I MALAVOGLIA, di Giovanni Verga - pagina 32
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'Ntoni da prima se ne vergognava, e andava ad aspettarli sulla riva appena tornavano, colla testa bassa.
Ma a poco a poco ci fece il callo, e diceva fra di sé: - Così domani faremo ancora domenica!
Il povero vecchio cercò tutti i mezzi di toccargli il cuore, e di nascosto gli fece persino esorcizzare la camicia da don Giammaria, e spese tre tarì.
- Vedi! gli diceva, questo non c'è mai stato nei Malavoglia! Se tu prendi la mala strada di Rocco Spatu, tuo fratello e le tue sorelle ti verranno dietro.
"Una mela fradicia guasta tutte le altre", e quei soldi che abbiamo messo insieme con tanto stento se ne anderanno in fumo.
"Per un pescatore si perde la barca", e allora che faremo?
'Ntoni restava a capo chino, o brontolava fra i denti; ma l'indomani tornava da capo, e una volta glielo disse: - Che volete? almeno quando non sono più in sensi non penso alla mia disgrazia.
- Che disgrazia! Tu hai la salute, sei giovane, sai il tuo mestiere, che ti manca? Io che son vecchio, e tuo fratello che è ancora un ragazzo, ci siamo tirati su dal fosso.
Ora se tu volessi aiutarci, torneremo ad essere quelli che eravamo, se non più col cuore contento, perché quelli che sono morti non tornano più, almeno senza altre angustie; e tutti uniti, come devono stare le dita della mano, e col pane in casa.
Se io chiudo gli occhi come resterete voi altri? Adesso, vedi, mi tocca d'aver paura ogni volta che c'imbarchiamo per andar lontano.
E son vecchio!...
Quando il nonno riesciva a toccargli il cuore, 'Ntoni si metteva a piangere.
I fratelli, che sapevano tutto, si rincantucciavano, appena lo sentivano venire, come ei fosse un estraneo, o quasi avessero paura di lui; e il nonno, col rosario in mano, borbottava: - O anima benedetta di Bastianazzo! O anima di mia nuora Maruzza! fatelo voi il miracolo! - Come Mena lo vedeva arrivare colla faccia pallida e gli occhi lustri, gli diceva: - Entra da questa parte, che ci è il nonno! - E lo faceva entrare dalla porticina della cucina; poi si metteva a piangere cheta cheta accanto al focolare; tanto che 'Ntoni disse alla fine: - Non voglio andarci più all'osteria, neanche se m'ammazzano! E tornò a lavorare di buonavoglia come prima; anzi, si alzava prima degli altri, e andava ad aspettare il nonno alla marina, che ci volevano due ore a far giorno, i Tre Re erano ancora alti sul campanile del villaggio, e i grilli si udivano trillare nelle chiuse come se fossero lì accanto.
Il nonno non ci capiva più nella camicia dalla contentezza; andava chiacchierando con lui onde provargli come gli volesse bene, e fra di sé diceva: - Son l'anime sante di sua madre e di suo padre che hanno fatto il miracolo.
Il miracolo durò tutta la settimana, e la domenica 'Ntoni non volle nemmeno andare in piazza, per non vedere l'osteria da lontano e gli amici che lo chiamavano.
Ma si rompeva le mascelle a sbadigliare tutto quel giorno in cui non aveva nulla da fare, e non finiva più.
Oramai non era un ragazzo per passare il tempo ad andare per le ginestre nella sciara, cantando come suo fratello Alessi e la Nunziata, o a spazzar la casa come Mena, e nemmeno un vecchio come il nonno per divertirsi ad accomodare i barilotti sfondati, e le nasse sfasciate.
Egli restò seduto accanto alla porta, nella strada del Nero, che non ci passava nemmeno una gallina, e sentiva le voci e le risate all'osteria.
Tanto che andò a dormire per non sapere che fare, e il lunedì tornò a fare il muso lungo.
Il nonno gli diceva: - Per te sarebbe meglio che non venisse la domenica; perché il giorno dopo sei come se fossi malato.
Ecco quello che era meglio per lui, che non venisse mai la domenica! e gli cascava il cuore per terra a pensare che tutti i giorni fossero dei lunedì.
Sicché, quando tornava dal mare, la sera, non aveva voglia nemmeno d'andare a dormire, e si sfogava a scorazzare di qua e di là colla sua disgrazia, tanto che infine venne a capitare di nuovo all'osteria.
Prima, allorché tornava a casa malfermo sulle gambe, si ficcava dentro mogio mogio, facendosi piccino e balbettando delle scuse, o almeno non fiatava.
Ma ora alzava la voce, litigava colla sorella se l'aspettava sull'uscio, colla faccia pallida e gli occhi gonfi, e se gli diceva sottovoce d'entrare dalla cucina che in casa c'era il nonno.
- A me non me ne importa! rispondeva.
Il giorno dopo si levava stravolto e di cattivo umore; e cominciava a gridare e bestemmiare dalla mattina alla sera.
Una volta successe una brutta scena.
Il nonno, non sapendo più che fare per toccargli il cuore, l'aveva tirato nell'angolo della cameruccia, ad usci chiusi, perché non udissero i vicini, e gli diceva piangendo come un ragazzo, il povero vecchio: - Oh 'Ntoni! non ti rammenti che qui c'è morta tua madre? Perché vuoi darle questo dolore a tua madre, di vederti fare la riescita di Rocco Spatu? Non lo vedi come stenta e si affatica la povera cugina Anna per quell'ubbriacone di suo figlio? e come piange alle volte, allorché non ha pane da dare agli altri suoi figliuoli, e non le basta il cuore di ridere? "Chi va col lupo allupa" e "chi pratica con zoppi all'anno zoppica".
Non ti rammenti quella notte del colèra che eravamo qui tutti davanti a quel lettuccio, ed ella ti raccomandava Mena e i ragazzi? - 'Ntoni piangeva come un vitello slattato, e diceva che voleva morire anche lui; ma poi adagio adagio tornava all'osteria, e la notte, invece di venire a casa, andava per la via, fermandosi dietro gli usci, colle spalle appoggiate al muro, stanco morto, insieme a Rocco Spatu e a Cinghialenta; e si metteva a cantare con loro, per scacciare la malinconia.
Infine il povero padron 'Ntoni non osava più mostrarsi per le strade dalla vergogna.
Il nipote invece, per evitare le prediche, veniva a casa colla faccia scura; così non gli rompevano la devozione con le solite prediche.
Già le prediche se le faceva da se stesso, a voce bassa, ed era tutta colpa della sua disgrazia che l'aveva fatto nascere in quello stato.
E andava a sfogarsi collo speziale e con altri di quelli che avevano un po' di tempo per chiacchierare dell'ingiustizia sacrosanta che ci è a questo mondo in ogni cosa; che se uno va dalla Santuzza, per dimenticare i suoi guai, si chiama ubbriacone; mentre tanti altri che si ubbriacano a casa di vino buono non hanno guai per la testa, né nessuno che li rimproveri o faccia loro la predica di andare a lavorare, giacché non hanno nulla da fare, e son ricchi per due; eppure tutti siamo figli di Dio allo stesso modo, e ognuno dovrebbe avere la sua parte egualmente.
- Quel ragazzo lì ha del talento! diceva lo speziale a don Silvestro, e a padron Cipolla, e a chi voleva sentirlo.
- Vede le cose all'ingrosso, così alla carlona, ma il sugo c'è; non è colpa sua se non sa esprimersi meglio; è colpa del governo che lo lascia nell'ignoranza.
Per istruirlo gli portava il Secolo e la Gazzetta di Catania.
Però 'Ntoni si seccava a leggere; prima di tutto perché era una fatica, e quand'era soldato gli avevano insegnato a leggere per forza; ma adesso era libero di fare quello che gli pareva e piaceva, e aveva un po' dimenticato come si cacciano insieme le parole nello scritto.
Poi tutte quelle chiacchiere stampate non gli mettevano un soldo in tasca.
Che gliene importava a lui? Don Franco glielo spiegava lui perché avrebbe dovuto importargliene; e quando passava don Michele per la piazza, glielo indicava colla barbona, ammiccando, e gli spifferava sottovoce che passava per donna Rosolina anche quello, ora che aveva sentito come donna Rosolina avesse dei denari, e li dava alla gente per farsi sposare.
- Bisogna cominciare dal levarci dai piedi tutti costoro col berretto gallonato.
Bisogna far la rivoluzione.
Ecco quello che bisogna fare!
- E voi cosa mi date per fare la rivoluzione?
Don Franco allora si stringeva nelle spalle, e se ne andava indispettito a pestare l'acqua sporca nel mortaio; giacché con gente siffatta era proprio pestar l'acqua nel mortaio, diceva.
E Piedipapera, appena 'Ntoni voltava le spalle, soggiungeva sottovoce:
- Se volesse ammazzare don Michele, dovrebbe ammazzarlo per qualche altra cosa; ché gli vuol rubare la sorella; ma 'Ntoni è peggio d'un maiale, tanto che si fa mantenere dalla Santuzza.
Piedipapera se lo sentiva sullo stomaco don Michele, dacché guardava cogli occhi torvi lui e Rocco Spatu e Cinghialenta quando li incontrava; perciò voleva levarselo davanti.
Quelle povere Malavoglia erano arrivate al punto che andavano per le bocche di tutti, per colpa del fratello, tanto i Malavoglia erano caduti in bassa fortuna.
Ora tutto il paese sapeva che don Michele passava e ripassava per la strada del Nero, onde far dispetto alla Zuppidda, la quale stava a guardia di sua figlia colla conocchia in mano.
Intanto don Michele per non perdere i suoi passi, aveva gettato gli occhi su di Lia, la quale si era fatta una bella ragazza anche lei, e non aveva nessuno che le stesse a guardia, tranne la sorella che si faceva rossa per lei, e le diceva: - Rientriamo in casa, Lia.
Sulla porta non ci stiamo bene ora che siamo orfane.
Ma la Lia era vanerella peggio di suo fratello 'Ntoni, e le piaceva starsene sulla porta a far vedere il fazzoletto colle rose, che ognuno le diceva: - Come siete bella con quel fazzoletto, comare Lia! e don Michele se la mangiava cogli occhi.
La povera Mena, mentre stava là sulla porta, ad aspettare il fratello che tornava a casa ubbriaco, si sentiva così stanca ed avvilita che le cascavano le braccia quando voleva tirare in casa la sorella, perché passava don Michele, e Lia le rispondeva: - Hai paura che mi mangi? Già, nessuno ne vuole di noi altri, ora che non abbiamo più niente.
Non lo vedi come è andato a finire mio fratello, che non lo vogliono nemmeno i cani!
- Se 'Ntoni avesse fegato, andava dicendo Piedipapera, se lo leverebbe dinanzi quel don Michele.
'Ntoni invece voleva levarsi dinanzi don Michele per un'altra cosa.
La Santuzza, dopo che l'aveva rotta con don Michele, aveva preso a ben volere 'Ntoni, per quel modo di portare il berretto sull'orecchio, e di dondolare le spalle camminando che aveva preso da soldato; e gli metteva in serbo sotto il banco tutti i piatti coi resti che lasciavano gli avventori; e un po' di qua e un po' di là gli riempiva anche il bicchiere.
In tal modo lo manteneva per l'osteria grasso e unto come il cane del macellaio.
Al bisogno poi 'Ntoni si disobbligava facendo a pugni con quegli avventori della malannata, che cercano il pelo nell'uovo all'ora del conto, e gridano e bestemmiano prima di pagare.
Cogli amici della taverna invece era allegro e chiacchierone, e teneva d'occhio anche il banco, allorché la Santuzza andava a confessarsi.
Sicché, tutti colà gli volevano bene come se fosse a casa sua; tranne lo zio Santoro il quale lo guardava di mal'occhio, e borbottava, fra un'avemaria e l'altra, contro di lui, che viveva alle spalle di sua figlia, come un canonico; la Santuzza rispondeva che era la padrona, se voleva far vivere alle sue spalle 'Ntoni Malavoglia, grasso come un canonico; segno che ci aveva il suo piacere, e non aveva più bisogno di nessuno.
- Sì! sì! brontolava lo zio Santoro, quando poteva chiapparla un momento a quattr'occhi.
Di don Michele ne hai sempre bisogno.
Massaro Filippo m'ha detto dieci volte che è tempo di finirla, che il vino nuovo non può tenerlo più nella cantina, e bisognerebbe farlo entrare in paese di contrabbando.
- Massaro Filippo pensa al suo interesse.
Ma io, vedete, dovessi pagare il dazio due volte, e il contrabbando, don Michele non lo voglio più, no e poi no!
Ella non voleva perdonare a don Michele quella partaccia che gli aveva fatta colla Zuppidda, dopo tanto tempo ch'era stato trattato come un canonico nell'osteria, per l'amore dei suoi galloni; e 'Ntoni Malavoglia, senza galloni, valeva dieci volte don Michele; a lui, quello che gli dava glielo dava di tutto cuore.
'Ntoni si guadagnava il pane in tal modo, e quando il nonno gli rimproverava il suo far nulla, e la sorella lo guardava tristamente, cogli occhi fissi, rispondeva: - Forse che vi costo qualche cosa? Dei denari della casa non ne spendo, e il mio pane me lo guadagno da me.
- Meglio sarebbe che tu morissi di fame, gli diceva il nonno, e che avessimo a morire tutti oggi stesso! - Infine nessuno parlava più, seduti dov'erano, e voltandosi le spalle.
Padron 'Ntoni era ridotto a non aprir bocca, per non litigare col nipote; e 'Ntoni poi, quand'era stanco della predica, piantava lì tutti della paranza, a piagnucolare, e se ne andava a trovar Rocco o compare Vanni, coi quali si stava allegri e se ne trovava sempre una nuova da inventare.
Una volta inventarono di fare la serenata allo zio Crocifisso, la notte in cui s'era maritato colla Vespa, e condussero sotto le finestre di lui tutti coloro cui lo zio Crocifisso non voleva prestare più un soldo, coi cocci, e le pentole fesse, i campanacci del beccaio e gli zufoli di canna, a fare il baccano e un casa del diavolo sino a mezzanotte, talché la Vespa l'indomani s'alzò più verde del solito, e se la prese con quella canaglia della Santuzza, nella taverna della quale s'era macchinata tutta quella birbonata, per gelosia che lei se l'era trovato il marito, onde stare in grazia di Dio, mentre le altre erano sempre nel peccato mortale, e facevano mille porcherie, sotto l'abitino della Madonna.
La gente gli rideva sul muso allo zio Crocifisso, come lo vide sposo sulla piazza, vestito di nuovo, e giallo come un morto, dalla paura che gli aveva fatto la Vespa con quel vestito nuovo che costava denari.
La Vespa era sempre a spendere e spandere, che se l'avessero lasciata fare avrebbe vuotato il sacco in una settimana; e diceva che la padrona adesso era lei, tanto che tutti i giorni c'era il diavolo dallo zio Crocifisso.
Sua moglie gli piantava le unghie sulla faccia, e gli gridava che voleva aver le chiavi lei, e non voleva star sempre a desiderare un pezzo di pane e un fazzoletto nuovo peggio di prima; perché se avesse saputo quel che le doveva venire dal matrimonio, con quel bel marito che le era toccato, si sarebbe tenuta la chiusa e la medaglia di Figlia di Maria, piuttosto; già, tanto e tanto avrebbe potuto portarla ancora, la medaglia di Figlia di Maria! E lui strillava che era rovinato; che non era più padrone del fatto suo; che v'era tuttora il colèra in casa, e volevano farlo morire di crepacuore prima del tempo, per scialacquarsi allegramente la roba che egli aveva stentato tanto a raggranellare! Lui pure, se avesse saputo tutto questo, avrebbe mandato al diavolo la chiusa e la moglie; ché già lui di moglie non ne aveva bisogno, e l'avevano preso per il collo, facendogli credere che la Vespa avesse acchiappato Brasi Cipolla, e stesse per scappargli insieme alla chiusa, maledetta chiusa!
