POEMI CONVIVIALI, di Giovanni Pascoli - pagina 13
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Dal ciel lontano a quel vagito lento
egli era accorso; ma nell'infinito
ansar di tutto, dopo lo spavento,
risuona ancora quel lento vagito.
III
Chi vagisce, è Tiberio.
E il vento accorre
dal ciel profondo tuttavia; spaura
le nubi in fuga, e sbocca dalle forre.
Le selve il mormorìo della congiura
mutano in urlo, e gli alberi giganti
muovono orridi in una mischia oscura.
Lottano i pini coi disvincolanti
frassini, e l'elci su la stessa roccia
coi faggi urtano i vecchi tronchi infranti.
E il fiore della fiamma apresi e sboccia.
IV
Sboccia la fiamma, e il vento la saetta,
come una frusta lucida e sonante,
via per ogni pendìo, per ogni vetta.
Il vento con la frusta fiammeggiante,
col mugghio d'una mandrïa di tori,
cerca il vagito del fatale infante.
Ardono i monti; ma ne' suoi due cuori
Livia tranquilla, indomita, ribelle,
tra i rossi òmeri de' gladïatori,
nutre Tiberio con le sue mammelle.
GOG E MAGOG
I
A mandre, come gli asini selvaggi,
in vano andava e ritornava in vano
Gog e Magog coi neri carriaggi;
e la montagna li vedea nel piano
errare, udiva di tra le tormente
di quelle fruste lo schioccar lontano;
ed un bramir giungeva, della gente
di Mong, come umile abbaiar di iene,
all'inconcussa Porta d'occidente.
II
Ché tra due monti grande era, di rosso
bronzo, una porta; grande sì, che l'ombra
ne trascorreva all'ora del tramonto
mezza la valle.
Il figlio dell'Ammone
la incardinò per chiudere gl'immondi
popoli, e i neri branchi di bisonti:
la sprangò, chiuse.
Ma ristette al sommo
dei monti: un chiaro strepere di trombe
giungea dalle Mammelle d'Aquilone.
III
V'era il Bicorne...
E gli ultimi che, infanti,
aveano udito il gran maglio cadere
su le chiavarde, erano grigi vecchi;
e non partiva...
E i figli lor, giganti
dagli occhi fiammei, dalle lingue nere,
o nani irsuti dai mobili orecchi,
erano morti; e d'ognun d'essi, i mille
erano nati, quante le faville
da un tizzo: ma il Bicorne era lassù.
IV
In alto in alto, a guardia dell'Erguene-
cun; e lo squillo delle sue diane
movea valanghe e rifrangea morene.
S'empiva, ogni alba, il cielo di poiane;
e l'Orda a valle, come nubi al suono
del nembo, nera s'addossava al Kane:
carri che rotolavano dal cono
delle montagne; un subito barrito
d'elefanti; una voce come tuono...
V
Ma meno udian di giorno quel tumulto
lassù; di giorno anche le genti chiuse
ruggìano, e il cibo dividean con l'unghie.
Vaniva il grido di lassù nell'urlo
della lor fame.
Era, di giorno, tutto
al sangue, Alan, Aneg, Ageg, Assur,
Thubal, Cephar.
Più, nelle notti lunghe,
s'udiva, quando concepìan, nel Yurte,
le loro donne i figli di Mong-U.
VI
La luna andava su per orli gialli
di nubi, in fuga: per l'intatta neve
stavano in cerchio mandre di cavalli:
le teste in dentro, immobili, tra il bianco,
stavano: a ora a ora un nitrir breve,
un improvviso scalpitìo del branco.
Ché tutta la montagna solitaria
muggìa.
Temeva anche la luna, e lieve
balzava su, da nube a nube, in aria.
VII
O risplendea sul murmure infinito,
pendula.
Cinto d'edere e d'acanti
l'Eroe, tolte le faci del convito,
scorreva in festa i gioghi lustreggianti,
e laggiù, dalle tonde ombre dei pini,
l'Orda ascoltava lunghi aerei canti;
udiva lunghi gemiti marini
di conche, e, tra il tintinno della cetra,
timpani cupi, cimbali argentini.
