TEOGENIO, di Leon Battista Alberti - pagina 8
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Nascose la natura e' metalli, nascose l'oro e l'altre minere sotto grandissimi monti e ne' luoghi desertissimi.
Noi frugoli omicciuoli lo producemmo in luce e ponemmolo fra' primi usi.
Ella disperse le gemme lucidissime e in forma quanto a lei ottima maestra parse attissima.
Noi le raccoglemmo persino dalle ultime ed estremissime regioni, e cincischiànle, diamoli nuova lima e forma.
Ella distinse gli albori e suoi frutti.
Noi gli adulteriamo innestandoli e coniungendoli.
Diedeci fiumi quali ne saziassero assetati, e ordinò loro corso libero ed espedito, ma a noi come all'altre cose esposteci dalla natura, benché perfetta, fastidirono le fonte e i fiumi, onde trovammo quasi ad onta della natura profondi pozzi.
Né di questo sazi, con tanta fatica, con tante spese, con tanta sollicitudine, solo fra tutti animanti a cui fastidii l'acqua naturale e ottimo liquore, trovorono el vino, non tanto a saziare la sete, quanto a vomitarlo, come se in altro modo non ben si potesse versarlo delle botti.
E a questo uso fra le prime pregiate cose el serbano, e piaceli quello che li induca spesso in brutto furore e ultima insania; tanto nulla pare ci piaccia altro che quello quale la natura ci nega, e quello ci diletta in che duriamo fatica dispiacendo in molti modi alla natura.
Scrive Erodoto che Ciro re de' Persi, irato quasi come volesse punire la natura, con spesa maravigliosa affaticò el suo essercito in dividere el Ginde, fiume grandissimo, in rami ccclx, e svolselo per varie vie in mare.
Eransi fuggiti gli abeti in su e' monti altissimi lungi dal mare: noi li strascinammo non quasi ad altro uso in prima che a marcirlo in mare.
Stavansi e' marmi giacendo in terra: noi li collocammo sulle fronti de' templi e sopra a' nostri capi.
E tanto ci dispiace ogni naturale libertà di qualunque cosa procreata, che ancora ardimmo soggiogarci a servitù noi istessi.
E a tutte queste inezie nacquero e crebbero artefici innumerabili, segni e argomenti certissimi di nostra stoltizia.
Aggiungi ancora la poca concordia dell'uomo quale egli ha con tutte le cose create e seco stessi, quasi come giurasse in sé osservare ultima crudeltà e immanità.
Volle el suo ventre essere publica sepultura di tutte le cose, erbe, piante, frutti, uccelli, quadrupedi, vermi, pesci; nulla sopra terra, nulla sotto terra, nulla che esso non divori.
Inimico capitale di ciò che vede e di quello che non vede, tutte le volle a servitù; inimico della generazione umana, inimico a se stessi.
Lupo dicea Plauto poeta essere l'uomo agli altri uomini.
In quale animante troverai tu maggiore rabbia che nello uomo? Amiche insieme sono le tigri, amici fra loro e' leoni, e' lupi, gli orsi; qual vuoi animale venenosissimo irato perdona ai simili a sé.
L'uomo efferattissimo si truova mortale agli altri uomini e a se stessi.
E troverai più uomini essere periti per cagion degli altri uomini che per tutte l'altre calamità ricevute.
Cesare Augusto si gloriava in sue battaglie, senza la strage civile, avere uccisi uomini numero cento e due e novanta migliara.
Paulo Orosio istorico raccolse in parte le miserie sofferte da' mortali persino a' tempi suoi, e benché fusse scrittore succinto e brevissimo, pur crebbero suoi libri in amplissimo volume, tanta trovò stata sofferta miseria da' popoli e gente degna di memoria.
Sottoposti adunque a tanti casi, a quanti noi istessi espogniamo, alla temerità e furore della fortuna, alla imbecillità, di nostra sorte, alla nostra voluntaria miseria, dobbiamo nulla maravigliarci se quando che sia incorriamo in qualche incomodo.
