LA COSCIENZA DI ZENO, di Italo Svevo - pagina 53
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Ma non so se riuscii di convincerla.
Quando si viene colti nel sogno è difficile di difendersi.
È tutt'altra cosa che arrivare alla moglie freschi freschi dall'averla tradita in piena coscienza.
Del resto, per tali gelosie di Augusta, io non avevo nulla da perdere perché essa amava tanto Ada che da quel lato la sua gelosia non gettava alcun'ombra e, in quanto a me, essa mi trattava con un riguardo anche piú affettuoso e m'era anche piú grata di ogni mia piú lieve manifestazione di affetto.
Pochi giorni dopo, Guido ritornò da Bologna con le migliori notizie.
Il direttore della casa di salute garantiva una guarigione definitiva a patto che Ada trovasse poi in casa una grande quiete.
Guido riferí con semplicità e bastevole incoscienza la prognosi del sanitario non avvedendosi che in famiglia Malfenti quel verdetto veniva a confermare molti sospetti sul suo conto.
Ed io dissi ad Augusta:
- Ecco che sono minacciato di altri baci di tua madre.
Pare che Guido non si trovasse molto bene nella casa diretta da zia Maria.
Talvolta camminava su e giú per l'ufficio mormorando:
- Due bambini...
tre balie...
nessuna moglie.
Anche dall'ufficio rimaneva piú spesso assente perché sfogava il suo malumore imperversando sulle bestie a caccia e a pesca.
Ma quando verso la fine dell'anno, ebbimo da Bologna la notizia che Ada veniva considerata guarita e che s'accingeva a rimpatriare, non mi parve che egli ne fosse troppo felice.
S'era abituato a zia Maria oppure la vedeva tanto poco che gli era facile e gradevole di sopportarla? Con me naturalmente non manifestò il suo malumore se non esprimendo il dubbio che forse Ada s'affrettava troppo a lasciare la casa di salute prima di essersi assicurata contro una ricaduta.
Infatti quand'essa, dopo breve tempo e ancora nel corso di quello stesso inverno, dovette ritornare a Bologna, egli mi disse trionfante:
- L'avevo detto io?
Non credo però che in quel trionfo ci fosse stata altra gioia che quella da lui tanto viva di aver saputo prevedere qualche cosa.
Egli non augurava del male ad Ada, ma l'avrebbe tenuta volentieri per lungo tempo a Bologna.
Quando Ada ritornò, Augusta era relegata a letto per la nascita del mio piccolo Alfio e in quell'occasione fu veramente commovente.
Volle io andassi alla stazione con dei fiori e dicessi ad Ada ch'essa voleva vederla quello stesso giorno.
E se Ada non avesse potuto venire da lei addirittura dalla stazione, mi pregava ritornassi subito a casa, per saperle descrivere Ada e dirle se la sua bellezza, di cui in famiglia erano tanto orgogliosi, le fosse stata restituita intera.
Alla stazione eravamo io, Guido e la sola Alberta, perché la signora Malfenti passava una gran parte delle sue giornate presso Augusta.
Sulla banchina, Guido cercava di convincerci della sua grande gioia per l'arrivo di Ada, ma Alberta lo ascoltava fingendo una grande distrazione allo scopo - come poi mi disse - di non dover rispondergli.
In quanto a me la simulazione con Guido mi costava oramai poca fatica.
M'ero abituato a fingere di non accorgermi delle sue preferenze per Carmen e non avevo mai osato alludere ai suoi torti verso la moglie.
Non m'era perciò difficile di avere un atteggiamento d'attenzione come se ammirassi la sua gioia per il ritorno della sua amata moglie.
Quando il treno in punto a mezzodí entrò in stazione, egli ci precedette per raggiungere la moglie che ne scendeva.
La prese fra le braccia e la baciò affettuosamente.
Io, che gli vedevo il dorso piegato per arrivare a baciare la moglie piú piccola di lui, pensai: «Un bravo attore!».
Poi prese Ada per mano e la condusse a noi:
- Eccola riconquistata al nostro affetto!
Allora si rivelò quale era, cioè falso e simulatore, perché se egli avesse guardata meglio in faccia la povera donna, si sarebbe accorto che invece che al nostro affetto essa veniva consegnata alla nostra indifferenza.
La faccia di Ada era male costruita perché aveva riconquistate delle guancie ma fuori di posto come se la carne, quando ritornò, avesse dimenticato dove apparteneva e si fosse poggiata troppo in basso.
Avevano perciò l'aspetto di gonfiezze anziché di guancie.
E l'occhio era ritornato nell'orbita, ma nessuno aveva saputo riparare i danni ch'esso aveva prodotto uscendone.
Aveva spostate o distrutte delle linee precise e importanti.
Quando ci congedammo fuori della stazione, al sole invernale abbacinante vidi che tutto il colorito di quella faccia non era piú quello che io avevo tanto amato.
Era impallidito e sulle parti carnose si arrossava per chiazzette rosse.
Pareva che la salute non appartenesse piú a quella faccia e si fosse riusciti di fingervela.
Raccontai subito ad Augusta che Ada era bellissima proprio come era stata da fanciulla ed essa ne fu beata.
Poi, dopo di averla vista, a mia sorpresa essa confermò piú volte come se fossero state evidenti verità le mie pietose bugie.
Essa diceva:
- È bella com'era da fanciulla e come lo sarà mia figlia!
Si vede che l'occhio di una sorella non è molto acuto.
Per lungo tempo non rividi Ada.
Essa aveva troppi figliuoli e cosí pure noi.
Tuttavia Ada e Augusta facevano in modo di trovarsi insieme varie volte alla settimana, ma sempre in ore in cui io ero fuori di casa.
Si approssimava l'epoca del bilancio ed io avevo molto da fare.
Fu anzi quella l'epoca della mia vita in cui lavorai di piú.
Qualche giorno restai a tavolino persino per dieci ore.
Guido m'aveva offerto di farmi assistere da un contabile, ma io non ne volli sapere.
Avevo assunto un incarico e dovevo corrispondervi.
Intendevo compensare Guido di quella mia funesta assenza di un mese, e mi piaceva anche dimostrare a Carmen la mia diligenza, che non poteva essere ispirata da altro che dal mio affetto per Guido.
Ma come procedetti nel regolare i conti, incominciai a scoprire la grossa perdita in cui eravamo incorsi in quel primo anno di esercizio.
Impensierito ne dissi a quattr'occhi qualche cosa a Guido, ma lui, che s'apprestava a partire per la caccia, non volle starmi a sentire:
- Vedrai che non è tanto grave come ti sembra eppoi l'anno non è ancora finito.
Infatti mancavano ancora otto giorni interi a capo d'anno.
Allora mi confidai ad Augusta.
Dapprima essa vide in quella faccenda solo il danno che ne avrebbe potuto derivare a me.
Le donne sono sempre fatte cosí, ma Augusta era straordinaria persino fra le donne quando qui si doleva del proprio danno.
Non avrei finito anch'io - essa domandava - con l'essere ritenuto un po' responsabile delle perdite subite da Guido? Voleva si consultasse subito un avvocato.
Bisognava intanto staccarsi da Guido e cessare dal frequentare quell'ufficio.
Non mi fu facile di convincerla ch'io non potevo essere tenuto responsabile di niente non essendo io altra cosa che un impiegato di Guido.
Essa sosteneva che chi non ha un emolumento fisso non possa essere considerato quale un impiegato, ma qualche cosa di simile ad un padrone.
Quando fu ben convinta, naturalmente restò della sua opinione perché allora scoprí che non avrei perduto niente se avessi cessato di frequentare quell'ufficio dove sicuramente avrei finito col diffamarmi commercialmente.
Diamine: la mia fama commerciale! Fui anch'io d'accordo ch'era importante di salvarla e, per quanto essa avesse avuto torto negli argomenti, si conchiuse che dovevo fare com'ella voleva.
Consentí ch'io terminassi il bilancio poiché l'avevo iniziato, ma poi avrei dovuto trovare il modo di ritornare al mio studiolo nel quale non si guadagnavano dei denari, ma nemmeno se ne perdevano.
Feci però allora una curiosa esperienza su me stesso.
Io non fui capace di abbandonare quella mia attività per quanto lo avessi deciso.
Ne fui stupito! Per intendere bene le cose, occorre lavorare di immagini.
Ricordai allora che una volta in Inghilterra la condanna ai lavori forzati veniva applicata appendendo il condannato al disopra di una ruota azionata a forza d'acqua, obbligando cosí la vittima a muovere in un certo ritmo le gambe che altrimenti gli sarebbero state sfracellate.
Quando si lavora si ha sempre il senso di una costrizione di quel genere.
È vero che quando non si lavora la posizione è la stessa e credo giusto di asserire che io e l'Olivi fummo sempre ugualmente appesi; soltanto che io lo fui in modo da non dover movere le gambe.
La nostra posizione dava bensí un risultato differente, ma ora so con certezza ch'esso non legittimava né un biasimo né una lode.
Insomma dipende dal caso se si viene attaccati ad una ruota mobile o ad una immobile.
Staccarsene è sempre difficile.
Per varii giorni, dopo chiuso il bilancio, continuai ad andare all'ufficio pur avendo deciso di non andarci affatto.
Uscivo di casa incerto; incerto prendevo una direzione ch'era quasi sempre quella dell'ufficio e, come procedevo, tale direzione si precisava finché non mi trovavo seduto sulla solita sedia in faccia a Guido.
Per fortuna a un dato momento fui pregato di non lasciare il mio posto ed io subito vi accondiscesi visto che nel frattempo m'ero accorto d'esservi inchiodato.
Per il quindici di Gennaio il mio bilancio era chiuso.
Un vero disastro! Chiudevamo con la perdita di metà del capitale.
Guido non avrebbe voluto farlo vedere al giovine Olivi temendone qualche indiscrezione, ma io insistetti nella speranza che costui, con la sua grande pratica, vi avesse trovato qualche errore tale da mutare tutta la posizione.
Poteva esserci qualche importo spostato dal dare, ove apparteneva, all'avere, e con una rettifica si sarebbe arrivati ad una differenza importante.
Sorridendo, l'Olivi promise a Guido la massima discrezione e lavorò poi con me per una giornata intera.
Disgraziatamente non trovò alcun errore.
Devo dire che io da quella revisione fatta in due, appresi molto e che oramai saprei affrontare e chiudere dei bilanci anche piú importanti di quello.
- E che cosa farete ora? - domandò l'occhialuto giovinotto prima di andarsene.
Io sapevo già quello ch'egli avrebbe suggerito.
Mio padre, che spesso mi aveva parlato di commercio nella mia infanzia, me l'aveva già insegnato.
Secondo le leggi vigenti, data la perdita di metà del capitale, noi si avrebbe dovuto liquidare la ditta e magari ristabilirla subito su nuove basi.
Lasciai ch'egli mi ripetesse il consiglio.
Aggiunse:
- Si tratta di una formalità.
- Poi, sorridendo:
- Può costare caro il non attenervisi!
Alla sera anche Guido si mise a rivedere il bilancio cui non sapeva adattarsi ancora.
Lo fece senz'alcun metodo, verificando questo o quell'importo a casaccio.
Volli interrompere quel lavoro inutile e gli comunicai il consiglio dell'Olivi di liquidare subito, ma pro forma, la gestione.
Fino ad allora Guido aveva avuto la faccia contratta dallo sforzo di trovare in quei conti l'errore liberatore: un cipiglio complicato dalla contrazione di chi ha in bocca un sapore disgustoso.
Alla mia comunicazione alzò la faccia che si spianò in uno sforzo d'attenzione.
Non comprese subito, ma quando capí si mise subito a ridere di cuore.
Io interpretai l'espressione della sua faccia cosí: aspra, acida finché si trovava di fronte a quelle cifre che non si potevano alterare; lieta e risoluta quando il doloroso problema fu spinto in disparte da una proposta che gli dava agio di riavere il sentimento di padrone e arbitro.
Non comprendeva.
Gli pareva il consiglio di un nemico.
Gli spiegai che il consiglio dell'Olivi aveva il suo valore specialmente per il pericolo, che incombeva in modo evidente sulla ditta, di perdere degli altri denari e fallire.
Un'eventuale bancarotta sarebbe stata colposa se dopo questo bilancio, oramai consegnato nei nostri libri, non si fossero prese le misure consigliate dall'Olivi.
E aggiunsi:
- La pena comminata dalle nostre leggi per il fallimento colposo è il carcere!
La faccia di Guido si coperse di tanto rosso che temetti egli fosse minacciato da una congestione cerebrale.
Urlò:
- In questo caso l'Olivi non ha bisogno di darmi dei consigli! Se mai ciò dovesse avverarsi saprei risolvere da solo!
La sua decisione m'impose ed ebbi il sentimento di trovarmi di fronte a persona perfettamente conscia della propria responsabilità.
Abbassai il tono della mia voce.
Mi buttai poi tutto dalla sua parte e, dimenticando di aver già presentato il consiglio dell'Olivi come degno di esser preso in considerazione, gli dissi:
- È quello che obiettai anch'io all'Olivi.
La responsabilità è tua e noi non ci entriamo quando tu decidi qualche cosa circa il destino della ditta che appartiene a te ed a tuo padre.
Veramente io questo l'avevo detto a mia moglie e non all'Olivi, ma insomma era vero che a qualcuno l'avevo detto.
Ora, dopo aver sentita la virile dichiarazione di Guido, sarei stato anche capace di dirlo all'Olivi, perché la decisione e il coraggio m'hanno sempre conquistato.
Se amavo già tanto anche la sola disinvoltura che può risultare da quelle qualità, ma anche da altre inferiori di molto.
Poiché volevo riferire tutte le sue parole ad Augusta per tranquillarla, insistetti:
- Tu sai che di me, e probabilmente a ragione, si dice che io non abbia alcun talento per il commercio.
Io posso eseguire quello che tu mi ordini, ma non posso mica assumermi una responsabilità per quello che fai tu.
Egli assentí vivamente.
Si sentiva tanto bene nella parte che io gli attribuivo, da dimenticare il suo dolore per il cattivo bilancio.
Dichiarò:
- Io sono il solo responsabile.
Tutto porta il mio nome ed io non ammetterei neppure che altri accanto a me volesse addossarsi delle responsabilità.
Ciò andava benissimo per essere riferito ad Augusta, ma molto di piú di quanto io avevo domandato.
E bisognava vedere l'aspetto ch'egli assumeva facendo quella dichiarazione: invece di un mezzo fallito sembrava un apostolo! S'era adagiato comodamente sul suo bilancio passivo e da lí diventava il mio padrone e signore.
Questa volta come tante altre nel corso della nostra vita in comune, il mio slancio d'affetto per lui fu soffocato dalle sue espressioni rivelanti la spropositata stima ch'egli faceva di se stesso.
Egli stonava.
Sí: bisogna dire proprio cosí; quel grande musicista stonava!
Gli domandai bruscamente:
- Vuoi che domani faccia una copia del bilancio per tuo padre?
