LA NOVELLA DEL BUON VECCHIO E DELLA BELLA FANCIULLA, di Italo Svevo - pagina 7
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Ciò in un secondo tentativo avrebbe potuto essere corretto.
Intanto gli pareva che quegli appunti potevano servirgli per la giovinetta.
Per lui che tante volte dacché aveva aperti gli occhi al senno aveva dovuto star a sentire predicazioni di morale, quella roba non faceva.
Ma la giovinetta era probabilmente stanca a quell'ora di molte cose di questo mondo, ma non di morale.
Forse quelle parole ch'egli aveva scritto sentendole ma che ora, leggendole, non sentiva piú, l'avrebbero commossa.
Anche quella notte fu inquieta ma non sgradevole.
L'insonnia prolungata è sempre un po' delirante.
Non tutte le cellule rimangono deste.
Certe realtà scompaiono e quelle che restano deste si sviluppano senza freno.
Il vecchio sorrideva a se stesso come a grande scrittore.
Egli sapeva di aver da dire qualche cosa al mondo, solo in quel dormiveglia non sapeva bene che cosa.
Però era cosciente di essere a mezzo addormentato e sarebbe pur venuto il giorno e la luce a completare la sua mente.
Quando finalmente, verso la mattina, s'addormentò, ebbe un sogno che cominciò bene e che finí male.
Egli si trovava in mezzo ad una folla di uomini disposti in circolo sulla grande piazza d'armi.
Egli presentava a tutti la giovinetta vestita dei suoi cenci colorati e tutti l'applaudivano come se l'avesse fatta lui cosí bella.
Poi essa s'aggrappava a un trapezio che attaccato ad un trolley camminava in circolo proprio al di sopra di tutta quella gente.
E come essa passava tutti le carezzavano le gambe.
Anche lui ansioso aspettava quelle gambe per carezzarle, ma a lui mai giungevano e quando a lui giunsero non ne aveva piú bisogno.
E tutta quella gente si mise a urlare.
Urlava una parola sola, ma egli non la intese finché non fu trascinato ad urlarla anche lui.
Suonava: aiuto!
Si destò coperto da un sudore freddo: la grande angina lo crocifiggeva sul letto.
Moriva.
La morte, nella stanza, non era rappresentata che da un batter d'ali.
Era la morte stessa che era penetrata in lui assieme alla spada velenosa che s'arcuava nel suo braccio e nel suo petto.
Egli era tutto dolore e paura.
Piú tardi pensò che alla sua disperazione avesse collaborato anche il rimorso per il sozzo sogno.
Ma nel grande dolore potevano capire tutti i sentimenti che nella sua vita gli avessero offuscata l'anima e perciò anche la sua avventura con la giovinetta.
Quando il dolore e la paura sparvero egli studiò ancora quella sua suprema preoccupazione.
Forse egli credeva con quello studio di avviarsi ad una grande cura.
Come era importante quella giovinetta nella sua vita! Per causa sua s'era ammalato.
Ora essa lo perseguitava nei sogni e lo minacciava di morte.
Era piú importante di tutti e di tutto il resto della sua vita.
Anche quello che in lei disprezzava era importante.
Ecco che quelle gambe che in realtà lo avevano indignato, nel sogno lo avevano corrotto.
Nel sogno essa era apparsa vestita di cenci ma le gambe erano proprio quelle del giorno prima, coperte di calze di seta.
Venne il medico con le sue solite prescrizioni e la sua solita calma fiduciosa, inalterabile finché l'angina pectoris toccava a lui, solo per la cura.
Dichiarò che questo sarebbe stato l'ultimo assalto.
- Il grande dolore era anzi un sintomo favorevole visto che negli organismi sfatti non si producono mai grandi dolori.
- Poi: s'avvicinava la buona stagione.
Era certo che la guerra stava per finire e che il vecchio avrebbe potuto recarsi in qualche buon luogo di cura.
L'infermiera non dimenticò di avvisare il medico della visita che il vecchio aveva ricevuta il giorno prima.
