LA MOSCA, di Luigi Pirandello - pagina 28
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Irruppe nello studio, gridando il suo nome:
- Tilde Pagliocchini.
Lei? Ah già...
me lo...
sicuro, Balicci, c'era scritto sul giornale...
anche su la porta...
Oh Dio, per carità, no! guardi, professore, non faccia cosí con gli occhi.
Mi spavento.
Niente, niente, scusi, me ne vado.
Questa fu la prima entrata.
Non se n'andò.
La vecchia domestica, con le lagrime agli occhi, le dimostrò che quello era per lei un posticino proprio per la quale.
- Niente pericoli?
Ma che pericoli! Mai, che è mai? Solo, un po' strano, per via di quei libri.
Ah, per quei libracci maledetti, anche lei, povera vecchia, eccola là, non sapeva piú se fosse donna o strofinaccio.
- Purché lei glieli legga bene.
La signorina Tilde Pagliocchini la guardò, e appuntandosi l'indice d'una mano sul petto:
- Io?
Tirò fuori una voce, che neanche in paradiso.
Ma quando ne diede il primo saggio al Balicci con certe inflessioni e certe modulazioni, e volate e smorzamenti e arresti e scivoli, accompagnati da una mimica tanto impetuosa quanto superflua, il pover'uomo si prese la testa tra le mani e si restrinse e si contorse come per schermirsi da tanti cani che volessero addentarlo.
- No! Cosí no! Cosí no! per carità! - si mise a gridare.
E la signorina Pagliocchini, con l'aria piú ingenua del mondo:
- Non leggo bene?
- Ma no! Per carità, a bassa voce! Piú bassa che può! quasi senza voce! Capirà, io leggevo con gli occhi soltanto, signorina!
- Malissimo, professore! Leggere a voce alta fa bene.
Meglio poi non leggere affatto! Ma scusi, che se ne fa? Senta (picchiava con le nocche delle dita sul libro).
Non suona! Sordo.
Ponga il caso, professore, che io ora le dia un bacio.
Il Balicci s'interiva pallido:
- Le proibisco!
- Ma no scusi! Teme che glielo dia davvero? Non glielo do! Dicevo per farle avvertir subito la differenza.
Ecco, mi provo a leggere quasi senza voce.
Badi però che, leggendo cosí io fischio l'esse, professore!
Alla nuova prova, il Balicci si contorse peggio di prima.
Ma comprese che, sú per giú, sarebbe stato lo stesso con qualunque altra lettrice, con qualunque altro lettore.
Ogni voce, che non fosse la sua, gli avrebbe fatto parere un altro il suo mondo.
- Signorina, guardi, mi faccia il favore, provi con gli occhi soltanto, senza voce.
La signorina Tilde Pagliocchini si voltò a guardarlo, con tanto d'occhi.
- Come dice? Senza voce? E allora, come? per me?
- Sí, ecco, per conto suo.
- Ma grazie tante! - scattò, balzando in piedi, la signorina.
- Lei si burla di me? Che vuole che me ne faccia io, dei suoi libri, se lei non deve sentire?
- Ecco, le spiego, - rispose il Balicci, quieto, con un amarissimo sorriso.
- Provo piacere che qualcuno legga qua, in vece mia.
Lei forse non riesce a intenderlo, questo piacere.
Ma gliel'ho già detto: questo è il mio mondo; mi conforta il sapere che non è deserto, che qualcuno ci vive dentro, ecco.
Io le sentirò voltare le pagine, ascolterò il suo silenzio intento, le domanderò di tanto in tanto che cosa legge, e lei mi dirà...
oh, basterà un cenno...
e io la seguirò con la memoria.
La sua voce, signorina, mi guasta tutto!
- Ma io la prego di credere, professore, che la mia voce è bellissima! - protestò, sulle furie, la signorina.
- Lo credo, lo so - disse subito il Balicci.
- Non voglio farle offesa.
Ma mi colora tutto diversamente, capisce? E io ho bisogno che nulla mi sia alterato; che ogni cosa mi rimanga tal quale.
Legga, legga.
Le dirò io che cosa deve leggere.
Ci sta?
- Ebbene, ci sto, sí.
Dia qua!
In punta di piedi, appena il Balicci le assegnava il libro da leggere, la signorina Tilde Pagliocchini volava via dallo studio e se n'andava a conversare di là con la vecchia domestica.
Il Balicci intanto viveva nel libro che le aveva assegnato e godeva del godimento che si figurava ella dovesse prenderne.
E di tratto in tratto le domandava: - Bello, eh? - oppure: - Ha voltato? - Non sentendola nemmeno fiatare, s'immaginava che fosse sprofondata nella lettura e che non gli rispondesse per non distrarsene.
- Sí, legga, legga...
- la esortava allora, piano, quasi con voluttà.
Talvolta, rientrando nello studio, la signorina Pagliocchini trovava il Balicci coi gomiti su i bracciuoli della poltrona e la faccia nascosta tra le mani.
- Professore, a che pensa?
- Vedo...
- le rispondeva lui, con una voce che pareva arrivasse da lontano lontano.
Poi, riscotendosi con un sospiro: - Eppure ricordo che erano di pepe!
- Che cosa, di pepe, professore?
- Certi alberi, certi alberi in un viale...
Là, veda, nella terza scansia, al secondo palchetto, forse il terz'ultimo libro.
- Lei vorrebbe che io le cercassi, ora, questi alberi di pepe? - gli domandava la signorina, spaventata e sbuffante.
- Se volesse farmi questo piacere.
Cercando, la signorina maltrattava le pagine, s'irritava alle raccomandazioni di far piano.