Per un momento ero stato in procinto di fargli una dichiarazione ben piú rude dicendogli che subito dopo chiuso il bilancio io mi sarei astenuto dal frequentare il suo ufficio.
Non lo feci non sapendo come avrei impiegate le tante ore libere che mi sarebbero rimaste.
Ma la mia domanda sostituiva quasi perfettamente la dichiarazione che m'ero rimangiata.
Intanto gli avevo ricordato ch'egli in quell'ufficio non era il solo padrone.
Si dimostrò sorpreso delle mie parole perché gli parevano non conformi a quanto fino ad allora, col mio evidente consenso, s'era parlato e, col tono di prima, mi disse:
- Ti dirò io come si dovrà fare quella copia.
Protestai gridando.
In tutta la mia vita non gridai tanto come con Guido perché talvolta mi sembrava sordo.
Gli dichiarai che esisteva in legge anche una responsabilità del contabile ed io non ero disposto di gabellare per copie esatte dei raggruppamenti cervellotici di cifre.
Egli impallidí e riconobbe che avevo ragione, ma soggiunse ch'egli era padrone d'ordinare che non si dessero affatto degli estratti dai suoi libri.
In ciò riconobbi volentieri che aveva ragione e allora, rinfrancatosi, dichiarò che a suo padre avrebbe scritto lui.
Parve anzi che volesse immediatamente mettersi a scrivere, ma poi cambiò d'idea e mi propose di andar a pigliare una boccata d'aria.
Volli compiacerlo.
Supponevo che non avesse ancora digerito bene il bilancio e volesse moversi per cacciarlo giú.
La passeggiata mi ricordò quella della notte dopo il mio fidanzamento.
Mancava la luna perché in alto c'era molta nebbia, ma giú era la stessa cosa, perché si camminava sicuri traverso un'aria limpida.
Anche Guido ricordò quella sera memoranda:
- È la prima volta che camminiamo di nuovo insieme di notte.
Ricordi? Tu allora mi spiegasti che anche nella luna ci si baciava come quaggiú.
Adesso invece nella luna continuano il bacio eterno; ne sono sicuro ad onta che questa sera non si veda.
Quaggiú, invece...
Voleva ricominciare a dir male di Ada? Della povera malata? Lo interruppi, ma mitemente, quasi associandomi a lui (non l'avevo forse accompagnato per aituarlo a dimenticare?):
- Già! Quaggiú non si può sempre baciare! Lassú poi non c'è che l'immagine del bacio.
Il bacio è soprattutto movimento.
Tentavo di allontanarmi da tutte le sue questioni, cioè bilancio e Ada, tant'è vero che a tempo seppi eliminare una frase ch'ero stato in procinto di dire che cioè lassú il bacio non generava dei gemelli.
Ma lui, per liberarsi dal bilancio, non trovava di meglio che lagnarsi delle altre sue disgrazie.
Come avevo presentito, disse male di Ada.
Cominciò col rimpiangere che quel suo primo anno di matrimonio fosse stato per lui tanto disastroso.
Non parlava dei due gemelli ch'erano tanto cari e belli, ma della malattia di Ada.
Egli pensava che la malattia la rendesse irascibile, gelosa e nello stesso tempo poco affettuosa.
Terminò coll'esclamare sconsolato:
- La vita è ingiusta e dura!
A me sembrava assolutamente che mi fosse vietato di dire una sola parola che implicasse un mio giudizio fra lui e Ada.
Ma mi pareva di dover pur dire qualche cosa.
Egli aveva finito col parlare della vita e le aveva appioppati due predicati che non peccavano di soverchia originalità.
Io scopersi il meglio proprio perché m'ero messo a fare la critica di quello ch'egli aveva detto.
Tante volte si dicono delle cose seguendo il suono delle parole come s'associarono casualmente.
Poi, appena, si va a vedere se quello che si disse valeva il fiato che vi si è consumato e qualche volta si scopre che la casuale associazione partorí un'idea.
Dissi:
- La vita non è né brutta né bella, ma è originale!
Quando ci pensai mi parve d'aver detta una cosa importante.
Designata cosí, la vita mi parve tanto nuova che stetti a guardarla come se l'avessi veduta per la prima volta coi suoi corpi gassosi, fluidi e solidi.
Se l'avessi raccontata a qualcuno che non vi fosse stato abituato e fosse perciò privo del nostro senso comune, sarebbe rimasto senza fiato dinanzi all'enorme costruzione priva di scopo.
M'avrebbe domandato: «Ma come l'avete sopportata?» E, informatosi di ogni singolo dettaglio, da quei corpi celesti appesi lassú perché si vedano ma non si tocchino, fino al mistero che circonda la morte, avrebbe certamente esclamato: «Molto originale!»
- Originale la vita! - disse Guido ridendo.
- Dove l'hai letto?
Non m'importò di assicurargli che non l'avevo letto in nessun posto perché altrimenti le mie parole avrebbero avuta meno importanza per lui.
Ma, piú che ci pensavo, piú originale trovavo la vita.
E non occorreva mica venire dal di fuori per vederla messa insieme in un modo tanto bizzarro.
Bastava ricordare tutto quello che noi uomini dalla vita si è aspettato, per vederla tanto strana da arrivare alla conclusione che forse l'uomo vi è stato messo dentro per errore e che non vi appartiene.
Senza esserci accordati sulla direzione della nostra passeggiata, avevamo finito come l'altra volta sull'erta di via Belvedere.
Trovato il muricciuolo su cui s'era steso quella notte, Guido vi salí e vi si coricò proprio come l'altra volta.
Egli canticchiava, forse sempre oppresso dai suoi pensieri, e meditava certamente sulle inesorabili cifre della sua contabilità.
Io invece ricordai che in quel luogo l'avevo voluto uccidere, e confrontando i miei sentimenti di allora con quelli di adesso, ammiravo una volta di piú l'incomparabile originalità della vita.
Ma improvvisamente ricordai che poco prima e per una bizza di persona ambiziosa, avevo imperversato contro il povero Guido e ciò in una delle peggiori giornate della sua vita.
Mi dedicai ad un'indagine: assistevo senza grande dolore alla tortura che veniva inflitta a Guido dal bilancio messo insieme da me con tanta cura e me ne venne un dubbio curioso e subito dopo un curiosissimo ricordo.
Il dubbio: ero io buono o cattivo? Il ricordo, provocato improvvisamente dal dubbio che non era nuovo: mi vedevo bambino e vestito (ne sono certo) tuttavia in gonne corte, quando alzavo la mia faccia per domandare a mia madre sorridente: «Sono buono o cattivo, io?».
Allora il dubbio doveva essere stato ispirato al bimbo dai tanti che l'avevano detto buono e dai tanti altri che, scherzando, l'avevano qualificato cattivo.
Non era affatto da meravigliarsi che il bimbo fosse stato imbarazzato da quel dilemma.
Oh incomparabile originalità della vita! Era meraviglioso che il dubbio ch'essa aveva già inflitto al bimbo in forma tanto puerile, non fosse stato sciolto dall'adulto quando aveva già varcata la metà della sua vita.
Nella notte fosca, proprio su quel posto ove io una volta avevo già voluto uccidere, quel dubbio mi angosciò, profondamente.
Certamente il bimbo quando aveva sentito vagare quel dubbio nella testa da poco libera dalla cuffia, non ne aveva sofferto tanto perché ai bambini si racconta che dalla cattiveria si guarisce.
Per liberarmi da tanta angoscia volli credere di nuovo cosí, e vi riuscii.
Se non vi fossi riuscito avrei dovuto piangere per me, per Guido e per la tristissima nostra vita.
Il proposito rinnovò l'illusione! Il proposito di mettermi accanto a Guido e di collaborare con lui allo sviluppo del suo commercio da cui dipendeva la sua e la vita dei suoi e ciò senz'alcun utile per me.
Intravvidi la possibilità di correre, brigare e studiare per lui e ammisi la possibilità di divenire, per aiutarlo, un grande, un intraprendente, un geniale negoziante.
Proprio cosí pensai in quella fosca sera di questa vita originalissima!
Guido intanto cessò di pensare al bilancio.
Abbandonò il suo posto e parve rasserenato.
Come se avesse tratta una conclusione da un ragionamento di cui io non sapevo niente, mi disse che al padre non avrebbe detto nulla perché altrimenti il povero vecchio avrebbe intrapreso quell'enorme viaggio dal suo sole estivo alla nostra nebbia invernale.
Mi disse poi che la perdita a prima vista sembrava ingente, ma che non lo era poi tanto se non doveva sopportarla tutta da solo.
Avrebbe pregata Ada di addossarsene la metà e in compenso le avrebbe concesso una parte degli utili dell'anno seguente.
L'altra metà della perdita l'avrebbe sopportata lui.
Io non dissi nulla.
Pensai anche che mi fosse proibito di dare dei consigli, perché altrimenti avrei finito col fare quello che assolutamente non volevo, erigendomi a giudice fra i due coniugi.
Del resto in quel momento ero tanto pieno di buoni propositi che mi pareva che Ada avrebbe fatto un buon affare partecipando ad un'impresa diretta da noi.
Accompagnai Guido fino alla porta di casa sua e gli strinsi lungamente la mano per rinnovare silenziosamente il proposito di volergli bene.
Poi mi studiai di dirgli qualche cosa di gentile e finii col trovare questa frase:
- Che i tuoi gemelli abbiano una buona notte e ti lascino dormire perché certamente hai bisogno di riposo.
Andando via mi morsi le labbra al rimpianto di non aver trovato di meglio.
Ma se sapevo che i gemelli oramai che avevano ciascuno la loro balia dormivano a mezzo chilometro da lui e non avrebbero potuto turbargli il sonno! Ad ogni modo egli aveva capita l'intenzione dell'augurio perché l'aveva accettato riconoscente.
Giunto a casa, trovai che Augusta s'era ritirata nella stanza da letto coi bambini.
Alfio era attaccato al suo petto mentre Antonia dormiva nel suo lettino volgendoci la nuca ricciuta.
Dovetti spiegare la ragione del mio ritardo e perciò le raccontai anche il mezzo escogitato da Guido per liberarsi delle sue passività.
Ad Augusta la proposta di Guido parve indegna:
- Al posto di Ada io rifiuterei, - esclamò con violenza per quanto a bassa voce per non spaventare il piccino.
Diretto dai miei propositi di bontà, discussi:
- Perciò, se io capitassi nelle stesse difficoltà di Guido tu non m'aiuteresti?
Essa rise:
- La cosa è ben differente! Fra noi due si vedrebbe quello che sarebbe piú vantaggioso per loro! - e accennò al bambino che teneva in braccio e ad Antonia.
Poi, dopo un momento di riflessione, continuò: - E se noi ora consigliassimo ad Ada di concedere il suo denaro per continuare quell'affare di cui tu fra breve non farai piú parte, non saremmo poi impegnati ad indennizzarla se dovesse poi perderlo?
Era un'idea da ignorante, ma nel mio nuovo altruismo esclamai:
- E perché no?
- Ma non vedi che ne abbiamo due dei bambini cui dobbiamo pensare?
Se li vedevo! La domanda era una figura rettorica veramente vuota di senso.
- E non ne hanno anche loro due dei bambini? - domandai vittoriosamente.
Essa si mise a ridere clamorosamente facendo spaventare Alfio che lasciò di poppare per piangere subito.
Essa s'occupò di lui, ma sempre ridendo, ed io accettai il suo riso come se me lo fossi conquistato col mio spirito mentre, in verità, nel momento in cui avevo fatta quella domanda, m'ero sentito movere nel petto un grande amore per i genitori di tutti i bambini e per i bambini di tutti i genitori.
Avendone poi riso, di quell'affetto non restò piú niente.
Ma anche il cruccio di non sapermi essenzialmente buono si mitigò.
Mi pareva di aver sciolto il problema angoscioso.
Non si era né buoni né cattivi come non si era tante altre cose ancora.
La bontà era la luce che a sprazzi e ad istanti illuminava l'oscuro animo umano.
Occorreva la fiaccola bruciante per dare la luce (nell'animo mio c'era stata e prima o poi sarebbe sicuramente anche ritornata) e l'essere pensante a quella luce poteva scegliere la direzione per moversi poi nell'oscurità.
Si poteva perciò manifestarsi buoni, tanto buoni, sempre buoni, e questo era l'importante.
Quando la luce sarebbe ritornata non avrebbe sorpreso e non avrebbe abbacinato.
Ci avrei soffiato su per spegnerla prima, visto ch'io non ne avevo bisogno.
Perché io avrei saputo conservare il proposito, cioè la direzione.
Il proposito di bontà è placido e pratico ed io ora ero calmo e freddo.
Curioso! L'eccesso di bontà m'aveva fatto eccedere nella stima di me stesso e del mio potere.
Che cosa potevo io fare per Guido? Era vero ch'io nel suo ufficio sovrastavo di tanto agli altri quanto nel mio ufficio l'Olivi padre stava al disopra di me.
Ma ciò non provava molto.
E per essere ben pratico: che cosa avrei io consigliato a Guido il giorno appresso? Forse una mia ispirazione? Ma se neppure al tavolo di giuoco si seguivano le ispirazioni quando si giuocava coi denari altrui! Per far vivere una casa commerciale bisogna crearle un lavoro di ogni giorno e questo si può raggiungere lavorando ogni ora attorno ad una organizzazione.
Non ero io che potevo fare una cosa simile, né mi pareva giusto di sottopormi a forza di bontà alla condanna della noia a vita.
Sentivo tuttavia l'impressione fattami dal mio slancio di bontà come un impegno che avessi preso con Guido, e non potevo addormentarmi.
Sospirai piú volte profondamente e una volta persino gemetti, certamente nel momento in cui mi pareva di essere obbligato di legarmi all'ufficio di Guido come l'Olivi era legato al mio.
Nel dormiveglia Augusta mormorò:
- Che hai? Hai trovato di nuovo da dire con l'Olivi?
Ecco l'idea che cercavo! Io avrei consigliato Guido di prendere con sé quale direttore il giovine Olivi! Quel giovinotto tanto serio e tanto laborioso e ch'io vedevo tanto malvolentieri nei miei affari perché pareva s'apprestasse di succedere a suo padre nella loro direzione per tenermene definitivamente fuori, apparteneva evidentemente e a vantaggio di tutti, nell'ufficio di Guido.
Facendogli una posizione in casa sua, Guido si sarebbe salvato e il giovine Olivi sarebbe stato piú utile in quell'ufficio che non nel mio.
L'idea mi esaltò e destai Augusta per comunicargliela.
Anch'essa ne fu tanto entusiasmata da destarsi del tutto.
Le pareva che cosí io avrei piú facilmente potuto levarmi dagli affari compromettenti di Guido.
Mi addormentai con la coscienza tranquilla: avevo trovato il modo di salvare Guido senza condannare me; anzi tutt'altro.
Non c'è niente di piú disgustoso che di vedersi respinto un consiglio ch'è stato sinceramente studiato con uno sforzo che costò persino delle ore di sonno.
