PINOCCHIO, di Carlo Collodi - pagina 4
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Quando Pinocchio entrò nel teatrino delle marionette, accadde un fatto che destò mezza rivoluzione.
Bisogna sapere che il sipario era tirato su e la commedia era già incominciata.
Sulla scena si vedevano Arlecchino e Pulcinella, che bisticciavano fra di loro e, secondo il solito, minacciavano da un momento all'altro di scambiarsi un carico di schiaffi e di bastonate.
La platea, tutta attenta, si mandava a male dalle grandi risate, nel sentire il battibecco di quei due burattini, che gestivano e si trattavano d'ogni vitupero con tanta verità, come se fossero proprio due animali ragionevoli e due persone di questo mondo.
Quando all'improvviso, che è che non è, Arlecchino smette di recitare, e voltandosi verso il pubblico e accennando colla mano qualcuno in fondo alla platea, comincia a urlare in tono drammatico:
- Numi del firmamento! sogno o son desto? Eppure quello laggiù è Pinocchio!...
- è Pinocchio davvero! - grida Pulcinella.
- è: proprio lui! - strilla la signora Rosaura, facendo capolino di fondo alla scena.
- è: Pinocchio! è Pinocchio! - urlano in coro tutti i burattini, uscendo a salti fuori delle quinte.
è Pinocchio! è il nostro fratello Pinocchio! Evviva Pinocchio.
- Pinocchio, vieni quassù da me, - grida Arlecchino, - vieni a gettarti fra le braccia dei tuoi fratelli di legno!
A questo affettuoso invito Pinocchio spicca un salto, e di fondo alla platea va nei posti distinti; poi con un altro salto, dai posti distinti monta sulla testa del direttore d'orchestra, e di lì schizza sul palcoscenico.
è: impossibile figurarsi gli abbracciamenti, gli strizzoni di collo, i pizzicotti dell'amicizia e le zuccate della vera e sincera fratellanza, che Pinocchio ricevè in mezzo a tanto arruffio dagli attori e dalle attrici di quella compagnia drammatico-vegetale.
Questo spettacolo era commovente, non c'è che dire: ma il pubblico della platea, vedendo che la commedia non andava più avanti, s'impazientì e prese a gridare:
- Vogliamo la commedia, vogliamo la commedia!
Tutto fiato buttato via, perché i burattini, invece di continuare la recita, raddoppiarono il chiasso e le grida, e, postosi Pinocchio sulle spalle, se lo portarono in trionfo davanti ai lumi della ribalta.
Allora uscì fuori il burattinaio, un omone così brutto, che metteva paura soltanto a guardarlo.
Aveva una barbaccia nera come uno scarabocchio d'inchiostro, e tanto lunga che gli scendeva dal mento fino a terra: basta dire che, quando camminava, se la pestava coi piedi.
La sua bocca era larga come un forno, i suoi occhi parevano due lanterne di vetro rosso, col lume acceso di dietro, e con le mani faceva schioccare una grossa frusta, fatta di serpenti e di code di volpe attorcigliate insieme.
All'apparizione inaspettata del burattinaio, ammutolirono tutti: nessuno fiatò più.
Si sarebbe sentito volare una mosca.
Quei poveri burattini, maschi e femmine, tremavano tutti come tante foglie.
- Perché sei venuto a mettere lo scompiglio nel mio teatro? - domandò il burattinaio a Pinocchio, con un vocione d'Orco gravemente infreddato di testa.
- La creda, illustrissimo, che la colpa non è stata mia!...
- Basta cosi! Stasera faremo i nostri conti.
Difatti, finita la recita della commedia, il burattinaio andò in cucina, dov'egli s'era preparato per cena un bel montone, che girava lentamente infilato nello spiedo.
E perché gli mancavano la legna per finirlo di cuocere e di rosolare, chiamò Arlecchino e Pulcinella e disse loro:
- Portatemi di qua quel burattino che troverete attaccato al chiodo.
Mi pare un burattino fatto di un legname molto asciutto, e sono sicuro che, a buttarlo sul fuoco, mi darà una bellissima fiammata all'arrosto.
Arlecchino e Pulcinella da principio esitarono; ma impauriti da un'occhiataccia del loro padrone, obbedirono: e dopo poco tornarono in cucina, portando sulle braccia il povero Pinocchio, il quale, divincolandosi come un'anguilla fuori dell'acqua, strillava disperatamente:
- Babbo mio, salvatemi! Non voglio morire, non voglio morire!...
Mangiafoco starnutisce e perdona a Pinocchio, il quale poi difende dalla morte il suo amico Arlecchino.
Il burattinaio Mangiafoco che (questo era il suo nome) pareva un uomo spaventoso, non dico di no, specie con quella sua barbaccia nera che, a uso grembiale, gli copriva tutto il petto e tutte le gambe; ma nel fondo poi non era un cattiv'uomo.
Prova ne sia che quando vide portarsi davanti quel povero Pinocchio, che si dibatteva per ogni verso, urlando "Non voglio morire, non voglio morire!", principiò subito a commuoversi e a impietosirsi e, dopo aver resistito un bel pezzo, alla fine non ne poté più, e lasciò andare un sonorissimo starnuto.
A quello starnuto, Arlecchino, che fin allora era stato afflitto e ripiegato come un salcio piangente, si fece tutto allegro in viso, e chinatosi verso Pinocchio, gli bisbigliò sottovoce:
- Buone nuove, fratello.
Il burattinaio ha starnutito, e questo è segno che s'è mosso a compassione per te, e oramai sei salvo.
Perché bisogna sapere che, mentre tutti gli uomini, quando si sentono impietositi per qualcuno, o piangono o per lo meno fanno finta di rasciugarsi gli occhi, Mangiafoco, invece, ogni volta che s'inteneriva davvero, aveva il vizio di starnutire.
Era un modo come un altro, per dare a conoscere agli altri la sensibilità del suo cuore.
Dopo aver starnutito, il burattinaio, seguitando a fare il burbero, gridò a Pinocchio:
- Finiscila di piangere! I tuoi lamenti mi hanno messo un'uggiolina in fondo allo stomaco...
Sento uno spasimo, che quasi quasi...
Etcì etcì - e fece altri due starnuti.
- Felicità! - disse Pinocchio.
- Grazie! E il tuo babbo e la tua mamma sono sempre vivi? - gli domandò Mangiafoco.
- Il babbo, sì la mamma non l'ho mai conosciuta.
- Chi lo sa che dispiacere sarebbe per il tuo vecchio padre, se ora ti facessi gettare fra quei carboni ardenti! Povero vecchio! lo compatisco!..
Etcì etcì etcì - e fece altri tre starnuti.
- Felicità! - disse Pinocchio.
