PARALIPOMENI DELLA BATRACOMIOMACHIA, di Giacomo Leopardi - pagina 7
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7
Leccafondi che noto era per vero
Amor di patria e del civil progresso,
Non sol privato fu del ministero
E del poter che il re gli avea concesso,
Ma dalla corte e dai maneggi intero
Bando sostenne per volere espresso
Di Senzacapo, e i giorni e le stagioni
A passar cominciò fra gli spioni.
8
Rodipan mi cred'io che volentieri
Precipitato i granchi avrian dal trono.
Ma trovar non potendo di leggeri
Chi per sangue a regnar fosse sì buono,
Spesi d'intorno a ciò molti pensieri,
Parve al re vincitor dargli perdono,
E re chiamarlo senza altro contratto,
Se per dritto non era almen per fatto.
9
Ma con nome e color d'ambasciatore
Inviogli il baron Camminatorto,
Faccendier grande e gran raggiratore
E in ogni opra di re dotto ed accorto,
Che per arte e per forza ebbe valore
Di prestamente far che per conforto
Suo si reggesse il regno, e ramo o foglia
Non si movesse in quel contro sua voglia.
10
Chiuso per suo comando il gabinetto,
Chiuse le scole fur che stabilito
Aveva il conte, come sopra ho detto,
E d'esser ne' caratteri erudito
Fu, com'ei volle, al popolo interdetto,
Se di licenza special munito
A ciò non fosse ognun: perché i re granchi
D'oppugnar l'abbiccì non fur mai stanchi.
11
Quindi i reami lor veracemente
Fur del mondo di sopra i regni bui.
Ed era ben ragion, che chiaramente
Dovean veder che la superbia in cui
La lor sopra ogni casa era eminente
Non altro avea che l'ignoranza altrui
Dove covar: che dal disprezzo, sgombra
Che fosse questa, non aveano altr'ombra.
12
Lascio molti e molti altri ordinamenti
Del saggio nunzio, e sol dirò che segno
Della bontà de' suoi provvedimenti
Fu l'industria languir per tutto il regno,
Crescer le usure, impoverir le genti,
Nascondersi dal Sol qualunque ingegno,
Sciocchi o ribaldi conosciuti e chiari
Cercar soli e trattar civili affari.
13
Il popolo avvilito e pien di spie
Di costumi ogni dì farsi peggiore,
Ricorrere agl'inganni, alle bugie,
Sfrontato divenendo e traditore,
Mal sicure da' ladri esser le vie
Per tutta la città non che di fuore;
L'or fuggendo e la fede entrar le liti,
Ed ir grassi i forensi ed infiniti.
14
Subito poi che l'orator fu giunto
Cui de' topi il governo era commesso
Dal re de' granchi, a Brancaforte ingiunto
Fu di partir co' suoi.
Ma dallo stesso
Cresciuto insino a centomila appunto
Fu lo stuolo in castel male intromesso,
Il resto a trionfar di topi e rane
Tornò con Brancaforte alle sue tane.
15
Allor nacque fra' topi una follia
Degna di riso più che di pietade,
Una setta che andava e che venia
Congiurando a grand'agio per le strade,
Ragionando con forza e leggiadria
D'amor patrio, d'onor, di libertade,
Fermo ciascun, se si venisse all'atto,
Di fuggir come dianzi avevan fatto,
16
E certo quanto a se che pur col dito
Lanzi ei non toccheria né con la coda.
Pure a futuri eccidi amaro invito
O ricevere o dar con faccia soda
Massime all'età verde era gradito,
Perché di congiurar correa la moda,
E disegnar pericoli e sconquasso
Della città serviva lor di spasso.
17
Il pelame del muso e le basette
Nutrian folte e prolisse oltre misura,
Sperando, perché il pelo ardir promette,
D'avere, almeno ai topi, a far paura.
Pensosi in su i caffè, con le gazzette
Fra man, parlando della lor congiura,
Mostraronsi ogni giorno, e poi le sere
Cantando arie sospette ivano a schiere.
18
Al tutto si ridea Camminatorto
Di sì fatte commedie, e volentieri
Ai topi permettea questo conforto,
Che con saputa sua senza misteri,
Lui decretando or preso, or esser morto,
Gli congiurasser contro i lustri interi:
Ma non sostenne poi che capo e fonte
Di queste trame divenisse il conte.
19
Al quale i giovinastri andando in frotte
Offrian se per la patria a morir presti;
E disgombro giammai né dì né notte
Non era il tetto suo d'alcun di questi.
Egli, perché le genti ancorché dotte
E sagge e d'opre e di voleri onesti,
Di comandare altrui sempre son vaghe,
E più se in tempo alcun di ciò fur paghe;
20
Anche dal patrio nome e da quel vero
Amor sospinto ond'ei fu sempre specchio,
Inducevasi a dar, se non intero
Il sentimento, almen grato l'orecchio
Al dolce suon che lui nel ministero,
E che la patria ritornar nel vecchio
Onore e grado si venia vantando,
E con la speme il cor solleticando.
21
L'ambasciador, quantunque delle pie
Voglie del conte ancor poco temesse,
Pur com'era mestier che molte spie
Con buone paghe intorno gli tenesse,
Rivolger quei danari ad altre vie,
E torsi quella noia un giorno elesse,
E gentilmente e in forma di consiglio
Costrinse il conte a girsene in esiglio.
22
Peregrin per la terra il chiaro topo
Vide popoli assai, stati e costumi;
A quante bestie narrò poscia Esopo
Si condusse varcando or mari or fiumi,
Con gli occhi intenti sempre ad uno scopo
D'augumentar come si dice i lumi
Alle sue genti, e se gli fosse dato
Trovar soccorso al lor dolente stato.
23
Com'esule e com'un ch'era discaro
Al re granchio, al baron Camminatorto,
E ch'alfabeto e popolo avea caro,
Molte corti il guardàr con occhio torto.
