MASTRO DON GESUALDO, di Giovanni Verga - pagina 38
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Roba da accopparli tutti quanti sono, medici, preti e speziali, perché loro ogni cristiano che mandano al mondo della verità si pigliano dodici tarì dal re! E l'arciprete Bugno ha avuto il coraggio di predicarlo dall'altare: - Figliuoli miei, so che ce l'avete con me, a causa del colèra.
Ma io sono innocente.
Ve lo giuro su quest'ostia consacrata! - Io non so s'era innocente o no.
So che ha acchiappato il colèra anche lui, perché teneva in casa quelle bottiglie che mandano da Napoli per far morire i cristiani.
Io non so niente.
Il fatto è che i morti fioccano come le mosche: Donna Marianna Sganci, Peperito...
III
Allorché giunsero alla Salonia trovarono che tutti gli altri inquilini della fattoria caricavano muli ed asinelli per fuggirsene.
Inutilmente Bomma, che era venuto dalla vigna, lì vicino, si sgolava a gridare:
- Bestie! s'è una perniciosa!...
se ha una febbre da cavallo! Non si muore di colèra con la febbre!
- Non me ne importa s'è una perniciosa! - borbottò infine Giacalone.
- I medici già son pagati per questo!...
Mastro Nunzio stava male davvero: la morte gli aveva pizzicato il naso e gli aveva lasciato il segno delle dita sotto gli occhi, un'ombra di filiggine che gli tingeva le narici assottigliate, gli sprofondava gli occhi e la bocca sdentata in fondo a dei buchi neri, gli velava la faccia terrea e sporca di peli grigi.
Aprì quegli occhi a stento, udendo suo figlio Gesualdo che gli stava dinanzi al letto, e disse colla voce cavernosa:
- Ah! sei venuto a vedere la festa, finalmente?
Santo, come un allocco, stava seduto sullo scalino dell'uscio, senza dir nulla, coi lucciconi agli occhi.
Burgio e sua moglie si affrettavano a insaccare un po' di grano, per non morir di fame dove andavano, appena avrebbe chiusi gli occhi il vecchio.
Nel cortile c'erano anche le mule cariche di roba.
Don Gesualdo afferrò pel vestito Bomma, il quale stava per andarsene anche lui.
- Che si può fare, don Arcangelo? Comandate! Tutto quello che si può fare, per mio padre...
tutto quello che ho!...
Non guardate a spesa...
- Eh! avrete poco da spendere...
Non c'è nulla da fare...
Sono venuto tardi.
La china non giova più!...
una perniciosa coi fiocchi, caro voi! Ma però non muore di colèra, e non c'è motivo di spaventare tutto il vicinato, come fanno costoro!
Il vecchio stava a sentire, cogli occhi inquieti e sospettosi in fondo alle orbite nere.
Guardava Gesualdo che si affannava intorno al farmacista, Speranza la quale strillava e singhiozzava aiutando il marito ne' preparativi della partenza, Santo che non si muoveva, istupidito, i nipoti qua e là per la casa e nel cortile, e Bomma che gli voltava le spalle, scrollando il capo, facendo gesti d'impazienza.
Speranza infine andò a consegnare le chiavi a suo fratello, seguitando a brontolare:
- Ecco! Mi piace che siete venuto...
Così non direte che vogliamo fare man bassa sulla roba, io e mio marito, appena chiude gli occhi nostro padre...
- Non sono ancora morto, no! - si lamentò il vecchio dal suo cantuccio.
Allora si alzò come una furia l'altro figliuolo, Santo, con la faccia sudicia di lagrime, vociando e pigliandosela con tutti quanti:
- Il viatico che non glielo date, razza di porci?...
Che lo fate morire peggio di un cane?...
- Non sono ancora morto! - piagnucolò di nuovo il moribondo.
- Lasciatemi morire in pace, prima!...
- Non è per la roba, no! - gli rispose il genero Burgio accostandosi al letto e chinandosi sul malato come parlasse a un bambino: - Anzi è per vostro amore che vogliamo farvi confessare e comunicare prima di chiudere gli occhi.
- Ah!...
ah!...
Non vi par l'ora!...
Lasciatemi in pace...
lasciatemi!...
Giunse la sera e passò la notte a quel modo.
Mastro Nunzio nell'ombra stava zitto e immobile, come un pezzo di legno; soltanto ogni volta che gli facevano inghiottire a forza la medicina, gemeva, sputava, e lamentavasi ch'era amara come il veleno, ch'era morto, che non vedevano l'ora di levarselo dinanzi.
Infine, perché non lo seccassero, voltò il naso contro il muro, e non si mosse più.
- Poteva essere mezzanotte, sebbene nessuno s'arrischiasse ad aprire la finestra per guardar le stelle.
- Speranza ogni tanto s'accostava al malato in punta di piedi, lo toccava, lo chiamava adagio adagio; ma lui zitto.
Poi tornava a discorrere sottovoce col marito che aspettava tranquillamente, accoccolato sullo scalino, dormicchiando.
Gesualdo stava seduto dall'altra parte col mento fra le mani.
In fondo allo stanzone si udiva il russare di Santo.
I nipoti erano già partiti colla roba, insieme agli altri inquilini e un gatto abbandonato s'aggirava miagolando per la fattoria, come un'anima di Purgatorio: una cosa che tutti alzavano il capo trasalendo, e si facevano la croce al vedere quegli occhi che luccicavano nel buio, fra le travi del tetto e i buchi del muro; e sulla parete sudicia vedevasi sempre l'ombra del berretto del vecchio, gigantesca, che non dava segno di vita.
Poi, tre volte, si udì cantare la civetta.
Quando Dio volle, a giorno fatto, dopo un pezzo che il giorno trapelava dalle fessure delle imposte e faceva impallidire il lume posato sulla botte, Burgio si decise ad aprire l'uscio.
Era una giornata fosca, il cielo coperto, un gran silenzio per la pianura smorta e sassosa.
Dei casolari nerastri qua e là, l'estremità del paese sulla collina in fondo, sembravano sorgere lentamente dalla caligine, deserti e silenziosi.
Non un uccello, non un ronzìo, non un alito di vento.
Solo un fruscìo fuggì spaventato fra le stoppie all'affacciarsi che fece Burgio, sbadigliando e stirandosi le braccia.
- Massaro Fortunato!...
venite qua, venite! - chiamò in quel punto la moglie colla voce alterata.
Gesualdo chino sul lettuccio del genitore, lo chiamava, scuotendolo.
La sorella, arruffata, discinta, che sembrava più gialla in quella luce scialba, preparavasi a strillare.
Infine Burgio, dopo un momento, azzardò la sua opinione: - Signori miei, a me sembra morto di cent'anni.
Scoppiò allora la tragedia.
Speranza cominciò a urlare e a graffiarsi la faccia.
Santo, svegliato di soprassalto, si dava dei pugni in testa, fregandosi gli occhi, piangendo come un ragazzo.
Il più turbato di tutti però era don Gesualdo, sebbene non dicesse nulla, guardando il morto che guardava lui colla coda dell'occhio appannato.
Poi gli baciò la mano, e gli coprì la faccia col lenzuolo.
Speranza, inconsolabile, minacciava di correre al paese per buttarsi nella cisterna, di lasciarsi morir di fame: - Cosa ci fo più al mondo adesso? Ho perso il mio sostegno! la colonna della casa! - Quel piagnisteo durò la giornata intera.
Inutilmente il marito per consolarla le diceva che don Gesualdo non li avrebbe abbandonati.
Erano tutti figli suoi, orfanelli bisognosi.
Santo col viso sudicio guardava or questo e or quello come aprivano bocca.
- No! - s'ostinava Speranza.
- E' morto, ora, mio padre! Non c'è nessuno che pensi a noi!
Gesualdo che l'aveva lasciata sfogare un pezzo tentennando il capo, cogli occhi gonfi, le disse infine:
- Hai ragione!...
Non ho fatto mai nulla per voialtri!...
Hai ragione di lagnarti della buona misura!...
- No, - interruppe Burgio.
- No! Parole che scappano nel brucio, cognato.
Intanto bisognava pensare a seppellire il morto, senza un cane che aiutasse, a pagarlo tant'oro! Un falegname, lì al Camemi, mise insieme alla meglio quattro asserelle a mo' di bara, e mastro Nardo scavò la buca dietro la casa.
Poi Santo e don Gesualdo dovettero fare il resto colle loro mani.
Burgio però stava a vedere da lontano, timoroso del contagio, e sua moglie piagnucolava che non le bastava l'animo di toccare il morto.
Le faceva male al cuore, sì! Dopo, asciugatisi gli occhi, rifatto il letto, rassettata la casa, nel tempo che mastro Nardo preparava le cavalcature, e aspettavano seduti in crocchio, ella attaccò il discorso serio.
- E ora, come restiamo intesi?
Tutti quanti si guardarono in faccia a quell'esordio.
Massaro Fortunato tormentava la nappa della berretta, e Santo sgranò gli occhi.
Don Gesualdo però non aveva capito l'antifona, col viso in aria, cercava il verbo.
- Come restiamo intesi? Perché? Di che cosa?
- Per discorrere dei nostri interessi, eh? Per dividerci l'eredità che ha lasciato quella buon'anima, tanto paradiso! Siamo tre figliuoli...
Ciascuno la sua parte...
secondo vi dice la coscienza...
Voi siete il maggiore, voi fate le parti...
e ciascuno di noi piglia la sua...
Però se ci avete il testamento...
Non dico...
Allora tiratelo fuori, e si vedrà.
Don Gesualdo, che era don Gesualdo, rimase a bocca aperta a quel discorso.
Stupefatto, cercava le parole, balbettava:
- L'eredità?...
Il testamento?...
La parte di che cosa?...
Allora Speranza infuriò.
- Come? Di questo si parlava.
Non erano tutti figli dello stesso padre? E il capo della casa chi era stato? Sinora aveva avuto le mani in pasta don Gesualdo, vendere, comprare...
Ora, ciascuno doveva avere la sua parte.
Tutto quel ben di Dio, quelle belle terre, la Canziria, la Salonia stessa dove avevano i piedi, erano forse piovuti dal cielo? - Burgio, più calmo, metteva buone parole; diceva che non era quello il momento, col morto ancora caldo.
Tappava la bocca alla moglie; cacciava indietro il cognato Santo, il quale aveva aperto tanto d'orecchi e vociava: - No, no, lasciatela dire! - Infine volle che si abbracciassero, lì, nella stanza dove erano rimasti poveri orfanelli.
Don Gesualdo era un galantuomo, un buon cuore.
Non l'avrebbe fatta una porcheria.
- Non scappate! Sentite qua! Non è vero? Non siete un galantuomo?
- No! no! Lasciatemi sentire quello che pretendono.
E' meglio spiegarsi chiaro.
Ma la sorella non gli dava più retta, seduta su di un sasso, fuori dell'uscio, borbottando fra di sè.
Massaro Fortunato toccò pure degli altri tasti: il gastigo di Dio che avevano sulle spalle, l'ora che si faceva tarda.
Intanto mastro Nardo tirò fuori la mula dalla stalla.
Rimasero ancora un pezzetto lì fuori a tenersi il broncio.
Poi don Gesualdo propose di condurseli tutti a Mangalavite.
Il cognato Burgio serrava l'uscio a chiave, e caricava sul basto i pochi panni, che aveva raccolti in un fagottino.
Speranza non rispose subito all'invito del fratello, sciorinando lo scialle per accingersi alla partenza, guardando di qua e di là, cogli occhi torvi.
Infine spiattellò quel che aveva sullo stomaco:
- A Mangalavite?...
No, grazie tante!...
Cosa ci verrei a fare...
se dite che è roba vostra?...
Sarebbe anche un disturbo per vostra moglie e la figliuola...
due signore avvezze a stare coi loro comodi...
Noi poveretti ci accomodiamo alla meglio...
Andremo alla Canziria.
Andremo piuttosto alla fornace del gesso che ha lasciato mio padre, buon'anima...
Quella sì!...
Colà almeno saremo a casa nostra.
Non direte d'averla comperata coi vostri guadagni la fornace del gesso!...
No, no, sto zitta, massaro Fortunato! Se ne parlerà poi, chi campa.
Chi campa tutto l'anno vede ogni festa.
Vi saluto, don Gesualdo.
Sarà quel che vuol Dio.
Beato quel poveretto che adesso è tranquillo, sottoterra!...
Brontolava ancora ch'era già in viaggio, sballottata dall'ambio della cavalcatura, colla schiena curva, e il vento che le gonfiava lo scialle dietro.
Don Gesualdo montò a cavallo lui pure, e se ne andò dall'altra parte, col cuore grosso dell'ingratitudine che raccoglieva sempre, voltandosi indietro, di tanto in tanto, a guardare la fattoria rimasta chiusa e deserta, accanto alla buca ancora fresca, e la cavalcata dei suoi che si allontanavano in fila, uno dopo l'altro, di già come punti neri nella campagna brulla che s'andava oscurando.
Dopo un pezzetto, mastro Nardo che ci aveva pensato su, fece l'orazione del morto:
- Poveretto! Ha lavorato tanto...
per tirare su i figliuoli...
per lasciarli ricchi...
Ora è sotto terra! Vi rammentate, vossignoria, quando è rovinato il ponte, a Fiumegrande, e voleva annegarsi?...
Ecco cos'è il mondo! Oggi a te, domani a me.
Il padrone gli rivolse un'occhiata brusca, e tagliò corto:
- Zitto, bestia!...
Anche tu!...
Potevano essere due ore di notte quando arrivarono alla Fontana di don Cosimo, con una bella sera stellata, il cielo tutto che sembrava formicolare attorno a Budarturo, sulla distesa dei piani e dei monti che s'accennava confusamente.
La mula, sentendo la stalla vicina, si mise a ragliare.
Allora abbaiarono dei cani; laggiù in fondo comparvero dei lumi in mezzo all'ombra più fitta degli alberi che circondavano la casina, e s'udirono delle voci, un calpestìo precipitoso come di gente che corresse; lungo il sentiero che saliva dalla valle si udì un fruscìo di foglie secche, dei sassi che precipitarono rimbalzando, quasi alcuno s'inerpicasse cautamente.
Poi silenzio.
A un tratto, dal buio, sul limite del boschetto, partì una voce:
- Ehi, don Gesualdo?
- Ehi, Nanni, che c'è?
Compare Nanni non rispose, mettendosi a camminare accanto alla mula.
Dopo un momento masticò sottovoce, quasi a malincuore:
- C'è che son qui per guardarvi le spalle!
Don Gesualdo non chiese altro.
Scendevano per la viottola in fila.
Nanni l'Orbo aggiunse soltanto, di lì a un po': - Si fece la festa, eh? - E come il padrone continuava a tacere, conchiuse: - L'ho capito alla cera che avete, vossignoria.
Mondo di guai!...
L'uno dopo l'altro! - Giunti alla fontana infine disse:
- Smontiamo qui, eh? Mastro Nardo se ne andrà pel viale colle cavalcature, e noi da questa parte, per far più presto.