Cominciava a essere stufa, ecco.
Era abituata a volare, lei, a correre, a correre, in treno, in automobile, in ferrovia, in bicicletta, su i piroscafi.
Correre, vivere! Già si sentiva soffocare in quel mondo di carta.
E un giorno che il Balicci le assegnò da leggere certi ricordi di Norvegia, non seppe piú tenersi.
A una domanda di lui, se le piacesse il tratto che descriveva la cattedrale di Trondhjem, accanto alla quale, tra gli alberi, giace il cimitero, a cui ogni sabato sera i parenti superstiti recano le loro offerte di fiori freschi:
- Ma che! ma che! ma che! - proruppe su tutte le furie.
- Io ci sono stata, sa? E le so dire che non è com'è detto qua!
Il Balicci si levò in piedi, tutto vibrante d'ira e convulso:
- Io le proibisco di dire che non è com'è detto là! - le gridò, levando le braccia.
- M'importa un corno che lei c'è stata! È com'è detto là, e basta! Dev'essere cosí, e basta! Lei mi vuole rovinare! Se ne vada! Se ne vada! Non può piú stare qua! Mi lasci solo! Se ne vada!
Rimasto solo, Valeriano Balicci, dopo aver raccattato a tentoni il libro che la signorina aveva scagliato a terra, cadde a sedere su la poltrona; aprí il libro, carezzò con le mani tremolanti le pagine gualcite; poi v'immerse la faccia e restò lí a lungo, assorto nella visione di Trondhjem con la sua cattedrale di marmo, col cimitero accanto, a cui i devoti ogni sabato sera recano offerte di fiori freschi - cosí, cosí com'era detto là.
- Non si doveva toccare.
Il freddo, la neve, quei fiori freschi, e l'ombra azzurra della cattedrale.
- Niente lí si doveva toccare.
Era cosí, e basta.
Il suo mondo.
Il suo mondo di carta.
Tutto il suo mondo.
IL SONNO DEL VECCHIO
Mentre nel salotto della Venanzi ferveva la conversazione in varie lingue su i piú disparati argomenti, Vittorino Lamanna pensava alle due notizie che la padrona di casa gli aveva date, appena entrato.
L'una buona, l'altra cattiva.
La buona, che alla lettura della sua commedia avrebbe assistito, quel giorno, Alessandro De Marchis, il vecchio venerando che tanta luce di pensiero aveva diffuso nel mondo co' suoi libri di scienza e di filosofia e che giustamente ora la patria considerava come una delle sue piú fulgide glorie.
La cattiva, che Casimiro Luna, il "brillante" giornalista Luna, reduce da Londra, ove si era recato a "intervistare" un giovine scienziato italiano che aveva fatto or ora una grande scoperta scientifica, ne avrebbe parlato nella radunanza, prima che l'"intervista" fosse pubblicata sul giornale della sera.
Il Lamanna non invidiava al Luna tutte quelle doti appariscenti, che in pochi anni lo avevano reso il beniamino del pubblico, specialmente femminile; gl'invidiava la fortuna.
Prevedeva che tra breve tutti gli sguardi si sarebbero rivolti con simpatia al giornalista effimero, elegantissimo, e che nessuno piú avrebbe badato a lui; e si lasciava vincere a poco a poco dal malumore, al quale, senza bisogno, pareva facesse da mantice un certo signore che la Venanzi gli aveva messo alle costole: un signore arguto, calvo, di cui non ricordava piú il nome, ma che gli ricordava invece quello di tutti gli altri lí presenti, dicendo male di ciascuno.
- Chi vuole, caro signore, che capisca un'acca della sua commedia, tra tutta questa gente qui? Non se ne curi, però.
Basterà si sappia che lei l'ha letta nel salotto intellettuale della Venanzi.
Ne parleranno i giornali.
Il che, al giorno d'oggi, vuol dire tutto.
La maggior parte, come vede, sono forestieri che spiccicano appena appena qualche parola d'italiano.
Non sanno bene come si scriva la parola soldo, ma s'accorgono subito adesso se il soldo è falso, e sanno meglio di noi che vale cinque centesimi.
L'industria dei forestieri? Idea sbagliata, caro signore! Perché...
Venne, per fortuna, la signora Alba Venanzi a liberarlo da quel tormento.
Era entrata nel salotto la marchesa Landriani, a cui la Venanzi lo voleva presentare.
- Marchesa, eccole il nostro Vittorino Lamanna, futura gloria del teatro nazionale.
- Per carità! - disse Vittorino Lamanna, arrossendo, inchinandosi e sorridendo.
La vecchia e grassa marchesa Landriani, dall'aria perennemente stordita, stava a togliersi dal naso gli occhiali a staffa azzurri e, prima d'inforcarsi quelli chiari, rimase un pezzo con gli occhi chiusi e un sorriso freddo, rassegato sulle labbra pallide.
- Conosco, conosco...
- disse, molle molle.
- Mi ajuti a rammentare dove ho letto di recente roba sua.
- Mah, - fece il Lamanna, compiaciuto, cercando nella memoria.
- Non saprei.
E citò una o due riviste, dove aveva di recente stampato qualche cosa.
- Ah, ecco, sí.
Bravo! Non ricordavo bene.
Leggo tanto, leggo tanto, che poi mi trovo imbarazzata.
Sí sí, appunto.
Bravo, bravo.
E lo guardò con le lenti chiare, e col sorriso freddo rassegato ancora sulle labbra.
- Quella lí? - diceva, poco dopo, all'orecchio del Lamanna il signore calvo, che evidentemente lo perseguitava.