Più d'un altro con lui fu meno avaro,
Più d'un ministro e re largo conforto
Gli porse di promesse, ed ei contento
Il cammin proseguia con questo vento.
24
Una notte d'autunno, andando ei molto
Di notte, come i topi han per costume,
Un temporal sopra il suo capo accolto
Oscurò delle stelle ogni barlume,
Gelato un nembo in turbine convolto
Colmò le piagge d'arenose spume,
Ed ai campi adeguò così la via,
Che seguirla impossibil divenia.
25
Il vento con furor precipitando
Schiantava i rami e gli arbori svellea,
E tratto tratto il fulmine piombando
Vicine rupi e querce scoscendea
Con altissimo suon, cui rimbombando
Ogni giogo, ogni valle rispondea,
E con tale un fulgor che tutto il loco
Parea subitamente empier di foco.
26
Non valse al conte aver la vista acuta,
E nel buio veder le cose appunto,
Che la strada assai presto ebbe perduta,
E dai seguaci si trovò disgiunto.
Per la campagna un lago or divenuta
Notava o sdrucciolava a ciascun punto.
Più volte d'affogar corse periglio,
E levò supplicando all'etra il ciglio.
27
Il vento ad or ad or mutando lato
Più volte indietro e innanzi il risospinse,
Talora il capovolse e nel gelato
Umor la coda e il dorso e il crin gli tinse,
E più volte a dir ver quell'apparato
Di tremende minacce il cor gli strinse,
Che di rado il timor, ma lo spavento
Vince spesso de' saggi il sentimento.
28
Cani pecore e buoi che sparsi al piano
O su pe' monti si trovàr di fuore,
Dalle correnti subite lontano
Ruzzolando fur tratti a gran furore
Insino ai fiumi, insino all'oceano,
Orbo lasciando il povero pastore.
Fortuna e delle membra il picciol pondo
Scamparo il conte dal rotare al fondo.
29
Già ristato era il nembo, ed alle oscure
Nubi affacciarsi or l'una or l'altra stella
Quasi timide ancora e mal sicure
Ed umide parean dalla procella.
Ma sommerse le valli e le pianure
Erano intorno, e come navicella
Vota fra l'onde, senza alcuna via
Il topo or qua or là notando gia.
30
E in suo cor sottentrata allo spavento
Era l'angoscia del presente stato.
Senza de' lochi aver conoscimento,
Solo e già stanco, e tutto era bagnato.
Messo s'era da borea un picciol vento
Freddo, di punte e di coltella armato,
Che dovunque, spirando, il percotea,
Pungere al vivo e cincischiar parea.
31
Sì che se alcun forame o s'alcun tetto
Non ritrovasse a fuggir l'acqua e il gelo,
E la notte passar senza ricetto
Dovesse, che salita a mezzo il cielo
Non era ancor, sentiva egli in effetto
Che innanzi l'alba lascerebbe il pelo.
Ciò pensando, e mutando ognor cammino,
Vide molto di lungi un lumicino,
32
Che tra le siepi e gli arbori stillanti
Or gli appariva ed or parea fuggito.
Ma s'accorse egli ben passando avanti
Che immobile era quello e stabilito,
E di propor quel segno ai passi erranti,
O piuttosto al notar, prese partito:
E così fatto più d'un miglio a guazzo,
Si ritrovò dinanzi ad un palazzo.
33
Grande era questo e bello a dismisura,
Con logge intorno intorno e con veroni,
Davanti al qual s'udian per l'aria oscura
Piover due fonti con perenni suoni.
Vide il topo la mole e la figura
Questa aver che dell'uomo han le magioni.
Dal lume il qual d'una finestra uscia
Ch'abitata ella fosse anco apparia.
34
Però di fuor con cura e con fatica
Cercolla il topo stanco in ogni canto,
Per veder di trovar nova od antica
Fessura ov'ei posar potesse alquanto,
Non molto essendo alla sua specie amica
La nostra insin dalla stagion ch'io canto.
Ma per molto adoprarsi una fessura
Né un buco non trovò per quelle mura.
35
Strano questo vi par, ma certo il fato
Intento il conducea là dove udrete.
Che vedendosi omai la morte allato,
Che il Cesari chiamò mandar pel prete,
E sentendosi il conte esser dannato
D'ogni male a morir fuorché di sete
Se fuor durasse, di cangiar periglio,
D'osare e di picchiar prese consiglio.
36
E tratto all'uscio e tolto un sassolino,
Dievvi de' colpi a suo poter più d'uno.
Subito da un balcon fe' capolino
Un uom guardando, ma non vide alcuno.
Troppo quel che picchiava era piccino,
Né facil da veder per l'aer bruno.
Risospinse le imposte, e poco stante
Ecco tenue picchiar siccome avante.
37
Qui trasse fuori una lucerna accesa
L'abitator del solitario ostello,
E sporse il capo, e con la vista intesa
Mirando inverso l'uscio, innanzi a quello
Vide il topo che pur con la distesa
Zampa facea del sassolin martello.
Crederete che fuor mettesse il gatto,
Ma disceso ad aprir fu quegli a un tratto
38
E il pellegrin con modo assai cortese
Introdusse in dorati appartamenti,
Parlando della specie e del paese
Dei topi i veri e naturali accenti.
E vedutol così male in arnese,
E dal freddo di fuor battere i denti,
Ad un bagno il menò dove lavollo
Dalla mota egli stesso e riscaldollo.
39
Fatto questo, di noci e fichi secchi
Un pasto gli arrecò di regal sorte,
Formaggio parmegian, ma di quei vecchi,
Fette di lardo e confetture e torte,
Tutto di tal sapor che paglia e stecchi
Parve al conte ogni pasto avuto in corte.
Cenato ch'ebbe, il dimandò del nome
E quivi donde capitasse, e come.
40
A dire incominciò, siccome Enea
Nelle libiche sale, il peregrino.
Al dirimpetto l'altro gli sedea
Sur una scranna, ed ei sul tavolino
Con due zampe atteggiando, e gli pendea
Segno d'onor dal collo un cordoncino,
Che salvo egli a fatica avea dai flutti,
Dato dal morto re Mangiaprosciutti.