Giusto in quel punto si seppe che Brasi Cipolla s'era lasciato rubare dalla Mangiacarrubbe, come un bietolone, e padron Fortunato li andava cercando per la sciara, e pel vallone, e sotto il ponte, colla schiuma alla bocca, giurando e spergiurando che se li trovava voleva dar loro tante di quelle pedate, e farsi venire le orecchie di suo figlio nelle mani.
Lo zio Crocifisso a quel discorso si cacciava le mani nei capelli anche lui, e diceva che la Zuppidda l'aveva rovinato a non rapire Brasi una settimana prima.
- Questa è stata la volontà di Dio! andava dicendo picchiandosi il petto; la volontà di Dio è stata che io m'avessi a pigliar la Vespa per castigo dei miei peccati! - E dei peccati doveva avercene grossi assai, perché la Vespa gli avvelenava il pane in bocca, e gli faceva soffrire le pene del purgatorio, notte e giorno.
Per giunta poi si vantava di essergli fedele, che non avrebbe guardato in faccia un cristiano, fosse giovane e bello come 'Ntoni Malavoglia o Vanni Pizzuto, per tutto l'oro del mondo; mentre gli uomini le ronzavano sempre attorno a tentarla come ci avesse il miele nelle gonnelle.
- Se fosse vero andrei a chiamarglielo io stesso colui! borbottava lo zio Crocifisso; - purché me la levasse davanti! E diceva pure che avrebbe pagato qualche cosa a Vanni Pizzuto o a 'Ntoni Malavoglia perché gli facessero le corna, giacché 'Ntoni faceva quel mestiere.
- Allora potrei mandarla via quella strega che mi son cacciata in casa!
Ma 'Ntoni il mestiere lo faceva dove era grasso, e ci mangiava e beveva, che era un piacere a vederlo.
Ora portava la testa alta, e se la rideva se il nonno gli diceva qualche parola a bassa voce; adesso era il nonno che si faceva piccino, quasi il torto fosse suo.
'Ntoni diceva che se non lo volevano in casa sapeva dove andare a dormire, nella stalla della Santuzza; e già non spendevano nulla a casa sua per dargli da mangiare.
Padron 'Ntoni, e Alessi, e Mena, tutto quello che buscavano colla pesca, col telaio, al lavatoio, e con tutti gli altri mestieri, potevano metterlo da parte, per quella famosa barca di san Pietro, colla quale si guadagnava di rompersi le braccia tutti i giorni per un rotolo di pesce, o per la casa del nespolo, nella quale si sarebbe andati a crepare allegramente di fame! tanto lui un soldo non l'avrebbe voluto; povero diavolo per povero diavolo, preferiva godersi un po' di riposo, finché era giovane, e non abbaiava la notte come il nonno.
Il sole c'era lì per tutti, e l'ombra degli ulivi per mettersi al fresco, e la piazza per passeggiare, e gli scalini della chiesa per stare a chiacchierare, e lo stradone per veder passare la gente e sentir le notizie, e l'osteria per mangiare e bere cogli amici.
Poi quando gli sbadigli vi rompevano le mascelle, si giocava alla mora, o a briscola; e quando infine si aveva sonno, ci era lì la chiusa dove pascevano i montoni di compare Naso, per sdraiarsi a dormire il giorno, o la stalla di comare suor Mariangela quand'era notte.
- Che non ti vergogni di fare questa vita? gli disse alfine il nonno, il quale era venuto apposta a cercarlo colla testa bassa e tutto curvo; e piangeva come un fanciullo nel dir così, tirandolo per la manica dietro la stalla della Santuzza, perché nessuno li vedesse.
- E alla tua casa non ci pensi? e ai tuoi fratelli non ci pensi? Oh, se fossero qui tuo padre e la Longa! 'Ntoni! 'Ntoni!...
- Ma voi altri ve la passate forse meglio di me a lavorare, e ad affannarvi per nulla? È la nostra mala sorte infame! ecco cos'è! Vedete come siete ridotto, che sembrate un arco di violino, e sino a vecchio avete fatto sempre la stessa vita! Ora che ne avete? Voi altri non conoscete il mondo, e siete come i gattini cogli occhi chiusi.
E il pesce che pescate ve lo mangiate voi? Sapete per chi lavorate, dal lunedì al sabato, e vi siete ridotto a quel modo che non vi vorrebbero neanche all'ospedale? per quelli che non fanno nulla, e che hanno denari a palate lavorate!
- Ma tu non ne hai denari, né io ne ho! Non ne abbiamo avuti mai, e ci siamo guadagnato il pane come vuol Dio; è per questo che bisogna darsi le mani attorno, a guadagnarli, se no si muore di fame.
- Come vuole il diavolo, volete dire! Che è tutta opera di Satanasso la nostra disgrazia! Ora sapete quel che ci aspetta, quando non potrete più darvele attorno le mani, perché i reumatismi le avranno ridotte come una radica di vite? Vi aspetta il vallone sotto il ponte per andare a creparvi.
- No! no! esclamò il vecchio tutto giulivo, e gettandogli al collo le braccia rattratte come radiche di vite.
I denari per la casa ci son già, e se tu ci aiuti...
- Ah! la casa del nespolo! Credete che sia il più bel palazzo del mondo, voi che non avete visto altro?
- Lo so che non è il più bel palazzo del mondo.
Ma non dovresti dirlo tu che ci sei nato, tanto più che tua madre non ci è morta.
- Nemmeno mio padre non ci è morto.
Il nostro mestiere è di lasciare la pelle laggiù, in bocca ai pescicani.
Almeno, finché non ce la lascio, voglio godermi quel po' di bene che posso trovare, giacché è inutile logorarmi la pelle per niente! E poi? quando avrete la casa? e quando avrete la barca? E poi? e la dote di Mena? e la dote di Lia?...
Ah! sangue di Giuda ladro! che malasorte è la nostra!
Il vecchio se ne andò desolato, scuotendo il capo, col dorso curvo, ché le parole amare del nipote l'avevano schiacciato peggio di un pezzo di scoglio piombatogli sulla schiena.
Adesso non aveva più coraggio per nulla, gli cascavano le braccia, e aveva voglia di piangere.
Non poteva pensare ad altro, se non che Bastianazzo e Luca non ci avevano mai avuto pel capo quelle cose che ci aveva 'Ntoni, e avevano sempre fatto senza lamentarsi quello che dovevano fare; e mulinava pure che era inutile pensare alla dote di Mena, e di Lia, giacché non ci sarebbero arrivati mai.
La povera Mena pareva che lo sapesse anche lei, tanto era avvilita.
Le vicine ora tiravano di lungo dinanzi alla porta dei Malavoglia, come durasse il colèra, e la lasciavano sola, accanto alla sorella col fazzoletto colle rose, o insieme alla Nunziata, e alla cugina Anna, quando esse facevano la carità di venire a cianciare un po'; giacché la cugina Anna ci aveva anche lei, poveretta, quell'ubbriacone di Rocco, e oramai tutti lo sapevano; e la Nunziata era troppo piccola quando quel bel mobile di suo padre l'aveva piantata per andarsene a cercare fortuna altrove.
Le poverette s'intendevano fra di loro appunto per questo, quando discorrevano a bassa voce, col capo chino, e le mani sotto il grembiule, ed anche quando tacevano, senza guardarsi in viso, pensando ognuno ai casi suoi.
- Quando si è ridotti allo stato in cui siamo, diceva Lia che parlava come una donna fatta, bisogna aiutarsi da sé, e che ognuno pensi ai suoi interessi.
Don Michele di tanto in tanto si fermava a salutarle o a dir qualche barzelletta; tanto che le donne si erano addomesticate col berretto gallonato, e non ne avevano più paura: anzi la Lia s'era lasciata andare a dire anche lei le barzellette, e ci rideva sopra; né la Mena osava sgridarla, o andarsene in cucina e lasciarla sola, ora che non aveva più la madre; e restava lì anche lei accasciata su di sé stessa, guardando di qua e di là della strada con gli occhi stanchi.
Oramai come si vedeva che i vicini li avevano abbandonati, le si gonfiava il cuore di riconoscenza ogni volta che don Michele con tutto il suo berretto gallonato non sdegnava di fermarsi sulla porta dei Malavoglia a far quattro chiacchiere.
E se don Michele trovava la Lia sola, la guardava negli occhi, tirandosi i mustacchi, col berretto gallonato messo alla sgherra, e le diceva: - Che bella ragazza che siete, comare Malavoglia.
Nessuno le aveva detto questo; perciò ella si faceva rossa come un pomodoro.
- Come va che non vi siete maritata ancora? le diceva anche don Michele.
Ella si stringeva nelle spalle, e rispondeva che non lo sapeva.
- Voi dovreste avere la veste di lana e seta, e gli orecchini lunghi; ché allora, in parola d'onore, gli fareste tenere il candeliere a molte signore della città.
- La veste di lana e seta non fa per me, don Michele! rispondeva Lia.
- O perché? La Zuppidda non l'ha? e la Mangiacarrubbe, ora che ha acchiappato Brasi di padron Cipolla, non l'avrà anche lei? e la Vespa, se la vuole, non se la farà come le altre?
- Loro son ricche, loro!
- Sorte scellerata! esclamava don Michele battendo col pugno sulla sciabola.
Vorrei pigliare un terno al lotto, vorrei pigliare, comare Lia! per farvi vedere cosa son capace di fare!
Alle volte don Michele aggiungeva: - Permettete? - colla mano nel berretto, e si metteva a sedere lì vicino sui sassi, mentre non aveva da fare.
Mena credeva che volesse stare lì per comare Barbara, e non gli diceva nulla.
Ma don Michele alla Lia le giurava che non era per la Barbara, e non ci aveva mai pensato, sulla santa parola d'onore! Pensava a tutt'altro lui, se non lo sapeva comare Lia!...
E si fregava il mento, o si stirava i baffi guardandola come il basilisco.
La ragazza si faceva di mille colori e si alzava per andarsene.
Però don Michele la prendeva per la mano, e le diceva: - Perché volete farmi quest'offesa, comare Malavoglia? Restate lì, che nessuno vi mangia.
Così, mentre aspettavano gli uomini dal mare, passavano il tempo; ella sulla porta, e don Michele sui sassi, sminuzzando qualche sterpolino per non sapere che fare, e le domandava: - Che ci verreste a stare nella città?
- Che verrei a farci nella città?
- Quello è il posto per voi! Voi non siete fatta per star qui, fra questi villani, in parola d'onore! Voi siete una roba fine e di prima qualità, e siete fatta per stare in una bella casetta, e andare a spasso alla Marina e alla Villa, quando c'è la musica, vestita bene, come m'intendo io.
Con un bel fazzoletto di seta in testa, e la collana d'ambra.
Qui par di stare in mezzo ai porci, parola mia d'onore! e non vedo l'ora di essere traslocato, che mi hanno promesso di richiamarmi alla città coll'anno nuovo.
Lia si metteva a ridere della burla, e scrollava le spalle, che lei non sapeva nemmeno come fossero fatte le collane d'ambra e i fazzoletti di seta.
Una volta poi don Michele tirò fuori in gran mistero un bel fazzoletto giallo e rosso, colla sua brava carta, che l'aveva avuto da un contrabbando, e voleva regalarlo a comare Lia.
- No! no! diceva lei tutta rossa.
Non lo piglio se mi ammazzate! - E don Michele insisteva: - Questa non me l'aspettavo, comare Lia.
Non me lo merito, vedete! - E dovette avvolgere un'altra volta il fazzoletto nella carta e metterselo in tasca.
D'allora in poi, quando vedeva spuntare il naso di don Michele, Lia correva a ficcarsi in casa, per paura che volesse darle il fazzoletto.
Don Michele aveva un bel passare e ripassare, e far brontolare la Zuppidda colla schiuma alla bocca, e aveva un bell'allungare il collo dentro l'uscio dei Malavoglia, che non vedeva più nessuno, talché alla fine si decise ad entrare.
Le ragazze, come se lo videro dinanzi, rimasero a bocca aperta, tremando quasi avessero la terzana, e senza saper che fare.
- Voi non l'avete voluto il fazzoletto di seta, comare Lia, diss'egli alla ragazza, la quale s'era fatta rossa come un papavero, ma io sono tornato pel bene che voglio a voi altri.
Che cosa fa vostro fratello 'Ntoni?
Anche Mena si faceva rossa, quando le domandavano che cosa facesse suo fratello 'Ntoni, perché non faceva nulla.
E don Michele continuò: - Ho paura che vi dia qualche dispiacere, a tutti voi altri, vostro fratello 'Ntoni.
Io vi sono amico e chiudo gli occhi; ma quando verrà qui un altro brigadiere in vece mia, vorrà sapere che cosa va a fare vostro fratello con Cinghialenta, la sera, verso il Rotolo, e con quell'altro buon arnese di Rocco Spatu, quando vanno a passeggiare nella sciara, come se avessero delle scarpe da buttar via.
Aprite bene gli occhi anche voi a quel che vi dico ora, comare Mena; e ditegli pure che non bazzichi tanto con quell'imbroglione di Piedipapera, nella bottega di Pizzuto, che si sa tutto, e nei guai poi ci resterà lui.
Gli altri sono volpi vecchie, e sarebbe bene che vostro nonno non lo facesse andare a passeggiare nella sciara, perché la sciara non è fatta per andarci a passeggiare, e gli scogli del Rotolo ci sentono come se avessero le orecchie, ditegli, e vedono anche senza cannocchiale le barche che vanno costeggiando quatte quatte verso l'imbrunire, come se andassero a pescar pipistrelli.
Ditegli questo, comare Mena, e ditegli pure che chi gli dà quest'avvertimento è un amico il quale vi vuol bene.
Quanto a compare Cinghialenta e Rocco Spatu, ed anche Vanni Pizzuto, son tenuti d'occhio.
Vostro fratello si fida di Piedipapera, e non sa che le guardie doganali hanno il tanto per cento sui contrabbandi, e per sorprenderli bisogna dar la parte a uno della combriccola e farlo cantare per chiapparla.
Di Piedipapera questo solo rammentategli: - Gli disse Gesù Cristo a San Giovanni, "degli uomini segnati guàrdatene!".
Lo dice pure il proverbio.
Mena sbarrava gli occhi, e impallidiva, senza capir bene quel che ascoltava; ma sentiva già la paura che suo fratello avesse a fare con quelli del berretto gallonato.
Don Michele allora la prese per mano onde farle animo, e seguitò:
- Se si sapesse che son venuto a dirvi tutto questo, sarei fritto.
Io mi giuoco il mio berretto gallonato, per il bene che vi voglio a voi altri Malavoglia.
Ma non mi piace che vostro fratello patisca qualche guaio.
No! non vorrei incontrarlo di notte in qualche brutto posto, nemmeno per acchiappare un contrabbando di mille lire, parola mia d'onore!
Le povere ragazze non ebbero più pace, dacché don Michele ebbe messo loro quella pulce nell'orecchio.
Non chiudevano occhio nella notte, aspettando il fratello dietro l'uscio sino a tardi, tremando di freddo e di paura, mentre egli andava cantando per le strade con Rocco Spatu ed altri della combriccola, e alle povere ragazze pareva sempre di udire delle grida, e delle schioppettate, come quando avevano detto che c'era stata la caccia delle quaglie a due piedi.
- Tu va a dormire, ripeteva Mena alla sorella.
Tu sei troppo giovane, e certe cose non devi saperle.
Al nonno non diceva nulla per non dargli quest'altro crepacuore; ma a 'Ntoni, quando lo vedeva un po' calmo, che si metteva a sedere tristamente sulla porta, col mento in mano, si faceva coraggio per chiedergli: - Cosa vai a fare sempre con Rocco Spatu e Cinghialenta? Guardati che ti hanno visto sulla sciara e verso il Rotolo.
Guardati di Piedipapera.
Sai il detto dell'antico che gli disse Gesù Cristo a San Giovanni: "degli uomini segnati guàrdatene!".
