POEMI DEL RISORGIMENTO, di Giovanni Pascoli - pagina 7
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Era un pastore dalle membra nude
che seminava l'avvenir di Roma.
Aveva atteso te, la primavera
tua, la ma stella.
Anche di lì cacciato,
spingevi innanzi la tribù tua fiera,
volgendo il capo, ed obbedendo al fato.
T'era alle spalle, simigliante a notte
oscura, te seguendo sempre al varco,
una grande ombra in mezzo a nubi rotte,
l'ombra di lui, con nudo e teso l'arco.
Ma tu posasti, dove due fiumane
angolo fanno, certo del destino.
Si sparse intorno per capanne e tane
il tuo tenace popolo Taurino.
Appiè dell'Alpi t'accostasti come
sopra una soglia.
Il tuo viaggio vano
pensavi e il lido cui tu desti il nome,
e l'avvenire, grande, alto, lontano.
III
Itale vergini, Alpi dal bel velo
bianco, tendenti all'alto, che la veste
lasciate lungi dagli sguardi impuri,
la veste, sì, di prati e di foreste
cader lasciate, ma soltanto in cielo:
di quali voci allora e qual concento
empian le Madri i neri boschi cupi!
quali lontani portentosi auguri
gemean negli antri, o dritte sulle rupi
gridavan alto tra la neve e il vento!
- Un re verrà (fermo è nel fato e fisso)
dalla sventura.
Caccerà camosci
per l'Alpi sue.
Sempre nel cuore il fischio
avrà dei venti, sempre avrà gli scrosci
delle valanghe e l'anelante abisso.
Il re vedrà, tra nubi grigie e meste,
un segno bianco e snuderà la spada.
Il re porrà tutto sé stesso al rischio
per liberare tutta la contrada,
alzando al cielo il suo segno celeste.
Il re trarrà dalle grandi Alpi al piano
di nuovo il Toro; dal suo doppio fiume,
lungo la terra della stella, al mare;
a riveder la prima Italia al lume
del pino acceso dal suo gran vulcano.
Questi, quel Donno, il Regolo fatale.
Gl'Itali udrà gridare di dolore.
Gl'Itali lo vedranno cavalcare
con l'asta lunga.
O Roma, egli, vittore,
dell'elmo ferreo t'armerà, che ha l'ale.
-
Così le madri predicean nel santo
orror dei boschi, ed ora al sacro fonte
sotterra dell'Eridano.
E, pur bassa
fosse la voce, trascorrea dal monte
Vesulo sino al mare Adriaco il canto.
Via via le ripe faceano eco; e in doppi
lunghi filari le sorelle fise
a rimirar l'acqua ch'eterna passa,
tutte, in udir, crollavano improvvise
le loro chiome tremule di pioppi.
Abbrividiano come per un blando
soffio di venti.
Un dolce suono usciva
dalle lor foglie ov'era un usignolo.
Così lunghesso la lunata riva
parcano andare in compagnia, cantando.
Faceano un solo inno d'amore i puri
virginei canti.
E tu, come una nave
bianca dall'acqua fluttuando a volo,
cantavi ancor più forte e più soave
le morti, o cigno, degli eroi futuri.
Gli eroi nel bosco del perenne alloro
erano insieme assisi al sacro fonte
dell'Eridano, e tutti, redimita
già delle vitte candide la fronte,
diceano l'inno della gloria in coro.
Anime pure, anime senza sangue
erano ancora, ancor sul limitare;
che alfin trovato il lume della vita,
alla lor Patria dar la vita, dare
tutto voleano alla lor Patria il sangue.
IV
Taurina gente, sacra sin dagli anni
primi all'Italia, o fuochi accesi in vetta
delle bianche Alpi, o saldi cuori e forti,
o guardie eterne poste a vigilare
l'estrema, immensa, ardua trincèa di Roma!
L'avea, la forza del maggior nemico,
varcata già la cerchia di granito,
le avea forzate l'ultime muraglie
sacre d'Italia e della sacra Roma.
Veniva già col vento e la tempesta,
invisibile in mezzo alla tormenta.
Sul capo suo cadeva franto il cielo
che nascondea nel polverìo le turbe.
Per cime e valli andava, e il suo cammino
dalle macerie era, del cielo, ingombro.
Ma egli andava, come in un gran sogno,
sempre, non mai volgendo gli occhi, avanti.
Intorno a lui sonava il faticoso
nitrito de' cavalli, a cui le sabbie,
auree nel caldo anelito del sole,
rideano al cuore; avvezze a pascolare
sotto le palme, le turrite mandre
barcollanti incedean degli elefanti.