Don Gesualdo capì subito, e non se lo fece dire due volte.
Andavano in silenzio, lungo il muro, quasi ci vedessero al buio.
A un certo punto l'Orbo accennò delle pietre sparse per terra, una specie di breccia fra le spine che coronavano il muro, e disse piano: - Vedete, vossignoria? - L'altro affermò col capo, e scavalcò il chiuso.
Nanni l'Orbo coll'acciarino accese un zolfanello e andarono seguendo le pedate passo passo, sino alla casina.
Sotto la finestra di donna Isabella l'Orbo additò in silenzio l'erba ch'era tutta pesta, quasi ci si fossero davvero sdraiati degli asini.
- I cani poi come fossero alloppiati! - osservò compare Nanni con quel fare misterioso.
- Se non ero io, che ho l'orecchio fino...
Dicevo a Diodata: Finché manca il padrone bisogna stare coll'orecchio teso, per guardargli le spalle...
Allora ho mandato Nunzio sul ponticello, mentre io con Gesualdo arrivavo dalla parte del palmento...
Sissignore dov'è alloggiata donna Sarina col nipote...
Se i cani sono stati zitti, dicevo fra di me...
- Va bene.
Adesso taci.
Di lassù potrebbero udirti.
Il giorno dopo, ricevendo le visite di condoglianza, vestito di nero, colla barba lunga, appena donna Sarina ebbe fatto l'elogio del morto e del vivo, asciugandosi gli occhi, rimboccandosi le maniche per correre in cucina ad aiutare in quello scompiglio, don Gesualdo la fermò nell'andito, senza tanti complimenti.
- Sapete, donna Sarina?...
il servizio che dovreste farmi sarebbe d'andarvene.
Patti chiari e amici cari, non è vero? Ho bisogno di quelle due stanze...
pei miei motivi.
Sinora non vi ho detto nulla.
Ma voi avrete ammirato la mia prudenza, eh?
La Cirmena diventò verde.
S'aggiustò il vestito, sorridendo, pigliandola con disinvoltura: - Bene, bene.
Ho capito.
Una volta che vi servono quelle due stanzuccie...
Se avete i vostri motivi...
Anche subito, su due piedi...
colèra o no!...
La gente non ha da dire se me ne mandate via in mezzo al colèra!...
Siete il padrone.
Ciascuno sa i fatti di casa sua.
Soltanto, se permettete, vado prima a salutare mia nipote.
Non so cosa potrebbero pensare se me ne andassi zitta zitta...
Le male lingue, sapete!...
Bianca non arrivava a capacitarsi: - Come? andarsene via? nel fitto del colèra? Perché? Cos'era stato? - La zia Cirmena adduceva diversi pretesti strambi: forza maggiore; ciascuno ha i suoi motivi; interessi gravi di casa; Corrado aveva ricevuto una lettera urgentissima.
- Gli rincresce anche a lui, poveretto.
Gli è arrivata fra capo e collo.
S'era tanto affezionato a questi luoghi...
Anche poco fa mi diceva: - Zia, oggi è l'ultima passeggiata che andrò a fare alla sorgente...
- Don Gesualdo, fuori dei gangheri, tagliò corto a quei discorsi sciocchi.
- Scusate, donna Sarina.
Mia moglie non capisce più niente...
Diventano tutti così nella sua famiglia...
Doveva toccare a me!...
Isabella invece s'era fatta pallida come un cadavere.
Ma non si mosse, non disse nulla, una vera Trao, col viso fermo e impenetrabile.
Ricambiava anche gli abbracci e i saluti affettuosi della zia, sforzandosi di sorridere, con una ruga sottile fra le ciglia.
Poi, quando fu sola, a un tratto, con un gesto disperato, si strappò la gorgierina che la soffocava, con un'onda di sangue al volto, un abbarbagliamento improvviso dinanzi agli occhi, una fitta, uno spasimo acuto che la fece vacillare, annaspando, fuori di sé.
Voleva vederlo, l'ultima volta, a qualunque costo, quando tutti sarebbero stati a riposare, dopo mezzogiorno, e che alla casina non si moveva anima viva.
La Madonna l'avrebbe aiutata: - La Madonna!...
la Madonna!...
- Non diceva altro, con una confusione dolorosa nelle idee, la testa in fiamme, il sole che le ardeva sul capo, gli occhi che le abbruciavano, una vampa nel cuore che la mordeva, che le saliva alla testa, che l'accecava, che la faceva delirare: - Vederlo! a qualunque costo!...
Domani non lo vedrò più!...
più!...
più!...
- Non sentiva le spine; non sentiva i sassi del sentiero fuori mano che aveva preso per arrivare di nascosto sino a lui.
Ansante, premendosi il petto colle mani, trasalendo a ogni passo, spiando il cammino con l'occhio ansioso.
Un uccelletto spaventato fuggì con uno strido acuto.
La spianata era deserta, in un'ombra cupa.
C'era un muricciuolo coperto d'edera triste, una piccola vasca abbandonata nella quale imputridivano delle piante acquatiche, e dei quadrati d'ortaggi polverosi al di là del muro, tagliati dai viali abbandonati che affogavano nel bosco irto di seccumi gialli.
Da per tutto quel senso di abbandono, di desolazione, nella catasta di legna che marciva in un angolo, nelle foglie fradicie ammucchiate sotto i noci, nell'acqua della sorgente la quale sembrava gemere stillando dai grappoli di capelvenere che tappezzavano la grotta, come tante lagrime.
Soltanto fra le erbacce del sentiero pel quale lui doveva venire, dei fiori umili di cardo che luccicavano al sole, delle bacche verdi che si piegavano ondeggiando mollemente, e dicevano: Vieni! vieni! vieni! Attraversò guardinga il viale che scendeva alla casina, col cuore che le balzava alla gola, le batteva nelle tempie, le toglieva il respiro.
C'erano lì, fra le foglie secche, accanto al muricciuolo dove lui s'era messo a sedere tante volte, dei brani di carta abbruciacchiati, umidicci, che s'agitavano ancora quasi fossero cose vive; dei fiammiferi spenti, delle foglie d'edera strappate, dei virgulti fatti in pezzettini minuti dalle mani febbrili di lui, nelle lunghe ore d'attesa, nel lavorìo macchinale delle fantasticherie.
S'udiva il martellare di una scure in lontananza; poi una canzone malinconica che si perdeva lassù, nella viottola.
Che agonìa lunga! Il sole abbandonava lentamente il sentiero; moriva pallido sulla rupe brulla di cui le forre sembravano più tristi, ed ella aspettava ancora, aspettava sempre.
- Signor don Gesualdo...
Venite qua, se permettete...
Ho da parlarvi.
- Nanni l'Orbo, continuando a chiamarlo, dall'aia, affettava di non poter mettere il piede nel cortile, coll'aria misteriosa, finchè il padrone andò a sentire quel che diavolo volesse, dandogli una buona strapazzata, per cominciare:
- T'ho detto tante volte di non lasciarti vedere da queste parti! Che diavolo!...
Se lo fai apposta...
- Nossignore.
Appunto, vi ho chiamato qui fuori.
Dobbiamo parlare da solo a solo, per quel che ho da dirvi...
Qui nel giardino.
Siamo aspettati.
C'erano infatti Nunzio e Gesualdo di Diodata, vestiti da festa, colle mani in tasca, e un fazzolettino nero al collo.
Compare Nanni lo fece notare al padrone.
- Il sangue è sangue.
Avete da ridirci? Tutti e due...
hanno voluto portare il lutto alla buon'anima di vostro padre...
per rispetto, senza secondi fini...
Soltanto, vossignoria potete aiutarli senza mettere mano alla tasca...
Ecco, loro vorrebbero a mezzadria quel pezzo di terra ch'è sotto la fontana.
Sono due bravi ragazzi, laboriosi.
Vi somigliano, don Gesualdo...
Se date loro qualche agevolazione, pensate infine che non lo fate per degli estranei!...
Don Gesualdo tentennava, insospettito da una parte d'esser preso così alla sprovvista, e cedendo nel tempo istesso, suo malgrado, a quella certa voce interna che gli andava ripicchiando dentro tutti gli argomenti messi fuori da compare Nanni per persuaderlo.
- Infine cosa domandavano?...
del lavoro...
Lui che poteva tanto!...
Un affare di coscienza!...
Avrebbe fatto un buon negozio anche...
- A un certo punto l'Orbo propose di mandare a chiamare Diodata perché dicesse la sua.
Don Gesualdo allora, per levarsi quella noia, per sgravio di coscienza, come diceva quell'altro fissando i due ragazzoni, che seguivano passo passo colle mani in tasca, senza aprir bocca, si lasciò scappare: - Be'...
be', se si parla soltanto del pezzo di terra ch'è sotto la fontana...
Se non fate come il riccio che poi allarga le spine...
- Sissignore! Che vuol dire! - saltò su compare Nanni pigliandolo subito in parola.
- Quello solo! Mezza salma di terra in tutto.
Possiamo andare a vedere.
E' qui vicino.
Vi metteremo i segnali sotto i vostri occhi, giacché siete qui, perchè non temiate che vi si rubi...
Giusto!...
ci abbiamo anche dei testimoni, vedete...
La signorina, lassù, sotto il gran noce...
Don Gesualdo guardò dove diceva l'Orbo, e si sbiancò subito in viso.
A un tratto, mutò cera e maniera, e congedò tutti bruscamente:
- Va bene, ne parleremo...
C'è tempo.
Non si piglia così la gente pel collo, santo e santissimo! Ho detto di sì; ora andatevene!
I due giovani sgattaiolarono mogi mogi a quella sfuriata, mentre Nanni si cacciava fra le macchie per godersi la scena da lontano.
Don Gesualdo saliva già in fretta pel viale, come avesse vent'anni, sottosopra.
Isabella se lo vide comparire dinanzi all'improvviso con una faccia che quasi la fece tramortire dallo spavento.
Egli non le disse nulla.
Se la prese per mano, come una bambina, e se la portò a casa.
Lei si lasciava condurre, come una morta, col cuore morto, senza vedere, inciampando nei sassi.
Solo di tanto in tanto si cacciava la mano nei capelli, quasi sentisse lì un gran smarrimento, un gran dolore.
Bianca al vederli arrivare a quel modo si mise a tremare come una foglia.
Il marito le consegnò la figliuola con un'occhiata terribile, tentennando il capo.
Ma non disse nulla.
Si mise a passeggiare per la stanza, asciugandosi tratto tratto col fazzoletto il fiele che ci aveva in bocca.
Poi aprì l'uscio di colpo e se ne andò.
Girava da per tutto come un bue infuriato, sbattendo gli usci, pigliandosela con chi gli capitava.
Udivasi ovunque la sua voce che faceva tremare la casa:
- Nardo, dove sei stato sino ad ora? T'avevo detto di portarmi quelle forbici alla vigna? - Non sono rientrati ancora i puledri? Me li farà storpiare quell'animale di Brasi! Gli darò ora il fatto suo, appena torna! - Di', Santoro? avete terminato di mietere i sommacchi lassù?...
Cosa diavolo avete fatto dunque tutta la giornata?...
Appena manca un momento il padrone!...
Assassini! nemici salariati!...
- Martino! il lume accendi, Martino, per mungere le pecore! Mi verserai per terra tutto il latte, così al buio, bestia!...
- Ancora non hanno acceso il lume lassù! Che fanno? Recitano il rosario?...
Concetta! Concetta! Siamo ancora al buio! Cosa diavolo fate? Che casa, appena volto le spalle io!...
Che succederà se io chiudo gli occhi?...
Dopo un po' di tempo tornò a bussare all'uscio delle donne, e siccome non aprivano subito lo sfondò con un calcio.
Bianca allora si rivoltò inferocita, simile a una chioccia che difende i pulcini, con un viso che nessuno le aveva mai visto; il viso stralunato dei Trao, in cui gli occhi luccicavano come quelli di una pazza sul pallore e la magrezza spaventosa, coprendo col suo il corpo della figliuola ch'era stesa bocconi sul letto, col viso nel guanciale, scossa da sussulti nervosi.
- Ah! me la volete uccidere dunque? Non vi basta? Non vi basta? Me la volete uccidere?
Non si riconosceva più, tanto che lo stesso don Gesualdo rimase sconcertato.
Ora cercava di pigliarla colle buone, vinto da uno sconforto immenso, dall'amarezza di tanta ingratitudine che gli saliva alla gola, colle ossa rotte, il cuore nero come la pece.
- Avete ragione!...
Io sono il tiranno! Ho il cuore e la pelle dura, io! Sono il bue da lavoro...
Se m'ammazzo a lavorare è per voialtri, capite? A me basterebbe un pezzo di pane e formaggio...
Vuol dire che ho lavorato per buttare ogni cosa in bocca al lupo...
il mio sangue e la mia roba!...
Avete ragione!...
Bianca volle balbettare qualche parola.
Allora egli si voltò infuriato contro di lei, con le mani in aria, la bocca spalancata.
Ma non disse nulla.
Guardò la figliuola che si era appoggiata tutta tremante alla sponda del lettuccio, col viso gonfio, le trecce allentate; allora lasciò cadere le braccia e si mise a passeggiare innanzi e indietro per la camera, picchiando le mani una sull'altra, soffiando e sbuffando, cogli occhi a terra, quasi cercasse le parole, cercando le maniere che ci volevano per far capire la ragione a quelle teste dure.
- Via via, Isabella!...
E' una sciocchezza, capisci!...
E' una sciocchezza guastarsi il sangue...
Non voglio guastarmi il sangue...
Ho tanti altri guai! Ci ho il cuore grosso!...
Vorrei che tu vedessi un po' quanti guai ci ho in testa!...
Ti metteresti a ridere, com'è vero Dio!...
Vedresti che sciocchezza è tutto il resto!...
Ancora sei giovane...
Certe cose non le capisci...
Il mondo, vedi, è una manica di ladri...
Tutti che fanno: levati di lì e dammi il fatto tuo...
Ognuno cerca il suo guadagno...
Vedi, vedi...
te lo dico?...
Se tu non avessi nulla, nessuno ti seccherebbe...
E' un negozio, capisci?...
Il modo d'assicurarsi il pane per tutta la vita.
Uno che è povero, uomo o donna, sia detto senza offendere nessuno, s'industria come può...
Gira l'occhio intorno; vede quello che farebbe al caso suo...
e allora mette in opera tutti i mezzi per arrivarci, ciascuno come può...
Uno, poniamo, ci mette il casato, e un altro quello che sa fare di meglio...
le belle parole, le occhiate tenere...
Ma chi ha giudizio, dall'altra parte, deve badare ai suoi interessi...
Vedi come son sciocchi quelli che piangono e si disperano?...
Il discorso gli morì in bocca dinanzi al viso pallido e agli occhi stralunati coi quali lo guardava la figliuola.
Anche la moglie non sapeva dir altro:
- Lasciatela stare!...
Non vedete com'è?...
- Come una sciocca è!...
- gridò mastro-don Gesualdo uscendo finalmente fuori dai gangheri.