41
E dal principio il seme e i genitori
E l'esser suo narrò succintamente.
Poi discendendo ai sostenuti onori
Fecesi a ragionar della sua gente,
Narrò le rane ed i civili umori,
La carta e il granchio iniquo e prepotente,
Le due fughe narrò chinando il ciglio,
E le congiure, ed il non degno esiglio.
42
E conchiudendo, siccom'era usato,
Raccontò le speranze e le promesse
Che da più d'un possibile alleato
Raccolte avea autentiche ed espresse,
E l'ospite pregò che avesse dato
Soccorso anch'egli ai topi ove potesse.
Rari veleni d'erbe attive e pronte
Quegli offerì, ma ricusolli il conte.
43
Dicendo, ch'oltre al non poter sì fatto
Rimedio porsi agevolmente in opra,
A quell'intento saria vano affatto
Ch'egli ad ogni altro fin ponea di sopra,
Che il popol suo d'onor fosse rifatto,
Dal qual va lunge un ch'arti prave adopra.
Lodò l'altro i suoi detti e gli promesse
Che innanzi che dal sonno egli sorgesse,
44
Pensato avrebbe al caso intentamente
Per trovar, se potea, qualche partito.
Già l'aere s'imbiancava in oriente
E di più stelle il raggio era sparito,
E il seren puro tutto e tralucente
Promettea ch'un bel dì fora seguito.
Quasi sgombro dall'acque era il terreno,
E il soffio boreal venuto meno.
45
L'ospite ad un veron condusse il conte
Mostrando il tempo placido e tranquillo.
Sola i silenzi l'una e l'altra fonte
Rompea da presso, e da lontano il grillo.
Qualche raro balen di sopra il monte
Il nembo rammentava a chi soffrillo.
Poscia a un letto il guidò ben preparato,
E da lui per allor prese commiato.
CANTO SETTIMO
1
D'aggiunger mi scordai nell'altro canto
Che il topo ancor l'incognito richiese
Del nome e dello stato, e come tanto
Fosse ad un topo pellegrin cortese,
E da che libri ovver per quale incanto
Le soricine voci avesse apprese.
Parte l'altro gli disse, e il rimanente
Voler dir più con agio il dì seguente.
2
Dedalo egli ebbe nome, e fu per l'arte
Simile a quel che fece il laberinto.
Che il medesimo fosse antiche carte
Mostran la fama aver narrato o finto.
Se la ragion de' tempi in due li parte,
Non vo d'anacronismo esser convinto.
Gli anni non so di Creta o di Minosse:
Il Niebuhr li diria se vivo fosse.
3
Antichissima, come è manifesto,
Fu del nostro l'età.
Però dichiaro,
Lettori e leggitrici, anzi protesto
Che il Dedalo per fama oggi sì chiaro
Forse e probabilmente non fu questo
Del quale a ragionarvi io mi preparo;
Ma più moderno io non saprei dir quanto:
Ed in via senza più torna il mio canto.
4
Quel Dedalo che al topo albergo diede.
Fu di ricca e gentil condizione
Da quei che il generàr lasciato erede,
E noiato non so per qual ragione
Degli uomini che pur, chi dritto vede,
In general son ottime persone,
Ridotto s'era solitario in villa
A condur vita libera e tranquilla.
5
Questi adunque, poiché più di quattr'ore
Alto il sole ebbe visto, al pellegrino
Che dall'alba dormia con gran sapore
Recò che molto innanzi era il mattino,
E levato il condusse ove in colore
Vario splendea tra l'oro il marrocchino,
Nello studio cioè, che intorno intorno
Era di libri preziosi adorno.
6
Ivi gli fe' veder molti volumi
D'autori topi antichi e di recenti:
I Delirii del gran Fiutaprofumi,
La Trappola, tragedia in atti venti,
Topaia innanzi l'uso de' salumi,
Gli Atti dell'Accademia de' Dormienti,
L'Amico de' famelici, ed un cantico
Per nascita reale in foglio atlantico.
7
La grammatica inoltre e il dizionario
Mostrogli della topica favella,
E più d'un altro libro necessario
A drittamente esercitarsi in quella,
Che con l'uso de' verbi alquanto vario
Alle lingue schiavone era sorella.
Indi fattol sedere, anch'ei s'assise,
Ed in un lungo ragionar si mise.
8
E disse com'ancor presso al confine
Di pubertà quel nido avendo eletto,
Di fisiche e meccaniche dottrine
Preso aveva in quegli ozi un gran diletto,
Tal che diverse cose e peregrine
Avea per mezzo lor poste ad effetto,
E correndo di poi molti paesi,
Molti novi trovati aveva appresi.
9
E sommamente divenuto esperto
Della storia che detta è naturale,
Ben già fin dal principio essendo certo
Dello stato civil d'ogni animale,
Gl'idiomi di molti avea scoperto
Quale ascoltando intentamente e quale
Per volumi trovati: ond'esso a quante
Bestie per caso gli venian davante,
10
Come a simili suoi, come a consorti,
Sempre in ciò che poteva era cortese.
Ma dopo aver così di molte sorti
E città d'animai le lingue apprese,
E quinci de' più frali e de' più forti
Le più riposte qualitadi intese,
Un desiderio in cor gli era spuntato
Che l'avea per molti anni esercitato.
11
Un desiderio di dovere, andando
Per tutto l'orbe, a qualche segno esterno,
Come il nostro scoprirò altri cercando,
Degli animali ritrovar l'inferno,
Cioè quel loco ove al morir passando
Vivesse l'io degli animali eterno,
Il qual ch'eterno fosse al par del nostro
Dal comun senso gli parea dimostro.
12
Perché, dicea, chiunque gli occhi al sole
Chiudere, o rinnegar la coscienza,
Ed a se stesso in se mentir non vuole,
Certo esser dee che dalla intelligenza
De' bruti a quella dell'umana prole
È qual da meno a più la differenza,
Non di genere tal che se rigetta
La materia un di lor, l'altro l'ammetta.
