TRIONFI, di Francesco Petrarca - pagina 3
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Seguimmo il suon delle purpuree penne
de' volanti corsier per mille fosse,
fin che nel regno di sua madre venne;
né rallentate le catene o scosse,
ma straccati per selve e per montagne,
tal che nessun sapea 'n qual mondo fosse.
Giace oltra ove l'Egeo sospira e piagne
un'isoletta delicata e molle
più d'altra che 'l sol scalde o che 'l mar bagne;
nel mezzo è un ombroso e chiuso colle
con sì soavi odor, con sì dolci acque,
ch'ogni maschio pensier de l'alma tolle.
Questa è la terra che cotanto piacque
a Venere, e 'n quel tempo a lei fu sagra
che 'l ver nascoso e sconosciuto giacque;
et anco è di valor sì nuda e magra,
tanto ritien del suo primo esser vile,
che par dolce a' cattivi et a' buoni agra.
Or quivi triunfò il signor gentile
di noi e degli altri tutti ch' ad un laccio
presi avea dal mar d'India a quel di Tile:
pensieri in grembo e vanitadi in braccio,
diletti fuggitivi e ferma noia,
rose di verno, a mezza state il ghiaccio,
dubbia speme davanti e breve gioia,
penitenzia e dolor dopo le spalle:
sallo il regno di Roma e quel di Troia.
E rimbombava tutta quella valle
d'acque e d'augelli, et eran le sue rive
bianche, verdi, vermiglie, perse e gialle;
rivi correnti di fontane vive
al caldo tempo su per l'erba fresca,
e l'ombra spessa, e l'aure dolci estive;
poi, quand'è 'l verno e l'aer si rinfresca,
tepidi soli, e giuochi, e cibi, et ozio
lento, che i semplicetti cori invesca.
Era ne la stagion che l'equinozio
fa vincitor il giorno, e Progne riede
con la sorella al suo dolce negozio.
O di nostre fortune instabil fede!
In quel loco e 'n quel tempo et in quell'ora
che più largo tributo agli occhi chiede,
triunfar volse que' che 'l vulgo adora:
e vidi a qual servaggio et a qual morte,
a quale strazio va chi s'innamora.
Errori e sogni et imagini smorte
eran d'intorno a l'arco triunfale,
e false opinïoni in su le porte,
e lubrico sperar su per le scale,
e dannoso guadagno, ed util danno,
e gradi ove più scende chi più sale;
stanco riposo e riposato affanno,
chiaro disnore e gloria oscura e nigra,
perfida lealtate e fido inganno,
sollicito furor e ragion pigra:
carcer ove si ven per strade aperte,
onde per strette a gran pena si migra;
ratte scese a l'entrare, a l'uscir erte;
dentro, confusïon turbida e mischia
di certe doglie e d'allegrezze incerte.
Non bollì mai Vulcan, Lipari od Ischia,
Strongoli o Mongibello in tanta rabbia:
poco ama sé chi 'n tal gioco s'arrischia.
In così tenebrosa e stretta gabbia
rinchiusi fummo, ove le penne usate
mutai per tempo e la mia prima labbia;
e 'ntanto, pur sognando libertate,
l'alma, che 'l gran desio fea pronta e leve,
consolai col veder le cose andate.
Rimirando er'io fatto al sol di neve
tanti spirti e sì chiari in carcer tetro,
quasi lunga pittura in tempo breve,
che 'l più va inanzi, e l'occhio torna a dietro
TRIUMPHUS PUDICITIE
Trionfo della Pudicizia
Quando ad un giogo ed in un tempo quivi
dòmita l'alterezza degli dèi
e degli uomini vidi al mondo divi,
i' presi esempio de' lor stati rei,
facendo mio profitto l'altrui male
in consolar i casi e i dolor mei;
ché s'io veggio d'un arco e d'uno strale
Febo percosso e 'l giovene d'Abido,
l'un detto deo, l'altro uom puro mortale,
e veggio ad un lacciuol Giunone e Dido,
non quel d'Enea com'è 'l publico grido,
non mi debb'io doler s'altri mi vinse
giovene, incauto, disarmato e solo.
E se la mia nemica Amor non strinse,
non è ancor giusta assai cagion di duolo,
ché in abito il rividi ch'io ne piansi,
sì tolte gli eran l'ali e 'l gire a volo.
Non con altro romor di petto dansi
duo leon feri, o duo folgori ardenti
che cielo e terra e mar dar loco fansi,
ch'i' vidi Amor con tutti suo' argomenti
mover contra colei di ch'io ragiono,
e lei presta assai più che fiamme o venti.
Non fan sì grande e sì terribil sòno
Etna qualor da Encelado è più scossa,
Scilla e Caribdi quando irate sono,
che via maggiore in su la prima mossa
non fosse del dubbioso e grave assalto,
ch'i' non cre' che ridir sappia né possa.
Ciascun per sé si ritraeva in alto
per veder meglio, e l'orror de l'impresa
i cori e gli occhi avea fatti di smalto.
Quel vincitor che primo era a l'offesa,
da man dritta lo stral, da l'altra l'arco,
e la corda a l'orecchia avea già stesa.
Non corse mai sì levemente al varco
d'una fugace cerva un leopardo
libero in selva o di catene scarco,
che non fosse stato ivi lento e tardo;
tanto Amor pronto venne a lei ferire
ch'al volto à le faville ond'io tutto ardo.