- Come una che non sa e non vuol sapere!...
Ma io non sarò sciocco, no!...
Io lo so quello che vuol dire!...
E se ne andò infuriato.
IV
Cessata la paura del colèra, appena ritornato in paese, don Gesualdo s'era vista arrivare la citazione della sorella, autorizzata dal marito Burgio, che voleva la sua parte dell'eredità paterna - di tutto ciò che egli possedeva - una bricconata; adducendo che quei beni erano stati acquistati coi guadagni della società, di cui era a capo mastro Nunzio; e che adesso voleva appropriarsi tutto lui, Gesualdo, - lui che li aveva avuti tutti quanti sulle spalle, sino a quel giorno! che aveva dovuto chinare il capo alle speculazioni sbagliate del padre! ch'era stato la provvidenza del cognato Burgio nelle malannate! che pagava i debiti del fratello Santo all'osteria di Pecu-Pecu! - anche Santo lo citava per avere la sua quota, aveva fatto parte della società anche lui, quel fannullone! - Ora lo svillaneggiavano per mezzo d'usciere; gli davano del ladro; volevano mettere i sigilli; sequestrargli la roba.
Lo trascinavano fra le liti, gli avvocati, i procuratori - un sacco di spese, tanti bocconi amari, tanta perdita di tempo, tanti altri affari che ne andavano di mezzo, i suoi nemici che c'ingrassavano - nei caffè e nelle spezierie non si parlava d'altro - tutti addosso a lui perch'era ricco, e pigliando le difese dei suoi parenti che non avevano nulla! Il notaro Neri gli faceva anche l'avvocato contrario, gratis et amore, per le questioni vecchie e nuove che erano state fra di loro.
Speranza l'aspettava sulle scale del pretorio per vomitargli addosso degli improperii, aizzandogli contro i figliuoli grandi e grossi inutilmente, aizzandogli contro Santo che non aveva faccia veramente di pigliarsela con don Gesualdo e cercava di sfuggirlo.
- Siete tutti quanti dei capponi! tale e quale mio marito!...
Io sola dovrei portare i calzoni qui! Non mi tengo se non lo mando in galera, quel ladro! Venderò la camicia che ho indosso.
Voglio il fatto mio, il sangue di mio padre...
- Fu peggio ancora la prima volta che il giudice le diede causa persa: - Signori miei, guardate un po'!...
Tutto si compra coi denari al giorno d'oggi!...
Ma ricorrerò sino a Palermo, sino al re, se c'è giustizia a questo mondo!...
- Il barone Zacco, siccome allora aveva in testa di combinare certo negozio con don Gesualdo, s'intromise a farla da paciere.
Una domenica riunì in casa sua tutti i Motta, compreso il marito di comare Speranza ch'era una bestia, e non sapeva dire le sue ragioni.
Santo, costretto a trovarsi faccia a faccia con suo fratello don Gesualdo, cominciò dallo scusarsi:
- Che vuoi?...
Io non ci ho colpa.
Mi condussero dall'avvocato...
Cosa dovevo fare?...
Perché l'abbiamo chiesto il consiglio dell'avvocato?...
Quello che mi dice l'avvocato io fo...
Don Gesualdo si mostrava arrendevole.
Non che ci fosse obbligato, no! - la legge lui la conosceva.
- Ma per buon cuore.
Il bene che aveva potuto fare ai suoi parenti l'aveva sempre fatto, e voleva continuare a farlo.
Lì un battibecco di prove e controprove che non finivano più.
Speranza, che vedeva sfumare la sua parte dell'eredità se si parlava di buon cuore, se la pigliava col marito e coi figliuoli i quali non sapevano difendersi.
Anche Santo stava zitto, come un ragazzo che ne ha fatta una grossa.
Fortuna che c'era lei, a dire il fatto suo:
- Che volete darci, la limosina? Qualche salma di grano a comodo vostro, di tanto in tanto? qualche salma di vino, quello che non potete vendere?
- Cosa vuoi che ti dia, l'Alìa o Donninga? Vuoi che mi spogli io per empire il gozzo a voialtri che non avete fatto nulla? Ho figli.
La roba non posso toccarla...
- La roba tua?...
sentite quest'altra! Allora vuol dire che nostro padre buon'anima non ha lasciato nulla? E il negozio del gesso che avevate in comune? E quando avete preso insieme l'appalto del ponte? Nulla è rimasto alla buon'anima? I guadagni sono stati di voi solo? per comprare delle belle tenute? quelle che volete appropriarvi perché avete dei figliuoli?...
C'è un Dio lassù, sentite!...
Ciò che volete togliere di bocca a questi innocenti, c'è già chi se lo mangia alla vostra barba! Andate a vedere, la sera, sotto le vostre finestre, che passeggio!...
Finì in parapiglia.
Il barone dovette mettersi a gridare e a fare il diavolo perché non si accapigliassero seduta stante, invece di rappacificarsi.
Speranza se ne andò da una parte ancora sbraitando, e don Gesualdo dall'altra, colla bocca amara, tormentato anche da quell'altra pulce che la sorella gli aveva messo nell'orecchio.
Adesso, in mezzo a tanti guai e grattacapi, gli toccava pure dover sorvegliare la figliuola e quell'assassino di Corrado La Gurna che la Cirmena per dispetto gli metteva fra i piedi, lì in paese, a spese sue.
Doveva tenere gli occhi aperti su ciascuno che andava e veniva, sulle serve, sui fogli di carta che mancavano, sulla figliuola la quale aveva l'aria di chi ne cova una grossa, pallida allampanata...
Ci si struggeva l'anima, la disgraziata! E lui doveva rodersi il fegato e mandar giù la bile, per non far di peggio.
Una sera finalmente la sorprese alla finestra, con un tempo da lupi.
- Ah!...
Continua la musica!...
Che fai qui...
a quest'ora?...
A prendere il fresco per l'estate? T'insegno io a contar le stelle! Non m'hai visto ancora uscir dai gangheri! Gliel'insegno io a passeggiar di sera sotto le mie finestre, a certi cavalieri! Un fracco di legnate, se l'incontro! M'hai visto finora colla bocca dolce; ma adesso ti fo vedere anche l'amaro! Ti faccio arar diritto, come tiro l'aratro io!
Da quel giorno ci fu un casa del diavolo, mattina e sera.
Don Gesualdo prese Isabella colle buone, colle cattive, per levarle dalla testa quella follìa; ma essa l'aveva sempre lì nella ruga sempre fissa fra le ciglia, nella faccia pallida, nelle labbra strette che non dicevano una parola, negli occhi grigi e ostinati dei Trao che dicevano invece - Sì, sì, a costo di morirne! - Non osava ribellarsi apertamente.
Non si lagnava.
Ci perdeva la giovinezza e la salute.
Non mangiava più; ma non chinava il capo, testarda, una vera Trao, colla testa dura dei Motta per giunta.
- Il pover'uomo era ridotto a farsi da sè l'esame di coscienza.
- Dei genitori quella ragazza aveva preso i soli difetti.
Ma l'amore alla roba no! Il giudizio di capire chi le voleva bene e chi le voleva male, il giudizio di badare ai suoi interessi, no! Non era neppure docile e ubbidiente come sua madre.
Gli aveva guastata anche Bianca! Anche costei, al vedere la sua creatura che diventava pelle e ossa, era diventata come una gatta che gli si vogliano rubare i figliuoli, col pelo irto, tale e quale - la schiena incurvata dalla malattia e gli occhi luccicanti di febbre.
Gli sfoderava contro le unghie e la lingua.
- Volete farla morire di mal sottile, la mia creatura? Non vedete com'è ridotta? Non vedete che vi manca di giorno in giorno? - L'avrebbe aiutata, sottomano, anche a fare uno sproposito, anche a rompersi il collo.
Avrebbe tradito il marito per la sua creatura.
Gli diceva: - Me ne vo a stare da mio fratello! Io e la mia figliuola! Che vi pare? - Cogli occhi di brace.
Non l'aveva mai vista a quella maniera.
Una volta, dietro al medico il quale veniva per la ragazza, egli vide capitare una faccia che non gli piacque: una vecchia del vicinato che portava la medicina del farmacista, come don Luca il sagrestano e sua moglie Grazia portavano in casa Trao le sue imbasciate amorose.
Era ridotto a passare in rivista le ricette del medico e la carta delle pillole che mandava Bomma.
In un mese mutarono cinque donne di servizio.
Era un tanghero lui, ma non era un minchione come i fratelli Trao.
Teneva ogni cosa sotto chiave; non lasciava passare un baiocco che potesse aiutare a fargli il tradimento.
Era un cane alla catena anche lui, pover'uomo.
Infine per togliersi da quell'inferno si decise a mettere Isabella in convento, lì al Collegio di Maria, come quando era bambina, carcerata! Sua moglie ebbe un bel piangere e disperarsi.
Il padrone era lui! - Sentite, - gli disse Bianca colle mani giunte, - io ho poco da penare.
Ma lasciatemi la mia figliuola, fino a quando avrò chiuso gli occhi.
- No! - rispose il marito.
- Non ha neppure compassione di te quell'ingrata! Ci siamo ammazzati tutti per farne un'ingrata! Ha perso l'amore ai parenti...
lontana di casa sua!
Il tradimento glielo fecero lì, al Collegio: dell'altra gente beneficata da lui, la sorella di Gerbido che faceva la portinaia, Giacalone che veniva a portare i regali della zia Cirmena e faceva passare i bigliettini dalla ruota, Bomma che teneva conversazione aperta nella spezieria per far comodo a don Corrado La Gurna, il quale mettevasi subito a telegrafare, appena la ragazza saliva apposta sul campanile.
Lo facevano per pochi baiocchi, per piacere, per niente, per inimicizia.
Congiuravano tutti quanti contro di lui, per rubargli la figliuola e la roba, come se lui l'avesse rubata agli altri.
Un bel giorno infine, mentre le monache erano salite in coro, che c'erano le quarant'ore, la ragazza si fece aprir la porta dai suoi complici, e spiccò il volo.
Fu il due febbraio, giorno di Maria Vergine.
C'era un gran concorso di devoti quell'anno alla festa, perché non pioveva dall'ottobre.
Don Gesualdo era andato in chiesa anche lui, a pregare Iddio che gli togliesse quella croce d'addosso.
Invece il Signore doveva aver voltati gli occhi dall'altra parte quella mattina.
Appena tornò dalla santa Messa, quel giorno segnalato, trovò la casa sottosopra; sua moglie colle mani nei capelli, le serve che correvano di qua e di là.
Infine gli narrarono l'accaduto.
Fu come un colpo d'accidente.
Dovettero mandare in fretta e in furia pel barbiere e cavargli sangue.
La gnà Lia si buscò uno schiaffo tale da fracassarle i denti.
Bianca più morta che viva scendeva le scale ruzzoloni, quasi per fuggirsene anche lei, dalla paura.
Lui, paonazzo dalla collera, colla schiuma alla bocca, non ci vedeva dagli occhi.
Non vedeva lo stato in cui era la poveretta.
Voleva correre dal giudice, dal sindaco, mettere sottosopra tutto il paese; far venire la Compagnia d'Arme da Caltagirone; farli arrestare tutti e due, figliuola e complice; farlo impiccare nella pubblica piazza, quel birbante! farlo squartare dal boia! fargli lasciare le ossa in fondo a un carcere! - Quell'assassino! quel briccone! In galera voglio farlo morire!...
tutti e due!...
In mezzo a quelle furie capitò la zia Cirmena, col libro da messa in mano, il sorriso placido, vestita di seta.
- Chetatevi, don Gesualdo.
Vostra figlia è in luogo sicuro.
Pura come Maria Immacolata! Chetatevi! Non fate scandali, ch'è peggio! Vedete vostra moglie, che pare stia per rendere l'anima a Dio, poveretta! Lei è madre! Non possiamo sapere quello che ci ha nel cuore in questo momento! Sono venuta apposta per accomodar la frittata.
Io non ci ho il pelo nello stomaco, come tanti altri.
Non so tener rancore.
Sapete che mi sono sbracciata sempre pei parenti.
Mi avete messo sulla strada...
col colèra...
con un orfanello sulle spalle...
Ma non importa.
Eccomi qua ad accomodare la faccenda.
Ho il cuore buono, tanto peggio! mio danno! Ma non so che farci! Ora bisogna pensare al riparo.
Bisogna maritar quei due ragazzi, ora che il male è fatto.
Non ci è più rimedio.
Del resto sul giovane non avete che dire...
di buona famiglia.
Don Gesualdo stavolta le perse il rispetto addirittura, con tanto di bocca aperta, quasi volesse mangiarsela: - Con quel pezzente?...
Dargli la mia figliuola?...
Piuttosto la faccio morire tisica come sua madre!...
In campagna! in un convento! Bel negozio che mi portate!...
da pari vostra!...
Ci vuole una bella faccia tosta!...
Mi fate ridere con questa bella nobiltà...
So quanto vale!...
tutti quanti siete!....
Successe un parapiglia.
Donna Sarina sfoderò anche lei la sua lingua tagliente, rossa al pari di un gallo: - Parlate da quello che siete! Almeno dovevate tacere per riguardo a vostra moglie, villano! mastro-don Gesualdo! Siete la vergogna di tutto il parentado!...
- Ah! ah! la vergogna.
Andate là che avete ragione a parlare di vergogna, voi!...
mezzana! Ci avete tenuto mano anche voi! Siete la complice di quel ladro!...
Bel mestiere alla vostra età! Vi farò arrestare insieme a lui, donna Sarina dei miei stivali! donna...
cosa, dovrebbero chiamarvi!
Sopraggiunse lo zio Limòli, nonostante i suoi acciacchi, pel decoro della famiglia, per cercare di metter pace anche lui, colle buone e colle cattive.
- Non fate scandali! Non strillate tanto, ch'è peggio! I panni sporchi si lavano in casa.
Vediamo piuttosto d'accomodare questo pasticcio.
Il pasticcio è fatto, caro mio, e bisogna digerirselo in santa pace.
Bianca! Bianca, non far così che ti rovini la salute...
Non giova a nulla...
Don Gesualdo partì subito a rompicollo per Caltagirone.
Voleva l'ordine d'arresto, voleva la Compagnia d'Arme.
Lo zio marchese dal canto suo provvide a quello che c'era di meglio da fare, con prudenza ed accorgimento.
Prima di tutto andò a prendere subito la nipote, e l'accompagnò al monastero di Santa Teresa, raccomandandola a una sua parente.
La gente di casa, un po' colle minacce, un po' col denaro, furono messi a tacere.
Poco dopo giunse come un fulmine da Caltagirone l'ordine d'arresto per Corrado La Gurna.
Donna Sarina Cirmena, impaurita, tenne la lingua a casa anche lei.
Intanto il marchese lavorava sottomano a cercare un marito per Isabella.
Era figlia unica; don Gesualdo per amore o per forza, avrebbe dovuto darle una bella dote; e colle sue numerose relazioni era certo di procurarle un bel partito.