Il medico, sorridendo, raccomandò di non accettare piú simili visite finché egli non lo avesse permesso.
Con fermezza virile il vecchio respinse la proibizione.
Bisognava guarirlo senza proibirgli nulla.
Quella visita non poteva averlo danneggiato e si risentiva di quella supposizione come di un'offesa.
In seguito egli avrebbe chiamato a sé la giovinetta e l'avrebbe veduta di frequente.
Il medico - se l'avesse voluto - avrebbe potuto accertarsi che quelle visite non potevano nuocergli.
Tale atteggiamento del vecchio in quello stesso giorno subito dopo di aver tanto sofferto era la manifestazione di una grande vera nobiltà.
Egli stesso sentiva di dare una prova di forza.
Gli altri non potevano sapere che la grande angina non era stata l'avventura piú importante di quella notte.
La sua vita non poteva svolgersi fra letto e lettuccio come sino ad allora.
Doveva divenire piú intensa e piú estesa perché il suo pensiero non poteva aggirarsi intorno alla propria personcina.
Intendeva di seguire le prescrizioni del medico, ma credeva di saper anche dell'altro ch'era importante per la sua cura e ch'egli non voleva dire al medico.
Il medico non discusse perché da buon praticone com'era non credeva che la discussione fosse una buona cura.
La cessazione di un grande dolore è una grande dolcezza e il vecchio ne visse per quel giorno.
La libertà di moversi e di respirare è una vera felicità per chi ne è stato privo e sia pure per qualche istante.
Tuttavia egli, quello stesso giorno, trovò il tempo di scrivere alla giovinetta.
Le mandava i denari che le aveva destinati fin dal giorno prima e l'avvisava che gliene avrebbe mandati altri in seguito.
La pregava di non venire da lui finché egli non l'avesse chiamata visto che s'era ammalato.
Egli ora sapeva ch'egli amava la fanciulla dai cenci colorati e l'amava come una figlia.
L'aveva posseduta in realtà e l'aveva posseduta nel sogno, anzi nei due sogni.
In ambedue i sogni, affermava il vecchio a se stesso non sapendo che i sogni si fanno di notte e si completano di giorno, c'era stato un grande dolore forse causa del male da cui era stato colto, quello della compassione.
Cosí era fatto il destino della giovinetta ed egli vi aveva collaborato.
Per colpa sua essa aveva camminato le vie col campanello di richiamo attaccato ai piedi oppure, addirittura legata ad un trolley, era scivolata su quel cerchio, offrendosi agli occhi e alle mani degli uomini.
E non importava che la giovinetta ch'era stata a trovarlo il giorno prima, non avesse saputo destare nel suo animo alcun sentimento di compassione o di affetto.
Essa, ora, era fatta cosí e bisognava salvarla mutandola in modo da farla ridivenire la buona, cara fanciulla, che - purtroppo! - era stata sua e che egli ora amava per la sua debolezza che chiamava carezze e protezione.
Quanta dolcezza gli derivava da tale proposito! Una dolcezza che invadeva ogni sua fibra ma che modificava ogni cosa ed ogni persona, persino la sua infermiera, ma anzi persino la propria malattia che egli pensava di poter combattere.
Già il giorno appresso egli chiamò il notaio e fece un testamento col quale all'infuori di alcuni legati che a lui parvero importanti, ma che in confronto al suo patrimonio erano esigui, legò tutto quanto possedeva alla giovinetta.
Ecco ch'essa almeno non avrebbe piú avuto alcun bisogno di vendersi.
L'educazione della giovinetta avrebbe cominciato quando egli, dopo di essersi raccolto, sarebbe stato capace di dargliela.
Impiegò alcuni giorni a rifare gli appunti stesi il giorno prima e che dovevano servire di base alle prediche che voleva tenere alla giovinetta.
Poi li distrusse non essendone soddisfatto.
Egli ora sapeva esattamente dove stava l'errore commesso da lui e da lei e che aveva procurato a lui la malattia e a lei la corruzione.