- Grazie! Del resto bisogna compatire anche me, perché, come vedi, non ho più legna per finire di cuocere quel montone arrosto, e tu, dico la verità, in questo caso mi avresti fatto un gran comodo! Ma oramai mi sono impietosito e ci vuol pazienza.
Invece di te, metterò a bruciare sotto lo spiedo qualche burattino della mia Compagnia...
Olà, giandarmi!
A questo comando comparvero subito due giandarmi di legno, lunghi lunghi, secchi secchi, col cappello a lucerna in testa e colla sciabola sfoderata in mano.
Allora il burattinaio disse loro con voce rantolosa:
- Pigliatemi lì quell'Arlecchino, legatelo ben bene, e poi gettatelo a bruciare sul fuoco.
Io voglio che il mio montone sia arrostito bene!
Figuratevi il povero Arlecchino! Fu tanto il suo spavento, che le gambe gli si ripiegarono e cadde bocconi per terra.
Pinocchio, alla vista di quello spettacolo straziante, andò a gettarsi ai piedi del burattinaio e piangendo dirottamente e bagnandogli di lacrime tutti i peli della lunghissima barba, cominciò a dire con voce supplichevole:
- Pietà, signor Mangiafoco!...
- Qui non ci son signori! - replicò duramente il burattinaio.
- Pietà, signor Cavaliere!...
- Qui non ci son cavalieri!
- Pietà, signor Commendatore!...
- Qui non ci son commendatori!
- Pietà, Eccellenza!...
A sentirsi chiamare Eccellenza il burattinaio fece subito il bocchino tondo, e diventato tutt'a un tratto più umano e più trattabile, disse a Pinocchio:
- Ebbene, che cosa vuoi da me?
- Vi domando grazia per il povero Arlecchino!...
- Qui non c'è grazia che tenga.
Se ho risparmiato te, bisogna che faccia mettere sul fuoco lui, perché io voglio che il mio montone sia arrostito bene.
- In questo caso, - gridò fieramente Pinocchio, rizzandosi e gettando via il suo berretto di midolla di pane, - in questo caso conosco qual è il mio dovere.
Avanti, signori giandarmi! Legatemi e gettatemi là fra quelle fiamme.
No, non è giusta che il povero Arlecchino, il vero amico mio, debba morire per me!...
Queste parole, pronunziate con voce alta e con accento eroico, fecero piangere tutti i burattini che erano presenti a quella scena.
Gli stessi giandarmi, sebbene fossero di legno, piangevano come due agnellini di latte.
Mangiafoco, sul principio, rimase duro e immobile come un pezzo di ghiaccio: ma poi, adagio adagio, cominciò anche lui a commuoversi e a starnutire.
E fatti quattro o cinque starnuti, aprì affettuosamente le braccia e disse a Pinocchio:
- Tu sei un gran bravo ragazzo! Vieni qua da me e dammi un bacio.
Pinocchio corse subito, e arrampicandosi come uno scoiattolo su per la barba del burattinaio, andò a posargli un bellissimo bacio sulla punta del naso.
- Dunque la grazia è fatta? - domandò il povero Arlecchino, con un fil di voce che si sentiva appena.
- La grazia è fatta! - rispose Mangiafoco: poi soggiunse sospirando e tentennando il capo: - Pazienza! Per questa sera mi rassegnerò a mangiare il montone mezzo crudo, ma un'altra volta, guai a chi toccherà!...
Alla notizia della grazia ottenuta, i burattini corsero tutti sul palcoscenico e, accesi i lumi e i lampadari come in serata di gala, cominciarono a saltare e a ballare.
Era l'alba e ballavano sempre.
Il burattinaio Mangiafoco regala cinque monete d'oro a Pinocchio, perché le porti al suo babbo Geppetto: e Pinocchio, invece, si lascia abbindolare dalla Volpe e dal Gatto e se ne va con loro.
Il giorno dipoi Mangiafoco chiamò in disparte Pinocchio e gli domandò:
- Come si chiama tuo padre?
- Geppetto.
- E che mestiere fa?
- Il povero.
- Guadagna molto?
- Guadagna tanto, quanto ci vuole per non aver mai un centesimo in tasca.
Si figuri che per comprarmi l'Abbecedario della scuola dovè vendere l'unica casacca che aveva addosso: una casacca che, fra toppe e rimendi, era tutta una piaga.
- Povero diavolo! Mi fa quasi compassione.
Ecco qui cinque monete d'oro.
Vai subito a portargliele e salutalo tanto da parte mia.
Pinocchio, com'è facile immaginarselo, ringraziò mille volte il burattinaio, abbracciò, a uno a uno, tutti i burattini della Compagnia, anche i giandarmi: e fuori di sé dalla contentezza, si mise in viaggio per tornarsene a casa sua.
Ma non aveva fatto ancora mezzo chilometro, che incontrò per la strada una Volpe zoppa da un piede e un Gatto cieco da tutt'e due gli occhi, che se ne andavano là là, aiutandosi fra di loro, da buoni compagni di sventura.
La Volpe che era zoppa, camminava appoggiandosi al Gatto: e il Gatto, che era cieco, si lasciava guidare dalla Volpe.
- Buon giorno, Pinocchio, - gli disse la Volpe, salutandolo garbatamente.
- Com'è che sai il mio nome? - domandò il burattino.
- Conosco bene il tuo babbo.
- Dove l'hai veduto?
- L'ho veduto ieri sulla porta di casa sua.
- E che cosa faceva?
- Era in maniche di camicia e tremava dal freddo.
- Povero babbo! Ma, se Dio vuole, da oggi in poi non tremerà più!...
- Perché?
- Perché io sono diventato un gran signore.
- Un gran signore tu? - disse la Volpe, e cominciò a ridere di un riso sguaiato e canzonatore: e il Gatto rideva anche lui, ma per non darlo a vedere, si pettinava i baffi colle zampe davanti.
- C'è poco da ridere, - gridò Pinocchio impermalito.
- Mi dispiace davvero di farvi venire l'acquolina in bocca, ma queste qui, se ve ne intendete, sono cinque bellissime monete d'oro.
E tirò fuori le monete avute in regalo da Mangiafoco.
Al simpatico suono di quelle monete la Volpe, per un moto involontario, allungò la gamba che pareva rattrappita, e il Gatto spalancò tutt'e due gli occhi, che parvero due lanterne verdi: ma poi li richiuse subito, tant'è vero che Pinocchio non si accorse di nulla.
- E ora, - gli domandò la Volpe, - che cosa vuoi farne di codeste monete?
- Prima di tutto, - rispose il burattino, - voglio comprare per il mio babbo una bella casacca nuova, tutta d'oro e d'argento e coi bottoni di brillanti: e poi voglio comprare un Abbecedario per me.
- Per te?
- Davvero: perché voglio andare a scuola e mettermi a studiare a buono.
- Guarda me! - disse la Volpe.
