UNA BURLA RIUSCITA, di Italo Svevo - pagina 10
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Mai più si sarebbe potuto liberare dal marchio di quella burla.
Se mai aveva potuto dimenticare che una donna lo aveva burlato respingendolo.
Oramai tanto vecchio, essa tuttavia non sapeva reprimere un cattivo sorriso quando lo vedeva.
Con l'equanimità del letterato, Mario ricordò che anche lui era per altri un rimprovero vivente, perchè in città v'era qualcuno che si turbava al solo vederlo.
Buono com'era, egli aveva tentato d'addolcire quei rapporti, ma non vi era riuscito, anche perchè tali imbarazzi non si levano, ma s'aggravano con le spiegazioni.
Ed egli non aveva fatte mai delle burle, ma la vita sapeva inventarne anche di più atroci di quelle del Gaia, e bastava saperne per esser considerato dalle vittime un vero nemico.
La notte sarebbe stata orrenda, se non fossero intervenute ad alleviarla le favole.
Capitarono innocenti, come se l'avventura col Westermann non le riguardasse, e trovarono subito e incontrastato l'accesso a quella stanza.
Meritavano tale accoglienza.
Esse erano purissime, non bruttate dalla burla.
Nessuno aveva potuto spiarle.
Erano più pure ancora perchè Mario stesso non le aveva mai considerate se non una sua appendice, una sua forma di sorriso e di respiro.
Il Gaia non aveva previsto ch'egli poteva guarire Mario da una letteratura, ma non da tutta la letteratura.
Eran tre le gentili soccorritrici e si tenevan per mano, ma ciascuna gli si rivelò distinta al momento opportuno per confortarlo e guidarlo.
Ecco come si manifestò la prima: Mario tremava al pensiero che forse egli non avrebbe saputo essere virile abbastanza per punire il Gaia, non perchè temesse di lui, ma perchè non avrebbe saputo abbordarlo e affrontare la sua derisione meritata.
Un uccellino accanto a lui sospirava: "Anche la debolezza ha il suo conforto".
E nasceva la favola: "Un uccellino fu strozzato da uno sparviero.
Non gli fu lasciato che il tempo sufficiente ad una protesta molto breve, un solo altissimo grido d'indignazione.
All'uccellino parve di aver fatto tutto il suo dovere, e la sua animuccia se ne vantò, e volò superba verso il sole per perdersi nell'azzurro".
Quale conforto! Mario si fermò ad ammirare quell'azzurro cui l'anima degli uccellini appartiene come la nostra al paradiso.
La seconda venne a correggere con un sorriso il proposito gridato ad alta voce di non occuparsi mai più di letteratura.
Arrivava ben tardi quel proposito.
E Mario ne seppe ridere come se qualche bestiolina innocente accanto a lui avesse commesso il medesimo errore: "Un uccellino fu ferito da un colpo di fucile.
L'ultimo suo sforzo fu dedicato a involarsi dal luogo ove era stato colpito con tanto fragore.
Riuscì a ficcarsi nell'oscurità del bosco ove spirò mormorando: "Son salvo"".
E la terza chiarì la seconda.
Perchè celare la propria letteratura è facile.
Basta guardarsi dai piaggiatori e dagli editori.
Ma rinunziarvi? E come si fa allora a vivere? La seguente tragedia lo incorò a non fare quello che il Gaia avrebbe voluto: "Un uccellino acciecato dall'appetito si lasciò impaniare.
Fu posto in una gabbiuccia ove le sue ali non potevano neppure stendersi.
Sofferse orribilmente, finchè un giorno la sua gabbia non fu lasciata aperta, ed esso potè riavere la sua libertà.
Ma non ne godette a lungo.
Reso troppo diffidente dall'esperienza, dove vedeva cibo sospettava l'insidia, e fuggiva.
Perciò in breve tempo morì di fame".
E, confortato da quei tre uccellini periti tutt'e tre, Mario avrebbe potuto trovare anche il sonno.
Ma in quella s'accorse che nella sua stanza mancava qualche cosa cui egli era uso: il russare del fratello.
Che Giulio non dormisse ancora? A quell'ora! Sarebbe stata una cosa grave.