13
Che certo s'estimar materia frale
Dalla retta ragion mi si consente
L'io del topo, del can, d'altro mortale,
Che senta e pensi manifestamente,
Perché non possa il nostro esser cotale
Non veggo: e se non pensa in ver né sente
Il topo o il can, di dubitar concesso
M'è del sentire e del pensar mio stesso.
14
Così dicea.
Ma che l'uman cervello
Ciò che d'aver per fermo ha stabilito
Creda talmente che dal creder quello
Nol rimova ragion forza o partito,
Due cose, parmi, che accoppiare è bello,
Mostran quant'altra mai quasi scolpito:
L'una, che poi che senza dubbio alcuno
Di Copernico il dogma approva ognuno,
15
Non però fermi e persuasi manco
Sono i popoli tutti e son le scole
Che l'uomo, in somma, senza uguali al fianco
Segga signor della creata mole,
Né con modo men lepido o men franco
Si ripetono ancor le antiche fole,
Che fan dell'esser nostro e de' costumi
Per nostro amor partecipare i numi.
16
L'altra, che quei che dell'umana mente
L'arcana essenza a ricercar procede,
La question delle bestie interamente
Lasciar da banda per lo più si vede
Quasi aliena alla sua con impudente
Dissimulazione e mala fede,
E conchiuder la sua per modo tale
Ch'all'altra assurdo sia, nulla gli cale.
17
Ma lasciam gli altri a cui per dritto senso
I topi anche moderni io pongo avanti.
A Dedalo torniamo ed all'intenso
Desio che il mosse a ricercar per quanti
Climi ha la terra e l'oceano immenso,
Come fer poscia i cavalieri erranti
Delle amate lor donne, in qual dimora
Le bestie morte fosser vive ancora.
18
Trovollo alfin veracemente e molte
Vide con gli occhi propri alme di bruti
Ignude, io dico da quei corpi sciolte
Che quassù per velami aveano avuti,
Se bene in quelli ancor pareano involte,
Come, non saprei dir, ma chi veduti
Spiriti ed alme ignude ha di presenza,
Sa che sempre di corpi hanno apparenza.
19
Dunque menarlo all'immortal soggiorno
De' topi estinti offerse al peregrino
Dedalo, accio che consultarli intorno
A Topaia potesse ed al destino:
Perché sappiam che chiusi gli occhi al giorno
Diventa ogni mortal quasi indovino,
E qual che fosse pria, dotto e prudente
Si rende sì che avanza ogni vivente.
20
Strana questa in principio e fera impresa
Al conte e piena di terror parea.
Non avean fatta simile discesa
Orfeo, Teseo, la Psiche, Ercole, Enea,
Che vantàr poscia, e forse l'arte appresa
Da topi o talpe alcun di loro avea.
Dedalo l'ammonì che denno i forti
Poco temere i vivi e nulla i morti.
21
E inanimito ed all'impresa indotto
Avendol facilmente, e confortato
D'alcun de' cibi di che il topo è ghiotto,
D'alucce armogli l'uno e l'altro lato.
Più non so dir, l'istoria non fa motto
Di quello onde l'ordigno era formato,
Non degl'ingegni e non dell'artifizio
Per la virtù del qual facea l'uffizio.
22
Palesemente dimostrò l'effetto
Che queste d'ali inusitate some
Di quell'altre non ebbero il difetto
Ond'Icaro volando al mar diè nome:
Di quelle, sia per incidenza detto,
Che venner men dal caldo io non so come,
Poiché nell'alta region del cielo
Non suole il caldo soverchiar ma il gelo.
23
Dedalo, io dico il nostro, ale si pose
Accomodate alla statura umana,
Dubitar non convien di queste cose
Perocché sien di specie alquanto strana.
Udiam fra molte che l'età nascose
La macchina vantar del padre Lana,
E il globo aerostatico ottien fede
Non per udir ma perocché si vede.
24
Così d'ali ambedue vestito il dosso,
Su pe' terrazzi del romito ostello
Il novo carco in pria tentato e scosso,
Preser le vie che proprie ebbe l'uccello.
Parea Dedalo appunto un uccel grosso,
L'altro al suo lato appunto un pipistrello;
Volàr per tratto immenso ed infiniti
Vider gioghi dall'alto e mari e liti.
25
Vider città di cui non pur l'aspetto,
Ma la memoria ancor copron le zolle,
E vider campo o fitta selva o letto
D'acque palustri limaccioso e molle
Ove ad altre città fu luogo eletto
Di poi, ch'anco fioriro, anco atterrolle
Il tempo, ed or del loro stato avanza
Peritura del par la rinomanza.
26
Non era Troia allor, non eran quelle
Ch'al terren l'adeguaro Argo e Micene,
Non le rivali due, d'onor sorelle,
Di fortuna non già, Sparta e Messene;
Né quell'altra era ancor che poi le stelle
Dovea stancar con la sua fama Atene,
Vòto era il porto, e dove or peregrina
La gente al tronco Partenon s'inchina.
27
Presso al Gange ed all'Indo eccelse mura
E popoli appariano a mano a mano.
Pagodi nella Cina, ed alla pura
Luce del Sol da presso e da lontano
Canali rifulgean, sopra misura
Vari di corso per lo verde piano,
Che di città lietissimo e di gente,
Di commerci e di danze era frequente.
28
La torre di Babel di sterminata
Ombra stampava la deserta landa;
E la terra premean dall'acque nata.
Le piramidi in questa o in quella banda.
Poco Italia a quel tempo era abitata,
Italia ch'al finir dell'ammiranda
Antichità per anni ultima viene,
E primi per virtù gli onori ottiene.
29
Sparsa era tutta di vulcani ardenti,
E incenerita in questo lato e in quello.