Combattea in me co la pietà il desire,
ché dolce m'era sì fatta compagna,
duro a vederla in tal modo perire.
Ma vertù che da' buon non si scompagna
mostrò a quel punto ben come a gran torto
chi abbandona lei d'altrui si lagna,
ché già mai schermidor non fu sì accorto
a schifar colpo, né nocchier sì presto
a volger nave dagli scogli in porto,
come uno schermo intrepido et onesto
subito ricoverse quel bel viso
dal colpo, a chi l'attende, agro e funesto.
Io era al fin cogli occhi e col cor fiso,
sperando la vittoria ond'esser sòle,
e di non esser più da lei diviso.
Come chi smisuratamente vole,
ch'ha scritte, inanzi ch'a parlar cominci,
negli occhi e ne la fronte le parole,
volea dir io: - Signor mio, se tu vinci
legami con costei, s'io ne son degno;
né temer che già mai mi scioglia quinci! -,
quand'io 'l vidi pien d'ira e di disdegno
sì grave, ch'a ridirlo sarien vinti
tutti i maggior, non che 'l mio basso ingegno;
ché già in fredda onestate erano estinti
i dorati suoi strali accesi in fiamma
d'amorosa beltate e 'n piacer tinti.
Non ebbe mai di vero valor dramma
Camilla e l'altre andar use in battaglia
con la sinistra sola intera mamma,
non fu sì ardente Cesare in Farsaglia
contra 'l genero suo, com'ella fue
contra colui ch'ogni lorica smaglia.
Armate eran con lei tutte le sue
chiare Virtuti (o gloriosa schiera!)
e teneansi per mano a due a due.
Onestate e Vergogna a la fronte era,
nobile par de le vertù divine
che fan costei sopra le donne altera;
Senno e Modestia a l'altre due confine,
Abito con Diletto in mezzo 'l core,
Perseveranza e Gloria in su la fine;
Bella Accoglienza, Accorgimento fore,
Cortesia intorno intorno e Puritate,
Timor d'infamia e Desio sol d'onore,
Penser canuti in giovenile etate,
e, la concordia ch'è sì rara al mondo,
v'era con Castità somma Beltate.
Tal venia contr'Amore e 'n sì secondo
favor del cielo e de le ben nate alme,
che de la vista e' non sofferse il pondo.
Mille e mille famose e care salme
torre gli vidi, e scuotergli di mano
mille vittorïose e chiare palme.
Non fu 'l cader di subito sì strano
dopo tante vittorie ad Aniballe
vinto a la fin dal giovine Romano;
non giacque sì smarrito ne la valle
di Terebinto quel gran Filisteo
a cui tutto Israel dava le spalle,
al primo sasso del garzon ebreo;
né Ciro in Scizia, ove la vedova orba
la gran vendetta e memorabil feo.
Com'uom ch'è sano e 'n un momento ammorba,
che sbigottisce e duolsi, o colto in atto
che vergogna con man dagli occhi forba,
cotale era egli, e tanto a peggior patto,
che paura e dolor, vergogna et ira
eran nel volto suo tutte ad un tratto.
Non freme così 'l mar quando s'adira,
non Inarime allor che Tifeo piagne,
non Mongibel s'Encelado sospira.
Passo qui cose glorïose e magne
ch'io vidi e dir non oso: a la mia donna
vengo et a l'altre sue minor compagne.
Ell'avea in dosso, il dì, candida gonna,
lo scudo in man che mal vide Medusa.
D'un bel dïaspro er' ivi una colonna,
a la qual d'una in mezzo Lete infusa
catena di diamante e di topazio,
che s'usò fra le donne, oggi non s'usa,
legarlo vidi, e farne quello strazio
che bastò ben a mille altre vendette;
ed io per me ne fui contento e sazio.
I' non poria le sacre e benedette
vergini ch'ivi fur chiudere in rima,
non Calliope e Clio con l'altre sette;
ma d'alquante dirò che 'n su la cima
son di vera onestate; infra le quali
Lucrezia da man destra era la prima,
l'altra Penelopè: queste gli strali
avean spezzato e la faretra a lato
a quel protervo, e spennachiato l'ali.
Verginia appresso e 'l fero padre armato
di disdegno e di ferro e di pietate,
ch'a sua figlia et a Roma cangiò stato,
l'una e l'altra ponendo in libertate;
poi le Tedesche che con aspra morte
servaron lor barbarica onestate;
Judith ebrea, la saggia, casta e forte,
e quella Greca che saltò nel mare
per morir netta e fuggir dura sorte.
Con queste e con certe altre anime chiare
triunfar vidi di colui che pria
veduto avea del mondo triunfare.
Fra l'altre la vestal vergine pia
che baldanzosamente corse al Tibro,
e per purgarsi d'ogni fama ria
portò del fiume al tempio acqua col cribro;
poi vidi Ersilia con le sue Sabine,
schiera che del suo nome empie ogni libro;
poi vidi, fra le donne pellegrine,
quella che per lo suo diletto e fido
sposo, non per Enea, volse ire al fine
(taccia 'l vulgo ignorante); io dico Dido,
cui studio d'onestate a morte spinse,
non vano amor com'è 'l publico grido.
Al fin vidi una che si chiuse e strinse
sovra Arno per servarsi; e non le valse,
ché forza altrui il suo bel penser vinse.
Era 'l trionfo dove l'onde salse
percoton Baia, ch'al tepido verno
giuns'e a man destra in terra ferma salse.