Si accostò in punta di piedi alla porta dell'altra stanza.
La luce vi era spenta, ma Giulio, tuttavia desto, lo sentì e lo pregò di entrare.
Quando Mario ebbe accesa la lampada, Giulio lo guardò timoroso, e per la paura di dover sopportare degli altri rimproveri, confessò il proprio turbamento: "Non so consolarmi di aver aggravato i tuoi pensieri col non ricordarmi le precise parole che mi furono dette da quel giovinetto".
"E non dormi per questo? - esclamò Mario profondamente addolorato.
- Oh, te ne prego.
Dormi, dormi subito.
Adesso so perchè non potevo dormire io stesso.
Per chetarmi devo sentir dormire te.
Via, mettiti in pace.
Di quella storia parleremo domani...".
E s'accinse a spegnere la luce.
A Giulio non pareva vera tanta dolcezza che pioveva sul suo letto.
E volle goderne ancora.
Impedì a Mario di spegnere la luce: "Tu sei più calmo ora.
Perchè non si potrebbe farmi ora la lettura? Sei poi guarito della gola? Io non dormo più bene dacchè di sera non si legge più".
E Mario, in piena buona fede, perchè non ricordava più in quale stato d'animo si fosse trovato quando il successo gli arrideva vicino e sicuro, esclamò: "Io non lo sapevo, perchè altrimenti t'avrei letto ogni sera quanto e più di quanto t'occorra.
Il male di gola non era gran cosa, e m'è passato.
Se vuoi ti leggerò De Amicis e Fogazzaro.
Così avrai pronto il sonno".
Quest'ultima frase farebbe credere che già allora la burla avesse perduto ogni efficacia.
Se il Gaia fosse stato presente, sconfortato, avrebbe pensato che con un presuntuoso simile ogni burla era vana.
Invece, in verità, in quel momento, per Mario, la letteratura non esisteva affatto.
Esisteva solo il fratello malato, cui bisognava propinare quanta letteratura occorresse.
E si rassegnava ad abbassare la propria o l'altrui all'ufficio di clistero.
Ma quella sera non volle leggere.
Era tardi, ed egli aveva bisogno di qualche ora di sonno.
Bisognava arrivare al Gaia sereno e riposato.
E invece che letteratura regalò a Giulio ancora dell'altro affetto.
Lo trattò maternamente, con autorità e con grande dolcezza, con imposizioni e promesse.
Gli disse che ora doveva dormire, ma che la sera appresso sarebbero ritornati insieme al loro dolce costume antico.
Gli avrebbe letto cose d'altri, ma anche cose proprie di cui non gli aveva parlato mai e che ora gli confidava.
Tante favole raccolte nella solitudine più assoluta.
Nessun altro doveva sospettarne l'esistenza.
Si trattava di una letteratura casalinga, nata nel cortile e destinata a quella camera.
Anzi non era letteratura perchè letteratura è una cosa che si vende e si compera.
Questa era per loro due e nessun altro.
"Vedrai, vedrai.
Son brevi, e non s'adattano perciò a ninna nanna.
Ma io ti dirò, leggendole, come son nate, perchè ognuna d'esse ricorda una mia giornata, anzi la correzione della mia giornata.
Ho da pentirmi di tutto quello che feci, ma vedrai che il mio pensiero fu più accorto delle mie azioni".
Poco dopo Giulio russava, e Mario, beato del suo successo col fratello, s'addormentò anche lui non molto più tardi.
E al sibilo violento della bora, fecero bordone i suoni ritmici di Giulio e, presto, anche qualche alto grido di Mario, che, nel sogno, continuava ad essere convinto di meritare altro, di meritare meglio.
La burla non arrivava ad alterare il suo sogno.
VIII
Ma la mattina di buon'ora, egli si destò e ritrovò il suo dolore e la sua ira.
Il mondo, ove tuttavia imperversava la bora sotto ad un cielo fosco, gli appariva ben triste, perchè privato dell'esistenza del Westermann.
Il fratello dormiva ancora.
Andò alla sua porta.
Mario sorrise contento al sentire che nel lungo riposo la respirazione del dormente s'era fatta meno rumorosa.