- Per la passione sciocca di studiare ho perduto una gamba.
- Guarda me! - disse il Gatto.
- Per la passione sciocca di studiare ho perduto la vista di tutti e due gli occhi.
In quel mentre un Merlo bianco, che se ne stava appollaiato sulla siepe della strada, fece il solito verso e disse:
- Pinocchio, non dar retta ai consigli dei cattivi compagni: se no, te ne pentirai!
Povero Merlo, non l'avesse mai detto! Il Gatto, spiccando un gran salto, gli si avventò addosso, e senza dargli nemmeno il tempo di dire ohi se lo mangiò in un boccone, con le penne e tutto.
Mangiato che l'ebbe e ripulitasi la bocca, chiuse gli occhi daccapo e ricominciò a fare il cieco, come prima.
- Povero Merlo! - disse Pinocchio al Gatto, - perché l'hai trattato così male?
- Ho fatto per dargli una lezione.
Così un'altra volta imparerà a non metter bocca nei discorsi degli altri.
Erano giunti più che a mezza strada, quando la Volpe, fermandosi di punto in bianco, disse al burattino:
- Vuoi raddoppiare le tue monete d'oro?
- Cioè?
- Vuoi tu, di cinque miserabili zecchini, farne cento, mille, duemila?
- Magari! E la maniera?
- La maniera è facilissima.
Invece di tornartene a casa tua, dovresti venire con noi.
- E dove mi volete condurre?
- Nel paese dei Barbagianni.
Pinocchio ci pensò un poco, e poi disse risolutamente:
- No, non ci voglio venire.
Oramai sono vicino a casa, e voglio andarmene a casa, dove c'è il mio babbo che m'aspetta.
Chi lo sa, povero vecchio, quanto ha sospirato ieri, a non vedermi tornare.
Pur troppo io sono stato un figliolo cattivo, e il Grillo-parlante aveva ragione quando diceva: "I ragazzi disobbedienti non possono aver bene in questo mondo".
E io l'ho provato a mie spese, Perché mi sono capitate dimolte disgrazie, e anche ieri sera in casa di Mangiafoco, ho corso pericolo...
Brrr! mi viene i bordoni soltanto a pensarci!
- Dunque, - disse la Volpe, - vuoi proprio andare a casa tua? Allora vai pure, e tanto peggio per te!
- Tanto peggio per te! - ripetè il Gatto.
- Pensaci bene, Pinocchio, perché tu dai un calcio alla fortuna.
- Alla fortuna! - ripetè il Gatto.
- I tuoi cinque zecchini, dall'oggi al domani sarebbero diventati duemila.
- Duemila! - ripetè il Gatto.
- Ma com'è mai possibile che diventino tanti? - domandò Pinocchio, restando a bocca aperta dallo stupore.
- Te lo spiego subito, - disse la Volpe.
- Bisogna sapere che nel paese dei Barbagianni c'è un campo benedetto, chiamato da tutti il Campo dei miracoli.
Tu fai in questo campo una piccola buca e ci metti dentro per esempio uno zecchino d'oro.
Poi ricuopri la buca con un po' di terra: l'annaffi con due secchie d'acqua di fontana, ci getti sopra una presa di sale, e la sera te ne vai tranquillamente a letto.
Intanto, durante la notte, lo zecchino germoglia e fiorisce, e la mattina dopo, di levata, ritornando nel campo, che cosa trovi? Trovi un bell'albero carico di tanti zecchini d'oro, quanti chicchi di grano può avere una bella spiga nel mese di giugno.
- Sicché dunque, - disse Pinocchio sempre più sbalordito, - se io sotterrassi in quel campo i miei cinque zecchini, la mattina dopo quanti zecchini ci troverei?
- è un conto facilissimo, - rispose la Volpe, - un conto che puoi farlo sulla punta delle dita.
Poni che ogni zecchino ti faccia un grappolo di cinquecento zecchini: moltiplica il cinquecento per cinque e la mattina dopo ti trovi in tasca duemila cinquecento zecchini lampanti e sonanti.
- Oh che bella cosa! - gridò Pinocchio, ballando dall'allegrezza.
- Appena che questi zecchini gli avrò raccolti, ne prenderò per me duemila e gli altri cinquecento di più li darò in regalo a voi altri due.
- Un regalo a noi? - gridò la Volpe sdegnandosi e chiamandosi offesa.
- Dio te ne liberi!
- Te ne liberi! - ripetè il Gatto.
- Noi, - riprese la Volpe, - non lavoriamo per il vile interesse: noi lavoriamo unicamente per arricchire gli altri.
- Gli altri! - ripetè il Gatto.
- Che brave persone! - pensò dentro di sé Pinocchio: e dimenticandosi lì sul tamburo, del suo babbo, della casacca nuova, dell'Abbecedario e di tutti i buoni proponimenti fatti, disse alla Volpe e al Gatto:
- Andiamo pure.
Io vengo con voi.
L'osteria del Gambero Rosso.
Cammina, cammina, cammina, alla fine sul far della sera arrivarono stanchi morti all'osteria del Gambero Rosso.
- Fermiamoci un po' qui, - disse la Volpe, - tanto per mangiare un boccone e per riposarci qualche ora.
A mezzanotte poi ripartiremo per essere domani, all'alba, nel Campo dei miracoli.
Entrati nell'osteria, si posero tutti e tre a tavola: ma nessuno di loro aveva appetito.
Il povero Gatto, sentendosi gravemente indisposto di stomaco, non poté mangiare altro che trentacinque triglie con salsa di pomodoro e quattro porzioni di trippa alla parmigiana: e perché la trippa non gli pareva condita abbastanza, si rifece tre volte a chiedere il burro e il formaggio grattato!
La Volpe avrebbe spelluzzicato volentieri qualche cosa anche lei: ma siccome il medico le aveva ordinato una grandissima dieta, così dovè contentarsi di una semplice lepre dolce e forte con un leggerissimo contorno di pollastre ingrassate e di galletti di primo canto.
Dopo la lepre si fece portare per tornagusto un cibreino di pernici, di starne, di conigli, di ranocchi, di lucertole e d'uva paradisa; e poi non volle altro.
Aveva tanta nausea per il cibo, diceva lei, che non poteva accostarsi nulla alla bocca.
Quello che mangiò meno di tutti fu Pinocchio.
Chiese uno spicchio di noce e un cantuccino di pane, e lasciò nel piatto ogni cosa.
Il povero figliuolo col pensiero sempre fisso al Campo dei miracoli, aveva preso un'indigestione anticipata di monete d'oro.
Quand'ebbero cenato, la Volpe disse all'oste:
- Dateci due buone camere, una per il signor Pinocchio e un'altra per me e per il mio compagno.
Prima di ripartire schiacceremo un sonnellino.