Fumavan gli Apennini allor frequenti
Come or fuman Vesuvio e Mongibello,
E di liquide pietre ignei torrenti
Al mar tosco ed all'Adria eran flagello;
Fumavan l'Alpi, e la nevosa schiena
Solcavan fiamme ed infocata arena.
30
Non era ai due volanti peregrini
Possibile drizzar tant'alto i vanni,
Che non ceneri pur ma sassolini
Non percotesser lor le membra e i panni:
Tali in sembianza di smodati pini
Sorgean diluvi inver gli eterni scanni
Da eccelsissimi gioghi, alto d'intorno
A terra e mare intenebrando il giorno.
31
Tonare i monti e rintronar s'udiva
Or l'illirica spiaggia ed or la sarda.
Né già, come al presente, era festiva
La veneta pianura e la lombarda,
Né tanti laghi allor né con sua riva
Il Lario l'abbellia né quel di Garda,
Nuda era e senza amenità nessuna
E per lave indurate orrida e bruna.
32
Sovra i colli ove Roma oggi dimora
Solitario pascea qualche destriero,
Errando al Sol tersissimo che indora
Quel loco al mondo sopra tutti altero.
Non conduceva ancor l'ardita prora
Per le fauci scillee smorto nocchiero,
Che di Calabria per terrestre via
Nel suol trinacrio il passegger venia.
33
Dall'altra parte aggiunto al gaditano
Era il lido ove poi Cartago nacque:
E già si discoprian di mano in mano
Fenicii legni qua e là per l'acque.
Anche apparia di fuor su l'oceano
Quella che poi sommersa entro vi giacque,
Atlantide chiamata, immensa terra
Di cui leggera fama or parla ed erra.
34
Per lei più facil varco aveasi allora
Ai lidi là di quell'altro emisfero
Che per l'artiche nevi e per l'aurora
Polar che avvampa in ciel maligno e nero,
Né di perigli pien così com'ora
Dritto fendendo l'oceano intero.
Di lei fra gli altri ragionò Platone,
E il viaggio del topo è testimone.
35
Per ogni dove andar bestie giganti
O posar si vedean su la verdura,
Maggiori assai degl'indici elefanti,
E di qual bestia enorme è di statura.
Parean dall'alto collinette erranti
O sorgenti di mezzo alla pianura.
Di sì fatti animai son le semente,
Come sapete, da gran tempo spente.
36
Reliquie lor le scole ed i musei
Soglion l'ossa serbar disotterrate.
Riconosciuta ancor da' nostri augei
L'umile roccia fu che la cittate
Copria de' topi, e quattro volte e sei
L'esule volator pien di pietate
La rimirò dall'alto e sospirando
Si volse indietro e si lagnò del bando.
37
Alfin dopo volare e veder tanto
Che con lingua seguir non si potria,
Scoprì la coppia della quale io canto
Un mar che senza termini apparia.
Forse fu quel cui della pace il vanto
Alcun che poi solcollo attribuia,
Detto da molti ancor meridiano,
Sopra tutti latissimo oceano.
38
Nel mezzo della lucida pianura
Videro un segno d'una macchia bruna,
Qual pare a riguardar, ma meno oscura
Questa o quell'ombra in su l'argentea luna.
E là drizzando il vol nell'aria pura
Che percotea del mar l'ampia laguna,
Videro immota e, come dir, confitta
Una nebbia stagnar putrida e fitta.
39
Qual di passeri un groppo o di pernici
Che s'atterri a beccar su qualche villa
Pare al pastor che su per le pendici
Pasce le capre al Sol quando più brilla,
Cotal dall'alto ai due volanti amici
Parve quella ch'eterna ivi distilla
Nebbia anzi notte, nella quale involta
Un'isola o piuttosto era sepolta.
40
Altissima in sul mar da tutti i lati
Quest'isola sorgea con tali sponde,
E scogli intorno a lor sì dirupati,
E voragini tante e sì profonde
Ove con tal furor, con tai latrati
Davano e sparse rimbalzavan l'onde,
Che di pure appressarsi a quella stanza
Mai notator né legno ebbe speranza.
41
Sola potea la region del vento
Dare al sordido lido alcuna via.
Ma gli augelli scacciava uno spavento
Ed un fetor che dalla nebbia uscia.
Pure ai nostri non fur d'impedimento
Queste cose, il cui volo ivi finia,
Che quel funereo padiglione eterno
Copria de' bruti il generale inferno.
42
Colà rompendo la selvaggia notte
Gli stanchi volatori abbassar l'ale
E quella terra calpestar che inghiotte
Puro e semplice l'io d'ogni animale,
E posersi a seder su le dirotte
Ripe ove il piè non porse altro mortale,
Levando gli occhi alla feral montagna
Che il mezzo empiea dell'arida campagna.
43
D'un metallo immortal massiccio e grave
Quel monte il dosso nuvoloso ergea,
Nero assai più che per versate lave
Non par da presso la montagna etnea,
Tornito e liscio e fra quell'ombre cave
Un monumento sepolcral parea:
Tali alcun sogno a noi per avventura
Spettacoli creò fuor di natura.
44
Girava il monte più di cento miglia
E per tutto il suo giro alle radici
Eran bocche diverse a maraviglia
Di grandezza tra lor ma non d'uffici.
Degli estinti animali ogni famiglia
Dalle balene ai piccoli lombrici,
Alle pulci, agl'insetti onde ogni umore
Han pieno altri animai dentro e di fuore,
45
Microscopici o in tutto anche nascosti
All'occhio uman quanto si voglia armato
Ha quivi la sua bocca.
E son disposti
Quei fori sì che de' maggiori allato
I minori per ordine son posti.
Della maggior balena e smisurato
È il primo, e digradando a mano a mano
L'occhio s'aguzza in su gli estremi invano.
46
Porte son questi d'altrettanti inferni
Che ad altrettanti generi di bruti
Son ricetti durabili ed eterni
Dell'anime che i corpi hanno perduti.
Quivi però da tutti i lidi esterni
Venian radendo l'aria intenti e muti
Spirti d'ogni maniera, e quella bocca
Prendea ciascun ch'alla sua specie tocca.
