RIME, di Dante Alighieri - pagina 2
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Credo che de lo ciel fosse soprana,
e venne in terra per nostra salute:
là 'nd'è beata chi l'è prossimana.
XXIII
Onde venite voi così pensose?
Ditemel, s'a voi piace, in cortesia,
ch'ì ho dottanza che la donna mia
non vi faccia tornar così dogliose.
Deh, gentil donne, non siate sdegnose,
né di ristare alquanto in questa via
e dire al doloroso che disia
udir de la sua donna alquante cose;
avvegna che gravoso m'è l'udire:
sì m'ha in tutto Amor da sé scacciato
ch'ogni suo atto mi trae a ferire.
Guardate bene s'ì son consumato,
ch'ogni mio spirto comincia a fuggire,
se da voi, donne, non son confortato.
XXIV
"Voi, donne, che pietoso atto mostrate,
chi è esta donna che giace sì venta?
sarebbe quella ch'è nel mio cor penta?
Deh, s'ella è dessa, più non mel celate.
Ben ha le sue sembianze sì cambiate,
e la figura sua mi par sì spenta,
ch'al mio parere ella non rappresenta
quella che fa parer l'altre beate".
"Se nostra donna conoscer non pòi,
ch'è sì conquisa, non mi par gran fatto,
però che quel medesmo avvenne a noi.
Ma se tu mirerai il gentil atto
de li occhi suoi, conosceraila poi:
non pianger più, tu sé già tutto sfatto".
XXV
Un di' si venne a me Malinconia
e disse: "Io voglio un poco stare teco";
e parve a me ch'ella menasse seco
Dolore e Ira per sua compagnia.
E io le dissi: "Partiti, va' via";
ed ella mi rispose come un greco:
e ragionando a grande agio meco,
guardai e vidi Amore, che venia
vestito di novo d'un drappo nero,
e nel suo capo portava un cappello;
e certo lacrimava pur di vero.
Ed eo li dissi: "Che hai, cattivello?"
Ed el rispose: "Eo ho guai e pensero
ché nostra donna mor, dolce fratello".
XXVI
[DANTE A FORESE]
Chi udisse tossir la malfatata
moglie di Bicci vocato Forese,
potrebbe dir ch'ell'ha forse vernata
ove si fa 'l cristallo, in quel paese.
Di mezzo agosto la truovi infreddata:
or sappi che de' far d'ogni altro mese...;
e non le val perché dorma calzata,
merzé del copertoio c'ha cortonese.
La tosse, 'l freddo e l'altra mala voglia
no l'addovien per omor' ch'abbia vecchi,
ma per difetto ch'ella sente al nido.
Piange la madre, c'ha più d'una doglia,
dicendo: "Lassa, che per fichi secchi
messa l'avrè 'n casa del conte Guido".
XXVII
[DANTE A FORESE]
Ben ti faranno il nodo Salamone,
Bicci novello, è petti de le starne,
ma peggio fia la lonza del castrone,
ché 'l cuoio farà vendetta de la carne;
tal che starai più presso a San Simone,
se tu non ti procacci de l'andarne:
e 'ntendi che 'l fuggire el mal boccone
sarebbe oramai tardi a ricomprarne.
Ma ben m'è detto che tu sai un'arte
che, s'egli è vero, tu ti puoi rifare,
però ch'ell'è di molto gran guadagno;
e fa sì, a tempo, che tema di carte
non hai, che ti bisogni scioperare;
ma ben ne colse male à fì di Stagno.
XXVIII
[DANTE A FORESE]
Bicci novel, figliuol di non so cui
(s'ì non ne domandasse monna Tessa),
giù per la gola tanta roba hai messa
ch'a forza ti convien tòrre l'altrui.
E già la gente si guarda da lui,
chi ha borsa a lato, là dov'è s'appressa
dicendo: "Questi c'ha la faccia fessa,
è piuvico ladron negli atti sui".
E tal giace per lui nel letto tristo,
per tema non sia preso a lo 'mbolare,
che gli appartien quanto Giosepp'a Cristo.
Di Bicci e de' fratei posso contare
che, per lo sangue lor, del malacquisto
sanno a lor donne buon' cognati stare.
XXIX
Voi che savete ragionar d'Amore,
udite la ballata mia pietosa,
che parla d'una donna disdegnosa,
la qual m'ha tolto il cor per suo valore.