Da me c'era poi stato un altro sforzo: quello di spogliarmi dell'illusione di poter giovare io stesso agli affari di Guido.
Uno sforzo immane.
Ero dapprima arrivato ad una vera bontà, poi ad un'assoluta oggettività e mi si mandava a quel paese!
Guido rifiutò il mio consiglio addirittura con disdegno.
Non credeva capace il giovine Olivi eppoi gli spiaceva il suo aspetto di giovine vecchio e piú ancora gli spiacevano quei suoi occhiali tanto lucenti sulla sua scialba faccia.
Gli argomenti erano veramente atti a farmi credere che di fondato non ce ne fosse che uno: il desiderio di farmi dispetto.
Finí col dirmi che avrebbe accettato come capo del suo ufficio non il giovine ma il vecchio Olivi.
Ma io non credevo di potergli procurare la collaborazione di questi, eppoi io non mi credevo pronto per assumere da un momento all'altro la direzione dei miei affari.
Ebbi il torto di discutere e gli dissi che il vecchio Olivi valeva poco.
Gli raccontai quanto denaro mi avesse costato la sua caparbietà di non aver voluto comperare a tempo quella tale frutta secca.
- Ebbene! - esclamò Guido.
- Se il vecchio non vale piú di cosí, che valore potrà avere il giovine che non è altro che un suo scolaro?
Ecco finalmente un buon argomento, e tanto piú dispiacevole per me in quanto lo avevo fornito io con la mia chiacchiera imprudente.
Pochi giorni appresso, Augusta mi raccontò che Guido aveva proposto ad Ada di sopportare col suo denaro metà della perdita del bilancio.
Ada vi si rifiutava dicendo ad Augusta:
- Mi tradisce e vuole anche il mio denaro!
Augusta non aveva avuto il coraggio di consigliarle di darglielo, ma assicurava che aveva fatto del suo meglio per far ricredere Ada dal suo giudizio sulla fedeltà del marito.
Costei aveva risposto in modo da far ritenere ch'essa a quel proposito la sapesse piú lunga di quanto noi si credesse.
E Augusta con me ragionava cosí: - Per il marito bisogna saper portare qualunque sacrificio, ma valeva tale assioma anche per Guido?
Nei giorni seguenti il contegno di Guido si fece veramente straordinario.
Veniva in ufficio di tempo in tempo e non vi restava mai per piú di mezz'ora.
Correva via come chi ha dimenticato il fazzoletto a casa.
Seppi poi che andava a portare nuovi argomenti ad Ada che gli parevano decisivi per indurla a fare il voler suo.
Aveva veramente l'aspetto di persona che ha pianto troppo o troppo gridato o che s'è addirittura battuto, e neppure in nostra presenza arrivava a domare l'emozione che gli contraeva la gola e gli faceva venire le lacrime agli occhi.
Gli domandai che cosa avesse.
Mi rispose con un sorriso triste, ma amichevole per dimostrarmi che non l'aveva con me.
Poi si raccolse onde poter parlarmi senz'agitarsi di troppo.
Infine disse poche parole: Ada lo faceva soffrire con la sua gelosia.
Egli dunque mi raccontava che discutevano le loro storie intime mentre io pur sapevo che c'era anche quella storia del «conto utili e danni» fra di loro.
Ma pareva che questo non avesse importanza.
Me lo diceva lui e lo diceva anche Ada ad Augusta non parlandole d'altro che della sua gelosia.
Anche la violenza di quelle discussioni, che lasciava traccie tanto profonde sulla faccia di Guido, faceva credere dicessero il vero.
Invece poi risultò che fra' due coniugi non si parlò che della questione del denaro.
Ada per superbia e per quanto si facesse dirigere dai suoi dolori passionali, non li aveva mai menzionati, e Guido, forse per la coscienza della sua colpa e per quanto sentisse che in Ada imperversasse l'ira della donna, continuò a discutere gli affari come se il resto non esistesse.
Egli s'affannò sempre piú a correre dietro a quei denari, mentre lei, che non era affatto toccata da quistioni d'affari, protestava contro la proposta di Guido con un solo argomento: i denari dovevano restare ai bambini.
E quand'egli trovava altri argomenti, la sua pace, il vantaggio che sarebbe derivato ai bambini stessi dal suo lavoro, la sicurezza di trovarsi in regola con le prescrizioni di legge, essa lo saldava con un duro «No».
Ciò esasperava Guido e - come dai bambini - anche il suo desiderio.
Ma ambedue - quando ne parlavano ad altri - credevano di essere esatti asserendo di soffrire per amori e gelosie.
Fu una specie di malinteso che m'impedí d'intervenire a tempo per far cessare l'incresciosa quistione del denaro.
Io potevo provare a Guido ch'essa effettivamente mancava d'importanza.
Quale contabile sono un po' tardo e non capisco le cose che quando le ho distribuite nei libri, nero sul bianco, ma mi pare che presto io abbia capito che il versamento che Guido esigeva da Ada non avrebbe mutate di molto le cose.
A che serviva infatti di farsi fare un versamento di denari? La perdita cosí non appariva mica minore, a meno che Ada non avesse accettato di far getto del denaro in quella contabilità ciò che Guido non domandava.
La legge non si sarebbe mica lasciata ingannare al trovare che, dopo di aver perduto tanto, si voleva rischiare un po' di piú attirando nell'azienda dei nuovi capitalisti.
Una mattina Guido non si fece veder in ufficio ciò che ci sorprese perché sapevamo che la sera prima non era partito per la caccia.
A colazione appresi da Augusta commossa e agitata che Guido la sera prima aveva attentato alla propria vita.
Oramai era fuori di pericolo.
Devo confessare che la notizia, che ad Augusta sembrava tragica, a me fece rabbia.
Egli era ricorso a quel mezzo drastico per spezzare la resistenza della moglie! Appresi anche subito che l'aveva fatto con tutte le prudenze, perché prima di prendere la morfina se ne era fatta vedere la boccetta stappata in mano.
Cosí al primo torpore in cui cadde, Ada chiamò il medico ed egli fu subito fuori di pericolo.
Ada aveva passata una notte orrenda perché il dottore credette di dover fare delle riserve sull'esito dell'avvelenamento, eppoi la sua agitazione fu prolungata da Guido che, quando rinvenne, forse non ancora in piena coscienza, la colmò di rimproveri dicendola la sua nemica, la sua persecutrice, colei che gl'impediva il sano lavoro cui egli voleva accingersi.
Ada gli accordò subito il prestito ch'egli domandava, ma poi, finalmente, nell'intenzione di difendersi, parlò chiaro e gli fece tutti i rimproveri ch'essa tanto tempo aveva trattenuti.
Cosí arrivarono a intendersi perché a lui riuscí - cosí Augusta credeva - di dissipare in Ada ogni sospetto sulla sua fedeltà.
Fu energico e quando lei gli parlò di Carmen, egli gridò:
- Ne sei gelosa? Ebbene, se lo vuoi la mando via oggi stesso.
Ada non aveva risposto e credette cosí di avere accettata quella proposta e ch'egli vi si fosse impegnato.
Mi meravigliai che Guido avesse saputo comportarsi cosí nel dormiveglia e giunsi fino a credere ch'egli non avesse ingoiata neppure la piccola dose di morfina ch'egli diceva.
A me pareva che uno degli effetti degli annebbiamenti del cervello per sonno, fosse di sciogliere l'animo piú indurito, inducendolo alle piú ingenue confessioni.
Non ero io recente di una tale avventura? Ciò aumentò il mio sdegno e il mio disprezzo per Guido.
Augusta piangeva raccontando in quale stato avesse trovata Ada.
No! Ada non era piú bella con quegli occhi che sembravano spalancati dal terrore.
Fra me e mia moglie ci fu una lunga discussione se io avessi dovuto far subito una visita a Guido e Ada oppure se non fosse stato meglio di fingere di non saper di nulla e aspettare di rivederlo in ufficio.
A me quella visita sembrava una seccatura insopportabile.
Vedendolo, come avrei fatto di non dirgli l'animo mio? Dicevo:
- È un'azione indegna per un uomo! Io non ho alcuna voglia di ammazzarmi, ma non v'è dubbio che se decidessi di farlo vi riuscirei subito!
Sentivo proprio cosí e volevo dirlo ad Augusta.
Ma mi sembrava di far troppo onore a Guido paragonandolo a me:
- Non occorre mica essere un chimico per saper distruggere questo nostro organismo ch'è anche troppo sensibile.
Non c'è quasi ogni settimana, nella nostra città, la sartina che ingoia la soluzione di fosforo preparata in segreto nella sua povera stanzetta, e da quel veleno rudimentale, ad onta di ogni intervento, viene portata alla morte con la faccina ancora contratta dal dolore fisico e da quello morale che subí la sua animuccia innocente?
Augusta non ammetteva che l'anima della sartina suicida fosse tanto innocente, ma, fatta una lieve protesta, ritornò al suo tentativo d'indurmi a quella visita.
Mi raccontò che non dovevo temere di trovarmi in imbarazzo.
Essa aveva parlato anche con Guido il quale aveva trattato con lei con tanta serenità come se egli avesse commessa l'azione piú comune.
Uscii di casa senza dare la soddisfazione ad Augusta di mostrarmi convinto delle sue ragioni.
Dopo lieve esitazione mi avviai senz'altro a compiacere mia moglie.
Per quanto breve fosse il percorso, il ritmo del mio passo m'addusse ad una mitigazione del mio giudizio sul conto di Guido.
Ricordai la direzione segnatami dalla luce che pochi giorni prima aveva illuminato il mio animo.
Guido era un fanciullo, un fanciullo cui avevo promessa la mia indulgenza.
Se non gli riusciva di ammazzarsi prima, anche lui prima o poi sarebbe arrivato alla maturità.
La fantesca mi fece entrare in uno stanzino che doveva essere lo studio di Ada.
La giornata era fosca e il piccolo ambiente, con la sola finestra coperta da una fitta tenda, era buio.
Sulla parete v'erano i ritratti dei genitori di Ada e di Guido.
Vi restai poco perché la fantesca ritornò a chiamarmi e mi condusse da Guido e Ada nella loro stanza da letto.
Questa era vasta e luminosa anche quel giorno, per le sue due ampie finestre e per la tappezzeria e i mobili chiari.
Guido giaceva nel suo letto con la testa fasciata e Ada era seduta accanto a lui.
Guido mi ricevette senz'alcun imbarazzo, anzi con la piú viva riconoscenza.
Sembrava assonnato, ma per salutarmi eppoi darmi le sue disposizioni, seppe scotersi e apparire desto del tutto.
Indi s'abbandonò sul guanciale e chiuse gli occhi.
Ricordava che doveva simulare il grande effetto della morfina? Ad ogni modo faceva pietà e non ira ed io mi sentii molto buono.
Non guardai subito Ada: avevo paura della fisonomia di Basedow.
Quando la guardai, ebbi una gradevole sorpresa perché mi aspettavo di peggio.
I suoi occhi erano veramente ingranditi a dismisura, ma le gonfiezze che sulla sua faccia avevano sostituito le guancie, erano sparite e a me essa parve piú bella.
Vestiva un'ampia veste rossa, chiusa fino al mento, nella quale il suo povero corpicciuolo si perdeva.
C'era in lei qualcosa di molto casto e, per quegli occhi, qualche cosa di molto severo.
Non seppi chiarire del tutto i miei sentimenti, ma davvero pensai mi stesse accanto una donna che assomigliava a quell'Ada che io avevo amata.
A un certo momento Guido spalancò gli occhi, trasse di sotto al guanciale un assegno su cui subito vidi la firma di Ada, me lo consegnò, mi pregò di farlo incassare e di accreditarne l'importo in un conto che dovevo aprire al nome di Ada.
- Al nome di Ada Malfenti o Ada Speier? - domandò scherzosamente ad Ada.
Essa si strinse nelle spalle e disse:
- Lo saprete voi due come sia meglio.
- Ti dirò poi come devi fare le altre registrazioni, - aggiunse Guido con una brevità che mi offese.
Ero sul punto di interrompergli la sonnolenza cui s'era subito abbandonato, dichiarandogli che se voleva delle registrazioni se le facesse da sé.
Intanto fu portata una grande tazza di caffè nero che Ada gli porse.
Egli trasse le braccia di sotto le coperte e con ambe le mani si portò la tazza alla bocca.
Ora, col naso nella tazza, pareva proprio un bambino.
Quando mi congedai, egli m'assicurò che il giorno seguente sarebbe venuto in ufficio.
Io avevo già salutata Ada e perciò fui non poco sorpreso quand'essa mi raggiunse alla porta d'uscita.
Ansava:
- Te ne prego, Zeno! Vieni qui per un istante.
Ho bisogno di dirti una cosa.
La seguii nel salottino ove ero stato poco prima e da cui adesso si sentiva il pianto di uno dei gemelli.
Restammo in piedi guardandoci in faccia.
Essa ansava ancora e per questo, solo per questo, io per un momento pensai che m'avesse fatto entrare in quella stanzuccia buia per domandarmi l'amore che le avevo offerto.
Nell'oscurità i suoi grandi occhi erano terribili.
Pieno d'angoscia mi domandavo quello che avrei dovuto fare.
Non sarebbe stato mio dovere di prenderla fra le mie braccia e risparmiarle cosí di dover domandarmi qualche cosa? In un istante quale avvicendarsi di propositi! È una delle grandi difficoltà della vita d'indovinare ciò che una donna vuole.
Ascoltarne le parole non serve, perché tutto un discorso può essere annullato da uno sguardo e neppure questo sa dirigerci quando ci si trova con lei, per suo volere, in una comoda buia stanzuccia.
Non sapendo indovinare lei, io tentavo d'intendere me stesso.
Quale era il mio desiderio? Volevo baciare quegli occhi e quel corpo scheletrico? Non sapevo dare una risposta decisa perché poco prima l'avevo vista nella severa castità di quella soffice vestaglia, desiderabile come la fanciulla ch'io avevo amata.
Alla sua ansia s'era intanto associato anche il pianto e cosí s'allungò il tempo in cui io non sapevo quello ch'ella volesse e che io desiderassi.
Finalmente, con voce spezzata, essa mi disse ancora una volta il suo amore per Guido, cosí ch'io non ebbi piú con lei né doveri né diritti.
Balbettò:
- Augusta m'ha detto che tu vorresti lasciare Guido e non occuparti piú dei fatti suoi.
Devo pregarti di continuare ad assisterlo.
Io non credo ch'egli sia in grado di fare da sé.
Mi domandava di continuare a fare quello che già facevo.
Era poco, ben poco ed io tentai di concedere di piú:
- Giacché lo vuoi, continuerò ad assistere Guido; farò anzi del mio meglio per assisterlo piú efficacemente di quanto non abbia fatto finora.
Ecco di nuovo l'esagerazione! Me ne avvidi nello stesso momento in cui v'incappavo, ma non seppi rinunziarvi.
Io volevo dire ad Ada (o forse mentirle) che ella mi premeva.