47
Cervi, bufali, scimmie, orsi e cavalli,
Ostriche, seppie, muggini ed ombrine,
Oche, struzzi, pavoni e pappagalli,
Vipere e bacherozzi e chioccioline,
Forme affollate per gli aerei calli
Empiean del tetro loco ogni confine,
Volando, perché il volo anche è virtude
Propria dell'alme di lor membra ignude.
48
Ben quivi discernean Dedalo e il conte
Queste forme che al Sol non avean viste,
Bench'alle spalle ai fianchi ed alla fronte
Sempre al lor volo assai ne fur commiste,
Che d'ogni valle, o poggio, o selva, o fonte
Van per l'alto ad ogni ora anime triste,
Verso quel loco che l'eterna sorte
Lor seggio destinò dopo la morte.
49
Ma come solamente all'aure oscure
Del suo foco la lucciola si tinge,
E spariscono al Sol quelle figure
Che la lanterna magica dipinge,
Così le menti assottigliate e pure
Di quel vel che vivendo le costringe
Sparir naturalmente al troppo lume,
Né parer che nell'ombra han per costume.
50
E di qui forse avvien che le sepolte
Genti di notte comparir son use,
E che dal giorno, fuor che rade volte,
Soglion le visioni essere escluse.
Vuole alcun che le umane alme disciolte
In un di questi inferni anco sien chiuse,
Posto là come gli altri in quella sede
Che la grandezza in ordine richiede.
51
E che Virgilio e tutti quei che diero
All'uman seme un eremo in disparte
favoleggiasser seguitando Omero,
E lo stil proprio de' poeti e l'arte,
Essendo del mortal genere in vero
Più feconda che l'uom la maggior parte.
Io di questo per me non mi frammetto:
Però l'istoria a seguitar m'affretto.
CANTO OTTAVO
1
La ragion perché i morti ebber sotterra
L'albergo lor non m'è del tutto nota.
Dei corpi intendo ben, perch'alla terra
Riede la spoglia esanime ed immota;
Ma lo spirto immortal ch'indi si sferra
Non so ben perché al fondo anche percota.
Pur s'altre autorità non fosser pronte,
Ciò la leggenda attesteria del conte.
2
Attonito a mirar lunga fiata
La novità dell'infernal soggiorno
Stette il buon Leccafondi, e dell'andata
La cagione obbliava ed il ritorno.
Ma Dedalo il riscosse, e rigirata
Ch'ebbero in parte la montagna intorno,
La bocca ritrovàr là dove a torme
De' topi estinti concorrean le forme.
3
Ivi dinanzi all'inamabil soglia
Dipartirsi convenne ai due viventi,
Per non poter, benché n'avesse voglia,
Dedalo penetrar fra' topi spenti,
Non sol vivendo, ma né men se spoglia
Anima andasse fra le morte genti:
Che non cape pur mezza in quella porta
La figura dell'uom viva né morta.
4
Maggiori inferni e dalla sua statura
Ben visitati avea l'uom forte e saggio,
E vedutili, fuor nella misura,
Conformi esser tra lor, di quel viaggio
Predetta aveva al topo ogni avventura,
Ch'or gli ridisse, e fecegli coraggio,
E messol dentro al sempiterno orrore,
Ad aspettarlo si fermò di fuore.
5
Io vidi in Roma su le liete scene
Che il nome appresso il volgo han di Fiano,
In una grotta ove sonar catene
S'ode e un lamento pauroso e strano,
Discender Cassandrin dalle serene
Aure per forza con un lume in mano,
Che con tremule note in senso audace
Parlando, spegne per tremar la face.
6
Poco altrimenti all'infernal discesa
Posesi di Topaia il cavaliere,
Salvo che non avea lucerna accesa,
Ch'ai topi per veder non è mestiere;
Né minacciando gia, che in quella impresa
Vedeva il minacciar nulla valere,
E pur volendo, credo che a gran pena
Bastata a questo gli saria la lena.
7
Tacito discendeva in compagnia
Di molte larve i sotterranei fondi.
Senza precipitar quivi la via
Mena ai più ciechi abissi e più profondi.
Can Cerbero latrar non vi s'udia,
Sferze fischiar né rettili iracondi,
Non si vedevan barche e non paludi,
Né spiriti aspettar sull'erba ignudi.
8
Senza custode alcuno era l'entrata
Ed aperta la via perpetuamente,
Che da persone vive esser tentata
La non può mai che malagevolmente,
E per l'uso de' morti apparecchiata
Fu dal principio suo naturalmente,
Onde non è ragion farvisi altrui
Ostacolò al calar ne' regni bui.
9
E dell'uscir di là nessun desio
Provano i morti, se ben hanno il come;
Che spiccato che fu de' topi l'io,
Non si rappicca alle corporee some,
E ritornando dall'eterno obblio,
Sanno ben che rizzar farian le chiome;
E fuggiti da ognuno e maledetti
Sarian per giunta da' parenti stretti.
10
Premii né pene non trovò nel regno
De' morti il conte, ovver di ciò non danno
Le sue storie antichissime alcun segno,
E maraviglia in questo a me non fanno,
Che i morti aver quel ch'alla vita è degno,
Piacere eterno ovvero eterno affanno,
Tacque, anzi mai non seppe, a dire il vero,
Non che il prisco Israele, il dotto Omero.
11
Sapete che se in lui fu lungamente
Creduta ritrovar questa dottrina,
Avvenne ciò perché l'umana mente,
Quei dogmi ond'ella si nutrì bambina
Veri non crede sol ma d'ogni gente
Natii, quantunque antica o pellegrina.
Dianzi in Omero errar di ciò la fama
Scoprimmo: ed imparar questo si chiama.
12
Né mai selvaggio alcun di premii o pene
Destinate agli spenti ebbe sentore,
Né già dopo il morir delle terrene
Membra l'alme credé viver di fuore.
