LA GIOVINEZZA, di Francesco De Sanctis - pagina 24
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Mi tirò a dritta della Prefettura, per una brutta discesa, ch'io non avevo vista mai.
E cammina cammina, mi trovai ingolfato tra vicoli fetenti che vedevo per la prima volta.
"Ma dove andiamo?" Diss'io infine, rinnegata la pazienza e turandomi il naso.
E lei, con la vocina rauca di uno strumento scordato, disse: "E mi volete lasciar cosí in queste brutte vie, signor cavaliere?" Io ansava per il caldo, avevo ritirato il braccio e la guardava fiso.
Era una strega, con la faccia di un rosso carico, che pareva un empiastro.
C'era in quella fisonomia non so che d'equivoco.
Stetti per dirle: "Vai al diavolo!"; ma la mia naturale delicatezza mi tenne.
E lei diceva: "Via, siate buono; avete fatto il piú, fate il meno, solo pochi passi".
Andammo ancora un bel tratto, scendendo verso la Marinella, e ci fermammo a un uscio.
Lei disse: "Fatemi ancora una grazia; accompagnatemi quassú; faccio una visita, e poi vi lascio".
Entrammo in un salotto, dov'erano certe figure, gente di cattivo odore, come a dire falsarii di carte, usurai e simil risma.
Lei entrò con impeto e disse: "Ecco, vi presento il signor contino".
"Ah!" fecero quelli, e s'inchinarono.
"Avete visto? - gridò la strega.
- O ch'io era un cencio? o ch'io dicevo bugie?" E gridava per cento, e voleva ragione.
Io stavo come un asino in mezzo ai suoni, e non ci capivo nulla, e non volli svergognare la sgualdrina.
Quelli facevano scuse, e si tirarono con lei da parte, e parlarono a bassa voce.
Poi la mi disse: "Andiamo, signor contino".
Io aveva una grande stizza in corpo.
Giunti in istrada, lei con un riso di caricatura mi disse: "Signor contino! signor contino!" E a me usci di bocca finalmente: "Vai al diavolo!" E, volte le spalle, studiai il passo, dicendo: "Dunque, allons, torniamo alla lezione!" Il dí appresso raccontai ai giovani come io era stato conte per un quarto d'ora, e fecero le grandi risa, ammirando la mia semplicità.
Capitolo VENTESIMOQUARTO
CAMILLO DE MEIS E LA MIA SCUOLA
La mia casa era cosí silenziosa, che mi ci pareva naufragare.
E quando seppi che voleva abitare con me un giovane appartenente a una famiglia stretta d'antica amicizia con la mia ci ebbi gusto.
E fu un vero acquisto.
Costui era Giambattista Mauro, di Andretta, un paese prossimo al mio.
Veniva a fare i suoi studi, ai quali si diede con una serietà superiore agli anni.
Semplice, modesto, sobrio di parole, di carattere facile e paziente, mi fu dolce compagno, e la compagnia si mutò presto in una stretta amicizia, fondata sulla stima.
Mi pagava dodici ducati al mese.
Piú tardi capitò un greco, certo Giovanni M...
Educato a Parigi, veniva in Napoli per compiere i suoi studi, affidato alle mie cure.
Mi offerse cinquanta ducati al mese.
Questo mi fece aprir gli occhi.
Mi parve una somma enorme, e quasi un tesoro venutomi da qualche zio d'America.
Quei cinquanta ducati mi parevano una ricchezza inconsumabile, e, per fare onore all'ospite, non guardai a spese.
Gli diedi la piú bella stanza e provvidi che il desinare fosse lauto.
Era un giovane sveltissimo e vivacissimo, l'allegria della casa.
La natura lo aveva fatto a grandi cose, ma i quattrini e Parigi avevano guasta l'opera della natura.
Crebbe frivolo, superficiale; faceva dello spirito; motteggiava con frizzi spesso volgari.
Suo bersaglio era principalmente Giambattista, che gli passava tutto con un mezzo riso, tenendosi sempre dalla sua.
Prendeva aria di gran signore, affettava una superiorità benevola, che si esalava nei motteggi fatti con certo garbo di giovane a modo.
C'era in quel suo riso un'amabilità che troncava le punte, e non ti dava modo di mostrarti offeso.
Era un buon compagnone e un buontempone, vago di sollazzi tra gioviali brigate.
Giambattista era il contrapposto di lui; la sua serenità era in contrasto grottesco con quella leggerezza capricciosa del greco.
Veniva anche alla scuola; ma il suo spirito vi rimaneva estraneo, e stava lí solo per far raccolta di sali e di motti.
Soleva mettere in caricatura tutti i nobili sentimenti; era come il diavolo in chiesa.
Se la pigliava alcuna volta col povero don Francesco: non sapeva cosa ci venisse a fare lui, in quella età.
Religione, patria, libertà, scienza, tutto ciò che faceva risuonare le nostre anime, rimaneva senza eco in quello spirito mobile.
Nondimeno gli volevano bene, conversavano volentieri con lui, e lo trovavano un buon amico.
Parecchi gli si attaccavano ai panni, e facevano le scampagnate con lui, tutto contento di fare le spese.
Questo diavoletto mutò le mie abitudini.
Da modesto nel vivere e severo nel volto, mi fece allegro per forza, e prodigo.
Vedendo che gli piaceva la compagnia, a tavola non mancavano mai invitati, amici suoi o miei.
Si faceva del chiasso, si consumavano allegramente i cinquanta ducati.
Sopraggiunse il babbo, che faceva lui solo per tre giovinotti, e inventava sollazzi e facezie, in buonissima lega col greco.
Spiccava tra gli altri un don Raffaele, che mi veniva sempre incontro con le braccia tese, gridando: "allegramente!", come per darmi animo a essere de' loro.
Costui finí con istallarsi a casa, pigliandosi la sua camera senza cerimonie, con aria di comando, come se il padrone di casa fosse lui.
Per un tal modo di vita mi sarebbe occorsa una persona sicura, affezionata e proba; ma la casa era in mano alla servitú, e nessuno ci aveva l'occhio, e tanto meno io, assorto negli studi.
Fra tanti chiassi s'insinuava una nebbia di dissipazione e di disordine, che mi dava il capogiro.
Ma questo turbinío rimaneva al di fuori di me, non mi scalfiva neppure.
Il mio naturale tranquillo e concentrato resisteva senza alcuno sforzo alla corrente, e rimanevo sempre io.
Non perciò facevo il Catone, ché non era il mio costume; anzi avevo una grande indulgenza.
I motteggi non mi destavano collera, e gli scherzi anche grossolani non m'impazientivano.
Un risolino, un'alzatina di spalla era la mia risposta.
Perciò non perdevo autorità e non destavo antipatia.
Stavo tra loro di buonissima voglia, senza confondermi con loro.
Medicina efficace era la scuola, che tirava a sé tutto me.
In quell'anno la scuola s'era molto popolata.
V'erano intervenuti giovani d'ingegno, che spiccavano in quella grande moltitudine.
Era già venuto Carlo Pavone, giovane bonario e affezionato, concittadino di Magliani.
Da Molfetta mi vennero i fratelli De Judicibus, Orazio Pansini, Felice Nisio, Samarelli.
Di Calabria vennero Giuseppe De Luca, Liborio Menichini, Francesco Corabi, i fratelli Mazza, Diomede Marvasi.
Venne da Venosa Luigi La Vista, da Spinazzola Michele Agostinacchia, e da Sarno Vincenzo Siniscalchi con parecchi altri.
Ci vennero anche due frati, padre Juppa e padre Smith, ch'ebbero il ben venuto e furono tra i piú studiosi.
Questa eletta schiera diede il tono alla scuola.
Io li chiamavo il mio stato maggiore.
Era visibile il progresso, soprattutto nei componimenti e nella critica.
Non era piú quistione solo di lingua e di stile: i giovani si addestravano a cercare nelle viscere dell'argomento, a trovarvi la situazione, e da quella derivavano la bontà o il difetto del lavoro.
Questo li tirava all'unità del disegno, all'ossatura e al congegno delle parti.
Lo stile veniva in ultimo, ed era esaminato non solo in sé, ma piú in relazione all'argomento.
Quando la conclusione della critica era questa formola: "la situazione è sbagliata", l'autore si faceva pallido, il lavoro era giudicato essenzialmente cattivo.
Nei giudizi il piú indulgente ero io, che trovavo sempre nei lavori piú mediocri qualche pregio, il quale mi apriva l'adito a parole di conforto e d'incoraggiamento.
Questa maniera di critica riusciva barocca presso gl'ingegni comuni, inetti a orientarsi e a guardare il lavoro nella sua sostanza, pedanti nel loro rigore e facili a dire: "La situazione è sbagliata".
"Ciò che vi è di sbagliato, - dicevo io allora, - è la vostra critica".
Un giudizio buono era un avvenimento, come un buon lavoro.
Si dice che i giovani sono i migliori giudici dei professori, ed è vero, ed io ci credevo molto.
Il livello infatti s'era tanto alzato, ch'io mi misi in pensiero, e misuravo le cose e le parole, perché essi, sincerissimi e attentissimi, talora mi guardavano con un'aria impersuasa, alzando il muso con un atto che voleva dire: "Questa volta non ha dato nel segno".
Io mi ripetevo, rincalzavo, mi spiegavo meglio; ma la mia coscienza si avviliva in quel mio armeggiare, e la mia sincerità mi dipingeva sul volto la mia condanna.
Questo mi rendeva piú preziosa la loro approvazione, ugualmente sincera, e mi stimolava a raccogliermi e a studiar bene.
Non era in verità cosa facile imbroccare la situazione, guardando, nel fare la critica, la cosa da quei lati che l'argomento richiedeva.
Talora si rimaneva troppo sul generale e s'ingrandiva il quadro, e questo avveniva per lo piú con frequenti richiami da parte mia.
Qualche volta ci capitavo io, ed il loro volto diceva: "Ecco, anche lui ha incespicato".
I due che avevano acquistato piú autorità erano Magliani e De Meis.
Magliani era un po' secco, ma preciso e serrato.
Però il suo dire non andava al cuore e non destava entusiasmo.
De Meis era insinuante, incisivo, facile all'emozione, e guadagnava gli animi e suscitava le approvazioni.
Una sera la scuola era molto animata.
Io ero di buonissimo umore, e lessi la Griselda del Boccaccio.
Feci parecchie osservazioni piccanti, e scelsi tre giovani perché studiassero la novella e ne facessero la critica.
Tra questi era De Meis, che si scusò allegando le sue occupazioni, ma insieme ci annunziò un suo lavoro.
Era il primo suo lavoro in iscuola.
Successe uno di quei movimenti di attenzione che segnalano qualcosa di straordinario.
Egli cominciò adagino, con quella sua voce che anche oggi tocca il cuore, senza ombra di ostentazione o pretensione, semplice nello scrivere, com'era nella vita.
Si trattava di uno studente venuto in Napoli e divenuto un giocatore.
Il giovane era studioso, ma, capitato in mala compagnia, fu tratto al vizio.
Sul principio il racconto procedeva liscio, ma sempre filato e nutrito, non stagnava mai e non divagava, l'attenzione era sostenuta.
Poi, nella storia di quella depravazione progressiva si notarono certe finezze di gradazione, che rivelavano un ingegno superiore.
Cominciò nell'uditorio uno di quei movimenti di soddisfazione, che si sentono e non si descrivono.
Era un senso indefinito di ammirazione, che scoppiò in voci di applauso quando il giovane autore, con uno stile colorito e pittoresco, ci mostrò il giovane, sprofondato nel gioco, che "metteva la sua anima su quattro carte dipinte".
Quel motto fece cosí viva impressione, che non l'ho dimenticato piú.
Quando finí, gli fummo tutti attorno, e io mi levai e gli andai incontro, e dissi: "Ecco un'altra rivelazione".
Ebbe un'ovazione, in mezzo alla quale egli si faceva piccino, quasi per sfuggire a quel trionfo.
De Meis divenne l'anima della scuola.
Lo stimavano per il suo ingegno e per la sua coltura straordinaria, e lo amavano per la bontà della sua natura.
Anima pura e ideale, accompagnava la rettitudine e severità dei princípi con un'amabile indulgenza, che gli amicava anche i piú rozzi.
Partecipe a tutti i sollazzi giovanili, piú per compiacenza che per desiderio, aperto all'amicizia, salí in tale fiducia e in tale dimestichezza, che divenne il confidente intimo di quella gioventú.
Pure serbò tanta modestia, che sembrava lui solo ignorasse quello ch'egli valeva.
La scuola s'era arricchita di altri valorosi.
C'era venuto Francesco Saverio Arabia, Cirillo di Trani, Paolo Kangian; e tutti si strinsero intorno a De Meis.
Questo nucleo di giovani, mantenutosi saldo insino a che durò la scuola, divenne il punto fermo, intorno al quale girava tutto il resto.
La scuola prese un'aria di famiglia, penetrata da un solo spirito.
Non ricordo mai che un giovane si fosse incollerito della critica fatta al suo lavoro, anche severissima; anzi nacque il costume che si andava a ringraziare l'autore della critica, e seguiva uno scambio di cortesie.
Questo ingentiliva gli animi piú zotici, e li disponeva a sentimenti nobili.
C'eravamo tutti alzati in un'atmosfera elevata, alla quale non pervenivano i rumori della vita comune.
Una volta si sentí non so che diverbio in sala, e tutti vi prestavano orecchio.
Io feci il volto severo, e citai il verso di Dante:
Ché voler ciò udire è bassa voglia.
Si fecero un pizzico.
E non avvenne mai piú cosa simile.
In mezzo a loro io non prendeva aria professorale.
Stavo come amico tra amici, alla buona e in tutta dimestichezza.
Ma la mia natura concentrata mi teneva lontano da soverchia familiarità; c'era non so che cosa nell'aria del volto, che non consentiva altrui un soverchio abbandono, e mi manteneva il rispetto.
Quando poi si usciva dalle conversazioni e cominciava la lezione, io mi trasformavo addirittura.
Avevo un concetto cosí alto della mia missione, che il mio magistero mi pareva un sacerdozio.
Avevo gli occhi bassi, la mente in travaglio, insino a che, preso l'aíre, gli occhi s'illuminavano e la voce s'intonava.
Tutto questo avveniva con tanta serietà e con tanta sincerità, che produceva una certa comunione delle anime, e non si sentiva un zitto.
Questa era un'aureola che manteneva il mio prestigio, sí che bastava una voltata d'occhio per farmi ubbidire.
Non mi ricordo mai che nessuno mi abbia risposto.
Ciascun uomo ha il suo ritornello.
E il mio ritornello era il disprezzo del luogo comune e il disprezzo del plebeo.
Il maggior dispiacere che potesse avere un giovane era il sentirsi a dire di qualche suo lavoro: "L'è un luogo comune".
Ed era una trafittura quando si sentiva dire: "I sentimenti sono plebei".
Questo dava una impronta singolare alla scuola.
Si abborriva dal mediocre; si mirava alla eccellenza.
Io era incontentabile; solevo dire: "Mi contento per ora", mostrando loro un piú alto segno.