Ne scrisse ai suoi amici; ne parlò alle persone che potevano aiutarlo in simili faccende, il canonico Lupi, il notaro Neri.
Quest'ultimo gli scovò finalmente colui che faceva al caso: un gran signore di cui il notaro amministrava i possessi, alquanto dissestato è vero nei suoi affari, ingarbugliato fra liti e debiti, ma di gran famiglia, che avrebbe dato un bel nome alla discendenza di mastro-don Gesualdo.
Quando si venne poi a discorrere della dote con quest'ultimo fu un altro par di maniche.
Lui non voleva lasciarsi mangiar vivo.
Neanche un baiocco! Il suo denaro se l'era guadagnato col sudore della fronte, la vita intera.
Non gli piaceva di lasciarsi aprir le vene per uno che doveva venire da Palermo a bersi il sangue suo.
- Di dove volete che venga dunque, dalla luna? Caro mio, queste son parole al vento.
Sapete com'è? Vi porto un paragone a modo vostro, per farvi intendere ragione: La grandine che vi casca nella vigna...
Una disgrazia che vi capita nell'armento...
Bisogna mandare alla fiera la giovenca che si è rotte le corna, e chiudere gli occhi sul prezzo.
Bisogna chinare il capo, per amore o per forza.
Del resto non avete altri figliuoli...
Almeno sapete di farla una signorona!...
Il marchese nel tempo istesso andava a far visita alla nipotina.
La pigliava colle buone, col giudizio che ci vuole per toccare certi tasti: - Hai ragione! Piangi pure che hai ragione! Sfogati con me che capisco queste cose...
Un brucio, una cosa che sembra di morire! Tuo padre non ne capisce nulla, poveretto.
E' stato sempre in mezzo ai suoi negozi, ai suoi villani...
un po' rozzo anche, se vogliamo...
Ma ha lavorato per te, per farti ricca.
Tu, col nome di tua madre, e coi quattrini di lui, puoi rappresentare la prima parte anche in una grande città, quando vorrai...
Non qui, in questo buco...
Qui mi sembra di soffocare anche a me.
Sono stato giovane; me li son goduti anch'io i begli anni...
Appunto ti dicevo...
Capisco quello che devi averci adesso nel tuo cuoricino.
Quando si è giovani pare che al mondo non ci debba essere altro che quello...
Tuo padre ha preso la via storta...
Ma se lui si ostina a non darti nulla, neanche quel giovane, poveretto, ne ha...
E allora...
se ti tocca scopar la casa...
se lui deve tirare il diavolo per la coda...
Sarà un affar serio, intendi? Vengono le quistioni, i pentimenti, i musi lunghi.
I musi lunghi imbruttiscono te e lui, mia cara.
Perché poi? con qual costrutto? Se tuo padre ha detto di no, sarà di no, che non lo sposerai.
Morirai qui, in questa specie d'ergastolo; ci consumerai i tuoi begli anni.
Corrado rimarrà in esilio, ad arbitrio della polizia, finché vorrà tuo padre; egli ha le braccia lunghe adesso...
Nemmeno a chi vuoi bene gioveresti, se ti ostini.
Tuo cugino ha bisogno d'aver la testa quieta, di lavorare in pace, per guadagnarsi da vivere onestamente...
Invece potresti sposare un gran signore, e s'è vero che quel giovane ti vuol tanto bene dovrebbe esser contento lui pel primo.
Quello si chiama amore...
Un gran signore, capisci! Per ora non dirne nulla colle tue compagne...
qui nel monastero sai creperebbero d'invidia...
Ma so che c'è per aria il progetto di farti sposare un gran signore.
Saresti principessa o duchessa! Altro che donna tal di tali! Carrozze, cavalli, palco a teatro tutte le sere, gioielli e vestiti quanti ne vuoi...Con quel bel visetto so io quante teste farai girare in una gran città! Quando si entra in una sala di ballo, scollacciata, coperta di brillanti, tutti che domandano: - Chi è quella bella signora?...
- E si sente rispondere: la duchessa tale o la principessa tal'altra!...
- Via, vieni a veder tua madre ch'è ancora ammalata, poveretta! L'ha finita quel colpo! Sai ch'è di poca salute!...
Anche tuo padre t'aspetta a braccia aperte.
E' un buon uomo, poveraccio! Un cuor d'oro, uno che s'è ammazzato a lavorare per farti ricca!...
Adesso torna a casa...
Poi si vedrà...
Quando finalmente lo zio marchese condusse dai genitori la pecorella smarrita, fu una scena da far piangere i sassi.
Isabella cadde ginocchioni dinanzi al letto della mamma, che trovava così mutata, singhiozzando e domandandole perdono; mentre sua madre, poveretta, passava da uno svenimento all'altro, tanta era la consolazione.
Poi arrivò don Gesualdo, e stettero zitti tutti quanti.
Egli infine prese la parola, un po' turbato anche lui, cogli occhi gonfi, ché il sangue infine non è acqua, e il cuore non l'aveva di sasso.
- Me l'hai fatta grossa! Questa non me la meritavo.
Ci siamo tolto il pan di bocca, io e tua madre, per farti ricca!...
Vedi com'è ridotta, poveraccia?...
Se chiude gli occhi è un cadavere addirittura!...
Ma sei il sangue nostro, la nostra creatura, e ti abbiamo perdonato.
Ora non se ne parli più.
Però Isabella ne parlava sempre collo zio marchese, colla zia Mèndola, colla zia Macrì, con tutti i parenti; da tutti cercava aiuto, fin dal suo confessore, come una pazza, desolata, lavando dal piangere le pietre del confessionario.
Tutti le dicevano: - Che possiamo farci, se tuo padre non vuole? Lui è il padrone.
Lui deve mettere fuori i denari della dote.
Lo fa pel tuo meglio; cerca il tuo vantaggio.
Tutte quante si maritano come vogliono i genitori! - Il confessore stesso tirava fuori la volontà di Dio.
Anche la zia Cirmena, quando aveva visto che non era bastata nemmeno la fuga a cavare i denari della dote dalle mani di don Gesualdo, s'era stretta nelle spalle:
- Che vuoi, mia cara? Io ho fatto il possibile.
Ma senza denari non si canta Messa.
Corrado non ha nulla - tu non hai nulla neppure, se tuo padre si ostina a dir di no...
Fareste un bel matrimonio! Vedi com'è andata a finire? Che quel povero giovane ci ha rimesso anche la libertà, pel capriccio di tuo padre! Lascialo stare in pace almeno, perché adesso alle lettere che scrive ai parenti ogni giorno tutte che piangono guai e vorrebbero denari, in conclusione, è un affare serio!...
Il marchese Limòli poi gliela cantava su un altro tono:
- Figliuola mia, quando uno non è ricco, non può darsi il gusto di innamorarsi come vuole.
Voialtri siete giovani tutti e due, e avete gli occhi chiusi.
Non vedete altro che una cosa sola! Bisogna vedere anche quello che verrà poi, la pentola da mettere al fuoco, le camice da rattoppare...
Sarà un bel divertimento! Tu sei nata bene, per parte di madre, lo so anch'io.
Ma vedi tua madre, cos'ha dovuto fare, e tuo zio don Ferdinando, e io stesso!...
Siamo tutti nati dalla costola di Adamo, figliuola mia!...
Anche Corrado è della costola d'Adamo.
Ma i baiocchi li tiene tuo padre! Se non vuol darvene, andrete a scopar le strade tutti e due, e dopo un mese vi piglierete pei capelli.
Invece puoi fare un gran matrimonio sfoggiarla da gran signora, in una gran città!...
Dopo, quando avrai il cuoco in cucina, la carrozza che t'aspetta e le tue buone rendite garantite nell'atto dotale, potrai darti il lusso di pensare alle altre cose...
Verso la Pasqua giunse in paese il duca di Leyra, col pretesto di dar sesto ai suoi affari da quelle parti, chè ne avevano tanto di bisogno.
Era un bell'uomo, magro, elegante un po' calvo, gentilissimo.
Si cavava il cappello anche per rispondere al saluto dei contadini.
Aveva lo stesso sorriso e le medesime maniere cortesi per tutti i seccatori dai quali fu tosto assediato, fin dal primo giorno.
Nel paese fu l'argomento di tutti i discorsi: Quel che aveva detto; quel che era venuto a fare; quanto tempo si sarebbe fermato lì; quanti anni aveva.
Le signore asserivano che non dimostrava più di quarant'anni.
Il giorno della processione del Cristo risuscitato ci fu il Caffè dei Nobili pieno zeppo di signore.
Le Zacco con certi cappellini che facevano male agli occhi; la signora Capitana stecchita nel suo eterno lutto che la ringiovaniva, e la faceva chiamare ancora la bella vedovella - da dieci anni, dacché era morto suo marito.
- Le Margarone in gran gala, verdi, rosse, gialle, svolazzanti di piume, di nastri, di ricciolini diventati neri col tempo, grasse da scoppiare, color di mattone in viso.
Tutte che cicalavano, e si davano un gran da fare per dar nell'occhio ai signori forestieri.
Il duca s'era tirato dietro lo zio balì, onde sembrar più giovane - dicevano le male lingue: un vecchietto grasso e rubicondo che doveva lasciargli l'eredità, e intanto faceva la corte alle signore - come non sanno farla più al giorno d'oggi! - osservò la Capitana.
Sul più bello, mentre la statua dell'Evangelista correva balzelloni da Gesù a Maria, e il popolo gridava: viva Dio resuscitato! capitò la carrozza nuova di don Gesualdo Motta.
Lui con la giamberga dai bottoni d'oro e il solitario al petto della camicia, la moglie in gala anche lei, poveretta, che la veste nuova le piangeva addosso, allampanata, ridotta uno scheletro, e la figliuola con un vestito nuovo, fatto venire apposta da Palermo.
La folla si apriva per lasciarli passare, senza bisogno di spintoni.
Dei curiosi guardavano a bocca aperta.
Lo stesso duca domandò chi fossero: - Ah, una Trao! Si vede subito, quantunque abbia l'aria un po' sofferente, povera signora.
- Il marchese Limòli ringraziava lui, con un cenno del capo, e lo presentò alla nipote.
Il duca e il balì di Leyra fecero un gruppo a parte, sul marciapiede del Caffè dei Nobili, colla famiglia di don Gesualdo e il marchese Limòli.
Tutt'intorno c'era un cerchio di sfaccendati.
Il barone Zacco attaccò discorso col cocchiere per scavare cosa c'era sotto.
Mèndola fingeva d'accarezzare i cavalli.
Canali ammiccava di qua e di là: - Guardate un po', signori miei, che ruota è il mondo! - Nessuno badava più alla processione.
C'era un bisbiglio in tutto il Caffè.
Don Ninì Rubiera, da lontano, col cappello in cima al bastone appoggiato alla spalla, si morsicava le labbra dal dispetto, pensando a quel che era toccato a lui invece, donna Giuseppina Alòsi in moglie, una mandra di figliuoli, la lite per la casa che mastro-don Gesualdo voleva acchiapparsi col pretesto del debito, dopo tanto tempo...
La moglie al vederlo così stralunato, cogli occhi fissi addosso a sua cugina, gli piantò una gomitata aguzza nelle costole.
- Quando volete finirla?...
E' uno scandalo!...
I vostri figliuoli stessi che vi osservano! Vergogna!
- Ma sei pazza? - rispose lui.
- Diavolo! Ho altro pel capo adesso! Non vedi che ha già i capelli bianchi? ch'è una mummia?...
Sei pazza?
Egli pure era invecchiato, floscio, calvo, panciuto, acceso in viso, colle gote ed il naso ricamati di filamenti sanguigni che lo minacciavano della stessa malattia di sua madre.
Ora si guardavano come due estranei, lui e Bianca, indifferenti, ciascuno coi suoi guai e i suoi interessi pel capo.
Anche le male lingue, dopo tanto tempo, avevano dimenticato le chiacchiere corse sui due cugini.
Però invidiavano mastro-don Gesualdo il quale era arrivato a quel posto, e donna Bianca che aveva fatto quel gran matrimonione.
La sua figliuola sarebbe arrivata chissà dove! Donna Agrippina Macrì e le cugine Zacco saettavano occhiate di fuoco sul cappellino elegante d'Isabella, e sui salamelecchi che le faceva il duca di Leyra, inguantato, con un cravattone di raso che gli reggeva il bel capo signorile, giocherellando con un bastoncino sottile che aveva il pomo d'oro.
La signora Capitana fece osservare a don Mommino Neri, il quale era diventato un rompicollo, dopo la storia della prima donna:
- E' inutile! Basta guardarlo un momento, per saper con chi avete da fare.
Dirà magari delle sciocchezze adesso...
Ma è il modo in cui le dice!...
Ogni parola come se ve la mettesse in un vassoio...
Il signor duca andò poi a presentare i suoi omaggi in casa Motta.
Don Gesualdo si fece trovare nel salotto buono.
Avevano lavorato tutto il giorno a dar aria e spolverare, le serve, lui, mastro Nardo.
Il signor duca, colla parlantina sciolta, discorreva un po' di tutto, di agricoltura col padrone di casa, di mode con le signore, di famiglie antiche col marchese Limòli.
Egli aveva sulla punta delle dita tutto l'almanacco delle famiglie nobili dell'isola.
Arrivò anche a confidare che la sua era originaria del paese.
Desiderava fare il suo dovere con don Ferdinando Trao, e visitare il palazzo, che doveva essere interessantissimo.
Con la ragazza, di sfuggita, lasciò cadere il discorso sulle opere allora in voga; raccontò qualche fatterello della società; narrò aneddoti del tempo in cui era a Palermo la corte, la regina Carolina, gli inglesi: un mondo di chiacchiere, come una lanterna magica nella quale passavano delle gran dame, del lusso e delle feste.
Nell'andarsene baciò la mano a donna Bianca.
Per le scale, dal pollaio, sull'uscio della legnaia, tutta la gente di casa s'affollava per vederlo passare.
Dopo, la sera non si fece altro che parlare di lui, in cucina, fin le serve, e mastro Nardo, il quale sgranava gli occhi.
Il balì di Leyra e il marchese Limòli poi avevano intavolato un altro discorso, così, a fior di labbra, tenendosi sulle generali.
Il giorno dopo intervenne anche il duca, il quale confessò prima di tutto ch'era innamorato della ragazza, un vero fiorellino dei campi, una violetta nascosta; e dichiarò sorridendo, che quanto al resto...
d'affari voleva dire...
non se n'era occupato mai, per sua disgrazia!...
non era il suo forte, e aveva pregato il notaro Neri di far lui...
Un vero usuraio, quel notaro, sottile, avido, insaziabile.
Don Gesualdo avrebbe preferito mille volte trattare il negozio faccia a faccia col genero, da galantuomini.
- No, no, caro suocero.
Non è la mia partita.
Non me ne intendo.
Quello che farete voialtri sarà ben fatto.
Quanto a me, il tesoro che vi domando è vostra figlia.
Però le trattative tiravano in lungo.