Ma palpitare ancor le fredde vene,
E in somma non morir colui che more.
Perch'un rozzo del tutto e quasi infante
La morte a concepir non è bastante.
13
Però questa caduca e corporale
Vita, non altra, e il breve uman viaggio
In modi e luoghi incogniti immortale
Dopo il fato durar crede il selvaggio
E lo stato i sepolti anco aver tale,
Qual ebber quei di sopra al lor passaggio,
Tali i bisogni e non in parte alcuna
Gli esercizi mutati o la fortuna.
14
Ond'ei sotterra con l'esangue spoglia
Ripon cibi e ricchezze e vestimenti,
Chiude le donne e i servi acciò non toglia
Il sepolcro al defunto i suoi contenti,
Cani, frecce ed arnesi a qualsivoglia
Arte ch'egli adoprasse appartenenti,
Massime se il destin gli avea prescritto
Che con la man si procacciasse il vitto.
15
E questo è quello universal consenso
Che in testimon della futura vita
Con eloquenza e con sapere immenso
Da dottori gravissimi si cita,
D'ogni popol più rozzo e più milenso,
D'ogni mente infingarda e inerudita:
Il non poter nell'orba fantasia
La morte immaginar che cosa sia.
16
Son laggiù nel profondo immense file
Di seggi ove non può lima o scarpello,
Seggono i morti in ciaschedun sedile
Con le mani appoggiate a un bastoncello,
Confusi insiem l'ignobile e il gentile
Come di mano in man gli ebbe l'avello.
Poi ch'una fila è piena, immantinente
Da più novi occupata è la seguente.
17
Nessun guarda il vicino o gli fa motto.
Se visto avete mai qualche pittura
Di quelle usate farsi innanzi a Giotto,
O statua antica in qualche sepoltura
Gotica, come dice il volgo indotto,
Di quelle che a mirar fanno paura,
Con le facce allungate e sonnolenti
E l'altre membra pendule e cadenti,
18
Pensate che tal forma han per l'appunto
L'anime colaggiù nell'altro mondo,
E tali le trovò poi che fu giunto
Il topo nostro eroe nel più profondo.
Tremato sempre avea fino a quel punto
Per la discesa, il ver non vi nascondo,
Ma come vide quel funereo coro
Per poco non restò morto con loro.
19
Forse con tal, non già con tanto orrore
Visto avete in sua carne ed in suoi panni
Federico secondo imperatore
In Palermo giacer da secent'anni
Senza naso né labbra, e di colore
Quale il tempo può far con lunghi danni,
Ma col brando alla cinta e incoronato,
E con l'imago della terra allato.
20
Poscia che dal terror con gran fatica
A poco a poco ritornato il conte
Oso fu di mirar la schiera antica
Negli occhi mezzo chiusi e nella fronte,
Cercando se fra lor persona amica
Riconoscesse alle fattezze conte,
Gran tempo andò con le pupille errando
Di contanti nessun raffigurando.
21
Sì mutato d'ognuno era il sembiante,
E sì tra lor conformi apparian tutti,
Che a gran pena gli venne in sul davante
Riconosciuto in fin Mangiaprosciutti,
Rubatocchi e poche altre anime sante
Di cari amici suoi testè distrutti:
A cui principalmente il sermon volto
Narrò perché a cercarli avesse tolto.
22
Ma gli convenne incominciar dal primo
Assalto che dai granchi ebbero i suoi,
Novo agli scesi anzi quel tempo all'imo
Essendo quel che occorso era da poi.
Ben ciascun giorno dal terrestre limo
Discendon topi al mondo degli eroi,
Ma non fan motto, che alla gente morta
Questa vita di qua niente importa.
23
Narrato ch'ebbe alla distesa il tutto,
La tregua, il novo prence e lo statuto,
Il brutto inganno dei nemici, e il brutto
Galoppar dell'esercito barbuto,
Addimandò se la vergogna e il lutto
Ove il popol de' topi era caduto
Sgombro sarebbe per la man de' molti
Collegati da lui testè raccolti.
24
Non è l'estinto un animal risivo,
Anzi negata gli è per legge eterna
La virtù per la quale è dato al vivo
Che una sciocchezza insolita discerna,
Sfogar con un sonoro e convulsivo
Atto un prurito della parte interna.
Però, del conte la dimanda udita,
Non risero i passati all'altra vita.
25
Ma primamente allor su per la notte
Perpetua si diffuse un suon giocondo,
Che di secolo in secolo alle grotte
Più remote pervenne insino al fondo.
I destini tremàr non forse rotte
Fosser le leggi imposte all'altro mondo,
E non potente l'accigliato Eliso,
Udito il conte, a ritenere il riso.
26
Il conte, ancor che la paura avesse
De' suoi pensieri il principal governo,
Visto poco mancar che non ridesse
Di se l'antico tempo ed il moderno,
E tutto per tener le non concesse
Risa sudando travagliar l'inferno,
Arrossito saria, se col rossore
Mostrasse il topo il vergognar di fuore.
27
E confuso e di cor tutto smarrito,
Con voce il più che si poteva umile,
E in atto ancor dimesso e sbigottito,
Mutando al dimandar figura e stile,
Interrogò gli spirti a qual partito
Appigliar si dovesse un cor gentile
Per far dell'ignominia ov'era involta
La sua stirpe de' topi andar disciolta.
28
Come un liuto rugginoso e duro
Che sia molti anni già muto rimaso,
Risponde con un suon fioco ed oscuro
A chi lo tenta o lo percota a caso,
Tal con un profferir torbo ed impuro
Che fean mezzo le labbra e mezzo il naso,
Rompendo del tacer l'abito antico
Risposer l'ombre a quel del mondo aprico.
29
E gli ordinàr che riveduto il sole
Di penetrar fra' suoi trovasse via,
Che poi ch'entrar della terrestre mole
Potea nel cupo, anche colà potria.
Ivi in pensieri, in opre ed in parole
Seguisse quel che mostro gli saria
Per lavar di sua gente il disonore
Dal general di nome Assaggiatore.