Dicevo che il vero ingegno non s'acqueta mai, e poggia sempre piú alto.
Questo teneva in moto continuo l'intelletto, e lo sforzava a cose nuove.
Qualcuno mi osservò che ponevo la mira troppo alta, ove non arrivavano che i pochi; ma non c'era verso, l'impulso era dato.
Dotato di molta pazienza, mosso da un gran desiderio del bene, tentai un corso speciale per i meno provetti, ritornando alle cose grammaticali, e dettandone un sunto.
Ma se ne cavò poco frutto.
Ciascuno mirava là dove splendevano gli astri maggiori, e avveniva che talora in lavori a grandi pretensioni si notavano scorrezioni grossolane, anche sgrammaticature.
Se però il profitto non era uguale, il buono indirizzo giovava a tutti, stimolando le forze dello spirito.
Quello che volevo nello scrivere, volevo anche nella vita.
Dicevo che lo scrittore dee concordare con l'uomo, e perciò anche nell'uomo volevo il disprezzo del comune e del plebeo.
Ciò io chiamavo dignità personale.
In questa parola compendiavo tutta la moralità, e dicevo che la dignità era la chiave della vita.
Contravveniva alla dignità la menzogna, ch'io perseguitava cosí nello scrivere come nell'azione.
"La menzogna nello scrivere, - dicevo, - è roba da retori e da pedanti".
Ero cosí inflessibile, che dannavo non solo gli ornamenti e i ricami, che chiamavo il belletto e il rossetto dello scrivere; ma anche le frasi convenzionali e usuali di una ostentata benevolenza.
Parimenti inflessibile ero nella vita, e dicevo che la menzogna era la negazione della propria personalità, un atto di vigliaccheria.
Con lo stesso zelo flagellavo ogni atto basso e volgare, come la cortigianeria, la ciarlataneria, l'intrigo, la violenza, la superbia.
Dicevo che l'orgoglio è il sentimento della dignità, ed è nell'uomo e nella donna la guardia della virtú, e chiamavo la superbia una maschera della dignità, una menzogna.
"La vita, - dicevo, - è una missione determinata dalle forze che ciascun uomo ha sortito da natura, e che ha il dovere di svolgere secondo i grandi fini dell'umanità: la scienza, la giustizia, l'arte, che con parole del tempo si chiamavano il vero, il buono, il bello.
La dignità non è cosa passiva, e non è cosa esteriore; il decoro è la sua apparenza, non è lei.
La dignità è uno sforzo verso il meglio, che nobilita la persona".
Queste idee mi venivano fuori, non in forma di lezione, ma secondo l'occasione, e trovavano il loro luogo specialmente nella critica degli autori e nelle mie prolusioni.
Ho trovato nelle mie vecchie carte vari brani d'un discorso che pronunziai in quell'anno.
Voglio riferirne alcuni, che daranno un concetto della scuola: "Ed ecco, noi siamo qui insieme un'altra volta: amico, rivedo gli amici miei.
Con questa cara parola ci separammo l'ultima volta, e questa cara parola mi ritorna ora sul labbro.
Voi, giovani, che qui la prima volta venite, specchiatevi in coloro ch'io ho chiamati col nome di amici miei; e il loro esempio vi mostri che delle lettere il primo frutto è gentilezza; e ricordatevi che spesso la bontà genera la sapienza e il cuore ispira la mente.
Questo è il fondamento della nostra scuola; e quando vi sarete avvezzi a scrivere quello che avete prima sentito, voi non descriverete piú battaglie, assedi, tempeste, tombe e cimiteri, e non scriverete piú lettere di complimenti, di congratulazioni, di lode, voi, giovani sdegnosi dell'adulare, e schivi di quelle civili menzogne che chiamano cerimonia e convenevoli.
No: preparatevi a scrivere con verità e naturalezza, serbando inviolata in voi l'umana dignità.
Sia questo il principio e l'insegna della nostra scuola".
Queste idee non erano rettorica, anzi talora mi venivano di rimbalzo dalla stessa scuola.
Alitava sopra tutti uno spirito pieno d'amore, come direbbe Dante, il quale ci teneva stretti intorno alla bandiera, alti sulla vita comune.
L'esempio piú puro e piú attraente era Camillo De Meis, carattere eroico nella maggiore naturalezza.
Capitolo ventesimoquinto
LA RETTORICA
In questo tempo feci lezioni sulla rettorica, o piuttosto sull'anti-rettorica.
Dissi che la rettorica ha per base l'arte del ben pensare, e perciò non può insegnarsi che ai già provetti nelle discipline filosofiche.
Fu essa una invenzione e quasi un gioco dei Sofisti, i quali, separando le forme del dire dallo spirito che le avea generate, e nel quale sono vive e in atto, avevano fatto di quelle un morto repertorio.
Di qui nacque l'indifferenza verso il contenuto, e il disprezzo della verità, trattando essi tutte le cause buone e cattive, e lodando l'abilità e il talento del dicitore anzi che la sua scienza e la sincerità.
Contro questa prostituzione si armò la collera di Socrate, che flagellò come violazione dell'umana coscienza questi lenocinii dell'arte.
Le regole rettoriche non hanno la loro verità che nelle forme del pensiero, materia della logica.
Ma come la rettorica non ti dà il ben dire, cosí neppure la logica ti dà il ben pensare, essendo le sue forme staccate da quel centro di vita che si chiama lo spirito.
Non perciò le regole sono inutili; anzi sono buone a consultare, come si fa un dizionario di parole o di frasi o di rime.
Anche un cinquecentista credette di potere insegnare a scrivere de omnibus rebus, elaborando un dizionario di tutti gli oggetti.
Tutto questo è un materiale grezzo, che dee riempire la memoria e divenire come l'arsenale dello spirito; ma, nell'atto dello scrivere, lo spirito dee mantenersi libero e guardare e ispirarsi nell'argomento, e guai a colui che cerca aiuto nei dizionari.
Ricordavo il motto di Orazio, che lo scrittore dee per prima cosa studiare il suo argomento ed averne un'intera padronanza: la parola non manca a chi ha innanzi viva e schietta la cosa.
Lo studio delle cose richiede serietà e libertà d'intelletto: due qualità molto desiderate nei nostri scrittori.
Serietà vuol dire che l'intelletto non si arresti alla superficie, ma scruti le cose nella loro intimità, perché la verità è nel pozzo, e là nel profondo bisogna ficcar l'occhio.
Le armi dell'intelletto sono la sintesi e l'analisi, due forze che, debitamente esercitate, gli dànno la guardatura giusta e piena.
Cosí armato, l'intelletto prende possesso delle cose, e ne fa il suo pensiero e la sua parola.
Divenute proprietà dello spirito, ricevono ivi dall'intelletto, dall'immaginazione, dal sentimento, cioè da tutta l'anima, una seconda vita.
C'è la cosa e c'è l'anima, che le dà la sua guardatura, e se la pone dinanzi e se la rappresenta.
Qui è il foco dove prendono luce tutte le regole dei ben pensare e del ben dire, la logica e la rettorica.
Ma occorre a questo che l'intelletto abbia piena libertà di moto; altrimenti le sue forze giacciono inoperose.
La libertà è all'intelletto cosí necessaria, come la serietà.
Spesso l'intelletto si crede libero, ed è servo, servo dell'abitudine, della tradizione, dell'autorità, della società.
Segno certo della decadenza è la servitú dell'intelletto, la quale gli tarpa le ali, gli annebbia la visione delle cose, lo tiene sulla superficie, uccide ogni serietà.
Perché l'intelletto sia libero, è mestieri che abbia l'amore del vero, quell'amore che è padre della fede.
Qui è la moralità dello scrittore.
Chi non ha fede in qualche cosa, può essere un buon giocoliere nel maneggio della rettorica, non sarà mai uno scrittore.
Il liscio nella forma e la superficialità nelle cose sono i due piú gravi indizi di decadenza nazionale.
In Italia l'espressione piú piccante di questa decadenza fu il seicentismo prima, e l'Arcadia poi, e dell'uno e dell'altro rimangono ancora oggi i vestigi anche nei nostri migliori, come io mostrai in parecchi scrittori, anche in Pietro Giordani, tenuto allora principe dell'arte, il cui stile io qualificai accademico.
L'originalità è il risultato di quelle due qualità dell'intelletto.
Lo spirito ha un suo orizzonte proprio, nel quale colloca le cose divenute sua proprietà, e partecipa a quelle l'impronta sua e dei tempo.
Questa è l'originalità nelle cose e nelle forme.
I grandi ingegni sono come le aquile, hanno la guardatura dall'alto e da lontano.
L'umanità, dopo analisi secolari, giunge a questa guardatura aquilina, per ricominciare poi il lento lavorío analitico.
La storia dell'umanità si ripete negl'individui, che solo dopo le pazienti analisi salgono alle sintesi serie e reali.
La sintesi è la cosa guardata non nelle sue particolarità, ma nel suo tutto e nelle relazioni con le altre cose: relazioni di somiglianza, di differenza e di contrasto.
Le cosí dette figure rettoriche, cosí come i tropi, non sono che l'espressione di queste relazioni, e hanno in esse la loro verità.
Venni all'esame di queste figure, e le ridussi in categorie, secondo le relazioni che esprimono, guardando dal di dentro al di fuori, come avevo fatto con le forme grammaticali, con la lingua e con lo stile.
Mi fermai molto sui contrasti o antitesi, flagellando il loro abuso, massime quando lo stile a contrasti sia divenuto una maniera dello scrittore: il qual vizio io chiamai la piú grave malattia dell'intelletto, che, appagato in quei riscontri o raffronti o paralleli delle cose, non posa in alcuno.
Biasimai soprattutto la critica dei paralleli, come quella che rimaneva alla superficie, toccando delle cose non la loro sostanza individua, ma le loro attinenze.
Compiuto questo lavoro sulle figure, notai ch'elle non sono solo mezzi di stile, come le avevano considerate i retori, che le veggono solo nelle parole e nelle frasi.
Le figure entrano nell'organismo stesso della composizione, e sono il modo di concepire e di guardare le cose nelle loro somiglianze, differenze e opposizioni.
Esse dunque sono il processo delle cose nel loro tutto e in ciascuna parte.
Addussi molti esempi di queste figure, sia nell'intimo stesso della concezione, sia nei singoli periodi.
Questo lavoro parve nuovissimo, specialmente per le applicazioni.
Conchiusi che la rettorica, attirando l'attenzione sopra forme esteriori alle cose e appariscenti di falsa luce, indirizza la gioventú alla menzogna, e la svia da' forti studi, guasta l'intelletto e il cuore.
Dissi il simile di quelle figure che hanno la loro radice nell'immaginazione e nel sentimento.
"Buttate al foco le rettoriche, - dicevo, - e anche le logiche.
Ci vuole il verbum factum caro, la parola fatta cosa.
Studiare le cose, questa è la vostra rettorica.
Le cose tireranno con sé anche le forme, le quali solo in esse e con esse sono intelligibili.
Lo studio isolato delle forme adusa l'intelletto al vacuo.
Solo nello studio delle cose lo spirito esercita ed educa tutte le sue forze, e a questa educazione dee provvedere la scuola".
L'istruzione non ha limiti.
Nessuno può esaurire, non dico le scienze, ma né una scienza sola, per circoscritta che sia.
Ogni anno si allarga il campo del sapere; dopo alcuni anni il maestro diviene appena un discepolo.
Perciò l'ufficio della scuola non è l'istruzione sola, ch'è un fine inarrivabile, ma ancora e piú l'educazione dello spirito in tutte le sue forze.
Questo io chiamava ginnastica dell'anima.
Le forze te le dà la natura, ma limitatamente anche nei piú grandi.
Ricordandomi certi miei studi di medicina, descrissi i quattro famosi temperamenti, notando le loro forze e le loro debolezze.
Mi promettevo un grand'effetto da quella lezione, che contro il mio costume avevo scritta tutta intera, non ben sicuro della materia.
Avevo segnato anche nella memoria i punti che mi parevano piú interessanti, e dai quali mi attendevo grandi applausi.
Ma gli applausi non vennero né grandi né piccoli; anzi la lezione fu udita con una freddezza insolita, che a poco a poco guadagnò anche me.
Non mi sapevo consolare di questo insuccesso, e passai la sera con quel chiodo nel cervello.
Il dí appresso, attendendo il marchese per la traduzione, si fece crocchio; e io, con quel martello che aveva nel cuore, buttai fuori tutti i miei pensieri.
"La lezione che ieri mi costò molta fatica, ma non fu gradita, fu un vero fiasco.
Io ci ho pensato ben sopra, ed ecco la spiegazione.
Voi non credevate alla mia competenza, e io non ci credevo.
Quella materia, ancorché molto da me ruminata e studiata nei piú piccoli particolari, rimaneva fuori del mio spirito, come parte di una scienza a me nuova.
Temevo di errare, pesai le virgole, usando i modi e le parole del testo, e sempre con questo pensiero fitto in mente: dovesse uscirmi qualche sproposito! Cosí riuscii freddo e insipido, scontento io, scontenti voi.
E ho imparato a mie spese, che a parlar bene d'una materia è mestieri aver dimestichezza con la scienza di cui è parte.
Ed ecco nella mia persona un esempio di quello ch'io ho chiamato serietà dell'intelletto.
Questa serietà mi è mancata".
La mia confessione, fatta con tutta bonomia, mosse in loro un riso di applauso, e io mi sentii compensato abbastanza dell'insuccesso.
Sissignore, la natura ti dà le forze e le attitudini.
Non si nasce solo poeta; si nasce oratore, filosofo, scrittore.
La natura ti dà la genialità; e se la natura fa difetto, non c'è arte che possa riempire questa lacuna.
Ma la natura è semplice potenzialità; occorre l'educazione perché diventi atto.
E questo è il miracolo che dee fare la scuola.
Discorsi del basso concetto in che è tenuta la scuola, e del dispregio che si ha dei maestri e degli studenti.
"Il maestro, - dicevo io, - non dee dogmatizzare, tenersi fuori dell'uditorio, sputar senno e mettere sempre innanzi il suo personcino.
Egli dee entrare in comunione intellettuale con la gioventú, e farla sua collaboratrice.
È in questo lavoro di tutti e di ciascuno che si genera l'amore del vero, il desiderio della ricerca e dell'esame, la pazienza dell'analisi; è in questa collaborazione che si fondano le amicizie e si formano le piú nobili qualità dell'anima, le piú alte aspirazioni, il culto della scienza accompagnata dalla modestia e dalla bontà".
E questa fu la mia rettorica.
Venne poi la poetica.
Qui non avevo che studi superficiali.
Non ebbi mai la pazienza di legger tutta intera l'Arte poetica di Orazio o di Boileau, o la Ragion poetica di Gravina.
Costui, malgrado gli elogi del marchese, m'era antipatico; lo trovavo pesante e pedante, spesso piú acuto che vero.
Della metrica conoscevo solo le divisioni e suddivisioni dei trattati scolastici; la materia era quasi nuova nelle sue profondità.
Non avevo tempo di leggere; mi posi a meditare e ad osservare.