Alle sue spalle, un fragor grande, crolli,
fuga, tumulto, e scrosci di foreste
schiantate e grosso crepitar di fiamme.
Era un serpente enorme che con torve
spire seguiva, e i culti campi larga-
mente prostrava e sradicava i boschi
e con la coda distruggea le intere
città; che tutto con la bocca ardente
dava alle fiamme, insieme, ed alla morte.
Era la vïolenta idra straniera,
la sventura d'Italia, che d'allora
avrebbe osato rompere i confini
sacri, in eterno, e sulla devastata
terra l'immane corpo arrotolare
e covar sopra ceneri di messi
e sopra roghi di città distrutte.
Allora in prima il mal serpente infranse,
per farsi via, le rupi ond'è costrutto,
insino al cielo, il Termine d'Italia;
Termine immenso che da mare a mare,
col fondamento nel lor fondo, incurva
sé stesso e sembra, a Dio caduto, un arco.
Allora in prima con le spade in mano
guizzanti, voi sbalzaste su, Taurini,
e sulla soglia della patria terra
gettaste il sangue, sin d'allor col sangue
segnando il patto con il vostro fato.
Ma voi vedeste chi, le italiche Alpi,
da questa Italia le ascendea Romano;
ma voi vedeste poi le italiche armi
oltre i confini propagar la pace
del giusto Lazio.
In mezzo a voi, Taurini,
come nel marmo in cui la vita scorra,
Cesare apparve.
Nel paludamento
imperïale ei conducea l'Alauda
fulva le chiome: intorno a lui le scuri
nei fasci, e i pili della sua coorte.
Oppur liete parole egli intrecciava
coi fidi amici, o nella molle cera
solchi imprimea col vomere, gittando
in quella il seme del suo gran pensiero.
Ora i fasti romani, ora le guerre
per terra e mare, e il mondo vinto, e, in mezzo
ai suoi trionfi e alla sua pace, Roma;
or meditava arguti versi e dolci
esili carmi, e si beava il cuore.
Qui mentre un dì cadea la neve a fiocchi,
dicono, entrò nella capanna trista
d'un re selvaggio.
Largo il re, di latte
giovò gl'ignoti, e loro appose i frusti
d'uno stambecco.
E la coorte in tanto
motti avventava contro il re dei monti,
gran cacciatore, e l'un mostrava all'altro
quel re seduto sulla panca al fuoco,
rugoso in fronte ed accigliato.
Ed uno
disse: «E' mi pare il dio Cernunno, il dio
della ricchezza, con le corna in capo.»
Cesare, grave, disse allora: «Io primo
sia qui piuttosto che secondo in Roma!»
Regolo alpino, tu balzasti allora,
a un tratto, su, dalla massiccia panca.
Di nera luce ardevano al Romano
gli occhi mortali; dalle tue pupille,
splendeano ignude due cerulee spade.
Nel focolare arse più chiaro il fuoco,
vampeggiò, crepitò, fece faville.
E per le forre, con un'eco arcana
dell'infinito, a lungo mugliò una
raffica, come se parlasse il Tempo.
Allora avanti Cesare quel Gallo,
irto di peli il labbro, stette, e parve
grande del pari, ed esclamò: «L'augurio
accetto.
Viva io qui tranquillo e pago
di questo regno povero, cacciando
i cervi, errando pei selvaggi monti,
fin ch'io non possa essere il primo in Roma!»
Risero tutti, sì, ma la lontana
posterità ventò sulla coorte,
quasi alitando i secoli futuri.
Cesare quindi una città di guerra
fece ai Taurini, e la munì di vallo,
e di due torri ornò le porte, e, cauto
dell'avvenire, i veterani astati
pose in questo romano accampamento,
forti coi forti.
E la quadrangolare
città nel suolo si piantò, sicura
per le sue pietre e più per i suoi cuori.
A destra poi, per una grande porta,
badava ad ogni voce, ad ogni suono,
se udisse mai venire le coorti,
se un clangor, lungi, si levasse al vento,
frangesse il vento uno squillar di trombe,
la via strepesse al duro cuoio e ai chiodi
della legione, e Roma ritornasse:
o se, di tra gli stipiti rimasti
l'eterna fuga a contemplar degli anni,
s'avesse alfine a ritornare a Roma.
Fuggiva il tempo, e l'acqua dei due fiumi
fuggiva anch'ella, in grande oblìo di tutto.
Dalle sue porte la città spiava
i quattro venti, rivolgendo a un tratto
l'attento orecchio ognor dall'Alpi a Roma.
Ecco luccicar d'armi ampio e di schiere.