Tanto disdegna qualunque la mira,
che fa chinare gli occhi di paura,
però che intorno à suoi sempre si gira
d'ogni crudelitate una pintura;
ma dentro portan la dolze figura
ch'a l'anima gentil fa dir: "Merzede",
sì vertuosa che, quando si vede,
trae li sospiri altrui fora del core.
Par ch'ella dica: "Io non sarò umile
verso d'alcun che ne li occhi mi guardi,
ch'io ci porto entro quel segnor gentile
che m'ha fatto sentir de li suoi dardi".
E certo ì credo che così li guardi
per vederli per sé quando le piace,
XXX
Poscia ch'Amor del tutto m'ha lasciato,
non per mio grato,
ché stato non avea tanto gioioso,
ma però che pietoso
fu tanto del meo core
che non sofferse d'ascoltar suo pianto;
ì canterò così disamorato
contra 'l peccato,
ch'è nato in noi, di chiamare a ritroso
tal ch'è vile e noioso
con nome di valore
cioè di leggiadria, ch'è bella tanto
che fa degno di manto
imperial colui dov'ella regna:
ell'è verace insegna
la qual dimostra ù la vertù dimora
per ch'io son certo, se ben la difendo
nel dir com'io la 'ntendo,
XXXI
Parole mie che per lo mondo siete,
voi che nasceste poi ch'io cominciai
a dir per quella donna in cui errai:
"Voi che 'ntendendo il terzo ciel movete",
andatevene a lei, che la sapete,
chiamando sì ch'ell'oda i vostri guai;
ditele: "Noi siam vostre, ed unquemai
più che noi siamo non ci vederete".
Con lei non state, ché non v'è Amore,
ma gite a torno in abito dolente
a guisa de le vostre antiche sore.
Quando trovate donna di valore,
gittatelevi à piedi umilemente,
dicendo: "A voi dovem noi fare onore".
XXXII
O dolci rime che parlando andate
de la donna gentil che l'altre onora,
a voi verrà, se non è giunto ancora,
un che direte: "Questi è nostro frate".
Io vi scongiuro che non l'ascoltiate,
per quel signor che le donne innamora,
ché ne la sua sentenzia non dimora
cosa che amica sia di veritate.
E se voi foste per le sue parole
mosse a venire inver' la donna vostra,
non v'arrestate, ma venite a lei.
Dite: "Madonna, la venuta nostra
è per raccomandarvi un che si dole,
dicendo: Ov'è 'l disio de li occhi miei?"
XXXIII
Due donne in cima de la mente mia
venute sono a ragionar d'amore:
l'una ha in sé cortesia e valore,
prudenza e onestà in compagnia;
l'altra ha bellezza e vaga leggiadria,
adorna gentilezza le fa onore:
e io, merzé del dolce mio signore,
mi sto a pie' de la lor signoria.
Parlan Bellezza e Virtù a l'intelletto
e fan quistion come un cor puote stare
intra due donne con amor perfetto.
Risponde il fonte del gentil parlare
ch'amar si può bellezza per diletto
e puossi amar virtù per operare.
XXXIV
"I' mi son pargoletta bella e nova,
che son venuta per mostrare altrui
de le bellezze del loco ond'io fui.
I' fui del cielo, e tornerovvi ancora
per dar de la mia luce altrui diletto;
e chi mi vede e non se ne innamora
d'amor non averà mai intelletto,
ché non mi fu in piacer alcun disdetto
quando Natura mi chiese a Colui
che volle, donne, accompagnarmi a vui.
Ciascuna stella ne li occhi mi piove
del lume suo e de la sua vertute;
le mie bellezze sono al mondo nove,
però che di là su mi son venute:
le quai non posson esser canosciute
se non da canoscenza d'omo in cui
Amor si metta per piacer altrui".
Queste parole si leggon nel viso
XXXV
Perché ti vedi giovinetta e bella,
tanto che svegli ne la mente Amore,
pres'hai orgoglio e durezza nel core.
Orgogliosa sé fatta e per me dura,
po' che d'ancider me, lasso, ti prove:
credo che 'l facci per esser sicura
se la vertù d'Amore a morte move.
Ma perché preso più ch'altro mi trove,
non hai respetto alcun del mì dolore.
Possi tu spermentar lo suo valore.