Più tosto fie nostro offizio, poiché animante niuno meno si truova nato ad ozio e quiete che l'uomo, come fanno e' medici vedendoci in troppa lieta sanità sospettano, così noi, se forse mai ci seguiranno le cose troppo secunde, dovremo averle sospette.
Lodano Filippo re de' Macedonici, quale avuti tre nunzi lietissimi, l'uno ch'e' suoi ne' giuochi olimpici eran vittori, l'altro che Parmenione suo duca in arme avea superato e' Dardani inimici, el terzo che Olimpia sua donna avea partorito erede un figliuolo maschio, levò le mani al cielo e pregò Dio gli rendesse mediocre calamità a tante letizie.
Scrive Livio istorico che Lucio Paulo, quale vinse el re Perses, perduto infra dì otto due suo modestissimi figliuoli, ebbe al populo simile orazione: «Io temea, o cittadini miei, in tanta felicità e successo della fortuna, quale sua natura e costume suole non patire in persona alcuna ferma prosperità, a noi nel nostro trionfo e amplificazione del nostro imperio conseguisse qualche male.
Per questo io pregai Dio ottimo e massimo padre de' mortali, se cosa alcuna avversa fusse apparecchiata alla nostra republica, immettesse a me e alla mia famiglia.
E siate adunque, o cittadini miei, di migliore animo.
Le cose succederanno bene.
Dio immortale quattro dì inanzi al mio trionfo me in parte essaudì togliendomi uno carissimo de' miei figliuoli, e infra altri quattro dì doppo a tanta nostra gloria ancora mostrò piacerli le mie preghiere quando mi tolse l'altro amantissimo figliuolo.
Ora orbato de' miei eredi rendo a lui grazia, poiché voi arete da condolervi del nostro privato caso più tosto che io a piangere con voi insieme alcuna publica calamità».
Simile adunque a questi lodatissimi nulla ci fideremo della fortuna, quale sa e suole sempre usare perfidia, quale una falacissima mostra pacificarsi per avere induzie a maggior guerra e occasione a gravissime insidie; e aparecchiarènci con animo forte e pronto a sostenerla, non come dicea [Demifo] presso a Terenzio, pensando sempre a qualche futuro incommodo, acciò che poi ciò che meno aviene sia in guadagno, qual cosa mal si può premeditare senza qualche perturbazione, e assai basterà, venuto l'incommodo, sopportarlo; ma più tosto apparecchiati contro la fortuna coll'animo staremo iudicando che né essa con sua perfidia, né insieme e' pessimi uomini con sue ingiurie e malignità potranno a noi in parte alcuna mai molto essere dannosi.
Ché se come disputava Genipatro le cose della fortuna non più in sé vagliono se non quanto le riputiamo, ella può nulla essere a noi molesta se non ritollendo el suo.
Ma poco a te serà molestia renderli quello che tu poco stimasti.
E per tuo offizio debbi nulla stimare le cose caduche per sé e fragili ed esposte a tante volubilità e casi.
E poi, dove tu teco così statuisca, e' perfidi uomini, Microtiro mio abbi a te, possono forse giovare, ma nulla nuocere.
Parti che detto maraviglioso? Tu certo lo vedrai verissimo.
Dicoti, uomo per iniusto che sia può non farti male, e quanto più sarà verso di te scellerato, più a sé che a te sarà dannoso.
MICROTIRO.
Maravigliomi e di me fo coniettura quanto io in me tutto el dì soffero, né vedo in che modo possa non molto nuocermi la malignità de' perfidi e iniquissimi uomini, quali ottrettando, inculpando, insimulando, e con quanta possono opera, cura, industria, con ogni loro studio, assiduità e diligenza, con ogni arte, con ogni ingegno, con ogni fraude, mai restano infestissimi e molestissimi fare e dire e pervestigare cose per quali a me ne conseguiti povertà, odio, invidia, inimicizia, mala vita e grave infamia.
Pessimi uomini, quali in molti modi benificati da me, impiissimi godono per loro fraude e nequizia vedermi pieno di indignazione, suspizione, sollicitudine e paura, ed estremo pericolo d'ogni mia fortuna e salute.
TEOGENIO.