Non era il fatto di non aver pagato adeguatamente l'amore o di avere abbandonato la giovinetta che doveva rimordergli.
Egli aveva sbagliato quando l'aveva accostata a quel modo.
Era quello l'errore che bisognava studiare.
Perciò cominciò a stendere nuove note sui rapporti che dovevano e potevano correre fra giovani e vecchi.
Egli sentiva di non aver diritto d'interdire l'amore alla giovinetta.
L'amore, per essa, poteva ancora essere morale, ma bisognava interdirle ogni amore disordinato e prima di tutto l'amore coi vecchi.
Nei suoi appunti, per qualche tempo, egli cercò di cacciare accanto ai vecchi che bisognava evitare anche quello zerbinotto dall'ombrello fine ch'egli non aveva ancora dimenticato.
Ciò gli complicava il compito e rendeva i suoi appunti meno sicuri e diritti.
Lo zerbinotto poi scomparve da quegli appunti e restarono soli, di faccia l'uno all'altro, il vecchio e la giovine.
Il tempo passava ed egli non si sentiva mai pronto a chiamare a sé la giovinetta.
Aveva scritto molto, ma bisognava metter ordine in quei suoi appunti perché fossero a portata di mano al momento in cui ve ne sarebbe stato bisogno.
Faceva pervenire alla giovinetta ogni settimana col mezzo del proprio impiegato un certo importo e le scriveva che non stava ancora abbastanza bene per riceverla.
Credeva di dire la verità il buon vecchio ed era vero che del tutto bene non stava, ma non certo peggio di quanto era stato prima dell'ultimo assalto.
Però ora tendeva alla salute assoluta dell'uomo operoso e quella non era ancora giunta.
Si sentiva meglio perché in lui era rinata la fiducia.
Questa fiducia per un certo tempo aumentò continuamente in rapporto diretto all'attaccamento suo alla vita, cioè al suo lavoro.
Un giorno, rileggendo quanto aveva scritto, nacque nella mente del vecchio la teoria, la pura teoria e dalla quale fu eliminata la giovinetta e lui stesso.
Anzi la teoria nacque precisamente per queste due eliminazioni.
La giovinetta che riceveva da lui solo denaro perdette presto ogni importanza.
Le piú forti impressioni finiscono col lasciare nell'animo solo una leggera eco che non si percepisce se non si ricerca, e a quell'ora il vecchio, dal ricordo di quella giovinetta ch'egli aveva amata e che non esisteva piú, sentiva sorgere un coro di voci giovanili che domandavano soccorso.
In quanto a lui, in seguito alla teoria, cambiò d'aspetto per una doppia metamorfosi.
Prima di tutto egli divenne tutt'altra cosa di quel vecchio egoista che aveva corrotto una giovinetta per goderne e non pagarla, perché si vedeva confuso con mille altri che volentieri avrebbero fatto o facevano la stessa cosa.
Non era possibile soffrirne.
La sua si trovava accanto a migliaia d'altre teste candide e sotto a quel candore v'era in tutte la stessa malizia.
Lui, poi, divenne tutt'altra cosa di tutti gli altri! Egli era l'alto, il puro teorista nettato dalla sua sincerità da ogni malizia.
Ed era una sincerità facile perché non si trattava di confessare, ma di studiare e scoprire.
Non scriveva piú per la giovinetta.
Avrebbe dovuto tenersi terra terra per essere da lei compreso e non ne valeva la pena.
Egli credeva di scrivere per la generalità e forse anche per il legislatore.
Non ricercava egli una parte importante delle leggi morali che, secondo lui, dovevano reggere il mondo?
Sconfinata era la fiducia che fu versata nel suo animo dal lavoro.
La teoria era lunga e perciò non si poteva morire prima di averla compiuta.
Gli pareva di non dover aver fretta.
Una potenza superiore avrebbe vigilato perché egli potesse arrivare alla fine della sua opera tanto importante.