Mastro-don Gesualdo cercava difendere la sua roba, vederci chiaro in quella faccenda, toccar con mano che quanto ci metteva il signor genero nell'altro piatto della bilancia fosse tutto oro colato.
Il duca aveva dei gran possessi, è vero, mezza contea; ma dicevasi pure che ci fossero dei gran pasticci, delle liti, delle ipoteche.
Del notaro Neri non poteva fidarsi.
L'altro sensale, il marchese Limòli, non aveva saputo badare nemmeno ai suoi interessi.
Voleva intromettercisi il canonico Lupi, protestando l'amicizia antica.
Ma lui rispose: - Vi ringrazio! Grazie tante, canonico! Mi è bastato una volta sola! Non voglio abusare...
- Tutti miravano alla sua roba.
Ci furono dei tira e molla, delle difficoltà che sorgevano a ogni passo, delle vecchie carte in cui ci si smarriva.
Intanto la figliuola, dall'altra parte, aveva sempre quell'altro in testa.
Scongiurava il babbo e la mamma che non volessero sacrificarla.
Andava a piangere dai parenti, e a supplicare che l'aiutassero: - Non posso! non posso! - Ai piedi del confessore aprì il suo cuore, tutto! il peccato mortale in cui era!...
- Quel servo di Dio non capiva nulla.
Badava solo a raccomandarle di non cascarci più e le metteva il cuore in pace coll'assoluzione.
La poveretta arrivò a scappare in casa dello zio Trao, onde buttarsi nelle sue braccia.
- Zio, tenetemi qui! Salvatemi voi.
Non ho altri al mondo! Sono sangue vostro.
Non mi mandate via!
Don Ferdinando era malato, coll'asma.
Non poteva parlare, non capiva nulla, del resto.
Faceva dei gesti vaghi colla mano scarna, e chiamava in aiuto Grazia, come un bambino, sbigottito da ogni viso nuovo che vedesse.
- Sì, tenetemi qui in luogo di Grazia.
Vi servirò colle mie mani.
Non mi mandate via.
Vogliono maritarmi per forza!...
in peccato mortale!...
Il vecchio allora ebbe come un ricordo negli occhi appannati, nel viso smorto e rugoso.
Tutti i peli grigi della barba ispida parvero trasalire.
- Anche tua madre s'è maritata per forza...
Diego non voleva...
Vattene, ora...
se no viene tuo padre a condurti via di qua!...
Vattene, vattene...
Lo zio marchese, uomo di mondo, che ne sapeva più di tutti sulle chiacchiere raccolte a casaccio, prese a quattr'occhi don Gesualdo:
- Insomma, volete capirla? Vostra figlia dovete maritarla subito.
Datela a chi vi piace; ma non c'è tempo da perdere.
Avete capito?
- Eh?...
Come?...
- balbettò il povero padre sbiancandosi in viso.
- Sicuro!...
Avete trovato un galantuomo che se la piglia in buona fede...
Ma non potete pretendere troppo infine da lui!...
Talchè don Gesualdo, stretto da tutte le parti, tirato pei capelli, si lasciò aprir le vene, e mise il suo nome in lettere di scatola al contratto nuziale: Gesualdo Motta sotto la firma del genero che pigliava due righe: Alvaro Filippo Maria Ferdinando Gargantas di Leyra.
Da Palermo giunsero dei regali magnifici, dei gioielli e dei vestiti che asciugarono a poco a poco le lagrime della sposa, uno sfoggio di grandezze che la pigliava come una vertigine, che chiamava un pallido sorriso fin sulle labbra della mamma, e che lo zio marchese andava spampanando da per tutto.
Solo don Gesualdo borbottava di nascosto.
Si aspettavano gran cose per quello sposalizio.
La Capitana mandò un espresso a Catania dal primo sarto.
Le Zacco stettero otto giorni in casa a cucire.
Però alle nozze non fu invitato nessuno: gli sposi vestiti da viaggio, i genitori, i testimoni, quattro candele e nessun altro, nella meschina chiesetta di Sant'Agata, dove s'era maritata Bianca.
Quanti ricordi per la povera madre, la quale pregava inginocchiata dinanzi a quell'altare, coi gomiti sulla seggiola e il viso fra le mani! Fuori aspettava la lettiga che doveva portarsi via gli sposi.
Fu una delusione e un malumore generale fra i parenti e in tutto il paese.
Dei pettegolezzi e delle critiche che non finivano più intorno a quel matrimonio fatto come di nascosto.
Della gente era andata a far visita ai Margarone e in casa Alòsi, per vedere se la sposa era rossa o pallida.
La Capitana aveva un bel fare, un bel cercare di non darsi vinta, dicendo che quella era la moda di sposarsi adesso.
Donna Agrippina rispose che a quel modo non le pareva nemmeno un sagramento, povera Isabella!...
La Cirmena masticava altre cose fra i denti:
- Come sua madre!...
Vedrete che sarà fortunata perché è figlia di sua madre!...
Ciolla che vide passare dalla piazza la lettiga si mise a gridare:
- Gli sposi! Ecco la lettiga degli sposi che partono! - Poi andò a confidare di porta in porta, al Caffè, nella spezieria di Bomma:
- E' partita anche una lettera per don Corradino La Gurna...
Sicuro! Una lettera per fuori regno.
Me l'ha fatta vedere il postino in segretezza.
Non so che dicesse; ma non mi parve scrittura della Cirmena.
Avrei pagato qualche cosa per vedere che c'era scritto...
La lettera diceva tante belle cose, per mandare giù la pillola, lei e il cuginetto che si disperava e penava lontano.
"Addio! addio! Se ti ricordi di me, se pensi ancora a me, dovunque sarai, eccoti l'ultima parola di Isabella che amasti tanto! Ho resistito, ho lottato a lungo, ho sofferto...
Ho pianto tanto! ho pianto tanto!...
Addio! Partirò, andrò lontano...
Nelle feste, in mezzo alle pompe della capitale, dovunque sarò...
nessuno vedrà il pallore sotto la mia corona di duchessa...
Nessuno saprà quel che mi porto nel cuore...
sempre, sempre!...
Ricordati! ricordati!..."
PARTE QUARTA
I
Erano appena trascorsi sei mesi, quando sopravvennero altri guai a don Gesualdo.
Isabella minacciava di suicidarsi; il genero aveva preso a viaggiare fuori regno, e faceva temere di voler intentare causa di separazione, per incompatibilità di carattere.
Altre chiacchiere giunsero in segreto sino al povero padre, il quale corse a rotta di collo alla villa di Carini, dov'era confinata la duchessa per motivi di salute.
Ritornò poi invecchiato di dieci anni, pigliandosela colla moglie che non capiva nulla, maledicendo in cuor suo la Cirmena e tutto il parentado che gli dava soltanto bocconi amari, costretto a correr dietro al notaio per accomodare la faccenda e placare il signor genero a furia di denari.
Fu un gran colpo pel poveretto.
Tacque alla moglie il vero motivo, per non affliggerla inutilmente; tenne tutto per sè; ma non si dava pace; parevagli che la gente lo segnasse a dito; sentivasi montare il sangue al viso quando ci pensava, da solo, o anche se incontrava quell'infame della Cirmena.
Lui era un villano; non c'era avvezzo a simili vergogne! Intanto la figlia duchessa gli costava un occhio.
Prima di tutto le terre della Canziria, d'Alìa e Donninga che le aveva assegnato in dote, e gli facevano piangere il cuore ogni qualvolta tornava a vederle, date in affitto a questo e a quello, divise a pezzi e bocconi dopo tanti stenti durati a metterle insieme, mal tenute, mal coltivate, lontane dall'occhio del padrone, quasi fossero di nessuno.
Di tanto in tanto gli arrivavano pure all'orecchio altre male nuove che non gli lasciavano requie, come tafani, come vespe pungenti; dicevasi in paese che il signor duca vi seminasse a due mani debiti fitti al pari della grandine, la medesima gramigna che devastava i suoi possessi e si propagava ai beni della moglie peggio delle cavallette.
Quella povera Canziria che era costata tante fatiche a don Gesualdo, tante privazioni, dove aveva sentito la prima volta il rimescolìo di mettere nella terra i piedi di padrone! Donninga per cui si era tirato addosso l'odio di tutto il paese! le buone terre dell'Alìa che aveva covato dieci anni cogli occhi, sera e mattina, le buone terre al sole, senza un sasso, e sciolte così che le mani vi sprofondavano e le sentivano grasse e calde al pari della carne viva...
tutto, tutto se ne andava in quella cancrena! Come Isabella aveva potuto stringere la penna colle sue mani, e firmare tanti debiti? Maledetto il giorno in cui le aveva fatto imparare a scrivere! Sembravagli di veder stendere l'ombra delle ipoteche sulle terre che gli erano costate tanti sudori, come una brinata di marzo, peggio di un nebbione primaverile, che brucia il grano in erba.
Due o tre volte, in circostanze gravi, era stato costretto a lasciarsi cavar dell'altro sangue.
Tutti i suoi risparmi se ne andavano da quella vena aperta, le sue fatiche, il sonno della notte, tutto.
E pure Isabella non era felice.
L'aveva vista in tale stato, nella villa sontuosa di Carini! Indovinava ciò che doveva esserci sotto, quando essa scriveva delle lettere che gli mettevano addosso la febbre, l'avvelenavano coll'odore sottile di quei foglietti stemmati, lui che aveva fatto il cuoio duro anche alla malaria.
Il signor duca invece trattava simili negozi per mezzo del notaro Neri - poichè non erano il suo forte.
- E alla fine, quando mastro-don Gesualdo s'impennò sul serio, sbuffando, recalcitrando, gli fece dire:
- Si vede che mio suocero, poveretto, non sa quel che ci vuole a mantenere la figliuola col decoro del nome che porta...
- Il decoro?...
Io me ne lustro gli stivali del decoro! Io mangio pane e cipolle per mantenere il lustro della duchea! Diteglielo pure al signor genero! In pochi anni s'è mangiato un patrimonio!
Fu un casa del diavolo.
Donna Bianca, la quale era assai malandata, e sputava sangue ogni mattina, fece una ricaduta che in quindici giorni la condusse in fin di vita.
Nel paese ormai si sapeva ch'era tisica: tutti così quei Trao! una famiglia che si estingueva per esaurimento, diceva il medico.
Soltanto il marito, ch'era sempre fuori, in faccende, occupato dai suoi affari, con tanti pensieri e tanti guai per la testa, si lusingava di farla guarire appena avrebbe potuto condursela a Mangalavite, in quell'aria balsamica che avrebbe fatto risuscitare un morto.
Essa sorrideva tristamente e non diceva nulla.
Era ridotta uno scheletro, docile e rassegnata al suo destino, senza aspettare o desiderare più nulla.
Soltanto avrebbe voluto rivedere la figliuola.
Suo marito glielo aveva anche promesso.
Ma siccome erano in dissapore col genero non ne aveva più parlato.
Isabella prometteva sempre di venire, da un autunno all'altro, ma non si decideva mai, come avesse giurato di non metterci più i piedi in quel paese maledetto, e se lo fosse tolto dal cuore interamente.
A misura che le mancavano le forze, Bianca sentiva dileguare anche quella speranza, come la vita che le sfuggiva, e sfogavasi a ruminare dei progetti futuri, vaneggiando, accendendosi in viso delle ultime fiamme vitali, con gli occhi velati di lagrime che volevano sembrare di tenerezza ed erano di sconforto: - Farò questo! farò quell'altro! - Faceva come quegli uccelletti in gabbia i quali provano il canto della primavera che non vedranno.
Il letto le mangiava le carni; la febbre la consumava a fuoco lento.
Adesso, quand'era presa dalla tosse, si metteva ad ansare, sfinita, colla bocca aperta, gli occhi smaniosi in fondo alle occhiaie che sembravano fonde fonde, brancicando colle povere braccia stecchite quasi volesse afferrarsi alla vita.
- Bene! - sospirò infine don Gesualdo che vedeva la moglie in quello stato.
- Farò anche questa!...
Pagherò anche stavolta perché il signor duca ti faccia rivedere la figliuola!...
Già son fatto per portare il carico...
Il medico andava e veniva; provava tutti i rimedi, tutte le sciocchezze che leggeva nei suoi libracci; c'era un conto spaventoso aperto dal farmacista.
- Almeno giovassero a qualche cosa! - brontolava don Gesualdo.
- Io non guardo ai denari spesi per mia moglie; ma voglio spenderli perché le giovino e le si veggano in faccia...
non già per provare i medicamenti nuovi come all'ospedale!...
Ora che si sono messi in testa ch'io sia ricco, ciascuno se ne giova pei suoi fini...
La prima volta però che s'arrischiò a fare velatamente queste lagnanze allo stesso medico, Saleni, un altro dottorone ch'era peggio di Tavuso, buon'anima, gli piantò in faccia gli occhiacci, e rispose burbero:
- Allora perché mi chiamate?
Dovette anche pregarlo e scongiurarlo di continuare a fare il comodo suo, quantunque non giovasse a nulla.
La vigilia dell'Immacolata parve proprio che la povera Bianca volesse rendere l'anima a Dio.
Il marito ch'era andato ad aspettare il medico sulla scala gli disse subito:
- Non mi piace, dottore! Stasera mia moglie non mi piace!
- Eh! ve ne accorgete soltanto adesso? A me è un pezzo che non mi piace.
Credevo che l'aveste capita.
- Ma che non c'è rimedio, vossignoria? Fate tutto ciò che potete.
Non guardate a spesa...
I denari servono in queste occasioni!...
- Ah, adesso me lo dite? Adesso capite la ragione? Me ne congratulo tanto!
Saleni ricominciò la commedia: il polso, la lingua, quattro chiacchiere seduto ai piedi del letto, col cappello in testa e il bastone fra le gambe.
Poi scrisse la solita ricetta, le solite porcherie che non giovavano a nulla, e se ne andò lasciando nei guai marito e moglie.
La casa era diventata una spelonca.
Tutti che vogavano alla larga.
Finanche le serve temevano del contagio.
Zacco era il solo parente che si rammentasse di loro nella disgrazia, dacchè avevano fatto società per l'appalto dello stradone, tornati amici con don Gesualdo.
Egli veniva ogni giorno insieme a tutta la famiglia, la baronessa impresciuttita e ubbidiente, le figliuole che empivano la camera, stagionate, grasse e prosperose che sfidavano le cannonate.
- Lui non aveva paura del contagio! Sciocchezze!...
Poi, quando si tratta di parenti!...
Quella sera aveva sentito dire in piazza che la cugina Bianca stava peggio ed era giunto più presto del solito.
- Per distrarre un po' don Gesualdo lo tirò nel vano del balcone, e cominciò a parlargli dei loro negozi.
- Volete ridere adesso? Il cugino Rubiera dirà all'asta per gli altri due tronchi di strada!...
Sissignore! quella bestia!...
Eh? eh? che ne dite?...
Lui che non ha potuto pagarvi ancora i denari della prima donna?...
C'è l'inferno a causa vostra con la moglie che non vuol pagare del suo!...