- Chi te l'ha detto? domandava 'Ntoni saltando su come un diavolo.
Dimmi chi te l'ha detto?
- Don Michele me l'ha detto! rispondeva lei colle lacrime agli occhi.
M'ha detto di guardarti di Piedipapera, che per acchiappare un contrabbando bisogna dar la parte ad uno della combriccola.
- E non ti ha detto altro?
- No, non mi ha detto altro.
'Ntoni allora giurava che non era vero niente, e non lo dicesse al nonno.
Poi si levava di là frettoloso, e se ne andava all'osteria, a smaltire l'uggia, e se incontrava quelli del berretto gallonato, faceva il giro lungo per non vederli neanche nel battesimo.
Già don Michele non sapeva nulla, e parlava a casaccio, onde fargli paura, per la bizza che ci aveva contro di lui dopo l'affare della Santuzza, la quale l'aveva messo fuori della porta come un cane rognoso.
Alla fin fine egli non aveva paura di don Michele e dei suoi galloni, che era ben pagato per succhiare il sangue del povero.
Bella cosa! Don Michele non aveva bisogno di cercare di aiutarsi in qualche maniera, così grasso e pasciuto! e non aveva altro da fare che metter le mani addosso a qualche povero diavolo, se si industriava a buscarsi come poteva un pezzo di dodici tarì.
E quell'altra prepotenza che per sbarcare la roba di fuori regno, bisognava pagare il dazio, come fosse roba rubata! e doveva metterci il naso don Michele coi suoi sbirri! Loro erano padroni di mettere le mani su ogni cosa, e prendere quello che volevano; ma gli altri, se cercavano a rischio della pelle di fare come volevano, per sbarcare la loro roba, passavano per ladri, e li cacciavano peggio dei lupi colle pistole e le carabine.
- Ma rubare ai ladri non è stato mai peccato.
Lo diceva anche don Giammaria nella bottega dello speziale.
E don Franco approvava col capo e con tutta la barba, sogghignando, che quando si faceva la repubblica non se ne vedevano più di quelle porcherie.
- E di quegli impiegati di Satanasso! - aggiungeva il vicario.
A don Giammaria gli cuoceva tuttora delle venticinque onze che gli erano scappate di casa.
Ora donna Rosolina aveva perso anche la testa, colle venticinque onze, e correva dietro a don Michele, per farsi mangiare il resto.
Come lo vedeva andare nella strada del Nero, credeva ci andasse per veder lei sul terrazzino, e stava sempre al terrazzino colla conserva dei pomidoro, e colle bocce dei peperoni, per far vedere di che era capace; poiché non glielo avrebbero levato dalla testa colle tenaglie che don Michele, colla sua pancia, ora che si era levato dal peccato mortale colla Santuzza, non cercasse una donna di casa e di giudizio, come intendeva lei; perciò lo difendeva, se suo fratello diceva corna del governo e dei mangiapane, e rispondeva: - Dei mangiapane come don Silvestro sì! che si mangiano un paese senza far nulla; ma i dazii ci vogliono per pagare i soldati, che fanno bella vista colla montura, e senza soldati ci mangeremmo come lupi fra di noi.
- Dei fannulloni pagati per portare il fucile, e non altro! sogghignava lo speziale; come i preti, che prendono tre tarì per messa.
Dite la verità, don Giammaria, che capitale ci mettete voi nella messa che vi pagano tre tarì?
- E voi che capitale ci mettete in quell'acqua sporca che vi fate pagare a sangue d'uomo? rimbeccava il vicario colla schiuma alla bocca.
Don Franco aveva imparato a ridere come don Silvestro, per far dannare l'anima a don Giammaria; e continuava senza dargli retta, ché aveva sperimentato il mezzo migliore per fargli perdere la tramontana: - In mezz'ora si guadagnano la loro giornata, e poi sono a spasso tutto il giorno; tale e quale come don Michele il quale sembra un uccellaccio perdigiorno, sempre là per i piedi, dacché non va più a scaldare le panche della Santuzza.
- Per questo ce l'ha con me, entrava a dire 'Ntoni; è arrabbiato come un cane, e vuol fare il prepotente perché ci ha la sciabola.
Ma, sangue della Madonna! una volta o l'altra voglio dargliela sul muso la sua sciabola, per fargli vedere che me ne infischio, io!
- Bravo! esclamava lo speziale, così va fatto! Bisogna che il popolo mostri i denti.
Ma lontano di qua, che non voglio pasticci nella mia spezieria.
Al governo non parrebbe vero di tirarmi nell'imbroglio pei capelli; ma a me non mi piace aver che fare coi giudici e con tutta quella canaglia della baracca.
* 'Ntoni Malavoglia levava i pugni al cielo, e giurava e sacramentava per Cristo e per la Madonna che voleva finirla, avesse dovuto andare in galera; già egli non aveva niente da perdere.
La Santuzza non lo guardava più dello stesso occhio, tante gliene aveva dette quel paneperso di suo padre, piagnucolando fra un'avemaria e l'altra, dopo che massaro Filippo non mandava più il vino all'osteria! Le diceva che gli avventori cominciavano a diradare come le mosche a sant'Andrea, dacché non ci trovavano più il vino di massaro Filippo, al quale erano avvezzi come il bambino alla poppa.
Lo zio Santoro ogni volta ripeteva alla figliuola: - Che vuoi farne di quell'affamato di 'Ntoni Malavoglia? Non vedi che ti mangia tutta la roba senza frutto? Tu lo ingrassi meglio di un maiale, e poi va a fare il cascamorto colla Vespa e colla Mangiacarrubbe, ora che sono ricche.
- E le diceva pure: - Gli avventori se ne vanno perché egli ti sta sempre alla gonnella, e non ti lascia un momento da dirti una barzelletta.
- Oppure: - Così lacero e sudicio è una porcheria avercelo per la bettola; che sembra tutta una stalla, e la gente ha schifo di beverci nei bicchieri.
Don Michele sì che ci stava bene sulla porta, coi galloni nel berretto.
La gente che paga il vino, vuol berselo in santa pace, ed è contenta di vedere uno colla sciabola lì davanti.
Poi tutti gli facevano di berretto, e nessuno ti avrebbe negato un soldo se te lo doveva, quando era segnato col carbone sul muro.
Ora che non c'è più lui, non viene nemmeno massaro Filippo.
L'altra volta è passato di qua, ed io volevo farlo entrare; ma ei dice che è inutile venirci, giacché il mosto non può farlo passare più di contrabbando, ora che sei in collera con don Michele.
Una cosa che non è buona né per l'anima, né pel corpo.
La gente comincia perfino a mormorare che a 'Ntoni gli fai la carità pelosa, giacché massaro Filippo non ci viene più, e vedrai come andrà a finire! Vedrai che arriverà all'orecchio del vicario, e ti leveranno la medaglia di Figlia di Maria.
* La Santuzza teneva duro ancora, perché in casa sua voleva esser sempre la padrona; ma cominciava ad aprire gli occhi anche lei, giacché tutto quello che le diceva suo padre era il santo evangelo, e non trattava più 'Ntoni come prima.
Se c'era un rimasuglio da riporre in serbo nel piatto, non lo dava più a lui, e gli metteva dell'acqua sporca nei fondi di bicchiere; sicché 'Ntoni alla fine cominciò a fare il viso lungo, e la Santuzza gli rispose che i fannulloni non le piacevano, e lei e suo padre se lo guadagnavano il pane, così pure avrebbe dovuto far lui, e aiutare un po' nella casa, a spaccar legna o a soffiare nel fuoco, invece di starsene come un lazzarone a vociare e dormire colla testa fra le braccia, o a sputacchiare per terra dappertutto, che faceva un mare e non si sapeva più dove mettere i piedi.
'Ntoni un po' andò a spaccar legna, brontolando, o a soffiare nel fuoco, per fare meno fatica.
Ma gli era duro lavorare tutto il giorno come un cane, peggio di quello che faceva un tempo a casa sua, per vedersi trattare peggio di un cane a sgarbi e parolacce, in grazia di quei piatti sporchi che gli davano da leccare.
Una volta finalmente, mentre la Santuzza tornava dal confessarsi col rosario in mano, le fece una scenata, lagnandosi che questo avveniva perché don Michele era tornato a gironzolare davanti l'osteria, che l'aspettava anche sulla piazza, quando andava a confessarsi, e lo zio Santoro gli gridava dietro per salutarlo, quando sentiva la sua voce, e andava a cercarlo fin nella bottega di Pizzuto, tastando i muri col bastone per trovar la strada.
La Santuzza allora cominciò a fare il diavolo, e rispondergli che era venuto apposta per farle fare peccati, mentre aveva l'ostia in bocca, e farle perdere la comunione.
- Se non vi piace andatevene! gli diceva.
Io non voglio dannarmi l'anima per voi; e non vi ho detto nulla quando ho saputo che correte dietro le donnacce come la Vespa e la Mangiacarrubbe, ora che sono malmaritate.
Correte a trovarle, che ora ci hanno il truogolo in casa, e cercano il maiale.
- Ma 'Ntoni giurava che non era vero, e a lui non gliene importava di queste cose; alle femmine non ci pensava più, e avrebbe potuto sputargli in faccia se lo vedeva parlare con un'altra donna.
* - No, così non te lo levi dai piedi, ripeteva intanto lo zio Santoro.
Non vedi come è attaccato al pane che ti mangia? Bisogna rompere la pentola per aggiustarla.
Bisogna farlo mettere fuori a pedate.
Massaro Filippo mi ha detto che il mosto non può tenerlo più nelle botti, e lo venderà ad altri se tu non fai la pace con don Michele, e non ti riesce di farlo entrare di contrabbando come prima! - E tornava a cercare massaro Filippo nella bottega di Pizzuto, tastando i muri col bastone.
Sua figlia faceva la sdegnosa, protestando che non avrebbe mai piegato il capo a don Michele, dopo la partaccia che colui le aveva fatto.
- Lascia fare a me che l'aggiusto io! assicurava lo zio Santoro.
- Farò le cose con giudizio.
Non ti lascerei fare la figura di tornare a leccare gli stivali a don Michele; sono tuo padre o no, santo Dio?
* 'Ntoni, dacché la Santuzza gli faceva degli sgarbi, bisognava che pensasse come pagare il pane che gli davano all'osteria, giacché a casa sua non osava comparire, e quei poveretti intanto pensavano a lui quando mangiavano la loro minestra senza appetito, come se anch'egli fosse morto, e non stendevano nemmeno la tovaglia, sparpagliati per la casa, colla scodella sulle ginocchia.
- Questo è l'ultimo colpo per me che sono vecchio! - ripeteva il nonno; e chi lo vedeva passare colle reti in spalla, per andare a giornata, diceva: - Questa è l'ultima invernata per padron 'Ntoni.
Poco ci vorrà che tutti quegli orfani rimangono sulla strada.
- E la Lia, se la Mena le diceva di ficcarsi dentro quando passava don Michele, rispondeva con tanto di bocca:
* - Sì! bisogna ficcarsi in casa, quasi fossi un tesoro! Sta tranquilla che di tesori come noi non ne vogliono neppure i cani!
* - Oh! se tua madre fosse qui, non diresti così! mormorava Mena.
* - Se mia madre fosse qui, non sarei orfana, e non dovrei pensarci da me ad aiutarmi.
E nemmeno 'Ntoni andrebbe per le strade, che è una vergogna sentirsi dire che siamo sue sorelle, e nessuno vorrà prendersi in moglie la sorella di 'Ntoni Malavoglia.
* 'Ntoni, ora che era in miseria, non aveva più ritegno di mostrarsi insieme a Rocco Spatu e a Cinghialenta per la sciara e verso il Rotolo, e a discorrere sottovoce fra di loro, colla faccia scura, a guisa di lupi affamati.
Don Michele tornava a dire alla Mena: - Vostro fratello vi darà qualche dispiacere, comare Mena!
* Mena era ridotta ad andare a cercare il fratello sulla sciara anche lei, e verso il Rotolo, o sulla porta dell'osteria; e piangeva e singhiozzava, tirandolo per la manica della camicia.
Ma egli rispondeva:
* - No! È don Michele che mi vuole male, te l'ho detto.
Sta sempre a macchinar birbonate contro di me collo zio Santoro.
Li ho sentiti io nella bottega di Pizzuto, che lo sbirro gli diceva: - E se tornassi da vostra figlia, che figuraccia ci farei? - E lo zio Santoro rispondeva: - Oh bella! se vi dico che tutto il paese si mangerebbe i gomiti dall'invidia!
* - Ma tu cosa vuoi fare? ripeteva Mena colla faccia pallida.
Pensa alla mamma, 'Ntoni, e pensa a noi che non abbiamo più nessuno!
* - Niente! Voglio svergognare lui e la Santuzza davanti a tutto il paese, quando vanno alla messa! Voglio dir loro il fatto mio, e far ridere la gente.
Già non ho paura di nessuno al mondo; e mi sentirà anche lo speziale lì vicino.
* Mena infatti aveva un bel piangere e un bel pregare, egli tornava a dire che non aveva nulla da perdere, e dovevano pensarci gli altri più di lui; che era stanco di fare quella vita, e voleva finirla - come diceva don Franco.
E siccome all'osteria lo vedevano di malocchio, andava a girandolare per la piazza, specialmente la domenica, e si metteva sugli scalini della chiesa per vedere che faccia facevano quei svergognati che venivano lì a gabbare il mondo, e far le corna al Signore e alla Madonna sotto i loro occhi stessi.
* La Santuzza, dacché incontrava 'Ntoni che faceva la sentinella sulla porta della chiesa, se ne andava ad Aci Castello per la messa, di buon mattino, onde sfuggire la tentazione di far peccati.
'Ntoni vedeva passare la Mangiacarrubbe, col naso nella mantellina, senza guardar più nessuno, ora che aveva acchiappato il marito.
La Vespa, tutta in fronzoli, e con tanto di rosario in mano, andava a pregare il Signore di liberarla di quel castigo di Dio di suo marito; e 'Ntoni sghignazzava loro dietro: - Ora che l'hanno pescato il marito non hanno più bisogno di nulla.
Ci è chi deve pensare a dar loro da mangiare!
* Lo zio Crocifisso aveva persa anche la devozione, dacché si era messa la Vespa addosso, e non andava nemmeno in chiesa, per stare lontano dalla moglie almeno il tempo della messa; così si dannava l'anima.
* - Questo è l'ultimo anno per me! andava piagnucolando; e adesso correva a cercare padron 'Ntoni, e gli altri disgraziati al pari di lui.
- Nella mia vigna ci ha grandinato, e alla vendemmia non ci arrivo di certo.
* - Sapete, zio Crocifisso, rispondeva padron 'Ntoni; quando vogliamo andare dal notaio per quell'affare della casa io son pronto, e ci ho qui i denari.
- Colui non pensava ad altro che alla sua casa, e non gliene importava un corno degli affari degli altri.
* - Non mi parlate di notaio, padron 'Ntoni! Quando sento parlare di notaio, mi rammento del giorno in cui mi ci lasciai trascinare dalla Vespa; maledetto sia il giorno che ci misi i piedi!
* Ma compare Piedipapera che fiutava la senseria, gli diceva: - Quella strega della Vespa, se morite voi, è capace di dargliela per un pezzo di pane la casa del nespolo; ed è meglio che li facciate voi i vostri affari, finché ci avete gli occhi aperti.
* Allora lo zio Crocifisso rispondeva: - Sì, sì, andiamoci pure dal notaio; ma bisogna che mi facciate guadagnare qualche cosa su questo affare.
Vedete quante perdite ho fatte! - E Piedipapera aggiungeva, fingendo di parlare con lui: - Quella strega di vostra moglie se sa che avete ripreso i denari della casa, è capace di strozzarvi, per comprarsene tante collane e fazzoletti di seta.
- E diceva pure: - Almeno la Mangiacarrubbe non ne compra più collane e fazzoletti di seta, ora che ha acchiappato il marito.
La vedete come viene a messa con una vesticciuola di cotonina!