VIII
Gog e Magog tremava; e le sue donne
dissero: "Non ha madre Egli, cui dolce
gli sia tornare, pieno d'ambra e d'oro?
non figli, greggi? non fiorenti mogli
presso cui, sazio di narrar, si corchi?
Forse hanno a sdegno lui così bicorne!
Dunque e perché non scende Egli dal monte
né prendesi una dalle nostre torme,
che gli sia bestia, tra Gog e Magog?"
IX
Gog e Magog tremava...
Uno dei nani
cauto trovò gli stolidi giganti.
"Noi moriamo, o giganti, ed Egli no.
Io che muovo gli orecchi come i cani,
intesi cose.
Non c'è sempre avanti
Zul-Karnein.
A volte a Rum andò.
Parte col sole.
A un fonte va, di stelle
liquide, azzurro.
Con le due giumelle
v'attinge vita.
Ogni cent'anni un po'."
X
Ora Egli un giorno (la Montagna tetra
parea più presso e, come scheletrita,
mostrava il bianco ossame suo di pietra)
per l'ombra, dove non sapea che dita
reggeano erranti lampade d'argento,
per l'ombra andava al fonte della vita.
E non più squilli di tra i gioghi, e il vento
soffiava in vano.
La gran Porta un poco
brandiva, a tratti, con émpito lento.
XI
Gog e Magog tre dì, vigile, attese;
tre notti attese; e non udì, che a sera
la Porta a quando a quando brandir lenta.
Non c'era più sui monti...
E l'Orda prese
la via dei monti.
Andava l'Orda nera
formicolando sotto la tormenta.
All'alba mugliò lugubre un bisonte,
nitrì un cavallo, si spezzò la schiera...
Uno squillo correa da monte a monte.
XII
E dissero le donne: "Uomo da nulla
Zul-Karnein! Tornasti in fretta! O forse
non c'era al fonte sola una fanciulla?
non una tua sorella, che la secchia
abbandonò vuota sul fonte, e corse
ansando in casa alla tua madre vecchia?
Or fa, divino ariete, sonare
le trombe! Al suono delle tue fanfare
l'uom ci si desta, e poi...
non dorme più."
XIII
E gli uomini ulularono: "Ha bevuto
in Rum al fonte delle stelle azzurro!
Zul-Karnein è sempre ciò che fu."
E lor fu in odio ogni altra vita, e il frutto
d'ogni altro ventre; e il rosso sangue munto
bevvero alle bisonti, alle zebù.
Né più sonava per la valle un muglio.
Non sonò più, Gog e Magog, che l'urlo
interminato delle sue tribù.
XIV
Ma sì, partì Zul-Karnein, nel fuoco
d'un vespro: per il monte erano stese
porpore cupe a margini di croco.
Nel cocchio d'oro folgorando ascese
l'Eroe; nell'ombra lontanò tra un gaio
ridere di berilli e di turchese,
Un balenìo di cuspidi d'acciaio,
un'eco d'inni che tremola ed erra
qua e là...
Tacque infine irto il ghiacciaio.
XV
Tre anni attese il Tartaro, tre anni
spiò l'arrivo degli stessi draghi
dagli occhi d'oro sopra la montagna
tacita e sola.
Il Tartaro guardava,
né già temeva, e più sentìa la fame
e l'ira, e con man d'orso per la valle
svellea betulle, sradicava ontani.
Ma vide gli occhi degli stessi draghi
la terza volta, e venne alla montagna.
XVI
A piè delle Mammelle d'Aquilone
giunsero cauti.
E il vecchio nano astuto
con mani e piedi rampicò sui tufi.
E vide in cima un grande padiglione
come di tromba, e vi scivolò muto:
v'udì soffi, vi scorse occhi di gufi.
Un nido immondo riempiva il vuoto
di quella tromba.
Un grande gufo immoto
v'era, due ciuffi in capo irti, da re.
XVII
Prese due penne il vecchio nano, e stette
sopra una roccia, ed agitò le penne,
e chiamò l'Orda, che attendeva: "A me,
Gog e Magog! A me, Tartari! O gente
di Mong, Mosach, Thubal, Aneg, Ageg,
Assum, Pothim, Cephar, Alan, a me!