Ferro era tutto, che copria cavalli
e cavalieri, e tutto il piano era aspro
come di fulva ruggine di ferro.
- Romani voi? Partiti sì da Roma,
ma non Romani.
Dove i pili e i valli?
Che v'appiattate sotto il fosco ferro? -
Ed altre schiere ecco venir dall'Alpi
traboccando dall'alto arco dell'ampia
porta d'Italia.
Per il ciel sereno
in faccia ad essi era una bianca croce.
Stupore ebbe le genti, e il condottiere
- Prendi l'insegna della tua vittoria! -
udì.
Vinsero in vero, e le lor brevi
spade la via trovarono del sangue
sotto le squamme, in mezzo al vostro cielo
restò, Taurini, quella bianca croce,
ora lucente nell'azzurro, ed ora
scialba, e da un triste nimbo incoronata;
finché quel segno fu dalla vittoria
ripreso in mano, quando, o Italia, forte
martire, Italia, delle genti, orlavi,
recando in alto la tua verde palma,
la veste bianca di purpureo sangue.
E Roma intanto dalle sette cime
era crollata, e dell'Esperia guasta
da ferro e fuoco, nulla più che l'ombra
era, del nome.
E tempo corse, e il nome
anche svanì, come in un rogo immenso
ultima brilla e muore una favilla.
Duca era allora dei Taurini un uomo
di quei barbari, che nemici a Roma
avea la biondeggiante Elba mandati.
Il duca era partito per le liete
nozze del re, per le fiorenti mense.
Appena giunto era nell'aula: un tuono
rimbombò, subito, ed un lampo insieme
illuminò per l'aula le criniere
fulve e le barbe e le dense aste e l'azze
razzanti, e il re.
Li scosse e impietrò tutti,
ed il palagio con un lungo rombo
scrollò.
- Del re breve la vita e il regno!
Duca Agilulf, diremo noi tra breve
te re.
- Queste parole e' le nascose
nel cuore, il duca, e ne ronzava il cuore
profondo.
Ma non volsero molti anni:
furono vere.
Né, concordi, a grida
sonore i duchi porsero a lui l'asta,
a lui dicendo di regnar su loro;
ma la regina fu che il regno e un colmo
calice, prima a fior di labbro attinto,
offerse a lui di rosso italo puro
vino, e gli disse: «Generose genti
come codesto vino vendemmiato,
Re Agilulf, su colli che il sole ama,
tu reggerai; ma l'arte dell'impero
è presso loro, e tu da lor l'apprendi.»
Fecero quindi un tempio.
Era, sull'alba
dei secoli, uno errante nel deserto.
«Fate le vie» gridava, «e le spargete
di palme: l'Aspettato è per venire!»
Fecero a lui di marmo un tempio, e dono
posero, in esso una corona d'oro
fulgida, cui cingesse l'aspettato,
il re d'Italia ch'era omai per via.
Ma l'oro puro intorno inanellato
era di ferro, che già ferreo chiodo
fu della croce.
- Oh! come tutto è vero!
Ma lo vedranno i secoli lontani.
Vero! Alla croce sarà reso il chiodo!
Vero! Al sovrano de' Taurini resa
sarà l'aurea corona.
Egli su tutta
l'Italia re dominerà.
L'Italia
renderà questi agli Itali e al destino.
Ma dopo lunghi secoli con molto
purpureo sangue, ma con fuoco e ferro! -
Allor col ferro impresero i Taurini
a perigliar la cara vita, e sempre
alla futura patria addimostrarsi,
in disventura ed in povertà, forti.
E sì pareano immemori del fato
e pur del nome e dei costumi antichi
e del linguaggio che fu già di Roma.
Né più le genti capo avean: l'augusta
città fatta straniera: e valli e monti
dell'armi ostili eran per tutto ingombri.
E tramontata era la sacra insegna,
né v'era alcuno che levarla al cielo
potesse ancora: Donno era lontano;
esilïato Donno era dalle Alpi.
Presso i due fiumi, come corpo morto,
come travolto da una gran valanga,
Toro progenitore, eri prostrato:
quando, Testa di ferro, tutto ferro,
alto levando, come alfier, la spada,
puntando ai fianchi del destrier gli sproni,
egli tornò.
Tornava dall'esilio:
dalla vittoria.
E il popolo Taurino
gridò: «Già viene! Ecco il signor con noi!
Vero il tuo nome dice Emanuele!»
Egli ristette e il suo cavallo immane
fermò, trasse le redini, e nascose
nella guaina la sua grande spada.
Non fosti tu, tu stesso, che, tre volte
volti cent'anni, la levasti al sole?