- Quella lí? Una talpa, caro signore! Non conosce neppure l'o.
E non di meno, va ripetendo che conosce tutti, che ha letto roba di tutti.
Lo avrà detto anche a lei, scusi, non è vero? Non ci creda, per carità! Una talpa di prima forza, le dico.
Entrò, in quel momento, Casimiro Luna.
Vittorino Lamanna lo conosceva bene, fin da quand'era, come lui, un ignoto.
Ragion per cui il Luna lo degnò appena d'un freddissimo saluto.
- Miro! Miro!
Lo chiamavano tutti per nome, cosí, di qua e di là, ed egli aveva un sorriso e una parola graziosa per ciascuno.
Accennò di ghermire una rosa dal seno d'una signora e poi egli stesso fece un gesto di stupore e d'indignazione per la sua temerità, e la signora ne rise, felicissima.
La padrona di casa non ebbe bisogno di presentarlo a nessuno.
Lo conoscevano tutti.
Nel vederlo cosí vezzeggiato e incensato, Vittorino Lamanna pensava quanto facile dovesse riuscire a colui il far valere quel po' d'ingegno di cui era dotato, quanto facile la vita.
"Vita?" domandò tuttavia a se stesso.
"E che vita è mai quella ch'egli vive? Una continua stomachevole finzione! Non uno sguardo, non un gesto, non una parola, sinceri.
Non è piú un uomo: è una caricatura ambulante.
E bisogna ridursi a quel modo per aver fortuna, oggi?" Sentiva, cosí pensando, un profondo disgusto anche di sé, vestito e pettinato alla moda, e si vergognava d'esser venuto a cercare la lode, la protezione, l'ajuto di quella gente che non gli badava.
A un tratto, nel salotto si fece silenzio e tutti si volsero verso l'uscio, in attesa.
Entrava, a braccio della moglie, Alessandro De Marchis.
Ansava il grand'uomo, tozzo e corpulento, dal testone calvo, sotto la cui cute liscia giallastra spiccava la trama delle vene turgide.
La moglie coi capelli fulvi, pomposamente acconciati, lo sorreggeva, diritta, tronfia, e guardava di qua e di là, sorridendo con le labbra dipinte.
Tutti si mossero a ossequiare.
Alessandro De Marchis, lasciandosi cadere pesantemente sul seggiolone preparato apposta per lui, sorrideva con la bocca sdentata, senza baffi né barba, ed emetteva, tra l'ànsito che gli davano la pinguedine e la vecchiaja, come un grugnito, e guardava con gli occhi quasi spenti, scialbi, acquosi.
Ma subito un vivissimo imbarazzo si diffuse nel salotto: tutti gli occhi, appena guardavano al grand'uomo, si voltavano altrove, schivandosi a vicenda.
La De Marchis, infocata in volto, contenendo a stento il dispetto, accorse presso il marito, gli si parò davanti, vicinissima, e gli disse piano, ma con voce vibrata:
- Alessandro, abbottonati! Vergogna!
Il povero vecchio si recò subito la grossa mano tremante, ove la moglie imperiosamente con gli occhi gl'indicava, e la guardò quasi impaurito, con un sorriso scemo sulle labbra.
Poco dopo, mentre Casimiro Luna riferiva "brillantemente" il suo colloquio col giovine inventore italiano sulla famosa scoperta, un'altra impressione piú penosa della prima dovettero provare i convenuti nel salotto della Venanzi, guardando il vecchio glorioso.
Alessandro De Marchis, che era pure un celebre fisico, i cui libri senza dubbio quel giovine inventore italiano aveva dovuto studiare e consultare, Alessandro De Marchis s'era messo a dormire, col testone reclinato sul petto.
Vittorino Lamanna fu tra i primi ad accorgersene, e si sentí gelare.
Casimiro Luna seguitava a parlare; ma, a un certo punto, seguendo lo sguardo degli altri, e vedendo anche lui il De Marchis immerso nel sonno, atteggiò il volto di tal commiserazione che a piú d'uno scappò irresistibilmente un breve riso subito soffocato.
- Ma a ottantasei anni, scusi, - osservò piano, all'orecchio del Lamanna, quello stesso signore arguto, - a ottantasei anni, davanti alla soglia della morte, che può piú importare, caro signore, ad Alessandro De Marchis che Guglielmo Marconi abbia scoperto il telegrafo senza fili? Domani morrà.
È già quasi morto.
Lo guardi.
Vittorino Lamanna, pallido, alterato, si voltò per dirgli sgarbatamente che si stesse zitto; ma incontrò lo sguardo della Venanzi che gli fece un cenno, levandosi e uscendo dal salotto.
Si alzò anche lui poco dopo, e la seguí nel salottino accanto.
La trovò, che accendeva una sigaretta, traendo con voluttà le prime boccate di fumo.
- Fumate, fumate, Lamanna, fumate anche voi, - gli disse, presentandogli una scatola di sigarette.
- Non ne potevo piú! Se non fumo, muojo.
Arrivò dal salotto, attraverso la vetrata, un fragoroso scoppio di risa.
- Caro, caro, quel Luna! Sentite? Trova modo di far ridere anche parlando di una scoperta scientifica.
Speriamo che si svegli! - sospirò poi, alludendo al De Marchis.
- Chi sa come deve soffrirne quella povera Cristina!
- Cristina? - domandò, accigliato, Vittorino Lamanna.
- La moglie, - spiegò la Venanzi.
- Non l'avete veduta? È tanto bella! Forse ora s'ajuta un po' con la chimica.