Sentivo un giubilo, quando quel mondo a metà oscuro mi si rischiarava; e quel giubilo brillava sulla faccia dei giovani, attirati da osservazioni inaspettate.
Mi fermai molto sull'endecasillabo, ch'io chiamai potentissimo, mostrando le ragioni della sua superiorità sull'alessandrino, la cui monotonia, cantilena e parallelismo mi spiacevano.
Mostrai la flessuosità del nostro endecasillabo, che, mediante la posizione degli accenti, rispondeva a tutti i bisogni della melodia e dell'armonia.
Notai che, come le parole e le frasi, cosí i versi non vanno considerati solo in se stessi, come buoni o cattivi, ma ancora e principalmente per rispetto alle cose.
Perciò la magnificenza è qualità relativa, e, a pigliarla in senso assoluto, è cosa cosí biasimevole, come in prosa l'eleganza ricercata e l'ornamento.
Dissi che i principii generali dell'arte dello scrivere intorno al modo di concepire, di situare e di esprimere gli oggetti, sono i medesimi anche per la poesia.
La differenza è nel fine e nella facoltà motrice, la quale nella prosa è l'intelletto, e nella poesia è la fantasia.
Riserbando a uno speciale trattato questo studio, e tornando alla metrica, dissi che tutti i metri sono parti e frammenti dell'endecasillabo, nel quale spesso ci è la risonanza di questo o di quello, come del quinario, del settenario, del decasillabo.
La lettura dei versi prese per noi un nuovo sapore.
Facevo osservazioni piccanti e minute sul loro congegno e sui vari effetti di melodia.
Distinsi il verseggiatore dal poeta.
Colui era un fabbro piú o meno perito, non un artista.
Venni alle rime e poi alle strofe, e feci una breve storia del sonetto, della canzone, della terzina, dell'ottava e del verso sciolto, secondo i tempi e secondo gli autori.
Parlai della poesia solenne e della poesia popolare.
Mostrai che il cammino delle forme poetiche è determinato dalla civiltà, e si va sempre verso la maggiore libertà di congegno e verso la maggiore popolarità.
A quel modo che la lingua, arricchendosi, va sempre piú rompendo i suoi nativi confini, e si va sempre piú accostando alle forme popolari del dialetto; a quello stesso modo la poesia produce con piú libertà nelle sue forme, e si rinfresca e si rinsangua nell'immaginazione popolare.
Cercai gli esempi nella nostra storia, e spiegai cosí la preponderanza, negli ultimi poeti, del verso sciolto, e la libertà nel gioco delle rime e delle strofe.
Di queste lezioni qualche notizia giungeva al marchese, travisata ed esagerata, come suole avvenire.
Gli si diceva ch'io insegnava la noncuranza, anzi il dispregio della regola e delle forme.
Egli non mi fece motto, ma vedevo sul suo volto una certa freddezza.
Quello che non diceva lui, dicevano i suoi discepoli, dei quali alcuni mi gridavano la croce addosso, motteggiando me e la scuola.
Alcuni miei discepoli, esagerando la dottrina del maestro, e pigliando per Vangelo qualche parola uscitami nel calore della lezione, andavano gridando che delle grammatiche e delle rettoriche bisognava fare un bel falò.
Questi vari rumori mi giunsero all'orecchio, e ne fui sdegnato.
Nuovo del mondo, inesperto delle passioncelle che muovono gli uomini, mi meravigliava che le mie opinioni fossero riferite senza quella misura giusta nella quale io mi tenevo.
Non pensai di aprirmene col marchese; la mia natura poco comunicativa, anzi restia, me lo impediva.
Credulo nella sincerità degli altri, pensai che la colpa dovesse esser mia, e che forse non m'ero spiegato bene.
Feci dunque un'ultima lezione, nella quale mi studiai di dare le piú precise determinazioni alle mie idee.
Dissi che lo studio delle cose e l'educazione delle nostre forze intellettuali e morali sono il fondamento dell'arte; ma che l'arte non si può esercitare senza istrumenti, e che le forme sono gli strumenti dell'arte.
Citai con lode il marchese, e dissi ch'egli soleva chiamare le forme, "i ferri dei mestiere".
Le mie lezioni non erano state che uno studio delle forme, e non dovevano menare al disprezzo di quelle.
Dizionari, grammatiche, rettoriche, poetiche non erano roba da gittare al fuoco.
Sole esse conducono alla pedanteria; ma lo studio delle cose, scompagnato da esse, conduce alla barbarie.
Quello solo rimane nei posteri che riceve il suo suggello dalla forma.
Paragonai le forme al culto, senza il quale la religione rimane un fatto interiore, senza espressione.
Dissi ch'era bene studiare le forme con la penna in mano, notando i modi, i pensieri, i versi che piú facevano impressione.
"Notate anche, - dicevo, - i vostri pensieri e le vostre osservazioni, giorno per giorno; sarà il giornale dei vostri studi, non meno prezioso che il giornale della vita.
Ciascun dí riandate la vostra giornata, fate il vostro esame di coscienza; scrivete i fatti, i pensieri, i sentimenti buoni e cattivi; siate confessori a voi stessi.
Nessun uomo fa senza del libro dei conti; oh come dee mancare il libro della scuola e il libro della vita? Con l'uno imparerete a scrivere, con l'altro imparerete a vivere".
Stetti alcuni dí, dicendo fra me: "Qualcuno dirà di questa lezione al marchese".
E m'immaginavo già che mi venisse incontro con quella sua faccia aperti, piena di bontà.
Andai a lui e lo trovai muto e freddo.
Nessuno gliene aveva detto verbo.
Curiosa questa natura umana!
Capitolo ventesimosesto
LA LIRICA
Vennero l'anno appresso alcuni altri bravi giovani: Gabriello Balsamo, Ermenegildo Barci, Casimiro e Francesco De Rogatis, Belfiore, i fratelli Finelli, Francesco Bax, Pasquale Villari, Domenico Müller Ferdinando Vercillo.
Erano passati alla scuola del marchese i giovani Filippo De Blasio, Enrico Capozzi, Giuseppe Talamo, Matteo Vercilio.
Tormentando la memoria, non mi sovviene di alcun altro.
La scuola era numerosissima.
Già la fama se ne spargeva per la città e per le province.
In essa si era naturalmente formata l'aristocrazia dell'ingegno.
Per consenso tacito di tutti, i migliori occupavano i banchi d'innanzi.
Mi corse allora per la mente una reminiscenza della scuola del Puoti, e volli consacrare quella distinzione ufficialmente, volli anch'io gli Eletti.
Il marchese gustò l'idea, perché ci vide come un ritorno alle sue tradizioni.
Vi fu una gran festa scolastica, ed egli venne con tutti i suoi maggiorenti.
Io pronunziai un discorso che non trovo piú fra le mie carte.
Il sugo era che la scuola è presentimento della società, che quei primi banchi erano pronostico degli alti posti sociali a cui salgono i piú degni, dei quali gli altri sono come il corteggio ed il coro.
Potevo temere che quella distinzione fosse principio d'invidia e di piccole gare; ma, schivo d'intrighi e di raccomandazioni, feci la scelta con tale dirittura, che tutti la trovarono giusta.
Dicevano: "Cosí avremmo fatto noi".
Quell'anno cominciarono le lezioni di letteratura.
Nel corso sullo stile e sulla rettorica avevo stabiliti i princípi generali dell'arte dello scrivere.
Qui venni ai cosí detti generi di letteratura, collegandoli con quella parte della rettorica che si chiama invenzione.
"I generi, - dissi, - sono determinati non dalle forme, ma dal contenuto; anzi è il contenuto che determina le forme, secondo la sua natura e la sua impressione sull'anima.
La stessa grande divisione di prosa e poesia non basta a determinare i generi, perché lo stesso contenuto si esprime in poesia e in prosa, secondo le sue impressioni nel tal tempo e nel tal luogo.
Per esempio, il poema epico e la storia appartengono allo stesso genere, quantunque l'uno sia poesia e l'altra sia prosa.
I generi e le loro forme hanno la loro origine e il loro andamento nella storia dell'umanità, attraverso i secoli.
Il linguaggio dell'immaginazione e del sentimento precede il linguaggio della riflessione.
Perciò la poesia apparisce prima, e la prosa è invece il tardo frutto dell'intelletto venuto a maturità".
Queste osservazioni parvero nuove, perché Giambattista Vico era piú ammirato che studiato.
Io per conclusione feci una lezione sulla Scienza Nuova, che destò nei giovani il desiderio di quello studio, e parecchi andarono a sentire le dotte lezioni di Enrico Amante sopra il Vico.
Il primo linguaggio dell'anima fu la lirica.
E di qui cominciai il mio corso.
La distinsi, secondo il contenuto, in religiosa, eroica ed amorosa.
Toccai della lirica greca e romana, riserbando la trattazione a un corso speciale.
Mi fermai molto sulla lirica ebraica, esaminando in ispecie il libro di Giobbe, il canto di Mosè dopo il passaggio del mar Rosso, i Salmi di Davide, la Cantica di Salomone, i Canti dei profeti, specialmente d'Isaia.
Avevo sete di cose nuove, e quello studio era per me nuovissimo.
Non avevo letto mai la Bibbia, e i giovani neppure.
Con quella indifferenza mescolata di disprezzo, che allora si sentiva per le cose religiose, la Bibbia, come parola di Dio, moveva il sarcasmo.
Nella nostra immaginazione c'erano il catechismo e le preghiere che ci sforzavano a recitare nelle Congregazioni, e la Bibbia entrava nel nostro disgusto di tutti i sacri riti.
Lessi non so dove maraviglie di quel libro, come documento di alta eloquenza, e tirato dall'argomento delle mie lezioni, gittai l'occhio sopra il Libro di Giobbe.
Rimasi atterrito.
Non trovavo nella mia erudizione classica niente comparabile a quella grandezza.
Portai le mie impressioni calde calde nella scuola.
Avevo già fatto una lezione sopra l'origine del male e il significato di quel libro, e fu udita con molta attenzione.
Ma quando lessi il libro tutto intero, la mia emozione e la mia ammirazione guadagnarono tutti.
Preso l'aíre, c'immergemmo in quegli studi.
Furono molto gustati la Cantica; un Salmo di Davide, dove dalla contemplazione delle cose create si argomenta la potenza e la grandezza del Creatore; e qualche Treno di Geremia.
Era per noi come un viaggio in terre ignote e lontane dai nostri usi.
Con esagerazione di neofiti, dimenticammo i nostri classici, fino Omero, e per parecchi mesi non si udí altro che Bibbia.
C'era non so che di solenne e di religioso nella nostra impressione, che alzava gli animi.
Chiamammo questo sentimento il divino, e intendevamo sotto questa parola tutto ciò che di puro e di grande è nella coscienza.
Mi meraviglio come nelle nostre scuole, dove si fanno leggere tante cose frivole, non sia penetrata un'antologia biblica, attissima a tener vivo il sentimento religioso, ch'è lo stesso sentimento morale nel suo senso piú elevato.
Staccare l'uomo da sé, e disporlo al sacrificio per tutti gl'ideali umani, la scienza, la libertà, la patria, questo è la morale, questo è la religione, e questo è l'imitazione di Cristo.
Le mie impressioni erano vivaci, perché sincere, e partecipate da quella brava gioventú.
Io non cercavo le frasi per fare effetto e per eccitare applausi; essi se ne accorgevano, sapevano che a me era piú grato il loro raccoglimento che il loro battimano.
Volevo la serietà delle impressioni.
"Cosa mi fanno i vostri applausi, quando, usciti di qua, non resta che un vaniloquio? No, la scuola dee essere la vita; e quella lezione è bella, che vi avrà resi migliori".
La scuola era il riflesso della mia anima, e rassomigliava piú a una chiesa che a un teatro.
Venendo alla lirica italiana, mostrai perché noi non avevamo avuto lirica né religiosa né eroica.
Questa lirica è voce di popolo sotto forma individuale, come si può vedere nei canti biblici, dove il vero cantore è il popolo ebreo, nel suo clima fisico e morale.
Tale lirica è la voce delle genti primitive, e si confonde con i tempi mitici ed epici.
La lirica italiana ha avuta la sua voce universale nella Divina Commedia, che oltrepassa i confini d'Italia ed è il poema religioso del Medio Evo.
Il sentimento religioso ed eroico non ha avuto presso di noi un accento nazionale.
Ci sono delle cosí dette poesie sacre o eroiche, dove cerchi invano la sincerità del sentimento, e spesso non sono che declamazioni, opere letterarie e convenzionali, non voci della coscienza popolare.
Non eccettuai la celebrata canzone del Petrarca alla Vergine.
A quel tempo correvano opinioni curiose sopra molti nostri lirici.
Si citava come modello di genere eroico una canzone di Annibal Caro.
Grande era l'ammirazione per le canzoni eroiche del Filicaja, del Chiabrera, del Guidi, del Frugoni.
La canzone del Guidi alla Fortuna era un esempio di sublimità.
Il Casa e il Costanzo erano lumi del Parnaso.
Ma il nostro gusto era divenuto cosí delicato, il nostro giudizio cosí sicuro, che tutte queste divinità si liquefecero, e molti brani ammirati dagli altri destavano in noi il riso, perché ci sentivamo sotto il vuoto e il gonfio.
Certe poesie facevano sdegno, come la canzone detta eroica di Annibal Caro, dove l'adulazione si sentiva lontano un miglio.
La lirica amorosa non era poi che un sonnolento e artificioso petrarchismo.
Ci fermammo dunque all'esame dei due grandi maestri: Dante e Petrarca.
Noi eravamo come certi ambiziosi, che sognano re e imperatori, e abitano nei cieli, e sdegnano la bassa terra.
Il mediocre e il comune non ci attirava neppure per il piacere di dirne male.
Non potendo cansarlo, ci strisciavamo sopra con un "guarda e passa".
Miravamo alle stelle di prima grandezza, disposti piú all'ammirazione che al biasimo.
Certamente questa inclinazione ci teneva alto l'intelletto e il sentimento, ma pur lasciava una lacuna nello spirito.
Non c'è niente di sí mediocre e piccolo, che non abbia il suo valore nella connessione delle cause e degli effetti; non c'è libro cosí volgare, dove non ci sia da imparare, e la storia dei sommi, scompagnati dal corteo dei mediocri, è come concepire il re senza sudditi.
Tutto sta che il mediocre resti mediocre e non usurpi il luogo dei grandi: ciascuno al suo posto.
Mirando sí alto, a noi riusciva facile spogliare della propria porpora molti re di cartone.
Le canzoni eroiche del Petrarca ci parvero roba letteraria.
C'era in lui il grande artista, non c'era l'uomo.
Pure, nella sua canzone all'Italia ammirammo la sincerità del sentimento giovanile.
Venendo poi alla lirica amorosa, uso com'ero a collaborare coi giovani, feci fare parecchie ricerche sull'indole di quella lirica, indicando loro i libri da consultare.
Fu questo il tema di parecchi componimenti.
Uno scrisse sul culto della donna, un altro sul concetto dell'amore platonico, un terzo sopra Beatrice e sopra Laura.
Vi furono lavori di qualche importanza, e discussioni interessanti.