Fece il titolo con la sua bella e grande scrittura: Dei rapporti tra vecchiaia e gioventú.
Poi, quando s'accinse alla prefazione, pensò che per la pubblicazione avrebbe dovuto far disegnare una bella vignetta illustrativa del titolo.
Non trovò il modo di mettervi quella piattaforma della Tramvia con la giovinetta al freno e un vecchio che la strappa al lavoro.
Era difficile, anche da parte del miglior disegnatore, di esprimere chiaramente l'idea con quegli elementi.
Poi ebbe un'ispirazione (non gli mancava neppure un'ispirazione): la vignetta doveva rappresentare un fanciullo decenne che conduce un vecchio ubriaco.
Chiamò anche un disegnatore che eseguisse subito il disegno.
Ne ebbe uno sgorbio e il vecchio lo rifiutò e dichiarò che quando sarebbe stato ben sano avrebbe cercato lui stesso in città il disegnatore che facesse al caso suo.
Nella bella stagione ch'era finalmente arrivata, il vecchio si metteva a scrivere già di buon mattino.
Lasciava poi volentieri di scrivere per sottoporsi alle solite cure perché ciò non significava un'interruzione del suo lavoro.
Niente poteva stornare il suo pensiero che camminava e si evolveva sempre.
Scriveva poi di nuovo fino all'ora della colazione poi dormiva per un'oretta sulla sua poltrona, di un sonno tranquillo e privo di sogni e ritornava al suo tavolo per rimanervi scrivendo e meditando fino all'ora della sua passeggiata giornaliera in vettura.
Andava a Sant'Andrea accompagnato dalla sua infermiera o, talvolta, dal medico.
Faceva qualche passo lungo la spiaggia.
Guardava l'orizzonte dove tramontava il sole, con tutt'altro occhio - a lui pareva - di quello che aveva avuto in passato per le bellezze della natura.
Gli pareva di esserne piú intimamente parte ora che meditava su alti problemi invece di fare affari.
E guardava il mare colorito e il cielo terso associandosi in certo modo a tanta purezza perché se ne sentiva degno.
Poi cenava e passava ancora un'oretta a bearsi del proprio lavoro rileggendo le cartelle che andavano accumulandosi in un cassetto del suo tavolo.
Nel suo letto puro, accompagnato dalla sua teoria, dormiva di un sonno sereno.
Una volta sognò della sua giovinetta vestita di cenci colorati e non ricordò neppure in quel sogno ch'esistesse quell'altra giovinetta dalle calze di seta.
Con essa parlò in tedesco ch'essa parlava intelligibilmente.
Niente di eccitante neppure quella volta e a lui ciò parve una grande prova della riacquistata salute.
Avrebbe voluto avere accanto a sé qualcuno cui poter leggere l'opera sua e controllarla sulla propria viva voce e sulla faccia altrui.
Ma questa facilitazione non poté avere.
Egli sapeva, con la pratica di scrittore che aveva già acquisita, come la teoria fosse insidiata da un pericolo grande: quello di allontanarsi dalla linea che le era assegnata dalla realtà.
Quante cartelle non furono sacrificate perché in esse egli si era lasciato deviare dal suono delle parole! Per aiutarsi egli aveva descritto su una cartella il suo punto di partenza e la teneva sempre a sé dinanzi: il vecchio è fatto in modo che la potenza di cui dispone può divenir dannosa al giovine il quale, solo, è importante per l'avvenire dell'umanità.
Bisogna renderlo attento a ciò.
Visto che però egli detiene la potenza che conquistò durante la sua lunga esistenza è necessario ch'egli la dedichi al vantaggio del giovine.
Per restare alla verità il moralista si riferiva poi esattamente alla propria avventura: bisognava ottenere che il vecchio non desiderasse la giovinetta su quella piattaforma senz'altro curarsi della domanda di soccorso rivoltagli dalla bella giovinetta.
Altrimenti la vita ora appassionata e corrotta sarebbe divenuta pura ma di ghiaccio.