Ah, è stato un vero peccato sacrificare alla gloria di quel vecchio tanta bellezza! Calcolo sbagliato! Il vecchio glorioso se ne sta lí, come vedete, abbandonato dalla vita, dimenticato dalla morte.
La povera Cristina, evidentemente, contò che, sí, il sacrifizio della sua bellezza alla gloria non sarebbe durato tanto, e che la luce di questa gloria avrebbe poi illuminato meglio la sua bellezza.
Calcolo sbagliato! E ora, poverina, vuol cavare dalla gloria a cui s'è sacrificata tutte quelle magre soddisfazioni che può: si trascina il marito dappertutto; per miracolo non si appende al collo le innumerevoli decorazioni di lui, nazionali e forestiere.
Il vecchio però, eh! il vecchio se ne vendica: dorme cosí dappertutto, sapete! Dorme, dorme.
Ed è già molto che non ronfi!
Vittorino Lamanna sentí cascarsi le braccia.
Pensò alla prossima lettura della sua commedia, mentre il vecchio dormiva; pensò al detto di un celebre commediografo francese: che durante la lettura o la rappresentazione d'un dramma, il sonno debba esser considerato come un'opinione, e si lasciò scappare dalle labbra:
- Oh Dio! E allora?
La Venanzi, a questo ingenuo sospiro, scoppiò a ridere, proprio di cuore.
- Non temete, non temete! - gli disse poi.
- Procureremo di tenerlo sveglio.
Ma già, vedrete che non ce ne sarà bisogno.
L'arte vostra farà da sé il miracolo.
- Ma se mi dice che dorme sempre!
- No: sempre sempre poi no! Se mai, però, gli metteremo accanto il Gabrini: sapete? quello che vi tormenta.
Me ne sono accorta.
Ah, il Gabrini è terribile! Capacissimo d'allungargli sotto sotto qualche pizzicotto.
Lasciate fare a me!
Entrò in quel momento Flora, la bellissima figliuola della Venanzi, a chiamare la madre.
Casimiro Luna aveva finito d'esporre la sua "intervista" ed era scappato via.
La Venanzi carezzò la splendida figliuola alla presenza del giovanotto, le ravviò i capelli, le rassettò sul seno ricolmo le pieghe della camicetta di seta.
Flora la lasciò fare, sorridente, con gli occhi rivolti al giovine; poi disse alla madre:
- Sai che donna Cristina è andata via anche lei?
La madre allora s'adirò fieramente.
- Via? E mi lascia lí quel mausoleo addormentato? Ah! È un po' troppo, mi pare! Dov'è andata?
- Mah! - sospirò la figlia.
- Ha detto che ritornerà tra poco.
Poi si volse al Lamanna e aggiunse:
- Non dubiti: glielo sveglio io, or ora, con una tazza di tè.
Il Lamanna, già col sangue tutto rimescolato, avrebbe voluto pregare la Venanzi di mandare a monte la lettura della commedia e di permettergli d'andar via di nascosto.
Ma la signora Alba s'era già levata e aveva schiuso la bussola per rientrare in salotto con la figlia.
Quando di lí a poco, questa con una tazza di tè in una mano e nell'altra il bricco del latte, pregò la signora inglese che sedeva accanto al De Marchis di scuoterlo per un braccio, Vittorino Lamanna, divenuto nervosissimo, avrebbe voluto gridarle: "Ma lo lasci dormire, perdio!".
Cosí, quelli che non sapevano del continuo sonno del vecchio, avrebbero potuto attribuirne la causa alla relazione del Luna e non alla prossima lettura della sua commedia.
Destato, Alessandro De Marchis guardò Flora con gli occhi stralunati:
- Ah sí...
Guglielmo...
Guglielmo Marconi...
- No, scusi, senatore, - disse Flora, con un sorriso.
- Col latte o senza?
- Col...
col latte, sí, grazie.
Preso il tè, rimase sveglio.
Vittorino Lamanna, che già si disponeva alla lettura, accolse in sé la lusinga che la sua commedia avrebbe veramente incatenato l'attenzione del vecchio, come la Venanzi gli aveva lasciato sperare, e lesse a voce alta il titolo: Conflitto.
Lesse i personaggi, lesse la descrizione della scena, e volse una rapida occhiata al De Marchis.
Questi se ne stava ancora con le ciglia corrugate e pareva attentissimo.
Il Lamanna si raffermò in quella lusinga, e cominciò a leggere la prima scena, tutto rianimato.
S'era proposto di rappresentare un conflitto d'anime, diceva lui.
Un vecchio benefattore, ancor valido, aveva sposato la sua beneficata; questa, presa poco dopo d'amore per un giovane, si dibatteva tra il sentimento del dovere e della gratitudine e il ribrezzo che provava nell'adempimento de' suoi doveri di sposa, mentre il suo cuore era pieno di quell'altro.
Tradire, no; ma mentire, mentire neppure!
Orbene, chi sa! il De Marchis forse avrebbe potuto intravedere in quella situazione drammatica un caso simile al suo, e avrebbe prestato attenzione fino all'ultimo.
E il Lamanna seguitava a leggere con molto calore.
A un tratto però, dagli occhi degli ascoltatori comprese che il vecchio s'era rimesso a dormire.
Non ebbe il coraggio di guardare per accertarsene.
Cercò invece gli occhi del Gabrini e li incontrò subito appuntati su lui, taglienti di ironia.
- A ottantasei anni, davanti alla soglia della morte...
- gli parve di leggere in quello sguardo; e subito sentí tutto il sangue affluirgli alle guance, dalla stizza; si confuse, s'impappinò, perdette il tono, il colore, la misura; e, con un gran ronzío negli orecchi, in preda a una esasperazione crescente di punto in punto, strascinò miseramente la lettura del suo lavoro fino alla fine.