Le lezioni sulla lirica di Dante parvero una rivelazione.
Conoscevamo la Divina Commedia a menadito; ma quella lirica era nuova a me e a loro.
Mi capitò un esemplare muffito, macchiato e di caratteri antichi, che irritavano l'occhio.
Certi sonetti mi fecero venir le grinze al naso: "Che roba è questa?" Mi pareva fra Guittone o fra Iacopone.
Mi venne il sospetto d'interpolazioni o di falsificazioni.
Poi mi furono innanzi sonetti vivi e freschi, che parevano scritti oggi: "Questa è poesia per tutti i secoli!" Feci notare che i sonetti buoni avevano a base un fatto concreto e una situazione determinata, con accordo di stile e di accento e di colore, e non vi comparivano le sottigliezze e i luoghi comuni del secolo.
La canzone della visione della morte di Beatrice, e l'altra sulle tre suore destarono viva ammirazione, e parvero i monumenti piú importanti della nostra lirica.
M'è ancora presente il fremito di tutta la scuola, quando dissi:
....
non sai novella?
Morta è la donna tua, ch'era sí bella;
e quando lessi:
....
Morte, assai dolce ti tegno:
Tu déi omai esser cosa gentile,
Poiché tu se' nella mia donna stata.
Fu anche applaudito il verso:
L'esilio che m'è dato, onor mi tegno.
La semplice lettura destava questi entusiasmi.
Solevo però prepararli, riempiendo le lacune della situazione, e notando le idee accessorie, che fermentavano nel cervello del poeta, condensate in sintesi gravide, solevo dire, piene di cose.
Critica pericolosa; ma ci riuscivo, perché, come un bravo attore, dimenticavo me nella situazione, e non vi aggiungevo niente di mio.
D'altra parte avevo fatto molto progresso nell'arte del leggere, e ne avevo qualche obbligo a un tal Camilli, che teneva scuola di declamazione, dove, imparando a recitare con verità e naturalezza, avevo corretto quel po' d'enfasi stridente e piagnucolosa, che m'aveva appiccicato il Bidera.
Ci conferiva anche il gusto che mi si andava purificando, e quel mio viver dentro nella lettura, sí che non mi sfuggivano le piú lievi gradazioni del pensiero o del sentimento.
L'intonazione era giusta, l'accento sincero, la voce insinuante, fatta piú alla dolcezza che all'energia, non mai monotona.
Dicevo che le cose hanno ciascuna la sua voce, e quando qualcuno, leggendo, non aveva la voce abbastanza flessibile e mutabile, mi veniva il mal di visceri, e non sapevo infingermi.
Me la prendevo coi maestri, che non sapevano leggere; e dicevo che il modo di leggere mi mostrava il valore del giovane piú che qualunque esame, ciò che sembra un paradosso, ed è verità.
Quando ero chiamato a qualche esame, solevo far leggere qualche periodo, e a dare il giudizio non mi occorreva altro.
Queste parranno puerilità; ma penso anche oggi cosí.
In Napoli pochissimi sanno ben leggere e ben pronunziare, e il fatto comincia nei fanciulli, che imparano in modo cosí barbaro a compitare.
Il marchese ci si arrabbiava.
L'importanza della buona pronunzia e delle letture pubbliche non è ancora ben capita.
La lettura che facevo io m'impressionava tanto, che mi si ripercoteva nella memoria per piú d'un giorno, e i piú bei luoghi mi giravano per il capo, e non mi volevano lasciare, e mi gettavano in dolci fantasie.
Parlando di Dante, toccai del suo amico Guido Cavalcanti, e ci colpí non la vantata canzone sull'amore, ma le deliziose strofe sulla forosetta, e ancora piú la canzone sulla Mandetta, dove sentivamo il fremito d'una passione sincera, cosa rarissima nella nostra letteratura.
Sapevamo a mente molti sonetti e canzoni del Petrarca, e appunto perché dimesticati con lui, ci fece poca impressione.
Poi, il petrarchismo, da noi tenuto a vile, noceva un poco al Petrarca, a quel modo che l'abuso della religione non è senza cattivo effetto sul sentimento religioso.
Pure, io tenni molto a rialzare il concetto del Petrarca, e ciò feci a spese de' suoi imitatori.
Notando che l'ispirazione del poeta era spesso letteraria, come nelle stesse tre canzoni sorelle e in molti sonetti sulla bellezza di Laura, trovai le orme d'una ispirazione sincera nella sua malinconia piena di dolcezza e di grazia; piú che poeta, io lo chiamai un grande artista.
I giovani si misero a scernere il buono dal cattivo, e in queste ricerche e distinzioni si affinava il nostro gusto.
Feci anche una curiosa ricerca.
Avvezzo a guardare il di fuori nel di dentro, volli fare una storia del suo amore, cercando la successione e la gradazione dei sentimenti, e trovando cosí un prima e un poi in quelle poesie.
Fu una volata d'ingegno, dalla quale uscirono una storia intima del poeta e una classificazione delle poesie, secondo lo stato dell'animo e la qualità dei sentimenti.
Ciò piacque molto; ma piú tardi mi parve un romanzo e non ci pensai piú.
Venendo ai nostri tempi, toccato del Parini e del Foscolo, mi fermai sopra il Manzoni e il Leopardi.
Il Berchet non era ancora giunto tra noi, e appena qualche sentore si aveva del Giusti: se ne mormorava qualche strofa a bassa voce.
Giudicai gl'Inni del Manzoni cosa letteraria, eco piú del talento individuale che di un vivo e profondo sentimento nazionale, stimando fittizio e superficiale quel sentimento neo-cattolico, che allora faceva tanto strepito.
Anche il Cinque maggio mi parve opera letteraria, tale però, per vigore di concezione, per unità di getto, per grandezza d'immagini e per forza di stile, che in questo genere si poteva chiamare il piú grande monumento della nostra lirica.
Ci feci sopra una lezione che destò la piú viva impressione, e gli applausi mi suonano ancora nella mente.
Cari e bei giorni quelli, che non ho ritrovati piú.
Leopardi era il nostro beniamino.
Avevo acceso di lui tale ammirazione, che l'edizione dello Starita fu spacciata in pochi giorni.
Quasi non v'era dí che, per un verso o per l'altro, non si parlasse di lui.
Si recitavano i suoi Canti, tutti con uguale ammirazione; non c'era ancora un gusto cosí squisito da fare distinzioni; e poi, ci sarebbe parsa una irriverenza.
Eravamo non critici, ma idolatri.
Le canzoni patriottiche ci parevano miracoli di genio, ci aggiungevamo i nostri sottintesi.
Quelle Silvie e quelle Nerine ci rapivano nei cieli, quel Canto del pastore errante ci percoteva di stupore.
Una sola poesia non fu potuta digerire; né io né alcuno la potemmo leggere dall'un capo all'altro: I Paralipomeni.
Anche la Batracomiomachia ci pesava.
Vennero molti di fuori a sentire le mie lezioni sopra Leopardi, nome popolare in Napoli.
Io lo chiamai il primo poeta d'Italia dopo Dante.
Trovavo in lui una profondità di concepire e una verità di sentimento, di cui troppo scarso vestigio è nei nostri poeti.
Lo giudicai voce del secolo piú che interprete del sentimento nazionale, una di quelle voci eterne che segnano a grandi intervalli la storia dei mondo.
Esaminando il suo concetto, m'incontrai con Byron, che fece trionfale ingresso nella scuola, argomento prediletto di molti lavori.
In quell'onda d'inganni e di disinganni, di aspirazioni e di disperazioni, cercai un capo saldo che mi desse il filo; e ne venne un ordine delle poesie, secondo le gradazioni dei suo concetto.
Vedevo il suo pensiero svolgersi, a poco a poco, sino alla negazione universale, e anche in quello, a poco a poco, volli ficcare il naso, determinando le gradazioni e i passaggi.
In quel tempo la reazione contro l'idolatria delle forme conduceva all'idolatria del concetto, tenuto come criterio principale e quasi unico del valore di un'opera artistica.
Si disputava se il concetto era buono o cattivo, volgare o nobile, vero o falso.
Queste dispute sorgevano anche intorno al Leopardi.
Io sostenni che il concetto non esiste in arte, non nella natura e non nella storia.
Il poeta opera inconsciamente, e non vede il concetto, ma la forma, nella quale è involto e quasi perduto.
Se il filosofo, per via di astrazioni, può cavarlo di là e contemplarlo nella sua purezza, questo processo è proprio il contrario di quello che fanno l'arte, la natura e la storia.
Si può della storia, della natura e dell'arte fare una filosofia, ma è un lavoro ulteriore del pensiero su quelle produzioni spontanee.
Perciò distinsi la forma dalle forme, e chiamai forma, non il concetto, ma la concezione, che è come l'embrione generato nella fantasia poetica.
In questa produzione il poeta non sa quello che fa, appunto come la natura.
I poeti primitivi sono assolutamente incoscienti, sono espressione spontanea e immediata di tempi tutto senso e immaginazione.
Nei nostri tempi il critico e il filosofo coesistono nella mente, accanto al poeta: onde nasce una poesia riflessa.
L'intelletto come tarlo penetra nella fantasia; ma nei grandi poeti la fantasia sommerge e sperde in sé il concetto, e lo profonda in modo nella forma, che solo piú tardi un'acuta riflessione può ritrovarlo.
Anche oggi si disputa quale sia il concetto della Beatrice e della Margherita, il che dimostra l'eccellenza di quelle concezioni.
Leopardi ha dovuto conquistarsi lui il suo concetto, e si vede il lavorío della mente dalle sue fluttuazioni.
Ma quel concetto diventò sua passione e sua immagine, e qui è l'eccellenza della sua poesia.
Il suo concetto è una faccia del secolo decimottavo e decimonono, lui incosciente, che lo attinse nella vigoria e originalità del suo pensiero.
Ma è poeta, perché quel concetto è lui, è la sua carne e il suo sangue, il suo tiranno e il suo carnefice, ed è insieme il germe che, fecondato nella fantasia, genera le piú amabili creature poetiche.
Le sue piú belle poesie sono quelle in cui la forma è vera persona poetica, di modo che il concetto vi apparisce come immedesimato ed obbliato nell'individuo, con appena un barlume della coscienza di sé.
Cosí è nell'Infinito, nella Saffo, nel Bruto, nella Silvia, nella Nerina, nel Consalvo, nell' Aspasia.
Quando il concetto non sia persona poetica, è necessario che sia almeno non una intellezione, ma uno stato appassionato dell'anima, o una visione della fantasia, com'è nei Salmi e nelle Profezie e negli Inni, e come nel canto Alla luna, in Amore e morte, nel Pensiero dominante.
Al contrario, malgrado i fulmini di Pietro Giordani, tenni poesia mediocre La ginestra, dove la base poetica è occasionale, il concetto rimane nella sua astrattezza filosofica, e si esprime per via di argomentazioni e di ragionamenti.
Dissi che, appunto presso al nostro vulcano, s'era spento quel vulcano poetico.
Questa teoria della concezione, della fantasia, della situazione e della persona poetica; quest'obblio del concetto nella forma; questa incoscienza e spontaneità dell'artista fecero grande impressione, e sono rimasti sempre il capo saldo della mia critica.
Accompagnavo le teorie con frequenti letture di quelle poesie, dove avevo modo di scendere nei piú fini particolari della composizione e dello stile.
Coronammo quelle lezioni con un pio pellegrinaggio alla tomba di Giacomo Leopardi.
Divisi in piccoli gruppi, ci demmo la posta al di là della Grotta di Pozzuoli.
Quei paesani ci guardavano con gli occhi grandi, e ci presero forse per una processione di devoti, che andavano in chiesa a sciogliere non so qual voto.
Noi ci fermammo con religioso raccoglimento innanzi alla lapide, sulla quale è l'iscrizione di Antonio Ranieri, nome caro a noi, perché caro a Giacomo Leopardi.
Intanto in casa continuava la baldoria.
Costretto a non interrotta meditazione per la novità delle mie lezioni, che mi tiravano il miglior sugo dal cervello, perché non aveva tempo né voglia di leggere, né libri adatti, e spesso tutto veniva da un'accanita riflessione in me stesso, lasciavo dietro di me i rumori di casa, e me ne andavo tutto solo a fantasticare per Capodimonte o per altri luoghi lontani, gesticolando, vagando talora con gli occhi distratti, e ripigliando poi il filo col mio solito: "Dunque, allons, pensiamo alla lezione".
Quei buontemponi ch'erano attorno al greco, ne inventavano delle belle.
Venne loro il ticchio d'imparare il ballo.
Si fece una compagnia d'amici, e due volte la settimana era un diavoleto.
Il bello e che vollero tirare anche me in quel gioco turbolento, e io mi ci acconciai di buona grazia, ricordando le lezioni del maestro Cinque.
Non sapevo piú là del walzer tedesco; le chiamate della contraddanza poco mi volevano stare in mente.
Non era ancora di moda la polka, ma c'era il walzer saltante e non so quali altre novità, e io con tutti quei sopraccapi ci metteva poco studio.
Poi ero tutto d'un pezzo, come diceva il marchese, e non ci avevo grazia.
Aggiungi una cert'aria professeur, come diceva il greco, l'aria del mestiere, che ti sale sulla faccia.
I motteggi m'impacciavano di piú.
Si danzava quasi sempre nel gran salone, che qui chiamano galleria, sotto a cui stavano due stanze da letto di un commissario di polizia.
A quel chiasso questi s'inalberò, e volle intimidirmi, abusando del suo ufficio.
Io non sapevo nulla dei fatti suoi, anzi neppure chi abitasse in quella casa, sprofondato nelle mie lezioni.
Un dí venne un feroce, come chiamavano la bassa gente di polizia, e m'invitò a recarmi presso l'ufficio.
Era la prima volta che mi succedeva questo.
La polizia era per me un nome scuro e pauroso, ma non altro che un nome; non ci avevo avuto mai che fare.
Ci andai con la faccia scura: "Che sarà?" Trovai lí un signore grosso e tondo, che fece una brutta cera, e mi scaraventò certe parole grasse alla napoletana.
Io restai grullo.
Quando la tempesta finí, e mi fece capire cosa c'era sotto, io, sicuro del mio diritto, e poco pratico del mondo, risposi secco che in casa mia ero io il padrone, e potevo ballare a mia posta.
L'amico, rauco per lo sforzo della voce e per la rabbia, balbettò che mi avrebbe insegnato lui l'educazione.
Voltai le spalle e andai via sbuffando.
Narrai il caso, e la compagnia si mise a far peggio, quasi a dispetto.
Allora mi sentii chiamare in ufficio per "esibire il permesso della scuola".
Questo mi impensierí.
Io non avevo laurea né permesso, ero nel caso di quasi tutti i maestri, non perché la legge non ci fosse, ma per una cert'abitudine di tolleranza, che lasciava correre le cose.
Capii onde veniva il tiro: quel signore lí non mi avrebbe lasciato piú quieto.
Avrei potuto accopparlo, perché il prefetto di polizia aveva non so quale parentela con la famiglia Amante, a me affezionata, e poi c'era il marchese.