Ah, Microtiro mio, piacciati secludere intanto queste tue triste memorie.
Datti ad ascoltarmi con l'animo più libero, e pervestigheremo insieme quello a noi porgerà la verità e la ragione; ché non dubito qui troveremo ogni sforzo e ogni incetto di questi tuoi immanissimi e scelestissimi inimici poco da stimarli, e voglio da ora te offermi a nulla curarli.
MICROTIRO.
Posso io non ricordarmi delle capitali ricevute iniurie? Posso io non temere e' pericoli ultimi e assidui in quali d'ora in ora me vedo protratto? Posso io non sentire li sdegni, l'onte, el fastidio di chi senza modo, senza intermissione, senza fine mi stimola? Ma poiché sempre la tua presenza e il tuo ragionare appresso di me tanto valse ch'io interposi ogni altra cura, e solo attesi a meco lodarti tacito e maravigliarmi di tua virtù, e indi insieme gloriarmi d'avere te fidatissimo amico in cui riposi l'animo e la mente mia, seguita, Teogenio mio.
Io t'ascolterò con voluttà e attenzione.
TEOGENIO.
Adunque investighiamo insieme quanto possa contro di te una intera turma di viziosi uomini.
MICROTIRO.
E può un solo simile a quelli che tu dicevi pestiferi, perniziosissimi ed essecrabili, più crudeli, più malefici che le rabiosissime bestie, perturbare l'ozio e quiete di qualunque famiglia, di qualunque republica, di qualunque provincia.
TEOGENIO.
Sai quando forse questo potranno e' non buoni? Quando gli altri simili a loro perduti e sordidissimi uomini ascolteranno e ossecunderanno a loro perfidia.
Ma qual serà che a te, uomo modestissimo e ornato d'ottimi costumi, possa con altro nuocere che solo colle membra sua, da presso, da lungi, percotendo, ferendo?
MICROTIRO.
Quasi come questo sia nulla, o come nulla possa con sua invidia, con suo odio e veneno delle parole inseminando suspizione, odio, eccitando inimicizie con sue fizioni e vari tradimenti, o quasi come a qualunque e' favellano sia dotto e buono.
Né possono e' buoni non fare che in parte e' non credano quello ch'egli odono.
TEOGENIO.
Affermoti, può certo con questa nulla: l'odio, l'invidia nuoce a lui mentre che così perturbato sé stessi entro a sé compreme e agita.
Recita Pomponio Mela ch'e' populi atlanti in Etiopia arsi dal caldo, quasi come capitale e troppo acceso inimico, ove nulla altro contro a lui possono, sera e mattina biastemmano el sole.
Più certo loro quella perturbazion d'animo nuoce che al sole.
E recita Aulo Gelio di que' populi chiamati Psiles, quali irati sé opposero coll'arme al vento austro quale commossa in loro molta rena gli sommerse.
Così par sempre intervenga che questi maligni sé stessi porgono a sommergersi in miseria, ma a te dato alle virtù parlar di chi si sia può altro nulla che giovarti.
Dicea Mario appresso di Salustio in conzione al populo: «Così a me volli sempre essere mia ragion del vivere, che se questi invidi, e' miei ottrettatori, dicono di me cose vere, insieme sieno promulgatori delle lode mie.
Se forse dicono el falso, non lungi da loro ivi sia degna vendetta, ove palese da' miei costumi appaia che sono bugiardi».
S'e' simili a loro cupidi d'udire e vedere male assentiscono a loro fizioni, o se i buoni in parte alcuna lasciano persuadersi, el danno sta presso di chi crede el falso, non presso di te quale per altrui fizione nulla diventi piggiore, e loro ingannati si dolgono di chi gli perturbò el vero giudizio, o gastigano sé stessi quali incauti prestarono orecchie a' fraudolenti.
E quando ben così fusse che qualche tuo errore, - non saresti uomo se tu solo non come gli altri qualche volta errassi, - fusse materia de' tuoi ottrettatori, non dubitare che i viziosi non molto stimano udendo in altri quello che iudicano in sé da non fuggirlo, né a loro debba dispiacere se altri racconta quello che tanto a loro diletti fare.