Fu un supplizio per lui e per gli altri, che parve durasse un secolo.
Finito, non vide l'ora di trovarsi solo in casa per lacerare in mille minutissimi pezzi quel suo atto unico, ch'era stato per lui strumento d'indicibile tortura.
Mezz'ora dopo, nel salotto della Venanzi non c'era piú nessuno, tranne il vecchio che dormiva sul seggiolone, col capo rovesciato sul petto, le labbra flosce, da cui pendeva sul panciotto un filo di bava.
Madre e figlia, nel salottino accanto, parlavano della pessima figura fatta dal Lamanna e mangiucchiavano intanto qualche violetta inzuccherata.
- Oh! - esclamò a un tratto la madre.
- Quella lí non torna.
Bisogna svegliare il vecchio.
Si recarono nel salotto e stettero un po' a contemplare con una certa pena mista di ribrezzo quel glorioso dormente, in cui ogni luce d'intelletto era estinta da un pezzo.
Lo scossero pian piano, poi piú forte.
Stentò non poco Alessandro De Marchis a comprendere che la moglie lo aveva abbandonato lí.
- Se vuole, - gli disse la Venanzi, - lo farò accompagnare fino a casa.
- No, - rispose il vecchio, provandosi piú volte a levarsi dal seggiolone.
- Mi basta...
mi basta fino a piè della scala.
Poi mi metto in vettura.
Riuscí finalmente a tirarsi sú; guardò Flora; le accarezzò una guancia.
- Sei un po' sciupatina, - le disse.
- Bellina mia, che cos'è? facciamo forse all'amore?
Flora, senza arrossire, alzò una spalla e sorrise.
- Che dice mai, senatore!
- Male! - riprese allora il De Marchis.
- A diciannove anni bisogna fare all'amore.
E credi pure che non c'è niente di meglio, bellina mia.
Si accostò lentamente a una mensola, per tuffar la faccia in un gran mazzo di rose; poi, ritraendola, sospirò:
- Povero vecchio...
Scese pian piano, a gran fatica, la scala, appoggiato al cameriere; si mise in vettura e poco dopo si addormentò anche lí, senza il piú lontano sospetto che la sera, nelle "note mondane", tutti i giornali piú in vista avrebbero parlato di lui, del suo grande compiacimento per i trionfi di Guglielmo Marconi, della sua vivissima simpatia per Casimiro Luna e anche della sua paterna benevolenza per Vittorino Lamanna, giovane commediografo di belle speranze.
LA DISTRUZIONE DELL'UOMO
Vorrei sapere soltanto se il signor giudice istruttore ritiene in buona fede d'aver trovato una sola ragione che valga a spiegare in qualche modo questo ch'egli chiama assassinio premeditato (e sarebbe, se mai, doppio assassinio, perché la vittima stava per compire felicemente l'ultimo mese di gravidanza).
Si sa che Nicola Petix s'è barricato in un silenzio impenetrabile, prima davanti al commissario di polizia, appena arrestato, poi davanti a lui, voglio dire al signor giudice istruttore che inutilmente tante volte e in tutte le maniere s'è provato a interrogarlo, e infine anche davanti al giovane avvocato che gli hanno imposto d'ufficio, visto che fino all'ultimo non ha voluto incaricarne uno di sua fiducia per la difesa.
Di questo silenzio cosí ostinato si dovrebbe pur dare, mi sembra, una qualche interpretazione.
Dicono che in carcere Petix dimostra la smemorata indifferenza d'un gatto che, dopo aver fatto strazio d'un topo o d'un pulcino, si raccolga beato dentro un raggio di sole.
Ma è chiaro che questa voce, la quale vorrebbe dare a intendere che Petix consumò il delitto con l'incoscienza d'una bestia, non è stata accolta dal giudice istruttore, se egli ha creduto di dovere ammettere e sostenere la premeditazione nell'assassinio.
Le bestie non premeditano.
Se s'appostano, il loro agguato è parte istintiva e naturale della loro naturalissima caccia, che non le fa né ladre né assassine.
La volpe è ladra per il padrone della gallina: ma per sé la volpe non è ladra: ha fame; e quand'ha fame, acchiappa la gallina e se la mangia.
E dopo che se l'è mangiata, addio, non ci pensa piú.
Ora Petix non è una bestia.
E bisogna vedere, prima di tutto, se questa indifferenza è vera.
Perché, se vera, anche di questa indifferenza si dovrebbe tener conto, come di quel silenzio ostinato, di cui - a mio modo di vedere - sarebbe la conseguenza piú naturale; corroborati come sono l'una e l'altro dall'esplicito rifiuto d'un difensore.
Ma non voglio anticipar giudizii, né mettere avanti per ora la mia opinione.
Séguito a discutere col signor giudice istruttore.
Se il signor giudice istruttore crede che Petix sia da punire con tutti i rigori della legge, perché per lui non è uno scemo feroce da paragonare a una bestia, né un pazzo furioso che per nulla abbia ucciso una donna a poche settimane del parto; la ragione del delitto, di quest'assassinio premeditato, quale può essere stata?
Una passione segreta per quella donna, no.
Basterebbe che il giovane avvocato d'ufficio mettesse sotto gli occhi ai signori giurati, per un momento, un ritratto della povera morta.
La signora Porrella aveva quarantasette anni e a tutto ormai poteva somigliare tranne che a una donna.