Seguivano molti punti d'esclamazione per segnare la difficoltà del compito che il moralista s'imponeva.
Come infatti si sarebbe potuto provare ai vecchi, ch'era loro dovere di curarsi come di figlie di quelle fanciulle che - se fosse stato permesso - essi si sarebbero prese per amanti? La pratica insegnava che i vecchi erano disposti di prendersi a cuore il destino solo di quelle giovinette ch'essi già avevano avute per amanti.
Occorreva provare che non era necessario di passare per l'amore per arrivare all'affetto.
Il pensiero del vecchio batteva su questo modo: finora ne sorrideva perché riteneva che come la indagine metodica procedeva egli avrebbe potuto veder piú chiari i particolari del problema.
Tentò di associare al proprio lavoro la sua infermiera.
Non avrebbe domandato da lei altro che di starlo a sentire.
Alle prime sue parole costei divenne furiosa: - Ancora di quella lí si occupa lei?
Era evidente che ogni teoria moriva strangolata se si cominciava dal designare come quella lí la giovinetta vera madre di quella.
Allora tentò col dottore.
Pareva che questi amasse la teoria.
Il dottore constatava una vera miglioria nello stato del vecchio e perciò non poteva che amare quella teoria che gli pareva utile.
Però gli era difficile di accettarla per sé.
Anche lui vecchio, trovandosi in buona salute, guardava col vivo desiderio della persona intelligente alla vita e non ammetteva di essere escluso da alcuna sua manifestazione.
- In fondo - egli disse al vecchio, - tu vuoi attribuirci un'importanza troppo grande.
Non siamo mica tanto seducenti.
- Guardava il vecchio poi guardava se stesso nello specchio.
- Eppure seduciamo, - disse il vecchio sicuro della sua esperienza.
- Quando ci capita non è tanto male, - osservò il dottore sorridendo.
Anche il vecchio tentò di sorridere, ma fu una smorfia.
Egli sapeva invece ch'era molto male.
Il dottore ricordava allora di essere prima di tutto medico e cessava di discutere la teoria, cioè la medicina cui egli stesso attribuiva una importanza.
Volle persino aiutare alla teoria, collaborarvi, ma era naturale che dove egli toccava distruggeva i fantasmi del vecchio: - Se lo desideri - disse al vecchio - io ti procuro un'opera dal titolo: Il vecchio.
La vecchiaia, purtroppo, vi è considerata quale una malattia.
Non di lunga durata, però.
Il vecchio discusse: - Malattia la vecchiaia? Malattia una parte della vita? E che cosa sarebbe allora la gioventú?
- Credo che neppur essa sia l'assoluta salute, - disse il medico, - ma è un'altra cosa.
La gioventú molto spesso piglia delle malattie, ma sono usualmente delle malattie prive di complicazioni.
Invece nei vecchi anche un raffreddore è una malattia complicata.
Questo pur dovrebbe significare qualche cosa.
- Ciò significa soltanto che il vecchio è debole.
È infatti - gridò il vecchio vittoriosamente - nient'altro che un giovine indebolito.
- L'aveva trovata.
Questa scoperta andava a far parte della sua teoria che grandemente se ne avvantaggiava.
- Perciò e acciocché la sua debolezza non si converta in malattia ha bisogno di una morale ben solida.
- La modestia gl'impediva di dire che tale morale sarebbe stata fornita dall'opera sua, ma lo pensò.
Quest'abboccamento col dottore da cui gli era provenuto tanto vantaggio avrebbe dovuto incoraggiare ad averne degli altri.
Ma un giorno il dottore tradí tanto chiaramente la sua intima fede, che il vecchio comprese che fra loro due non v'era alcun punto di contatto.
Nel corso delle sue elucubrazioni, il vecchio un giorno si trovò a dover analizzare quali diritti spettassero alla vecchiaia verso la gioventú.
Dio mio! La Bibbia non era mica stata scritta invano.
Doveva la gioventú obbedienza alla vecchiaia? Rispetto? Affetto?