I ballerini mi aizzavano, e qualche brutta idea di vendetta mi tentò un momento; ma la mia natura mite rifuggiva dalle soverchierie, e cercai un altro modo.
Me ne aprii con un tale Albanesi, che faceva gli affari del mio padrone di casa.
Costui sorrise del mio imbarazzo e della mia inesperienza, e disse che lasciassi fare a lui, e stessi tranquillo, che del permesso non si sarebbe parlato piú.
Poi in tuono paterno aggiunse: "Ballate pure, ma in ogni cosa c'è modo".
Non so che via tenne.
L'effetto fu che quel signore, una volta che scendevo, si fe' trovare sull'uscio di casa, e mi tese la mano, e mi si profferse, dichiarandosi mio buon vicino, stimandomi un giovane dabbene, di cui aveva inteso a far molta lode.
Io interrompeva e cercavo di venire al quatenus; ma lui fece un gesto con la mano, come volesse dire: "Al passato non ci si pensa piú".
La parte d'uomo di spirito la fece lui, io feci la parte goffa.
Il signor Albanesi non mi disse niente; io capii che se la intesero fra loro.
Intanto in fin di mese non mi trovavo mai bene a quattrini.
Guadagnavo allora quanto non ho mai guadagnato in mia vita.
Quei cinquanta ducati mi parevano inesauribili, ma pure quei danari del greco si liquefacevano come neve.
S'erano introdotti in casa un disordine e una dissipazione a cui non vedevo fine.
Mi credevo ricco, e mi trovai povero: maledissi il greco e i cinquanta ducati.
Quei chiassi mi davano il capogiro; quel disordine mi stomacava; quella vita non era la mia, e ci stavo per forza.
Pensai a ridurre le spese.
Soppressi quel bicchiere di malaga che coronava il pranzo, una cattiva malaga che mi pareva sciroppo e mi facevano pagar salata.
Il greco mi fece un ghigno, che mi saettò.
Pensai che potesse recarlo a meschinità d'animo, e rallentai il freno.
In quella baraonda montò la testa anche a me, e, chi il credería?, tornai ad Agnese.
Colsi il pretesto che sua mamma venisse a lavarmi il bucato.
Era imbruttita, con aria stanca di malata.
Quel riso leggero non le veniva piú.
Cercammo rianimarci l'uno e l'altra, ma la parola usciva fredda.
E non la vidi piú.
Verso la fine dell'anno, il fratello del greco mi scrisse una curiosa lettera, nella quale c'era qualche frase allusiva alla somma "enorme" dei cinquanta ducati.
Quella parola "enorme" mi ferí, perché l'avevo trovata in bocca al greco, insinuatagli dai suoi compagni.
E feci una risposta risentita, indicando la spesa che mi costava il greco.
Mi portai da fanciullo, e ne venne un pettegolezzo.
La fine fu buona: il greco andò via, e abitò in casa del fratello ch'era venuto in Napoli.
Ci separammo con segni di cordiale amicizia: che infine quel povero diavolo non aveva altro torto che d'essere un capo scarico, ed era buono d'indole e di cuore, e si faceva voler bene da tutti.
Cosí, finiti quei cinquanta ducati tentatori, mi sentii piú ricco.
Rimaneva don Raffaele, che mi si era insediato in casa e spadroneggiava.
Glielo feci capir bel bello; non se l'ebbe a male e rimanemmo amici.
Cominciai pure a essere un po' restío agl'imprestiti.
Pareva che la borsa mia non fosse mia: ciascuno vi attingeva sotto nome d'imprestito.
Quando incontravo qualcuno, quegli mi sfuggiva come un creditore.
Mutai la servitú, ch'era gran parte di quella dissipazione, visto pure che molti oggetti sparivano di casa a vista d'occhio.
Cosí misi un po' d'ordine in casa, e potei con cuore tranquillo passar le vacanze sull'Arenella, in una villetta.
Venivano a visitarmi i miei giovani, e passavano con me la giornata, e tanto per non perder l'uso, facevo lezioni alla peripatetica, per il Vomero e per Antignano.
La sera mi recavo a una villa vicina, dove si faceva tavola da gioco.
Venivano parecchi amici da Napoli e si formava una compagnia scelta e allegra.
Là rividi il Pisanelli, mio antico compagno nella scuola del marchese, e già innanzi nella carriera forense.
Era un bel giovane, persona alta e svelta, volto pallido, pieno di distinzione, con occhi languidi, dolcissimo di favella e di modi.
Faceva crocchio intorno a sé e, come si direbbe oggi, posava.
Gli occhi delle signorine erano sopra di lui.
Vestiva con eleganza, profumato, con la chioma ben pettinata.
Io lo guardavo incantato.
Uso a stare cosí alla buona e alla naturale, semplice di parola e di modi, mi sentivo piccolo dirimpetto a lui; mi pareva una divinità, ma, come dissi poi ai giovani col mio linguaggio scolastico, un tipo di eleganza un po' manierata.
Si fece un po' di conversazione.
Tra quella gente lambiccata io ero una figura insignificante, stavo tra la folla, non facevo spicco e nessuno mi badava.
Poco fatto alla conversazione, sgraziato e confuso in tutti quegli usi convenzionali di una società elegante, stavo piú volentieri a guardare le vicende del gioco, senza capirci un ette.
Conoscevo un po' la scopa e lo scopone; ma non capii mai il mercante, che si giocava in casa dello zio, e tanto meno il mediatore e la calabresella, che non avevo visto mai.
Pure, a forza di guardare, ci capii un poco.
Una sera si giocava il mediatore, e mancava il quarto.
Pisanelli mi fece ressa, perché il quarto foss'io, e per cortesia presi posto.
Gioca e gioca, perdevo sempre, il piattino era tutto pieno.
"Che bella cosa una sola ora!"; disse Pisanelli, guardando il piattino.
"Sola!", gridai io, e Pisanelli gettò gli occhi sulle carte.
"Sola!, temerario", notò lui, con quella sua aria di maestro che m'imponeva.
Io non potei tirarmi indietro, ancorché tutti dicessero: "Riflettete!" Il mio amor proprio m'incapricciava.
Si fece un gran cerchio intorno a me.
Avevo molte carte simili; ma mi mancava il due, e, se questo non cadeva, l'era finita.
Io gitto il tre, e il cuore mi diceva: "Non cadrà il due".
Ma ecco, il due cade, e io gitto le carte col riso trionfale d'un imperatore che ha vinto la battaglia.
Ci fu un urlo, batterono le mani, e io mi misi in tasca non so quanti carlini, una cosa straordinaria.
E come sono piccoli gli uomini! Quella scena mi è rimasta impressa, e per piú tempo sono andato raccontando il caso bizzarro a questo e a quello, e anche oggi m'è venuto in mente.
Capitolo VENTESIMOSETTIMO
LA SCUOLA.
PROPOSTA DI MATRIMONIO IL MARCHESE E I GIORNALI
Anche quest'anno il marchese veniva tutti i mercoledí per la traduzione; talora anche il sabato, destinato all'esame dei componimenti.
Parecchi giovani erano molto innanzi per purità e castigatezza di scrivere, e la loro traduzione era scelta per lo piú come la migliore, sulla quale il marchese faceva poi la sua correzione.
Tra questi puri scrittori, che egli aveva in maggior conto, erano Vincenzo Siniscalchi, Francesco Corabi e Agostino Magliani.
Il marchese teneva ancora la sua scuola di perfezionamento, ma nella sola domenica.
Ci andavano alcuni giovani miei, come Bruto Fabbricatore, Matteo Vercillo, Alessandro Parlati, venuti a me fin dal primo anno, anche Siniscalchi, e credo pure De Meis.
Di questi, Fabbricatore lasciò la mia scuola, venne nella buona grazia del marchese, e gli rimase accanto, assistendolo in tutti i suoi lavori.
Era giovane laborioso, pratico della lingua, e per la natura della sua mente poco atto ad altro indirizzo.
Stava strettamente alle opinioni del marchese, ed era il suo piú fido interprete presso i giovani.
Anche don Francesco, che seppi essere il barone Corvo, assisteva alle mie lezioni, primo a venire, ultimo ad andar via.
Aveva preso molta dimestichezza coi giovani, e stava in mezzo a loro, come papà.
La sua modestia e il suo riserbo gli mantenevano riverenza, e non ricordo che alcuno abbia mai abusato di quella familiarità.
La disciplina si rallenta quando il movimento intellettuale stagna e l'attenzione non è tenuta viva da cose interessanti.
Ora, nella scuola non c'erano parentesi, non digressioni; anche parlando a uno, dicevo cose che tutti avevano interesse a sapere, e perché non solevo ripetermi mai, c'era del nuovo che tenea desta la curiosità.
Una, sera, cominciata già la lezione, entrava Ferdinando Vercillo.
Era un giovane elegante, guantato, ricercato nel vestire, e portava un cappello a punta allora in moda, e certi scarpini rumorosi.
Fu accolto dai giovani con un suono che voleva dir "zitto!", e che a me parve un sibilo.
Questo mi turbò assai.
Feci vive lagnanze, dicendo con voce commossa che l'era un fatto grave, senza esempio nella mia scuola.
Nessuno fiatò.
E io, eccitato dalle mie stesse parole, lasciai lí la lezione e non volli continuare, congedai tutti bruscamente.
Se ne andarono mogi, in silenzio.
Dopo mi fu spiegato il caso, e ripigliai le lezioni.
Questa era la disciplina della scuola.
E avvenne un altro scandalo, come io chiamavo queste cose.
Capitò un abate su' trent'anni, di cui non faccio il nome.
Uscito dalla scuola dei Gesuiti, egli veniva pettoruto, con l'aria di volerci inghiottire tutti.
E tutti gli fummo addosso, al primo suo lavoro.
Declamava certa orazione, in tre punti, col relativo esordio ed epilogo, con le solite amplificazioni, fermandosi dopo certi periodoni, che gli parevano magnifici e di molto effetto, tutto pavoneggiandosi; e piú prendeva il tuono solenne e piú ci metteva d'enfasi, e tanto piú erano romorose le risa.
L'abate, vedendosi sberteggiato, ricalcitrava, tutto rosso dalla stizza, e piú s'incolleriva lui, e piú si rallegravano gli altri.
Io feci il volto grave, e domandai ad uno dei piú allegri il suo giudizio.
Ma l'abate l'interrompeva con certe mosse di stupore: "Come! Ma lei non sa che questa è una regola rettorica! Questa è una ipotiposi.
Ma questo nel linguaggio di chi studia si chiama un'amplificazione".
E sghignazzava e si dondolava, facendo: ah! ah!, come per affogare le risate nel riso suo.
Lo spettacolo era nuovo e voleva una correzione.
Feci d'occhio a Francesco Corabi lí in prima fila, ch'era stato serio e prendeva delle note.
Costui era un ingegno secco di stretta logica e di analisi fine, acuto come un coltello e stringente come una tenaglia.
Ghermí il povero abate e ne fece un cencio.
Ben tentava qualche interruzione, ma lui non gli dava il tempo, e lo incalzava, e in breve il ritroso abate si vide tirato a tale altezza, che gli mancò l'aria e gli cascò il capo tra le mani.
Io usai parole dolci per consolarlo e fargli animo.
L'abate presuntuoso si fece piccino piccino, e come in fondo era un brav'omo, divenne un buon compagno e un buono scolaro, e se non fece miracoli, imparò almeno a scrivere naturalmente.
La scuola era venuta a quel punto che Proudhon chiamerebbe anarchia.
Era una piccola società abbandonata a se stessa, senza regolamenti, senza disciplina, senza autorità di comando, mossa dal sentimento del dovere, da stima e da rispetto reciproco, da quello ch'io chiamavo sentimento di dignità personale.
Ci eravamo educati insieme.
Io avevo per quei giovani un culto, sentivo con desiderio le loro osservazioni e i loro pareri, studiavo le loro impressioni.
Godevo tanto a vedermeli intorno con quei gesti vivaci, con quelle facce soddisfatte! Essi guardavano in me il loro amico e il loro coetaneo, e mi amavano perché sentivano di essere amati.
Io avevo il loro entusiasmo giovanile, i loro ideali, e, se in loro c'era una parte del mio cervello, da loro veniva a me una fresc'aura di vita e d'ispirazione.
Senza di loro mi sentivo nel buio, essi erano lo sprone che mi teneva vivo l'intelletto e lo riempiva di luce.
Scrissi nell'album di una signora: "Desiderando di piacere a qualcuno, tu piaci a te stesso e ti senti felice".
Patria, libertà, umanità, tutti i piú alti ideali che mi brillavano innanzi, si compendiavano in quest'uno: piacere alla scuola; e lí erano la mia espansione, la mia felicità.
Quante volte anche oggi rimemoro quei giorni, e dico: "Com'ero felice allora!" C'è nei giovani un sicuro istinto che li avvisa di tutto ciò ch'è nobile e sincero; ed è vero che i migliori giudici del maestro sono i discepoli, sono come il popolo, voce di Dio, giudice inappellabile di quelli che lo governano.
Il loro affetto era cosí delicato che, quando avveniva qualche sconcio, dicevano: "Non lo facciamo sapere al professore".
Pure c'era un'ombra.
Non mi credevano capace di favori, di protezioni indebite; ma cosa volete? quegli Eletti lí, per grazia mia, turbavano alcuni; un po' di gelosia, un po' di vanità e debolezza umana: quella distinzione per ordine, quel carattere ufficiale, come dicevano, non andava a garbo.
La gerarchia dell'ingegno c'era, non la potevano disconoscere; ma tant'è, volevano riconoscerla loro, non ammettevano una gerarchia a priori, quasi per diritto divino, come diceva Luigi La Vista.
Il quale un giorno saltò a dirmi: "Professore, sbarazzateci; questo nome di Eletti non ci va; vogliamo tutti lo stesso nome!" Cosí, dopo appena un anno, venne a noia una istituzione tanto nel suo principio magnificata.
Io con buona grazia feci cader l'uso, e non si parlò piú di Eletti.
"Ed eccoci in piena democrazia, tutti uguali", diceva Lavista, ch'era l'idolo della scuola.
Io dimagravo a vista d'occhio; talora mi vagava il cervello, cercando con gli occhi qua e là, senza uno scopo chiaro e consapevole.
Quello star solo e concentrato nella scuola, lontano da ogni umana compagnia, aveva la sua parte in quegli accessi di umor nero, di mala contentezza.
Gli amici mi vollero ammogliare.
Usavo da un pezzo in casa dell'avvocato Tommaso J., uno stecco d'uomo, che passava tutto il giorno in tribunale a far liti, il piú spesso per conto proprio.
Passava per uomo ricco, ma viveva con modestia e quasi con trascuratezza.
Abitava in una casa che si credeva sua: poche stanze antiche, sdrucite dal tempo e dall'incuria.
Noi altri non ci si guardava per il sottile; io distinguevo poco una stanza dall'altra, come poco una vivanda dall'altra: avevo altro pel capo.
Figlia di don Tommaso era Caterina, cresciuta cosí alla grossa e alla buona, un po' saputella, con un cervellino sottile e acuto, sullo stampo paterno.