Ricordo d'averla veduta pochi giorni prima del delitto, sulla fine d'ottobre, a braccetto del marito cinquantenne, un pochino piú piccolino di lei, ma col suo bravo pancino anche lui, il signor Porrella, per il viale Nomentano sul tramonto, non ostante il vento che sollevava in calde raffiche fragorose le foglie morte.
Posso assicurare sulla mia parola d'onore, ch'era una provocazione la vista di quei due, fuori a passeggio in una giornata come quella, con tutto quel vento, tra il turbine di tutte quelle foglie morte, piccoli sotto gli alti platani nudi che armeggiavano nel cielo tempestoso con l'ispido intrico dei rami.
Buttavano i piedi allo stesso modo, nello stesso tempo, gravi, come per un cómpito assegnato.
Forse credevano che di quella passeggiata non si potesse assolutamente fare a meno, ora che la gravidanza era agli ultimi giorni.
Prescritta dal medico; consigliata da tutte le amiche del vicinato.
Seccante forse, sí, ma naturalissimo per loro che quel vento insorgesse cosí di tratto in tratto e sbattesse furiosamente di qua e di là tutte quelle foglie accartocciate senza mai riuscire a spazzarle via; e che quei platani là, poiché a tempo avevano rimesso le foglie, ora a tempo se ne spogliassero per rimaner come morti fino alla ventura primavera; e che là quel cane randagio fosse condannato da ogni fiuto nel naso a fermarsi quasi a tutti i tronchi di quei platani e ad alzare con esasperazione un'anca per non spremer che poche gocciole appena, dopo essersi rigirato piú e piú volte smaniosamente per cercarne il verso.
Giuro che non a me soltanto, ma a quanti passavano quel giorno per il viale Nomentano sembrava incredibile che quell'omino là potesse mostrarsi cosí soddisfatto di portarsi a spasso quella moglie in quello stato; e piú incredibile che quella moglie si lasciasse portare, con un'ostinazione che tanto piú appariva crudele contro se stessa, quanto piú lei sembrava rassegnata allo sforzo insopportabile che doveva costarle.
Barellava, ansimava e aveva gli occhi come induriti nello spasimo, non già di quello sforzo disumano, ma dalla paura che non sarebbe riuscita a portare fino all'ultimo quel suo ingombro osceno nel ventre che le cascava.
È vero che di tanto in tanto abbassava su quegli occhi le palpebre livide.
Ma non tanto per vergogna le abbassava, quanto per il dispetto di vedersi obbligata a sentirla, quella vergogna, dagli occhi di chi la guardava e la vedeva in quello stato, alla sua età, vecchia ciabatta ancora in uso per una cosa che pareva tanto.
Infatti, tenendo per il braccio il marito, avrebbe potuto con qualche strizzatina sotto sotto richiamarlo dalla soddisfazione a cui spesso e con troppa evidenza s'abbandonava, d'esser lui, pur cosí piccolino e calvo e cinquantenne, l'autore di tutto quel grosso guajo lí.
Non lo richiamava, perché era anzi contenta che avesse il coraggio di mostrarla lui, quella soddisfazione, mentre a lei toccava di mostrarne vergogna.
Mi pare di vederla ancora, quando, a qualche raffica piú violenta che la investiva da dietro, si fermava su le tozze gambe larghe, a cui s'attaccava la veste che gliele disegnava sconciamente, mentre davanti le faceva pallone.
Allora ella non sapeva a qual riparo correr prima col braccio libero; se abbassare cioè quel pallone della veste, che rischiava di scoprirla tutta davanti, o se tener per la falda il vecchio cappello di velluto viola, alle cui malinconiche piume nere nasceva col vento una disperata velleità di volo.
Ma veniamo al fatto.
Vi prego (se avete un po' di tempo) d'andar a visitare quel vecchio casone in Via Alessandria, dove abitavano i coniugi Porrella e anche, in due stanzette del piano di sotto, Nicola Petix.
È uno di quei tanti casoni, tutti brutti a un modo, come bollati col marchio della comune volgarità del tempo in cui furon levati in gran furia, nella previsione che poi si riconobbe errata d'un precipitoso e strabocchevole affluir di regnicoli a Roma subito dopo la proclamazione di essa a terza capitale del regno.
Tante private fortune, non solo di nuovi arricchiti, ma anche d'illustri casati, e tutti i sussidii prestati dalle banche di credito a quei costruttori, che parvero per piú anni in preda a una frenesia quasi fanatica, andarono allora travolti in un enorme fallimento, che ancor si ricorda.
E si videro, dov'erano antichi parchi patrizii, magnifiche ville e, di là dal fiume, orti e prati, sorger case e case e case, interi isolati, per vie eccentriche appena tracciate; e tante all'improvviso restare - ruderi nuovi - alzate fino ai quarti piani, a infracidar senza tetto, con tutti i vani delle finestre sguarniti, e fissato ancora in alto, ai buchi dei muri grezzi, qualche resto dell'impalcatura abbandonata, annerito e imporrito dalle piogge; e altri isolati, già compiuti, rimaner deserti lungo intere vie di quartieri nuovi, per cui non passava mai nessuno; e l'erba nel silenzio dei mesi rispuntare ai margini dei marciapiedi, rasente ai muri e poi, esile, tenerissima, abbrividente a ogni soffio d'aria, riprendersi tutto il battuto delle strade.
Parecchie di queste case poi, costruite con tutti i comodi per accogliere agiati inquilini, furono aperte, tanto per trarne qualche profitto, all'invasione della gente del popolo.