* - A me non me ne importa della Mangiacarrubbe, ma avrebbero dovuto bruciarla viva anche lei, con tutte le altre donne che sono al mondo per farci dannare l'anima.
Che ci credete che non compra più nulla? Tutta impostura per minchionare padron Fortunato, il quale va gridando che vuole pigliarsi piuttosto una di mezzo alla strada, piuttosto che lasciar godere la roba sua a quella pezzente la quale gli ha rubato il figliuolo.
Io per me gli regalerei la Vespa, se la volesse! Tutte le stesse! e guai a chi ci capita, per sua disgrazia! che il Signore leva il lume.
Vedete don Michele, che va nella strada del Nero, per far l'occhietto con donna Rosolina; cosa gli manca a costui? Rispettato, ben pagato, con tanto di pancia!...
Ebbene! corre dietro alle donne anche lui per cercarsi i guai colla lanterna; per la speranza di quei quattro soldi del vicario.
* - No, egli non ci viene per donna Rosolina, no! diceva Piedipapera ammiccandogli di nascosto.
- Donna Rosolina può farci le radiche sul terrazzino in mezzo ai suoi pomidoro, a fargli l'occhio di pesce morto.
A don Michele non gliene importa nulla dei denari del vicario.
Lo so io cosa va a fare nella strada del Nero!
* - Dunque cosa pretendete per la casa? tornò a dire padron 'Ntoni.
* - Ne parleremo, ne parleremo quando saremo dal notaio, rispose lo zio Crocifisso.
Adesso lasciatemi ascoltare la santa messa; e in tal modo lo mandava via mogio mogio.
* - Don Michele ci ha altro per la testa - ripeteva Piedipapera, cacciando fuori tanto di lingua dietro le spalle di padron 'Ntoni, e accennando coll'occhio a suo nipote, il quale andava ad appollaiarsi sui muri, con un pezzo di giubbone sulle spalle, saettando delle occhiatacce sullo zio Santoro, il quale aveva preso a venire alla messa per stendere la mano ai fedeli, borbottando avemarie e gloriapatri, e conosceva tutti ad uno ad uno, come la folla usciva dalla chiesa, dicendo all'uno: - Il Signore vi dia la provvidenza! e a quell'altro: - Tanta salute! - e come gli passò accanto don Michele gli disse pure: - Andateci, che vi aspetta nell'orto dietro la tettoia.
- Santa Maria, ora pro nobis! Signore Iddio perdonatemi!...
* La gente, appena don Michele tornò a bazzicare dalla Santuzza, diceva: - Fecero pace cani e gatti! Vuol dire che ci era sotto qualche cosa per tenersi il broncio.
- E come massaro Filippo era pure tornato all'osteria - Anche quell'altro! Che non sa starci senza don Michele? È segno che è innamorato di don Michele, piuttosto che della Santuzza.
Certuni non sanno star soli neppure in paradiso.
* Allora 'Ntoni Malavoglia masticava bile, vedendosi scacciato a pedate fuori della bettola peggio di un cane rognoso, senza un baiocco in tasca per andare a bere sul mostaccio a don Michele, e piantarsi là tutto il giorno, coi gomiti sul desco, a far loro mangiare il fegato.
Invece gli toccava star sulla strada come un cagnaccio, colla coda fra le gambe e il muso a terra, borbottando: - Sangue di Giuda! un giorno o l'altro succederà una commedia, succederà!
* Rocco Spatu, e Cinghialenta, che avevano sempre qualche soldo, gli ridevano sul naso, dalla porta della taverna, facendogli le corna; e venivano a parlargli sottovoce, tirandolo pel braccio verso la sciara e parlandogli nell'orecchio.
Egli tentennava sempre a dir di sì, come un minchione che era.
Allora gli rinfacciavano: - Ti sta bene a morir di fame, lì davanti, e a vederti far le corna sotto agli occhi tuoi stessi da don Michele, carogna che sei!
* - Sangue di Giuda! non dite così! gridava 'Ntoni col pugno in aria, - che un giorno o l'altro faccio succedere una commedia, faccio succedere!
* Ma gli altri lo piantavano lì, alzando le spalle, sghignazzando; tanto che infine gli fecero montare la mosca al naso; e andò a piantarsi proprio nel bel mezzo dell'osteria, giallo come un morto, col pugno sul fianco, e il giubbone vecchio sulle spalle, che pareva ci avesse un vestito di velluto, girando gli occhiacci intorno per stuzzicare chi sapeva lui.
Don Michele, per amore dei galloni, fingeva di non vederlo, e cercava di andarsene; ma 'Ntoni ora che don Michele faceva il minchione si sentiva cuocere il fegato, e gli rideva e gli sghignazzava sul mostaccio, a lui e alla Santuzza; e sputava sul vino che beveva, dicendo che era tossico di quello che avevano dato a Gesù sacramentato! - E battezzato per giunta, che la Santuzza ci aveva messa l'acqua, ed era una vera minchioneria venire a lasciarsi rubare i soldi in quella bettolaccia; per questo ei non ci veniva più! - La Santuzza, toccata nel debole, non seppe più contenersi, e gli disse che non ci veniva più perché erano stanchi di mantenerlo per carità, che erano stati costretti a cacciarlo fuori dell'uscio colla scopa, tanto era affamato.
Allora 'Ntoni cominciò a fare il diavolo, gridando e rompendo i bicchieri, che l'avevano messo fuori per tirarsi in casa quell'altro baccalà col berretto gallonato; ma gli bastava l'anima di fargli uscire il vino dal naso, se voleva, perché lui non aveva paura di nessuno.
Don Michele, giallo anche lui, col berretto di traverso, balbettava: - Per la santa parola d'onore, stavolta finisce brutta! - intanto che la Santuzza faceva piovere i bicchieri e le mezzette addosso a tutte e due.
Così finalmente si azzuffarono e cominciarono a darsi dei pugni, e a rotolarsi sotto le panche, che volevano mangiarsi il naso, mentre la gente li prendeva a calci e a pugni per separarli; e ci riescì infine Peppi Naso colla cinghia di cuoio che s'era levata dai calzoni, e dove arrivava levava il pelo.
Don Michele si spolverò la montura, andò a raccattare la sciabola che aveva persa, e se ne uscì borbottando fra i denti, senz'altro, per amor dei galloni.
Ma 'Ntoni Malavoglia, il quale mandava un fiume di sangue dal naso, vedendolo sgattaiolare, non lo potevano tenere dal gridargli dietro un mare d'improperi dalla porta dell'osteria, mostrandogli il pugno, e asciugandosi colla manica il sangue che gli colava dal naso; e gli prometteva che voleva dargli il resto quando l'incontrava.
CAPITOLO 14
Quando 'Ntoni Malavoglia incontrò don Michele per dargli il resto fu un brutto affare, di notte, mentre diluviava, ed era scuro che non ci avrebbe visto neppure un gatto, all'angolo della sciara verso il Rotolo, dove bordeggiavano quatte quatte le barche che facevano finta di pescar merluzzi a mezzanotte, e dove 'Ntoni andava a ronzare, con Rocco Spatu, e Cinghialenta, ed altri malarnesi, colla pipa in bocca, che le guardie le conoscevano ad una ad una quelle punte di fuoco delle pipe, mentre stavano appiattate fra gli scogli con le carabine in mano.
- Comare Mena, - aveva detto don Michele un'altra volta passando dalla strada del Nero; - ditegli a vostro fratello di non andarci di notte al Rotolo, con Rocco Spatu e Cinghialenta.
Ma 'Ntoni aveva fatto il sordo perché "ventre affamato non sente ragione"; e don Michele non gli faceva più paura, dopo che si erano rotolati a pugni e a cazzotti sotto le panche all'osteria; inoltre gli aveva promesso di dargli il resto quando l'incontrava, e non voleva passare per canaglia e per spaccone agli occhi della Santuzza e di tutti quelli che erano stati presenti alla minaccia.
- Gli ho detto che gli darò il rimanente dove l'incontrerò; e se l'incontro al Rotolo glielo dò al Rotolo! - ripeteva coi suoi amici, e ci avevano tirato anche il figlio della Locca.
Avevano passato la sera all'osteria, a bere e schiamazzare, che la bettola è come un porto di mare, e la Santuzza non avrebbe potuto mandarlo via, ora che ci aveva dei soldi in tasca e li faceva ballare nella mano.
Don Michele era passato a far la ronda, ma Rocco Spatu, che sapeva la legge, diceva sputacchiando: - Finché c'è il lume sulla porta abbiamo il diritto di star qua! - e si appoggiava al muro per star meglio.
'Ntoni Malavoglia se la godeva anche a far sbadigliare la Santuzza, la quale dormicchiava dietro i bicchieri, colla testa posata su quei cuscini che portavano la medaglia di Figlia di Maria.
- E ci sta sul morbido meglio che su un fascio d'erba fresca! - diceva 'Ntoni, il quale aveva il vino chiacchierone; mentre Rocco, pieno come una botte, non fiatava più, colle spalle al muro.
Lo zio Santoro intanto a tastoni aveva ritirato il lume e chiudeva la porta.
- Ora andatevene che ho sonno; disse la Santuzza.
- Io non ho mica sonno io! Massaro Filippo a me mi lascia dormire la notte.
- A me non me ne importa se vi lascia dormire; ma non voglio che mi prendano la multa per amor vostro, se mi trovano l'uscio aperto a quest'ora.
- Chi ve la piglia la multa? quello sbirro di don Michele? Fatelo venire qui che gliela dò io la multa! ditegli che c'è qui 'Ntoni Malavoglia, sangue della Madonna!
La Santuzza intanto lo aveva preso per le spalle e lo spingeva fuori dell'uscio.
- Andate a dirglielo voi stesso; e andate a cercarvi i guai fuori di qui.
Io non ne voglio chiacchiere colla polizia pei vostri begli occhi.
'Ntoni, vistosi cacciare in quel modo sulla strada, nel fango, e coll'acqua che veniva giù come Dio la mandava, tirò fuori tanto di coltello, e giurava e sacramentava che voleva pungerli tutti quanti, lei e don Michele! Cinghialenta era il solo che stesse in sensi per tutti, e lo tirava pel giubbone, e gli diceva: - Lascia stare per stasera! Non lo sai quello che abbiamo da fare?
Al figlio della Locca allora gli venne una gran voglia di mettersi a piangere, al buio.
- È ubbriaco, osservò Rocco Spatu, messo sotto la gronda.
Portatelo qui che gli farà bene.
'Ntoni, un po' calmato dall'acqua che gli pioveva dalla gronda, si lasciò condurre da compare Cinghialenta, seguitando a sbuffare, mentre sguazzava nelle pozzanghere, e sacramentava che se incontrava don Michele voleva dargli quello che gli aveva promesso.
Tutt'a un tratto si trovò davvero naso a naso con don Michele, il quale ronzava lì intorno anche lui; colla pistola sulla pancia e i calzoni dentro gli stivali.
Allora 'Ntoni si calmò di botto, e tutti e tre si allontanarono quatti quatti, verso la bottega di Pizzuto.
Arrivati dietro l'uscio, adesso che don Michele era ben lontano, 'Ntoni volle a forza che si fermassero per udire quello che diceva.
- Lo vedete dove andava don Michele? e la Santuzza che diceva d'aver sonno! Adesso come faranno se c'è tuttora massaro Filippo nella stalla?
- E tu lascia stare don Michele - disse Cinghialenta, così ci lascerà andare pei fatti nostri.
- Voi altri siete tante canaglie! disse 'Ntoni, che avete paura di don Michele.
- Stasera sei ubbriaco! ma ti farei vedere se ho paura di don Michele! Ora che ho venduto il mulo non voglio che nessuno venga a vedere come mi guadagno il pane, sangue di un cane!
Là si misero a cianciare a voce bassa a ridosso del muro, intanto che lo scroscio della pioggia copriva i loro discorsi.
Ad un tratto suonarono le ore, e tacquero tutti e quattro per stare ad ascoltare.
- Entriamo da compare Pizzuto, disse Cinghialenta.
Egli è padrone di tenere la porta aperta sino che vuole, e senza lume fuori.
- È scuro che non ci si vede! disse il figlio della Locca.
- Bisogna bere qualche cosa, col tempo che fa; rispose Rocco Spatu.
Se no ci romperemo il naso nella sciara.
Cinghialenta si mise a brontolare: - Come se andassimo a giuocare! Ora vi farò dare dell'acqua col limone da mastro Vanni.
- Io non ho bisogno dell'acqua col limone! saltò su 'Ntoni; e vedrete se il fatto mio lo saprò fare meglio di voi altri!
Compare Pizzuto non voleva aprire a quell'ora, e rispondeva che era in letto; ma siccome continuavano a picchiare, e minacciavano di svegliare tutto il paese e di far correre la guardia a mettere il naso nei fatti loro, si fece dare la voce e venne ad aprire in mutande.
- Che siete pazzi a picchiare in questo modo? esclamava.
Or ora ho visto passare don Michele.
- Sì, l'abbiamo visto anche noi; adesso sta recitando il rosario colla Santuzza.
- Che lo sai d'onde viene don Michele? gli domandò Pizzuto guardandolo negli occhi: 'Ntoni fece una spallata; e Vanni mentre si faceva da parte per lasciarli entrare, ammiccò a Rocco e a Cinghialenta:
- È stato dalle Malavoglia, soffiò loro nell'orecchio.
- L'ho visto escire io!
- Buon prò, rispose Cinghialenta; ma bisognerebbe dire a 'Ntoni che raccomandi a sua sorella di trattenere don Michele tutta la notte, quando abbiamo da fare...
- Che cosa volete da me? chiese 'Ntoni colla lingua grossa.
- Niente, non è affare per questa sera.
- Se non è affare per questa sera perché mi avete fatto lasciar l'osteria, che son tutto fradicio dalla pioggia? disse Rocco Spatu.
- È un altro discorso che stavamo facendo con compare Cinghialenta.
E Pizzuto aggiunse:
- Sì, è venuto l'uomo dalla città, e ha detto che per questa sera la roba è là, ma sarà un affare grosso sbarcarla con questo tempo.
- Tanto meglio; così nessuno ci vede a sbarcarla.
- Sì, ma le guardie hanno l'orecchio fino; e badate che m'è parso di vederle ronzare qui davanti, e guardare dentro la bottega.
Allora successe un momento di silenzio, e compare Vanni, per finirla, andò a riempire tre bicchieri di erbabianca.
- Me ne impipo delle guardie! esclamò Rocco Spatu dopo che ebbe bevuto.
- Peggio per loro se vengono a mettere il naso nei fatti miei; ho qui il mio temperino che non fa tanto chiasso come le loro pistole.
- Noi ci buschiamo il pane come possiamo, e non vogliamo far male a nessuno! aggiunse Cinghialenta.
- O che uno non è più padrone di farsi sbarcare la roba dove vuole?
- Loro stanno a spasso come i ladri, per farsi pagare il dazio di ogni fazzoletto da naso che volete portare a terra, e nessuno li prende a schioppettate; aggiunse 'Ntoni Malavoglia.
- Sapete cos'ha detto don Giammaria? che rubare ai ladri non è peccato.
E i primi ladri son quelli coi galloni, che ci mangiano vivi.
- Vogliamo farne tonnina! conchiuse Rocco Spatu, cogli occhi lucenti al pari di un gatto.
Ma a quel discorso il figlio della Locca posò il bicchierino senza accostarlo alla bocca, giallo come un morto.
- Che sei già ubbriaco? gli chiese Cinghialenta.
- No, rispose lui, non ho bevuto.
- Esciamo fuori che l'aria aperta farà bene a tutti.
Buona notte a chi resta.
- Un momento! gridò Pizzuto colla mano sul battente.
- Non è pei soldi dell'erbabianca; questa ve l'ho data per niente, come amici che siete; ma vi raccomando, eh! La mia casa è qui per voi altri, se l'affare va bene.
Sapete che ci ho lì dietro una camera dove ci starebbe un bastimento di roba, e nessuno ci mette il naso, ché con don Michele e le sue guardie siamo come pane e cacio.