A Rum fuggì Zul-Karnein, le ferree
trombe lasciando qui su le Mammelle
tonde del Nord.
Gog e Magog, a me!"
XVIII
O stolti! Quelle trombe erano terra
concava, donde il vento occidentale
traeva, ansando, strepiti di guerra.
Rupperle disdegnando col puntale
de' lor pungetti, e dalle trombe rotte
gufi uscivan con muto batter d'ale.
Risero accorti, e sparsi per le grotte
bevvero sangue.
Sopra loro un volo
muto, di sogni, e i gridi della notte.
XIX
Alla gran Porta si fermò lo stuolo:
sorgeva il bronzo tra l'occaso e loro.
Gog e Magog l'urtò d'un urto solo.
La spranga si piegò dopo un martoro
lungo: la Porta a lungo stridé dura-
mente, e s'aprì con chiaro clangor d'oro.
S'affacciò l'Orda, e vide la pianura,
le città bianche presso le fiumane,
e bionde messi e bovi alla pastura.
Sboccò bramendo, e il mondo le fu pane.
LA BUONA NOVELLA
I
IN ORIENTE
I
Si vegliava sui monti.
Erano pochi
pastori che vegliavano sui monti
di Giuda.
Quasi spenti erano i fuochi.
Altri alle tombe mute, altri alle fonti
garrule, presso.
Il plenilunio bianco
battea dai cieli sopra le lor fronti.
Ognun guardava ai cieli, come stanco,
stanco nel cuore; ognuno avea vicino
il dolce uguale ruminar del branco.
Sostava sino all'alba del mattino
il cuor del gregge, sazio di mentastri;
ma il cuore de' pastori era in cammino
sempre; ch'erano erranti come gli astri,
essi: avean la bisaccia irta di peli
al collo, e tra i ginocchi i lor vincastri,
e cinti i lombi, e nella mano steli
d'issopo.
E alcuno, come è lor costume,
cantava, fiso, come stanco, ai cieli.
E il canto, sotto i cieli arsi dal lume,
a piè dell'universo, era sommesso,
era non più che un pigolìo d'implume
caduto, sotto il suo grande cipresso.
II
Maath cantava: - O tu che mai non poni
il tuo vincastro, e che pari nell'alto
le taciturne costellazïoni,
Dio! che la nostra vita cader d'alto
fai, come pietra, dalla tua gran fionda...
la pietra cade sopra il Mar d'asfalto.
Pietra ch'è nel Mar morto e non affonda,
la vita! Cosa grave che galleggia,
e va e va dove la porta l'onda!
O Dio, noi siamo come questa greggia
che va e va, né posso dir che arrivi,
nemmen se giunga al pozzo della reggia! -
Addì cantava: - Tu, sola tu, vivi,
o greggia, che non mai dalle tue strade
vedi la Morte ferma là nei trivi.
Vedo qualche smarrito astro che cade:
muore anche l'astro.
Ma tu, pago il cuore,
stai ruminando sotto le rugiade.
O greggia, solo chi non sa, non muore!
Tu non odi l'abisso che rimbomba
presso il tuo dente, e strappi lieta il fiore
del loto eterno ai sassi della tomba.
III
E un canto invase allora i cieli: PACE
SOPRA LA TERRA! E i fuochi quasi spenti
arsero, e desta scintillò la brace,
come per improvvisa ala di venti
silenzïosi, e si sentì nei cieli
come il soffio di due grandi battenti.
Erano in alto nubi, pari a steli
di giglio, sopra Betlehem; già pronti
erano, in piedi, attoniti ed aneli,
i pastori guardando di sui monti,
e chi presso le tombe, onde una voce
uscìa di culla, e chi presso le fonti,
onde un tumulto scaturìa di foce:
e un angelo era, con le braccia stese,
tra loro, come un'alta esile croce,
bianca; e diceva: "Gioia con voi! Scese
Dio sulla terra." Ed a ciascuno il cuore
sobbalzò verso: il bianco angelo, e prese
via per vedere il Grande che non muore,
come l'agnello che pur va carponi;
il Dio che vive tutto in sé, pastore
di taciturne costellazioni.