Ricordatevi però che a mezzanotte vogliamo essere svegliati per continuare il nostro viaggio.
- Sissignori, - rispose l'oste e strizzò l'occhio alla Volpe e al Gatto, come dire: "Ho mangiata la foglia e ci siamo intesi!...".
Appena che Pinocchio fu entrato nel letto, si addormentò a colpo e principiò a sognare.
E sognando gli pareva di essere in mezzo a un campo, e questo campo era pieno di arboscelli carichi di grappoli, e questi grappoli erano carichi di zecchini d'oro che, dondolandosi mossi dal vento, facevano zin, zin, zin, quasi volessero dire: "Chi ci vuole venga a prenderci".
Ma quando Pinocchio fu sul più bello, quando, cioè, allungò la mano per prendere a manciate tutte quelle belle monete e mettersele in tasca, si trovò svegliato all'improvviso da tre violentissimi colpi dati nella porta di camera.
Era l'oste che veniva a dirgli che la mezzanotte era suonata.
- E i miei compagni sono pronti? - gli domandò il burattino.
- Altro che pronti! Sono partiti due ore fa.
- Perché mai tanta fretta?
- Perché il Gatto ha ricevuto un'imbasciata, che il suo gattino maggiore, malato di geloni ai piedi, stava in pericolo di vita.
- E la cena l'hanno pagata?
- Che vi pare? Quelle lì sono persone troppo educate perché facciano un affronto simile alla signoria vostra.
- Peccato! Quest'affronto mi avrebbe fatto tanto piacere! - disse Pinocchio, grattandosi il capo.
Poi domandò:
- E dove hanno detto di aspettarmi quei buoni amici?
- Al Campo dei miracoli, domattina, allo spuntare del giorno.
Pinocchio pagò uno zecchino per la cena sua e per quella dei suoi compagni, e dopo partì.
Ma si può dire che partisse a tastoni, perché fuori dell'osteria c'era un buio così buio, che non ci si vedeva da qui a lì.
Nella campagna all'intorno non si sentiva alitare una foglia.
Solamente alcuni uccellacci notturni, traversando la strada da una siepe all'altra, venivano a sbattere le ali sul naso di Pinocchio, il quale, facendo un salto indietro per la paura, gridava: - Chi va là? - e l'eco delle colline circostanti ripeteva in lontananza: - Chi va là? chi va là? chi va là?
Intanto, mentre camminava, vide sul tronco di un albero un piccolo animaletto che riluceva di una luce pallida e opaca, come un lumino da notte dentro una lampada di porcellana trasparente.
- Chi sei? - gli domandò Pinocchio.
- Sono l'ombra del Grillo-parlante, - rispose l'animaletto, con una vocina fioca fioca, che pareva venisse dal mondo di là.
- Che vuoi da me? - disse il burattino.
- Voglio darti un consiglio.
Ritorna indietro e porta i quattro zecchini, che ti sono rimasti, al tuo povero babbo che piange e si dispera per non averti più veduto.
- Domani il mio babbo sarà un gran signore, perché questi quattro zecchini diventeranno duemila.
- Non ti fidare, ragazzo mio, di quelli che promettono di farti ricco dalla mattina alla sera.
Per il solito, o sono matti o imbroglioni! Dai retta a me, ritorna indietro.
- E io, invece, voglio andare avanti.
- L'ora è tarda!...
- Voglio andare avanti.
- La nottata è scura...
- Voglio andare avanti.
- La strada è pericolosa...
- Voglio andare avanti.
- Ricordati che i ragazzi che vogliono fare di loro capriccio e a modo loro, prima o poi se ne pentono.
- Le solite storie.
Buona notte, Grillo.
- Buona notte, Pinocchio, e che il cielo ti salvi dalla guazza e dagli assassini!
Appena dette queste ultime parole, il Grillo-parlante si spense a un tratto, come si spenge un lume soffiandoci sopra, e la strada rimase più buia di prima.
Pinocchio, per non aver dato retta ai buoni consigli del Grillo-parlante, s'imbatte negli assassini.
- Davvero, - disse fra sé il burattino rimettendosi in viaggio, - come siamo disgraziati noialtri poveri ragazzi! Tutti ci sgridano, tutti ci ammoniscono, tutti ci danno consigli.
A lasciarli dire, tutti si metterebbero in capo di essere i nostri babbi e i nostri maestri; tutti: anche i Grilli-parlanti.
Ecco qui: perché io non ho voluto dar retta a quell'uggioso di Grillo, chi lo sa quante disgrazie, secondo lui, mi dovrebbero accadere! Dovrei incontrare anche gli assassini! Meno male che agli assassini io non ci credo, né ci ho creduto mai.
Per me gli assassini sono stati inventati apposta dai babbi, per far paura ai ragazzi che vogliono andare fuori la notte.
E poi se anche li trovassi qui sulla strada, mi darebbero forse soggezione? Neanche per sogno.
Anderei loro sul viso, gridando: "Signori assassini, che cosa vogliono da me? Si rammentino che con me non si scherza! Se ne vadano dunque per i fatti loro, e zitti!".
A questa parlantina fatta sul serio, quei poveri assassini, mi par di vederli, scapperebbero via come il vento.
Caso poi fossero tanto ineducati da non voler scappare, allora scapperei io, e così la farei finita...
Ma Pinocchio non poté finire il suo ragionamento, perché in quel punto gli parve di sentire dietro di sé un leggerissimo fruscio di foglie.
Si voltò a guardare e vide nel buio due figuracce nere tutte imbacuccate in due sacchi da carbone, le quali correvano dietro a lui a salti e in punta di piedi, come se fossero due fantasmi.
- Eccoli davvero! - disse dentro di sé: e non sapendo dove nascondere i quattro zecchini, se li nascose in bocca e precisamente sotto la lingua.
Poi si provò a scappare.
Ma non aveva ancor fatto il primo passo, che sentì agguantarsi per le braccia e intese due voci orribili e cavernose, che gli dissero:
- O la borsa o la vita!
Pinocchio non potendo rispondere con le parole, a motivo delle monete che aveva in bocca, fece mille salamelecchi e mille pantomime per dare ad intendere a quei due incappati, di cui si vedevano soltanto gli occhi attraverso i buchi dei sacchi, che lui era un povero burattino, e che non aveva in tasca nemmeno un centesimo falso.
- Via, via! Meno ciarle e fuori i denari! - gridavano minacciosamente i due briganti.
E ii burattino fece col capo e colle mani un segno come dire: "Non ne ho".
- Metti fuori i denari o sei morto, - disse l'assassino più alto di statura.
- Morto! - ripetè l'altro.
- E dopo ammazzato te, ammazzeremo anche tuo padre!
- Anche tuo padre!
- No, no, no, il mio povero babbo no! - gridò Pinocchio con accento disperato: ma nel gridare così, gli zecchini gli suonarono in bocca.