Essa non voleva il mio amore, ma il mio appoggio ed io le parlavo in modo che potesse credere ch'io ero pronto a concederle ambedue.
Ada m'afferrò subito la mano.
Ebbi un brivido.
Offre molto una donna porgendo la mano! Ho sempre sentito questo.
Quando mi fu concessa una mano mi parve di afferrare tutta una donna.
Sentii la sua statura e nell'evidente confronto fra la mia e la sua, mi parve di fare atto somigliante all'abbraccio.
Certo fu un contatto intimo.
Ella soggiunse:
- Io devo ritornare subito a Bologna in casa di salute e mi sarà di grande tranquillità di saperti con lui.
- Resterò con lui! - risposi con aspetto rassegnato.
Ada dovette credere che quel mio aspetto di rassegnazione significasse il sacrificio ch'io consentivo di farle.
Invece io stavo rassegnandomi a ritornare ad una vita molto ma molto comune, visto ch'essa non ci pensava di seguirmi in quella d'eccezione ch'io avevo sognata.
Feci uno sforzo per discendere del tutto a terra, e scopersi immediatamente nella mia mente un problema di contabilità non semplice.
Dovevo accreditare dell'importo dell'assegno che tenevo in tasca il conto di Ada.
Questo era chiaro e invece non chiaro affatto come tale registrazione avrebbe potuto toccare il conto Utili e Danni.
Non ne dissi nulla per il dubbio che forse Ada non sapesse che c'era a questo mondo un libro mastro contenente dei conti di sí varia natura.
Ma non volli uscire da quella stanza senz'aver detto altro.
Fu cosí che invece di parlare di contabilità, dissi una frase che in quel momento gettai lí negligentemente solo per dire qualche cosa, ma che poi sentii di grande importanza per me per Ada e per Guido, ma prima di tutto per me stesso che compromisi una volta di piú.
Tanto importante fu quella frase che per lunghi anni ricordai come, con movimento trascurato, avessi mosse le labbra per dirla in quello stanzino buio in presenza dei quattro ritratti dei genitori di Ada e Guido sposatisi anch'essi fra di loro sulla parete.
Dissi:
- Hai finito con lo sposare un uomo ancora piú bizzarro di me, Ada!
Come la parola sa varcare il tempo! Essa stessa avvenimento che si riallaccia agli avvenimenti! Diveniva avvenimento, tragico avvenimento, perché diretta ad Ada.
Nel mio pensiero non avrei mai saputo evocare con tanta vivacità l'ora in cui Ada aveva scelto fra me e Guido su quella via soleggiata ove, dopo giorni di attesa, avevo saputo incontrarla per camminarle accanto e affaticarmi di conquistare il suo riso che scioccamente accoglievo come una promessa! E ricordai anche che allora io ero già reso inferiore per l'imbarazzo dei muscoli delle mie gambe mentre Guido si moveva ancora piú disinvolto di Ada stessa e non era segnato da alcuna inferiorità se come tale non si avesse dovuto considerare quello strano bastone ch'egli si adattava di portare.
Essa disse a bassa voce:
- È vero!
Poi, sorridendo affettuosamente:
- Ma sono lieta per Augusta che tu sia stato tanto migliore di quanto ti credevo.
- Poi, con un sospiro: - Tanto, che mi attenua un poco il dolore che Guido non sia quello che io m'aspettavo.
Io tacevo sempre, ancora dubbioso.
Mi pareva che m'avesse detto che io fossi divenuto quello ch'essa si era aspettata dovesse divenire Guido.
Era dunque amore? Ed essa disse ancora:
- Sei il migliore uomo della nostra famiglia, la nostra fiducia, la nostra speranza.
- Mi riafferrò la mano e io la serrai forse troppo.
Essa me la sottrasse però tanto presto, che fu dissipato ogni dubbio.
E in quella buia stanzuccia io seppi di nuovo come dovevo comportarmi.
Forse per attenuare il suo atto mi mandò un'altra carezza: - È perché ti so cosí che mi dolgo tanto di averti fatto soffrire.
Hai veramente sofferto tanto?
Io ficcai subito l'occhio nell'oscurità del mio passato per ritrovare quel dolore e mormorai:
- Sí!
A poco a poco ricordai il violino di Guido eppoi come m'avrebbero gettato fuori di quel salotto se non mi fossi aggrappato ad Augusta, e poi ancora il salotto in casa Malfenti, ove intorno al tavolino Luigi XIV si faceva all'amore mentre dall'altro tavolino si guardava.
Improvvisamente ricordai anche Carla perché anche con lei c'era stata Ada.
Allora sentii viva la voce di Carla che mi diceva ch'io appartenevo a mia moglie, cioè ad Ada.
Ripetei, mentre le lacrime mi salivano agli occhi:
- Molto! Sí! Molto!
Ada singhiozzava addirittura: - Mi dispiace tanto, tanto!
Si fece forza e disse:
- Ma adesso tu ami Augusta!
Un singhiozzo l'interruppe per un istante ed io trasalii non sapendo se essa si fosse fermata per sentire se io avrei affermato o negato quell'amore.
Per mia fortuna non mi diede il tempo di parlare perché continuò:
- Adesso c'è fra noi due e dev'esserci un vero affetto fraterno.
Io ho bisogno di te.
Per quel ragazzo di là, io ormai dovrò essere una madre, dovrò proteggerlo.
Vuoi aiutarmi nel mio difficile compito?
Nella sua grande emozione ella quasi s'appoggiava a me, come nel sogno.
Ma io m'attenni alle sue parole.
Mi domandava un affetto fraterno; l'impegno di amore che pensavo mi legasse a lei si trasformava cosí in un altro suo diritto, epperò le promisi subito di aiutare Guido, di aiutare lei, di fare quello che avrebbe voluto.
Se fossi stato piú sereno avrei dovuto parlare della mia insufficienza al compito ch'essa m'assegnava, ma avrei distrutta tutta l'indimenticabile emozione di quel momento.
Del resto ero tanto commosso che non potevo sentire la mia insufficenza.
In quel momento pensavo che non esistessero affatto per nessuno delle insufficienze.
Anche quella di Guido poteva essere soffiata via con alcune parole che gli dessero il necessario entusiasmo.
Ada m'accompagnò sul pianerottolo e restò lí, appoggiata alla ringhiera, a vedermi scendere.
Cosí aveva fatto sempre Carla, ma era strano lo facesse Ada che amava Guido, ed io gliene fui tanto grato che, prima di passare alla seconda branca della scala, alzai anche una volta il capo per vederla e salutarla.
Cosí si faceva in amore ma, si vedeva, anche quando si trattava di amore fraterno.
Cosí me ne andai via lieto.
Essa m'aveva accompagnato fino su quel pianerottolo, e non oltre.
Non v'erano piú dubbii.
Restavamo cosí: io l'avevo amata ed ora amavo Augusta, ma il mio antico amore le dava il diritto alla mia devozione.
Essa poi continuava ad amare quel fanciullo, ma riservava a me un grande affetto fraterno e non solo perché avevo sposata sua sorella, ma per indennizzarmi dei dolori che m'aveva procurati e che costituivano un legame segreto fra di noi.
Tutto ciò era ben dolce, di un sapore raro in questa vita.
Tanta dolcezza non avrebbe potuto darmi una vera salute? Infatti io camminai quel giorno senza imbarazzo e senza dolori, mi sentii magnanimo e forte e nel cuore un sentimento di sicurezza che m'era nuovo.
Dimenticai di aver tradito mia moglie ed anche nel modo piú sconcio oppure mi proposi di non farlo piú ciò che si equivale, e mi sentii veramente quale Ada mi voleva, l'uomo migliore della famiglia.
Allorché tanto eroismo s'affievolí, io avrei voluto ravvivarlo, ma intanto Ada era partita per Bologna ed ogni mio sforzo per trarre un nuovo stimolo da quanto essa m'aveva già detto restava vano.
Sí! Avrei fatto quel poco che potevo per Guido, ma un proposito simile non aumentava né l'aria nei miei polmoni né il sangue nelle mie vene.
Per Ada mi rimase nel cuore una grande nuova dolcezza rinnovata ogni qualvolta essa nelle sue lettere ad Augusta mi ricordava con qualche parola affettuosa.
Le ricambiavo di cuore il suo affetto e accompagnavo la sua cura coi voti migliori.
Magari le fosse riuscito di riconquistare tutta la sua salute e tutta la sua bellezza!
Il giorno seguente, Guido venne in ufficio e si mise subito a studiare le registrazioni ch'egli voleva fare.
Propose:
- Storniamo ora il Conto Utili e Danni a metà con quello di Ada.
Era proprio questo ch'egli voleva e che non serviva a nulla.
Se io fossi stato l'esecutore indifferente della sua volontà come lo ero stato fino a pochi giorni prima, con tutta semplicità avrei eseguite quelle registrazioni e non ci avrei pensato piú.
Invece sentii il dovere di dirgli tutto; mi pareva di stimolarlo al lavoro facendogli sapere che non era tanto facile di cancellare la perdita in cui si era incorsi.
Gli spiegai che a quanto ne sapevo io, Ada aveva dato quel denaro perché fosse posto a suo credito nel suo conto e ciò non avveniva piú se noi lo saldavamo ficcandoci dentro, dall'altra parte, metà della perdita del bilancio.
Poi, che la parte della perdita ch'egli voleva trasportare nel conto proprio, vi apparteneva e vi avrebbe anzi appartenuta tutta, ma ciò non era il suo annullamento e invece la constatazione della stessa.
Ci avevo pensato tanto che m'era facile di spiegargli tutto, e conclusi:
- Ammettendo che si capitasse - cosí non voglia Iddio! - nelle circostanze previste dall'Olivi, la perdita sarebbe tuttavia risultata evidente dai nostri libri, non appena fossero stati visti da un perito pratico.
Egli mi guardava attonito.
Sapeva abbastanza di contabilità per intendermi e invece non ci arrivava perché il desiderio gl'impediva di adattarsi all'evidenza.
Poi aggiunsi, per fargli veder chiaramente tutto:
- Vedi che non c'era nessuno scopo che Ada facesse tale versamento?
Quando finalmente comprese, impallidí fortemente e si mise a rosicchiarsi nervosamente le unghie.
Restò trasognato, ma volle vincersi e con quel suo comico fare di comandante, dispose che tuttavia quelle registrazioni fossero fatte, aggiungendo:
- Per esonerarti di ogni responsabilità sono disposto di scrivere io nei libri e magari di firmare!
Compresi! Voleva continuare a sognare in luogo ove non c'è posto a sogni: la partita doppia!
Ricordai quanto avevo promesso a me stesso là sull'erta di via Belvedere, eppoi ad Ada, nel salottino buio di casa sua e parlai generosamente:
- Farò subito le registrazioni che desideri: non sento il bisogno di essere difeso dalla tua firma.
Sono qui per aiutarti, non per ostacolarti!
Egli mi strinse affettuosamente la mano:
- La vita è difficile - disse - ed è un grande conforto per me di avere accanto un amico quale sei tu.
Ci guardammo commossi negli occhi.
I suoi lucevano.
Per sottrarmi alla commozione che minacciava anche me, dissi ridendo:
- La vita non è difficile, ma molto originale.
Ed anche lui rise di cuore.
Poi egli mi restò accanto per vedere come avrei saldato quel Conto Utili e Danni.
Fu fatto in pochi minuti.
Quel conto morí, ma trascinò nel nulla anche il conto di Ada a cui però notammo il credito in un libercolo, per il caso in cui ogni altra testimonianza in seguito a qualche cataclisma fosse sparita e per avere l'evidenza che dovevamo pagarle gl'interessi.
L'altra metà del Conto Utili e Danni andò ad aumentare il Dare già considerevole del conto di Guido.
Per loro natura i contabili sono un genere di animali molto disposti all'ironia.
Facendo quelle registrazioni io pensavo: «Un conto - quello intitolato agli utili e danni - era morto ammazzato, l'altro - quello di Ada - era morto di morte naturale perché non ci riusciva di tenerlo in vita e invece non sapevamo ammazzare quello di Guido, ch'essendo di un debitore dubbioso, tenuto cosí, era una vera tomba aperta nella nostra azienda».
Di contabilità si continuò a parlare per lungo tempo, in quell'ufficio.
Guido s'arrabattava per trovare un altro modo che avesse potuto proteggerlo meglio da eventuali insidie (cosí egli le chiamava) della legge.
Io credo che egli abbia anche consultato qualche contabile perché un giorno venne in ufficio a propormi di distruggere i libri vecchi dopo averne fatti di nuovi sui quali avremmo registrata una vendita falsa ad un nome qualunque che avrebbe poi figurato di averla pagata con l'importo prestato da Ada.
Era doloroso dover disilluderlo perché era corso all'ufficio animato da una tanta speranza! Proponeva una falsificazione che proprio mi ripugnava.
Finora non avevamo fatto altro che spostare delle realtà minacciando di danneggiare chi implicitamente vi aveva dato il suo consenso.
Ora, invece, egli voleva inventare dei movimenti di merci.
Vedevo anch'io che cosí e solo cosí, si poteva cancellare ogni traccia della perdita subita ma a quale prezzo! Bisognava anche inventare il nome del compratore o prendere il consenso di chi volevamo far figurare come tale.
Non avevo niente in contrario di veder distruggere i libri che pur avevo scritti con tanta cura, ma era seccante farne di nuovi.
Feci delle obbiezioni che finirono col convincere Guido.
Una fattura non si simula facilmente.
Bisognerebbe saper falsificare anche i documenti comprovanti l'esistenza e la proprietà della merce.
Egli rinunziò al suo piano, ma il giorno seguente capitò in ufficio con un altro piano che anch'esso implicava la distruzione dei libri vecchi.
Stanco di veder intralciato ogni altro lavoro da discussioni simili, protestai:
- Vedendo che ci pensi tanto, si crederebbe tu voglia proprio prepararti al fallimento! Altrimenti quale importanza può aver una diminuzione tanto esigua del tuo capitale? Finora nessuno ha il diritto di guardare nei tuoi libri.
Bisogna ora lavorare, lavorare e non occuparsi di sciocchezze.
Mi confessò che quel pensiero era la sua ossessione.
E come avrebbe potuto essere altrimenti? Con un po' di sfortuna poteva incappare dritto dritto in quella sanzione penale e finire in carcere!
Dai miei studi giuridici io sapevo che l'Olivi aveva esposto con grande esattezza quali fossero i doveri di un commerciante che ha fatto un simile bilancio, ma per liberare Guido e anche me da tale ossessione, lo consigliai di consultare qualche avvocato amico.
Mi rispose di averlo già fatto ossia di non essere stato da un avvocato espressamente a quello scopo perché non voleva confidare nemmeno ad un avvocato quel suo segreto, ma di aver fatto ciarlare un avvocato suo amico col quale s'era trovato a caccia.
Sapeva perciò che l'Olivi non aveva né sbagliato né esagerato...
purtroppo!
Vedendone l'inanità, cessò dal fare delle scoperte per falsare la sua contabilità, ma non perciò riacquistò la calma.