IV
Mossero: e Betlehem, sotto l'osanna
de' cieli ed il fiorir dell'infinito,
dormiva.
E videro, ecco, una capanna.
Ed ai pastori l'accennò col dito
un angelo: una stalla umile e nera,
donde gemeva un filo di vagito.
E d'un figlio dell'uomo era, ma era
quale d'agnello.
Esso giacea nel fieno
del presepe, e sua madre, una straniera,
sopra la paglia.
Era il suo primo, e il seno
le apriva; e non aveva ella né due
assi: all'albergo alcun le disse: È pieno.
Nella capanna povera le sue
lagrime sorridea sopra il suo nato,
su cui fiatava un asino ed un bue.
- Noi cercavamo Quei che vive...
- entrato
disse Maath.
Ed ella con un pio
dubbio: - Il mio figlio vive per quel fiato...
- Quei che non muore...
- Ed ella: - Il figlio mio
morrà (disse, e piangeva su l'agnello
suo tremebondo) in una croce...
- Dio...
-
Rispose all'uomo l'Universo: È quello!
II
IN OCCIDENTE
I
Grande, lungo le molte acque, al sussurro
del fiume eterno, sopra i sette monti,
bianca di marmo in mezzo al cielo azzurro,
Roma dormiva.
Agli archi quadrifronti
battea la luna; e il Tevere sonoro
fiorìa di spuma percotendo ai ponti.
Alto fulgeva col suo tetto d'oro
il Capitolio: ma la notte mesta
adombrava la Via Sacra del Foro.
Nell'ombra un lume: il fuoco era di Vesta,
che tralucea.
Nel tempio le Vestali
dormian ravvolte nella lor pretesta.
Era la notte dopo i Saturnali.
Nelle celle de' templi, sui lor troni,
taceano i numi, soli ed immortali.
Intorno alla Dea Madre i suoi leoni
giacean nel sonno.
Gli ebbri Coribanti
dormian con nell'orecchio ululi e tuoni.
Rosso di sangue uno giaceva avanti
la Dea.
Dischiuso il tempio era di Giano.
Esso attendeva, coi serrami infranti,
l'aquile che predavano lontano.
II
Roma dormiva, ebbra di sangue.
I ludi
eran finiti.
In sogno le matrone
ora vedean gladiatori ignudi.
Ne' triclini ai dormenti le corone
eran cadute, e s'imbevean le rose
nel sangue che fluì dal mirmillone.
Dormivan su le umane ossa già rose,
le belve in fondo degli anfiteatri;
e gli schiavi tornati erano cose.
Dopo la breve libertà, negli atrï
giacean gli ostiari alla catena, quali
cani la cui leggera anima latri.
Era la notte dopo i Saturnali;
ed ogni schiavo dalla tarda sera
dormiva, udendo ventilar grandi ali,
e gracidare.
Erano cigni a schiera
sul patrio fiume...
No: su l'Esquilino
erano corvi in una nube nera...
Ei tesseva e stesseva il suo destino:
vedea sua madre; poi sentia la voce
del banditore: apriva al suo bambino
le braccia, e le sentia fitte alla croce.
III
Roma dormiva.
Uno vegliava, un Geta
gladïatore.
Egli era nuovo, appena
giunto: il suo piede, bianco era di creta.
L'avean, col raffio, tratto dall'arena
del circo; e nello spolïario immondo
alcun nel collo gli aprì poi la vena,
Rantolava; il silenzio era profondo:
il cader lento d'una goccia rossa
solo restava del fragor del mondo.
Ma d'uomini gremita era la fossa
in cui giaceva.
All'occhio suo, tra un velo,
parea scoprirne e ricoprirne l'ossa.
Ed era solo, e l'uomo che col gelo
lo pungea di sua cute, più lontano
gli era del più lontano astro del cielo;
più della terra sua, più del suo piano
lunghesso l'Istro, e de' suoi bovi ch'ora
sdraiati ruminavano pian piano,
e de' suoi figli ch'attendean l'aurora,
piccoli nella lor nomade cuna,
e del suo plaustro, ch'era sua dimora,
là fermo e nero al lume della luna.