Il dottore si mise a ridere e quando rideva amava di rivelare il suo piú intimo pensiero.
- Obbedienza? Immediata perché non bisogna far aspettare i vecchi.
Rispetto? Tutte le giovinette di Trieste in ginocchio perché si possa piú facilmente sceglierle.
Affetto? Di quello buono e solido, braccia al collo o altrove e bocca su bocca.
Insomma il povero vecchio non aveva fortuna e non trovava l'anima gemella.
Egli non sapeva che al dottore mancava l'esperienza della grande angina e che non era perciò un vecchio come lui.
Anche tale discussione ebbe un effetto, ma negativo.
Diverse cartelle già scritte vennero poste dal vecchio in quarantena, entro un foglio bianco su cui scrisse: - Che cosa deve la gioventú alla vecchiaia?
Talvolta la teoria s'ingarbugliava ed era difficile di procedere.
Il vecchio allora si sentiva molto male.
Aveva riposto il lavoro pensando che un breve riposo gli avrebbe dato la chiarezza di cui mancava, ma come le giornate trascorrevano vuote! Subito la morte era piú vicina.
Il vecchio ora trovava il tempo di sentire la pulsazione malsicura del proprio cuore e il proprio respiro affaticato e rumoroso.
Fu in uno di tali periodi ch'egli mandò a pregare la giovinetta di venire da lui.
Sperava che sarebbe bastato di rivederla per sentir rinnovato il proprio rimorso ch'era il principale stimolo a scrivere.
Ma neppure da quella parte gli venne l'aiuto sperato.
La giovinetta aveva continuato ad evolversi.
Elegantissima come l'altra volta s'era evidentemente aspettata d'essere accolta a baci.
Il vecchio non fu molto severo e questa volta non per imbarazzo, ma perché gl'importava poco.
Egli a quest'ora amava tutta la gioventú, maschi e femmine, compresa la cara giovinetta vestita di cenci e affatto questa pupattola tanto superba dei propri vestiti da parlarne davanti allo specchio.
S'era però tanto evoluta da lagnarsi che il denaro non le bastava piú e pregava di aumentare il suo stipendio.
Qui il vecchio sfoderò la propria antica pratica d'affari.
- Perché credi ch'io ti debba denaro? - domandò sorridendo.
- Non sei stato tu che m'hai sedotta? - domandò la povera giovinetta che doveva esser stata istruita da qualcuno.
Il vecchio rimase calmo.
Purtroppo il rimprovero non gli faceva piú né caldo né freddo.
Discusse e disse che quando si faceva all'amore si era in due e che da parte sua non c'era stata né violenza né astuzia.
Essa subito si lasciò convincere e non insistette.
Probabilmente era pentita e seccata di aver parlato a quel modo, lei che aveva sempre fatto del suo meglio per non apparire interessata.
Egli, per renderla ancora piú buona e sperando di aver a sentire almeno in minima parte l'antica emozione, le raccontò che l'aveva ricordata nel proprio testamento.
- Lo so e te ne ringrazio, - disse essa.
Il vecchio non rilevò la stranezza per cui essa credeva di sapere di un suo testamento ch'era tenuto segreto e accettò i suoi ringraziamenti.
Quell'abboccamento lo disilluse al punto che si propose di rifare il proprio testamento e lasciare il residuo della propria sostanza a qualche istituto di beneficenza.
Non fece nulla solo perché i teoristi sono persone molto lente quando si tratta di agire.
X.
Ed è cosí che il vecchio si trovò solo di faccia alla sua teoria.
Intanto la prefazione lunghissima all'opera sua era terminata e, secondo lui, era riuscita splendidamente, tanto che la rileggeva continuamente per ricavarne lo stimolo a procedere oltre.
In quella prefazione egli s'era soltanto prefisso di provare come l'umanità avesse bisogno dell'opera sua.
Egli non sapeva, ma questa era la parte piú facile di tale opera.
Infatti ogni opera che intende di creare una teoria si divide in due parti.