Di compare Piedipapera non mi fido, perché l'altra volta mi fece le corna, e andò a portare la roba in casa di don Silvestro.
Don Silvestro non si contenterebbe mai di quel che gli dareste di sua parte, col pretesto che arrischia di perdere il posto; ma con me non avete questo timore, e mi darete quel ch'è giusto.
E sì che a compare Piedipapera non gli ho mai negato la senseria, e gli dò il bicchierino ogni volta che viene qui, e la barba gliela faccio per niente.
Ma santo diavolone! se mi fa le corna un'altra volta non voglio passar per minchione, e andrò a contare a don Michele tutte queste bricconate.
- No, no! compare Vanni; non c'è bisogno d'andarle a contare a don Michele! E Piedipapera s'è visto stasera?
- Neanche sulla piazza; era lì nella spezieria a fare la repubblica collo speziale.
Ogni volta che si fa il colpo egli voga al largo, per provare che lui non ci entra in tutto quel che può succedere.
È volpe vecchia e le palle delle guardie non lo coglieranno mai, sebbene sia zoppo come il diavolo.
Poi domattina, a cose fatte, verrà a riscuotere la senseria, colla faccia tosta.
Ma le palle le lascia pegli altri.
- Piove sempre! disse Rocco Spatu.
Che non vuol finire stanotte?
- Con questo tempaccio non ci sarà nessuno al Rotolo, soggiunse il figlio della Locca, ed è meglio tornarsene a casa.
'Ntoni, Cinghialenta e Rocco Spatu, che erano sulla soglia, davanti alla pioggia che scrosciava come il pesce nella padella, rimasero un momento zitti, guardando nel buio.
- Minchione che sei! esclamò Cinghialenta per fargli coraggio, e Vanni Pizzuto adagio adagio chiuse l'uscio, dopo di aver detto sottovoce:
- Sentite, veh! se vi accadesse qualche disgrazia, voi non m'avete visto stasera! Il bicchierino ve l'ho dato per l'amicizia, ma in casa mia non ci siete stati.
Non mi tradite, che non ho nessuno al mondo.
Gli altri se ne andarono mogi mogi, sotto la pioggia, rasente i muri.
- E anche costui! masticava fra i denti Cinghialenta, - che sta a sparlare di Piedipapera, e dice che non ha nessuno al mondo.
Almeno Piedipapera ci ha la moglie.
E ci ho la moglie anch'io! Ma io son di quelli delle palle!...
In quel momento passavano quatti quatti dietro l'uscio della cugina Anna, e Rocco Spatu disse che anche lui ci aveva la mamma, la quale a quell'ora stava dormendo, beata lei.
- Chi può starsene fra le lenzuola, con questo tempaccio, non va in giro di certo; conchiuse compare Cinghialenta.
'Ntoni fece segno di star zitti, e di scantonare per la viottola, onde evitare di passare davanti alla sua casa, ché Mena o il nonno potevano stare ad aspettarlo, e li avrebbero uditi.
- Non sta ad aspettar te, no, tua sorella; gli diceva quell'ubbriacone di Rocco Spatu.
Se mai aspetta don Michele!
'Ntoni allora voleva mangiargli l'anima, mentre si trovava il coltello in tasca, e Cinghialenta chiese loro se erano ubbriachi, a volersi quistionare per delle sciocchezze, mentre andavano a fare quello che sapevano.
Mena infatti aspettava il fratello dietro l'uscio, col rosario in mano, ed anche Lia, senza dir nulla di quello che sapeva, ma pallida come una morta.
E meglio sarebbe stato per tutti che 'Ntoni fosse passato per la strada del Nero, invece di scantonare per la viottola.
Don Michele c'era stato davvero verso un'ora di notte, e aveva picchiato all'uscio.
- Chi è a quest'ora? disse Lia, la quale orlava di nascosto un fazzoletto di seta che don Michele infine era riescito a farle prendere.
- Sono io, don Michele; aprite che devo parlarvi di premura!
- Non apro perché tutti sono in letto e mia sorella è di là ad aspettare 'Ntoni dietro l'uscio.
- Se vostra sorella vi sente ad aprire non fa nulla.
Si tratta appunto di 'Ntoni, ed è affare di premura.
Non voglio che vada in galera vostro fratello.
Ma apritemi, che se mi vedono qui perdo il pane.
- Oh vergine Maria! cominciò a dire allora la ragazza.
Oh vergine Maria!
- Chiudetelo in casa stanotte, vostro fratello, come torna.
Ma non gli dite che ci sono stato io.
Ditegli che è meglio che stia in casa.
Diteglielo!
- Oh vergine Maria! Oh vergine Maria! ripeteva Lia colle mani giunte.
- Adesso è all'osteria, ma deve passar di qua.
Voi aspettatelo sull'uscio, che è meglio per lui.
Lia piangeva sottovoce, perché non udisse sua sorella, col viso nelle mani, e don Michele la vedeva piangere, colle pistole sulla pancia e i calzoni dentro gli stivali.
- Per me stasera non c'è nessuno che stia inquieto, o che si metta a piangere, comare Lia, ma anch'io sono in pericolo come vostro fratello.
Allora, se mi accade qualche disgrazia, pensateci che son venuto ad avvertirvi ed ho arrischiato di perdere il pane per voi!
Allora Lia alzò il viso dalle mani, e lo guardò cogli occhi pieni di lacrime.
- Dio ve la paga, don Michele, la carità!
- Io non voglio esser pagato, comare Lia; l'ho fatto per voi e pel bene che vi voglio.
- Ora andatevene, che tutti dormono! andatevene, per l'amor di Dio, don Michele!
Don Michele se ne andò, ed ella rimase dietro l'uscio a dire il rosario per suo fratello; e pregava il Signore che lo mandasse da quelle parti.
Ma il Signore non ve lo mandò.
Tutti e quattro, 'Ntoni, Cinghialenta, Rocco Spatu e il figlio della Locca, filavano quatti quatti lungo i muri della viottola, e come furono sulla sciara si cavarono le scarpe, e stettero ad origliare un po', inquieti e colle scarpe in mano.
- Non si sente nulla, disse Cinghialenta.
La pioggia continuava a cadere, e dalla sciara non si udiva altro che il brontolare del mare là sotto.
- Non ci si vede nemmeno a bestemmiare, disse Rocco Spatu.
Come faranno ad afferrare lo scoglio dei colombi con questo scuro?
- Sono tutti gente pratica, rispose Cinghialenta.
Conoscono le coste, palmo a palmo, ad occhi chiusi.
- Ma io non sento nulla! osservò 'Ntoni.
- È vero, non si sente nulla! rispose Cinghialenta.
Ma devono essere laggiù da un pezzo.
- Allora è meglio tornarsene a casa, aggiunse il figlio della Locca.
- Tu ora che hai mangiato e bevuto non pensi ad altro che a tornartene a casa; ma se non stai zitto ti butto in mare con una pedata! gli disse Cinghialenta.
- Il fatto è, brontolò Rocco, che mi secca passar qui la notte, senza far nulla.
- Ora sapremo se ci sono o no; e si misero a fare lo strido della civetta.
- Se sentono le guardie di don Michele, disse 'Ntoni, correranno qui subito, perché con una notte come questa le civette non vanno in giro.
- Allora è meglio andarcene, piagnucolò il figlio della Locca, giacché nessuno risponde.
Tutti e quattro si guardarono in volto, sebbene non si vedessero, e pensarono a quel che aveva detto 'Ntoni di padron 'Ntoni.
- Che facciamo? tornò a dire il figlio della Locca.
- Scendiamo sulla strada, propose Cinghialenta; se non c'è nessuno nemmeno là, vuol dire che non son venuti.
'Ntoni, mentre scendevano sulla strada disse:
- Piedipapera è capace di venderci tutti per un bicchiere di vino.
- Ora che non hai più il bicchiere dinanzi, gli disse Cinghialenta, hai paura anche tu.
- Andiamo, sangue del diavolo! Vi farò vedere se ho paura.
Nello scendere adagio adagio per gli scogli, tenendosi bene per non rompersi il collo, Spatu osservò sottovoce:
- Vanni Pizzuto a quest'ora è nel suo letto, lui che se la prendeva con Piedipapera perché si acchiappa la senseria senza far nulla.
- Orbè! conchiuse Cinghialenta, se non volete rischiar la pelle, dovevate restare a casa a dormire.
Nessuno fiatò più, e 'Ntoni andava pensando, mentre metteva le mani avanti per vedere dove posava i piedi, che compare Cinghialenta avrebbe potuto fare a meno di dir così, perché a ciascuno in quei frangenti gli viene davanti agli occhi la sua casa, col letto e la Mena che sonnecchiava dietro l'uscio.
Quell'ubbriacone di Rocco Spatu disse infine:
- La nostra pelle non vale un baiocco.
- Chi va là! udirono gridare a un tratto dietro il muro della strada.
- Fermi! fermi tutti!
- Tradimento! tradimento! cominciarono a gridare, mettendosi a fuggire per la sciara, senza badare più dove mettevano i piedi.
Ma 'Ntoni che aveva già scavalcato il muro si trovò naso a naso con don Michele, il quale aveva la pistola in pugno.
- Sangue della Madonna! gridò Malavoglia tirando fuori il coltello; voglio farvi vedere se ho paura della pistola!
La pistola di don Michele partì in aria, ma egli stramazzò come un bue, colpito al petto.
'Ntoni allora voleva fuggire, saltando meglio di un capriolo, però le guardie gli furono addosso, intanto che piovevano le schioppettate come la grandine, e lo gettarono a terra.
- Ora come farà mia mamma! piagnucolava il figlio della Locca, mentre lo legavano peggio di Cristo.
- Non stringete tanto forte, sangue della Madonna! urlava 'Ntoni; lo vedete che non posso più muovermi!
- Va là, va là, Malavoglia! gli rispondevano.
Il tuo conto è bello e aggiustato! e lo spingevano a boccate di carabina.
Mentre lo conducevano in caserma, legato peggio di Cristo anche lui, e gli portavano dietro don Michele, sulle spalle delle guardie, andava cercando cogli occhi dove fossero Cinghialenta e Rocco Spatu.
- L'hanno scappata! diceva fra di sé; non hanno a temere più niente, come Vanni Pizzuto e Piedipapera che dormono fra le lenzuola a quest'ora.
Soltanto a casa mia non dormono più, dacché hanno udito le schioppettate.
Infatti quei poveretti non dormivano, e stavano sulla porta, sotto la pioggia, come se avesse parlato loro il cuore; mentre i vicini, si voltavano dall'altra parte, e tornavano a dormire, sbadigliando: - Domani sapremo cos'è stato.
Sul tardi, appena principiò a rompere l'alba, la gente si affollava davanti alla bottega di Pizzuto, che c'era ancora il lumicino; e lì si faceva un gran chiacchierare di quel che era successo, in quel diavolio della notte.
- Hanno sorpreso il contrabbando e i contrabbandieri; raccontava Pizzuto, - e don Michele ci ha buscato una coltellata.
- La gente guardava verso la porta dei Malavoglia, e faceva segno col dito.
Infine venne la cugina Anna, tutta spettinata, bianca come un cencio, e non sapeva che dire.
Padron 'Ntoni, come se gli parlasse il cuore, domandò: - E 'Ntoni? Sapete dov'è 'Ntoni? - L'hanno arrestato stanotte nel contrabbando, insieme al figlio della Locca! - rispose la cugina Anna, la quale aveva perduto la testa.
- Hanno ammazzato don Michele!
- Ah! mamma mia! - gridò il vecchio cacciandosi le mani nei capelli; ed anche la Lia si era cacciate le mani nei capelli.
Padron 'Ntoni, sempre colle mani in testa, non faceva altro che dire: - Ah! mamma mia! Ah! mamma mia!
Sul tardi venne Piedipapera, colla faccia angustiata, picchiandosi la fronte: - Avete sentito, eh, padron 'Ntoni, che disgrazia! Io son rimasto di sale quando l'ho saputo.
- Comare Grazia, sua moglie, piangeva davvero, poveretta, vedendo come le disgrazie fioccavano nella casa dei Malavoglia.
- Tu che ci vieni a fare? gli diceva sottovoce suo marito, tirandola vicino alla finestra.
- Tu non ci entri.
Adesso a bazzicare in questa casa si tira addosso gli occhi degli sbirri.
La gente perciò non si affacciava nemmeno all'uscio dei Malavoglia.
Solo la Nunziata, appena sentita la notizia, aveva affidato i ragazzi al più grandicello, e raccomandata la sua casa alla vicina, ed era corsa da comare Mena, a piangere con lei, come una che non aveva ancora gli anni del giudizio.
Gli altri stavano a godersi la vista da lontano, sulla strada, o si affollavano come le mosche davanti alla caserma, per vedere come sembrava 'Ntoni di padron 'Ntoni dietro la grata, dopo che aveva dato la coltellata a don Michele; oppure correvano nella bottega di Pizzuto, il quale vendeva acquabianca, e faceva la barba, e raccontava ogni cosa com'era stata, parola per parola.
- I minchioni! sentenziava lo speziale.
Vedete chi si lascia prendere? i minchioni!
- Sarà un affare brutto! aggiungeva don Silvestro; la galera non gliela levano nemmeno col rasoio.
E don Giammaria andava a dirgli sul mostaccio: - In galera non ci vanno quelli che dovrebbero andarci!
- Sicuro! non ci vanno! rispondeva don Silvestro colla faccia tosta.
- Al giorno d'oggi, aggiungeva padron Cipolla, giallo dalla bile, i veri ladri vi rubano il fatto vostro di mezzogiorno, e in mezzo alla piazza.
Vi si ficcano in casa, per forza, senza rompere né porte né finestre.
- Come voleva fare in casa mia 'Ntoni Malavoglia, aggiungeva la Zuppidda, venendo a filare la sua canapa nel crocchio.
- Io te l'ho sempre detto, pace degli angeli! cominciava suo marito.
- Voi state zitto, che non sapete niente! Guardate che giornata sarebbe venuta adesso per mia figlia Barbara, se non stavo all'erta!
Sua figlia Barbara stava alla finestra, per vedere passare fra gli sbirri 'Ntoni di padron 'Ntoni quando l'avrebbero portato alla città.
- Di là non n'esce più - dicevano tutti.
- Sapete cosa c'è scritto alla Vicaria di Palermo? "Corri quanto vuoi che qui t'aspetto!" e "il malo ferro se lo mangia la mola".
Poveri diavoli!
- La buona gente non ci si mette a quel mestiere! sbraitava la Vespa.
- I guai li ha chi li cerca.
Vedete chi ci si mette a queste cose? Chi non fa altro mestiere, ed è un malarnese, come Malavoglia, e il figlio della Locca! - Tutti dicevano di sì, che quando capita un figlio di quella fatta è meglio che gli caschi la casa addosso.
La sola Locca, andava cercando suo figlio, e si piantava davanti alla caserma delle guardie, strepitando che glielo dessero, senza voler sentir ragione; e quando andava a seccare suo fratello Campana di legno, e si piantava sugli scalini del ballatoio per delle ore intere, coi capelli bianchi che svolazzavano, lo zio Crocifisso gli diceva: - La galera ce l'ho in casa! Vorrei esserci io al posto di tuo figlio! Cosa vuoi da me? Già il pane non te lo portava nemmeno lui!
- La Locca ci guadagna! osservava don Silvestro.
Ora che non ha più quel pretesto di averci chi la mantiene, la metteranno all'albergo dei poveri, e mangerà pasta e carne tutti i giorni.
Se no resta a carico del comune.
E come tornavano a concludere che "il malo ferro se lo mangia la mola", padron Fortunato soggiungeva:
- È un buon affare anche per padron 'Ntoni.
Credete che non gliene mangi dei soldi quel malarnese di suo nipote? Io lo so quel che vuol dire un figlio che vi fa questa riuscita! Ora glielo manterrà il re.