Indi, fra monte Barbaro et Averno,
l'antichissimo albergo di Sibilla
lassando, se n'andar dritto a Literno.
In così angusta e solitaria villa
era il grand'uom che d'Affrica s'appella,
perché prima col ferro al vivo aprilla.
Qui de l'ostile onor l'alta novella,
non scemato cogli occhi, a tutti piacque,
e la più casta v'era la più bella.
Né 'l trionfo non suo seguire spiacque
a lui che, se credenza non è vana,
sol per trionfi e per imperi nacque.
Così giugnemmo alla città sovrana,
nel tempio pria che dedicò Sulpizia
per spegner ne la mente fiamma insana.
Passammo al tempio poi di Pudicizia,
ch'accende in cor gentil oneste voglie,
non di gente plebeia ma di patrizia.
Ivi spiegò le glorïose spoglie
la bella vincitrice, ivi depose
le sue vittorïose e sacre foglie;
e 'l giovene Toscan che non ascose
le belle piaghe che 'l fer non sospetto,
del comune nemico in guardia pose
con parecchi altri (e fummi 'l nome detto
d'alcun di lor, come mia scorta seppe)
ch'avean fatto ad Amor chiaro disdetto:
fra gli altri vidi Ippolito e Joseppe.
TRIUMPHUS MORTIS
Trionfo della Morte
I
Quella leggiadra e glorïosa donna,
ch'è oggi ignudo spirto e poca terra
e fu già di valor alta colonna,
tornava con onor da la sua guerra,
allegra, avendo vinto il gran nemico,
che con suo' ingegni tutto 'l mondo atterra,
non con altr'arme che col cor pudico
e d'un bel viso e de' pensieri schivi,
d'un parlar saggio e d'onestate amico.
Era miracol novo a veder ivi
rotte l'arme d'Amore, arco e saette,
e tal morti da lui, tal presi e vivi.
La bella donna e le compagne elette,
tornando da la nobile vittoria,
in un bel drappelletto ivan ristrette.
Poche eran, perché rara è vera gloria;
ma ciascuna per sé parea ben degna
di poema chiarissimo e d'istoria.
Era la lor vittorïosa insegna
in campo verde un candido ermellino,
ch'oro fino e topazi al collo tegna.
Non uman veramente, ma divino
lor andar era e lor sante parole:
beato s'è qual nasce a tal destino.
Stelle chiare pareano; in mezzo, un sole
che tutte ornava e non togliea lor vista;
di rose incoronate e di viole.
E come gentil cor onore acquista,
così venia quella brigata allegra,
quando vidi un'insegna oscura e trista:
et una donna involta in veste negra,
con un furor qual io non so se mai
al tempo de' giganti fusse a Flegra,
si mosse e disse: - O tu, donna, che vai
di gioventute e di bellezze altera,
e di tua vita il termine non sai,
io son colei che sì importuna e fera
chiamata son da voi, e sorda e cieca
gente a cui si fa notte inanzi sera.
Io ho condotto al fin la gente greca
e la troiana, a l'ultimo i Romani,
con la mia spada la qual punge e seca,
e popoli altri barbareschi e strani;
e giugnendo quand'altri non m'aspetta,
ho interrotti mille penser vani.
Or a voi, quando il viver più diletta,
drizzo il mio corso inanzi che Fortuna
nel vostro dolce qualche amaro metta.
-
- In costor non hai tu ragione alcuna,
ed in me poca; solo in questa spoglia
(rispose quella che fu nel mondo una).
Altri so che n'avrà più di me doglia,
la cui salute dal mio viver pende;
a me fia grazia che di qui mi scioglia.
-
Qual è chi 'n cosa nova gli occhi intende,
e vede ond'al principio non s'accorse,
di ch'or si meraviglia e si riprende,
tal si fe' quella fera, e poi che 'n forse
fu stata un poco: - Ben le riconosco, -
disse - e so quando 'l mio dente le morse.
-
Poi col ciglio men torbido e men fosco
disse: - Tu che la bella schiera guidi
pur non sentisti mai del mio tosco.
Se del consiglio mio punto ti fidi,
ché sforzar posso, egli è pur il migliore
fuggir vecchiezza e' suoi molti fastidi.
I' son disposta a farti un tal onore
qual altrui far non soglio, e che tu passi
senza paura e senz'alcun dolore.
-
- Come piace al Signor che 'n cielo stassi
et indi regge e tempra l'universo,
farai di me quel che degli altri fassi.
-
Così rispose: ed ecco da traverso
piena di morti tutta la campagna,
che comprender nol pò prosa né verso;
da India, dal Cataio, Marrocco e Spagna
el mezzo avea già pieno e le pendici
per molti tempi quella turba magna.
Ivi eran quei che fur detti felici,
pontefici, regnanti, imperadori;
or sono ignudi, miseri e mendici.
U' sono or le ricchezze? u' son gli onori
e le gemme e gli scettri e le corone
e le mitre e i purpurei colori?
Miser chi speme in cosa mortal pone
(ma chi non ve la pone?), e se si trova
a la fine ingannato è ben ragione.
O ciechi, el tanto affaticar che giova?
Tutti tornate a la gran madre antica,
e 'l vostro nome a pena si ritrova.
Pur de le mill' è un'utile fatica,
che non sian tutte vanità palesi?
Chi intende a' vostri studii sì mel dica.
Che vale a soggiogar gli altrui paesi
e tributarie far le genti strane
cogli animi al suo danno sempre accesi?