La prima si dedica alla distruzione di teorie preesistenti o, meglio ancora, alla critica dello stato di fatto esistente, mentre la seconda ha il difficile compito di ricostruire le cose su nuove basi; cosa abbastanza difficile.
Ad un teorista avvenne di aver pubblicato da vivo due interi volumi per provare che le cose procedevano male e nel modo piú ingiusto.
Il mondo andò per aria e non si regolò neppure quando gli eredi del teorista pubblicarono il terzo volume, postumo, dedicato quello alla ricostruzione delle cose.
Una teoria è sempre una cosa complessa e facendola non si intravvedono subito tutte le sue illazioni.
Sorgono dei teoristi che predicano la distruzione di una bestia, p.
e.
dei gatti.
Si scrive, si scrive e non subito ci si accorge che intorno alla teoria, sua conseguenza, pullulano i topi.
Solo molto tardi il teorista capita nell'imbarazzo e, angosciato, si domanda: «Che me ne farò di questi topi?».
Il mio vecchio era ancora molto lontano da tale imbarazzo.
Niente di piú bello e di piú fluido della prefazione ad una teoria.
Il vecchio scopriva che alla gioventú a questo mondo mancava qualche cosa che avrebbe reso la gioventú ancor piú bella: una sana vecchiaia che l'ami e l'assista.
Non mancarono studii e meditazioni anche per la prefazione perché con questa bisognava stabilire tutta l'estensione del problema.
Dunque il vecchio partiva dal principio come la Bibbia.
I vecchi - quando non erano ancora tanto vecchi - avevano riprodotto nei giovani se stessi con grande facilità e con qualche piacere.
Passando la vita da uno all'altro organismo era difficile di accertarsi se la stessa s'era elevata o migliorata.
I secoli storici dietro di noi erano troppo brevi per trarne l'esperienza.
Ma dopo la riproduzione poteva esserci progresso spirituale se l'associazione fra vecchi e giovani era perfetta e se una gioventú sana poteva appoggiarsi ad una vecchiaia sanissima.
Scopo del libro era dunque di dimostrare per il bene del mondo la necessità della sanità del vecchio.
Secondo il vecchio il futuro mondo, cioè la potenza dei giovini che questo futuro faranno, dipendeva dall'assistenza e dagli insegnamenti dei vecchi.
La prefazione aveva anche una seconda parte.
Se il vecchio avesse potuto ne avrebbe fatte molte parti.
La seconda cercava di provare il vantaggio che al vecchio sarebbe derivato da una sua propria relazione pura con la gioventú.
Coi figli la purezza era facile, ma non poteva mica essere impura coi compagni dei figli.
Il vecchio - se puro - sarebbe vissuto piú sano e piú a lungo, ciò che secondo lui sarebbe stato una bella utilità per la società.
Il primo capitolo era anch'esso una prefazione.
Bisognava pur descrivere lo stato attuale delle cose! I vecchi abusavano della gioventú e la gioventú disprezzava i vecchi.
I giovini facevano delle leggi per impedire ai vecchi di restare alla direzione degli affari e dal canto loro i vecchi ottenevano delle leggi per impedire l'ascensione dei giovini quand'erano troppo giovini.
Non rivela questa rivalità uno stato di cose pernicioso per il progresso umano? Che c'entrava l'età nella designazione ai pubblici uffici?
Queste prefazioni di cui io dò solo il nocciolo diedero da fare e molta salute al povero vecchio per vari mesi.
Poi ci furono altri capitoli che camminarono abbastanza facilmente e non l'affannarono ad onta del suo stato di debolezza: i capitoli polemici.
Uno fu dedicato a negare che la vecchiaia sia una malattia.
Al vecchio pareva di essere stato molto felice in quel capitolo.
Come si poteva credere che la vecchiaia che non era altro che la continuazione della gioventú fosse una malattia? Doveva pur essere intervenuto un altro elemento per mutare la salute in malattia; quest'elemento il vecchio non sapeva trovarlo.