Ogni qualvolta veniva in ufficio si rabbuiava guardando i suoi libroni.
Mi confessò, un giorno, che entrando nella nostra stanza gli era parso di trovarsi nell'anticamera della galera e avrebbe voluto correr via.
Un giorno mi domandò:
- Augusta sa tutto del nostro bilancio?
Arrossii perché nella domanda mi parve sentire un rimprovero.
Ma evidentemente se Ada sapeva del bilancio poteva saperne anche Augusta.
Non pensai subito cosí, ma mi parve invece di meritare il rimprovero che egli intendeva di muovermi.
Perciò mormorai:
- L'avrà saputo da Ada o forse da Alberta cui Ada l'avrà detto!
Rivedevo tutti i rigagnoli che potevano condurre ad Augusta e non mi pareva con ciò di negare che essa avesse avuto tutto dalla prima fonte, cioè da me, ma di asserire che sarebbe stato inutile per me di tacere.
Peccato! Se avessi invece confessato subito ch'io con Augusta non avevo segreti, mi sarei sentito tanto piú leale e onesto! Un lieve fatto cosí, cioè la dissimulazione di un atto che sarebbe stato meglio di confessare e proclamare innocente, basta ad imbarazzare la piú sincera amicizia.
Registro qui, quantunque non abbia avuto alcun'importanza né per Guido né per la mia storia, il fatto che alcuni giorni appresso, quel chiacchierone di sensale col quale avevamo avuto da fare per il solfato di rame, mi fermò per istrada e, guardandomi dal basso in alto, come ve lo obbligava la sua bassa statura ch'egli sapeva esagerare abbassandosi sulle gambe, mi disse ironicamente:
- Si dice che abbiate fatti degli altri buoni affari come quello del solfato!
Poi, vedendomi allibire, mi strinse la mano e soggiunse:
- Per conto mio io vi auguro i migliori affari.
Spero non ne dubiterete!
E mi lasciò.
Io suppongo che i fatti nostri gli sieno stati riferiti dalla figliuola sua che frequentava al Liceo la stessa classe della piccola Anna.
Non riferii a Guido la piccola indiscrezione.
Il mio compito precipuo era di difenderlo da inutili angustie.
Fui stupito che Guido non prendesse alcuna disposizione per Carmen, perché sapevo che aveva formalmente promesso alla moglie di congedarla.
Io credevo che Ada sarebbe ritornata a casa dopo qualche mese come la prima volta.
Ma essa, senza passare per Trieste, si recò invece a soggiornare in una villetta sul Lago Maggiore ove poco dopo Guido le portò i bambini.
Ritornato da quel viaggio e non so se egli avesse ricordata la sua promessa da sé oppure che Ada gliel'avesse richiamata alla mente - mi domandò se non sarebbe stato possibile di impiegare Carmen nel mio ufficio, cioè in quello dell'Olivi.
Io sapevo già che in quell'ufficio tutti i posti erano occupati, ma visto che Guido me ne pregava calorosamente, acconsentii di andar a parlarne col mio amministratore.
Per un caso fortunato, un impiegato dell'Olivi se ne andava proprio in quei giorni, ma aveva una paga inferiore di quella che era stata concessa a Carmen negli ultimi mesi con grande liberalità da Guido il quale, secondo me, faceva cosí pagare le sue donne dal Conto Spese Generali.
Il vecchio Olivi s'informò da me sulla capacità di Carmen e per quanto io gli dessi le migliori informazioni, offerse di prenderla intanto alle stesse condizioni dell'impiegato congedato.
Riferii ciò a Guido il quale afflitto e imbarazzato si grattò la testa.
- Come si fa ad offrirle un salario inferiore di quello che percepisce? Non si potrebbe indurre l'Olivi di arrivare a concederle intanto quello che ha già?
Io sapevo che non si poteva eppoi l'Olivi non usava considerarsi sposato con i suoi impiegati come facevamo noi.
Quando si fosse accorto che Carmen avesse meritata una corona di meno della paga concessale, gliel'avrebbe levata senza misericordia.
E si finí col restare cosí: l'Olivi non ebbe e non chiese neppure mai una risposta decisiva e Carmen continuò a far roteare i suoi begli occhi nel nostro ufficio.
Fra me e Ada c'era un segreto e restava importante proprio perché rimaneva un segreto.
Essa scriveva assiduamente ad Augusta, ma mai le raccontò di aver avute delle spiegazioni con me e neppure di avermi raccomandato Guido.
Neppure io ne parlai.
Un giorno Augusta mi fece vedere una lettera di Ada che mi riguardava.
Essa domandava prima notizie di me e finiva con l'appellarsi alla mia bontà perché le dicessi qualche cosa sull'andamento degli affari di Guido.
Mi turbai quando sentii ch'essa si dirigeva a me e mi rasserenai quando vidi che come al solito si dirigeva a me per informarsi di Guido.
Di nuovo non avevo da osare niente.
D'accordo con Augusta e senza parlarne a Guido, scrissi io a Ada.
Mi misi al tavolo col proposito di scriverle veramente una lettera di affari e le comunicai ch'ero tanto contento del modo come ora Guido dirigeva gli affari, cioè con assiduità e accortezza.
Ciò era vero o almeno ero contento di lui quel giorno, poiché gli era riuscito di guadagnare del denaro vendendo della merce che teneva depositata in città da varii mesi.
Era pur vero che egli sembrava piú assiduo, ma andava tuttavia ogni settimana a caccia e a pesca.
Io esageravo volontieri nella mia lode perché cosí mi pareva di giovare alla guarigione di Ada.
Rilessi la lettera e non mi bastò.
Ci mancava qualche cosa.
Ada s'era rivolta a me ed era certo che voleva anche mie notizie.
Perciò mancavo di cortesia non dandogliene.
E a poco a poco - lo ricordo come se mi avvenisse ora - mi sentii imbarazzato a quel tavolo come se mi fossi trovato di nuovo faccia a faccia con Ada, in quello stanzino buio.
Dovevo stringere molto la manina offertami?
Scrissi ma poi dovetti rifare la lettera perché m'ero lasciato sfuggire parole addirittura compromettenti: anelavo di rivederla e speravo riconquistasse tutta la sua salute e tutta la sua bellezza.
Questo poi significava prendere per la vita la donna che m'aveva offerta solo la mano.
Il mio dovere era di stringere solo quella manina, stringerla dolcemente e lungamente per significare che intendevo tutto, tutto quello che non doveva essere detto giammai.
Non dirò tutto il frasario che passai in rivista per trovarci qualche cosa che potesse sostituire quella stretta di mano lunga e dolce e significativa, ma soltanto quelle frasi che poi scrissi.
Parlai lungamente della vecchiaia incombente su di me.
Non potevo stare un momento tranquillo senz'invecchiare.
Ad ogni giro del mio sangue qualche cosa s'aggiungeva alle mie ossa e alle mie vene che significava vecchiaia.
Ogni mattina, quando mi destavo, il mondo appariva piú grigio ed io non me ne accorgevo perché tutto restava intonato; non v'era in quel giorno neppure una pennellata del colore del giorno prima, altrimenti l'avrei scorta ed il rimpianto m'avrebbe fatto disperare.
Mi ricordo benissimo di aver spedita la lettera con piena soddisfazione.
Non m'ero affatto compromesso con quelle parole, ma mi pareva anche certo che se il pensiero di Ada fosse stato uguale al mio, essa avrebbe compresa quella stretta di mano amorosa.
Ci voleva poco acume per indovinare che quella lunga disquisizione sulla vecchiaia non significava altro che il mio timore che trovandomi in corsa traverso il tempo, non potessi piú essere raggiunto dall'amore.
Pareva gridassi all'amore: «Vieni, vieni!» Invece non sono sicuro di aver voluto quell'amore e, se v'è un dubbio, risulta solo dal fatto che so di aver scritto circa cosí.
Per Augusta feci una copia di quella lettera lasciandone fuori la disquisizione sulla vecchiaia.
Essa non l'avrebbe intesa, ma la prudenza non nuoce.
Avrei potuto arrossire sentendo com'essa mi guardava mentre io stringevo la mano della sorella! Sí! Io sapevo ancora arrossire.
E arrossii anche quando ricevetti un biglietto di ringraziamento di Ada in cui essa non menzionava affatto le mie chiacchiere sulla mia vecchiaia.
Mi parve ch'essa si compromettesse molto di piú con me di quanto io mai mi fossi compromesso con lei.
Non sottraeva la sua manina alla mia pressione.
La lasciava giacere inerte nella mia e, per la donna, l'inerzia è un modo di consentire.
Pochi giorni dopo di aver scritta quella lettera, scopersi che Guido s'era messo a giocare in Borsa.
Lo appresi per un'indiscrezione del sensale Nilini.
Io conoscevo costui da lunghi anni perché eravamo stati condiscepoli al liceo ch'egli aveva dovuto abbandonare per entrare subito nell'ufficio di un suo zio.
Ci eravamo poi rivisti qualche volta, e ricordo che la differenza del nostro destino aveva costituito nei nostri rapporti una mia superiorità.
Mi salutava allora per primo e talvolta cercava di avvicinarmi.
Ciò mi sembrava naturale, e invece m'apparve meno spiegabile quando in un'epoca che non so precisare egli si fece con me molto altezzoso.
Non mi salutava piú e a pena a pena rispondeva al saluto mio.
Me ne preoccupai un poco perché la mia cute è molto sensibile ed è facilmente scalfita.
Ma che farci? Forse m'aveva scoperto nell'ufficio di Guido ove gli pareva occupassi un posto di subalterno e mi spregiava perciò, o, con la stessa probabilità, si poteva supporre ch'essendo morto un suo zio e lasciatolo indipendente sensale di Borsa, fosse montato in superbia.
Nei piccoli ambienti ci sono frequentemente di simili relazioni.
Senza che ci sia stato un atto nemico, ci si guarda un bel giorno con avversione e disprezzo.
Fui sorpreso perciò di vederlo entrare nell'ufficio, ove mi trovavo solo, e domandare di Guido.
S'era levato il cappello e m'aveva porta la mano.
Poi s'era subito abbandonato con grande libertà su una delle nostre grandi poltrone.
Io lo guardai con interessamento.
Non lo avevo visto da anni tanto da vicino ed ora, con l'avversione che mi manifestava, si era conquistata la mia piú intensa attenzione.
Egli aveva allora circa quarant'anni ed era ben brutto per una calvizie quasi generale interrotta da un'oasi di capelli neri e fitti alla nuca e un'altra alle tempie, la faccia gialla e troppo ricca di pelle ad onta del grosso naso.
Era piccolo e magro e si ergeva come poteva, tanto che quando parlavo con lui mi sentivo un lieve dolore simpatico al collo, la sola simpatia che provassi per lui.
Quel giorno mi parve che si trattenesse dal ridere e che la sua faccia fosse contratta da un'ironia o da un disprezzo che non poteva ferire me, visto ch'egli m'aveva salutato con tanta gentilezza.
Invece poi scopersi che quell'ironia gli era stata stampata in faccia da madre natura bizzarra.
Le sue piccole mascelle non combaciavano esattamente e fra di esse, da una parte della bocca, era rimasto un buco nel quale abitava stereotipata la sua ironia.
Forse per conformarsi alla maschera da cui non sapeva liberarsi che allorquando sbadigliava, egli amava deridere il prossimo.
Non era affatto uno sciocco e lanciava delle frecciate velenose, ma di preferenza agli assenti.
Ciarlava molto ed era immaginoso specie per affari di Borsa.
Parlava della Borsa come se si fosse trattato di una sola persona ch'egli descriveva trepidante per una minaccia o addormentata nell'inerzia e con una faccia che sapeva ridere e anche piangere.
Egli la vedeva salire la scala dei corsi ballando o scenderne a rischio di precipitare, eppoi l'ammirava come accarezzava un valore, come ne strangolava un altro, oppure anche come insegnava alla gente la moderazione e l'attività.
Perché solo chi aveva del senno poteva trattare con lei.
V'erano tanti di quei denari sparsi per terra in Borsa, ma chinarsi a raccoglierli non era facile.
Lo lasciai attendere dopo di avergli offerta una sigaretta e mi diedi da fare con certa corrispondenza.
Dopo un po' di tempo egli si stancò e disse che non poteva restare di piú.
Del resto era venuto solo per raccontare a Guido che certe azioni dallo strano nome di Rio Tinto e di cui egli a Guido aveva consigliato l'acquisto il giorno prima - sí, proprio ventiquattr'ore prima - erano quel giorno balzate in alto di circa il dieci per cento.
Si mise a ridere di cuore.
- Intanto che noi parliamo qui, ossia che io attendo, il dopo-Borsa avrà fatto il resto.
Se il signor Speier ora volesse comperare quelle azioni chissà a quale prezzo dovrebbe pagarle.
Come ho indovinato io dove mirava la Borsa.
Si vantò del suo colpo d'occhio dovuto alla sua lunga intimità con la Borsa.
S'interruppe per domandarmi:
- Chi credi istruisca meglio: l'Università o la Borsa?
La sua mandibola calò ancora un poco e il buco dell'ironia s'ingrandí.
- Evidentemente la Borsa! - dissi io con convinzione.
Ciò mi valse da lui una stretta di mano affettuosa quando mi lasciò.
Dunque Guido giocava in Borsa! Se fossi stato piú attento avrei potuto indovinarlo prima, perché quando io gli avevo presentato un conto esatto degli importi non insignificanti che avevamo guadagnati con gli ultimi nostri affari, egli lo aveva guardato sorridendo, ma con qualche disprezzo.
Trovava che avevamo dovuto lavorare troppo per guadagnare quel denaro.
E si noti che con qualche decina di quegli affari si avrebbe potuto coprire la perdita in cui eravamo incorsi l'anno precedente! Che cosa dovevo far ora, io che pochi giorni prima avevo scritte le sue lodi?
Poco dopo Guido venne in ufficio ed io fedelmente gli riferii le parole del Nilini.
Stette a sentire con tanta ansietà che neppure si accorse che io avevo cosí appreso ch'egli giocava, e corse via.
Alla sera ne parlai con Augusta, che ritenne si dovesse lasciare in pace Ada e invece avvisare la signora Malfenti dei pericoli cui s'esponeva Guido.
Mi domandò di fare anch'io del mio meglio per impedirgli spropositi.
Preparai lungamente le parole che dovevo dirgli.
Finalmente attuavo i miei propositi di bontà attiva e mantenevo la promessa che avevo fatta ad Ada.
Sapevo come dovevo afferrare Guido per indurlo ad obbedirmi.
Ognuno commette una leggerezza, - gli avrei spiegato, - giocando in Borsa, ma piú di tutti un commerciante che abbia un simile bilancio dietro di sé.
Il giorno seguente cominciai benissimo:
- Tu dunque ora giochi alla Borsa? Vuoi finire in carcere? - gli domandai severamente.
Ero preparato ad una scena e tenevo anche in serbo la dichiarazione che giacché egli procedeva in modo da compromettere la ditta, io avrei abbandonato senz'altro l'ufficio.