I figliuoli sì, glieli ha portati in dote!...
ma i denari vuol tenerseli per sé! E' predestinato quel povero don Ninì!...
E sapete chi comparisce all'asta, eh? volete saperlo?...
Canali, figuratevi!...
Canali che fa l'appaltatore in società col barone Rubiera!...
Ora s'è svegliata in tutti quanti la fame del guadagno!...
Eh?...
Non avevo ragione di dire?...
Non ridete?...
Ma l'amico non gli dava retta, inquieto, coll'orecchio sempre teso dall'altra parte.
Indi si alzò e andò a vedere se Bianca avesse bisogno di qualche cosa.
Essa non aveva bisogno di nulla, guardando fisso con quegli occhi di creatura innocente, recandosi alla bocca di tanto in tanto il fazzoletto che ricacciava poi sotto il guanciale insieme alla mano scarna.
Le cugine Zacco stavano sedute in giro dinanzi al letto, colle mani sul ventre.
La mamma per rompere il silenzio balbettò timidamente:
- Sembra un po' più calma...
da che siam qui noi...
Le figliuole a quelle parole guardarono tutte insieme, e approvarono col capo.
Il barone s'accostò al letto lui pure, dimostrando molto interesse per l'ammalata:
- Sì, sì, non c'è confronto!...
l'occhio è più sveglio; anche la fisonomia è più animata...
Si capisce!...
udendo discorrere intorno a lei...
Bisogna distrarla, tenerle un po' di conversazione...
Per fortuna siete in buone mani.
Il dottore sa il fatto suo.
Poi, quando si hanno dei mezzi!...
quando non manca nulla! Ne conosco tanti altri invece...
ben nati...
di buona famiglia...
cui manca di giorno il pane e di notte la coperta!...
vecchi e malati, senza medico né speziale...
Si chinò all'orecchio di don Gesualdo e spifferò il resto.
Bianca l'udì o l'indovinò, con gli occhi luminosi che fissavano in volto la gente, e cavò di sotto il guanciale la mano scarna e pallida che sembrava quella di una bambina, per far segno al marito d'avvicinarsi.
Don Gesualdo s'era chinato su di lei e accennava di sì col capo.
Il barone vedendo che non era più il caso di misteri parlò chiaro:
- Non verrà! Don Ferdinando è diventato proprio un ragazzo.
Non capisce nulla, poveretto!...
Bisogna compatirlo.
Diciamola qui, fra noi parenti...
Che gli sarebbe mancato?...
Un cognato con tanto di cuore, come questo qui!...
L'inferma agitò di nuovo in aria quella mano che parlava da sola.
- Eh? Che dice? Cosa vuole? - domandò il barone.
Donna Lavinia, la maggiore delle ragazze, s'era alzata premurosa per servirla in quel che occorresse.
Donna Marietta, l'altra sorella, tirò invece il papà per la falda.
Bianca s'era chiusa in un silenzio che le affilò come un coltello il viso smunto, sì che il barone stesso se ne avvide e mutò discorso.
- Domeneddio alle volte ci allunga i giorni per farci provare altri guai...
Parlo della baronessa Rubiera, poveretta! Eh?...
Vivere per vedersi disfare sotto i propri occhi la roba che s'è fatta!...
senza poter dire una parola né muovere un dito...
eh?...
eh? Suo figlio è una bestia.
La nuora gli conta i bocconi che mangia!...
Com'è vero Iddio! Non vede l'ora di levarsela dai piedi!...
E lei, no! non vuole andarsene! Vuol vivere apposta per vedere come farà suo figlio a togliersi dal collo il debito e don Gesualdo...
Eh? Ho parlato or ora con vostro marito dei gran progetti che ha don Ninì pel capo...
Don Gesualdo stava zitto, sopra pensieri.
Poi, siccome il barone aspettava la risposta della cugina Bianca, col risolino fisso in bocca, brontolò:
- No, non c'è tanto da ridere...
Dietro il paravento dev'essere anche il canonico Lupi.
Zacco rimase interdetto: - Quel briccone? quell'intrigante?...
Come lo sapete?...
Chi ve l'ha detto?...
- Nessuno.
E' un'idea mia.
Ma vedrete che non m'inganno.
Del resto non me ne importa nulla! Ho altro pel capo adesso!
Ma il barone non si dava pace: - Che? Non ve ne importa? Grazie tante! Sapete cosa dicono pure? Che vogliono levarci di mano le terre del comune!...
Dicono che stavolta hanno trovato il modo e la maniera...
e che né voi né io potremo rimediarci, capite?...
Don Gesualdo si strinse nelle spalle.
Sembrava che davvero non gliene importasse nulla di nulla adesso.
Il barone a poco a poco andò calmandosi, in mezzo al coro dei suoi che mormoravano sottovoce contro il canonico.
- Un intrigante!...
un imbroglione!...
Non si fa nulla in paese che non voglia ficcarci il naso lui!...
- Donna Marietta, più prudente, tirò il babbo per la falda un'altra volta.
- Scusate! scusate! - aggiunse lui.
- Si chiacchiera per dire qualche cosa...
per distrarre l'ammalata...
Non si sa di che parlare...
Sapete voi cosa vanno narrando pure i malintenzionati come Ciolla?...
che fra otto giorni si farà la rivoluzione...
per spaventare i galantuomini...
Vi rammentate, nel ventuno, eh? don Gesualdo?
- Ah?...
Che volete?...
La rivoluzione adesso l'ho in casa!...
- Capisco, capisco...
Ma infine, non mi pare...
La baronessa, che parlava al bisogno, si rivolse a don Gesualdo, con quella faccia di malaugurio, chiedendogli se alla duchessa avessero scritto di sua madre che era in quello stato...
Bianca aveva l'orecchio fino degli ammalati gravi.
- No! no! Non c'è premura! - interruppe Zacco.
Intanto donna Lavinia si era alzata per andare a prendere un bicchier d'acqua.
Come si udì suonare il campanello dell'uscio voleva anche correre a vedere chi fosse.
- Una spada a due mani! - esclamò sottovoce il barone, quasi facesse una confidenza, e sorridendo di compiacimento.
- Una ragazza che in casa vale un tesoro...
Giudiziosa!...
Per sua cugina Bianca poi si butterebbe nel fuoco!...
- La mamma sorrideva lei pure discretamente.
In quella sopraggiunse la serva ad annunziare che c'era il barone Rubiera con la moglie.
- Lui? Ci vuole una bella faccia tosta!...
- saltò su il barone cercando il cappello che teneva in testa.
- Vedrete che viene a parlarvi di ciò che v'ho detto! Non ci avete un'altra uscita?...
per non vederlo in faccia, quella bestia!...
La sua famiglia toglieva commiato in fretta e in furia al pari di lui, cercando gli scialli, rovesciando le seggiole, urtandosi fra di loro, quasi don Ninì stesse per irrompere a mano armata nella camera.
La povera inferma, smarrita in quel parapiglia, si lasciò sfuggire con un filo di voce:
- Per l'amor di Dio...
Non ne posso più!
- No...
Non potete farne a meno, cugina mia!...
Sono parenti anch'essi!...
Vedrete che vengono apposta, onde approfittare dell'occasione...
Finta di farvi una visita...
Piuttosto ce ne andremo noi...
E' giusto...
Chi prima arriva al mulino...
Ma i Rubiera non spuntavano ancora.
Don Gesualdo andò nell'anticamera, dove seppe dalla serva che aspettavano nel salotto, come avevano sentito che c'erano i Zacco...
- Meglio! - osservò il barone.
- Vuol dire che desidera parlarvi a quattr'occhi, don Ninì!...
Allora noi non ci moviamo.
Restiamo a far compagnia alla cugina, intanto che voi fate gli affari vostri...
Sentiremo poi cosa è venuto a dirvi quello sciocco!
La serva aveva portato un lumicino nel salotto, e in quella semioscurità don Ninì sembrava addirittura enorme, infagottato nel cappotto, con la sciarpa di lana sino alle orecchie una zazzera sulla nuca che non tagliava sino a maggio.
Donna Giuseppina invece s'era aggobbita, aveva il viso floscio e grinzoso nel cappuccio rotondo, i capelli di un grigio sudicio mal pettinati, lisciati in fretta con le mani e fermati dal fazzoletto di seta che portava legato sotto il mento, le mani corrose e nere, delle mani di buona massaia con le quali gesticolava per difendere gli interessi del marito, agitandosi nel cappottino seminato di pillacchere, che la copriva tutta quanta, mostrando in tutta la persona l'incuria e la trascuraggine della signora ricca che non ha bisogno di parere, della moglie che ha cessato di far figliuoli e non deve neppure piacere al marito.
E sulla bocca sdentata teneva fisso un sorriso di povera, il sorriso umile di chi viene a sollecitare un favore, mentre don Ninì cercava le parole, girando il cappellaccio fra le mani, con quella sciarpa sino al naso che gli dava un aspetto minaccioso.
La moglie gli fece animo con un'occhiata, e cominciò lei:
- Abbiamo sentito che la cugina sta male...
Siam corsi subito con Ninì...
Infine siamo parenti...
dello stesso sangue...
Le questioni...
gl'interessi...
si sa, in tutte le famiglie...
Ma ogni cosa deve mettersi da banda in certe occasioni...
Anche Ninì...
poveretto, non si dava pace...
Diceva sempre...
Infine vorrei sapere perché...
Don Ninì approvava coi gesti e con tutta la persona che aveva lasciato cadere sul canapè facendolo scricchiolare; e subito intavolò il discorso per cui erano venuti - sua moglie volle assolutamente che il cugino sedesse in mezzo, fra due fuochi.
- Abbiamo quell'affare del nuovo appalto, caro don Gesualdo.
Perché dobbiamo farci la guerra fra di noi, dico io? a vantaggio altrui?...
giacchè infine siamo parenti!...
- Sicuro! - interruppe la moglie.
- Siamo venuti per questo...
Come sta la cugina?
- Come Dio vuole!...
Come ci avessi il gastigo di Dio sulle spalle!...
Non ho testa di pensare agli affari adesso...
- No, no, non voglio che ci pensiate...
Appunto dicevo...
dovreste rimettervene a una persona di fiducia...
Salvo l'interesse, ben inteso...
Don Ninì a un tratto si fece scuro in viso, cacciandosi all'indietro appuntandogli in faccia gli occhi sospettosi:
- Ditemi un po' vi fidate voi di Zacco? Eh? vi fidate?
Don Gesualdo malgrado il malumore che aveva in corpo, mosse la bocca a riso, come a dire che non si fidava di nessuno.
- Bene! Se sapeste che roba è quell'uomo!...
Ciò che diceva di voi, prima!...
prima di essere pane e cacio con voi!...
Che roba gli scappava di bocca!...
Donna Giuseppina, con le gote gonfie, stringeva le labbra, quasi per non lasciarselo scappare neppur lei.
- Infine, lasciamo andare! Chiacchiera non macina al mulino...
E' parente anche lui!...
Dunque torniamo a noi.
Perché ci facciamo la guerra? Perché facciamo campare giudici ed avvocati alle nostre spalle? Cosa sono questi malumori fra parenti? Per quella miseria che vi devo? Sì, una miseria! Per voi è una presa di tabacco...
- Scusate, scusate, anche per voi...
Allora interloquì donna Giuseppina, contando miserie, una famiglia numerosa, sua suocera, la baronessa, finché viveva lei...
- Scusate...
Non c'entra...
E' che i denari servono, sapete...
I miei denari li ho dati a vostro marito.
Don Ninì prese a scusarsi, dinanzi alla moglie.
Certo...
i denari se li era fatti prestare...
in un momento che aveva persa la testa...
Quando si è giovani...
sarebbe meglio tagliarsela la testa, alle volte...
Voleva pagare...
col tempo...
sino all'ultimo baiocco, senza liti, senza altre spese...
appena chiudeva gli occhi sua madre...
Ma era giusto inasprirgli contro la baronessa, santo Dio? Farle commettere qualche bestialità?...
- Ah? - disse don Gesualdo.
- Ah? - E guardò donna Giuseppina come per chiedere perché non pagasse lei.
Don Ninì imbarazzato guardava ora lui ed ora la moglie.
Essa infine interloquì, troncandogli la parola con un segno del fazzoletto che aveva tirato fuori dalla borsa.
- Non è questo soltanto...
L'affare delle terre...
Non glie ne avete ancora parlato al cugino don Gesualdo?...
- Sì...
l'affare delle terre comunali...
- Lo so, - rispose don Gesualdo.
- L'affitto scade in agosto.
Chi vorrà dire all'asta, poi...
- No! no!...
né voi né io ce le mangeremo.
- Legge nuova! - interruppe donna Giuseppina con un sorriso agro.
- Le terre non si dànno più in affitto! Il comune le dà a censo...
ai più poveri...
Un bocconcino per ciascuno...
Saremo tutti possidenti nel paese, da qui a un po'!...
Non lo sapete?
Don Gesualdo drizzò le orecchie, mettendo da parte un momento i suoi guai.
Indi abbozzò un sorriso svogliato.
- Come è vero Dio! - soggiunse il barone Rubiera.
- Ho visto il progetto, sì, al palazzo di città! Dicono che il comune ci guadagna, e ciascuno avrà il suo pezzo di terra.
Allora don Gesualdo cavò fuori la tabacchiera, fiutando un agguato.
- Cioè? cioè?
- Don Gesualdo! - chiamò la serva dall'uscio.
- Un momento, vossignoria...
- Fate, fate pure il comodo vostro! - disse donna Giuseppina.
- Non abbiamo premura.
Aspetteremo.
- La padrona! Vuol parlare con vossignoria!
- Eh? Che vogliono? Che dicono? - L'assalirono subito i Zacco appena don Gesualdo entrò nella stanza dell'inferma.
- Son io che ho mandato a chiamarvi, - disse il barone col sorriso furbo.
Ma lui non rispose, chino sulla moglie, la quale s'aiutava cogli occhi e con quella povera mano pallida e scarna che diceva per lei:
"No!...
Non vi mettete con colui...
se volete darmi retta una volta sola...
Non vi mettete insieme con mio cugino Rubiera, voi!...
Guardate che vi parlo in punto di morte!..."
Aveva la voce afonica, gli occhi che penetravano, così lucenti e fissi.
Zacco che si era chinato anche lui sul letto per udire, esclamò trionfante:
- Benedetta! parla come una che vede al di là! Non fareste nulla di buono con quell'uomo! Una bestia! Una banderuola! Ciò che vi dice vostra moglie in un momento come questo è vangelo, don Gesualdo! Ricordatevi bene! Io mi farei scrupolo a non darle retta, in parola d'onore!...
- E donna Giuseppina? Finta, maligna!...
- aggiunse la Zacco.
- Ha abbreviato i giorni della suocera! Non vede l'ora di levarsela dagli occhi!
- Andate, andate a sentire il resto.
Qui ci siamo noi.
Andateci pure, se no vi restano lì fino a domani!