- Ah! furfante! Dunque i denari te li sei nascosti sotto la lingua? Sputali subito!
E Pinocchio, duro!
- Ah! tu fai il sordo? Aspetta un poco, che penseremo noi a farteli sputare!
Difatti, uno di loro afferrò il burattino per la punta del naso e quell'altro lo prese per la bazza, e lì cominciarono a tirare screanzatamente, uno per in qua e l'altro per in là, tanto da costringerlo a spalancare la bocca: ma non ci fu verso.
La bocca del burattino pareva inchiodata e ribadita.
Allora l'assassino più piccolo di statura, cavato fuori un coltellaccio, provò a conficcarglielo, a guisa di leva e di scalpello, fra le labbra: ma Pinocchio, lesto come un lampo, gli azzannò la mano coi denti, e dopo avergliela con un morso staccata di netto, la sputò; e figuratevi la sua maraviglia quando, invece di una mano, si accorse di aver sputato in terra uno zampetto di gatto.
Incoraggiato da questa prima vittoria, si liberò a forza dalle unghie degli assassini e, saltata la siepe della strada, cominciò a fuggire per la campagna.
E gli assassini a correre dietro a lui, come due cani dietro una lepre: e quello che aveva perduto uno zampetto correva con una gamba sola, né si è saputo mai come facesse.
Dopo una corsa di quindici chilometri, Pinocchio non ne poteva più.
Allora, vistosi perso, si arrampicò su per il fusto di un altissimo pino e si pose a sedere in vetta ai rami.
Gli assassini tentarono di arrampicarsi anche loro, ma giunti a metà del fusto sdrucciolarono e, ricascando a terra, si spellarono le mani e i piedi.
Non per questo si dettero per vinti: che anzi, raccolto un fastello di legna secche a piè del pino, vi appiccarono il fuoco.
In men che non si dice, il pino cominciò a bruciare e a divampare, come una candela agitata dal vento.
Pinocchio, vedendo che le fiamme salivano sempre più, e non volendo far la fine del piccione arrosto, spiccò un bel salto di vetta all'albero, e via a correre daccapo attraverso ai campi e ai vigneti.
E gli assassini dietro, sempre dietro, senza stancarsi mai.
Intanto cominciava a baluginare il giorno e si rincorrevano sempre; quand'ecco che Pinocchio si trovò sbarrato il passo da un fosso largo e profondissimo, tutto pieno di acquaccia sudicia, color del caffè e latte.
Che fare? "Una, due, tre!" gridò il burattino, e slanciandosi con una gran rincorsa, saltò dall'altra parte.
E gli assassini saltarono anche loro, ma non avendo preso bene la misura, patatunfete!...
cascarono giù nel bel mezzo del fosso.
Pinocchio che sentì il tonfo e gli schizzi dell'acqua, urlò ridendo e seguitando a correre:
- Buon bagno, signori assassini.
E già si figurava che fossero bell'e affogati, quando invece, voltandosi a guardare, si accorse che gli correvano dietro tutti e due, sempre imbacuccati nei loro sacchi e grondanti acqua come due panieri sfondati.
Gli assassini inseguono Pinocchio; e, dopo averlo raggiunto, lo impiccano a un ramo della Quercia grande.
Allora il burattino, perdutosi d'animo, fu proprio sul punto di gettarsi in terra e di darsi per vinto, quando nel girare gli occhi all'intorno vide fra mezzo al verde cupo degli alberi biancheggiare in lontananza una casina candida come la neve.
- Se io avessi tanto fiato da arrivare fino a quella casa, forse sarei salvo, - disse dentro di sé.
E senza indugiare un minuto riprese a correre per il bosco a carriera distesa.
E gli assassini sempre dietro.
E dopo una corsa disperata di quasi due ore, finalmente tutto trafelato arrivò alla porta di quella casina e bussò.
Nessuno rispose.
Tornò a bussare con maggior violenza, perché sentiva avvicinarsi il rumore dei passi e il respiro grosso e affannoso dè suoi persecutori.
Lo stesso silenzio.
Avvedutosi che il bussare non giovava a nulla, cominciò per disperazione a dare calci e zuccate nella porta.
Allora si affacciò alla finestra una bella bambina, coi capelli turchini e il viso bianco come un'immagine di cera, gli occhi chiusi e le mani incrociate sul petto, la quale senza muovere punto le labbra, disse con una vocina che pareva venisse dall'altro mondo:
- In questa casa non c'è nessuno.
Sono tutti morti.
- Aprimi almeno tu! - gridò Pinocchio piangendo e raccomandandosi.
- Sono morta anch'io.
- Morta? e allora che cosa fai costì alla finestra?
- Aspetto la bara che venga a portarmi via.
Appena detto così, la bambina disparve, e la finestra si richiuse senza far rumore.
- O bella bambina dai capelli turchini, - gridava Pinocchio, - aprimi per carità! Abbi compassione di un povero ragazzo inseguito dagli assass...
Ma non poté finir la parola, perche sentì afferrarsi per il collo, e le solite due vociaccie che gli brontolarono minacciosamente:
- Ora non ci scappi più!
Il burattino, vedendosi balenare la morte dinanzi agli occhi, fu preso da un tremito così forte, che nel tremare, gli sonavano le giunture delle sue gambe di legno e i quattro zecchini che teneva nascosti sotto la lingua.
- Dunque? - gli domandarono gli assassini, - vuoi aprirla la bocca,
sì o no? Ah! non rispondi?...
Lascia fare: ché questa volta te la faremo aprir noi!...
E cavato fuori due coltellacci lunghi lunghi e affilati come rasoi,
zaff...
gli affibbiarono due colpi nel mezzo alle reni.
Ma il burattino per sua fortuna era fatto d'un legno durissimo, motivo per cui le lame, spezzandosi, andarono in mille schegge e gli assassini rimasero col manico dei coltelli in mano, a guardarsi in faccia.
- Ho capito, - disse allora uno di loro, - bisogna impiccarlo! Impicchiamolo!
- Impicchiamolo, - ripetè l'altro.
Detto fatto, gli legarono le mani dietro le spalle e passatogli un nodo scorsoio intorno alla gola, lo attaccarono penzoloni al ramo di una grossa pianta detta la Quercia grande.
Poi si posero là, seduti sull'erba, aspettando che il burattino facesse l'ultimo sgambetto: ma il burattino, dopo tre ore, aveva sempre gli occhi aperti, la bocca chiusa e sgambettava più che mai.
Annoiati finalmente di aspettare, si voltarono a Pinocchio e gli dissero sghignazzando:
- Addio a domani.
Quando domani torneremo qui, si spera che ci farai la garbatezza di farti trovare bell'e morto e con la bocca spalancata.