30
Era questi un guerrier canuto e prode
Che per senno e virtù pregiato e culto
D'un vano perigliar la vana lode
Fuggia, vivendo a più potere occulto,
Trattar le ciance come cose sode
A genti di cervel non bene adulto
Lasciando, e sotto non superbo tetto
Schifando del servaggio il grave aspetto.
31
Infermo egli a giacer s'era trovato
Quando il granchio alle spalle ebbero i suoi,
Ed a congiure sceniche invitato
Chiusi sempre gli orecchi avea di poi,
Onde cattivo cittadin chiamato
Era talor dai fuggitivi eroi,
Ed ei, tranquillo in sua virtù, la poco
Saggia natura altrui prendeva in gioco.
32
Tale oracolo avuto alle superne
Contrade i passi ritorceva il conte,
Scritto portando delle valli inferne
Lo spavento negli atti e nella fronte.
Qual di Trofonio già nelle caverne
Agli arcani di Stige e d'Acheronte
Ammesso il volgo, in su l'aperta riva
Pallido e trasformato indi reddiva.
33
Presso alla soglia dell'avaro speco
Dedalo ritrovò che l'attendeva,
E poi ch'alquanto ragionando seco
Di quel che dentro là veduto aveva,
Riposato si fu sotto quel cieco
Vel di nebbia che mai non si solleva,
Rassettatesi l'ali in su la schiena
Con lui di novo abbandonò l'arena.
34
Riviver parve al semivivo, uscito
Che fu del buio a riveder le stelle.
Era notte e splendean per l'infinito
Ocean le volubili facelle,
Leggermente quel mar che non ha lito
Sferzavan l'auree fuggitive e snelle,
E s'andava a quel suono accompagnando
Il rombo che color facean volando.
35
Rapido sì che non cedeva al vento
Ver Topaia drizzàr subito il volo,
Portando l'occhio per seguire intento
I due lumi ch'ha sempre il nostro polo.
D'isole sparso il liquido elemento
Scoprian passando, e su l'oscuro suolo
Volare allocchi, e più d'un pipistrello
Che al topo s'accostò come fratello.
36
Valiche l'acque, valicàr gran tratto
Di terra ferma ed altro mar di poi,
E così come prima avevan fatto
La parte rivarcàr che abitiam noi.
Già di rincontro a lor nasceva e ratto
Si spandeva il mattin sui monti eoi,
Quando là di Topaia accanto al sasso
Chinàr Dedalo e il conte i vanni al basso.
37
Quivi non visti rintegràr le dome
Forze con bacche e con silvestri ghiande.
Poscia Dedalo, avuta io non so come
Una pelle di granchio in quelle bande,
L'altro coprì delle nemiche some
Tal che parve di poi tra le nefande
Bestie un granchio più ver che appresso i Franchi
Non paion delle donne i petti e i fianchi.
38
Alfin del conte alle onorate imprese
Fausto evento pregando e fortunato
L'ospite e duce e consiglier cortese,
Partendosi, da lui prese commiato.
Piangeva il topo, e con le braccia stese
Cor gli giurava eternamente grato.
Quei l'abbracciò come poteva, e solo
Poi verso il nido suo riprese il volo.
39
L'esule a rientrar nella dolente
Città non fe' dimora, e poi che l'ebbe
Con gli occhi intorno affettuosamente
Ricorsa, e con gli orecchi avido bebbe
Le patrie voci, a quel che alla sua gente
Udito avea che lume esser potrebbe,
Senza punto indugiarsi andò diritto,
Dico al guerrier di cui più sopra è scritto.
40
A conoscer si diede, e qual desire
Il movesse a venir fece palese.
Quegli onorollo assai, ma nulla udire
Volle di trame o di civili imprese.
Cercollo il conte orando ammorbidire,
Ma tacque il volo e l'infernal paese,
Perché temé da quel guerrier canuto
Per visionario e sciocco esser tenuto.
41
Più volte l'instancabile oratore
Or solo ed or con altra compagnia
Tornato era agli assalti, ed a quel core
Aperta non s'aveva alcuna via.
Ultimamente un dì che Assaggiatore
Con più giovani allato egli assalia,
Quei ragionò tra lor nella maniera
Che di qui recitar creduto io m'era.
42
Perché, se ben le antiche pergamene
Dietro le quali ho fino a qui condotta
La storia mia qui mancano, e se bene
Per tal modo la via m'era interrotta,
La leggenda che in quella si contiene
Altrove in qual si fosse lingua dotta
Sperai compiuta ritrovar: ma vòto
Ritornommi il pensiero e contro il voto
43
Questa in lingua sanscrita e tibetana
Indostanica, pahli e giapponese,
Arabica, rabbinica, persiana,
Etiopica, tartara e cinese,
Siriaca, caldaica, egiziana,
Mesogotica, sassone e gallese,
Finnica, serviana e dalmatina,
Valacca, provenzal, greca e latina,
44
Celata in molte biblioteche e molte
Di levante si trova e di ponente,
Che vidi io stesso o che per me rivolte
fur da più d'un amico intelligente.
Ma di tali scritture ivi sepolte
Nessuna al caso mio valse niente,
Che non v'ha testo alcun della leggenda
Ove più che nel nostro ella si stenda.
45
Però con gran dolor son qui costretto
Troncando abbandonar l'istoria mia,
Tutti mancando in fin, siccome ho detto,
I testi, qual che la cagion si sia:
Come viaggiator, cui per difetto
Di cavalli o di rote all'osteria
Restar sia forza, o qual nocchiero intento
Al corso suo, cui venga meno il vento.
46
Voi, leggitori miei, l'involontario
Mancamento imputar non mi dovete.
Se mai perfetto in qualche leggendario
Troverò quel che in parte inteso avete,
Al narrato dinanzi un corollario
Aggiungerò, se ancor legger vorrete.
Paghi del buon desio restate intanto,
E finiscasi qui l'ottavo canto.
...
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