Fatta grandina, dicevano che era tutta suo padre, perciò un po' bruttina.
Stavo lí come un amico di famiglia, e sentivo le grandi lodi di mamma per la figlia, e cercavo di scappar via quando sopravveniva il babbo, che m'empiva la testa di chiacchiere, parlandomi delle sue possessioni e delle liti, e non mi lasciava piú, capacissimo di prendermi sotto il braccio, e volermi per forza accompagnare sino a casa, per farmi la storia d'un processo e recitarmi la sua orazione.
Io sentivo di ciò una fiera noia, ma sapeva contenermi, e lui, immerso nelle sue cause, non se ne accorgeva.
Venne terzo fra noi don Raffaele, che m'investiva sempre col suo: "Allegramente!" Poi s'aggiunse il babbo, che veniva a Napoli di frequente, e conosceva don Tommaso, e s'intrometteva tra' discorsi, e, faceto, impaziente, gli rompeva la parola.
Cosí trovai un diversivo, e talora mi scaricava di don Tommaso, e lo regalavo a loro.
Avevo preso dimestichezza con la Caterina, senza intenzione, e talora si disputava di storia greca e romana, dove lei era una dottora.
La mamma rompeva le dispute con un motto d'elogio alla figlia, istruita con molta cura e con grande affetto, e pur facendo intendere che a lei, figlia unica, sarebbe spettato un ricco patrimonio.
Quando io venivo in malinconia, gli amici dicevano scherzando: "C'è il mal di cuore, il mal della Caterina".
Cosí, parlando del mio amore, finii col crederci anch'io, e mi trovai innamorato senza saperlo.
Don Tommaso stese sopra un gran foglio di carta avvocatessa una lista delle sue possessioni, che non finiva mai.
Ne aveva in Atripalda, ne aveva in Montesarchio, ne aveva, anche in Napoli.
Parlava come Carlo quinto.
Sovente tirava il discorso sopra i suoi feudi.
E una sera mi messe sotto il naso quella sua carta, credendo di abbarbagliarmi.
Mi accompagnò, secondo il solito, e tirandomi sotto il braccio, mi narrò non so qual causa strepitosa, e sull'uscio di casa mi consegnò quella famosa carta.
Vi gittai l'occhio sopra.
Era un carattere impossibile; ma, uso a deciferare tutti i geroglifici dei miei scolari, non mi atterrii.
Quel numeri, uno, due, tre, e via via fino a cinquanta o sessanta, mi davano il capogiro: era la lista dei suoi possedimenti.
A un certo punto mi seccai, e non andai oltre.
Non sono stato mai atto a leggere tutto un istrumento o un regolamento.
Leggo con piacere dov'è una serie d'idee che si muovono.
La mia natura abborre dai dettagli, salvo che non mi ci ficchi io, e non ci metta il mio cervello; allora mi ci delizio e divento minuto, anche troppo.
Quella infilata di titoli, di censi, di rendite, di fitti non mi entrava, non ci capivo nulla.
Pure, una cosa m'era rimasta, che don Tommaso avea molti feudi, e ch'io sarei divenuto un gran proprietario.
Non so quale influsso magico ha sullo spirito questa parola "proprietario".
In provincia un contadino si farebbe tagliare il naso anzi che cedere un pezzo di terra: "il danaro se ne va, la terra resta".
E quando hanno danari, li seppelliscono sotto terra, come per impedire la loro fuga.
Sono ancora in un'età primitiva: le banche, le cambiali, il credito sono diavolerie ch'essi scongiurano con un segno di croce.
Io era rimasto un po' contadino per questo rispetto: i miei danari volavano, non sapevo come, e ci avevo fatto il callo, sicuro che venivano gli altri.
Il mio sogno era: una casa mia, con un bel giardino; e, quando giravo per le alture di Napoli, e qualche villetta mi fermava, cadevo in fantasia e dicevo: "Oh fosse mia! Stare qui tra questi fiori, studiare sotto quelle ombre! Diventerei poeta".
Figurarsi qual fascino aveva quella carta sulla mia immaginazione! E corsi al marchese Puoti, e gliela porsi.
Quell'eccellente uomo, che mi teneva come suo figliuolo, disse: "Adagio! Fosse una canzone, ce ne intenderemmo tu ed io; ma è roba d'avvocati, e potrebb'essere una canzonatura, e saremmo canzonati tu ed io".
Si tenne la carta e chiese consiglio a suo fratello Giammaria, che teneva uno dei piú alti posti in magistratura, uomo proverbiale per rettitudine e puntualità nel suo uffizio, e, come noi si diceva allora, uomo all'antica, di cui si va perdendo lo stampo.
Dopo alcuni giorni mi chiamò a sé, e disse: "Sentite, don Francesco, non so se vi farà piacere o vi spiacerà, ma la verità è una, e come uomo di coscienza ve la debbo dire.
Tutte queste possessioni sono come i castelli di Spagna, che talora ci vengono in sogno.
Qualcosa c'è in questa carta, ma niente è liquido, niente corre liscio; qui c'è un semenzaio di liti perpetue, che non ne vedranno la fine i figli dei figli, come dice il vostro Tasso.
Don Tommaso ci gavazza dentro e ci s'imbrodola, perché nato fra le liti, e ci ha un gusto matto.
Ma voi, caro don Francesco, col vostro Tasso e col vostro Dante, cosa vorrete farne di tutta questa roba litigiosa? Finirete che gli avvocati si mangeranno tutto e vorranno il resto.
Dunque lasciate stare, non è cosa per voi".
Io rimasi come chi si sveglia da un bel sogno e si trova a bocca asciutta.
Lui vedendomi cosí sospeso, disse, restituendomi la carta: "Se poi amate quella creatura, l'è un altro affare; ma non c'entro piú io.
Però, se il vostro cuore dice di si, meglio pigliarla sola, che in compagnia di tutte queste liti".
Mi strinse la mano con un sorriso pieno di bonomia, e mi congedò.
Me ne andai solo e correndo, com'era mio uso, con la testa in tumulto.
Don Tommaso e la Caterina m'incalzavano nel cervello, e dall'altro lato c'era la lezione che cercava pure il suo posto.
Feci un grande sforzo, ché dovevo parlare del poema epico, e già mi frullavano alcune idee fin dal mattino.
Tentai ripigliare le fila, ma il matrimonio, le possessioni, don Tommaso me le guastavano, e per quel dí caddi in preda ai fantasmi, e non conclusi nulla di nulla.
La sera fui dalla Caterina per abito preso, e non fiatai della cosa; ma sulla faccia si leggeva il maledetto imbroglio ch'era nel mio spirito.
Capitò all'ultim'ora don Tommaso, e al solito volle accompagnarmi.
L'acuto sguardo della mamma notò la freddezza del mio addio alla Caterina, e disse: "Qualcosa qui c'è sotto; non me la dai a intendere".
"Niente, niente", diss'io, piú confuso e piú rosso a quelle parole.
Don Tommaso, assorto nelle sue liti, non s'era addato di nulla, e cominciava la sua solita litania; ma io mi sciolsi dal suo braccio, e dissi: "Don Tommaso, questa è la vostra carta".
Aveva le braccia lunghe, giocava spesso co' gomiti, e mi dié una gomitata, dicendo: "Eh! eh! cosa ti pare?" "Mi pare, - diss'io, facendo animo, - che dentro a questa carta c'è un semenzaio di liti".
"Semenzaio! - disse lui che non capiva la parola, - cosa vuoi dire?" "Voglio dire che delle vostre liti vedranno il termine i figli dei figli".
"Andate a fare con un maestro di scuola! - disse lui con dispetto.
- La lite è cosa ottima, perché guadagnando hai il cento per cento".
E qui s'incaloriva, e contava le sue cause vinte, e si prometteva grandi guadagni e vicina conclusione.
Io non risposi piú.
Andai ancora un pezzo in quella casa; non volevo si dicesse che per quistione di quattrini la lasciava; ma, non sapendo dissimulare, guardavo brusco e storto don Tommaso che m'era parso un paglietta imbroglione, come dicono a Napoli.
Lui ne fece qualche motto in famiglia; la mamma si inalberò e usci in parole grosse; nacque un pettegolezzo, e tutto finí.
Io volevo bene alla Caterina, ma non era di quell'amore che ti trascina; e poi in quell'età avevo innanzi tanti belli ideali, e gli occhi erano vaganti e distratti.
Il matrimonio era per me una velleità, un verme messomi nel cervello dagli amici; l'anima restava al di fuori, e, per dirla con frase moderna, non era giunto ancora per me il momento psicologico del matrimonio.
Ripensandoci ora, veggo che fui ingiusto col povero don Tommaso, ch'era in perfetta buona fede, tagliato cosí da natura, che viveva sazio e rubicondo tra le liti, e faceva illusione a sé e agli altri.
Intanto la scuola sentiva già gli effetti della nuova atmosfera letteraria che vi era penetrata.
Quantunque nelle mie letture entrassero sempre trecentisti e cinquecentisti, e scegliessi con accuratezza quei luoghi che piú mi parevano dover dare nel genio e fare effetto; pure quei secoli non solleticavano piú, e la gioventú si gittava con ardore sulla moderna letteratura.
Cercavamo ancora qualche vecchio autore, ma di quelli poco soliti a leggersi, e che davano occasione a ricerche interessanti.
Cosí ci fu uno studio sopra gli scrittori politici, e un altro su' nostri comici e novellieri.
Io davo questi temi letterari, perché occasione a letture e ricerche profittevoli.
Avendo terminato il mio corso sulla lirica con un'appendice intorno alla satira italiana, seguí uno studio animato dei nostri satirici, specie dell'Ariosto, andando su fino ai Sermoni del Gozzi e alle Satire dell'Alfieri: il suo Misogallo fu divorato, molti brani si sapevano a mente.
Io poi cercavo sempre qualche lettura nuova, che fosse un solletico alla curiosità.
Una sera lessi la lettera che sta innanzi ai Discorsi del Machiavelli, la quale aveva pieno me d'ammirazione, e destò in loro entusiasmo.
Pareva come un bel gioiello scavato di sotterra, e di cui nessuno aveva inteso a parlare.
Cominciò la moda del Machiavelli: si disputava intorno ai Discorsi, intorno al Principe.
Queste letture, coordinate con letture mie e con mie lezioni, avevano i loro effetti nei lavori.
Io abborriva dai metodi meccanici e dai sistemi; quelle regole fisse sul prima e sul poi non mi andavano; lasciavo molto alla spontaneità dei giovani, e nelle mie letture di scuola facevo di gran salti.
Volevo svegliare in essi l'iniziativa, la fede nel loro criterio.
Gli autori erano tutti di buona lega, ed il marchese, ancorché non ci fosse l'ordine da lui prefisso, lasciava correre.
Non ammetteva l'Ossian di Cesarotti, e non le Notti romane e non il Jacopo Ortis, e non il Bettinelli o il Baretti o l'Algarotti: erano autori scomunicati e infrancesati, che pur si leggevano, ma in gran segreto, come si fa dei libri proibiti.
Non è che non trovasse a ridire sopra altri autori meno sospetti, in ciascuno dei quali notava qualche taccherella; ma, infine, leggere Alfieri o Foscolo o Manzoni non era poi un affare di stato.
Meglio accetti erano Parini e Gozzi.
Un giorno giunse la sua tolleranza sino a far leggere il Manzoni.
E fin qui andava bene.
Ma, visto che la gioventú correva dietro alle novelle del Grossi e del Sestini, dove sentiva un odore di romanticismo, si strinse nella sua toga come Cesare, e divenne intollerante nel suo classicismo.
Allora, vietata la politica, comparivano i giornali letterari.
Oltre l'antico "Omnibus", erano sorti il "Poliorama" e l'"Omnibus pittoresco", e venivano in voga le "Strenne".
Uno sfogo ci voleva, e lo sfogo furono villanie e polemiche, che si gittavano al viso, segno di ozio billoso.
Piovvero racconti, novelle, romanzi tra il fantastico e il sentimentale, sciarade, logogrifi, volgarità e puerilità in prosa e in verso.
Si voleva il nuovo, e il nuovo era il genere romantico, e si diceva: racconto romantico, novella romantica.
Non era una nuova coltura che sorgesse spontanea, era un'eco confusa e inintelligente di un moto letterario sorto molti anni indietro, di cui ci veniva il rumore dalla Lombardia.
Il marchese sfogava la sua bile contro quei fogli, e non consentiva lettura di giornali a' suoi giovani.
Cosa era romanticismo non si sapeva cosí per l'appunto, e i letterati piazzaiuoli strillavano che bisogna scrivere come natura detta, mettere da parte le regole; e mi ricordo questa frase comune: "Le regole tarpano le ali al genio".
Questo intendevano per romanticismo.
Il Medio evo saliva in moda, la leggenda era un genere favorito, classico significava pedante.
E cosí si aveva un romanticismo a buon mercato.
Il marchese rendeva pan per focaccia, e covriva de' piú curiosi epiteti questi letteratucoli.
Tuffato ne' miei giornali politici francesi, poco leggevo quei fogli, e me ne venne subito il disgusto.
Quel non approfondire niente, quel saltellare di palo in frasca, con quei punti ammirativi e con quei puntini, ne' quali non c'erano altri sottintesi che la vacuità del cervello, quelle situazioni tese e violente: tutto mi pareva falso e strano.
Il marchese vietava la lettura dei giornali; io non facevo divieti, ma non dissimulavo il mio disgusto.
Quella predica contro le regole, quel mettere da banda gli studi, e confidare nella onnipotenza del genio, era un sistema comodo, che incendiava molte teste di paglia di studenti, accensibili come un zolfino.
La scuola tenne fermo; pure c'era non so quale inquietudine, un desiderio di cose nuove.
Si gittarono sulla letteratura francese: sentivo disputare di madame de Staël, di Chateaubriand, di Victor Hugo, di Lamartine.
Io mi mescolavo nella conversazione, e mi davo a quelle letture con pari avidità, scolaro tra gli scolari.
Non posso riafferrare piú le mie impressioni.
Rammento solo di lord Byron, che mi atterrí.
Tutto mi pareva gigantesco: situazione, azione, caratteri, affetti.
Quella profondità d'odio e d'amore, quella forza portata all'ultima sua espressione, quella eloquenza terribile di passioni indomite, smisurate, mi parve come la scoperta di un mondo nuovo, abitato da una razza superiore di umani.
Un sabato che ci capitò il marchese, Agostino Magliani lesse una novella.
Descrizioni, favole, racconti, epistole, dialoghi, discorsi erano i soliti generi di composizione; ma la novella era il genere favorito.
Intorno al modo di condurre la novella c'era un codice prestabilito, divenuto convenzionale.
C'erano le regole intorno alla preparazione, alla favola, allo snodamento, alla catastrofe, ai caratteri, agli affetti: regole che risalivano fino ai primi tempi della scuola del Puoti.
Per lo piú le novelle erano fatte sullo stampo boccaccevole; il marchese richiedeva semplicità nell'intrigo, e naturalezza negli affetti.
Il sugo era che, sotto il liscio di periodi misurati e rotondi, c'era superficialità d'immagini e di sentimenti.
