo acadessi che io potessi revocarlo emendato ad onesto amarmi, vorrei non essere ignorante e poco saputo a ritrarlo e raggiugnermelo di vera amicizia, quale, poiché vediamo quanta sia ne' mortali instabilità e volubilità d'ogni pensiero e instituto, ancora non meno desidero sapermelo in perpetua benivolenza e fede molto conservare.
Nam e che utile porge in vita sapere disputando persuadere che la sola qual sia amicizia onesta persevera durabile e perpetua piú che l'utile o la voluttuosa? che ancora troverrò io forse piú numero d'amici, quando Pitagora filosafo m'arà persuaso che degli amici tutte le cose debbano fra chi insieme s'ama essere comuni? che credo quelli me ameranno con piú fede e piú constanza, quando Zenone, quell'altro, o Arestotele filosofo m'arà persuaso che l'amico, come domandato Zenone rispuose, sia quasi un altro sé stessi, o sia, come rispuose Aristotele, l'amicizia ha due corpi, una anima? Né Platone ancora mi satisfa dicendo che alcune amicizie sono da essa natura quasi constituite, alcune unite con semplice e aperta coniunzione ed equalità d'animo, alcune con minor vinculo collegate e solo con domestichezza, conversazione e convivere, uso d'amicizia, contenute; quali tre e' nomina la prima naturale, l'altra equale, l'ultima ditta da quella antica consuetudine ch'e' cittadini di qui divertivano a casa quelli là, e' quali si riducono simili qui ospiti apresso di costoro, e per questo s'appella ospitale.
Queste adunque simili scolastice e diffinizioni e descrizioni in ozio e in ombra fra' litterati non nego sono pure ioconde, e quasi preludio come all'uso dell'arme lo schermire: ma a travagliarsi in publico fra l'uso e costume degli uomini, se null'altro aducessero che sapere se la madre piú che 'l padre ama e' nati suoi, o se l'amor del padre verso e' figliuoli sia maggior che quello de' figliuoli verso el padre, e qual cagion faccia e' fratelli insieme amarsi, temo loro interverrebbe come a quel Formio peripatetico filosofo, al quale Annibal, udita la sua lunghissima orazione dove e' disputava de re militari, rispose avere veduti assai, ma non alcuno pazzo maggior che costui, el quale dicendo forse stimasse potere in campo e contro all'inimici quanto in scuola ozioso disputando.
E ben sai, in tanta diversità di ingegni, in tanta dissimilitudine d'oppinioni, in tanta incertitudine di volontà, in tanta perversità di costumi, in tanta ambiguità, varietà, oscurità di sentenze, in tanta copia di fraudolenti, fallaci, perfidi, temerarii, audaci e rapaci uomini, in tanta instabilità di tutte le cose, chi mai si credesse colla sola simplicità e bontà potersi agiugnere amicizia, o pur conoscenze alcune non dannose e alfine tediose? Conviensi contro alla fraude, fallacie e perfidia essere preveduto, desto, cauto; contro alla temerità, audacia e rapina de' viziosi, opporvi constanza, modo e virtú d'animo; a qual cose i' desidero pratico alcuno uomo, da cui io sia piú in fabricarmi e usufruttarmi l'amicizie, che in descriverne e quasi disegnarle fatto ben dotto.
Cosí adunque vorrei dell'amicizia m'insegnassero acquistarla, accrescerla, descinderla, recuperarla, e perpetuo conservalla.
LIONARDO Questo ordine tuo apresso e' dotti credo, Adovardo, non poco sarebbe approvato, ché cosí la natura el conduce.
Né quelli scrittori antiqui però stimo a te meno per questo satisfacciano, se per altri loro principii e processi dimostrano prima la vera amicizia nulla essere altro che coniunzione di tutte nostre divine cose e umane, consentendosi insieme e amandosi con aperta e somma benivolenza e carità.
Né se non solo tra e' buoni consisterà questa vera amicizia, poich'e' viziosi sempre a sé stessi sono odiosi e gravi, pieni sempre o di tedio o di sfrenata libidine, adunque e meno atti con altri ad amicizia.