E' buoni, loro natura, sono indulgentissimi, e udendo gli altrui errati riconoscono in sé come negli altri uomini la natura fragile essere e prona, così e ancora esservi più e più altre e pari e maggiori mende.
Ma pur dove questo a te pesasse, come disputava Plutarco, filosofo e ottimo istorico, così certo arai da persuaderti che un sollicito inimico non poco a chi ben voglia tradursi in vita sia utilissimo.
Molte facciamo e molte non facciamo cose per non aprire a' nostri inimici addito a riprenderci, onde abbiamo da non odiare chi non lassi errarci, e chi noi ecciti a virtute e laude.
MICROTIRO.
Ameremo che, adunque, e' nostri inimici?
TEOGENIO.
Più te molto loderò se tu verso chi sé opponga a te inimico porgerai amore più che odio, umanità più che indignazione, facilità più che contumacia, poiché ogni perturbazione d'animo più nuoce a chi in sé la sente che verso cui ella sia addiritta.
MICROTIRO.
Non adunque m'ingegnerò esserli grave e molestissimo?
TEOGENIO.
Ma in questo voglio, mentre che a chi tu sia in odio vive vizioso, esponga ogni tua opera e industria.
MICROTIRO.
Adunque verso di lui serò quale egli se porge verso a me, a cui niuna sua fatta o ditta cosa piace.
Infamerollo, acquisterogli inimici, vendicherommi.
TEOGENIO.
Se e' fusse dotto e buono, farebbe e direbbe cose non pochissime qual ti piacerebbono, né può un buono se non piacere a un altro buono, e volendo essere grave a un vizioso via brevissima darti alla virtù, ché se tu con fraude cercassi offenderlo, qual cosa non potresti senza cura e pression d'animo, in prima in questo seguiresti tu quanto el desidera di te, quale certo, quanto dicevi, cerca vederti inceso d'ira e di disdegno e simili perturbazioni.
E dove in questa opera fusse in te perturbazione niuna d'animo, pur sarebbe inutile fatica la tua procurando che un vizioso sia mal voluto o capiti male.
Assai gli acquisteran odio e malivolenza e mala fortuna e' suoi vizi, e se tu da sue iniurie commosso simile a lui con false diffamazioni e tradimenti, opera d'uomini perversi e maligni, a lui fussi infesto, arebbe ancora da essere più molto di sua perfidia lieto ove tu per sua cagione così fossi divenuto vizioso.
Né sarà laude d'animo virile e grande quale io desidero el tuo, se un picciolo sdegno el perturba.
Quinci affermano che chi sia generoso sóle odiare ogni cura del vendicarsi, se così sia come si pruova che questa sollicitudine e cupidità di nuocere a chi verso di te fu iniusto, tiene gli animi nostri astritti d'una catena e laccio quale quanto più cerchi scioglierla, te tanto più serra.
E sarà nostro offizio di noi studiosi curare che dentro al nostro petto risegga niuna perturbazione per potere quanto dobbiamo liberi ed espediti dare opera alle buone principiate arti e dottrine.
E in più modi gioverà dimenticarli e iudicare che sendo di natura e costumi corrotti e scellerati suo offizio fanno e dicono male.
MICROTIRO.
Che faremo adunque? Lasceremo noi seguitarli con sua insolenza e temerità che pigliano in noi ogni licenza, persino a essere colle mani in noi iniusti?
TEOGENIO.
Come amoniscono e' dottissimi filosofi che cosa niuna meno abbiamo da stimare, ma da nulla tanto dobbiamo guardarci, quanto dalle superstizioni e fatture de' magici e incantatori, quale nuoceno ad altri niuno che a chi loro crede, così qui noi da' nostri inimici temendo nulla con ogni precauzione molto e molto provederemo alla salute nostra, non in quella parte come se noi credessimo da loro potere ricevere male alcuno, ma solo per non lasciarli incorrere in maggior iniustizia.
MICROTIRO.
E che a me, perché altri fusse iniusto, purché la sua iniustizia non a me nocesse?
TEOGENIO.
Stimi tu la iniustizia fra le cose non buone?
MICROTIRO.