Dopo l'imprese perigliose e vane,
e col sangue acquistar terre e tesoro,
vie più dolce si trova l'acqua e 'l pane,
e 'l legno e 'l vetro che le gemme e l'oro.
Ma per non seguir più sì lungo tema,
tempo è ch'io torni al mio primo lavoro.
I' dico che giunta era l'ora estrema
di quella breve vita glorïosa,
e 'l dubbio passo di che 'l mondo trema,
et a vederla un'altra valorosa
schiera di donne non dal corpo sciolta,
per saper s'esser pò Morte pietosa.
Quella bella compagna era ivi accolta
pure a vedere e contemplare il fine
che far convensi, e non più d'una volta:
tutte sue amiche e tutte eran vicine.
Allor di quella bionda testa svelse
Morte co la sua mano un aureo crine:
così del mondo il più bel fiore scelse,
non già per odio, ma per dimostrarsi
più chiaramente ne le cose eccelse.
Quanti lamenti lagrimosi sparsi
fur ivi, essendo que' belli occhi asciutti
per ch'io lunga stagion cantai et arsi!
E fra tanti sospiri e tanti lutti
tacita e sola lieta si sedea,
del suo ben viver già cogliendo i frutti.
- Vattene in pace, o vera mortal dea! -
diceano; e tal fu ben, ma non le valse
contra la Morte in sua ragion sì rea.
Che fia de l'altre, se questa arse et alse
in poche notti e sì cangiò più volte?
O umane speranze cieche e false!
Se la terra bagnar lagrime molte
per la pietà di quella alma gentile,
chi 'l vide il sa; tu 'l pensa che l'ascolte.
L'ora prima era, il dì sesto d'aprile,
che già mi strinse, et or, lasso, mi sciolse:
come Fortuna va cangiando stile!
Nessun di servitù giammai si dolse,
né di morte, quant'io di libertate
e de la vita ch'altri non mi tolse.
Debito al mondo e debito a l'etate,
cacciar me innanzi ch'ero giunto in prima,
né a lui torre ancor sua dignitate.
Or qual fusse il dolor qui non si stima,
ch'a pena oso pensarne, non ch'io sia
ardito di parlarne in versi o 'n rima.
- Virtù more, bellezza e leggiadria! -
le belle donne intorno al casto letto
triste diceano - Omai di noi che fia?
chi vedrà mai in donna atto perfetto?
chi udirà il parlar di saver pieno
e 'l canto pien d'angelico diletto? -
Lo spirto, per partir di quel bel seno,
con tutte sue virtuti, in sé romito,
fatto avea in quella parte il ciel sereno.
Nessun degli avversari fu sì ardito
ch'apparisse già mai con vista oscura
fin che Morte il suo assalto ebbe fornito.
Poi che deposto il pianto e la paura
pur al bel volto era ciascuna intenta,
per desperazïon fatta sicura,
non come fiamma che per forza è spenta,
ma che per sé medesma si consume,
se n'andò in pace l'anima contenta,
a guisa d'un soave e chiaro lume
cui nutrimento a poco a poco manca,
tenendo al fine il suo caro costume.
Pallida no, ma più che neve bianca
che senza venti in un bel colle fiocchi,
parea posar come persona stanca.
Quasi un dolce dormir ne' suo' belli occhi,
sendo lo spirto già da lei diviso,
era quel che morir chiaman gli sciocchi:
Morte bella parea nel suo bel viso.
II
La notte che seguì l'orribil caso
che spense il sole, anzi 'l ripose in cielo,
di ch'io son qui come uom cieco rimaso,
spargea per l'aere il dolce estivo gelo
che con la bianca amica di Titone
suol da' sogni confusi torre il velo,
quando donna sembiante a la stagione,
di gemme orïentali incoronata,
mosse ver me da mille altre corone;
e quella man già tanto desiata
a me parlando e sospirando porse,
onde eterna dolcezza al cor m'è nata:
- Riconosci colei che 'n prima torse
i passi tuoi dal publico viaggio? -
Come 'l cor giovenil di lei s'accorse,
così, pensosa, in atto umile e saggio,
s'assise, e seder femmi in una riva
la qual ombrava un bel lauro ed un faggio.
- Come non conosco io l'alma mia diva? -
risposi in guisa d'uom che parla e plora
- Dimmi pur, prego, s' tu se' morta o viva.
-
- Viva son io, e tu se' morto ancora, -
diss'ella - e sarai sempre, infin che giunga
per levarti di terra l'ultima ora.
Ma 'l tempo è breve e nostra voglia è lunga;
però t'avvisa, e 'l tuo dir stringi e frena,
anzi che 'l giorno, già vicin, n'aggiunga.
-
Et io: - Al fin di questa altra serena
ch'ha nome vita, che per prova il sai,
deh, dimmi se 'l morir è sì gran pena.
-
Rispose: - Mentre al vulgo dietro vai
et a la opinïon sua cieca e dura,
esser felice non puoi tu già mai.
La morte è fin d'una pregione oscura
a l'anime gentili; a l'altre è noia,
ch'hanno posto nel fango ogni lor cura.
Et ora il morir mio, che sì t'annoia,
ti farebbe allegrar, se tu sentissi
la millesima parte di mia gioia.
-
Così parlava, e gli occhi avea al ciel fissi
devotamente; poi mosse in silenzio
quelle labbra rosate infin ch'i' dissi:
- Silla, Mario, Neron, Gaio e Mezenzio,
fianchi, stomachi e febri ardenti fanno
parer la morte amara più ch'assenzio.