Pensò ad alta voce: "Ritorno subito a te, intero, a te che mi vuoi bene".
Lottando con la bora, egli s'avviò diritto all'abitazione del Gaia, situata in una delle vie parallele al Canale, a quell'ora ancora deserte.
Stava anche per salire dal Gaia, ma poi si pentì, e ritornò sulla via.
Quelle spiegazioni non dovevano avere dei testimoni.
Bisognava fare in modo che la burla - se realmente si trattava di una burla - non si divulgasse.
Per il momento egli avrebbe aspettato il Gaia sulla via e poi, se fosse occorso, l'avrebbe indotto a seguirlo in luogo ove lo avrebbe potuto punire.
Come erano fatti i luoghi ove si poteva punire senza sfigurare? Mario non lo sapeva.
Ma, teorico come era, gli pareva di aver già stabilito tutto.
L'importante era di trovare il Gaia.
Ebbe fortuna, intanto.
Quando già cominciava a soffrire del freddo intenso, vide apparire il commesso che correva.
Rincasato tardi come al solito, aveva aspettato nel letto l'ultimo momento utile per arrivare in tempo al suo dovere.
Mario, che ora batteva i denti (non sapeva neppur lui se dal freddo o dall'eccitazione), l'affrontò ruminando parole relativamente miti con cui domandare delle spiegazioni.
Ma il Gaia ebbe la sfortuna d'essere poco attento, forse causa la fretta.
Senza averlo salutato, gli domandò: "Hai avuto notizie del Westermann?".
Le parole preparate con tanta accuratezza, svanirono, e Mario non ne trovò altre.
Il suo organismo intero era come un arco che nelle lunghe ore d'impazienza si fosse teso sempre più fino al limite della resistenza.
Scattò: lasciò cadere sulla faccia del Gaia un manrovescio enorme di cui non avrebbe creduto capace la sua mano e il suo braccio, che da lunghi anni non avevano conosciuto alcun moto violento.
Il colpo fu tale che dolsero anche a lui il pugno ed il braccio, e fu in procinto di perdere l'equilibrio.
Il cappello del Gaia era stato abbandonato alla bora che lo sollevò alto, alto.
Ora un cappello, specie quando soffia la gelida bora, è un oggetto molto importante, e il Gaia perdette la poca capacità di reazione che poteva avere, per seguirlo con l'occhio, esitante se non dovesse rincorrerlo.
Ciò gli conferì per un istante un'aria d'indifferenza che fece trasalire Mario.
Forse egli aveva sbagliato.
Forse il Westermann esisteva tuttavia.
E allora che figura avrebbe fatto? Fu un attimo angoscioso e di speranza intensa.
Aveva ancora la minaccia nell'occhio, e pur supponeva che forse un momento dopo si sarebbe dovuto gettare ai piedi del Gaia.
Ma intanto il cappello del Gaia, dopo essere calato a terra, sparì ruzzolando sul marciapiedi, dietro al prossimo svolto.
S'avviava al Canale, alla definitiva perdizione, ed il Gaia comprese che non lo poteva ripigliare.
S'avvicinò a Mario, da cui l'aveva allontanato il manrovescio, e Mario si sbiancò accorgendosi che voleva parlare e non reagire.
Da tutte le bestie intelligenti si osserva che un forte dolore fisico come quello prodotto al Gaia dalla percossa, dà intero il sentimento del proprio torto.
Intanto, per poter protestare, confessò: "Perchè? Per uno scherzo innocente".
E così Mario apprese con disperazione ma anche con sollievo che il Westermann proprio non esisteva.
Confermò subito il manrovescio precedente con un altro.
E gli sarebbe bastato, se il suo mite animo avesse potuto intervenire.
Ma è difficile, per chi manca di pratica, cessare dal picchiare quando vi si è abbandonato con piena violenza.
Perciò piovvero sulla testa del povero viaggiatore di commercio due altri fortissimi colpi, appioppati da Mario a due mani, perchè oramai la sinistra doveva aiutare la destra ch'era quasi paralizzata dal dolore.