Stimola pessimo male.
TEOGENIO.
Simile adunque agli altri mali presso a cui ella fosse, non a te nocerebbe.
MICROTIRO.
Suo sarebbe el vizio, ma mio sarebbe l'incommodo.
TEOGENIO.
Ma tuo sarebbe non in picciola parte quel vizio se per tua indiligenza chi si sia venisse contro alle leggi della patria e contro all'ozio de' buoni, quale tu e ogni buono cittadino debba quanto in sé sia diffendere e mantenere.
E sono le leggi nervo e fermezza della republica, per quale in prima dobbiamo esporre ogni nostra industria e opere e fortune, poiché come dicea Platone, aprovata sentenza da tutti e' filosofi, siamo nati non solo a noi, ma parte di noi a sé vendica la patria, parte chi ne procreò, parte e' nostri a noi per sangue e per amicizia coniunti.
Né a te el vizio di qualunque pessimo in parte alcuna quanto alla patria tua e forse a' tuoi potrà mai essere incommodo.
Dicono che fra le cose terribili niuna si truova terribile quanto la morte.
E fra' vizi odiosissimi, essecrabili, quasi el primo estimano la crudelità.
E che adunque di que' crudelissimi inimici a Tichipedo quali cercavano perderlo, che iudichi tu più fussero gravi, alla patria o a Tichipedo?
MICROTIRO.
Certo a Tichipedo, in cui ogni loro ingiuria s'adirizzava e assedea.
TEOGENIO.
Non errare in questo, Microtiro mio.
La patria più molto avea che Tichipedo da dolersi, quale in più modi ricevea offesa.
Prima vedea un de' suoi fatto iniusto e senza le sue leggi in pericolo, senza le quali sentiva sé nulla potere consistere.
Temea insieme non perdere uno de' suoi buoni cittadini.
E come dicea Omero che Simiossomo figliuolo d'Antemione nato in Ida insula apresso il fiume Simeonte, giovane ucciso da Ulisse, non potette rendere grati alimenti al padre, così forse e' suoi arebbono da desiderare Tichipedo; ma lui e qualunque mortale, se bene considereremo, nulla arebbe ricevuto cosa per quale l'altrui crudelità dovesse in sé parerli acerba.
Chi sarà che affermi la morte a' mortali più essere da fuggirla che da desiderarla? E qualunque felicità a se stessi promettano gli altri, qualunque aspettino vivendo bene, pur Tichipedo uno mi pare, benché in que' tempo amicissimo della fortuna, a cui la morte sarebbe stata non inutilissima.
Non arebbe veduto tanta domestica sua calamità.
Era felice morte morirsi felice.
Né so per che cagione molti tanto desiderino perseverare in vita, quasi come abbino pattuito quiete con tutte le avversità.
Versi di Giuvenale, ottimo poeta satiro:
Pena fu data a chi molto ci vive,
che iterata sempre clade in casa,
con molti pianti e perpetuo merore
s'invecchi adolorato in veste nera.
Onde comune proverbio si dice: «Chi più ci vive più ci piange».
E publico vediamo colla età surgono infinite lassitudini a nostre membra, infiniti dispiaceri, né troverai vivuto alcuno più dì a cui non sia domestica alcuna e quasi assidua infermità e dolore.
Poi non posso non biasimare chi se dica non potere fare che non tema uscir di vita.
E chi sarà che dubiti a ciascuno de' mortali, naturale sua innata necessità, destinatoli stare el suo ultimo dì? Glaucopis dea, presso ad Omero, negava li dii a qual vuoi loro amico potere distorli che non caggia in eterno sonno e morte.
Socrate a chi gli anunziava ch'e' suoi cittadini deliberorono che morisse, rispuose: «E la natura più fa avea deliberato che neanche loro sempre vivessono».
E chi non vede che da el primo dì che noi usciamo in vita, come dicea Manilio Probo, quel poeta astronomico, quasi nascendo moriamo.
E dal nostro primo principio in vita pende il nostro fine in morte.