E se ne andarono.
Intanto s'era levato un vento impetuoso di tramontana, che soffiando e mugghiando con rabbia, sbatacchiava in qua e in là il povero impiccato, facendolo dondolare violentemente come il battaglio di una campana che suona a festa.
E quel dondolio gli cagionava acutissimi spasimi, e il nodo scorsoio, stringendosi sempre più alla gola, gli toglieva il respiro.
A poco a poco gli occhi gli si appannavano; e sebbene sentisse avvicinarsi la morte, pure sperava sempre che da un momento all'altro sarebbe capitata qualche anima pietosa a dargli aiuto.
Ma quando, aspetta aspetta, vide che non compariva nessuno, proprio nessuno, allora gli tornò in mente il suo povero babbo...
e balbettò quasi moribondo:
- Oh babbo mio! se tu fossi qui!...
E non ebbe fiato per dir altro.
Chiuse gli occhi, aprì la bocca, stirò le gambe e, dato un grande scrollone, rimase lì come intirizzito.
La bella Bambina dai capelli turchini fa raccogliere il burattino: lo mette a letto, e chiama tre medici per sapere se sia vivo o morto.
In quel mentre che il povero Pinocchio impiccato dagli assassini a un ramo della Quercia grande, pareva oramai più morto che vivo, la bella Bambina dai capelli turchini si affacciò daccapo alla finestra, e impietositasi alla vista di quell'infelice che, sospeso per il collo, ballava il trescone alle ventate di tramontana, battè per tre volte le mani insieme, e fece tre piccoli colpi.
A questo segnale si sentì un gran rumore di ali che volavano con foga precipitosa, e un grosso falco venne a posarsi sul davanzale della finestra.
- Che cosa comandate, mia graziosa Fata? - disse il Falco abbassando il becco in atto di reverenza (perché bisogna sapere che la Bambina dai capelli turchini non era altro, in fin dei conti, che una buonissima Fata, che da più di mill'anni abitava nelle vicinanze di quel bosco):
- Vedi tu quel burattino attaccato penzoloni a un ramo della Quercia grande?
- Lo vedo.
- Orbene: vola subito laggiù: rompi col tuo fortissimo becco il nodo che lo tiene sospeso in aria e posalo delicatamente sdraiato sull'erba a piè della Quercia.
Il Falco volò via e dopo due minuti tornò dicendo:
- Quel che mi avete comandato, è fatto.
- E come l'hai trovato? Vivo o morto?
- A vederlo, pareva morto, ma non dev'essere ancora morto perbene, perché, appena gli ho sciolto il nodo scorsoio che lo stringeva intorno alla gola, ha lasciato andare un sospiro, balbettando a mezza voce: "Ora mi sento meglio!".
Allora la Fata, battendo le mani insieme, fece due piccoli colpi, e apparve un magnifico Can-barbone, che camminava ritto sulle gambe di dietro, tale e quale come se fosse un uomo.
Il Can-barbone era vestito da cocchiere in livrea di gala.
Aveva in capo un nicchiettino a tre punte gallonato d'oro, una parrucca bianca coi riccioli che gli scendevano giù per il collo, una giubba color di cioccolata coi bottoni di brillanti e con due grandi tasche per tenervi gli ossi che gli regalava a pranzo la padrona, un paio di calzoni corti di velluto cremisi, le calze di seta, gli scarpini scollati, e di dietro una specie di fodera da ombrelli, tutta di raso turchino, per mettervi dentro la coda, quando il tempo cominciava a piovere.
- Su da bravo, Medoro! - disse la Fata al Can-barbone; - Fai subito attaccare la più bella carrozza della mia scuderia e prendi la via del bosco.
Arrivato che sarai sotto la Quercia grande, troverai disteso sull'erba un povero burattino mezzo morto.
Raccoglilo con garbo, posalo pari pari su i cuscini della carrozza e portamelo qui.
Hai capito?
Il Can-barbone, per fare intendere che aveva capito, dimenò tre o quattro volte la fodera di raso turchino, che aveva dietro, e partì come un barbero.
Di lì a poco, si vide uscire dalla scuderia una bella carrozzina color dell'aria, tutta imbottita di penne di canarino e foderata nell'interno di panna montata e di crema coi savoiardi.
La carrozzina era tirata da cento pariglie di topini bianchi, e il Can-barbone, seduto a cassetta, schioccava la frusta a destra e a sinistra, come un vetturino quand'ha paura di aver fatto tardi.
Non era ancora passato un quarto d'ora, che la carrozzina tornò, e la Fata, che stava aspettando sull'uscio di casa, prese in collo il povero burattino, e portatolo in una cameretta che aveva le pareti di madreperla, mandò subito a chiamare i medici più famosi del vicinato.
E i medici arrivarono subito, uno dopo l'altro: arrivò, cioè, un Corvo, una Civetta e un Grillo-parlante.
- Vorrei sapere da lor signori, - disse la Fata, rivolgendosi ai tre medici riuniti intorno al letto di Pinocchio, - vorrei sapere da lor signori se questo disgraziato burattino sia morto o vivo!...
A quest'invito, il Corvo, facendosi avanti per il primo, tastò il polso a Pinocchio: poi gli tastò il naso, poi il dito mignolo dei piedi: e quand'ebbe tastato ben bene, pronunziò solennemente queste parole:
- A mio credere il burattino è bell'e morto: ma se per disgrazia non fosse morto, allora sarebbe indizio sicuro che è sempre vivo!
- Mi dispiace, - disse la Civetta, - di dover contraddire il Corvo, mio illustre amico e collega: per me, invece, il burattino è sempre vivo; ma se per disgrazia non fosse vivo, allora sarebbe segno che è morto davvero!
- E lei non dice nulla? - domandò la Fata al Grillo-parlante.
- Io dico che il medico prudente quando non sa quello che dice, la miglior cosa che possa fare, è quella di stare zitto.
Del resto quel burattino lì non m'è fisonomia nuova: io lo conosco da un pezzo!...
Pinocchio, che fin allora era stato immobile come un vero pezzo di legno, ebbe una specie di fremito convulso, che fece scuotere tutto il letto.
- Quel burattino lì, - seguitò a dire il Grillo-parlante, - è una birba matricolata...
Pinocchio aprì gli occhi e li richiuse subito.
- è un monellaccio, uno svogliato, un vagabondo.
Pinocchio si nascose la faccia sotto i lenzuoli.
- Quel burattino lì è un figliuolo disubbidiente, che farà morire di crepacuore il suo povero babbo!...
A questo punto si sentì nella camera un suono soffocato di pianti e di singhiozzi.
Figuratevi come rimasero tutti, allorché sollevati un poco i lenzuoli, si accorsero che quello che piangeva e singhiozzava era Pinocchio.
- Quando il morto piange, è segno che è in via di guarigione, - disse solennemente il Corvo.