Ma padron 'Ntoni invece di pensare a risparmiare quei soldi, adesso che il nipote non glieli mangiava più, seguitava a buttarglieli dietro, con avvocati e mangiacarte - quei soldi che costavano tanto, e che erano destinati alla casa del nespolo.
- Ora non abbiamo più bisogno della casa, né di nulla! - diceva egli col viso pallido come quello di 'Ntoni, quando l'avevano condotto in città fra gli sbirri, e tutto il paese era andato a vederlo colle mani legate e il fagotto delle camicie sotto il braccio, che glielo aveva portato piangendo Mena, di sera, quando nessuno poteva vederla.
Il nonno era andato a cercare l'avvocato, quello delle chiacchiere, che adesso, dopo aver visto passare anche don Michele, mentre lo portavano all'ospedale, in carrozza, colla faccia gialla lui pure, e la montura sbottonata, il povero vecchio aveva paura, e non stava a cercare il pelo nell'uovo colle chiacchiere dell'avvocato, purché gli sciogliessero le mani a suo nipote e lo lasciassero tornare a casa; giacché gli pareva che 'Ntoni dopo quel terremoto dovesse tornare a casa e starsene sempre con loro, come quando era ragazzo.
Don Silvestro gli fece la carità d'andar con lui dall'avvocato, perché diceva che quando a un cristiano accade una disgrazia come quella dei Malavoglia, bisogna aiutare il prossimo colle mani e coi piedi, fosse pure un birbante da galera, e fare il possibile per levarlo di mano alla giustizia, per questo siamo cristiani e dobbiamo aiutare i nostri simili.
L'avvocato, dopo che ebbe udito ogni cosa, e si fu raccapezzato per merito di don Silvestro, disse che era una bella causa, da buscarsi sicuro la galera, se non c'era lui, e si fregava le mani.
Padron 'Ntoni diventava molle come un minchione al sentir parlare di galera; ma il dottor Scipione gli batteva sulla spalla, e gli diceva che non era dottore se non gliela faceva cavare con quattro o cinque anni di prigione.
- Cosa ha detto l'avvocato? domandò Mena appena vide comparire il nonno con quella faccia; e si mise a piangere prima di udire la risposta.
Il vecchio si strappava quei pochi capelli bianchi, e andava come un pazzo per la casa, ripetendo: - Ah! perché non siamo morti tutti! - Lia, bianca come la camicia, piantava tanto d'occhi in faccia a ciascuno che parlava, senza potere aprir bocca.
Poco dopo arrivò la citazione per testimonianza a Barbara Zuppidda, a Grazia Piedipapera, e don Franco lo speziale, e a tutti quelli che chiacchieravano nella piazza e nella bottega di Pizzuto; sicché il paese intero si mise in subbuglio, e la gente si affollava colla carta bollata in mano, e giurava che non sapeva nulla, com'è vero Dio! perché non voleva averci che fare colla giustizia.
Accidenti a 'Ntoni e ai Malavoglia che li tiravano pei capelli nei loro imbrogli.
La Zuppidda strillava come un'ossessa: - Io non so niente; io all'avemaria mi chiudo in casa, e non sono come loro che vanno in giro per fare quello che fanno, o che stanno sull'uscio per cicalare con gli sbirri.
- Alla larga col governo! aggiungeva don Franco.
Sanno che sono repubblicano, e sarebbero contenti di acchiappare un pretesto per farmi sparire dalla faccia della terra.
La gente si logorava il cervello a sapere che cosa potessero dire in testimonianza la Zuppidda e comare Grazia e gli altri, che non avevano visto niente, e le schioppettate l'avevano udite dal letto, mentre dormivano.
Ma don Silvestro si fregava le mani come l'avvocato, e diceva che lo sapeva lui perché li avevano citati, ed era meglio per l'avvocato.
Ogni volta che l'avvocato andava a parlare con 'Ntoni Malavoglia, don Silvestro l'accompagnava alla prigione, quando non avea nulla da fare; al consiglio adesso non ci andava nessuno, e le ulive erano raccolte.
Anche padron 'Ntoni aveva tentato d'andarci due o tre volte; ma com'era arrivato davanti a quelle finestre colle inferriate, e i soldati col fucile che le guardavano, e guardavano tutti coloro che entravano, si era sentito male allo stomaco, ed era rimasto ad aspettare lì davanti, seduto sul marciapiedi, in mezzo a quelli che vendevano castagne e fichidindia, e non gli pareva vero che il suo 'Ntoni fosse là, dietro a quelle grate, coi soldati a guardia.
L'avvocato poi tornava dal chiacchierare con 'Ntoni fresco come una rosa, fregandosi le mani; e gli diceva che suo nipote stava bene, anzi era ingrassato.
Adesso al povero vecchio gli pareva che suo nipote fosse dei soldati.
- Perché non me lo lasciano andare? - domandava ogni volta come un pappagallo, o come un ragazzo che non sente ragione, e voleva anche sapere se lo tenevano colle mani legate.
- Lasciatelo stare dov'è, gli rispondeva il dottor Scipioni.
In queste cose è meglio farci passare del tempo sopra.
Già non gli manca nulla, ve l'ho detto, e ingrassa come un cappone.
Le cose vanno bene.
Don Michele è quasi guarito dalla sua ferita, e anche questo per noi è una cosa buona.
Non ci pensate, vi dico, e tornatevene nella barca ché questo è affar mio.
- Non ci posso tornare nella barca, ora che 'Ntoni è carcerato; non ci posso tornare.
Ognuno ci guarderebbe dove passiamo, e poi non ho più la testa al suo posto, ora che 'Ntoni è carcerato.
E tornava a ripetere sempre la stessa cosa, intanto che i denari se ne andavano come l'acqua, e tutti i suoi passavano le giornate rincantucciati in casa, coll'uscio chiuso.
Finalmente arrivò il giorno della citazione, e bisognava che quelli che ci erano scritti andassero al tribunale coi loro piedi, se non volevano andarci coi carabinieri.
Ci andò persino don Franco, il quale lasciò il cappellaccio nero per comparire davanti alla giustizia, ed era pallido peggio di 'Ntoni Malavoglia che stava dietro la grata come una bestia feroce, coi carabinieri allato.
Don Franco non ci aveva avuto mai a fare colla giustizia, e gli rompeva le scarabattole dover comparire per la prima volta davanti a quella manica di giudici e di sbirri che uno ve lo mettono dietro la grata come 'Ntoni Malavoglia in un batter d'occhio.
Tutto il paese era andato a vedere che faccia ci avesse dietro la grata 'Ntoni di padron 'Ntoni, in mezzo ai carabinieri, e giallo come una candela, che non ardiva soffiarsi il naso per non vedere tutti quegli occhi d'amici e di conoscenti che se lo mangiavano, e voltava e rivoltava nelle mani il suo berretto, mentre il presidente, col robone nero e la tovaglia sotto il mento, gli spifferava tutte le birbonate che aveva fatto, ed erano scritte senza che vi mancasse una parola sulla carta.
Don Michele era là, giallo anche lui, seduto sulla sedia, di faccia ai giudei che sbadigliavano e si facevano vento col fazzoletto.
L'avvocato intanto chiacchierava sottovoce col suo vicino, come se non fosse stato fatto suo.
- Per stavolta, mormorava la Zuppidda all'orecchio della vicina, udendo tutte quelle porcherie che 'Ntoni aveva fatto, la galera non gliela levano di certo.
C'era anche la Santuzza, per dire alla giustizia dove era stato 'Ntoni e dove aveva passata quella sera.
- Guardate cosa vanno a domandare alla Santuzza, borbottava la Zuppidda.
Son curiosa di sentire cosa risponderà, per non spiattellare alla giustizia tutti i fatti suoi.
- Ma da noi che vogliono sapere? domandò comare Grazia.
- Vogliono sapere se è vero che la Lia se la intendeva con don Michele, e che suo fratello 'Ntoni abbia voluto ammazzarlo per tagliarsi le corna; me l'ha detto l'avvocato.
- Che vi venga il colèra! soffiò loro lo speziale facendo gli occhiacci.
Volete che andiamo tutti in galera? Sappiate che colla giustizia bisogna dir sempre di no, e che noi non sappiamo niente.
Comare Venera si rincantucciò nella mantellina, ma seguitò a borbottare.
- Questa è la verità.
Li ho visti io cogli occhi miei, e lo sa tutto il paese.
Quella mattina nella casa dei Malavoglia c'era stata una tragedia, che il nonno, come aveva visto partire tutto il paese, per andare a sentire condannare 'Ntoni, aveva voluto correre cogli altri, e Lia, coi capelli arruffati, gli occhi pazzi e il mento che ballava, avrebbe voluto andare anche lei, e cercava la mantellina per la casa senza dir nulla, ma colla faccia stravolta e le mani tremanti.
Mena però l'aveva afferrata per le mani, pallida anche lei, e le diceva: - No, tu non ci devi andare! tu non ci devi andare! - e non le diceva altro.
Il nonno aggiungeva che loro dovevano stare in casa, a pregare la Madonna; e il piagnisteo si udiva per tutta la strada del Nero.
Il povero vecchio appena fu alla città, nascosto dietro una cantonata, vide passare suo nipote in mezzo ai carabinieri, e colle gambe che gli si piegavano ad ogni passo andò a sedersi sulla scala del tribunale, in mezzo alla gente che saliva e scendeva pei fatti suoi.
Poi al pensare che tutta quella gente andava a sentire condannare suo nipote, là in mezzo ai soldati, davanti ai giudici, gli parve come se l'avesse abbandonato in mezzo a una piazza, o in un mare in burrasca, e salì anche lui colla folla, levandosi sulla punta dei piedi, per vedere la grata in alto, coi cappelli dei carabinieri, e le baionette che luccicavano.
'Ntoni però non si vedeva, in mezzo a tutta quella gente, e il povero vecchio pensava sempre che adesso suo nipote era dei soldati.
Intanto l'avvocato chiacchierava e chiacchierava che le parole andavano come la carrucola di un pozzo.
Diceva di no, che non era vero che 'Ntoni Malavoglia avesse fatto tutte quelle birbonate.
Il presidente era andato a scavarle fuori per cacciare nei guai un povero figliuolo, poiché questo era il suo mestiere.
Ma infine come poteva dirlo il presidente? L'aveva visto lui forse 'Ntoni Malavoglia quella notte, col buio che faceva? "Alla casa del povero ognuno ha ragione" e "La forca è fatta pel disgraziato".
Il presidente senza darsene per inteso lo guardava cogli occhiali, e i gomiti appoggiati sui libracci.
Il dottor Scipioni tornava a dire che voleva sapere dov'era il contrabbando! e da quando in qua un galantuomo non potesse andare a spasso all'ora che gli pareva e piaceva, massime se ci aveva un po' di vino in testa, per smaltirlo.
Padron 'Ntoni allora affermava col capo, e diceva di sì! di sì colle lagrime negli occhi, ché avrebbe abbracciato in quel momento l'avvocato il quale diceva che 'Ntoni era un ubbriacone.
Ad un tratto rizzò il capo.
Questa era buona! questa che diceva l'avvocato valeva da sola cinquanta lire: diceva che poiché volevano metterlo colle spalle al muro, e volevano provargli come quattro e quattr'otto che 'Ntoni l'avevano acchiappato proprio sul fatto, col coltello in mano, e gli avevano portato don Michele là davanti, colla faccia da minchione per tanto di coltellata che s'era presa nello stomaco: - Chi dice che gliel'ha data 'Ntoni Malavoglia? predicava l'avvocato.
Chi lo può provare? e chi lo sa se don Michele non se l'era data da sé la coltellata, apposta per mandare in galera 'Ntoni Malavoglia? Ebbene volevano saperlo? Il contrabbando non ci entrava proprio per nulla! Fra don Michele e 'Ntoni di padron 'Ntoni c'era della ruggine vecchia per affar di donne.
- E padron 'Ntoni tornava a far segno col capo, che se l'avessero fatto giurare davanti al crocifisso l'avrebbe giurato, e lo sapeva tutto il paese, la storia della Santuzza con don Michele, il quale si mangiava le mani dalla gelosia, dopo che la Santuzza s'era incapricciata di 'Ntoni, e s'erano incontrati di notte con don Michele, e dopo che il ragazzo aveva bevuto; si sa come succede quando non ci si vede più dagli occhi.
L'avvocato continuava: - Potevano domandarlo un'altra volta alla Zuppidda, e a comare Venera, e a centomila testimoni, che don Michele se la intendeva con la Lia, la sorella di 'Ntoni Malavoglia, e ronzava là da quelle parti della strada del Nero tutte le sere per la ragazza.
L'avevano visto anche quella notte della coltellata!
Allora padron 'Ntoni non udì più nulla, perché le orecchie gli si misero a zufolare, e vide per la prima volta 'Ntoni, il quale s'era alzato anche lui nella gabbia, e strappava il berretto colle mani, facendo certi occhi da spiritato, e voleva parlare, accennando col capo di no, di no! I vicini portarono via il vecchio, credendo che gli fosse venuto un accidente; e i carabinieri lo coricarono giusto nella camera dei testimoni, sul tavolaccio, e gli buttarono l'acqua sulla faccia.
Più tardi, mentre lo facevano scendere per le scale, barcollante, reggendolo sotto le ascelle, la folla usciva anch'essa come una fiumana, e si sentiva dire: - L'hanno condannato ai ferri, per cinque anni.
- In quel momento 'Ntoni usciva dall'altra porticina anche lui, pallido, in mezzo ai carabinieri, ammanettato come un Cristo.
La gnà Grazia si mise a correre verso il paese, e arrivò prima degli altri, con tanto di lingua fuori, perché la malanuova la porta l'uccello.
Appena vide Lia la quale aspettava sull'uscio, come un'anima del purgatorio, le disse prendendole le mani, e tutta sottosopra anche lei.
- Cosa avete fatto, scellerata! che al giudice hanno detto che ve l'intendete con don Michele, e a vostro nonno gli è venuto un accidente!
Lia non disse nulla, come non avesse udito, o non gliene importasse niente.
Rimase a guardarla cogli occhi sbarrati e la bocca aperta.
Infine adagio adagio cadde sulla sedia, e parve che le avessero rotto le gambe in un colpo.
Poi, dopo che fu stata un gran pezzo a quel modo, senza muoversi e senza dire una parola, che comare Grazia le gettava l'acqua sulla faccia, cominciò a balbettare: - Voglio andarmene! non voglio starci più qui! - e l'andava dicendo al canterano, e alle seggiole, come una pazza, che invano sua sorella le andava dietro piangendo, - Te l'aveva detto! te l'aveva detto! - e cercava di afferrarla un'altra volta per le mani.
La sera, come portarono il nonno sul carro, e Mena era corsa ad incontrarlo, che oramai non si vergognava più della gente, Lia uscì nel cortile e poscia nella strada, e se ne andò davvero, e nessuno la vide più.
CAPITOLO 15
La gente diceva che la Lia era andata a stare con don Michele; già i Malavoglia non avevano più niente da perdere, e don Michele almeno le avrebbe dato il pane.
Padron 'Ntoni adesso era diventato del tutto un uccellaccio di camposanto, e non faceva altro che andare intorno, rotto in due, con quella faccia di pipa, a dir proverbi senza capo e senza coda: "Ad un albero caduto accetta! accetta!" - "Chi cade nell'acqua è forza che si bagni" - "A cavallo magro, mosche".
- E a chi gli domandava perché andasse sempre in giro, diceva che "la fame fa uscire il lupo dal bosco", e "cane affamato non teme bastone"; ma di lui non volevano saperne, ora che era ridotto in quello stato.
Ognuno gli diceva la sua, e gli domandava cosa aspettasse colle spalle al muro, lì sotto il campanile, che pareva lo zio Crocifisso quando aspettava d'imprestare dei denari alla gente, seduto a ridosso delle barche tirate in secco, come se ci avesse in mare la paranza di padron Cipolla; e padron 'Ntoni rispondeva che aspettava la morte, la quale non voleva venire a prenderselo, perché "lo sfortunato ha i giorni lunghi".