Don Ninì stava ancora seduto sul canapè, sbuffando dal caldo nella sciarpa di lana, col cappello in testa; e donna Giuseppina si era alzata per osservare al buio le galanterie disposte in bell'ordine sui mobili: il servizio da caffè, i fiori di carta sotto le campane di cristallo, l'orologio che segnava sempre la stessa ora.
Vedendo don Gesualdo di ritorno gli disse subito:
- Vi ha fatto chiamare il barone Zacco? Non c'era motivo...
Qui non si fanno misteri...
- Non si fanno misteri! - ripigliò il marito.
- Si tratta di metterci d'accordo...
tutti i bene intenzionati...
Se è bene intenzionato anche lui...
quel signore!...
- Ma, - osservò don Gesualdo.
- se la cosa è come dite, io non saprei che farci...
Cosa volete da me?
Donna Giuseppina si era perfino trasformata in volto, appuntando in faccia a questo e a quello gli occhi come due spilli, masticando un sorriso con la bocca nera.
Cacciò indietro del tutto il marito, e si prese tutto per sé il cugino Motta.
- Sì, il rimedio c'è!...
c'è! - E stette un po' a guardarlo fisso per fare più colpo.
Poscia, tenendo stretta la borsa fra le mani gli si accostò con una mossa dei fianchi, in confidenza:
- Si tratta di far prendere le terre a gente nostra...
sottomano...
- disse il barone.
- No! no!...
Lasciate che gli spieghi io...
Le terre del comune devono darsi a censo, eh? a pezzi e a bocconi perché ogni villano abbia la sua parte? Va bene! Lasciamoli fare.
Anzi, mettiamo avanti, sottomano, degli altri pretendenti...
dei maestri di bottega, della gente che non sa cosa farsene della terra e non ne caverà neppure i denari del censo.
Ci hanno tutti lo stesso diritto, non è vero? Allora, con un po' di giudizio, anticipando a questo e a quello una piccola somma...
Loro falliscono in capo all'anno, e noi ci pigliamo la terra in compenso del credito.
Avete capito? Bisogna evitare per quanto si può che ci mettano mano i villani.
Quelli non se lo lasciano scappare mai più il loro pezzetto di terra.
Ci lasciano le ossa piuttosto!
Don Gesualdo si alzò di botto, colle narici aperte, la faccia rianimata a un tratto, e si mise a passeggiare per la stanza.
Poi, tornando in faccia ai due che s'erano alzati pure, sorpresi:
- Questa non viene da voi! - esclamò.
- Questa è buona! Questa so di dove viene!
- Ah! ah! capite? vedete?...
- rispose il barone trionfante.
- Prima di tutto bisogna tappare la bocca a Nanni l'Orbo...
Col giudizio...
con un po' di denaro...
senza far torto a nessuno, ben inteso!...
La giustizia...
- Voi che ci avete mano...
Quello è un imbroglione, un arruffapopolo...
capace di aizzarci contro tutto il paese.
Voi che ci avete mano dovreste chiudergli la bocca.
Don Gesualdo tornò a sedersi, pentito d'essersi lasciato trasportare dal primo movimento, grattandosi il capo.
Ma il barone Zacco, che stava di là coll'orecchio teso, non seppe più frenarsi.
- Scusate, scusate, signori miei! - disse entrando.
- Se disturbo...
se avete da parlare in segreto...
Me ne vo...
- E si mise a sedere lui pure, col cappello in testa.
Tacquero tutti, ciascuno sbirciando sottecchi il compagno, don Ninì col naso dentro la sciarpa, sua moglie colle labbra strette.
Infine disse che le rincresceva tanto della malattia di Bianca.
- Proprio! c'è un lutto nel paese.
Ninì è un pezzo che mi predica: Giuseppina mia, dobbiamo andare a vedere come sta mia cugina...
Gl'interessi sono una cosa, ma la parentela poi è un'altra...
- Dunque, - riprese don Gesualdo, - questa bella pensata di pigliarci sottomano le terre del comune chi l'ha fatta?
Allora non fu più il caso di fingere.
Donna Giuseppina tornò a discorrere del fermento che c'era in paese, della rivoluzione che minacciavano.
Il barone Zacco si agitò, facendo segno col capo a don Gesualdo.
- Eh? eh? Cosa vi ho detto or ora?...
- Infine...
- conchiuse donna Giuseppina, - è meglio parlarci chiaro e darci la mano tutti quelli che abbiamo da perdere...
E tornò su quella birbonata di sminuzzare le terre del comune fra i più poveri, in tante briciole, un pizzico per ciascuno, che non fa male a nessuno!...
Essa rideva così che le ballava il ventre dalla bile.
- Ah??? - esclamò il barone pavonazzo in viso, e cogli occhi fuori dell'orbita.
- Ah??? - E non disse altro Don Gesualdo rideva anche lui.
- Ah? voi ridete, ah?
- Cosa volete che faccia? Non me ne importa nulla, vi dico!
Donna Giuseppina rimase stupefatta: - Come!...
voi!...
- Quindi lo tirò in disparte, vicino al canterano dov'era l'orologio fermo, parlandogli piano, con le mani negli occhi.
Don Gesualdo stava zitto, lisciandosi il mento, con quel risolino calmo che faceva schiattare la gente.
I due baroni da lontano tenevano gli occhi fissi su di lui, come due mastini.
Infine egli scosse il capo.
- No! no! Ditegli al canonico Lupi che denari non ne metto fuori più per simili pasticci.
Le terre se le pigli chi vuole...
Io ho le mie...
Gli altri gli si rivoltarono contro tutti d'accordo, vociando, eccitandosi l'un l'altro.
Zacco, adesso che aveva capito di che si trattava, scalmanavasi più di tutti: - Una pensata seria! Da uomo con tanto di barba! Il miglior modo per evitare quella birbonata di dividere fra i nullatenenti i fondi del comune!...
Capite?...
Allora vuol dire che il mio non è più mio, e ciascuno vuole la sua parte!...
- Don Gesualdo, duro, scrollava il capo; badava a ripetere: - No! no! non mi ci pigliano! - Tutt'a un tratto il barone Zacco afferrò don Ninì per la sciarpa e lo spinse verso il canapè quasi volesse mangiarselo, sussurrandogli nell'orecchio:
- Volete sentirla? Volete che ve la canti? E' segno che quello lì ci ha il suo fine per farci rimaner tutti quanti siamo con tanto di naso!...
Lo conosco!...
Le signore Zacco allo strepito s'erano affacciate sull'uscio dell'anticamera.
Successe un istante d'imbarazzo fra i parenti.
Zacco e don Ninì si calmarono di botto, tornando cerimoniosi.
- Scusate! scusate! La cugina Bianca crederà chissà cosa, al sentirci gridare...
per nulla poi!...
- Zacco sorrideva bonariamente, con la faccia ancora infocata.
Don Ninì s'avvolgeva di nuovo la sciarpa al collo.
Sua moglie, col sorriso amabile lei pure, tolse commiato.
- Tanti saluti a donna Bianca...
Non vogliamo disturbarla...
Speriamo che la Madonna abbia a fare il miracolo...
- Don Ninì con la bocca coperta grugnì anche lui qualche parola che non potè udirsi.
- Un momento.
Vengo con voi, - esclamò Zacco.
- E fingendo di cercare il cappello e la canna d'India s'accostò a don Gesualdo nel buio dell'anticamera.
- Sentite...
Fate male, in parola d'onore! Quella è una proposta seria!...
Fate male a non intendervi col barone Rubiera!...
- No, non voglio impicci!...
Ho tanti altri fastidi pel capo!...
Poi, mia moglie ha detto di no.
Avete udito voi stesso.
Il barone stava per montare in furia davvero!
- Ah!...
vostra moglie?...
Le date retta quando vi accomoda! - Ma cambiò tono subito.
- Del resto fate voi!...
Fate voi, amico mio!...
Aspettate, don Ninì.
Veniamo subito.
- Sua moglie non la finiva più.
Sembrava che non potesse staccarsi dal letto dell'ammalata, rincalzando la coperta, sprimacciandole il guanciale, mettendole sotto mano il bicchier d'acqua e le medicine, con la faccia lunga, sospirando, biasciando avemarie.
Voleva pure che restasse la sua ragazza ad assistere la notte, se mai.
Donna Lavinia acconsentiva di tutto cuore, dandosi da fare anche essa, premurosa, impadronendosi già delle chiavi, vigilando su tutto, come una padrona.
- No!...
- mormorò Bianca con la voce rauca.
- No!...
Non ho bisogno di nessuno!...
Non voglio nessuno!...
Li seguiva per la camera con l'occhio inquieto, sospettoso, diffidente, con un certo tono di rancore nella voce cavernosa.
Sforzavasi di mostrarsi più forte, sollevandosi a stento sui gomiti tremanti, cogli omeri appuntati che sembravano forare la camiciuola da notte.
Poscia, appena le Zacco se ne furono andate, ricadde sfinita, facendo segno al marito d'accostarsi.
- Sentite!...
sentite!...
Non le voglio più!...
Non le fate venir più quelle donne...
Si son messe in testa di darvi moglie...
come se fossi già morta.
E col capo seguitava a far segno di sì, di sì, che non s'ingannava, col mento aguzzo nell'ombra della gola infossata, mentr'egli, chino su di lei, le parlava come a una bimba sorridendo, con gli occhi gonfi però.
- Vi portano in casa la Lavinia...
Non vedono l'ora che io chiuda gli occhi...
- Lui protestava di no che non gliene importava nulla della Lavinia, che non voleva più rimaritarsi, che ne aveva visti abbastanza dei guai.
E la poveretta stava ad ascoltarlo tutta contenta, cogli occhi lustri che penetravano fin dentro, per vedere se dicesse la verità.
- Sentite...
ancora...
un'altra cosa...
Accennava sempre con la mano, poichè la voce le mancava, quella voce che sembrava venire da lontano, gli occhi che si velavano a quando a quando di un'ombra.
Aveva fatto anche uno sforzo per sollevarsi, onde passargli un braccio al collo, come non le restasse che lui per attaccarsi alla vita, agitando il viso che si era affilato maggiormente, quasi volesse nasconderglielo in petto, quasi volesse confessarsi con lui.
Dopo un momento allentò le braccia, col volto rigido e chiuso, colla voce mutata:
- Più tardi...
Vi dirò poi...
Ora non posso...
II
Adesso tutto andava a rotta di collo per don Gesualdo; la casa in disordine; la gente di campagna, lontano dagli occhi del padrone, faceva quel che voleva; le stesse serve scappavano ad una ad una, temendo il contagio della tisi; persino Mena, l'ultima che era rimasta pel bisogno, quando parlarono di farle lavare i panni dell'ammalata che la lavandaia rifiutavasi di portare al fiume, temendo di perdere le altre pratiche, disse chiaro il fatto suo:
- Don Gesualdo, scusate tanto, ma la mia pelle vale quanto la vostra che siete ricco...
Non vedete com'è ridotta vostra moglie?...
Mal sottile è, Dio liberi! Io ho paura, e vi saluto tanto.
Dopo che s'erano ingrassati nella sua casa! Ora tutti l'abbandonavano quasi rovinasse, e non c'era neppure chi accendesse il lume.
Sembrava quella notte alla Salonia, in cui aveva dovuto mettere colle sue mani il padre nel cataletto.
Né denari né nulla giovava più.
Allora don Gesualdo si scoraggiò davvero.
Non sapendo dove dar di capo, pensò agli amici antichi, quelli che si ricordano nel bisogno, e mandò a chiamare Diodata per dare una mano.
Venne invece il marito di lei, sospettoso, guardandosi intorno, badando dove metteva i piedi, sputacchiando di qua e di là:
- Quanto a me...
anche la mia pelle, se la volete, don Gesualdo!...
Ma Diodata è madre di famiglia, lo sapete...
Se le capita qualche disgrazia, Dio ne liberi voi e me...
Se piglia la malattia di vostra moglie...
Siamo povera gente...
Voi siete tanto ricco; ma io non avrei neppure di che pagarle il medico e lo speziale...
Insomma le solite litanie, la solita giaculatoria per cavargli dell'altro sangue.
Finalmente, dopo un po' di tira e molla, s'accordarono sul compenso.
Gli toccava chiudere gli occhi e chinare il capo.
Nanni l'Orbo, tutto contento del negozio che aveva fatto, conchiuse:
- Quanto a noi siete padrone anche della nostra pelle, don Gesualdo.
Comandateci pure, di notte e di giorno.
Vo a pigliare mia moglie e ve la porto.
Ma Bianca soffriva adesso di un altro male.
Non voleva vedersi Diodata per casa.
Non pigliava nulla dalle sue mani.
- No!...
tu, no!...
Vattene via! Che sei venuta a fare, tu? - Irritavasi contro quegli affamati che venivano a mangiare alle sue spalle.
Come s'affezionasse anche alla roba, in quel punto; come si risvegliasse in lei un rancore antico, una gelosia del marito che volevano rubarle, quella cattiva gente venuta apposta a chiuderle gli occhi, a impadronirsi di tutto il suo.
Era diventata tale e quale una bambina, sospettosa irascibile, capricciosa.
Si lagnava che le mettessero qualche cosa nel brodo, che le cambiassero le medicine.
Ogni volta che si udiva il campanello dell'uscio c'era una scena.
Diceva che mandavano via la gente per non fargliela vedere.
- Ho sentito la voce di mio fratello don Ferdinando!...
E' arrivata una lettera di mia figlia, e non hanno voluto darmela!...
- Il pensiero della figlia era un altro tormento.
Isabella stava anch'essa poco bene, lontano tanto, un viaggio che l'avrebbe rovinata per sempre, scriveva suo marito.
Del resto sapevano da un pezzo come Bianca si strascinasse fra letto e lettuccio, e non avrebbero mai creduto la catastrofe così prossima.
Intanto la povera madre non sapeva darsi pace, e se la pigliava con don Gesualdo e con tutti quanti le stavano vicino.
Ci voleva una pazienza da santi.
Aveva un bel dire suo marito:
- Guarda!...
Cosa diavolo ti viene in mente adesso!...
Anche la gelosia ti viene in mente!...
- Essa aveva certe occhiate nere che non le aveva mai visto.
Con certo suono che non le aveva mai udito nella voce rauca, essa gli diceva:
- Mi avete tolto mia figlia...
anche adesso che sono in questo stato!...
Ve lo lascio per scrupolo di coscienza!...
- Oppure gli rinfacciava di averle messo fra i piedi quell'altra gente...
Oppure non rispondeva affatto, col viso rivolto al muro, implacabile.
Nanni l'Orbo s'era installato come un papa in casa di don Gesualdo.
Mangiava e beveva.
Veniva ogni giorno a empirsi la pancia.
Diodata badava a quel che c'era da fare, e lui correva in piazza a spassarsela, a confabulare cogli amici, a dir che ci voleva questo e si doveva far quell'altro, a difendere la causa della povera gente nella quistione di spartirsi i feudi del comune, ciascuno il suo pezzetto, come voleva Dio, e quanti figliuoli ogni galantuomo aveva sulle spalle, tante porzioni! Egli conosceva anche per filo e per segno tutti i maneggi dei pezzi grossi che cercavano appropriarsi le terre.