-
- Negar - disse - non posso che l'affanno
che va inanzi al morir non doglia forte,
e più la tema de l'eterno danno:
ma pur che l'alma in Dio si riconforte,
e 'l cor che 'n sé medesmo forse è lasso,
che altro ch'un sospir breve è la morte?
Io aveva già vicin l'ultimo passo,
la carne inferma, e l'anima ancor pronta,
quando udi' dir in un son tristo e basso:
«O misero colui che' giorni conta,
e pargli l'un mille anni! Indarno vive,
ché seco in terra mai non si raffronta;
e cerca 'l mare e tutte le sue rive,
e sempre un stil, ovunque fusse, tenne:
sol di lei pensa, o di lei parla o scrive».
Allora in quella parte onde 'l suon venne
gli occhi languidi volgo, e veggio quella
che amò noi, me sospinse e te ritenne.
Riconobbila al volto e a la favella,
che spesso ha già 'l mio cor racconsolato,
or grave e saggia, allor onesta e bella.
E quando io fui nel mio più bello stato,
ne l'età mia pia verde, a te più cara,
ch'a dire et a pensare a molti ha dato,
mi fu la vita poco men ch'amara
a rispetto di quella mansueta
e dolce morte ch'a' mortali è rara;
ché 'n tutto quel mio passo er'io più lieta
che qual d'esilio al dolce albergo riede;
se non che mi stringea di te sol pieta.
-
- Deh, madonna, - diss'io - per quella fede
che vi fu, credo, al tempo manifesta,
or più nel volto di chi tutto vede,
creovvi Amor pensier mai ne la testa
d'aver pietà del mio lungo martire,
non lasciando vostr'alta impresa onesta?
che' vostri dolci sdegni e le dolci ire,
le dolci paci ne' belli occhi scritte,
tenner molti anni in dubbio il mio desire.
-
A pena ebb'io queste parole ditte,
ch'io vidi lampeggiar quel dolce riso
ch'un sol fu già di mie virtuti afflitte.
Poi disse sospirando: - Mai diviso
da te non fu 'l mio cor, né già mai fia;
ma temprai la tua fiamma col mio viso,
perché a salvar te e me null'altra via
era e la nostra giovenetta fama;
né per ferza è però madre men pia.
Quante volte diss'io meco: «Questi ama,
anzi arde: or si conven ch'a ciò provveggia,
e mal pò provveder chi teme o brama.
Quel di fuor miri, e quel dentro non veggia».
Questo fu quel che ti rivolse e strinse
spesso, come caval fren, che vaneggia.
Più di mille fïate ira dipinse
il volto mio ch'Amor ardeva il core;
ma voglia in me ragion già mai non vinse.
Poi se vinto ti vidi dal dolore,
drizzai in te gli occhi allor soavemente,
salvando la tua vita e 'l nostro onore;
e se fu passïon troppo possente,
e la fronte e la voce a salutarti
mossi, et or timorosa et or dolente.
Questi fur teco miei ingegni e mie arti:
or benigne accoglienze et ora sdegni
(tu 'l sai che n'hai cantato in molte parti),
ch'i' vidi gli occhi tuoi talor sì pregni
di lagrime, ch' i' dissi: «Questi è corso,
chi non l'aita, sì 'l conosco ai segni»:
allor provvidi d'onesto soccorso;
talor ti vidi tali sproni al fianco,
ch' i' dissi: «Qui conven più duro morso».
Così, caldo, vermiglio, freddo e bianco,
or tristo, or lieto, infin qui t'ho condutto
salvo, ond'io mi rallegro, benché stanco.
-
Et io: - Madonna, assai fora gran frutto
questo d'ogni mia fé, pur ch' i' 'l credessi -
dissi tremando e non col viso asciutto.
- Di poca fede! Or io, se nol sapessi,
se non fosse ben ver, perché 'l direi? -
rispose, e 'n vista parve s'accendessi.
- S'al mondo tu piacesti agli occhi miei,
questo mi taccio; pur quel dolce nodo
mi piacque assai che intorno al cor avei;
e piacemi il bel nome, se vero odo,
che lunge e presso col tuo dir m'acquisti;
né mai in tuo amor richiesi altro che 'l modo.
Quel mancò solo; e mentre in atti tristi
volei mostrarmi quel ch' i' vedea sempre,
il tuo cor chiuso a tutto 'l mondo apristi.
Quinci il mio gelo, onde ancor ti distempre;
ché concordia era tal de l'altre cose,
qual giunge Amor, pur ch'onestate il tempre.
Fur quasi eguali in noi fiamme amorose,
almen poi ch' i' m'avvidi del tuo foco;
ma l'un le palesò, l'altro l'ascose.
Tu eri di mercé chiamar già roco,
quando tacea, perché vergogna e tema
facean molto desir parer sì poco.
Non è minor il duol perch'altri il prema,
né maggior per andarsi lamentando;
per fizïon non cresce il ver né scema.
Ma non si ruppe almen ogni vel, quando
soli i tuo' detti, te presente, accolsi,
Dir più non osa il nostro amor cantando?
Teco era il core, a me gli occhi raccolsi;
di ciò, come d'iniqua parte, duolti,
se 'l meglio e 'l più ti diedi, e 'l men ti tolsi!
né pensi che, perché ti fossin tolti
ben mille volte, e più di mille e mille
renduti e con pietate a te fur volti.