Guido seppe disarmarmi subito.
Avevo tenuto sinora il segreto, ma ora, con un abbandono da buon ragazzo, mi disse ogni particolare di quei suoi affari.
Lavorava in valori minerarii di non so che paese, che gli avevano già dato un utile che quasi sarebbe bastato a coprire la perdita del nostro bilancio.
Oramai era cessato ogni rischio e poteva raccontarmi tutto.
Quando avesse avuta la sfortuna di perdere quello che aveva guadagnato, avrebbe semplicemente cessato di giocare.
Se invece la fortuna avesse continuato ad assisterlo, si sarebbe affrettato di mettere in regola le mie registrazioni di cui sentiva sempre la minaccia.
Vidi che non era il caso di arrabbiarsi e che si doveva invece congratularsi con lui.
In quanto alle questioni di contabilità, gli dissi che poteva oramai essere tranquillo, perché ove c'era disponibile del contante era facilissimo di regolare la contabilità piú fastidiosa.
Quando nei nostri libri fosse stato reintegrato come di diritto il conto di Ada e almeno diminuito quello ch'io dicevo l'abisso della nostra azienda, cioè il conto di Guido, la nostra contabilità non avrebbe fatta una grinza.
Poi gli proposi di fare tale regolazione subito e mettere in conto della ditta le operazioni di Borsa.
Per fortuna egli non accettò perché altrimenti io sarei divenuto il contabile del giocatore e mi sarei addossata una maggiore responsabilità.
Cosí invece le cose procedettero come se io non avessi esistito.
Egli rifiutò la mia proposta con delle ragioni che mi parvero buone.
Era di malaugurio di pagare cosí subito i suoi debiti ed è una superstizione divulgatissima a tutti i tavoli da giuoco che il denaro altrui porti fortuna.
Io non ci credo, ma quando giuoco non trascuro neppur io alcuna prudenza.
Per un certo tempo mi feci dei rimproveri di aver accolte le comunicazioni di Guido senz'alcuna protesta.
Ma quando vidi comportarsi allo stesso modo la signora Malfenti che mi raccontò come suo marito aveva saputo guadagnare dei bei denari alla borsa, eppoi anche Ada, dalla quale sentii considerare il giuoco come un qualsiasi genere di commercio, compresi che assolutamente a questo riguardo non si avrebbe potuto movermi alcun rimprovero.
Per arrestare Guido su quella china non sarebbe bastata la mia protesta che non avrebbe avuta alcun'efficacia se non fosse stata appoggiata da tutti i membri della famiglia.
Fu cosí che Guido continuò a giocare, e tutta la sua famiglia con lui.
Ero anch'io della comitiva, tant'è vero ch'entrai in una relazione d'amicizia alquanto curiosa col Nilini.
È sicuro ch'io non potevo soffrirlo perché lo sentivo ignorante e presuntuoso, ma pare che per riguardo a Guido, che da lui aspettava i buoni consigli, sapessi celare tanto bene i miei sentimenti ch'egli finí col credere di avere in me un amico devoto.
Non nego che forse la mia gentilezza con lui fosse anche dovuta al desiderio di evitare quel malessere che m'aveva dato la sua inimicizia, tanto forte causa quell'ironia che rideva sulla sua brutta faccia.
Ma non gli usai mai altre gentilezze fuori di quella di porgergli la mano e il saluto quando veniva e se ne andava.
Egli invece fu gentilissimo ed io non seppi non accettare le sue cortesie con gratitudine, ciò ch'è veramente la massima gentilezza che si possa usare a questo mondo.
Mi procurava delle sigarette di contrabbando e me le faceva pagare quello che gli costavano, cioè molto poco.
Se mi fosse stato piú simpatico avrebbe potuto indurmi a giocare col suo mezzo; non lo feci mai, solo per non vederlo piú di spesso.
Lo vedevo anzi troppo! Passava delle ore nel nostro ufficio ad onta che - com'era facile di accorgersene - non fosse innamorato di Carmen.
Veniva a tener compagnia proprio a me.
Pare si fosse prefisso d'istruirmi nella politica in cui egli era profondo causa la Borsa.
Mi presentava le grandi potenze come un giorno si stringevano la mano e si pigliavano a schiaffi il giorno seguente.
Non so se abbia indovinato il futuro perché io per antipatia non lo stetti mai a sentire.
Conservavo un sorriso ebete, stereotipato.
Il nostro malinteso sarà certo dipeso da un'interpretazione errata del mio sorriso che gli sarà parso d'ammirazione.
Io non ne ho colpa.
So solo le cose che ripeteva ogni giorno.
Potei accorgermi ch'egli era un italiano di color dubbio perché gli pareva che per Trieste fosse meglio di restare austriaca.
Adorava la Germania e specialmente i treni ferroviari tedeschi che arrivavano con tanta precisione.
Era socialista a modo suo e avrebbe voluto fosse proibito che una singola persona possedesse piú di centomila corone.
Non risi un giorno in cui, conversando con Guido, egli ammise di possedere proprio centomila corone e non un centesimo in piú.
Non risi, e non gli domandai neppure se guadagnando dell'altro denaro avrebbe modificata la sua teoria.
La nostra era una relazione veramente strana.
Io non sapevo ridere né con lui né di lui.
Quando aveva snocciolata qualche sua sentenza, si ergeva di tanto sulla sua poltrona che i suoi occhi guardavano il soffitto mentre a me restava rivolto il buco che io dicevo mandibolare.
E vedeva con quel buco! Volli talvolta approfittare di quella sua posizione per pensare ad altro, ma egli richiamava la mia attenzione domandandomi subito:
- Mi stai a sentire?
Dopo di quella sua simpatica effusione, Guido per lungo tempo non mi parlò dei suoi affari.
Qualche cosa me ne diceva dapprima il Nilini, ma anche lui si fece poi piú riservato.
Da Ada stessa seppi che Guido continuava a guadagnare.
Quand'essa ritornò, la trovai di nuovo imbruttita parecchio.
Era piuttosto imbolsita che ingrassata.
Le sue guancie, ricresciute, erano anche questa volta fuori di posto e le facevano una faccia quasi quadrata.
Gli occhi avevano continuato a sformare la loro incassatura.
La mia sorpresa fu grande, perché da Guido ed altri ch'erano stati a trovarla, avevo sentito dire che ogni giorno che passava le apportava nuova forza e salute.
Ma la salute della donna è in primo luogo la sua bellezza.
Con Ada ebbi altre sorprese.
Mi salutò affettuosamente, ma non altrimenti di quanto avesse salutata Augusta.
Non c'era fra di noi piú alcun segreto e certamente essa non ricordava piú di aver pianto al ricordo di avermi fatto soffrire tanto.
Tanto meglio! Essa dimenticava infine i suoi diritti su di me! Ero il suo buon cognato e mi amava solo perché ritrovava immutati i miei affettuosi rapporti con mia moglie, che formavano sempre l'ammirazione di casa Malfenti.
Un giorno feci una scoperta che mi sorprese assai.
Ada si credeva ancora bella! Lontano, sul lago, le avevano fatta la corte ed era evidente ch'essa gioiva dei suoi successi.
Probabilmente li esagerava perché mi pareva fosse un eccesso il pretendere di aver dovuto lasciare quella villeggiatura per sottrarsi alle persecuzioni di un innamorato.
Ammetto che qualche cosa di vero ci possa essere stato, perché probabilmente ella poteva apparire meno brutta a chi prima non l'aveva conosciuta.
Ma già, non tanto, con quegli occhi e quel colorito e quella forma di faccia! A noi essa appariva piú brutta perché, ricordando com'era stata, scorgevamo piú evidenti le devastazioni compiute dalla malattia.
Invitammo una sera Guido e lei a casa nostra.
Fu un ritrovo gradevole, veramente di famiglia.
Pareva la continuazione di quel nostro fidanzamento a quattro.
Ma la chioma di Ada non era illuminata da alcuna luce.
Al momento di dividerci, io, per aiutarla a indossare il mantello, restai per un istante solo con lei.
Ebbi subito un senso un po' differente delle nostre relazioni.
Eravamo lasciati soli e forse potevamo dirci quello che in presenza degli altri non volevamo.
Mentre l'aiutavo, riflettei e finii col trovare quello che dovevo dirle:
- Tu sai ch'egli ora giuoca! - le dissi con voce seria.
Mi viene talvolta il dubbio ch'io con tali parole avessi voluto rievocare l'ultimo nostro ritrovo che non ammettevo fosse talmente dimenticato.
- Sí - essa disse sorridendo, - e fa molto bene.
È divenuto bravo abbastanza, a quanto mi dicono.
Risi con lei, forte.
Mi sentivo sollevato da ogni responsabilità.
Andandosene essa mormorò:
- Quella Carmen è sempre nel vostro ufficio?
Non arrivai a rispondere perché corse via.
Fra di noi non c'era piú il nostro passato.
C'era però la sua gelosia.
Quella era viva come nell'ultimo nostro incontro.
Adesso, ripensandoci, trovo che avrei dovuto accorgermi molto tempo prima di esserne espressamente avvisato, che Guido aveva cominciato a perdere in Borsa.
Sparve dalla sua faccia l'aria di trionfo che l'aveva illuminata e manifestò di nuovo quella grande ansietà per quel bilancio chiuso a quel modo.
- Perché te ne preoccupi - gli domandai io nella mia innocenza - quando hai già in tasca quello che occorre per rendere del tutto reali queste registrazioni? Avendo tanti denari non si va in carcere.
- Allora, come lo seppi poi, egli in tasca non aveva piú nulla.
Credetti tanto fermamente ch'egli avesse legata a sé la fortuna che non tenni conto di tanti indizii che avrebbero potuto convincermi altrimenti.
Una sera, di Agosto, egli mi trascinò di nuovo a pesca con lui.
Alla luce abbagliante di una luna quasi piena c'era poca probabilità di pigliare qualche cosa all'amo.
Ma egli insistette dicendo che in mare avremmo trovato qualche sollievo al caldo.
Infatti non vi trovammo altro.
Dopo un solo tentativo, non inescammo neppure piú gli ami e lasciammo pendere le lenze dalla barchetta che Luciano spinse al largo.
I raggi della luna raggiungevano certo il fondo del mare affinando la vista agli animali grossi e rendendoli accorti dell'insidia ed anche agli animalucci piccoli capaci di rosicchiarci l'esca, ma non d'arrivare con la piccola bocca all'amo.
Le nostre esche non erano altro che un dono alla minutaglia.
Guido si coricò a poppa ed io a prua.
Egli mormorò poco dopo:
- Che tristezza tutta questa luce!
Probabilmente diceva cosí perché la luce gl'impediva di dormire ed io assentii per fargli piacere ed anche per non turbare con una sciocca discussione la quiete solenne in cui lentamente ci movevamo.
Ma Luciano protestò dicendo che a lui quella luce piaceva moltissimo.
Visto che Guido non rispondeva, volli farlo tacere dicendogli che la luce era certamente una cosa triste perché si vedevano le cose di questo mondo.
Eppoi impediva la pesca.
Luciano rise e tacque.
Stemmo zitti molto tempo.
Io sbadigliai piú volte in faccia alla luna.
Rimpiangevo di essermi lasciato indurre di montare in quella barchetta.
Guido improvvisamente mi domandò:
- Tu che sei chimico, sapresti dirmi se sia piú efficace il veronal puro o il veronal al sodio? Io veramente non sapevo neppure che ci fosse un veronal al sodio.
Non si può mica pretendere che un chimico sappia il mondo a mente.
Io di chimica so tanto da poter trovare subito nei miei libri qualsiasi informazione e inoltre da poter discutere - come si vide in quel caso - anche delle cose che ignoro.
Al sodio? Ma se era saputo da tutti che le combinazioni al sodio erano quelle che piú facilmente si assimilavano.
Anzi a proposito del sodio ricordai - e riprodussi piú o meno esattamente - un inno a quell'elemento elevato da un mio professore all'unica sua prelezione cui avessi assistito.
Il sodio era un veicolo sul quale gli elementi montavano per moversi piú rapidi.
E il professore aveva ricordato come il cloruro di sodio passava da organismo ad organismo e come andava adunandosi per la sola gravità nel buco piú profondo della terra, il mare.
Io non so se riproducessi esattamente il pensiero del mio professore, ma in quel momento, dinanzi a quell'enorme distesa di cloruro di sodio, parlai del sodio con un rispetto infinito.
Dopo un'esitazione, Guido domandò ancora:
- Sicché chi volesse morire dovrebbe prendere il veronal al sodio?
- Sí, - risposi.
Poi ricordando che ci sono dei casi in cui si può voler simulare un suicidio e non accorgendomi subito che ricordavo a Guido un episodio spiacevole della sua vita, aggiunsi:
- E chi non vuole morire deve prendere del veronal puro.
Gli studii di Guido sul veronal avrebbero potuto darmi da pensare.
Invece io non compresi nulla, preoccupato com'ero dal sodio.
Nei giorni seguenti fui in grado di portare a Guido nuove prove delle qualità che io avevo attribuite al sodio: anche per accelerare gli amalgami che non sono altro che degli abbracci intensi fra due corpi, abbracci che sostituiscono la combinazione o l'assimilazione, si aggiungeva al mercurio del sodio.
Il sodio era il mezzano fra l'oro e il mercurio.
Ma a Guido il veronal non importava piú, ed io ora penso che in quel momento le sue viste alla Borsa si fossero migliorate.
Nel corso di una settimana, Ada venne in ufficio ben tre volte.
Soltanto dopo la seconda, sorse in me l'idea ch'essa mi volesse parlare.
La prima s'imbatté nel Nilini che s'era messo una volta di piú ad educarmi.
Essa attese per un'ora intera che se ne andasse, ma ebbe il torto di ciarlare con lui ed egli credette perciò di dover restare.
Dopo fatte le presentazioni, io respirai, sollevato che il buco mandibolare del Nilini non fosse rivolto a me.
Non presi parte alla loro conversazione.
Il Nilini fu persino spiritoso e sorprese Ada raccontando che si facevano altrettante maldicenze al Tergesteo come nel salotto di una signora.
Soltanto, secondo lui, alla Borsa, come sempre, si era meglio informati che altrove.
Ad Ada sembrò ch'egli calunniasse le donne.
Disse di non saper neppure ciò che fosse la maldicenza.
A questo punto intervenni io per confermare che, nei lunghi anni in cui la conoscevo, non avevo mai sentita venir dalla sua bocca una parola che avesse neppur ricordato la maldicenza.
Sorrisi dicendo ciò perché mi parve di moverle un rimprovero.
Essa non era maldicente perché dei fatti altrui non s'occupava.
Dapprima, in piena salute, aveva pensato ai fatti proprii e, quando la malattia l'invase, non restò in lei che un piccolo posticino libero, occupato dalla sua gelosia.
Era una vera egoista, ma essa accolse la mia testimonianza con gratitudine.
Il Nilini finse di non prestar fede né a lei né a me.