- Mi duole di contraddire il mio illustre amico e collega, - soggiunse la Civetta, - ma per me, quando il morto piange è segno che gli dispiace a morire.
Pinocchio mangia lo zucchero, ma non vuol purgarsi: Però quando vede i becchini che vengono a portarlo via, allora si purga.
Poi dice una bugia e per gastigo gli cresce il naso.
Appena i tre medici furono usciti di camera, la Fata si accostò a Pinocchio e, dopo averlo toccato sulla fronte, si accorse che era travagliato da un febbrone da non si dire.
Allora sciolse una certa polverina bianca in un mezzo bicchier d'acqua, e porgendolo al burattino, gli disse amorosamente:
- Bevila, e in pochi giorni sarai guarito.
Pinocchio guardò il bicchiere, storse un po' la bocca, e poi dimanda con voce di piagnisteo:
- è dolce o amara?
- è amara, ma ti farà bene.
- Se è amara, non la voglio.
- Dà retta a me: bevila.
- A me l'amaro non mi piace.
- Bevila: e quando l'avrai bevuta, ti darò una pallina di zucchero, per rifarti la bocca.
- Dov'è la pallina di zucchero?
- Eccola qui, - disse la Fata, tirandola fuori da una zuccheriera d'oro.
- Prima voglio la pallina di zucchero, e poi beverò quell'acquaccia amara...
- Me lo prometti?
- Sì...
La fata gli dette la pallina, e Pinocchio, dopo averla sgranocchiata e ingoiata in un attimo, disse leccandosi i labbri:
- Bella cosa se anche lo zucchero fosse una medicina!...
Mi purgherei tutti i giorni.
- Ora mantieni la promessa e bevi queste poche gocciole d'acqua, che ti renderanno la salute.
Pinocchio prese di mala voglia il bicchiere in mano e vi ficcò dentro la punta del naso: poi se l'accostò alla bocca: poi tornò a ficcarci la punta del naso: finalmente disse:
- è troppo amara! troppo amara! Io non la posso bere.
- Come fai a dirlo se non l'hai nemmeno assaggiata?
- Me lo figuro! L'ho sentita all'odore.
Voglio prima un'altra pallina di zucchero...
e poi la beverò!...
Allora la Fata, con tutta la pazienza di una buona mamma, gli pose in bocca un altro po' di zucchero; e dopo gli presentò daccapo il bicchiere.
- Così non la posso bere! - disse il burattino, facendo mille smorfie.
- Perché?
- Perché mi dà noia quel guanciale che ho laggiù sui piedi.
La Fata gli levò il guanciale.
- è inutile! Nemmeno così la posso bere...
- Che cos'altro ti dà noia?
- Mi dà noia l'uscio di camera, che è mezzo aperto.
La Fata andò e chiuse l'uscio di camera.
- Insomma, - gridò Pinocchio, dando in uno scoppio di pianto, - quest'acquaccia amara, non la voglio bere, no, no, no!...
- Ragazzo mio, te ne pentirai...
- Non me n'importa...
- La tua malattia è grave...
- Non me n'importa...
- La febbre ti porterà in poche ore all'altro mondo...
- Non me n'importa...
- Non hai paura della morte?
- Punto paura!...
Piuttosto morire, che bevere quella medicina cattiva.
A questo punto, la porta della camera si spalancò ed entrarono dentro quattro conigli neri come l'inchiostro, che portavano sulle spalle una piccola bara da morto.
- Che cosa volete da me? - gridò Pinocchio, rizzandosi tutto impaurito a sedere sul letto.
- Siamo venuti a prenderti, - rispose il coniglio più grosso.
- A prendermi?...
Ma io non sono ancora morto!...
- Ancora no: ma ti restano pochi minuti di vita avendo tu ricusato di bevere la medicina, che ti avrebbe guarito dalla febbre!...
- O Fata, o Fata mia,- cominciò allora a strillare il burattino, - datemi subito quel bicchiere.
Spicciatevi, per carità, perché non voglio morire no...
non voglio morire...
E preso il bicchiere con tutt'e due le mani, lo votò in un fiato.
- Pazienza! - dissero i conigli.
- Per questa volta abbiamo fatto il viaggio a ufo.
E tiratisi di nuovo la piccola bara sulle spalle, uscirono di camera bofonchiando e mormorando fra i denti.
Fatto sta che di lì a pochi minuti, Pinocchio saltò giù dal letto, bell'e guarito; perché bisogna sapere che i burattini di legno hanno il privilegio di ammalarsi di rado e di guarire prestissimo.
E la Fata, vedendolo correre e ruzzare per la camera, vispo e allegro come un gallettino di primo canto, gli disse:
- Dunque la mia medicina t'ha fatto bene davvero?
- Altro che bene! Mi ha rimesso al mondo!...
- E allora come mai ti sei fatto tanto pregare a beverla?
- Egli è che noi ragazzi siamo tutti così! Abbiamo più paura delle medicine che del male.
- Vergogna! I ragazzi dovrebbero sapere che un buon medicamento preso a tempo può salvarli da una grave malattia e fors'anche dalla morte...
- Oh! ma un'altra volta non mi farò tanto pregare! Mi rammenterò di quei conigli neri, colla bara sulle spalle...
e allora piglierò subito il bicchiere in mano, e giù!...
- Ora vieni un po' qui da me e raccontami come andò che ti trovasti fra le mani degli assassini.
- Gli andò che il burattinaio Mangiafoco mi dette alcune monete d'oro, e mi disse: "Tò, portale al tuo babbo!" e io, invece, per la strada trovai una Volpe e un Gatto, due persone molto per bene, che mi dissero: "Vuoi che codeste monete diventino mille e duemila? Vieni con noi, e ti condurremo al Campo dei Miracoli".
E io dissi: "Andiamo"; e loro dissero: "Fermiamoci qui all'osteria del Gambero Rosso e dopo la mezzanotte ripartiremo".
Ed io, quando mi svegliai, loro non c'erano più, perché erano partiti.
Allora io cominciai a camminare di notte, che era un buio che pareva impossibile, per cui trovai per la strada due assassini dentro due sacchi da carbone, che mi dissero: "Metti fuori i quattrini"; e io dissi: "Non ce n'ho"; perché le quattro monete d'oro me l'ero nascoste in bocca, e uno degli assassini si provò a mettermi le mani in bocca, e io con un morso gli staccai la mano e poi la sputai, ma invece di una mano sputai uno zampetto di gatto.
E gli assassini a corrermi dietro e, io corri che ti corro, finché mi raggiunsero, e mi legarono per il collo a un albero di questo bosco, col dire: "Domani torneremo qui, e allora sarai morto e colla bocca aperta, e così ti porteremo via le monete d'oro che hai nascoste sotto la lingua".