Poi, nel proposito del vecchio, l'opera avrebbe dovuto scindersi in due parti.
Una doveva trattare del modo come la società avrebbe dovuto organizzarsi per avere dei vecchi sani e l'altra dell'organizzazione della gioventú per regolare i suoi rapporti con la vecchiaia.
Qui però il vecchio ad ogni tratto si trovava interrotto nel suo lavoro dall'invasione dei roditori.
Ho già detto di quelle cartelle ch'erano state da lui riposte coperte da un foglio di carta con la riserva di riprenderle in lavoro quando qualche suo dubbio sarebbe stato chiarito.
Vi si associarono poi molti altri pacchetti di cartelle.
Cosí egli ricordava sempre che il denaro aveva avuto una parte importante nella sua avventura con la giovinetta.
Per alcuni giorni scrisse che i denari (che di solito appartengono ai vecchi) si dovrebbero sequestrare perché non possano servire a corrompere ed è meraviglioso che passarono tante ore prima ch'egli si accorgesse come sarebbe stato doloroso per lui di venir privato del suo denaro.
E allora smise di scrivere sull'argomento e ripose le cartelle relative in attesa di maggior luce.
Un'altra volta pensò di descrivere come sin dalla prima classe elementare si dovesse ricordare che scopo della vita è di divenire un vecchio sano.
La gioventú quando pecca non soffre e non fa soffrire tanto.
Poi il peccato del vecchio è circa equivalente a due peccati del giovine.
È un peccato a parte anche l'esempio ch'egli dà.
Dunque - secondo il teorista - da bel principio bisognerebbe studiare di diventar vecchio sanamente.
Ma poi gli parve che in tale ragionamento la via alla virtú non fosse ben segnata.
Se il peccato del giovine aveva un'importanza tanto lieve dove si poteva cominciare l'educazione del vecchio? E sul foglio nel quale seppellí quelle cartelle annotò: - Da studiarsi quando l'educazione del vecchio ha da cominciare.
Ci furono delle cartelle in cui il vecchio si sforzò di provare che per avere una vecchiaia sana bisognava circondarla di giovini sani.
Il sistema di riporre le cartelle e di non distruggerle favoriva le contraddizioni di cui l'autore non s'accorgeva.
In queste ultime cartelle risultò nell'autore una certa ira contro la gioventú.
In complesso era vero che se la gioventú fosse stata sana la vecchiaia non avrebbe potuto peccare.
Già la maggior forza fisica la proteggeva da attentati.
Sulla carta che involse tanta filosofia era scritto: - Da chi ha da cominciare la morale?
E il vecchio andò accumulando i suoi dubbi credendo di fabbricare qualche cosa.
Ma tuttavia la lotta era superiore alle sue forze e quando ritornò l'inverno anche il medico s'accorse di un ulteriore decadenza fisica del paziente.
Fece delle indagini e finí con l'indovinare che la teoria che aveva fatto tanto bene ora faceva del male.
- Perché non cambi argomento? - gli chiese.
- Dovresti riporre quel lavoro lí e dedicarti a qualche altra cosa.
Il vecchio non volle confidarsi e asserí che lavorucchiava tanto per passare il tempo.
Temeva l'occhio del critico, ma pensava di temerlo solo finché non avesse compiuto l'opera.
L'intervento del medico questa volta non ebbe un buon effetto.
Il vecchio volle accingersi a compiere l'opera sciogliendo un dubbio dopo l'altro e incominciò a riprendere l'esame di ciò che al vecchio spetti da parte dei giovini.
Scrisse per varii giorni, sempre piú agitato, poi per varii giorni stette al tavolo leggendo e rileggendo quanto aveva scritto.
Ravvolse di nuovo le vecchie e le nuove cartelle nel lenzuolo sul quale era scritta la domanda a cui non sapeva rispondere.
Poi affannosamente sotto a quella scrisse varie volte la parola: - Nulla!
***
Lo trovarono stecchito con la penna in bocca sulla quale era passato l'ultimo anelito suo.
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