Grida di morte, grida di dolore,
in ogni tempo, d'ogni parte, al cuore
giungeano ardenti.
Quel rapace drago
strisciava per la terra della sera,
tutto abbattendo, e il popolo le ingiuste
verghe provava e le superbe scuri
dei re tiranni.
Sì, ma tu le udisti
quelle infinite grida di dolore,
la grande spada tu, d'un dì, snudasti,
la croce bianca tu, d'un dì, levasti.
Oltra Ticino, sommovesti all'armi
tutte le genti e le guidasti a guerra
ch'è santa e pia, se libera e redime.
Poi col tuo nome mille eroi due navi
salgono, e vanno all'isola che porta
chiare di dei, di semidei, le traccie.
Rossa la veste dei remigatori
divini; capo era il divino Ulisse.
E tu combatti ancora e sempre.
Alfine
re dell'Italia tutta imponi al capo
il ferro e l'oro della sua corona.
La croce alfine segno di vittoria,
splendé dal cielo sulla terra verde
ch'ha neve al sommo e che nel fondo ha fuoco.
Ed a nessuno e in nulla mai secondo,
piccolo alpino re selvaggio, a Roma
stai grande, e resti eternamente a Roma.
V
Accampamento fatto a piè del monte
già dal grifagno Cesare ai futuri
figli d'Italia, o tempio dei vessilli,
o ara donde il Console gli augùri
prendeva, augusti, col nemico a fronte!
Per guerre, qui di secoli lontani,
erano poste le aquile dell'oro;
qui ripetea la bùccina i suoi squilli
brevi, che un coro ricevea canoro
di trombe e il busso dei timpani vani.
Qui sempre il suolo trito di stridenti
plaustri, qui di concordi ferree péste.
Erano le coorti e le legioni.
Qui si guardava la purpurea veste
da dar, sull'alba della pugna, ai venti.
Qui sempre avvenne di mirar le squadre
dei fluttuanti veliti e il tumulto
delle torme dai quadruplici tuoni;
qui sempre alcun triario, come sculto,
star tra' novelli: - Narra dunque, o padre! -
Perché accampato in questo accampamento
era un ultimo esercito romano.
La sua milizia era infinita e dura.
Esso tra il monte s'attendava e il piano,
fedele ad un antico giuramento.
Scórsero gli anni e i secoli.
Ed armato
esso aspettava di ritornar, quando
fosse chiamato, sotto quelle mura.
Aspettò qui per secoli, il comando;
ma Roma ve l'avea dimenticato.
Bianchi frattanto, sotto il muschio e i pruni,
marmi e colonne e lapidi, grandi orme
della gran madre, archi e sepolcri infranti,
vedeano intorno, e dure austere forme,
stele di primipili e di tribuni.
Vedean già rotti ancor salire al monte
archi che l'acque conduceano al basso.
Parean lontane file di giganti,
d'ardui giganti, i quali passo passo
salìan con l'urne, un dopo l'altro, al fonte.
E custodìano, nel domar la rude
terra, l'antica arte e l'antico onore
dei forti aratri e delle industri falci.
Ondeggia il campo di frumento in fiore,
di verdi steli ondeggia la palude!
Verdi, i bei campi, verdi, le canore
acque, ma più sorridono i giocondi
clivi con l'ampio serpeggiar dei tralci,
donde i purpurei calici ed i biondi,
che dànno gioia o dànno forza al cuore.
L'un vino, austero per gli austeri, ed abbia
lode dai forti.
L'altro poi s'effonde
aureo nell'ampio calice iridato
col tremolante mormorio dell'onde
cui, vasta, succhia, nel tornar, la sabbia.
Ma l'uno e l'altro, è bello, tra i nepoti
e i dolci amici, nella patria terra,
bere in convito parco, ove l'armato
deposte l'armi narri della guerra
e sciolga, salvo e di sé pago, i voti.
VI
Salve, o città forte di vallo e fosso!
salve, o bivacco italico di scelte
anime! o campo che non fu mai mosso!
o insegne mai dal loro suolo svelte!
Te la dea Roma disegnò quadrata,
qual essa fu, premendo il solco a fondo,
col grande aratro dalla prua ferrata,
con cui fendé fecondatrice il mondo.
Come legione ferrea che si schiera,
con pari file, dritte e quadre, invade
il vasto campo; così tu, guerriera,
con le tue case e con le tue contrade.
In te milizia è tutto; anche l'austere
voci e parole e l'anime dei tuoi;
che, se squilli la tromba del dovere,
corrono a morte, umili ed alti eroi.
Né, pur sempre crescendo in ogni parte,
oblìo ti prese del mensor di Roma,
o fida al primo cardine, ed all'arte,
ubbidïente, dell'antica groma.