Ma el vivere nostro è egli altro che un morirsi a poco a poco? Sono versi di Lucrezio poeta vetustissimo:
Già poi che 'l tempo con sue forze in noi
straccò e' nervi e allassò le membra,
claudica el piede e l'ingegno e la lingua,
persin che manca ogni cosa in un tempo.
E apresso a Plauto poeta comico dicea Lisimaco, subito che l'uomo fie vecchio già più né sente né sa.
E quell'altro vecchio plautino dicea la vecchiezza essere pur mala mercantia qual seco porta più cose pessime.
Qualunque cosa ebbe principio, provano e' filosofi, arà suo fine naturale, quale necessità certo si richiede a nostra vita.
E dobbiamo stimarla sì come necessaria, così ancora né dura essere né inutile.
Scriveno che apresso Iasium la faccia di Diana posta in luogo del tempio rilevato a chi entra par trista e mesta, e a chi esce dimostra sé lieta e iocunda.
Forse così a noi la nostra vita in quale entrammo con tanta tristezza e tante acerbità, a chi poi ne esca la sente dolcissima, e da uscirne simile qual si dice fa el cigno cantando.
Cosa niuna dell'altre necessarie da noi richieste dalla natura si truova non piena di voluttà, el mangiare, bere, posarsi, adormirsi e simili, per quali sedati in noi gli appetiti e movimenti stiamo non dissimili a chi sia acquietato in morte.
Così el morire possiamo persuaderci forse fie non sanza qualche voluttà.
Ma dobbiamo nulla dubitare che seco la morte aporti a noi dolore niuno.
Vediamo che morendo si perdono e' sentimenti, né può dolersi chi non sente.
Adunque la morte non aduce, ma leva el dolore.
Per questo bene diceano Diogenes e Archelao e gli altri filosofi nulla essere la morte da temerla, quale meno sia grave quando presente si riceve che quando tu la fuggi.
Anzi quasi la morte nulla tiene in sé d'acerbità se non quanto l'aspetti.
Argomentava qui l'Epicuro filosofo in questo modo: quello che presente non perturba, espettato non debba offendere, e la morte, quando noi siamo, ella non v'è, quando ella sarà, noi restaremo d'essere.
E se alcuni la desiderano, hanno costoro in odio la vita; se altri la teme, troppo li piace el vivere.
Né sanno che del vivere come de' cibi dobbiamo eleggere e' suavissimi, non quelli che siano molti.
Ma, nostra inezia, ci pare non potere fare che non ci pesi non perseverare in vita quanto a noi stessi promettemo, e non pensiamo quanta sia la brevità de' nostri giorni.
Sopra el nostro fiume nascono, le notti estive e brevissime, piccioli animali alati quali tanto viveno quanto se stessi gravi e debolissimi sostengono in aria, e di loro saranno rari di sì lunga età che l'alba di quelle notti in quali e' nacquero non li truovi caduti e spenti, spazio non quasi sofficiente a produrre uno uomo in vita.
Ancora comparata alla eternità la nostra vita mortale in quale noi siamo ci debba parere sì minima che, quando ben fussero certi e dalla natura a noi gli anni di Nestoro promessi, poco dovrebbono avere in noi momento perdendogli a perturbarci.
E noi stolti pur pensandovi ci perturbiamo di quello che sempre ci sia maturo e necessario.
Accusone la molizie nostra.
Adunque Cesare domandato in cena qual fusse ottima morte, rispose la non premeditata, già che nulla presente conosciamo la morte tale che possiamo sentirla, ma non presente pur perturba e atterra gli animi non ben composti.
Ma a chi la conosca essere una seperazione di quello che in noi sia libero e incorrotto da quello che sia caduco, mortale, e sottoposto a quante miserie di sopra narrammo, e chi conoscerà essere stoltizia non adattarsi a quello che sia necessario, costui nulla si dorrà se 'l tempo s'apressa che la terra, come dicea Epicarmo, ritorni alla terra e lo spirito voli suso a miglior sedia.
Quale animo sendo, come affermava Eraclito, purgato da ogni crassitudine e peso della terra, fugge da questo carcere come saetta e vola in cielo.