XXXVI
Chi guarderà già mai sanza paura
ne li occhi d'esta bella pargoletta,
che m'hanno concio sì che non s'aspetta
per me se non la morte, che m'è dura?
Vedete quanto è forte mia ventura,
che fu tra l'altre la mia vita eletta
per dare essemplo altrui ch'uom non si metta
in rischio di mirar la sua figura.
Destinata mi fu questa finita,
da ch'un uom convenia esser disfatto,
perch'altri fosse di pericol tratto;
e però, lasso, fùio così ratto
in trarre a me 'l contrario de la vita
come vertù di stella margherita.
XXXVII
Amor, che movi tua vertù da cielo
come 'l sol lo splendore,
che là s'apprende più lo suo valore
dove più nobiltà suo raggio trova;
e come el fuga oscuritate e gelo,
così, alto segnore,
tu cacci la viltate altrui del core,
né ira contra te fa lunga prova:
da te conven che ciascun ben si mova
per lo qual si travaglia il mondo tutto;
sanza te è distrutto
quanto avemo in potenzia di ben fare,
come pintura in tenebrosa parte,
che non si può mostrare
né dar diletto di color né d'arte.
Feremi ne lo cor sempre tua luce,
come raggio in la stella,
poi che l'anima mia fu fatta ancella
XXXVIII
Io sento sì d'Amor la gran possanza
ch'io non posso durare
lungamente a soffrire, ond'io mi doglio:
però che 'l suo valor si pur avanza,
e 'l mio sento mancare
sì ch'io son meno ognora ch'io non soglio.
Non dico ch'Amor faccia più ch'io voglio,
ché, se facesse quanto il voler chiede,
quella vertù che natura mi diede
non sosterria, però ch'ella è finita:
ma questo è quello ond'io prendo cordoglio,
che a la voglia il poder non terrà fede;
e se di buon voler nasce merzede,
io l'addimando per aver più vita
da li occhi che nel lor bello splendore
portan conforto ovunque io sento amore.
Entrano i raggi di questi occhi belli
né miei innamorati,
XXXIX
[DANTE ALL'IGNOTO]
Io Dante a te, che m'hai così chiamato,
rispondo brieve con poco pensare,
però che più non posso soprastare,
tanto m'ha 'l tuo pensier forte affannato.
Ma ben vorrei saper dove e in qual lato
ti richiamasti, per me ricordare:
forse che per mia lettera mandare
saresti d'ogni colpo risanato.
Ma s'ella è donna che porti anco vetta,
sì 'n ogni parte mi pare esser fiso
ch'ella verrà a farti gran disdetta.
Secondo detto m'hai ora, m'avviso
che ella è d'ogni peccato netta
come angelo che stia in paradiso.
XL
[DANTE A CINO]
I' ho veduto già senza radice
legno ch'è per omor tanto gagliardo
che què che vide nel fiume lombardo
cader suo figlio, fronde fuor n'elice;
ma frutto no, però che 'l contradice
natura, ch'al difetto fa riguardo,
perché conosce che saria bugiardo
sapor non fatto da vera notrice.
Giovane donna a cotal guisa verde
talor per gli occhi sì a dentro è gita
che tardi poi è stata la partita.
Periglio è grande in donna sì vestita:
però l'affronto de la gente verde
parmi che la tua caccia non seguer de'.
XLI
[DANTE A CINO]
Perch'io non trovo chi meco ragioni
del signor a cui siete voi ed io,
conviemmi sodisfare al gran disio
ch'ì ho di dire i pensamenti boni.
Null'altra cosa appo voi m'accagioni
del lungo e del noioso tacer mio
se non il loco ov'ì son, ch'è sì rio
che 'l ben non trova chi albergo li doni.
Donna non ci ha ch'Amor le venga al volto,
né omo ancora che per lui sospiri;
e chi 'l facesse, qua sarebbe stolto.
Oh, messer Cin, come 'l tempo è rivolto
a danno nostro e de li nostri diri,
da po' che 'l ben è sì poco ricolto.
XLII
Messer Brunetto, questa pulzelletta
con esso voi si ven la pasqua a fare:
non intendete pasqua di mangiare,
ch'ella non mangia, anzi vuol esser letta.
La sua sentenzia non richiede fretta
né luogo di romor né da giullare;
anzi si vuol più volte lusingare
prima che 'n intelletto altrui si metta.