Onde quinci descrissero le differenze di varie amicizie, e di quelle qual sia stabile e vera, e in quella ottima quali sieno ottime e santissime regole a ben fruttarla: ché sai loro essere precetto, che prima si giudichi quanto quello sia atto ad amicizia, né cominci ad amare chi tu non bene conosca fido e diritto; e siamo ad amarlo non troppo da principio inclinati e quasi ruinosi, ma sostegniamo l'impeto della benivolenza; e ogni cosí nostro affetto, dicono, con prudenza e modestia si fermi e temperi; e poi ivi datosi ad amare, sia fra noi nulla fitto, nulla simulato, nulla non onesto, sempre vero e volontario officio e pronto beneficio retto e contenuto non da ambizione o cupidità, ma da vera, constante e ferma virtú.
E se pur forse quello ordine tuo te piú dilettasse, troverai credo apresso e' scrittori antiqui da copioso in qual vogli parte satisfarti.
ADOVARDO Né io a te negherei, Lionardo, e' precetti antiqui assai essere utilissimi, né però ti concederò che in questo artificio siano quanto vi desidero scrittori molto copiosi; già che oggi, come tu sai, troviamo in questa materia de' nostri scrittori non molti piú che solo Cicerone, e in qualche epistola Seneca; e de' Greci hanno Aristotele, Luciano.
E questi non li biasimo, ma né molto in questa parte credo altri che io gli lodassi, a cui sempre qualunque scrittore fu in reverenza e ammirazione.
E dicono che la virtú è vinculo e ottima conciliatrice della amicizia, e che l'amicizia fiorisce a buon frutto, poiché fra loro el beneficio sia ricevuto, lo studio conosciuto, adiuntovi consuetudine.
E dicono starvi la virtú ad onestà, la consuetudine a iocondità, ed esservi una quasi necessitudine creata dai benefici, quale induca ad amare.
Simile né molto suttili, né assai al vivere utilissimi detti sí certo sapevi tu non inesperto prima che mai gli leggessi altrove scritti.
E quale sí sciocco in tutto e nulla intendente non conosce che e' beneficii, l'essere studioso e assiduo in cose quale sieno grate, fanno averci cari e amati? Ma non ciascuno dotto in lettere saprà porgere la sua virtú con modo e dignità a farsi valere a benivolenza e amicizia, né saprà quello scolastico dove e quanto l'asiduità, lo studio, el beneficio, in questo piú che in quello ingegno, luogo e tempo giovi e bene s'asetti; quale cognizione dico, e tu non credo neghi, essere necessaria.
Né puossi bene averne dottrina solo dai libri muti e oziosi.
Conviensi in mezzo alle piazze, entro a' teatri e fra e' privati ridutti averne altra essercitazione e manifesta esperienza.
Non truovo io sí facile conoscere que' buoni a chi solo piaccia la virtú, né a tutti con mio officio e beneficio, quanto desidero, tanto m'è licito far noto l'animo mio verso di lui; né per nostra assiduità e frequente uso a noi sempre fie luogo a ricevere frutto della amicizia.
Quanto si truova raro che quella parità ed equalità d'animo fra gli amici risponda a quel antico detto del nostro poeta latino Ennio: l'amico certo si possa conoscere ne' casi incerti! Dicoti, Lionardo, non fia forse come gl'indotti si stimano facile, no, acquistarsi gli amici; che industria non vi bisogni altra che pur solo sapere se la amicizia fu trovata per sovenire alle necessità, o se doviamo essere di quel medesimo animo verso gli amici di quale e' sono verso di noi, o se la amicizia si debba ad altro alcun fine che solo a frutto di vero e onesto amore.
LIONARDO Quasi, Adovardo, come se tu poco avessi in questa parte apresso ciascuno scrittore veduto piú e piú ammonimenti ed essempli utilissimi; ché non solo e' filosofi, ma e ancora ciascuno istorico a me pare pieno di documenti perfettissimi a ogni uso di qual si sia amicizia, quali credo non posponi ad alcuno essemplo tratto di mezzo il volgo e moltitudine.