E state foran lor luci tranquille
sempre ver te, se non ch'ebbi temenza
de le pericolose tue faville.
Più ti vo' dir per non lasciarti senza
una conclusïon che a te fia grata
forse d'udir in su questa partenza:
in tutte l'altre cose assai beata;
in una sola a me stessa dispiacqui,
che 'n troppo umil terren mi trovai nata.
Duolmi ancor veramente ch' i' non nacqui
almen più presso al tuo fiorito nido;
ma assai fu bel paese ond'io ti piacqui,
ché potea il cor del qual sol io mi fido,
volgersi altrove, a te essendo ignota,
ond'io fora men chiara e di men grido.
-
- Questo no - rispos'io - perché la rota
terza del ciel m'alzava a tanto amore,
ovunque fusse, stabile et immota! -
- Or così sia - diss'ella.
- I' n'ebbi onore
ch'ancor mi segue; ma per tuo diletto
tu non t'accorgi del fuggir de l'ore.
Vedi l'Aurora de l'aurato letto
rimenar ai mortali il giorno, e 'l sole
già fuor de l'oceano infin al petto.
Questa vien per partirne, onde mi dole.
S'a dir hai altro, studia d'esser breve,
e col tempo dispensa le parole.
-
- Quant'io soffersi mai, soave e leve -
dissi - m'ha fatto il parlar dolce e pio;
ma 'l viver senza voi m'è duro e greve.
Però saper vorrei, madonna, s'io
son per tardi seguirvi, o se per tempo.
-
Ella, già mossa, disse: - Al creder mio,
tu starai in terra senza me gran tempo.
TRIUMPHUS FAME
Trionfo della Fama
I
Da poi che Morte triunfò nel volto
che di me stesso triunfar solea,
e fu del nostro mondo il suo sol tolto,
partissi quella dispietata e rea,
pallida in vista, orribile e superba
che 'l lume di beltate spento avea:
quando, mirando intorno su per l'erba,
vidi da l'altra parte giugner quella
che trae l'uom del sepolcro e 'n vita il serba.
Quale in sul giorno un'amorosa stella
suol venir d'orïente inanzi al sole
che s'accompagna volentier con ella,
cotal venia; et oh! di quali scole
verrà 'l maestro che descriva a pieno
quel ch'io vo' dir in semplici parole?
Era d'intorno il ciel tanto sereno,
che per tutto 'l desir ch'ardea nel core
l'occhio mio non potea non venir meno.
Scolpito per le fronti era il valore
de l'onorata gente, dov'io scorsi
molti di quei che legar vidi Amore.
Da man destra, ove gli occhi in prima porsi,
la bella donna avea Cesare e Scipio,
ma qual più presso a gran pena m'accorsi:
l'un di vertute, e non d'Amor mancipio,
l'altro d'entrambi.
E poi mi fu mostrata,
dopo sì glorïoso e bel principio,
gente di ferro e di valore armata;
siccome in Campidoglio al tempo antico
talora o per Via Sacra o per Via Lata,
venian tutti in quell'ordine ch'i' dico,
e leggeasi a ciascuno intorno al ciglio
il nome al mondo più di gloria amico.
Io era intento al nobile pispiglio,
ai volti, agli atti: ed ecco, i primi due,
l'un seguiva il nipote e l'altro il figlio,
che sol senz'alcun pari al mondo fue;
e quei che volser a' nemici armati
chiudere il passo co le membra sue,
duo padri da tre figli accompagnati:
l'un giva inanzi e due venian dopo,
e l'ultimo era il primo fra' laudati.
Poi fiammeggiava a guisa d'un piropo
colui che col consiglio e co la mano
a tutta Italia giunse al maggior uopo:
di Claudio dico, che notturno e piano,
come il Metauro vide, a purgar venne
di ria semenza il buon campo romano.
Egli ebbe occhi a vedere, a volar penne;
et un gran vecchio il secondava appresso,
che con arte Anibàle a bada tenne.
Duo altri Fabii e duo Caton con esso,
duo Pauli, duo Bruti e duo Marcelli,
un Regol ch'amò Roma e non se stesso,
un Curio ed un Fabrizio, assai più belli
con la lor povertà che Mida o Crasso
con l'oro onde a virtù furon rebelli;
Cincinnato e Serran, che solo un passo
senza costor non vanno, e 'l gran Camillo
di viver prima che di ben far lasso,
perch'a sì alto grado il ciel sortillo
che sua virtute chiara il ricondusse
onde altrui cieca rabbia dipartillo.
Poi quel Torquato che 'l figliuol percusse,
e viver orbo per amor sofferse
de la milizia perché orba non fusse;
l'un Decio e l'altro, che col petto aperse
le schiere de' nemici: o fiero voto,
che 'l padre e 'l figlio ad una morte offerse!
Curzio venia con lor, non men devoto,
che di sé e de l'arme empié lo speco
in mezzo il Foro orribilmente voto;
Mummio, Levino, Attilio; et era seco
Tito Flamminio che con forza vinse,
ma vie più con pietate, il popol greco.
Eravi quei che 'l re di Siria cinse
d'un magnanimo cerchio, e co la fronte
e co la lingua a sua voglia lo strinse;
e quel ch'armato, sol, difese un monte,
onde poi fu sospinto; e quel che solo
contra tutta Toscana tenne un ponte;
e quel che in mezzo del nemico stuolo
mosse la mano indarno, e poscia l'arse,
sì seco irato che non sentì il duolo;
e chi 'n mar prima vincitor apparse
contra' Cartaginesi, e chi lor navi
fra Cicilia e Sardigna ruppe e sparse.