Se voi non la intendete in questa guisa,
in vostra gente ha molti frati Alberti
da intender ciò ch'è posto loro in mano.
Con lor vi restringete sanza risa;
e se li altri de' dubbî non son certi,
ricorrete a la fine a messer Giano.
XLIII
Io son venuto al punto de la rota
che l'orizzonte, quando il sol si corca,
ci partorisce il geminato cielo,
e la stella d'amor ci sta remota
per lo raggio lucente che la 'nforca
sì di traverso che le si fa velo;
e quel pianeta che conforta il gelo
si mostra tutto a noi per lo grand'arco
nel qual ciascun di sette fa poca ombra:
e però non disgombra
un sol penser d'amore, ond'io son carco,
la mente mia, ch'è più dura che petra
in tener forte imagine di petra.
Levasi de la rena d'Etiopia
lo vento peregrin che l'aere turba,
per la spera del sol ch'ora la scalda;
e passa il mare, onde conduce copia
di nebbia tal che, s'altro non la sturba,
XLIV
Al poco giorno e al gran cerchio d'ombra
son giunto, lasso, ed al bianchir de' colli,
quando si perde lo color ne l'erba:
e 'l mio disio però non cangia il verde,
sì è barbato ne la dura petra
che parla e sente come fosse donna.
Similemente questa nova donna
si sta gelata come neve a l'ombra:
ché non la move, se non come petra,
il dolce tempo che riscalda i colli,
e che li fa tornar di bianco in verde
perché li copre di fioretti e d'erba.
Quand'ella ha in testa una ghirlanda d'erba,
trae de la mente nostra ogn'altra donna:
perché si mischia il crespo giallo e 'l verde
sì bel, ch'Amor lì viene a stare a l'ombra,
che m'ha serrato intra piccioli colli
più forte assai che la calcina petra.
XLV
Amor, tu vedi ben che questa donna
la tua vertù non cura in alcun tempo
che suol de l'altre belle farsi donna;
e poi s'accorse ch'ell'era mia donna
per lo tuo raggio ch'al volto mi luce,
d'ogne crudelità si fece donna;
sì che non par ch'ell'abbia cor di donna,
ma di qual fiera l'ha d'amor più freddo:
ché per lo tempo caldo e per lo freddo
mi fa sembiante pur come una donna
che fosse fatta d'una bella petra
per man di quei che mè intagliasse in petra.
E io, che son costante più che petra
in ubidirti per bieltà di donna,
porto nascoso il colpo de la petra
con la qual tu mi desti come a petra
che t'avesse innoiato lungo tempo,
tal che m'andò al core ov'io son petra.
XLVI
Così nel mio parlar voglio esser aspro
com'è ne li atti questa bella petra,
la quale ognora impetra
maggior durezza e più natura cruda,
e veste sua persona d'un diaspro
tal che per lui, o perch'ella s'arretra,
non esce di faretra
saetta che già mai la colga ignuda;
ed ella ancide, e non val ch'om si chiuda
né si dilunghi dà colpi mortali,
che, com'avesser ali,
giungono altrui e spezzan ciascun'arme:
sì ch'io non so da lei né posso atarme.
Non trovo scudo ch'ella non mi spezzi
né loco che dal suo viso m'asconda:
ché, come fior di fronda,
così de la mia mente tien la cima.
Cotanto del mio mal par che si prezzi
XLVII
Tre donne intorno al cor mi son venute,
e seggonsi di fore:
ché dentro siede Amore
lo quale è in segnoria de la mia vita.
Tanto son belle e di tanta vertute
che 'l possente segnore,
dico quel ch'è nel core,
a pena del parlar di lor s'aita.
Ciascuna par dolente e sbigottita,
come persona discacciata e stanca,
cui tutta gente manca
e cui vertute né beltà non vale.
Tempo fu già nel quale,
secondo il lor parlar, furon dilette;
or sono a tutti in ira ed in non cale.
Queste così solette
venute son come a casa d'amico:
ché sanno ben che dentro è quel ch'io dico.