- E ora le quattro monete dove le hai messe? - gli domandò la Fata.
- Le ho perdute! - rispose Pinocchio; ma disse una bugia, perché invece le aveva in tasca.
Appena detta la bugia, il suo naso, che era già lungo, gli crebbe subito due dita di più.
- E dove le hai perdute?
- Nel bosco qui vicino.
A questa seconda bugia il naso seguitò a crescere.
- Se le hai perdute nel bosco vicino, - disse la Fata, - le cercheremo e le ritroveremo: perché tutto quello che si perde nel vicino bosco, si ritrova sempre.
- Ah! ora che mi rammento bene, - replicò il burattino, imbrogliandosi, - le quattro monete non le ho perdute, ma senza avvedermene le ho inghiottite mentre bevevo la vostra medicina.
A questa terza bugia, il naso gli si allungò in un modo così straordinario, che il povero Pinocchio non poteva più girarsi da nessuna parte.
Se si voltava di qui batteva il naso nel letto o nei vetri della finestra, se si voltava di là, lo batteva nelle pareti o nella porta di camera, se alzava un po' di più il capo, correva il rischio di ficcarlo in un occhio alla Fata.
E la Fata lo guardava e rideva.
- Perché ridete? - gli domandò il burattino, tutto confuso e impensierito di quel suo naso che cresceva a occhiate.
- Rido della bugia che hai detto.
- Come mai sapete che ho detto una bugia?
- Le bugie, ragazzo mio, si riconoscono subito! perché ve ne sono di due specie: vi sono le bugie che hanno le gambe corte, e le bugie che hanno il naso lungo: la tua per l'appunto è di quelle che hanno il naso lungo.
Pinocchio, non sapendo più dove nascondersi per la vergogna, si provò a fuggire di camera; ma non gli riuscì.
Il suo naso era cresciuto tanto, che non passava più dalla porta.
Pinocchio ritrova la Volpe e il Gatto, e va con loro a seminare le quattro monete nel Campo dè Miracoli.
Come potete immaginarvelo, la Fata lasciò che il burattino piangesse e urlasse una buona mezz'ora, a motivo di quel suo naso che non passava più dalla porta di camera; e lo fece per dargli una severa lezione perché si correggesse dal brutto vizio di dire le bugie, il più brutto vizio che possa avere un ragazzo.
Ma quando lo vide trasfigurato e cogli occhi fuori della testa dalla gran disperazione, allora, mossa a pietà, battè le mani insieme, e a quel segnale entrarono in camera dalla finestra un migliaio di grossi uccelli chiamati Picchi, i quali, posatisi tutti sul naso di Pinocchio, cominciarono a beccarglielo tanto e poi tanto, che in pochi minuti quel naso enorme e spropositato si trovò ridotto alla sua grandezza naturale.
- Quanto siete buona, Fata mia, - disse il burattino, asciugandosi gli occhi, - e quanto bene vi voglio!
- Ti voglio bene anch'io, - rispose la Fata, - e se tu vuoi rimanere con me, tu sarai il mio fratellino e io la tua buona sorellina...
- Io resterei volentieri...
ma il mio povero babbo?
- Ho pensato a tutto.
Il tuo babbo è stato digià avvertito: e prima che faccia notte, sarà qui.
- Davvero?...
- gridò Pinocchio, saltando dall'allegrezza.
- Allora, Fatina mia, se vi contentate, vorrei andargli incontro! Non vedo l'ora di poter dare un bacio a quel povero vecchio, che ha sofferto tanto per me!
- Vai pure, ma bada di non ti sperdere.
Prendi la via del bosco, e sono sicurissima che lo incontrerai.
Pinocchio partì: e appena entrato nel bosco, cominciò a correre come un capriolo.
Ma quando fu arrivato a un certo punto, quasi in faccia alla Quercia grande, si fermò, perché gli parve di aver sentito gente fra mezzo alle frasche.
Difatti vide apparire sulla strada, indovinate chi?...
la Volpe e il Gatto, ossia i due compagni di viaggio, coi quali aveva cenato all'osteria del Gambero Rosso.
- Ecco il nostro caro Pinocchio! - gridò la Volpe, abbracciandolo e baciandolo.
- Come mai sei qui?
- Come mai sei qui? - ripetè il Gatto.
- è una storia lunga, - disse il burattino, - e ve la racconterò a comodo.
Sappiate però che l'altra notte, quando mi avete lasciato solo nell'osteria, ho trovato gli assassini per la strada...
- Gli assassini?...
O povero amico! E che cosa volevano?
- Mi volevano rubare le monete d'oro.
- Infami!...
- disse la Volpe.
- Infamissimi! - ripetè il Gatto.
- Ma io cominciai a scappare, - continuò a dire il burattino, - e loro sempre dietro: finché mi raggiunsero e m'impiccarono a un ramo di quella quercia.
E Pinocchio accennò la Quercia grande, che era lì a due passi.
- Si può sentir di peggio? - disse la Volpe.
- In che mondo siamo condannati a vivere? Dove troveremo un rifugio sicuro noi altri galantuomini?...
Nel tempo che parlavano così, Pinocchio si accorse che il Gatto era zoppo dalla gamba destra davanti, perché gli mancava in fondo tutto lo zampetto cogli unghioli: per cui gli domandò:
- Che cosa hai fatto del tuo zampetto?
Il Gatto voleva rispondere qualche cosa, ma s'imbrogliò.
Allora la Volpe disse subito:
- Il mio amico è troppo modesto,- e per questo non risponde.
Risponderò io per lui.
Sappi dunque che un'ora fa abbiamo incontrato sulla strada un vecchio lupo, quasi svenuto dalla fame, che ci ha chiesto un po' d'elemosina.
Non avendo noi da dargli nemmeno una lisca di pesce, che cosa ha fatto l'amico mio, che ha davvero un cuore di Cesare?...
Si è staccato coi denti uno zampetto delle sue gambe davanti e l'ha gettato a quella povera bestia, perché potesse sdigiunarsi.
E la Volpe nel dir così, si asciugò una lacrima.
Pinocchio, commosso anche lui, si avvicinò al Gatto, sussurrandogli negli orecchi:
- Se tutti i gatti ti somigliassero, fortunati i topi!...
- E ora che cosa fai in questi luoghi? - domandò la Volpe al burattino.
- Aspetto il mio babbo, che deve arrivare qui di momento in momento.
- E le tue monete d'oro?
- Le ho sempre in tasca, meno una che la spesi all'osteria del Gambero Rosso.
- E pensare che, invece di quattro monete, potrebbero diventare domani mille e duemila! Perché non dai retta al mio consiglio? Perché non vai a seminarle nel Campo dei miracoli?
- Oggi è impossibile: vi anderò un altro giorno.
- Un altro giorno sarà t
...
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