Né credo truovi posta apresso della istoria meno che apresso di qualunque espertissimo plebeo, prudenza e ragione del vivere.
Se la età lunga presta conoscimento di varie cose, la istoria vedi comprende piú d'una non solo età, ma seculi.
Se l'avere udito, veduto, provato molte cose porge cognizione e cauta astuzia, la istoria e vide e conobbe e cagioni ed effetti, e piú a numero e piú maravigliosi, con maggiore autorità e dignità, che qual si sia mai diligente padre di famiglia in vita.
Della istoria adunque e degli altri ancora litterati potremo facile trovare e coadunare questa industria e artificio tuo, quando da' filosofi arai compreso che ogni tuo studio e opera sarà con piccolo profitto, se non osserverai loro precetti e amonimenti in eleggere virtuosi e studiosi amici; quali precetti se poco valessero ad amicizia, nulla ti nocerebbono no' gli osservando, dove ti noceranno poco osservati.
ADOVARDO Maravigliomi che tu della istoria, quale solo sempre recita perturbazioni di stati, eversioni di republiche, inconstanza e volubilità della fortuna, preponga dedurmi precetti a conseguire quanto voglio amicizia.
Son certo della dissensione quale venne fra' Cartaginesi e' Latini per ottenere ciascuno l'isola di Cicilia, tu estrarrai e' vincoli della amicizia, e dalle insidie e prede fra loro seguite, tu comporrai arte da condurmi in tranquilla e dolce coniunzione e unione d'animo.
Riderei se tu meco facessi professione monstrarmi con quelle occisioni e ruine delle terre in che modo io potessi godere con felice amicizia.
LIONARDO E' sono apresso gli storici e apresso e' filosofi essempli e detti infiniti ad acquistarsi amici accomodatissimi, dolcissimi a leggerli, degnissimi a mandarseli a memoria, pieni d'autorità, e da nulla parte da poco udirli e stimarli.
Olimpia, madre d'Allessandro macedone, solea scriverli fusse studioso d'acquistarsi amicizia con doni, beneficio, e con quelle cose donde egli ampliasse e di sé promulgasse laude e gloria.
Ed era in prima sentenza di tutti gli stoici filosofi, nulla piú trovarsi attissima a farsi amare che la virtú e la onestà.
Cosí Teseo, quello che superò el tauro maratonio, fu dalla fama e lode di Ercule mosso ad amarlo.
Temistocle, dice Plutarco, acquistò fra' suoi gran benivolenza, perché in magistrato rendendo ragione era iustissimo e severissimo.
Aulo Vitellio, quello quale doppo la morte di Silvio otenne il principato in Roma, scrive Suetonio, perché era in augurii perito, fu a Gaio imperadore amicissimo; e non meno a Claudio fu costui medesimo accettissimo, perché e' bello giucava a tavole.
A Ottaviano piacque Mecenas, perché lo provava taciturno; piacqueli Agrippa, quale vedea pazientissimo in ogni fatica.
A Catone, vedendo Valerio Flacco suo vicino in villa molto assiduo dare opera alla agricultura, di quale Catone troppo si dilettava, el prese in amicizia.
In questi adunque valse la virtú e similitudine di studio alle cose oneste e lodate.
L'utilità, e' benefici, e' doni, quanto e' giovino chi nollo sa? Tito Quinzio Flamminio, dicono, perché co' suoi decreti rendette libera la provincia Asia dalle molte false iscritte usure in quali ella iacea oppressa, acquistò apresso di tutti que' provinciali maravigliosa benivolenza, e tanta gli fu in teatro renduta festa e gratulazione, che per le grandissime in alto voce messe dal popolo lieto, uccegli non pochi storditi e stupefatti cadderon in mezzo della moltitudine.
E che non possono e' doni? Non solo conciliarsi nuovi amici, ma e reconciliare a grazia e' già incesi animi di grave malivolenza e indurato odio.
La famiglia de' Fabii in Roma, non in quel tempo assai grata al popolo, quando ricevette in casa e governò a sanità gran moltitudine di feriti in quella battaglia in que' dí fatta contro gli Etruschi popoli, ove Fabio consule fu morto, per questo recuperò l'antica e buona grazia.