Ma le diritte nuove strade intorno
son or tenute da coorti nuove,
e un fragor d'armi nuovo, e notte e giorno,
l'immenso accampamento empie e sommuove.
Sono telai dalle infinite spole,
dagli infiniti pettini sonanti;
sono gran magli che sulla gran mole
del rosso ferro piombano incessanti.
Esce il vapor con fischi di tempesta.
Ogni metallo intenerisce e strugge.
Morsa da mille denti ogni foresta
si fende e scinde, e intanto freme e fugge.
Fiumi lontani che, da un alto balzo,
a valle giù precipitano bianchi
di schiuma, un uom divino, nel rimbalzo
loro, li prese e li serrò nei fianchi.
Così cavalli come prima, a schiere
ubbidïenti, li guidò dall'erte
al piano, dando ai vento le criniere,
spruzzando l'acqua dalle froge aperte.
Mentre là stanno tra ghiacciai, tra foci
crine, lontani dal rumor del volgo;
li chiama un cenno, un lieve urto, e veloci
scendono più del solco della folgore...
ove con morsi e redini li frena
l'artiere, o caccia con la sferza al segno;
l'artier che intento a un canto di sirena
doma, con loro, il ferro, il marmo, il legno.
Non solo.
I chicchi ai bimbi e' foggia, e, come
pegni d'amor, già prima li accarezza;
ciò che ti fa non nota sol per nome,
ma dolce ancora d'intima dolcezza,
ad ogni madre, o città buona, o pia
madre su tutte, che con dolce affetto
la prole tua, per tanta ch'ella sia,
tutta la stringi e te la scaldi al petto.
A lei prepari i bei giardini in fiore,
le scuole ornate, l'agile palestra:
così ti muti, non mutando amore,
da dolce madre, in dolce e pia maestra.
O Iulia Augusta armipotente! In pace,
non sembri un campo cinto d'armi attorno;
un nido sembri, un gran nido loquace
di mille cuori salutanti il giorno;
schiere bensì, ma parvole, vestite
di bianco e rosa, altre e le stesse ogni anno:
né paga tu di tante proprie vite,
altre ne cerchi che pur me saranno.
O Grande Madre, hai del tuo grande cuore
dato ai fanciulli, dato alle fanciulle,
o sotto volte splendide e sonore,
o sotto travi di capanne brulle.
A tutti, a tutte! Sia dolore o gioia
la vita loro, spremi a lor quel pianto
che fa non che l'un cresca e l'altra muoia:
fa pia la gioia ed il dolor fa santo.
Simili quindi, ormai stretti ad un patto,
ad una mensa siedono imbandita
del pane stesso.
O festa del riscatto
sul limitar del tempio e della vita!
O sacrifizio onde ogni dì t'elevi,
Amor, Pietà, Pace albeggiante, a volo!
O fiori umani, tremoli di lievi
petali, o fiori che ne fate un solo!
Viene scorrendo sulle penne, appena
battute, viene, lievemente anelo,
lo stormo e un inno per la via serena
canta, che pare un astro nuovo in cielo...
VII
E voi cantate - ché la madre Italia
non altre voci ode al cuor suo più care -
cantate dunque: Italia! Italia! Italia!
Gracili voci: ma da queste pare
balzar l'eco di quelle dei grandi avi:
marcie, comandi, cariche, fanfare.
Dite, o fanciulli e vergini soavi,
l'Italia ch'ora è su lontane sponde:
la Patria: itale tende, itale navi.
Forse il gabbier ch'esplora ciò che asconde
la notte e il flutto, in mezzo al ciel sospeso,
sopra l'oscuro murmure dell'onde;
forse il vegliante bersaglier, che, teso
l'Occhio nel buio, tra' palmizi esplora
un guizzo spento prima ancor che acceso;
alzano il capo a quel trillar d'aurora,
levano gli occhi all'improvvisa romba,
all'improvvisa nuvola canora.
- Era sepolta; e il nome sulla tomba
era la lode simile ad oltraggio:
ma balzò su, come ad un suon di tromba.
Balzò, sbocciò, come un fiorir di maggio.
Ecco, sublime con la spada in mano,
al mondo chiede il suo grande retaggio.
Ogni straniero ella cacciò lontano,
ogni barbarie, gli altrui mali e i suoi,
e il suo destino strinse a sé, romano.
-
Per onde e sabbie i giovinetti eroi
in sentinella, dànno il «Chi va là?».
- Quella ch'è dietro voi, ch'è innanzi voi,
ch'è sopra voi: l'Italia, eroi, che va! -
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