Una volta attaccò una gran discussione su quest'argomento con Canali, e andò a finire a pugni, adesso che non era più il tempo delle prepotenze e ognuno diceva le sue ragioni.
Il giorno dopo mastro Titta era andato da Canali a radergli la barba, allorché suonarono il campanello e Canali andò a vedere colla saponata al mento.
Mentre affilava il rasoio, mastro Titta allungò il collo per semplice curiosità, e vide Canali il quale parlava nell'anticamera con Gerbido, una faccia tutti e due da far tendere l'orecchio a chiunque.
Canali diceva a Gerbido: - Ma ti fidi poi? - E Gerbido rispose: - Oh!!! - Nient'altro.
Canali tornò a farsi la barba, tranquillo come nulla fosse, e mastro Titta non ci pensò più.
Soltanto la sera, non sapeva egli stesso il perché...
un presentimento, vedendo Gerbido appostato alla cantonata della Masera, colla carabina sotto!...
Gli tornarono in mente le parole di poco prima.
- Chissà per chi è destinata quella pillola, Dio liberi!...
- pensò fra di sé.
Già i tempi erano sospetti, e la gente s'era affrettata a casa prima che suonasse l'avemaria.
Più in là incontrando Nanni l'Orbo, che stava da quelle parti, il cuore gli disse che Gerbido aspettasse appunto lui.
- Che fate a quest'ora fuori, compare Nanni? - gli disse mastro Titta.
- Venitevene a casa piuttosto, che faremo la strada insieme...
- No, mastro Titta, devo passare qui dal tabaccaio, e poi vo un momento a vedere Diodata, che è ad assistere la moglie di don Gesualdo.
- Fatemi questo piacere, compare Nanni! Venite a casa piuttosto! Il tabacco ve lo darò io, e da vostra moglie ci andrete domani.
Non son tempi d'andare per le strade a quest'ora!...
Credete a me!...
L'altro la voltava in burla; diceva di non aver paura lui, che gli rubassero i denari che non aveva...
L'aspettava sua moglie con un piatto di maccheroni...
e tante altre cose...
Per un piatto di maccheroni, Dio liberi, ci lasciò la pelle!
Appena mastro Titta udì il rumore della schioppettata, due minuti dopo, disse fra sé: - Questa è compare Nanni che se l'è presa.
Don Gesualdo quel giorno aveva avuto degli altri dispiaceri.
Speranza mandava l'usciere giusto quando sapeva di fargli dare l'anima al diavolo.
Non gli lasciavano requie da anni ed anni, e gli avevano fatto incanutire i capelli con quella lite.
Anche Speranza ci si era ridotta simile a una strega; ci s'era mangiata la chiusa e la vigna, stuzzicata da ciascuno che avesse avuto da dire con suo fratello.
Andava vituperandolo da per tutto.
L'aspettava apposta nella strada per vomitargli addosso delle ingiurie.
Gli aizzava contro i figliuoli, poiché il marito non voleva guastarsi il sangue - era buono soltanto per portarsi la pancia a spasso nel paese, lui - e lo stesso Santo, allorchè aveva bisogno di denari, voltava casacca e si metteva dalla parte di Gesualdo, a sputare contro di lei gli stessi improperi che aveva diretto al fratello: una banderuola che girava a seconda del vento.
- E' una vera bricconata, vedete, don Camillo! Mi tirano di queste sassate giusto mentre sono nei guai sino al collo.
Ho seminato bene e raccolgo male da tutti quanti, vedete!
Don Camillo si strinse nelle spalle.
- Scusate, don Gesualdo.
Io fo l'ufficio mio.
Perché vi siete guastato col canonico Lupi?...
Per l'appalto dello stradone!...
per una cosa da nulla...
Quello è un servo di Dio che bisogna tenerselo amico...
Ora soffia nel fuoco coi vostri parenti...
Non voglio dir male di nessuno; ma vi darà da fare, caro don Gesualdo!
E don Gesualdo stava zitto; curvava le spalle adesso che ciascuno gli diceva la sua, e chi poteva gli tirava la sassata.
Come sapevasi che sua moglie stava peggio, il marchese Limòli era venuto a visitare la nipote, e ci aveva condotto pure don Ferdinando, tutti e due a braccetto, sorreggendosi a vicenda.
- La morte e l'ignorante, - osservavano quanti li incontravano a quell'ora per le strade, col fermento che c'era nel paese; e si facevano la croce vedendo ancora al mondo don Ferdinando, con quella palandrana che non teneva più insieme.
I due vecchi s'erano messi a sedere dinanzi al letto, col mento sul bastone, mentre don Gesualdo faceva la storia della malattia, e il cognato gli voltava la schiena senza dir nulla, rivolto alla sorella, la quale guardava or questo ed ora quell'altro, poveretta, con quegli occhi che volevano far festa a tutti quanti, allorché s'udì un vocìo per la strada, gente che correva strillando, quasi fosse scoppiata la rivoluzione che s'aspettava.
Tutt'a un tratto si udì bussare al portone e una voce che gridava:
- Comare Diodata, aprite! Correte, subito! Andate a vedere, che vostro marito si è presa una schioppettata!...
lì, nella farmacia!...
Diodata corse così come si trovava, a testa scoperta, urlando per le strade.
In un momento la casa di don Gesualdo fu tutta sottosopra.
Venne anche il barone Zacco, sospettoso, inquieto, masticando le parole, guardandosi dinanzi e di dietro prima d'aprir bocca.
- Avete visto? E' fatta! Hanno ammazzato il marito di Diodata!
Don Gesualdo allora si lasciò scappare la pazienza.
- Che ci posso fare io? Mi mancava anche questa! Che diavolo volete da me?
- Ah, cosa potete farci?...
Scusate! Credevo che doveste ringraziarmi...
se vengo subito ad avvertirvi...
pel bene che vi voglio...
da amico...
da parente...
Intanto sopraggiungeva dell'altra gente.
Zacco allora andava a vedere chi fosse, socchiudendo l'uscio dell'anticamera.
Ogni momento si udiva sbattere il portone, tanti scossoni per la povera ammalata.
A un certo punto Zacco venne a dire, tutto stravolto:
- A Palermo c'è un casa del diavolo...
La rivoluzione...
Vogliono farla anche qui...
Quel briccone di Nanni l'Orbo doveva farsi ammazzare giusto adesso!...
Don Gesualdo continuava a stringersi nelle spalle, come uno che non gliene importa nulla oramai, tutto per la poveretta ch'era in fin di vita.
Dopo un po' giunsero la moglie e le figlie del barone Zacco, vestite di casa, cogli scialli giù pel dorso, le facce lunghe, senza salutar nessuno.
Si vedeva ch'era finita.
La baronessa andava a parlare ogni momento sottovoce col marito.
Donna Lavinia s'impadronì delle chiavi.
A quella vista don Gesualdo si sbiancò in viso.
Non ebbe il coraggio neppure di chiedere s'era giunta l'ora.
Soltanto, cogli occhi lustri interrogava tutti quanti, ad uno ad uno.
Ma gli rispondevano con delle mezze parole.
Il barone allungava il muso, sua moglie alzava gli occhi al cielo, colle mani giunte.
Le ragazze, già prese dal sonno, stavano zitte sedute nella stanza accanto a quella dov'era l'ammalata.
Verso mezzanotte, come la poveretta s'era chetata a poco a poco, don Gesualdo voleva mandarli a riposare.
- No, - disse il barone, - non vi lasceremo solo questa notte.
Allora don Gesualdo non fiatò più, giacchè non c'era più speranza.
Si mise a passeggiare in lungo e in largo, a capo chino, colle mani dietro la schiena.
Di tanto in tanto si chinava sul letto della moglie.
Poi tornava a passeggiare nella stanza vicina, borbottava fra di sè, scrollava il capo, si stringeva nelle spalle.
Infine si rivolse a Zacco, colla voce piena di lagrime:
- Io direi di mandare a chiamare i suoi parenti...
eh? don Ferdinando...
Che ne dite voi?
Zacco fece una smorfia.- I suoi parenti?...
Ah, va bene...
Come volete...
Domani...
a giorno fatto...
Ma il pover'uomo non seppe più frenarsi, le parole gli cuocevano dentro e sulle labbra.
- Capite?...
Neanche farle vedere la figliuola per l'ultima volta! E' un porco, quel signor duca! Tre mesi che scrive oggi verremo e domani verremo! Come se avesse dovuto campar cent'anni quella poveretta! Dice bene il proverbio: Lontano dagli occhi e lontano dal cuore.
Ci ha rubato la figlia e la dote, quell'assassino!
E continuò a sfogarsi così per un pezzo colla moglie di Zacco, che era mamma anche lei, e accennava di sì, sforzandosi di tenere aperti gli occhi che le si chiudevano da soli.
Egli, che non sentiva nè il sonno nè nulla, tornava a brontolare:
- Che notte! che nottata eterna! Com'è lunga questa notte,
Domeneddio!
Appena spuntò il giorno aprì il balcone per chiamare Nardo il manovale, e mandarlo da tutti i parenti, chè Bianca, poveretta, stava assai male, se volevano vederla.
Per la strada c'era un via vai straordinario, e laggiù in piazza udivasi un gran sussurro.
Mastro Nardo, al ritorno, portò la notizia.
- Hanno fatto la rivoluzione.
C'è la bandiera sul campanile.
Don Gesualdo lo mandò al diavolo.
Gliene importava assai della rivoluzione adesso! L'aveva in casa la rivoluzione adesso! Ma Zacco procurava di calmarlo.
- Prudenza, prudenza! Questi son tempi che ci vuol prudenza, caro amico.
Di lì a un po' si udì bussare di nuovo al portone.
Don Gesualdo corse in persona ad aprire, credendo che fosse il medico o qualchedun' altro di tutti coloro che aveva mandato a chiamare.
Invece si trovò di faccia il canonico Lupi, vestito di corto, con un cappellaccio a cencio, e il baronello Rubiera che se ne stava in disparte.
- Scusate, don Gesualdo...
Non vogliamo disturbarvi...
Ma è un affare serio...
Sentite qua...
Lo tirò nella stalla onde dirgli sottovoce il motivo per cui erano venuti.
Don Ninì da lontano, ancora imbroncito, approvava col capo.
- S'ha da fare la dimostrazione, capite? Gridare che vogliamo Pio Nono e la libertà anche noi...
Se no ci pigliano la mano i villani.
Dovete esserci anche voi.
Non diamo cattivo esempio, santo Dio!
- Ah? La stessa canzone della Carboneria? - saltò su don Gesualdo infuriato.
- Vi ringrazio tanto, canonico! Non ne fo più di rivoluzioni! Bel guadagno che ci abbiamo fatto a cominciare! Adesso ci hanno preso gusto, e ogni po' ve ne piantano un'altra per togliervi i denari di tasca.
Oramai ho capito cos'è: Levati di lì, e dammi il fatto tuo!
- Vuol dire che difendete il Borbone? Parlate chiaro.
- Io difendo la mia roba, caro voi! Ho lavorato...
col mio sudore...
Allora...
va bene...
Ma adesso non ho più motivo di fare il comodo di coloro che non hanno e non posseggono...
- E allora ve la fanno a voi, capite! Vi saccheggiano la casa e tutto!
Il canonico aggiunse che veniva nell'interesse di coloro che avevano da perdere e dovevano darsi la mano, in quel frangente, pel bene di tutti...
Se no, non ci avrebbe messo i piedi in casa sua...
dopo il tiro che gli aveva giocato per l'appalto dello stradone...
- Scusate! Giacché volete fare il sordo...
Sapete che avete tanti nemici! Invidiosi...
quel che volete...
Intanto non vi guardano di buon occhio...
Dicono che siete peggio degli altri, ora che avete dei denari.
Questo è il tempo di spenderli, i denari, se volete salvar la pelle!
A quel punto prese la parola anche don Ninì:
- Lo sapete che ci accusano di aver fatto uccidere Nanni l'Orbo...
per chiudergli la bocca...
Voi pel primo!...
Mi dispiace che m'hanno visto venire con mia moglie, l'altra sera...
- Già, - osservò il canonico, - siamo giusti.
Chi poteva avere interesse che compare Nanni non chiacchierasse tanto?...
Una bocca d'inferno, signori miei! La storia di Diodata la sa tutto il paese.
Ora vi scatenano contro anche i figliuoli...
vedrete, don Gesualdo!
- Va bene, - rispose don Gesualdo.
- Vi saluto.
Non posso lasciar mia moglie in quello stato per ascoltar le vostre chiacchiere.
- E volse loro le spalle.
- Ah, - soggiunse il canonico andandogli dietro su per le scale.
- Scusate, non ne sapevo nulla.
Non credevo che fossimo già a questo punto...
Giacché erano lì non potevano fare a meno di salire un momento a veder donna Bianca, lui e il baronello.
Don Ninì si fermò all'uscio col cappello in mano, senza dire una parola, e il canonico, che se ne intendeva, dopo un po' fece cenno col capo a don Gesualdo, come a dirgli di sì, ch'era ora.
- Io me ne vo, - disse don Ninì rimettendosi il cappello.
- Scusatemi tanto, io non ci reggo.
C'era già don Ferdinando Trao al capezzale, come una mummia, e la zia Macrì, la quale asciugava il viso alla nipote con un fazzoletto di tela fine.
Le Zacco erano pallide della nottata persa, e donna Lavinia non si reggeva più in piedi.
Sopraggiunse il marchese Limòli insieme al confessore.
Donna Agrippina allora li mise fuori tutti quanti.
Don Gesualdo, dietro a quell'uscio chiuso, si sentiva un gruppo alla gola, quasi gli togliessero prima del tempo la sua povera moglie.
- Ah!...
- borbottò il marchese.
- Che commedia, povera Bianca! Noi restiamo qui per assistere ogni giorno alla commedia, eh, don Ferdinando!...
Anche la morte s'è scordata che ci siamo al mondo noi!...
Don Ferdinando stava a sentire, istupidito.
Tratto tratto guardava timidamente di sottecchi il cognato che aveva gli occhi gonfi, la faccia gialla e ispida di peli, e faceva atto d'andarsene, impaurito.
- No, - disse il marchese.
- Non potete lasciare la sorella in questo punto.
Siete come un bambino, caspita!
Entrò in quel mentre il barone Mèndola, col fiato ai denti, cominciando dallo scusarsi a voce alta:
- Mi dispiace...
Non ne sapevo nulla...
Non credevo...
- Poi, vedendosi intorno quei visi e quel silenzio, abbassò la voce e andò a finire il discorso in un angolo, all'orecchio del barone Zacco.
Costui tornava a parlare della nottata che avevano persa: le sue ragazze senza chiudere occhio, Lavinia che non si reggeva in piedi.
Don Gesualdo guardava è vero stralunato di qua e di là, ma si vedeva che non gli dava retta.
In quella tornò ad uscire il prete, strascicando i piedi, con una commozione che gli face