IV
E venne bianco nella notte azzurra
un angelo dal cielo di Giudea,
a nunzïar la pace; e la Suburra
non l'udiva; e nel tempio alto di Rhea
bandì la pace; e non alzò la testa
quell'uomo rosso ai piedi della Dea;
e vide, un fuoco, e disse, PACE; e Vesta
ardeva, e le Vestali al focolare
sedeano avvolte nella lor pretesta;
e vide un tempio aperto, e dal sogliare
mormorò, PACE; e non l'udì che il vento
che uscì gemendo e portò guerra al mare.
E l'angelo passò candido e lento
per i taciti trivi, e dicea, PACE
SOPRA LA TERRA!...
Udì forse un lamento...
Vegliava, il Geta...
Entrò l'angelo: PACE!
disse.
E nella infinita urbe de' forti
sol quegli intese.
E chiuse gli occhi in pace·
Sol esso udì; ma lo ridisse ai morti,
e i morti ai morti, e le tombe alle tombe
e non sapeano i sette colli assorti,
ciò che voi sapevate, o catacombe.
FINE
Note:
[1] In un mio libro, non troppo fortunato, che s'intitola Miei Pensieri di varia Umanità (Messina, Muglia, 19O3), parlo, nel Fanciullino, di questa malattia che non è, a dir vero, di letteratura, come era stampato nella I ed.
dei P.
C., ma di storia letteraria, come ho corretto in questa II.
"(La Poesia) la dividiamo per secoli e scuole, la chiamiamo arcadica, romantica, classica, veristica, naturalistica, e va dicendo.
Affermiamo che progredisce, che decade, che nasce, che muore, che risorge, che rimuore.
In verità la poesia è tal meraviglia, che se voi fate una vera poesia, ella sarà della stessa qualità che una vera poesia di quattromila anni sono.
Come mai? Così: l'uomo impara a parlare tanto diverso o tanto meglio, di anno in anno, di secolo in secolo, di millennio in millennio; ma comincia con far gli stessi vagiti e guaiti in tutti i tempi e luoghi.
La sostanza psichica è uguale nei fanciulli di tutti i popoli.
Un fanciullo è fanciullo allo stesso modo da per tutto.
E quindi, né c'è poesia arcadica, romantica, classica, né poesia italiana, greca, sancrita; ma poesia soltanto, soltanto poesia, e...
non poesia.
Si: c'è la contraffazione, la sofisticazione, l'imitazione della poesia, e codesta ha tanti nomi.
Ci sono persone che fanno il verso agli uccelli; e al fischio sembrano uccelli; e non sono uccelli, sì uccellatori.
Ora io non so dire quanta vanità sia la storia di codesti ozi..."
E più oltre: "(Noi in Italia) ragioniamo e distinguiamo troppo.
Quella scuola era migliore, questa peggiore.
A quella bisogna tornare, a questa rinunziare.
No: le scuole di poesia sono tutte peggio, e a nessuna bisogna addirsi.
Non c'è poesia che la poesia.
Quando poi gl'intendenti, perché uno fa, ad esempio, una vera poesia su un gregge di pecore, pronunziano che quel vero poeta è un arcade: e perché un altro, in una vera poesia ingrandisce straordinariamente una parvenza, proclamano che quell'altro vero poeta pecca di secentismo: ecco gl'intendenti scioccheggiano e pedanteggiano nello stesso tempo.
Qualunque soggetto può essere contemplato dagli occhi profondi del fanciullo interiore: qualunque tenue cosa può a quegli occhi parere grandissima.
Voi dovete soltanto giudicare (se avete questa mania di giudicare), se furono quegli occhi che videro; e lasciar da parte secento e arcadia."
E anche: "E le scuole ci legano.
Le scuole sono fili sottili di ferro, tesi tra i verdi mai della foresta di Matelda: noi, facendo i fiori, temiamo ad ogni tratto d'inciampare e di cadere.
L'ho già scritto: se uno si abbandona alle delizie della campagna, teme che lo chiamino arcade..."
Ma io lascierò dire.
...
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