Appio conobbi agli occhi, e' suoi, che gravi
furon sempre e molesti a l'umil plebe.
Poi vidi un grande con atti soavi,
e se non che 'l suo lume a lo stremo ebe,
forse era il primo, e certo fu fra noi
qual Bacco, Alcid'e Epaminonda a Tebe;
ma 'l peggio è viver troppo.
E vidi poi
quel che da l'esser suo destro e leggero
ebbe nome, e fu 'l fior degli anni suoi;
e quanto in arme fu crudo e severo,
tanto quei che 'l seguia, Corvo, benigno,
non so se miglior duce o cavaliero.
Poi venia que' che livido maligno
tumor di sangue, bene oprando, oppresse,
nobil Volumnio e d'alta laude digno;
Cosso e Filon, Rutilio, e da le spesse
luci in disparte tre soli ir vedeva,
rotti i membri e smagliate l'arme e fesse:
Lucio Dentato e Marco Sergio e Sceva,
que' tre folgori e tre scogli di guerra,
ma l'un rio successor di fama leva;
Mario poi, che Jugurta e' Cimbri atterra
e 'l tedesco furore, e Fulvio Flacco,
ch'a l'ingrati troncar a bel studio erra,
et il più nobil Fulvio, e solo un Gracco
di quel gran nido garrulo inquïeto
che fe' il popol roman più volte stracco,
e quel che parve altrui beato e lieto,
non dico fu, ché non chiaro si vede
un chiuso cor profondo in suo secreto:
Metello dico, e suo padre, e suo' rede,
che già di Macedonia e de' Numidi
e di Creta e di Spagna addusser prede.
Poscia Vespasïan col figlio vidi,
il buono e bello, non già il bello e rio,
e 'l buon Nerva, e Traian, principi fidi,
Elio Adriano e 'l suo Antonin Pio,
bella successïone infino a Marco,
ché bono a buono ha natural desio.
Mentre che vago oltre cogli occhi varco,
vidi il gran fondatore e i regi cinque;
l'altro era in terra di mal peso carco,
come adiven a chi virtù relinque.
II
Pien d'infinita e nobil meraviglia
presa a mirar il buon popol di Marte,
ch'al mondo non fu mai simil famiglia,
giungea la vista con l'antiche carte
ove son gli alti nomi e' sommi pregi,
e sentiv' al mio dir mancar gran parte;
ma disviarmi i pellegrini egregi,
Anibal primo, e quel cantato in versi
Achille, che di fama ebbe gran fregi,
i duo chiari Troiani e' duo gran Persi,
Filippo e 'l figlio, che da Pella agl'lndi
correndo vinse paesi diversi.
Vidi l'altro Alessandro non lunge indi
non già correr così, ch'ebbe altro intoppo
(quanto del vero onor, Fortuna, scindi!);
i tre Teban ch' i' dissi, in un bel groppo;
ne l'altro, Aiace, Diomede e Ulisse
che desiò del mondo veder troppo;
Nestor che tanto seppe e tanto visse;
Agamenón e Menelao, che 'n spose
poco felici al mondo fer gran risse;
Leonida, ch' a' suoi lieto propose
un duro prandio, una terribil cena,
e 'n poca piazza fe' mirabil cose;
et Alcibiade, che sì spesso Atena
come fu suo piacer volse e rivolse
con dolce lingua e con fronte serena;
Milziade che 'l gran gioco a Grecia tolse,
e 'l buon figliuol che con pietà perfetta
legò sé vivo e 'l padre morto sciolse;
Teseo, Temistoclès con questa setta,
Aristidès che fu un greco Fabrizio:
a tutti fu crudelmente interdetta
la patria sepoltura, e l'altrui vizio
illustra lor, ché nulla meglio scopre
contrari due com 'piccolo interstizio.
Focïon va con questi tre di sopre,
che di sua terra fu scacciato morto;
molto diverso il guidardon da l'opre!
Com'io mi volsi, il buon Pirro ebbi scorto,
e 'l buon re Massinissa, e gli era avviso
d'esser senza i Roman ricever torto.
Con lui, mirando quinci e quindi fiso,
Jero siracusan conobbi, e 'l crudo
Amilcare da lor molto diviso.
Vidi, qual uscì già del foco, ignudo
il re di Lidia, manifesto esempio
che poco val contra Fortuna scudo.
Vidi Siface pari a simil scempio;
Brenno, sotto cui cadde gente molta,
e poi cadde ei sotto il delfico tempio.
In abito diversa, in popol folta
fu quella schiera; e mentre gli occhi alti ergo,
vidi una parte tutta in sé raccolta,
e quel che volse a Dio far grande albergo
per abitar fra gli uomini, era il primo;
ma chi fe' l'opra gli venia da tergo:
a lui fu destinato, onde da imo
produsse al sommo l'edificio santo,
non tal dentro architetto, com'io stimo.
Poi quel ch'a Dio familïar fu tanto
in grazia, a parlar seco a faccia a faccia,
che nessun altro se ne può dar vanto;
e quel che, come un animal s'allaccia,
co la lingua possente legò 'l sole,
per giugner de' nemici suoi la traccia.