Appena allora il Gaia si sentì imposta la resistenza, visto che senza di essa non poteva sapere quando Mario avrebbe interrotta la sua azione.
S'accostò minaccioso a Mario, ma era tanto debole che un altro colpo raggiunse in pieno la sua faccia sebbene egli l'avesse parato a tempo.
Fu anche spaventato da un grido roco di Mario che gli parve significare un'ira inumana.
Era stato invece strappato a Mario dal dolore al braccio lussato.
Il naso del Gaia sanguinava e, col pretesto di coprirselo col fazzoletto, il povero burlone s'allontanò di un passo da Mario.
Non era quello il vero posto adatto a punizioni, ma Mario non se ne accorse.
Una donna del popolo, tonda e infagottata, con una cesta al braccio, si fermò a guardarli.
Il Gaia si vergognò anche perchè Mario aveva finalmente riacquistata la parola e gli lanciava delle insolenze: "Ubbriacone, svergognato, mentitore".
Volle trovare un'espressione virile, ma non seppe perchè si sentiva male, molto male, ed era anche impensierito.
Egli sapeva con certezza di essere stato percosso al capo, e non comprendeva perchè gli dolesse il fianco.
Se gli fosse doluta la testa non vi avrebbe dato peso.
Col fiato corto, disse a Mario: "Non comportiamoci da facchini.
Io sono interamente a tua disposizione".
"Ma che parli di cavalleria, tu? - urlò Mario.
- Non senti neppure la vergogna degli schiaffi che avesti?".
E qui Mario trovò finalmente il modo di dire le parole con le quali avrebbe voluto iniziare le spiegazioni: "Ricordati che se tu divulghi la burla che osasti, io rendo noto quanto qui è avvenuto e rinnovo il trattamento che ora subisti, ma anche a calci".
Ricordò che a questo mondo esistevano anche i calci, e ne inferse subito uno al povero Gaia.
Il quale, sempre ripetendo ch'era a disposizione di Mario, e tenendo coperta col fazzoletto metà della faccia, si ritirò verso casa sua, negli occhi una minaccia, ma il corpo del tutto inerte.
Mario non l'inseguì, e, stomacato, gli volse le spalle.
Si sentiva meglio, molto meglio.
Le vittorie dello spirito, non v'ha dubbio, sono molto importanti, ma una vittoria dei muscoli è salutare assai.
Il cuore acquista novella fiducia nel vaso in cui batte, e si regola e rafforza.
S'avviò al proprio ufficio.
La bora soffiava tanto violenta che sul ponte del Canale egli dovette arrestarsi per raccogliere le forze prima di varcarlo.
Ebbe così uno spettacolo che veramente lo esilarò.
Sull'acqua navigava verso il mare aperto, e abbastanza velocemente, il cappello del Gaia.
Veleggiava proprio.
La vela era costituita da un tratto della falda, che sporgeva dall'acqua e dava presa al vento.
Affrontò poi virilmente il momento sgradevole di dire della burla al Brauer.
Fu facilissimo.
Il Brauer ascoltò senza batter ciglio.
Non provava alcuna sorpresa perchè ricordava ancora quella avuta all'apprendere che per un romanzo venisse offerta una somma tanto ingente.
Applaudì quando apprese del primo manrovescio inferto al Gaia e, al secondo, abbracciò Mario.
Poi avvenne l'inaspettato.
Una scoperta: anche agli uomini più pratici accade di seguire da vicino lo svolgimento dei fatti, di conoscerli interamente dal loro inizio, e di restare poi stupiti trovandosi di fronte ad un risultato che si sarebbe potuto prevedere, stendendo sulla carta un paio di cifre.
Gli è che certi fatti spariscono nella nera notte quando accanto a loro altri brillano di luce troppo fulgida.
Finora tutta la luce s'era riversata sul romanzo, che ora piombava nel nulla, e appena adesso il Brauer si ricordava di aver venduto per conto di Mario duecentomila corone al cambio di settantacinque.
Ma il cambio austriaco, negli ultimi giorni, s'era affievolito di tanto che, per quella transazione, Mario si trovava ad aver guadagnato settantamila lire, giusto la metà di quanto avrebbe ricevuto se il contratto col Westermann fosse stato fatto sul serio.