E credo io troveresti uscito di vita niuno qual volesse ritornarci, e questo come per altri assai incommodi, ancora e per non essere inchiuso in questo loto de' membri nostri quale, come dicea quel censore de' principi presso a Omero, sta concreato di terra e d'acqua.
Adunque a chi esca di vita diletterà morire, se serà non imprudente, quanto conoscerà che per benefizio della morte, come dicea Eschillo, esso esca in libertà da mille contro e' mortali infesti e apparecchiati mali.
Silio poeta dicea la morte essere porta apertaci dalla natura per quale sia licito fuggire ogni male.
E apresso Plauto dicea Palestra, non indotta fanciulla, cosa niuna meglio trovarsi che la morte quando in noi sono le cose in male e in miseria.
E così tutti e' dotti non iniuria la affermano essere uno degli ottimi doni datoci dalla natura, poiché niuna tanto si truova miseria di quale te la morte non vendichi, povertà, carcere, servitù, ignominia, dolori e simili.
Pausanias dicono che assiduo vessato dallo spirito d'una quale egli avea ucciso, ebbe da' nigromanti risposta che tosto sarebbe al suo male buono fine.
Verificossi, che non doppo molti dì morendo uscì di tanta molestia.
Onde quello che dicea Plinio ne avviene che vediamo chiesta niuna quanto la morte essere dalli dii frequentata; quale uno dono si legge in premio di grandissimo merito a molti buoni gli dii accelerorono.
Celebrati in tutte le istorie sono que' due Cleobis e Abinoto figliuoli d'Argia sacerdote di Iunone: perché e' giumenti indugiavano, sé imposero al giogo e condussero la madre sua in tempo al sacrificio; per qual pietà la madre pregò lo dio desse a' figliuoli non più una o un'altra cosa, ma quello che giudicasse a' mortali ottimo.
Retribuilli, ché infra tre dì ambo due morirono.
Trofonio e Agamede, scrive Platone, simile dalli dii riceverono premio pel tempio quale edificorono.
Ma molti non aspettorono che li dii per sua pietà gli tollesse dalle miserie di questa nostra vita mortale, e con summa voluttà preoccuporono tanto dalli dii adiudicato bene.
Scapula pompeiano, convocati e' suoi servi, apparecchiata la cena, infuso d'unguenti odoriferi, bevendo e lieto s'asettò in mezzo la catasta posta per poi arderlo, e comandò la incendessero.
Virrio capuano con suoi senatori numero ventisette, scrive Livio, cenando e lieti preseno el veneno.
E apresso Massageti populi era costume vetustissimo che sacrificavano e' loro per età venuti inutili.
Raccontano in India così essere divisa la loro republica, che alcuni danno opera alla agricoltura, alcuni viveno in milizia, altri sé essercitano in portare cose utili a' suoi commutando colle gente strane suoi frutti e merce, altri quali sieno ottimi e dottissimi governano la republica e hanno cura delle leggi.
Quinta generazione fra loro quelli che sono dati al culto delli dii e alla sapienza.
Questi sempre in prima acceso el fuoco escon di vita con volontaria morte.
E scrivono trovarsi alcune genti chiamate Beloe, quali colle grillande in capo, con molta festività, sazi del vivere, sé stessi precipitano in mare.
E molti altri, come que' populi chiamati Dorbici e Tibareni, reputano cosa misera morirsi infermi: per questo consentiscono da' suoi in vari modi essere uccisi.
Tanto non solo e' dotti ma e ancora el numero de' populi con opera consentono la morte essere e lieve e utile.
Ma benché così in sé la morte, quale e' dicono sia e necessaria e non acerba e utilissima e da desiderarla, pur sarà sempre da preferire la sentenza di Platone a ogni nostra poca tolleranza de' casi avversi, quale affermava come in la battaglia così in vita non essere licito senza volontà del sommo imperadore uscire del luogo a te dato e assegnato.
Dicea Biante filosofo summa essere infelicità non potere soffrire la infelicità.
Pertanto, come amoniva Valerio Marziale in quello epigramma in quale e' racconta qual cose facciano la vita essere beata, dobbiamo né temere né desiderare l'ultimo dì di nostra vita.
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