E questo è bene, come esercizio di scrivere per giovani poco provetti, ai quali manca esperienza della vita e del cuore umano, per guardare piú addentro.
Ma nella mia scuola era sorto il ticchio di mostrare originalità nell'invenzione, e venivan fuori certe situazioni esagerate.
Il Magliani aveva scritto la sua novella con uno stile castigato e in lingua assai forbita, di che il marchese gli dié lode.
La situazione era un po' tesa; ma l'ingegno casto e misurato dello scrittore avea saputo togliere gli angoli, rintuzzare le punte, rammorbidirla e regolarla con peso e misura.
"Pare una situazione romantica in forma classica", scappò uno a dire.
Il marchese si fece verde.
"Ma questa è roba di lord Byron", rifletté un altro.
Il marchese non ci vide piú.
"Lord Byron? E voi leggete lord Byron? E voi, signor Magliani, copiate lord Byron?" Magliani si fece un pizzico, e rimase muto; io non dissi nulla, come di solito, non volendo col contrasto provocare la tempesta.
Ma la tempesta venne e scoppiò sul capo di tutti.
Se la prese con me, con la scuola, coi giornali, coi romantici e con lord Byron.
Poi venne la bonaccia, e, com'era di bonissime viscere, ci disse parole dolci e paterne.
Lo accompagnammo a casa, che s'era già rabbonito, e frizzava i giornalisti, e faceva il lepido ch'era una grazia.
Quella collera era la sua musa, che gli dilatava i polmoni e gli moveva l'immaginazione.
Avremmo riso, ma ci teneva la vista di quei lineamenti contratti, temevamo di recargli offesa.
Gli venivano osservazioni piccanti.
Diceva che i giornali imbarbarivano la lingua, sviavano da' forti studi corrompevano il gusto e il cuore.
Non concepiva come il governo lasciasse correre tanti vituperi su di una certa stampa, ch'egli chiamava un letamaio.
Il romanticismo era l'ultima rovina degli studi.
Egli aveva combattuto quella peste di oltralpe, ch'è il gallicismo, "ma il romanticismo è peggio, perché se quello vizia la lingua, questo rode come un tarlo la mente".
Chiamava bolle di sapone, fuochi fatui quello che oggi si direbbe eccentricità e fosforescenza.
Ripeteva in caricatura la famosa frase, che "non bisogna tarpar le ali al genio".
"E quanti geni, gridava, ci sono oggi piovuti di cielo! Scribacchiatori pullulati come vermi dalle cloache, degna loro stanza".
Ciò che piú gli spiaceva ne' romantici, era la dismisura negli affetti, ne' caratteri, nell'intrigo, nella favola.
Perciò ne voleva al Verri ed al Guerrazzi, e lodava la semplicità del Manzoni, che da persone di umile condizione, com'erano Renzo e Lucia, aveva saputo cavare potenti effetti.
Nella semplicità voleva il rilievo, e perciò motteggiava la Monaca di Monza del Rosini e le Guerre civili del Davila: "Quel loro scrivere mi pare una piscia, con riverenza parlando".
Lodava molto il Ranieri, ma notava non so che concetti nella sua prefazione al Leopardi, e non so che situazione violenta nell'Orfana della Nunziata, che avea fatta una grande impressione, non solo come un'opera letteraria, ma ancora come un'azione coraggiosa.
Comparivano certe leggende e novelle in pura lingua e in terso stile, ma non avevano grazia presso lui, per la natura dell'argomento; e diceva della Isolina di Roberto Savarese ch'era scritta assai bene, ma che c'era non so che puzzo di romanticismo, qualcosa della Ildegonda e simili piagnistei.
Pure il marchese poteva andar contento dell'opera sua.
Attorno a lui stavano riverenti i piú colti e stimati uomini della città: il marchese di Montrone, i fratelli Baldacchini, il Cappelli, il Campagna, l'Imbriani, il Poerio, la Guacci, il De Vincenzi, i Savarese, il Gasparrini, lo Scacchi, il Cassola ed altri, che non mi vengono sotto la penna.
Molti letterati di altre parti d'Italia gli facevano plauso.
La sua scuola aveva già messo buone radici fino nei seminari piú ritrosi.
Mi ricordo il seminario di Cava, dove il marchese era spesso invitato e festeggiato.
I suoi libri di testo erano sparsi nelle piú lontane scuole.
Ultimamente avea posto mano ad un dizionario domestico, che venne subito in favore presso gli studiosi.
Fiorivano molte scuole a sua immagine, come quella di Rodinò, e l'altra di Fabbricatore, ch'era la sua prediletta.
E già venivano in fama parecchi giovani valorosi, entrati in molta dimestichezza con lui, come Luigi Settembrini, Vito Fornari, Antonio Mirabelli.
Tutti onoravano in lui l'educatore della gioventú.
Mi ricordo il grande scalpore che fece, quando gli venne a mano un opuscolo di Luca suo fratello, in confutazione de Le ultime parole di un credente, un libro di molto strepito e letto avidamente: chiamava l'opera del fratello un basso atto di cortigianeria, verso il governo.
Da lui non venne mai niente di basso e di servile; poteva dunque esser contento.
Ma in quella nuova aria si sentiva affogare, e vi si dibatteva del suo meglio.
Se la prendeva con certuni come Cesare Malpica e Domenico Anzelmi, e con parecchi altri che beffeggiavano lui e la scuola; e queste erano miserie non degne della sua collera.
Capitolo ventesimottavo
IL GENERE NARRATIVO
Questa storia di bassi fondi non giungeva sino a noi.
Quello che c'era di novità non ci attirava, perché già da lungo tempo ci eravamo messi in una nuova atmosfera letteraria, con serietà d'intenti e di studi, e ci parevano ridicoli i pretesi novatori, non vedendo in loro che ignoranza e superficialità.
L'inverecondia delle polemiche ci moveva disprezzo e disgusto.
La persona di Basilio Puoti c'era divenuta piú veneranda, appunto per le basse contumelie di cui era fatto segno.
La conclusione fu che ci demmo con piú ardore agli studi, cercando con avidità tutti i libri nuovi intorno ai problemi letterari, di cui allora si parlava molto piú con presunzione che con competenza.
Questi libri circolavano nella scuola; se li prestavano, ne disputavano; io i miei li prestavo volentieri, e ne parlavo sempre, e non tacevo mai le fonti ove attingevo.
Quest'anno il mio corso fu intorno al genere narrativo, sotto il quale compresi il poema epico e la leggenda, il romanzo e la novella, la storia e la biografia, il romanzo storico.
Continuavo lo stesso metodo.
Prima era l'esame del contenuto in sé e nelle sue condizioni di tempo e di luogo, da cui si derivavano le forme, cioè a dire la situazione e l'ordine, i caratteri, lo stile, ecc.
Per dare un concetto adeguato del poema epico nelle sue vicissitudini, feci una specie di quadro storico dell'umanità, andando dalla famiglia al comune, dal comune alla nazione, dalla nazione ai grandi centri di civiltà.
Cosí classificai Omero, Virgilio, Dante, Ariosto, Tasso, Milton, Klopstock.
Toccai del Camoens come tipo di poeta nazionale.
Precedettero alcune considerazioni generali:
1.
Derivando le forme dal contenuto, nessun poema può essere tipo e modello di tutti gli altri, perché ciascuno ha un contenuto suo, e perciò forme sue.
2.
In poesia non ci sono tipi, ma individui, e nessun individuo somiglia a un altro.
I tipi sono astrazioni della critica.
Il tipo è una data qualità accentuata, com'è anche nella vita reale.
Il poeta non deve avere innanzi tipi, ma individui.
Il carattere tipico è insito nella persona poetica, senza consapevolezza del poeta.
Dire che Achille è il tipo della forza e del coraggio, e che Tersite è il tipo della debolezza e della vigliaccheria, è inesatto, potendo queste qualità avere infinite espressioni negl'individui.
Achille è Achille, e Tersite è Tersite, e appunto per questo sono compiute persone poetiche, le quali possono giovare ai poeti, non come esemplari da copiare, ma come ispirazione a invenzioni simili, a quel modo che la natura ispira i poeti, e i modelli sono utili ai pittori.
3.
Parimente l'umano, l'homo sum, fondamento assoluto e perciò immutabile di tutta la vita umana, reale e artistica, non esiste in natura e non esiste in arte.
Gli elementi etici e patetici che fanno di sé bella mostra nelle rettoriche, non sono che astrazioni; tolti dal vivo dov'erano incorporati, non sono che pezzi di anatomia, frammenti cadaverici.
L'uomo, come il tipo, è insito in ciascuna persona poetica, e senza coscienza dell'artista.
4.
Le regole sono anch'esse lavoro posteriore all'arte, e perciò sono anch'esse astrazioni.
Le regole piú importanti non sono le generalità, che si accomodano ad ogni contenuto, ma sono quelle che traggono il loro succo ex visceribus causae, dalle viscere del contenuto.
5.
Perciò il vero in arte non è assoluto come nella scienza, ma è relativo al contenuto, nelle condizioni in cui lo concepisce il poeta.
Le rappresentazioni poetiche sono vere, anche quando il contenuto è riconosciuto falso.
Gli Dei non esistono piú innanzi alla nostra coscienza, ma restano immortali in Omero.
6.
Il poema epico suppone una storia tradizionale, contemperata con l'atmosfera sociale in cui vive il poeta, e con le qualità del suo ingegno.
Suppone anche tutto un ciclo di poesie anteriori, una lunga e lenta elaborazione della materia, alla quale esso dà l'ultima forma.
Queste considerazioni, ch'io trovo nei sunti lasciatimi dai miei discepoli, sembrano oggi luoghi comuni.
E questo è il progresso.
Ciò che un giorno è una tesi lungamente dibattuta e studiata, fra venti anni diventa un luogo comune, che sarebbe pedanteria dimostrare e illustrare.
A quei tempi queste cose parevano bestemmie a molti; e io mi trovavo tra due fuochi, tra i classici e i romantici, o quelli almeno che si decoravano con questo nome senza alcuna serietà di studi.
La impostura è cosa vecchia.
Anche allora si empivano la bocca di autori neppur leggicchiati, e si apriva facile mercato di scienza raccolta negl'indici e ne' dizionari.
A quel tempo correvano certe opinioni tenute dogmi, nelle quali io stesso ero cresciuto.
Lascio le piú dozzinali e pedantesche, che si connettono ai primi anni de' miei studi scolastici.
Pochi anni piú tardi ero pieno di molte opinioni apprese nella scuola del Puoti, e ancora piú nelle rettoriche e poetiche dal Cinquecento in poi.
Il discorso del Tasso sul poema epico era per me un oracolo; mi piaceva anche la Perfetta poesia del Muratori, leggevo le opere del Castelvetro, e mi stillavo il cervello in quelle sottigliezze.
Pure ressi alla fatica, e v'imparai molti fatti peregrini, grammaticali e poetici.
La Ragion Poetica del Gravina mi parve un avvenimento, per novità e finezza di osservazioni e per chiarezza di esposizione, che mi dava quasi una illusione di posatezza e coerenza scientifica.
Il marchese lo ammirava molto, e finalmente trasfuse in me la sua ammirazione.
Poi mi vennero a mano le polemiche sull'unità di tempo e di luogo, e lessi con avidità i giudizi di Pietro Metastasio, il cui fare libero e spregiudicato mi piaceva: ma studiavo di occultare questa mia impressione al marchese, al quale Metastasio era antipatico.
Anche celatamente divorai le opere del Bettinelli, dell'Algarotti, del Baretti, del Cesarotti, scrittori barbari al dir del marchese, ma ne' quali sentivo piú piacere che in que' faticosi cinquecentisti.
Al contrario non mi fu possibile leggere sino alla fine il Napione e il Perticari, cosí cari al marchese.
Tirai fino a Vincenzo Monti, le cui polemiche con la Crusca mi riuscirono gustose.
Queste letture avevano prodotto un guazzabuglio nella mia mente.
Molte opinioni e pregiudizi furono scossi, ma non cancellati.
Cominciò in me l'età benefica del dubbio e dell'esame.
Il progresso naturale del mio spirito, e piú che altro la mia abitudine alla meditazione, il non fissarmi in alcuno scrittore, e il pensare da me, mutarono in gran parte le mie impressioni e i miei giudizi.
Sentivo nelle sottigliezze del Castelvetro il lambiccato e il falso, e nella gravità del Gravina il presuntuoso e il pedantesco.
Nelle opere spigliate o scorrette del Metastasio, del Bettinelli, del Monti sentivo leggerezza e superficialità, con un odore talvolta di ciarlataneria.
Quando cominciò la mia scuola, mi capitarono le critiche del Galilei sulla Gerusalemme Liberata.
Alcune mi parvero stiracchiate; ma in altre trovai garbo e buon senso piú che in nessun altro nostro scrittore, e capii l'eccellenza dell'Ariosto sopra i suoi precursori e imitatori, e sopra il Tasso.
Fino a quel tempo leggevo l'Ariosto come un poeta piacevole nella sua stranezza, e non ci avevo mai pensato sopra, e talora mi domandavo, maravigliato, in che fosse superiore all'Amadigi o all'Orlando innammorato, ch'io leggevo con ugual piacere, e perché molti lo ponessero innanzi al Tasso, delizia dei miei primi anni e modello di perfezione agli occhi miei.
Basti dire che sapevo a memoria dal primo all'ultimo verso la Gerusalemme, e dell'Orlando furioso appena alcuni brani mi rimanevano impressi.
Debbo al Galilei un concetto piú sano e piú preciso dello scrivere poetico.
Questo era lo stato del mio spirito, quando diedi principio alle mie lezioni.
Intorno a me si aggirava il rumore delle vecchie opinioni.
L'unità d'azione, di tempo e di luogo era un assioma; l'Iliade era il modello immutabile di tutti i poemi possibili.
C'erano regole fisse, dalle quali non era lecito scostarsi.
Sotto nome di princípi correvano generalità applicabili a tutt'i casi, come certe ricette.
La Divina Commedia non era un poema, l'Orlando furioso neppure: poesie divine sí, ma contro alle regole; e non sapevano raccapezzarsi sotto qual genere andassero allogate.
C'era la gran lite degli episodi, e si pretendeva che la Divina Commedia fosse una serie di episodi, e non si leggevano che alcuni di essi, stimati piú belli.
Dante era poco meno che un barbaro.
Poco si leggevano gli stranieri; Shakespeare passava addirittura per barbaro, e Lope de Vega per un ciarlone.
Rousseau e Voltaire erano nomi scomunicati.
Ignoti quasi una gran parte degli scrittori dal secolo decimottavo in poi.
Poco si leggeva, meno si studiava, molte erano le chiacchiere.
La nostra ignoranza degli scrittori stranieri dava proporzioni eccessive al merito degl'italiani.
Alfieri era superiore a tutti i tragici, e Goldoni a tutti i comici, e la Basvilliana veniva comparata alla Divina Commedia: non si distingueva il mediocre dall'eccellente.
Queste tendenze erano pure nei miei scolari, e si può comprendere il perché di quella mia introduzione, che oltrepassava nei suoi intenti il poema epico, e abbracciava tutta l'arte.