E prima sendo el Senato in grande odio e dissension col popolo, fece decreto che si distribuisse stipendio a' cittadini romani quali ivi erano in essercito; e a questo uso si coniorono e' primi in Italia danari.
Cosí quelli prima alienati, ora per questo dono ritornorono in grazia e pacifica amicizia.
Né solo si domestica co' doni l'uomo, ma e le bestie.
Scrive Aulo Gellio che Androdoro servo d'un romano uomo nobile e consulare in Africa, fuggitosi dal suo padrone in luogo deserto, curò in quella spelonca ove e' latitava, uno lione ferito da un stecco nel piè, e per questo beneficio fra loro tanta nacque coniunzione che poi insieme vissero anni tre in summa concordia.
E in merito del ricevuto beneficio el leone qualunque dí all'uomo portava parte delle prede sue, quale Androdoro a mezzo dí alla vampa del sole incocea, e cosí sé pascea e sostentava.
Acadde che preso el lione e tradutto a Roma, all'uomo convenne altronde procacciarsi; e uscito della spelonca fu ripreso dallo essercito di colui a cui egli era fuggitivo servo; e dipoi, per punire la sua contumacia, fu adiudicato alle bestie, a qual morte gli sceleratissimi ivano condennati.
Cosa miracolosa! ché subito veduto dal suo amico lione Androdoro, da lui fu quasi in grembo ricevuto e dall'altre fere salvato.
Per quale spettaculo mosso gli animi della moltitudine, fu el servo e il lione donati a libertà, e usciti in publico, dicono, tanta era consuetudine fra la fera e l'uomo, che con sottilissimo freno Androdoro servo menava quasi al lascio el suo leone per tutti gli artefici di Roma, e diceasi: «Ecco l'uomo amico del lione, e il lione hospes dell'uomo».
E Seneca simile scrive avere veduto tale spettaculo maraviglioso certo e incredibile.
E ancora e' buoni scrittori e Plinio mandorono a memoria come quella serpe in Egitto, usa pascersi alla tavola di quello uomo a cui uno de' suoi serpentelli morse e uccise el figliuolo, conosciuto che per colpa del suo era viziata l'amicizia, in vendicarli la ingiuria lo uccise, e sé stessi cosí privò del caro suo figliuolo.
Né contenta a questo, poi piú ebbe audacia di ritornare sotto que' tetti, dove tanto era vivuta familiare, e dove tanta per e' suoi fusse stata commessa ingratitudine.
Adunque ben conoscea divo Tito, quanto Suetonio e anche Eutropio affermano, se molto valessero e' doni ad amicizia, poiché la sera ridutto solo, si dolea quando in quel dí nulla avea o promesso o donato a chi che sia.
E simile vedrai nascere grande benivolenza fra coloro quali insieme aranno ioconda e voluttuosa conversazione.
E dicea Platone gl'uomini quasi com'e' pesci con l'amo, cosí colla voluttà pigliarsi.
Scriveno che a Perseo tanto dilettò el generoso aspetto di Teseo, e a Teseo tanto fu gratissimo la presenza e bellezza di Peritou, che sola quasi questa fu prima cagione a insieme coniungergli d'amicizia.
Fu Pisistrato a Solone e a Socrate, dicono alcuni, fu el suo Alcibiade amicissimo, perché erano di forma bellissimi.
Marco Antonio acquistò amicizia non pochissima protraendo colla gioventú ragionamenti amatorii, e servendo alle passioni degli innamorati.
Silla, referisce Sallustio, fu meglio voluto dal suo essercito, poiché lo lasciava in Asia oltr'al severo costume antiquo romano essere lascivo.
E potrei simile infinite istorie e detti raccontarti, per e' quali arai ottime imitazioni a estraere precetti utilissimi ad acquistarti amici; qual cosa chi sappia e chi certo sa rendersi per simili occasioni e ragion di vivere amato, costui con quello artificio saprà e in tempo rinnovare, e quanto basti in loro accrescere molta benivolenza e ferma grazia; quale, a mantenerla, nulla stimo piú ivi ben sia accommodato che l'uso frequente, lieto, onesto e nutrito non senza qualche utile.