Della Lia nessuno parlava più in casa, nemmeno Sant'Agata, la quale se voleva sfogarsi andava a piangere di nascosto, davanti al lettuccio della mamma, quando in casa non c'era nessuno.
Adesso la casa era grande come il mare, e ci si perdevano dentro.
I denari se n'erano andati con 'Ntoni; Alessi era sempre lontano, per guadagnarsi il pane, di qua e di là; e la Nunziata faceva la carità di venire ad accendere il fuoco, quando la Mena doveva andare a prendere il nonno per mano, verso l'avemaria, come un bambino, perché di sera non ci vedeva più, peggio di una gallina.
Don Silvestro, e gli altri del paese, dicevano che Alessi avrebbe fatto meglio a mandare il nonno all'albergo dei poveri, ora che non era più buono a nulla; ma questa era la sola cosa che facesse paura al poveraccio.
Ogni volta che la Mena andava a metterlo al sole, conducendolo per mano, e ci stava per tutta la giornata ad aspettare la morte, credeva che lo portassero all'albergo, talmente era diventato un cucco, e balbettava: - La morte non viene mai! - tanto che certuni andavano a chiedergli ridendo dove fosse arrivata.
Alessi tornava a casa il sabato, e gli veniva a contare i denari della settimana, come se il nonno avesse ancora il giudizio.
Egli rispondeva sempre di sì, col capo; e bisognava che andasse a nascondere il gruzzoletto sotto la materassa, e gli diceva, per farlo contento, che ci voleva poco a mettere insieme un'altra volta i denari della casa del nespolo, e fra un anno o due ci sarebbero arrivati.
Ma il vecchio scrollava il capo, colla testa dura, e ribatteva che adesso non avevano più bisogno della casa; e meglio che non ci fosse mai stata al mondo la casa dei Malavoglia, ora che i Malavoglia erano di qua e di là.
Una volta chiamò in disparte la Nunziata, sotto il mandorlo, nel momento in cui non ci era nessuno, e pareva dovesse dirle qualcosa di grosso; però muoveva le labbra senza parlare, e stava cercando le parole, guardando di qua e di là.
- È vero quella cosa che hanno detto di Lia? chiese infine.
- No! rispondeva Nunziata, colle mani in croce, no! per la Madonna dell'Ognina, non è vero!
Egli si mise a tentennare il capo, col mento sul petto.
- Allora perché se n'è fuggita anche lei? perché se n'è fuggita?
E l'andava cercando per la casa, fingendo di aver perso il berretto; toccava il letto e il canterano, e si metteva a sedere al telaio, senza dir nulla.
- Lo sai? chiese infine; lo sai dove se n'è andata? - Ma alla Mena non disse nulla.
La Nunziata non lo sapeva, in coscienza, né nessun altro del paese.
Una sera si fermò nella strada del Nero Alfio Mosca, col carro, che ci aveva attaccato il mulo adesso, e per questo aveva acchiappato le febbri alla Bicocca, ed era stato per morire, tanto che aveva la faccia gialla e la pancia grossa come un otre; ma il mulo era grasso e col pelo lucente.
- Vi rammentate quando sono partito per Bicocca? diceva lui, che stavate ancora nella casa del nespolo? Ora ogni cosa è cambiata, ché "il mondo è tondo, chi nuota e chi va a fondo".
- Stavolta non potevano dargli nemmeno un bicchiere di vino, pel ben tornato.
Compar Alfio lo sapeva dov'era Lia; l'aveva vista coi suoi occhi, ed era stato come se avesse visto comare Mena quando stavano a chiacchierare da una finestra all'altra.
Perciò guardava di qua e di là i mobili e le pareti, come se ci avesse il carro carico sullo stomaco, e sedette anche lui senza dire una parola accanto al desco dove non c'era nulla, e nessuno sedeva più a mangiare la sera.
- Ora me ne vado, ripeteva lui, vedendo che non gli dicevano nulla.
- Quando uno lascia il suo paese è meglio che non ci torni più, perché ogni cosa muta faccia mentre egli è lontano, e anche le faccie con cui lo guardano son mutate, e sembra che sia diventato straniero anche lui.
Mena continuava a star zitta.
Intanto Alessi gli raccontò che voleva pigliarsi la Nunziata, quando avrebbe raccolto un po' di denari, ed Alfio gli rispose che faceva bene, se la Nunziata aveva un po' di denari anche lei, ché era una buona ragazza, e tutti la conoscevano in paese.
Così anche i parenti dimenticano quelli che non ci sono più, e ognuno a questo mondo è fatto per pensare a tirare la carretta che gli ha data Dio, come l'asino di compar Alfio, che adesso faceva chissà cosa, dopo che era andato in mano altrui.
La Nunziata ci aveva la sua dote anche lei, dacché i suoi fratellini cominciavano a buscarsi qualche soldo, e non aveva voluto comprarsi né oro né roba bianca, perché diceva che quelle cose son fatte per i ricchi, e la roba bianca non era bene di farsela intanto che cresceva ancora.
Era cresciuta infatti una ragazza alta e sottile come un manico di scopa, coi capelli neri, e gli occhi buoni buoni, che quando si metteva a sedere sulla porta, con tutti quei monelli davanti, pareva che pensasse ancora a suo padre nel giorno che li aveva piantati, e ai guai in mezzo ai quali aveva sgambettato sino allora, coi suoi fratellini appesi alle gonnelle.
Al vedere come se n'era tirata fuori dai guai, lei e i suoi fratellini, così debole e sottile al pari di un manico di scopa, ognuno la salutava e si fermava volentieri a far quattro chiacchiere con lei.
- I denari ce li abbiamo, disse a compar Alfio, il quale era quasi un parente, da tanto che lo conoscevano.
- A Ognissanti mio fratello entra garzone da massaro Filippo, e il minore prenderà il suo posto da padron Cipolla.
Quando avrò collocato anche Turi, allora mi mariterò; ma bisogna aspettare che io abbia gli anni, e che mio padre mi dia il consenso.
- O che tuo padre pensa più che sei al mondo! - disse Alfio.
- S'egli tornasse ora, - rispose Nunziata con quella voce dolce, e così calma, colle braccia sulle ginocchia, - ei non se ne andrebbe più, perché adesso i denari li abbiamo.
Allora compar Alfio tornò a dire ad Alessi che faceva bene a prendersi la Nunziata, se ci aveva quel po' di denari.
- Compreremo la casa del nespolo, aggiunse Alessi; e il nonno starà con noi.
Quando torneranno gli altri ci staranno pure; e se tornerà il padre della Nunziata ci sarà posto anche per lui.
Di Lia non fecero parola; ma ci pensavano tutti e tre, mentre stavano a guardare il lume, colle braccia sui ginocchi.
Finalmente compare Mosca si alzò per andarsene, perché il suo mulo scuoteva la sonagliera, quasi l'avesse conosciuta anch'esso colei che compar Alfio aveva incontrata per la strada, e che adesso non l'aspettavano più nella casa del nespolo.
Lo zio Crocifisso invece aspettava da un pezzo i Malavoglia per quella casa del nespolo che nessuno la voleva, come se fosse scomunicata, e gli era rimasta sulla pancia; sicché appena seppe che era tornato in paese Alfio Mosca, quello cui voleva far rompere le ossa a bastonate, quand'era geloso della Vespa, andò a pregarlo che s'intromettesse coi Malavoglia per fargli conchiudere il negozio.
Adesso quando l'incontrava per le strade lo salutava, e cercava di mandargli anche la Vespa per parlargli di quell'affare, chissà che non si fossero rammentati dell'amore antico, nello stesso tempo, e compare Mosca non riescisse a levargli quella croce di su le spalle.
Ma quella cagna della Vespa non voleva sentir parlare di compar Alfio, né di nessuno, adesso che ci aveva il suo marito ed era padrona in casa, e non avrebbe cangiato lo zio Crocifisso con Vittorio Emanuele in carne ed ossa, neanche se l'avessero tirata pei capelli.
- Mi toccano tutte a me, le disgrazie! - si lamentava lo zio Crocifisso; e andava a sfogarsi con compare Alfio, e si picchiava il petto come davanti al confessore, di aver pensato a pagare dieci lire per fargli rompere le ossa a bastonate.
- Ah! compare Alfio! se sapeste che rovina è capitata nella mia casa, che non dormo né mangio più, e non faccio altro che della bile, e non sono più padrone di un baiocco del fatto mio, dopo aver sudato tutta la vita ed essermi levato il pan di bocca per raggranellarlo a soldo a soldo.
Ora mi tocca vederlo in mano di quella serpe, la quale fa e disfà come vuol lei! e non mi riesce nemmeno di levarmela d'addosso per via del giudice, che non si lascerebbe tentare neanche da Satanasso! e mi vuol tanto bene che non me la leverò d'addosso prima di crepare, se non chiudo gli occhi dalla disperazione!
- Quello che stavo dicendo qui a compare Alfio, - seguitava lo zio Crocifisso vedendo accostarsi padron Cipolla, il quale andava bighellonando per la piazza come un cane di macellaio, dacché gli era entrata in casa quell'altra vespa della Mangiacarrubbe.
- Non possiamo più stare nemmeno in casa per non schiattare dalla bile! Ci hanno scacciato fuori di casa nostra, quelle carogne! hanno fatto come il furetto col coniglio.
Le donne son messe al mondo per castigo dei nostri peccati.
Senza di loro si starebbe meglio.
Chi ce l'avrebbe detto, eh? padron Fortunato! Noi che avevamo la pace degli angeli! Guardate com'è fatto il mondo! C'è gente che va cercando questo negozio del matrimonio colla lanterna, mentre chi ci si trova vorrebbe levarsene.
Padron Fortunato stette un po' a fregarsi il mento, e poi si lasciò andare: - Il matrimonio è come una trappola di topi; quelli che son dentro vorrebbero uscirne, e gli altri ci girano intorno per entrarvi.
- A me mi sembrano pazzi! Vedete don Silvestro, cosa gli manca? e s'è messo in testa di far cascare la Zuppidda coi suoi piedi, vanno dicendo; e se comare Venera non trova di meglio, bisogna che la lasci cascare.
Padron Cipolla continuò a fregarsi il mento e non disse altro.
- Sentite, compare Alfio, - seguitò Campana di legno, - fatemelo conchiudere quel negozio della casa coi Malavoglia, finché ci hanno quei soldi, che vi regalerò poi da comprarvi le scarpe, per i passi che farete.
Compare Alfio tornò a parlare ai Malavoglia; ma padron 'Ntoni ora scuoteva il capo, e diceva di no.
- Adesso della casa non abbiamo che farne, perché Mena non si può più maritare, e dei Malavoglia non ci è nessuno! Io ci sono ancora perché gli sfortunati hanno i giorni lunghi.
Ma quando avrò chiuso gli occhi Alessi piglierà la Nunziata e se ne andrà via dal paese.
Anch'egli stava per andarsene.
Il più del tempo lo passava in letto, come un gambero sotto i ciottoli, abbaiando peggio di un cane: - Cosa ci ho a far qui io? - balbettava; e gli pareva di rubare la minestra che gli davano.
Invano Alessi e la Mena cercavano di dissuaderlo.
E' rispondeva che rubava loro il tempo e la minestra, e voleva che gli contassero i denari messi sotto la materassa, e se li vedeva squagliare a poco a poco, borbottava: - Almeno se non ci fossi io non spendereste tanto.
Ora non ho più niente da far qui, e potrei andarmene.
Don Ciccio, il quale veniva a tastargli il polso, confermava che era meglio lo portassero all'ospedale, perché lì dov'era si mangiava la carne sua e quella degli altri, senza utile.
Intanto il poveraccio stava a vedere quello che dicessero gli altri, cogli occhi spenti, e aveva paura che lo mandassero all'albergo.
Alessi non voleva sentirne parlare di mandarlo all'albergo, e diceva che finché ci era del pane, ce n'era per tutti; e la Mena, dall'altra parte, diceva di no anch'essa, e lo conduceva al sole, nelle belle giornate, e si metteva accanto a lui colla conocchia, a raccontargli delle fiabe, come ai bambini, e a filare, quando non aveva da andare al lavatoio.
Gli parlava pure di quel che avrebbero fatto quando arrivava un po' di provvidenza, per fargli allargare il cuore; gli diceva che avrebbero comprato un vitellino a San Sebastiano, ed ella bastava a procurargli l'erba e il mangime per l'inverno.
A maggio si sarebbe venduto con guadagno; e gli faceva vedere pure la nidiata di pulcini che aveva messo, e venivano a pigolare davanti ai loro piedi, al sole, starnazzando nella polvere della strada.
Coi denari dei pulcini avrebbe anche comperato un maiale, per non perdere le bucce dei fichidindia, e l'acqua che serviva a cuocere la minestra, e a fin d'anno sarebbe stato come aver messo dei soldi nel salvadanaio.
Il vecchio, colle mani sul bastone, approvava del capo, guardando i pulcini.
Ci stava così attento, poveretto, che arrivava fino a dire che se avessero avuto la casa del nespolo si poteva allevarlo nel cortile, il maiale, giacché quello era un guadagno sicuro con compare Naso.
Nella casa del nespolo c'era pure la stalla pel vitello, e la tettoia pel mangime, e ogni cosa; se ne andava ricordando a poco a poco, cercando qua e là cogli occhi morti e col mento sul bastone.
Poi domandava sottovoce alla nipote: - Cosa ha detto don Ciccio dell'ospedale? - Mena allora lo sgridava come si fa coi bambini, e gli rispondeva: - Perché pensate a quelle cose? - Egli stava zitto, e ascoltava cheto cheto tutto quello che diceva la ragazza.
Ma poi tornava a ripetere: - Non mi ci mandare all'ospedale, perché non ci sono avvezzo.
Infine non si alzava più dal letto, e don Ciccio disse che era proprio finita, e non ci era più bisogno di lui, ché là in quel letto dove era, poteva starci anche degli anni, e Alessi o la Mena ed anche la Nunziata dovevano perdere le loro giornate a far la guardia; se no se lo sarebbero mangiato i porci, come trovavano l'uscio aperto.
Padron 'Ntoni intendeva benissimo quello che si diceva, perché guardava tutti in viso ad uno ad uno, con certi occhi che facevano male a vedere; ed appena il medico se ne fu andato, mentre stava a parlare ancora sull'uscio con Mena che piangeva, e Alessi il quale diceva di no e batteva i piedi, fece segno alla Nunziata di accostarsi al letto, e le disse piano:
- Se mi mandate all'ospedale sarà meglio; qui ve li mangio io i denari della settimana.
Mandami via quando non ci sarà in casa la Mena e Alessi.
Direbbero di no perché hanno il buon cuore dei Malavoglia; ma io vi mangio i soldi della casa, e poi il medico ha detto che posso starci degli anni qui dove sono.
E qui non ci ho più nulla da fare.
Però non vorrei camparci degli anni, laggiù all'ospedale.
La Nunziata si metteva a piangere anch'essa e diceva di no, tanto che tutto il vicinato sparlava di loro, che volevano fare i superbi senza aver pane da mangiare.
Si vergognavano di mandare il nonno all'ospedale, mentre ci avevano tutti gli altri di qua e di là, e dove poi!
E la Santuzza baciava la medaglia che portava sul petto, per ringraziare la Madonna che l'aveva protetta dal pericolo dove era andata a cascare la sorella di Sant'Agata, come tante altre.
- Quel povero vecchio dovrebbero mandarlo all'ospedale, per non fargli avere il purgatorio prima che muoia, - diceva.
Almeno lei non gli faceva mancar nulla a suo padre, adesso che era invalido, e se lo teneva sull'uscio.
- E vi aiuta anzi! aggiungeva Piedipapera.
- Quell'invalido lì vale tant'oro quanto pesa! Par fatto apposta per la porta di un'osteria, così cieco e rattrappito com'è.
E dovreste pregare la Madonna che vi campi cent'anni.
Già cosa vi costa?