A tale generalità di regole e di modelli io sostituivo la particolarità di un contenuto determinato dalle condizioni esterne e dalle facoltà del poeta.
Ciascun contenuto ha la sua situazione, la sua forma organica, e in quell'organismo bisogna cercar la sua regola.
Il contenuto è come un individuo, il quale, appunto perché individuo, è dissimile da ogni altro, e ha nel suo organismo il segreto de' suoi pensieri e delle sue azioni.
Facevo notare del pari la grande analogia tra le formazioni poetiche e le formazioni naturali.
Come la materia, determinata dalle sue forze o leggi, e dalle condizioni esterne, raggiunge una forma vitale; cosí il contenuto poetico, la materia cioè o l'argomento, determinato dalle forze del poeta e dalle condizioni esterne in cui egli vive, si specializza, prende una data situazione, acquista la sua forma, diviene un organismo.
La poesia, come la natura, è un lavoro di concentrazione e di diffusione insieme, e lo paragonavo a un circolo, dove la concentrazione nel centro produce la diffusione ne' raggi, e anche al sole, luce concentrata che si diffonde nei pianeti.
Io metteva molto calore in queste lezioni, con un moto di braccia, con una energia d'accento, come se avessi un avversario dinanzi a me.
La gioventú mi seguiva con attenzione religiosa, come s'io fossi un predicatore di culti nuovi.
Certo, in quella estetica improvvisata, ch'io andava predicando da tre anni, c'era un tantino di esagerazione.
Invaghito della individualità di ciascun contenuto, davo poca importanza alle specie e a' generi, al comune e all'universale, alle relazioni, alle somiglianza, a' contrasti.
Ma la conseguenza fu buona.
I giovani si avvezzarono a far getto delle vuote generalità, a metter da parte regole e modelli, a studiare gli scrittori, inviscerandosi in essi.
C'era meno presunzione e piú studio.
Quelle generalità non erano solo nella scuola antica o classica.
Peggio facevano certi novatori, i quali cercavano il segreto dell'arte nei concetti e ne' tipi.
Si fondavano sul Vico, che cercava nell'arte le idee e i tipi, e giudicavano il valore delle opere poetiche secondo la verità e la grandezza delle loro idee e l'eccellenza de' loro tipi, trascurando in tutto la forma e l'espressione.
Perché s'era abusato delle forme, essi le cancellavano, e riducevano la poesia a concetti e tipi generici.
Questo pareva a me una esagerazione peggiore, perché, se quelli guardavano nella poesia le forme piú grossolane, questi le sottraevano tutta la parte viva, sí che ella vania in astrazioni filosofiche.
Ora io combattevo anche con maggior calore queste esagerazioni.
Non potevo con pazienza sentir dire che l' Iliade rappresenta lo stato di famiglia, e che Achille rappresenta la forza.
Mi pareva che tutte queste rappresentanze fossero generalità astratte, e che a dir questo non si dicesse ancor nulla che valesse a darci un giudizio adeguato dello scrittore.
Mi trovavo tra i retori e i filosofi, e mostravo il viso agli uni e agli altri, studiando di tenermi in bilico tra i due estremi, coi miracoli del mio contenuto.
E mi messi a studiare l'organismo de' poemi, derivandolo dal contenuto cosí com'era situato e formato nella mente del poeta.
Quel mio quadro storico dell'umanità dava il contenuto in sé o astratto; ora io considerava la sua vita nelle forme poetiche.
Analizzai il contenuto pre-omerico, secondo le orme di Vico, e ne dedussi che Omero era la mente di quel contenuto.
Escludevo che l'Iliade fosse compilazione di rapsodie, fatta da qualche erudito.
Le grandi poesie hanno le loro fonti in cicli poetici anteriori, perché tutto si lega, e la storia, come la natura, non procede per salti: gradazioni progressive generano da ultimo il gran poeta, che dà a tutta la serie la forma definitiva.
Cosí Dante è il gran poeta delle visioni religiose; Petrarca è il gran poeta dei trovatori; Ariosto dié l'ultima mano alla serie cavalleresca.
Chiamare compilazioni le ultime e grandi poesie, solo perché non sono creazioni miracolose, ma produzioni di lunga e lenta elaborazione, è una esagerazione manifesta.
Come l'uomo è l'ultima e piú progredita forma della serie animale, cosí le grandi figure storiche dànno, ciascuna, l'ultima mano alla elaborazione de' secoli.
Citavo il motto del mio caro Leibnizio, che il presente è figlio del passato e padre dell'avvenire.
Esposi la potente unità organica dell'Iliade, e, ricordando un detto del mio buon maestro Fazzini, dicevo "essere cosí impossibile che quel poema fosse un accozzamento di rapsodie, come è impossibile che il mondo fosse un accozzamento fortuito di atomi".
Venendo a' tipi omerici, dicevo che bisognava tenere un procedimento contrario a quello del Vico.
Vico tirava dal vivo della poesia i tipi e le idee, perché costruiva una scienza della storia; noi dovevamo rituffare nella forma quei tipi e quelle idee, per avere l'intendimento dell'arte.
Perciò polverizzavano l'arte quelli che la riducevano a concetti puri, fraintendendo il Vico.
Mostrai che Achille non era un tipo generico ed esemplare, ma un tipo individualissimo, prodotto da que' tempi, come gli Dei e gli eroi, foggiato dal poeta in quell'atmosfera, della quale viveva egli medesimo; perciò non possibile ad imitarsi in altri tempi e da altri poeti.
Raffrontai quella forza barbara, indisciplinata e appassionata, co' sensi umani e anche delicati di Ettore, e commossi la scuola leggendo il famoso addio di Ettore, dove si rivelano il marito, il padre e il patriota.
Di Virgilio lessi il sogno del terzo libro e il fatto d'Eurialo e Niso, tirandone argomento a varie osservazioni di stile, giudicando io Virgilio come il piú grande stilista dell'antichità.
Feci l'architettura della Divina Commedia, mostrando quanta serietà di disegno era in quel viaggio, base sulla quale si ergeva l'edificio della storia del mondo, e piú particolarmente italiana e fiorentina.
Notai nell'Inferno una legge di decadenza sino alla fine, e nel cammino del poema una legge di progresso sino alla dissoluzione delle forme e alla conoscenza della immaginazione, superstite il sentimento.
Mi preparai la via, combattendo i metodi de' piú celebri comentatori, che andavano a caccia di frasi, di allegorie e di fini personali.
Notai che la grandezza di quella poesia è in ciò che si vede, non in ciò che sta occulto.
Lessi la Francesca, il Farinata, l'Ugolino, il Pier delle Vigne, il Sordello, l'apostrofe di San Pietro e altri brani interessanti, facendovi sopra osservazioni che non dimenticai piú, e furono la base sulla quale lavorai parecchi miei Saggi critici.
Posso dire che la mia Francesca da Rimini mi uscí tutta di un getto in due giorni, e fu l'eco geniale di queste reminiscenze scolastiche.
È inutile aggiungere che queste lezioni novissime sulla Divina Commedia destarono vivo entusiasmo.
I sunti, fatti da' miei discepoli e rimastimi, ne rendono una immagine pallidissima e, come dice Dante, "fioca al concetto".
Originali furono pure le mie lezioni sull'Orlando furioso.
Analizzando le qualità di quel contenuto cavalleresco, ne dedussi che quello che la turba chiamava disordine era ordine, e quello che la turba chiamava irregolarità era regola.
Tirai da quel contenuto la situazione e la forma di quella vasta varietà; e, posta quella situazione, trovavo regolare quella pluralità di azioni, che a' piú sembrava un peccato mortale.
Confutai le argomentazioni del Tasso nel suo Discorso sul poema epico, e chiamai lo scrittore un gran poeta e un mediocre critico.
Questo mi tirò addosso una tempesta.
Stefano Cusani, Giambattista Ajello, soprattutto Stanislao Gatti, dal piglio impertinente e ironico, me ne vollero, quasi avessi profferita una bestemmia.
Non potevo patire che il Tasso chiamasse l'Orlando furioso un poema senza principio e senza fine, e ci sentivo quella pedanteria che lo condusse alla Gerusalemme conquistata.
La controversia s'infuocò, e finí con un distinguo, ammettendo io che il Tasso era un critico valoroso secondo que' tempi.
In quella varietà ariostesca mostrai che avevano la lor parte legittima il licenzioso ed il ridicolo, dato sempre quel contenuto e quella situazione.
Notai che quel suo cotal riso a fior di labbra, quasi volesse prendersi beffe del suo argomento, era una ironia spontanea e incosciente di tempi adulti, che si rivelò con chiarezza riflessa nel Don Chisciotte.
Notai infine l'inesauribile varietà de' suoi colori, la limpidezza delle sue fantasie e delle sue forme, la forza fresca e allegra della produzione.
Lessi la famosa scena della Discordia, l'entrata di Rodomonte in Parigi, la morte di Zerbino, la pazzia di Orlando, l'andata di Astolfo alla luna, il combattimento di Biserta, Olimpia e Bireno, Cloridano e Medoro, la morte di Rodomonte.
In queste letture io ero minuto ne' piú delicati particolari dello stile e della lingua; e dicevano ch'era un altro, perché pareva che dalle piú alte contemplazioni scendessi nelle piú umili sfere.
La verità è ch'io mi sentivo sempre il maestro, sempre in contatto co' discepoli, e in quelle letture m'ingegnavo d'accostarmi piú a loro, di dir cose che non avevano trovato luogo nelle lezioni.
Esaminando il contenuto nella Gerusalemme, m'incontrai nella grossa questione dell'influenza del Cristianesimo sull'arte.
Allora non conoscevo ancora i fanatici panegirici, mescolati con sottigliezze dottrinarie, di Guglielmo Schlegel, e m'aiutavo da me.
Notai il carattere cosmopolitico, universale, cattolico della nuova religione, che oltrepassava le nazioni e creava l'umanità; i grandi centri di popoli, che allargavano l'orizzonte del poema epico; il concetto di fratellanza e di carità, che aboliva la schiavitú e stringeva in un solo patto tutti i figli di Eva; la consacrazione del dolore e del sacrificio, come via di redenzione; l'emancipazione dello spirito dalla materia; l'aspirazione a forme piú elevate e piú musicali, sino al puro sentimento.
Questo fu materia di parecchie lezioni.
E mi ci scaldai tanto che, dovendo padre Juppa, mio discepolo e uomo serafico per mansuetudine e innocenza di costumi, fare una predica su' benefizii del Cristianesimo, volli fargliela io medesimo, e riuscí un bello e dotto panegirico, molto lodato.
Mostrai quanta potenza l'idea cristiana ebbe nello spirito di Dante, e come la Divina Commedia fosse appunto la storia ideale del Cristianesimo.
Da questo desunsi i caratteri del contenuto, che il Tasso avea scelto per argomento.
Ma il Tasso non si obbliò in esso, e non lo fece suo, come Dante fece nella Divina Commedia, e come fece l'Ariosto nell' Orlando furioso.
Il Tasso non vi entrò con animo libero, e portò seco appresso le regole di Aristotile e la voga cavalleresca.
Cresciuto in mezzo a' retori, che si vantavano critici, volle fare un poema secondo le regole, e, scegliendo una materia nuova, volle innestarvi la parte cavalleresca.
Voleva in somma conciliare Omero e l'Ariosto, fare un Ariosto corretto e regolare, piú conforme alle leggi del verisimile e al senso storico.
Fu punito, perché trovò critici piú severi di lui, che accusarono il poema di scorrezione, e non lo trovarono né omerico, né aristotelico.
La parte cavalleresca fu trovata una intrusione e una dissonanza in argomento sacro, e si aggiunse che, diminuendo le proporzioni di quella fantastica cavalleria, per ridurle piú vicine al probabile, immeschiní la materia, senza farla piú corretta.
Cosí avvenne che parecchi gli preposero per regolarità il Trissino, e, quanto alla cavalleria, l'Ariosto gli rimase al di sopra.
E, poiché il suo spirito partecipava a quella critica ne' punti fondamentali, dopo vana resistenza, vi si rassegnò; e, per correggere gli errori del poema, volle rifarlo di pianta, e scrisse la Gerusalemme conquistata.
Il poeta era scomparso sotto la rigidità del critico.
Volendo accostarsi piú al verosimile e allo storico, guastò la verità poetica, e, correndo dietro all'ombra di bellezze teologiche, fece olocausto di bellezze profane, ch'erano la parte piú geniale del poema.
Seguendo regole convenzionali, perdette d'occhio le regole eterne dell'arte.
Non corresse, ischeletrí il poema.
Il Tasso era un poeta geniale, di molta immaginazione e sensibilità, dotato piú di dolcezza che di forza, e altissimo a far sue tutte le idee cristiane, la cui nozione fondamentale è la carità.
Abbattutosi in quel contenuto cristiano, ebbe poca virtú di trasfondersi in esso e cercare ivi le sue ispirazioni.
Si fece trascinare dalla moda e dalla critica, e, spirito poco resistente, visse in perpetua lotta tra questi elementi ostili.
Volle sottoporre a modelli omerici un contenuto di natura affatto diversa, e la moda, tirandolo appresso a' poeti cavallereschi e tormentandolo con l'immagine rivale dell'Ariosto, gli velò in parte la novità e la divinità del suo contenuto.
Quando, in età piú matura, volle porvi rimedio, era troppo tardi, e non attinse del nuovo contenuto che le parti esteriori e accidentali.
Nondimeno si deve alla ispirazione cristiana la parte piú eletta del suo poema: il fatto di Sofronia, la morte di Clorinda, e un cotal poco anche il suo Tancredi.
Lessi l'episodio di Sofronia, e mostrai l'intima sua commessura col poema, indicando la vanità di quella rassegna militare a imitazione omerica, ch'egli vi sostituí nella Gerusalemme conquistata.
Notai certi moti psichici, indizio di una intimità rara nei nostri poeti.
Cosí Tancredi prende superbia a vedere in maggior copia il sangue del suo nemico; Solimano piange alla vista del suo paggio ucciso; Argante, cominciando il duello, guarda a Gerusalemme caduta.
Anche è notevole una certa serietà di sentimento, quantunque l'espressione sia rettorica, com'è ne' lamenti di Tancredi e ne' furori d'Armida.
L'organismo del poema, come tessitura, è perfetto, e l'ottava, se non ha l'onda melodica del Poliziano e dell'Ariosto, è però piú nutrita e s'imprime piú facilmente nella memoria.
Nel vezzoso e nel molle non ha eguale, come si vede anche nell'Aminta.
Il suo viaggio alle Isole fortunate è un capolavoro, e le molli lascivie di que' giardini e di que' palagi magici sono una vera magia di stile.
Conchiusi che il Cristianesimo, nella sua ingenuità e spontaneità, aveva avuto la sua poesia nel Vangelo; e che quel contenuto, calato in mezzo a un'atmosfera ostile, impregnata d'indifferenza, di superstizione e d'ipocrisia, sperduto tra elementi poetici e critici, alieni dalla sua natura, non poté assimilarsi uno spirito entusiasta e malato, naufrago fra quelle correnti.
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