Disse di conoscermi da molti anni e di credermi di una grande ingenuità.
Ciò mi divertí e divertí anche Ada.
Fui molto seccato invece quand'egli - per la prima volta dinanzi a terzi - proclamò ch'ero uno dei migliori suoi amici e che perciò mi conosceva a fondo.
Non osai protestare, ma da quella dichiarazione sfacciata mi sentii offeso nel mio pudore, come una fanciulla cui in pubblico fosse stato rimproverato di aver fornicato.
Io ero tanto ingenuo, diceva il Nilini, che Ada, con la solita furberia delle donne, avrebbe potuto fare della maldicenza in mia presenza senza ch'io me ne accorgessi.
A me parve che Ada continuasse a divertirsi a quei complimenti di carattere dubbio mentre poi seppi ch'essa lo lasciava parlare sperando si esaurisse e se ne andasse.
Ma ebbe un bell'attendere.
Quando Ada ritornò per la seconda volta, mi trovò con Guido.
Allora lessi sulla sua faccia un'espressione d'impazienza e indovinai ch'essa voleva proprio me.
Finché non ritornò, io mi baloccai coi miei soliti sogni.
In fondo essa da me non domandava amore, ma troppo frequentemente voleva trovarsi da sola a solo con me.
Per gli uomini era difficile d'intendere quello che le donne volevano anche perché esse stesse talvolta lo ignoravano.
Non mi derivò invece alcun nuovo sentimento dalle sue parole.
Essa, non appena poté parlarmi, ebbe la voce strozzata dall'emozione, ma non già perché avesse rivolta la parola a me.
Voleva sapere per quale ragione Carmen non fosse stata mandata via.
Io le raccontai tutto quanto ne sapevo, compreso quel nostro tentativo di procurarle un posto presso l'Olivi.
Essa fu subito piú calma perché quello che le dicevo corrispondeva esattamente a quanto gliene era stato detto da Guido.
Poi seppi che gli accessi di gelosia si seguivano da lei a periodi.
Venivano senza causa apparente e andavano via per una parola che la convincesse.
Mi fece ancora due domande: se era proprio tanto difficile di trovare un posto per un'impiegata e se la famiglia di Carmen si trovasse in tali condizioni da dipendere dal guadagno della fanciulla.
Le spiegai che infatti a Trieste era difficile allora di trovare del lavoro per le donne, negli uffici.
In quanto alla sua seconda domanda, non potevo risponderle perché della famiglia di Carmen io non conoscevo nessuno.
- Guido invece conosce tutti in quella casa, - mormorò Ada con ira e le lacrime le irorarono di nuovo le guancie.
Poi mi strinse la mano per congedarsi e mi ringraziò.
Sorridendo traverso le lacrime, disse che sapeva di poter contare su di me.
Il sorriso mi piacque perché certamente non era rivolto al cognato, ma a chi era legato a lei da vincoli segreti.
Tentai di dar prova che meritavo quel sorriso e mormorai:
- Quello ch'io temo per Guido non è Carmen, ma il suo giuoco alla Borsa!
Essa si strinse nelle spalle:
- Quello non ha importanza.
Ne parlai anche con mamma.
Papà giuocava anche lui alla Borsa e vi guadagnò tanti di quei denari!
Io rimasi sconcertato dalla risposta e insistetti:
- Quel Nilini non mi piace.
Non è mica vero ch'io sia suo amico!
Essa mi guardò sorpresa:
- A me pare un gentiluomo.
Anche Guido gli vuole molto bene.
Io credo, poi, che Guido sia ora molto attento ai suoi affari.
Ero ben deciso di non dirle male di Guido e tacqui.
Quando mi trovai solo non pensai a Guido, ma a me stesso.
Era forse bene che Ada finalmente m'apparisse quale una mia sorella e null'altro.
Essa non prometteva e non minacciava amore.
Per varii giorni corsi la città inquieto e squilibrato.
Non arrivavo a intendermi.
Perché mi sentivo come se Carla m'avesse lasciato in quell'istante? Non m'era avvenuto niente di nuovo.
Sinceramente credo ch'io abbia avuto sempre bisogno dell'avventura o di qualche complicazione che le somigli.
I miei rapporti con Ada non erano ormai piú complicati affatto.
Il Nilini dal suo seggiolone un giorno predicò piú del solito: dall'orizzonte s'avanzava un nembo, nient'altro che il rincaro del denaro.
La Borsa era tutt'ad un tratto satura e non poteva assorbire piú nulla!
- Gettiamoci del sodio! - proposi io.
L'interruzione non gli piacque affatto, ma per non dover arrabbiarsi, la trascurò: tutt'ad un tratto il denaro a questo mondo era divenuto scarso e perciò caro.
Egli era sorpreso che ciò avvenisse ora mentre egli l'aveva preveduto per un mese piú tardi.
- Avranno mandato tutto il denaro alla luna! - dissi io.
- Sono cose serie di cui non bisogna ridere, - affermò il Nilini guardando sempre il soffitto.
- Adesso si vedrà chi avrà l'anima del vero lottatore e chi invece al primo colpo soggiacerà.
Come non intesi perché il denaro a questo mondo potesse divenire piú scarso, cosí non indovinai che il Nilini ponesse Guido fra i lottatori di cui si doveva provare il valore.
Ero tanto abituato a difendermi dalle sue prediche con la disattenzione, che anche questa, che pur sentii, passò via senza neppur scalfirmi.
Ma pochi giorni appresso il Nilini intonò tutt'altra musica.
Era avvenuto un fatto nuovo.
Egli aveva scoperto che Guido aveva fatti degli affari con un altro agente di cambio.
Il Nilini cominciò col protestare in un tono concitato che egli non aveva mai mancato in nulla verso Guido, neppure nella dovuta discrezione.
Di questo egli voleva la mia testimonianza.
Non aveva tenuto celati gli affari di Guido persino a me ch'egli continuava a ritenere quale il suo miglior amico? Ma ormai egli era svincolato da qualunque riserbo e poteva gridarmi nelle orecchie che Guido era in perdita fino alla punta dei capelli.
Per gli affari ch'erano stati fatti col suo mezzo, egli assicurava che alla piú lieve miglioria si sarebbe potuto resistere e aspettare tempi migliori.
Era però enorme che alla prima avversità Guido gli avesse fatto torto.
Altro che Ada! La gelosia del Nilini era indomabile.
Io volevo avere da lui delle notizie ed egli invece si esasperava sempre piú e continuava a parlare del torto che gli era stato fatto.
Perciò, contro ogni suo proposito, egli continuò a rimanere discreto.
Nel pomeriggio trovai Guido in ufficio.
Era sdraiato sul nostro sofà in un curioso stato intermedio fra la disperazione e il sonno.
Gli domandai:
- Tu sei ora in perdita fino agli occhi?
Non mi rispose subito.
Levò il braccio col quale si copriva il volto sfatto e disse:
- Hai mai visto un uomo piú disgraziato di me?
Riabbassò il braccio e cambiò di posizione mettendosi supino.
Rinchiuse gli occhi e parve avesse già dimenticata la mia presenza.
Io non seppi offrirgli alcun conforto.
Davvero mi offendeva ch'egli credesse di essere l'uomo piú disgraziato del mondo.
Non era un'esagerazione la sua; era una vera e propria menzogna.
L'avrei soccorso se avessi potuto, ma mi era impossibile di confortarlo.
Secondo me neanche chi è piú innocente e piú disgraziato di Guido merita compassione, perché altrimenti nella nostra vita non ci sarebbe posto che per quel sentimento, ciò che sarebbe un grande tedio.
La legge naturale non dà il diritto alla felicità, ma anzi prescrive la miseria e il dolore.
Quando viene esposto il commestibile, vi accorrono da tutte le parti i parassiti e, se mancano, s'affrettano di nascere.
Presto la preda basta appena, e subito dopo non basta piú perché la natura non fa calcoli, ma esperienze.
Quando non basta piú, ecco che i consumatori devono diminuire a forza di morte preceduta dal dolore e cosí l'equilibrio, per un istante, viene ristabilito.
Perché lagnarsi? Eppure tutti si lagnano.
Quelli che non hanno avuto niente della preda muoiono gridando all'ingiustizia e quelli che ne hanno avuto parte trovano che avrebbero avuto diritto ad una parte maggiore.
Perché non muoiono e non vivono tacendo? È invece simpatica la gioia di chi ha saputo conquistarsi una parte esuberante del commestibile e si manifesti pure al sole in mezzo agli applausi.
L'unico grido ammissibile è quello del trionfatore.
Guido, poi! Egli mancava di tutte le qualità per conquistare od anche solo per tenere la ricchezza.
Veniva dal tavolo di giuoco e piangeva per aver perduto.
Non si comportava dunque neppure da gentiluomo e a me faceva nausea.
Perciò e solo perciò, nel momento in cui Guido avrebbe avuto tanto bisogno del mio affetto, non lo trovò.
Neppure i miei ripetuti propositi poterono accompagnarmi fin là.
Intanto la respirazione di Guido andava facendosi sempre piú regolare e rumorosa.
S'addormentava! Com'era poco virile nella sventura! Gli avevano portato via il commestibile e chiudeva gli occhi forse per sognare di possederlo tuttavia, invece di aprirli ben bene per vedere di strapparne una piccola parte.
Mi venne la curiosità di sapere se Ada fosse stata informata della disgrazia che gli era toccata.
Glielo domandai ad alta voce.
Egli trasalí ed ebbe bisogno di una pausa per assuefarsi alla sua disgrazia che improvvisamente rivide intera.
- No! - mormorò.
Poi rinchiuse gli occhi.
Certamente tutti coloro che sono stati duramente percossi inclinano al sonno.
Il sonno ridà le forze.
Stetti ancora a guardarlo esitante.
Ma come si poteva aiutarlo se dormiva? Non era questo il momento per dormire.
Lo afferrai rudemente per una spalla e lo scossi:
- Guido!
Aveva proprio dormito.
Mi guardò incerto con l'occhio ancora velato dal sonno eppoi mi domandò:
- Che vuoi? - Subito dopo, adirato, ripeté la sua domanda: - Che vuoi dunque?
Io volevo aiutarlo, altrimenti non avrei neppure avuto il diritto di destarlo.
M'arrabbiai anch'io e gridai che questo non era il momento di dormire perché bisognava affrettarsi di vedere come si avrebbe potuto correre ai ripari.
C'era da calcolare e discutere con tutti i membri della nostra famiglia e quelli della sua di Buenos Aires.
Guido si mise a sedere.
Era ancora un po' sconvolto di essere stato destato a quel modo.
Mi disse amaramente:
- Avresti fatto meglio di lasciarmi dormire.
Chi vuoi che ora m'aiuti? Non ricordi a quale punto dovetti giungere l'altra volta per avere quel poco di cui abbisognavo per salvarmi? Adesso si tratta di somme considerevoli! A chi vuoi mi rivolga?
Senza nessun affetto e anzi con l'ira di dover dare e privare me e i miei, esclamai:
- E non ci sono anch'io qui? - Poi l'avarizia mi suggerí di attenuare da bel principio il mio sacrificio:
- Non c'è Ada? Non c'è nostra suocera? Non possiamo unirci per salvarti?
Egli si levò e mi si appressò con l'evidente intenzione di abbracciarmi.
Ma era proprio questo ch'io non volevo.
Avendogli offerto il mio aiuto, avevo ora il diritto di rampognarlo, e ne feci l'uso piú largo.
Gli rimproverai la sua attuale debolezza eppoi anche la sua presunzione durata fino a quel momento e che l'aveva tratto alla rovina.
Aveva agito di propria testa non consultandosi con nessuno.
Tante volte io avevo tentato di avere sue comunicazioni per trattenerlo e salvarlo ed egli me le aveva rifiutate serbando la sua fiducia per il solo Nilini.
Qui Guido sorrise, proprio sorrise, il disgraziato! Mi disse che da quindici giorni egli non lavorava piú col Nilini essendosi fitto in capo che il grugno di costui gli portasse sventura.
Egli era caratterizzato da quel sonno e da quel sorriso: rovinava tutti attorno a sé e sorrideva.
M'atteggiai a giudice severo perché per salvare Guido bisognava prima educarlo.
Volli sapere quanto egli avesse perduto e m'arrabbiai quando mi disse di non saperlo esattamente.
M'arrabbiai ancora quand'egli mi disse una cifra relativamente piccola che poi risultò rappresentare l'importo che bisognava pagare alla liquidazione del quindici del mese da cui distavamo di soli due giorni.
Ma Guido asseriva che fino alla fine del mese c'era del tempo e che le cose potevano mutarsi.
La scarsezza del denaro sul mercato non sarebbe durata eternamente.
Gridai:
- Se a questo mondo manca il denaro, vuoi riceverne dalla luna? - Aggiunsi che non bisognava giocare neppure per un giorno di piú.
Non si doveva rischiare di veder aumentare la perdita già enorme.
Dissi anche che la perdita sarebbe stata divisa in quattro parti che avremmo sopportate io, lui (cioè suo padre), la signora Malfenti e Ada, che bisognava ritornare al nostro commercio privo di rischi e che non volevo mai piú vedere nel nostro ufficio né il Nilini né alcun altro sensale di cambio.
Egli, mite, mite, mi pregò di non gridare tanto, perché avremmo potuto essere sentiti dai vicini.
Feci un grande sforzo per calmarmi e vi riuscii anche a patto di poter dirgli a bassavoce delle altre insolenze.
La sua perdita era addirittura l'effetto di un crimine.
Bisognava essere un bestione per mettersi in frangenti simili.
Proprio mi pareva ch'era necessario egli subisse intera la lezione.
Qui Guido mitemente protestò.
Chi non aveva giocato in Borsa? Nostro suocero, ch'era stato un commerciante tanto solido, non era stato un giorno solo della sua vita privo di qualche impegno.
Eppoi - Guido lo sapeva - avevo giocato anch'io.
Protestai che fra gioco e gioco c'era una differenza.
Egli aveva rischiato alla Borsa tutto il suo patrimonio, io le rendite di un mese.
Mi fece un triste effetto che Guido tentasse puerilmente di liberarsi della sua responsabilità.
Egli asserí che il Nilini lo aveva indotto a giocare piú di quanto egli avesse voluto, facendogli credere di avviarlo ad una grande fortuna.
Io risi e lo derisi.
Il Nilini non era da biasimarsi perché faceva gli affari suoi.
E - del resto - dopo di aver lasciato il Nilini, non si era egli precipitato ad aumentare la propria posta col mezzo di un altro sensale? Avrebbe potuto vantarsi della nuova relazione se con essa si fosse messo a giocare al ribasso ad insaputa del Nilini.
Per riparare non poteva certo bastare di cambiare di rappresentante e continuare sulla stessa via perseguitato dallo stesso malocchio.
Egli volle indurmi finalmente a lasciarlo in pace, e, con un singhiozzo nella gola, riconobbe di aver sbagliato.
Cessai dal rampognarlo.