E contro, a discinderla chi negasse che 'l disuso piú che cosa altra alcuna molto giova? Cosa niuna tanto cancella dell'animo qualunque ferma inscritta si sia memoria, quanto fa la dissuetudine.
ADOVARDO Eh! quanti precetti qui necessari mancherebbono, Lionardo, a chi volesse lato e diffuso disputarne! come se chi forse avesse dagli astronomi udito che Marte disponga impeto di esserciti e furore d'arme, Mercurio instituisca varie scienze e suttilità d'ingegno e maravigliose arte, Iove moderi le cerimonie e animi religiosi, el Sole conceda degnità e principati, la Luna conciti viaggi e movimenti feminili e plebei, Saturno aggravi e ritardi nostri pensieri e incetti; e tenesse di tutti cosí loro natura e forza, dove nolli fusse noto in qual parte del cielo e in quanta elevazione ciascuno per sé molto o meno vaglia, e con che razzi l'uno all'altro porga amicizia o inimicizia, e quanto coniunti possano in buona o mala fortuna, certo sarebbe non costui astrologo.
Ma quella semplice cognizione di que' nudi principii, a volere bene in quella arte venire erudito, sarà tale che senza esse nulla potrà; con esse non però arà che introito ad aprendere l'altre quasi infinite ragioni a prevedere e discernere le cose, a quale el cielo tende per produrle.
Cosí qui ora que' tutti essempli e sentenze, quali affermo sono apresso gli ottimi scrittori utilissimi e copiosissimi, non però prestano quanto aiuto ci bisogna.
E ramentami in questo pensiero e investigazione qualche volta meco iscorsi non le cagioni solo onde nascessero le amicizie, ma e ancora el modo e quasi legge d'intrarvi.
E vidi nascere l'amicizia, o per nostra industria, o per opera di chi noi quasi invitati coniugniamo a darceli benivoli e cupidi dello onore e utile suo.
Intesi quanto conferia a cosí farsi chiedere, el sapere porgersi onesto, modesto, facile, affabile, iocondo, astinente, officioso, mansueto, e animoso ancora e constante, e chiaro di buona fama e nome.
Vidi quanto allettava darci a qualunque lodati e buoni, quasi come refuggio e porto, dove truovino fedel consiglio, pronta opera, presto aiuto, e in ogni loro cosa diligente cura, molto e assiduo officio.
Conobbi la liberalità, osservanza, munificenza, gratitudine, fede, religione, e in tutti buona speranza di noi e buona espettazione, queste essere ottimi interpetri della amicizia.
E meco compresi bisognarci varie arti, vario ingegno, e non poca prudenza, e molto uso a legarsi gli animi degli uomini, quali sono, quanto nulla piú, volubili, leggieri, facili a ogni impeto a quale e' sieno incitati; minima favilla in loro incende grandissimo odio, minimo lustro di virtú gli abbaglia ad amarci.
E come chi prima piglia la somma foglia del ramo, poi prende la vetta piú ferma, appresso abbranca el tronco e piegalo, e carpisce el frutto, cosí conviensi a trattare le menti e ingegni umani, non in un tempo volerli avere irretati, ma prima tendere e con maturità procedere: ieri salutarli, e bastò darli di te buona presenza e dolce aria, per quale e' ti giudicasse non incivile né imperito; oggi inseminarli qualche espettazione, qualche desiderio d'essere teco domani.
E quasi sarà niuno a cui non paia lungo aspettare quel dí quale arai predettoli, nonché di dirli o darli cosa gli piaccia, ma e di chiederli e aoperarlo in tuo alcuno non ancora dettoli bisogno, tanto, non so come, siamo da natura cupidi e frettolosi a conoscere ogni cosa.
E sarà quasi niuno quale non desideri trovarsi spesso con chi gli renda onore e prestili iocondità e onesto riso.
Ma constituiva io meco non però sempre da condursi a quel certame con qualunque in mezzo s