La Santuzza aveva ragione di baciare la medaglia; nessuno poteva dire nulla dei fatti suoi; dacché don Michele se n'era andato, massaro Filippo non si faceva veder più nemmeno lui, e la gente diceva che colui non sapeva stare senza l'aiuto di don Michele.
Ora la moglie di Cinghialenta veniva di tanto in tanto a fare il diavolo davanti all'osteria, coi pugni sui fianchi, strillando che la Santuzza le rubava il marito, e perciò quando costui tornava a casa ella si buscava delle frustate colle redini della cavezza, dopo che Cinghialenta aveva venduto il mulo, e non sapeva più che farsene delle redini, che la notte i vicini non potevano chiuder occhio dalle grida.
- Questo non va bene! diceva don Silvestro, la cavezza è fatta per il mulo.
Compare Cinghialenta è un uomo grossolano.
- Egli andava a dire queste cose quando c'era comare Venera la Zuppidda, la quale dopo che la leva si portava via i giovanotti del paese, aveva finito per addomesticarsi un po' con lui.
- Ognuno sa gli affari di casa sua, rispondeva la Zuppidda; - se lo dite per ciò che vanno predicando le male lingue, che io metto le mani addosso a mio marito, vi rispondo che non sapete un corno, tuttoché sapete di lettera.
Del resto ognuno in casa sua fa quel che gli pare e piace.
Il padrone è mio marito.
- Tu lasciali dire, - rispondeva suo marito.
- Poi lo sanno che se vengono a toccarmi il naso ne faccio tonnina!
La Zuppidda adesso predicava che il capo della casa era suo marito, ed egli era il padrone di maritare la Barbara con chi gli piaceva, e se voleva darla a don Silvestro voleva dire che gliela aveva promessa, e aveva chinato il capo; e quando suo marito aveva chinato il capo, era peggio di un bue.
- Già! sentenziava don Franco colla barba in aria, - ha chinato il capo perché don Silvestro è di quelli che tengono il manico nel mestolo.
Dacché era stato al tribunale in mezzo a tutti quegli sbirri, don Franco era più arrabbiato di prima, e giurava che non ci sarebbe tornato più neanche in mezzo ai carabinieri.
Allorché don Giammaria alzava la voce per discutere, ei gli piantava le unghie negli occhi, rizzandosi sulle gambette, rosso come un gallo, e lo cacciava in fondo alla bottega.
- Lo fate apposta per compromettermi! - gli sputava in faccia colla schiuma alla bocca; e se due quistionavano nella piazza, correva a chiudere l'uscio acciò non lo chiamassero per testimonio.
Don Giammaria era trionfante; quell'asparagio verde aveva del coraggio quanto un leone, perché ci aveva la tonaca sulle spalle, e sparlava del governo, pappandosi la lira al giorno, e diceva che se lo meritavano quel governo, giacché avevano fatto la rivoluzione, e ora venivano i forestieri a rapire le donne e i denari della gente.
Ei sapeva di chi parlava, che gli era venuta l'itterizia dalla collera, e donna Rosolina era dimagrata dalla bile, massime dopo che se n'era andato don Michele, e s'erano sapute tutte le porcherie di quest'altro.
Adesso non faceva che andare a caccia di messe e di confessori, di qua e di là, sino all'Ognina e ad Aci Castello, e trascurava la conserva dei pomidoro e il tonno sottolio, per darsi a Dio.
Don Franco allora si sfogava mettendosi a ridere come una gallina, all'uso di don Silvestro, rizzandosi sulla punta dei piedi, coll'uscio spalancato a due battenti, che per questo non c'era pericolo d'andare in prigione; e diceva che finché ci sarebbero stati i preti era sempre la stessa cosa, e bisognava fare tavola rasa, s'intendeva lui, trinciando colla mano in giro.
- Io per me li vorrei tutti arsi! rispondeva don Giammaria, che intendeva anche lui di chi parlava.
Ora lo speziale non teneva più cattedra; e quando veniva don Silvestro, andava a pestare i suoi unguenti nel mortaio, per non compromettersi.
Già tutti quelli che bazzicano col governo, e mangiano il pane del re, son tutta gente da guardarsene.
E si sfogava soltanto con don Giammaria, e con don Ciccio il medico, quando lasciava l'asinello alla spezieria per andare a tastare il polso a padron 'Ntoni, e ricette non ne scriveva, perché diceva che erano inutili, con quella povera gente che non aveva denari da buttar via.
- Allora perché non lo mandano all'ospedale, quel vecchio? tornavano a dire gli altri, - e perché se lo tengono in casa a farselo mangiare dalle pulci?
Tanto che, pesta e ripesta, il medico ripeteva che andava e veniva per niente, e faceva il viaggio del sale, e allorché c'erano le comari davanti al letto del malato, comare Piedipapera, la cugina Anna o la Nunziata, predicava sempre che se lo mangiavano le pulci.
Padron 'Ntoni non osava più fiatare, colla faccia bianca e disfatta.
E come le comari cinguettavano fra di loro, e fino alla Nunziata cascavan le braccia, un giorno che Alessi non c'era, disse infine: - Chiamatemi compare Mosca, che lui me la farà la carità di portarmi all'ospedale sul suo carro.
Così padron 'Ntoni se ne andò all'ospedale sul carro di Alfio Mosca, il quale ci aveva messo la materassa ed i guanciali, ma il povero malato, sebbene non dicesse nulla, andava guardando dappertutto, mentre lo portavano fuori reggendolo per le ascelle, il giorno in cui Alessi era andato a Riposto, e avevano mandato via la Mena con un pretesto, che se no non l'avrebbero lasciato partire.
Sulla strada del Nero, nel passare davanti alla casa del nespolo, e nell'attraversare la piazza, padron 'Ntoni continuava a guardare di qua e di là per stamparsi in mente ogni cosa.
Alfio guidava il mulo da una parte, e Nunziata, la quale aveva lasciato in custodia a Turi il vitello, i tacchini, e le pollastre, veniva a piedi dall'altro lato, col fagotto delle camicie sotto il braccio.
Al vedere passare il carro ognuno si affacciava sulla porta, e stava a guardare; e don Silvestro disse che avevano fatto bene, per questo il comune pagava la sua rata all'ospedale; e don Franco avrebbe anche spifferata la sua predica, che ce l'aveva in testa bella e fatta, se non ci fosse stato lì presente don Silvestro.
- Almeno quel povero diavolo va a stare in pace, conchiuse lo zio Crocifisso.
- "Necessità abbassa nobiltà", rispose padron Cipolla; e la Santuzza disse un'avemaria pel poveretto.
Solo la cugina Anna e comare Grazia Piedipapera si asciugavano gli occhi col grembiule, come il carro se ne andava lentamente sobbalzando sui sassi.
Ma compare Tino rimbeccò alla moglie: - O perché mi fai il piagnisteo? Che son forse morto io? A te che te ne importa?
Alfio Mosca, mentre guidava il mulo, andava raccontando alla Nunziata come e dove avesse vista la Lia, ch'era tutta Sant'Agata, e ancora non gli pareva vero a lui stesso che l'avesse vista coi suoi occhi, tanto che la voce gli mancava nella gola, mentre ne parlava per ingannare la noia, lungo la strada polverosa.
- Ah Nunziata! chi l'avrebbe detto, quando stavamo a chiacchierare da un uscio all'altro, e c'era la luna, e i vicini discorrevano lì davanti, e si udiva colpettare tutto il giorno quel telaio di Sant'Agata, e quelle galline che la conoscevano soltanto all'aprire che faceva il rastrello, e la Longa che la chiamava pel cortile, che ogni cosa si udiva da casa mia come se fosse stato proprio là dentro! Povera Longa! Adesso, vedi, che ci ho il mulo, e ogni cosa come desideravo, che se fosse venuto a dirmelo l'angelo del cielo non ci avrei creduto, adesso penso sempre a quelle sere là, quando udivo la voce di voialtre, mentre governavo l'asino, e vedevo il lume nella casa del nespolo, che ora è chiusa, e quando son tornato non ho trovato più niente di quel che avevo lasciato, e comare Mena non mi è parsa più quella.
Uno che se ne va dal paese è meglio non ci torni più.
Vedi, ora penso pure a quel povero asino che ha lavorato con me tanto tempo, e andava sempre, sole o pioggia, col capo basso e le orecchie larghe.
Adesso chissà dove lo cacciano, e con quali carichi, e per quali strade, colle orecchie più basse ancora, ché anch'egli fiuta col naso la terra che deve raccoglierlo, come si fa vecchio, povera bestia!
Padron 'Ntoni, disteso sulla materassa, non udiva nulla, e ci avevano messo sul carro una coperta colle canne, sicché sembrava che portassero un morto.
- Per lui è meglio che non oda più nulla, seguitava compare Alfio.
L'angustia di 'Ntoni già l'ha sentita, e un giorno o l'altro gli toccherebbe anche di sentire come è andata a finire la Lia.
- Me lo domandava spesso, quando eravamo soli, rispose la Nunziata.
Voleva sapere dove fosse.
- È andata dietro a suo fratello.
Noi poveretti siamo come le pecore, e andiamo sempre con gli occhi chiusi dove vanno gli altri.
Tu non glielo dire, né lo dire a nessuno del paese, dove ho visto la Lia, ché sarebbe un colpo di coltello per Sant'Agata.
Ella mi riconobbe di certo, mentre passavo davanti all'uscio, perché si fece bianca e rossa nella faccia, ed io frustai il mulo per passare presto, e son certo che quella poveretta avrebbe voluto piuttosto che il mulo le fosse camminato sulla pancia, e la portassero distesa sul carro come portiamo adesso suo nonno.
Ora la famiglia dei Malavoglia è distrutta, e bisogna rifarla di nuovo tu e Alessi.
- I denari per la roba ci sono già; a San Giovanni venderemo anche il vitello.
- Bravi! così, quando ci avrete i denari da parte, non c'è pericolo che vi sfumino in un giorno, come accadrebbe se il vitello venisse a morire, Dio liberi! Ora siamo alle prime case della città, e tu potrai aspettarmi qui, se non vuoi venire sino all'ospedale.
- No, voglio venire anch'io; così almeno vedrò dove lo mettono, ed egli pure mi vedrà sino all'ultimo momento.
Padron 'Ntoni poté vederla sino all'ultimo momento, e mentre la Nunziata se ne andava via con Alfio Mosca, adagio adagio pel camerone che pareva d'essere in chiesa al camminare, li accompagnava cogli occhi; poi si voltò dall'altra parte e non si mosse più.
Compar Alfio e la Nunziata risalirono sul carro, arrotolarono la materassa e la coperta, e se ne tornarono senza dir nulla, per la lunga strada polverosa.
Alessi si dava i pugni nella testa e si strappava i capelli, come non trovò più il nonno nel suo letto, e vide che gli riportavano la materassa arrotolata; e se la prendeva colla Mena, quasi fosse stata lei a mandarlo via.
Ma compar Alfio gli diceva: - Che volete? La casa dei Malavoglia ora è distrutta, e bisogna che la facciate di nuovo voi altri.
Egli voleva tornare a fargli il conto della roba e del vitello, di cui avevano chiacchierato lungo la strada colla ragazza; ma Alessi e Mena non gli davano retta, colla testa nelle mani e gli occhi fissi e lucenti di lagrime, seduti sulla porta della casa dove oramai erano soli davvero.
Compar Alfio in questo mentre cercava di confortarli col rammentar loro com'era prima la casa del nespolo, quando stavano a chiacchierare da un uscio all'altro, colla luna, e si udiva tutto il giorno il colpettare del telaio di Sant'Agata, e le galline che chiocciavano, e la voce della Longa che aveva sempre da fare.
Adesso tutto era cambiato, e quando uno se ne va dal paese, è meglio che non ci torni più, perché la strada stessa non sembrava più quella, dacché non c'era più quel passeggio per la Mangiacarrubbe, e don Silvestro non si faceva vedere nemmeno lui, aspettando che la Zuppidda cascasse coi suoi piedi, e lo zio Crocifisso s'era chiuso in casa a guardarsi la sua roba, o ad accapigliarsi colla Vespa, e persino non si udiva quistionar tanto nella spezieria, dacché don Franco aveva visto la giustizia nel mostaccio, ed ora andava a rincantucciarsi per leggere il giornale, e si sfogava a pestare nel mortaio tutto il giorno per passare il tempo.
Anche padron Cipolla non ci stava più a schiacciare gli scalini davanti la chiesa, dacché aveva perso la pace.
Un bel giorno corse la notizia che padron Fortunato si maritava, perché la sua roba non se la godesse la Mangiacarrubbe, alla barba di lui; per questo non ci stava più a schiacciare gli scalini, e si pigliava la Zuppidda.
- E mi diceva che il matrimonio è come una trappola di topi! andava brontolando allora lo zio Crocifisso.
- Ora state a fidarvi degli uomini?
Le ragazze invidiose dicevano che la Barbara sposava suo nonno.
Ma la gente di proposito, come Peppi Naso, e Piedipapera, ed anche don Franco, mormoravano: - Questa l'ha vinta comare Venera contro don Silvestro; è un gran colpo per don Silvestro, ed è meglio che se ne vada dal paese.
Già i forestieri, frustali! e qui non ci hanno messo mai radici i forestieri.
Con padron Cipolla non ardirà mettercisi a tu per tu don Silvestro.
- O che credeva? sbraitava comare Venera colle mani sui fianchi, - di prendersi mia figlia colla carestia? Stavolta comando io! e gliel'ho fatta capire a mio marito! Chi è buon cane mangia al trogolo; forestieri non ne vogliamo per la casa.
Una volta in paese si stava meglio, quando non erano venuti quelli di fuori a scrivere sulla carta i bocconi che vi mangiate, come don Silvestro, o a pestare fiori di malva nel mortaio, e ingrassarsi col sangue di quei del paese.
Allora ognuno si conosceva, e si sapeva quel che faceva, e quel che avevano sempre fatto suo padre e suo nonno, e perfino quel che mangiava, e quando si vedeva passare uno si sapeva dove andava, e le chiuse erano di quelli che c'erano nati, e il pesce non si lasciava prendere da questo e da quello.
Allora la gente non si sbandava di qua e di là, e non andava a morire all'ospedale.
Giacché tutti si maritavano, Alfio Mosca avrebbe voluto prendersi comare Mena, che nessuno la voleva più, dacché la casa dei Malavoglia s'era sfasciata, e compar Alfio avrebbe potuto dirsi un bel partito per lei, col mulo che ci aveva; così la domenica ruminava fra di sé tutte le ragioni per farsi animo, mentre stava accanto a lei, seduto davanti alla casa, colle spalle al muro, a sminuzzare gli sterpolini della siepe per ingannare il tempo.
Anche lei guardava la gente che passava, e così facevano festa la domenica: - Se voi mi volete ancora, comare Mena, disse finalmente, io per me son qua.
La povera Mena non si fece neppur rossa, sentendo che compare Alfio aveva indovinato che ella lo voleva, quando stavano per darla a Brasi Cipolla, tanto le pareva che quel tempo fosse lontano, ed ella stessa non si sentiva più quella.
- Ora sono vecchia, compare Alfio, rispose, e non mi marito più.
- Se voi siete vecchia, anch'io sono vecchio, ché avevo degli anni più di voi, quando stavamo a chiacchierare dalla finestra, e mi pare che sia stato ieri, tanto m'è rimasto in cuore.
Ma devono esser passati più di otto anni.
E ora quando si sarà maritato vostro fratello Alessi, voi restate in mezzo alla strada.
Mena si strinse nelle spalle, perché era avvezza a fare la volontà di Dio, come la cugina Anna; e compare Alfio, vedendo così, riprese:
- Allora vuol dire che non mi volete bene, comare Mena, e scusatemi se vi ho detto che vi avrei sposata.
Lo so che voi siete nata meglio di me, e siete figlia di padroni; ma ora non avete più nulla, e se si marita vostro fratello Alessi, rimarrete in mezzo alla strada.
Io ci ho il mulo e il mio carro