XLVIII
Se vedi li occhi miei di pianger vaghi
per novella pietà che 'l cor mi strugge,
per lei ti priego che da te non fugge,
Signor, che tu di tal piacere i svaghi:
con la tua dritta man, cioè, che paghi
chi la giustizia uccide e poi rifugge
al gran tiranno, del cui tosco sugge
ch'elli ha già sparto e vuol che 'l mondo allaghi;
e messo ha di paura tanto gelo
nel cor de' tuò fedei che ciascun tace.
Ma tu, foco d'amor, lume del cielo,
questa vertù che nuda e fredda giace,
levala su vestita del tuo velo,
ché sanza lei non è in terra pace.
XLIX
Doglia mi reca ne lo core ardire
a voler ch'è di veritate amico:
però, donne, s'io dico
parole quasi contra tutta gente,
non vi maravigliate,
ma conoscete il vil vostro disire;
ché la beltà ch'Amore in voi consente,
a vertù solamente
formata fu dal suo decreto antico,
contra 'l qual voi fallate.
Io dico a voi che siete innamorate
che, se vertute a noi
fu data, e beltà a voi,
e a costui di due potere un fare,
voi non dovreste amare
ma coprir quanto di biltà v'è dato,
poi che non c'è vertù, ch'era suo segno.
Lasso, a che dicer vegno?
L
[DANTE A CINO]
Io sono stato con Amore insieme
da la circulazion del sol mia nona
e so com'egli affrena e come sprona,
e come sotto lui si ride e geme.
Chi ragione o virtù contra gli sprieme,
fa come què che 'n la tempesta sona,
credendo far colà dove si tona
esser le guerre de' vapori sceme.
Però nel cerchio de la sua palestra
liber arbitrio già mai non fu franco,
sì che consiglio invan vi si balestra.
Ben può con nuovi spron' punger lo fianco,
e qual che sia 'l piacer ch'ora n'addestra,
seguitar si convien, se l'altro è stanco.
LI
[DANTE A CINO]
Degno fa voi trovare ogni tesoro
la voce vostra sì dolce e latina,
ma volgibile cor ven disvicina,
ove stecco d'Amor mai non fè foro.
Io, che trafitto sono in ogni poro
del prun che con sospir' si medicina,
pur trovo la minera in cui s'affina
quella virtù per cui mi discoloro.
Non è colpa del sol se l'orba fronte
nol vede quando scende e quando poia,
ma de la condizion malvagia e croia.
S'ì vi vedesse uscir de gli occhi ploia
per prova fare a le parole conte,
non mi porreste di sospetto in ponte.
LII
[DANTE A CINO]
Io mi credea del tutto esser partito
da queste nostre rime, messer Cino,
ché si conviene omai altro cammino
a la mia nave più lungi dal lito;
ma perch'ì ho di voi più volte udito
che pigliar vi lasciate a ogni uncino,
piacemi di prestare un pocolino
a questa penna lo stancato dito.
Chi s'innamora sì come voi fate,
or qua or là, e sé lega e dissolve,
mostra ch'Amor leggermente il saetti.
Però, se leggier cor così vi volve,
priego che con vertù il correggiate,
sì che s'accordi i fatti à dolci detti.
LIII
Amor, da che convien pur ch'io mi doglia
perché la gente m'oda,
e mostri me d'ogni vertute spento,
dammi savere a pianger come voglia,
sì che 'l duol che si snoda
portin le mie parole com'io 'l sento.
Tu vò ch'io muoia, e io ne son contento:
ma chi mi scuserà, s'io non so dire
ciò che mi fai sentire?
chi crederà ch'io sia omai sì colto?
E se mi dài parlar quanto tormento,
fa', signor mio, che innanzi al mio morire
questa rea per me nol possa udire:
ché, se intendesse ciò che dentro ascolto,
pietà faria men bello il suo bel volto.
Io non posso fuggir ch'ella non vegna
ne l'imagine mia,
se non come il pensier che la vi mena.
LIV
Per quella via che la bellezza corre
quando a svegliare Amor va ne la mente,
passa Lisetta baldanzosamente,
come colei che mi si crede tòrre.
E quando è giunta a pie' di quella torre
che s'apre quando l'anima acconsente,
odesi voce dir subitamente:
"Volgiti, bella donna, e non ti porre:
però che dentro un'altra donna siede,
la qual di signoria chiese la verga
tosto che giunse, e Amor glile diede".
Quando Lisetta accommiatar si vede
da quella parte dove Amore alberga,
tutta dipinta di vergogna riede.
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