Ora mi faceva veramente compassione e l'avrei anche abbracciato se egli avesse voluto.
Gli dissi che mi sarei occupato subito di provvedere il denaro che io dovevo fornire e che avrei potuto anche occuparmi di parlare con nostra suocera.
Egli, invece, si sarebbe incaricato di Ada.
La mia compassione aumentò quand'egli mi confidò che volentieri avrebbe parlato con nostra suocera in vece mia, ma che lo tormentava di dover parlare con Ada.
- Tu sai come son fatte le donne! Gli affari non li capiscono o soltanto quando finiscono bene! - Egli non avrebbe parlato affatto e avrebbe pregata la signora Malfenti d'informarla lei di tutto.
Questa decisione l'alleggerí grandemente e uscimmo insieme.
Lo vedevo camminare accanto a me con la testa bassa e mi sentivo pentito di averlo trattato con tanta rudezza.
Ma come fare altrimenti se lo amavo? Doveva pur ravvedersi, se non voleva andare incontro alla sua rovina! Come dovevano essere fatte le sue relazioni con la moglie se temeva tanto di parlare con lei!
Ma intanto egli scoperse un modo per indispettirmi di nuovo.
Camminando aveva trovato di perfezionare il piano che gli era tanto piaciuto.
Non soltanto egli non avrebbe avuto da parlare con la moglie, ma avrebbe fatto in modo di non vederla per quella sera, perché sarebbe subito partito per la caccia.
Dopo quel proposito, fu libero da ogni nube.
Pareva fosse bastata la prospettiva di poter recarsi all'aria aperta, lontano da ogni pensiero, per avere l'aspetto di trovarvisi diggià e di goderne pienamente.
Io ne fui indignato! Con lo stesso aspetto, certo, avrebbe potuto ritornare in Borsa per riprendervi il giuoco nel quale rischiava la fortuna della famiglia e anche la mia.
Mi disse:
- Voglio concedermi quest'ultimo divertimento e t'invito di venire con me a patto che tu prenda l'impegno di non rammentare con una sola parola gli avvenimenti di oggi.
Fin qui aveva parlato sorridendo.
Dinanzi alla mia faccia seria, si fece piú serio anche lui.
Aggiunse:
- Vedi anche tu che ho bisogno di un riposo dopo un colpo simile.
Poi mi sarà piú facile di riprendere il mio posto nella lotta.
La sua voce s'era velata di un'emozione della cui sincerità non seppi dubitare.
Perciò seppi rattenere il mio dispetto o manifestarlo solo col rifiuto del suo invito, dicendogli che io dovevo restare in città per provvedere al denaro necessario.
Era già un rimprovero il mio! Io, innocente, restavo al mio posto, mentre lui, il colpevole, poteva andare a spassarsela.
Eravamo giunti dinanzi alla porta di casa della signora Malfenti.
Egli non aveva piú ritrovato l'aspetto di gioia per il divertimento di alcune ore che l'aspettava e, finché rimase con me, conservò stereotipata sulla faccia l'espressione del dolore cui io l'avevo richiamato.
Ma prima di lasciarmi, trovò uno sfogo in una manifestazione d'indipendenza e - come a me parve - di rancore.
Mi disse ch'era veramente stupito di scoprire in me un tale amico.
Esitava di accettare il sacrificio che gli volevo portare e intendeva (proprio intendeva) ch'io sapessi ch'egli non mi riteneva impegnato in alcun modo e ch'ero perciò libero di dare o non dare.
Son sicuro di aver arrossito.
Per levarmi dall'imbarazzo gli dissi:
- Perché vuoi ch'io desideri di ritirarmi quando pochi minuti or sono senza che tu m'abbia chiesto nulla, mi son profferto di aiutarti?
Egli mi guardò un po' incerto eppoi disse:
- Giacché lo vuoi, accetto senz'altro e ti ringrazio.
Ma faremo un contratto di società nuovo del tutto, perché ognuno abbia quello che gli compete.
Anzi se ci sarà lavoro e vorrai continuare ad attendervi, dovrai avere il tuo salario.
Metteremo la nuova società su tutt'altra base.
Cosí non avremo piú da temere altri danni dall'aver occultata la perdita del nostro primo anno d'esercizio.
Risposi:
- Questa perdita non ha piú alcuna importanza e non devi pensarci piú.
Cerca ora di mettere dalla parte tua nostra suocera.
Questo e null'altro per adesso importa.
Cosí ci lasciammo.
Io credo di aver sorriso dell'ingenuità con cui Guido manifestava i suoi piú intimi sentimenti.
Egli m'aveva tenuto quel lungo discorso solo per poter accettare il mio dono senz'aver da manifestarmi della gratitudine.
Ma io non pretendevo nulla.
Mi bastava di sapere che tale riconoscenza egli proprio me la doveva.
Del resto, staccatomi da lui, anch'io sentii un sollievo come se fossi andato appena allora all'aria libera.
Sentivo veramente la libertà che m'era tolta per i propositi di educarlo e rimetterlo sulla buona strada.
In fondo il pedagogo è incatenato peggio dell'alunno.
Ero ben deciso di procurargli quel denaro.
Naturalmente non so dire se lo facessi per affetto a lui o ad Ada, o forse per liberarmi da quella piccola parte di responsabilità che poteva toccarmi per aver lavorato nel suo ufficio.
Insomma avevo deciso di sacrificare una parte del mio patrimonio e ancora oggidí guardo a quel giorno della mia vita con una grande soddisfazione.
Quel denaro salvava Guido e a me garantiva una grande tranquillità di coscienza.
Camminai fino a sera nella piú grande tranquillità e cosí perdetti il tempo utile per andar a rintracciare alla Borsa l'Olivi cui dovevo rivolgermi per procurarmi una somma cosí forte.
Poi pensai che la cosa non fosse tanto urgente.
Io avevo parecchio denaro a mia disposizione e quello bastava intanto per partecipare alla regolazione che si doveva fare il quindici del mese.
Per la fine del mese avrei provveduto piú tardi.
Per quella sera non pensai piú a Guido.
Piú tardi, e cioè quando i bambini furono coricati, m'accinsi varie volte a dire ad Augusta del disastro finanziario di Guido e del danno che doveva riverberarne a me, ma poi non volli seccarmi con discussioni e pensai sarebbe meglio mi riservassi di convincere Augusta nel momento in cui la regolazione di quegli affari sarebbe stata decisa da tutti.
Eppoi mentre Guido stava divertendosi sarebbe stato curioso che io mi fossi seccato.
Dormii benissimo e, alla mattina, con la tasca non molto carica di denaro (ci avevo l'antica busta abbandonatami da Carla e che fino ad allora religiosamente avevo conservato per lei stessa o per qualche sua erede e qualche po' di altro denaro che avevo potuto prelevare da una Banca) mi recai in ufficio.
Passai la mattina a leggere giornali, fra Carmen che cuciva e Luciano che s'addestrava in moltipliche e addizioni.
Quando ritornai a casa all'ora della colazione, trovai Augusta perplessa e abbattuta.
La sua faccia era coperta da quel grande pallore che non si produceva che per dolori che le provenivano da me.
Mitemente mi disse:
- Ho saputo che hai deciso di sacrificare una parte del tuo patrimonio per salvare Guido! Io so che non avevo il diritto di esserne informata...
Era tanto dubbiosa del suo diritto che esitò.
Poi riprese a rimproverarmi il mio silenzio:
- Ma è vero ch'io non sono come Ada, perché mai mi sono opposta alla tua volontà.
Ci volle del tempo per apprendere quello ch'era avvenuto.
Augusta era capitata da Ada quando stava discutendo la quistione di Guido con la madre.
Vedendola, Ada s'era abbandonata ad un gran pianto e le aveva detto della mia generosità ch'essa assolutamente non voleva accettare.
Aveva anzi pregata Augusta d'invitarmi a desistere dalla mia profferta.
M'accorsi subito che Augusta soffriva della sua antica malattia, la gelosia per la sorella, ma non vi diedi peso.
Mi sorprendeva l'attitudine assunta da Ada:
- Ti parve risentita? - domandai facendo tanto d'occhi per la sorpresa.
- No! No! Non offesa! - gridò la sincera Augusta.
- Mi baciò e abbracciò...
forse perché abbracci te.
Pareva un modo di esprimersi assai comico.
Essa mi guardava, studiandomi, diffidente.
Protestai.
- Credi che Ada sia innamorata di me? cosa ti salta in testa?
Ma non riuscii a calmar Augusta la cui gelosia mi seccava orribilmente.
Sta bene che Guido a quell'ora non era piú a divertirsi e passava certamente un brutto quarto d'ora fra sua suocera e sua moglie ma ero seccatissimo anch'io e mi pareva di dover soffrir troppo essendo del tutto innocente.
Tentai di calmare Augusta facendole delle carezze.
Essa allontanò la sua faccia dalla mia per vedermi meglio e mi fece dolcemente un mite rimprovero che mi commosse molto:
- Io so che ami anche me, - mi disse.
Evidentemente lo stato d'animo di Ada non aveva importanza per lei, ma il mio ed ebbi un'ispirazione per provarle la mia innocenza:
- Ada è dunque innamorata di me? - feci ridendo.
Poi staccatomi da Augusta per farmi veder meglio, gonfiai un po' le guancie e spalancai in modo innaturale gli occhi cosí da somigliare ad Ada malata.
Augusta mi guardò stupita, ma presto indovinò la mia intenzione.
Fu colta da uno scoppio d'ilarità di cui subito si vergognò.
- No! - mi disse, - ti prego di non deriderla.
- Poi confessò, sempre ridendo, ch'ero riuscito di imitare proprio quelle protuberanze che davano alla faccia di Ada un aspetto tanto sorprendente.
Ed io lo sapevo perché imitandola m'era parso di abbracciare Ada.
E quando fui solo, piú volte ripetei quello sforzo con desiderio e disgusto.
Nel pomeriggio andai all'ufficio nella speranza di trovarvi Guido.
Ve l'attesi per qualche tempo eppoi decisi di recarmi a casa sua.
Dovevo pur sapere se era necessario di domandare del denaro all'Olivi.
Dovevo compiere il mio dovere per quanto mi seccasse di rivedere Ada alterata una volta di piú dalla riconoscenza.
Chissà quali sorprese mi potevano ancora provenire da quella donna!
Sulle scale della casa di Guido m'imbattei nella signora Malfenti che pesantemente le saliva.
Mi raccontò per lungo e per largo quanto fino ad allora era stato deciso nell'affare di Guido.
La sera prima s'erano divisi circa d'accordo nella convinzione che bisognava salvare quell'uomo che aveva una disdetta disastrosa.
Soltanto alla mattina Ada aveva appreso ch'io dovevo collaborare a coprire la perdita di Guido e s'era recisamente rifiutata di accettare.
La signora Malfenti la scusava:
- Che vuoi farci? Essa non vuole caricarsi del rimorso di aver impoverita la sua sorella prediletta.
Sul pianerottolo, la signora si fermò per respirare e anche per parlare, e mi disse ridendo che la cosa sarebbe finita senza danno per nessuno.
Prima di colazione, lei, Ada e Guido s'erano recati per averne consiglio da un avvocato, vecchio amico di famiglia e ora anche tutore della piccola Anna.
L'avvocato aveva detto che non occorreva pagare perché per legge non vi si era obbligati.
Guido s'era vivamente opposto parlando di onore e di dovere, ma senza dubbio, una volta che tutti, compresa Ada, decidevano di non pagare, anche lui avrebbe dovuto rassegnarvisi.
- Ma la sua ditta alla Borsa sarà dichiarata bancarotta? - dissi io perplesso.
- Probabilmente! - disse la signora Malfenti con un sospiro prima d'imprendere la salita dell'ultima scala.
Guido dopo colazione usava di riposare e perciò fummo ricevuti dalla sola Ada in quel salottino ch'io conoscevo tanto bene.
Al vedermi essa fu per un istante confusa, per un solo istante, ch'io però afferrai e ritenni, chiaro, evidente, come se la sua confusione mi fosse stata detta.
Poi si fece forza e mi stese la mano con un movimento deciso, virile, che doveva cancellare l'esitazione femminea che l'aveva precorso.
Mi disse:
- Augusta ti avrà detto come io ti sia riconoscente.
Non saprei ora dirti quello che sento perché sono confusa.
Sono anche malata.
Sí, molto malata! Avrei di nuovo bisogno della casa di salute di Bologna!
Un singhiozzo l'interruppe:
- Ti domando ora un favore.
Ti prego di dire a Guido che neppure tu sei al caso di dargli quel denaro.
Cosí ci sarà piú facile d'indurlo a fare quello che deve.
Prima aveva avuto un singhiozzo ricordando la propria malattia; singhiozzò poi di nuovo prima di continuare a parlare del marito:
- È un ragazzo, e bisogna trattarlo come tale.
Se egli sa che tu consenti di dargli quel denaro, s'ostinerà ancora maggiormente nella sua idea di sacrificare anche il resto inutilmente.
Inutilmente, perché oramai sappiamo con assoluta certezza che il fallimento in Borsa è permesso.
L'ha detto l'avvocato.
Mi comunicava il parere di un'alta autorità senza domandarmi il mio.
Come vecchio frequentatore di Borsa, il mio parere, anche accanto a quello dell'avvocato, avrebbe potuto avere il suo peso, ma non ricordai neppure il mio parere seppure ne avevo uno.
Ricordai invece che venivo messo in una posizione difficile.
Io non potevo ritirarmi dall'impegno che avevo preso con Guido: era in compenso di quell'impegno, che m'ero creduto autorizzato di gridargli nelle orecchie tante insolenze, intascando cosí una specie d'interessi sul capitale che ora non potevo piú rifiutargli.
- Ada! - dissi esitante.
- Io non credo di potermi disdire cosí da un giorno all'altro.
Non sarebbe meglio che tu convincessi Guido di fare le cose come le desideri tu?
La signora Malfenti con la grande simpatia che sempre mi dimostrava, disse che intendeva benissimo la mia speciale posizione e che del resto, quando Guido si sarebbe visto messo a disposizione soltanto un quarto dell'importo di cui abbisognava, avrebbe pur dovuto adattarsi al loro volere.
Ma Ada non aveva esaurite le sue lacrime.
Piangendo con la faccia celata nel fazzoletto, disse:
- Hai fatto male, molto male di fare quell'offerta veramente straordinaria! Ora si vede quanto male hai fatto!
Mi pareva esitante fra una grande gratitudine e un grande rancore.
Poi soggiunse che non voleva si parlasse mai piú di quella mia offerta e mi pregava di non provvedere quel denaro, perché essa m'avrebbe impedito di darlo o avrebbe impedito a Guido di accettarlo.
Ero tanto imbarazzato che finii col dire una bugia.
Le dissi cioè che quel denaro io l'avevo già procurato e accennai alla mia tasca di petto dove giaceva quella busta dal peso tanto lieve.
Ada mi guardò questa volta con un'espressione di vera ammirazione di cui forse mi sarei compiaciuto se non avessi saputo di non meritarla.