La quale, come può bene immaginarsi, ne fece in poco tempo tale scempio, che quando alla fine, con l'andar degli anni, cominciò a Roma veramente la penuria degli alloggi, troppo presto temuta prima, troppo tardi rimediata poi per la paura che teneva tutti di far nuove costruzioni a causa di quella solenne scottatura, i nuovi proprietarii, che le avevano acquistate a poco prezzo dalle banche sussidiatrici degli antichi costruttori falliti, facendosi ora il conto di quanto avrebbero dovuto spendere a riattarle e rimetterle in uno stato di decenza per darle in affitto a inquilini disposti a pagare una piú alta pigione, stimarono piú conveniente non farne nulla e contentarsi di lasciar le scale con gli scalini smozzicati, i muri oscenamente imbrattati, le finestre dalle persiane cadenti e i vetri rotti imbandierate di cenci sporchi e rattoppati, stesi sui cordini ad asciugare.
Se non che, adesso, in qualcuna di queste grandi e miserabili case, pur tra cotali inquilini rimasti a compir l'opera di distruzione sulle pareti e sugli usci e sui pavimenti, qualche famiglia decaduta o di ceto medio, d'impiegati o di professori, ha cominciato a cercar ricovero, o per non averlo trovato altrove o per bisogno o amor di risparmio, vincendo il ribrezzo di tutto quel lerciume e piú della mescolanza con quello che sí, Dio mio, prossimo è, non si nega, ma che pur certamente, poco poco che si ami la pulizia e la buona creanza, dispiace aver troppo vicino; e non si può dire del resto che il dispiacere non sia contraccambiato; tanto vero che questi nuovi venuti sono stati in principio guardati in cagnesco, e poi, a poco a poco, se han voluto esser visti men male, han dovuto acconciarsi a certe confidenze piuttosto prese che accordate.
Ora in quel casone là di Via Alessandria, quando avvenne il delitto, i coniugi Porrella abitavano da circa quindici anni; Nicola Petix, da una diecina.
Ma mentre quelli da un pezzo erano entrati nelle grazie di tutti i piú antichi casigliani, Petix s'era attirato al contrario sempre piú l'antipatia generale, per il disprezzo con cui guardava, a cominciar dal portinajo ciabattino, tutti; senza mai voler degnare non che d'una parola, ma neppur d'un lieve cenno di saluto, nessuno.
Ho detto, veniamo al fatto.
Ma un fatto è come un sacco che, vuoto, non si regge.
Se n'accorgerà bene il signor giudice istruttore, se - come pare - vorrà provarsi a farlo reggere cosí, senza prima farci entrar dentro tutte quelle ragioni che certamente lo han determinato, e che lui forse non immagina neppure.
Petix ebbe per padre un ingegnere spatriato da gran tempo e morto in America, il quale tutta la fortuna raccolta in tanti anni laggiú con l'esercizio della professione lasciò in eredità a un altro figliuolo, maggiore di due anni di Petix e ingegnere anche lui, con l'obbligo di passare mensilmente al fratello minore, vita natural durante, un assegnino di poche centinaja di lire, quasi a titolo d'elemosina e non perché gli spettassero di diritto, essendosi già "mangiata", com'era detto nel testamento, "tutta la legittima a lui spettante in un ozio vergognoso".
Quest'ozio di Petix sarà bene intanto che non venga considerato solamente dal lato del padre, ma un po' anche da quello di lui, perché Petix veramente frequentò per anni e anni le aule universitarie, passando da un ordine di studii all'altro, dalla medicina alla legge, dalla legge alle matematiche, da queste alle lettere e alla filosofia: non dando mai, è vero, nessun esame, perché non si sognò mai di fare il medico o l'avvocato, il matematico o il letterato o il filosofo: Petix non ha voluto fare in verità mai nulla; ma ciò non vuol dire che se ne sia stato in ozio, e che quest'ozio sia stato vergognoso.
Ha meditato sempre, studiando a suo modo, sui casi della vita e sui costumi degli uomini.
Frutto di queste continue meditazioni, un tedio infinito, un tedio insopportabile tanto della vita quanto degli uomini.
Fare per fare una cosa? Bisognerebbe star dentro alla cosa da fare, come un cieco, senza vederla da fuori; o se no, assegnarle uno scopo.
Che scopo? Soltanto quello di farla? Ma sí, Dio mio: come si fa.
Oggi questa e domani un'altra.
O anche la stessa cosa ogni giorno.
Secondo le inclinazioni o le capacità, secondo le intenzioni, secondo i sentimenti o gl'istinti.
Come si fa.
Il guajo viene, quando di quelle inclinazioni e capacità e intenzioni, di quei sentimenti e istinti, seguiti da dentro perché si hanno e si sentono, si vuol vedere da fuori lo scopo, che appunto perché cercato cosí da fuori non si trova piú, come non si trova piú nulla.
Nicola Petix arrivò presto a questo nulla, che dovrebbe essere la quintessenza d'ogni filosofia.
La vista quotidiana dei cento e piú inquilini di quel casone lercio e tetro, gente che viveva per vivere, senza saper di vivere se non per quel poco che ogni giorno pareva condannata a fare: sempre le stesse cose; cominciò presto a dargli un'uggia, un'insofferenza smaniosa; che si esasperava sempre piú di giorno in giorno.
Sopra tutto intollerabili gli erano la vista e il fracasso dei tanti ragazzini che brulicavano nel cortile e per le scale.
Non poteva affacciarsi alla finestra su quel cortile, che non ne vedesse quattro o cinque in fila chinati a far lí i loro bisogni mentre addentavano qualche mela fradicia o un tozzo di pane; o sull'acciottolato sconnesso, ove stagnavano pozze di acqua putrida (seppure era acqua), tre maschietti buttati carponi a spiare donde e come faceva pipí una bambinuccia di tre anni che non se ne curava, grave, ignara e con un occhio fasciato.