Mario dapprima urlò: "Io quel sozzo denaro non lo voglio".
Ma il Brauer si sorprese e s'indignò.
Al letterato poteva spettare in commercio il diritto di stendere una lettera, ma non di giudicare di un affare.
Rifiutando quel denaro, Mario si dimostrerebbe indegno di qualunque collaborazione in commercio.
Incassato il grosso importo, anche Mario fu pieno d'ammirazione.
Strana vita quella dell'uomo, e misteriosa: con l'affare fatto da Mario quasi inconsapevolmente, s'iniziavano le sorprese del periodo postbellico.
I valori si spostavano senza norma, e tanti altri innocenti come Mario ebbero il premio della loro innocenza, o, per tanta innocenza, furono distrutti; cose che s'erano viste sempre, ma parevano nuove perchè si avveravano in tali proporzioni da apparire quasi la regola della vita.
E Mario, per quei denari che si sentiva in tasca, stette a guardare con sorpresa, e studiò il fenomeno.
Abbacinato mormorò: "È più facile conoscere la vita dei passeri che la nostra".
Chissà che la vita nostra non apparisca ai passeri tanto semplice da far creder loro di poter ridurla in favole?
Il Brauer disse: "Quel bestione di un Gaia, giacchè aveva architettata una burla simile, avrebbe dovuto basarla su una somma di almeno cinquecentomila corone.
Tu allora avresti avuto in tasca tante di quelle corone da bastarti per tutta la vita".
Mario protestò: "Io, allora, non ci sarei cascato.
Non avrei mai ammesso che per il mio romanzo si pagasse tanto".
Il Brauer tacque.
"Che questa mia fortuna non renda più nota la burla che dovetti subire" augurò Mario angosciato.
Il Brauer lo rassicurò.
Nessuno l'avrebbe appreso, perchè alla Banca nessuno sapeva a quale origine fosse dovuto quell'affare.
Infatti neppure il Gaia ne riseppe; chè, se no, con ragione avrebbe domandato il suo cinque per cento di provvigione.
I denari furono molto utili ai due fratelli.
Data la modestia delle loro abitudini, garantivano loro per lunghissimi anni, se non per sempre, una vita più facile.
E la smorfia che Mario aveva abbozzato incassandoli, non la ripetè quando li spese.
E talora gli parve persino che gli fossero provenuti - premio pregiatissimo - dalla sua opera letteraria.
Però il suo intelletto abituato a concretarsi in parole precise, non si lasciava ingannare quanto sarebbe occorso per la sua felicità.
Lo prova la favola seguente, con la quale Mario tentava di nobilitare il proprio denaro: "La rondinella disse al passero: "Sei un animale spregevole, perchè ti nutri delle porcheriole che giacciono".
Il passero rispose: "Le porcheriole che nutrono il mio volo, s'elevano con me"".
Poi, per difendere meglio il passero col quale s'immedesimava, Mario gli suggerì anche un'altra risposta: "È un privilegio quello di saper nutrirsi anche delle cose che giacciono.
Tu, che non l'hai, sei costretta all'eterna fuga".
La favola non voleva finire più, perchè molto tempo dopo, con altro inchiostro, Mario fece parlare un'altra volta il passero: "Mangi volando, perchè non sai camminare".
Mario si metteva modestamente fra gli animali che camminano, animali utilissimi che possono, in verità, disdegnare coloro che volano, cui il piacere di volare tolse ogni desiderio di altro progresso.
E non era finita.
Pare anzi che a quella favola pensasse ogni qualvolta sentiva la comodità di disporre di tanto denaro.
Un giorno addirittura s'arrabbiò con la rondinella, che pur non aveva aperto il becco che una volta soltanto: "Osi biasimare un animale perchè non è fatto come te?".
Così parlava il passero col suo cervellino.
Ma se fosse fatto obbligo ad ogni animale di badare ai fatti proprii e non imporre le sue propensioni e perfino i suoi organi agli altri, non ci sarebbero più delle favole a questo mondo; ed è escluso che Mario abbia voluto proprio questo.
Italo Svevo
Trieste, 14 Ottobre 1926.
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