O fidanza gentil! chi Dio ben cole,
quanto Dio ha creato aver suggetto,
e 'l ciel tener con semplici parole!
Poi vidi 'l padre nostro, a cui fu detto
ch'uscisse di sua terra e gisse al loco
ch'a l'umana salute era già eletto;
seco il figlio e 'l nipote, a cui fu il gioco
fatto de le due spose; e 'l saggio e casto
Joseph dal padre lontanarsi un poco.
Poi stendendo la vista quant'io basto,
colui vidi oltra il qual occhio non varca,
la cui inobedienza ha il mondo guasto.
Di qua da lui, chi fece la grande arca,
e quei che cominciò poi la gran torre
che fu sì di peccato e d'error carca;
poi quel buon Juda a cui nessun può torre
le sue leggi paterne, invitto e franco
com'uom che per giustizia a morte corre.
Già era il mio desio presso che stanco,
quando mi fece una leggiadra vista
più vago di mirar ch'i' ne fossi anco.
I' vidi alquante donne ad una lista:
Antiope ed Oritia armata e bella,
Ippolita del figlio afflitta e trista,
e Menalippe, e ciascuna sì snella
che vincerle fu gloria al grande Alcide:
e' l'una ebbe, e Teseo l'altra sorella;
la vedova che sì secura vide
morto 'l figliolo, e tal vendetta feo
ch'uccise Ciro et or sua fama uccide,
però che, udendo ancora il suo fin reo,
par che di novo a sua gran colpa moia,
tanto quel dì del suo nome perdeo.
Poi vidi quella che mal vide Troia,
e fra queste una vergine latina
ch'in Italia a' Troian fe' molta noia.
Poi vidi la magnanima reina:
con una treccia avolta e l'altra sparsa
corse alla babilonica rapina;
poi Cleopatra, e l'un'e l'altra er' arsa
d'indegno foco; e vidi in quella tresca
Zenobia del suo onor assai più scarsa.
Bella era, e ne l'età fiorita e fresca;
quanto in più gioventute e 'n più bellezza,
tanto par ch'onestà sua laude accresca;
nel cor femineo fu sì gran fermezza,
che col bel viso e co l'armata coma
fece temer chi per natura sprezza:
io parlo de l'imperio alto di Roma,
che con arme assalìo; ben ch'a l'estremo
fusse al nostro trionfo ricca soma.
Fra' nomi che in dir breve ascondo e premo,
non fia Judith, la vedovetta ardita,
che fe' il folle amador del capo scemo.
Ma Nino ond'ogni istoria umana è ordita,
dove lasc'io e 'l suo gran successore
che superbia condusse a bestial vita?
Belo dove riman, fonte d'errore
non per sua colpa? Dov'è Zoroastro,
che fu de l'arti magiche inventore?
E chi de' nostri dogi che 'n duro astro
passar l'Eufrate fece il mal governo,
a l'italiche doglie fiero impiastro?
Ov'è 'l gran Mitridate, quello eterno
nemico de' Roman che sì ramingo
fuggì dinanzi a lor la state e 'l verno?
Molte gran cose in picciol fascio stringo:
ov'è un re Arturo, e tre Cesari Augusti,
un d'Affrica, un di Spagna, un Lottoringo?
Cingean costu' i suoi dodici robusti;
poi venia solo il buon duce Goffrido
che fe' l'impresa santa e' passi giusti.
Questo, di ch'io mi sdegno e 'ndarno grido,
fece in Jerusalem co le sue mani
il mal guardato e già negletto nido.
Gite superbi, o miseri Cristiani,
consumando l'un l'altro, e non vi caglia
che 'l sepolcro di Cristo è in man de' cani!
Raro o nessun che 'n alta fama saglia
vidi dopo costui, s'io non m'inganno,
o per arte di pace o di battaglia.
Pur, come uomini eletti ultimi vanno,
vidi verso la fine il Saracino
che fece a' nostri assai vergogna e danno;
quel di Lurìa seguiva il Saladino,
poi il duca di Lancastro, che pur dianzi
era al regno de' Franchi aspro vicino.
Miro, come uom che volentier s'avanzi,
s'alcuno ivi vedessi qual egli era
altrove agli occhi miei veduto inanzi;
e vidi duo che si partir iersera
di questa nostra etate e del paese;
costor chiudean quella onorata schiera:
il buon re cicilian che 'n alto intese
e lunge vide e fu veramente Argo;
da l'altra parte il mio gran Colonnese,
magnanimo, gentil, constante e largo.
III
Io non sapea da tal vista levarme,
quand'io udi': - Pon mente a l'altro lato
ché s'acquista ben pregio altro che d'arme.
-
Volsimi da man manca, e vidi Plato
che 'n quella schiera andò più presso al segno
al qual aggiunge cui dal Cielo è dato,
Aristotele poi, pien d'alto ingegno,
Pitagora che primo umilemente
filosofia chiamò per nome degno,
Socrate e Senofonte, e quello ardente
vecchio a cui fur le Muse tanto amiche
ch'Argo e Micena e Troia se ne sente;
questo cantò gli errori e le fatiche
del figliuol di Laerte e d'una diva,
primo pintor delle memorie antiche.
A man a man con lui cantando giva
il Mantovan che di par seco giostra,
ed un al cui passar l'erba fioriva:
questo è quel Marco Tullio in cui si mostra
chiaro quanti eloquenzia ha frutti e fiori;
questi son gli occhi de la lingua nostra.
Do
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