E gli sputi che si tiravano, i calci, gli sgraffii che si davano, le strappate di capelli, e gli strilli che ne seguivano, a cui partecipavano le mamme da tutte le finestre dei cinque piani; mentre, ecco, la signorina maestrina dalla faccetta sciupata e dai capelli cascanti attraversa il cortile con un grosso mazzo di fiori, dono del fidanzato che le sorride accanto.
Petix aveva la tentazione di correre al cassetto del comodino per tirare una rivoltellata a quella maestrina, tale e tanta furia d'indignazione gli provocavano quei fiori e quel sorriso del fidanzato, le lusinghe dell'amore in mezzo alla stomachevole oscenità di tutta quella sporca figliolanza, che tra poco quella maestrina si sarebbe anche lei adoperata ad accrescere.
Ora pensate che da dieci anni ogni giorno Nicola Petix assisteva in quel casone alle periodiche immancabili gravidanze di quella signora Porrella, la quale, arrivata fra nausee, trepidazioni e patimenti al settimo o l'ottavo mese, ogni volta rischiando di morire, abortiva.
In diciannove anni di matrimonio quella carcassa di donna contava già quindici aborti.
La cosa piú spaventevole per Nicola Petix era questa: che non riusciva a vedere in quei due la ragione per cui, con un'ostinazione cosí cieca e feroce contro se stessi, volevano un figlio.
Forse perché diciott'anni addietro, al tempo della prima gravidanza, la donna aveva preparato di tutto punto il corredino del nascituro: fasce, cuffiette, camicine, bavaglini, vestine lunghe infiocchettate, pedalini di lana, che aspettavano ancora di essere usati ormai ingialliti e stecchiti nella loro insaldatura, come cadaverini.
Ormai da dieci anni tra tutte quelle donne del casamento che figliavano a piú non posso e Nicola Petix che a piú non posso odiava questa loro sporca figliolanza, s'era impegnata come una sfida: quelle a sostenere che la signora Porrella avrebbe questa volta fatto il figlio e lui a dir di no, che neanche questa volta l'avrebbe fatto.
E quanto piú premurose, con infinite cure e consigli e attenzioni, quelle covavano il ventre della donna che di mese in mese ingrossava; tanto piú lui, vedendolo di mese in mese ingrossare, si sentiva crescere l'irritazione, la smania, il furore.
Negli ultimi giorni d'ogni gravidanza, alla sua fantasia sovreccitata tutto quel casone si rappresentava come un ventre enorme travagliato disperatamente dalla gestazione dell'uomo che doveva nascere.
Non si trattava piú per lui del parto imminente della signora Porrella, che doveva dargli una sconfitta; si trattava dell'uomo, dell'uomo che tutte quelle donne volevano che nascesse dal ventre di quella donna; dell'uomo quale può nascere dalla bruta necessità dei due sessi che si sono accoppiati.
Ebbene, l'uomo volle distruggere Petix quando fu certo che finalmente quella sedicesima gravidanza avrebbe avuto il suo compimento.
L'uomo.
Non uno dei tanti, ma tutti in quell'uomo; per fare in quell'uno la vendetta dei tanti che vedeva lí, piccoli bruti che vivevano per vivere, senza saper di vivere, se non per quel poco che ogni giorno parevano condannati a fare: sempre le stesse cose.
E avvenne pochi giorni dopo ch'io vidi i due coniugi Porrella per il viale nomentano, tra il turbine di quelle foglie morte, buttare i piedi allo stesso modo, nello stesso tempo, gravi, compunti, come per un cómpito assegnato.
La meta della quotidiana passeggiata era un pietrone oltre la Barriera, dove il viale, svoltando ancora una volta dopo Sant'Agnese e restringendosi un poco, declina verso la vallata dell'Aniene.
Ogni giorno, seduti su quel pietrone, si riposavano della lunga e lenta camminata per una mezz'oretta, il signor Porrella guardando il ponte fosco e certamente pensando che di là erano passati gli antichi romani; la signora Porrella seguendo con gli occhi qualche vecchia cercatrice d'insalata tra l'erba del declivio lungo il corso del fiume, che appare lí sotto per un breve tratto dopo il ponte; o guardandosi le mani e rigirandosi pian piano gli anelli attorno alle tozze dita.
Anche quel giorno vollero arrivare alla meta, non ostante che il fiume per le abbondanti piogge recenti fosse in piena e straripato minacciosamente sul declivio, quasi fin sotto a quel loro pietrone; e non ostante che, seduto su questo, come se stesse ad aspettarli, scorgessero da lontano il loro coinquilino Nicola Petix: tutto aggruppato e raccolto in sé come un grosso gufo.
Si fermarono, scorgendolo, contrariati e perplessi per un istante, se andare a sedere altrove o tornare indietro.
Ma quello stesso avvertimento di contrarietà e di diffidenza li spinse appunto ad accostarsi, perché sembrò loro irragionevole ammettere che la presenza invisa di quell'uomo e anche l'intenzione che pareva in lui evidente d'esser venuto lí per essi potessero rappresentare qualcosa di cosí grave, da rinunziare a quella sosta consueta, di cui la pregnante specialmente aveva bisogno.
Petix non disse nulla; e tutto si svolse in un attimo, quasi quietamente.
Come la donna s'accostò al pietrone per mettervisi a sedere egli la afferrò per un braccio e la trasse con uno strappo fino all'orlo delle acque straripate; là le diede uno spintone e la mandò ad annegare nel fiume.
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