UNA PECCATRICE, di Giovanni Verga - pagina 18
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Egli non ha detto: Che cara pazzia!...
Ha detto semplicemente: Quale pazzia!...
Ho veduto dalla sommità di quelle torri questo mare azzurro che si confonde con il ceruleo dell'orizzonte, che si stende nella sua grande immobilità in lontananza e freme e spumeggia ai miei piedi; ho veduto quelle barche che sembravano giocattoli da quell'altezza, quel litorale sparso di ville e di paesetti, e Catania...
Catania ove Pietro mi aveva tanto amato....
Vi fissai un lungo sguardo, non avvertendo le lagrime che bagnavano le mie guance.
«Che guardi?», mi domandò egli, come se mi avesse domandato: Perché piangi?
«Catania!», risposi colla voce ancora tremante.
Egli sentì forse tutto quanto vi era di passione e di rimembranze in quella parola; e lo provò anch'egli fors'anche in quel momento, poiché soggiunse, come cedendo ad una generosa risoluzione:
«Vuoi che ritorniamo a Catania?».
Non risposi e restai cogli occhi umidi e fissi sul golfo in fondo al quale biancheggiavano le cupole che indicavano la città, appoggiandomi al braccio di lui.
Sentivo quanto vi era di nobile sacrifizio in quella proposta; ciò ch'escludeva l'amore, ch'era quello che mi bisognava.
«Dov'è Siracusa?», domandai poscia, come non accorgendomene, cedendo ad un intimo impulso.
Pietro mi additò un punto tra mezzogiorno e ponente, dietro il Capo Passero che si vedeva distintamente, ove dovea essere il suo paese natale.
«Perché non mi conduci a Siracusa piuttosto?», gli dissi gettandogli le braccia al collo, singhiozzando e fissando nei suoi i miei occhi brillanti di lagrime.
Egli abbassò gli occhi, baciandomi le mani, e rispose, dopo avere esitato un istante:
«Se lo vuoi...».
«No! io non lo voglio...
Ciò che io voglio è il tuo amore! il tuo amore sfrenato, ardente, quale lo sentivi per me, quale cerchi ancora come smanioso e non sai più trovare, quale io spero qualche volta illudendomi, e tento tutte le occasioni per travedere in te...
e non m'accorgo, pazza, disgraziata ch'io sono, che tu non lo trovi...
che tu hai la generosità, la nobiltà di fingerlo meco; ciò di cui senti rimorso;...
e che tutto...
tutto!...
perfino le tue carezze, perfino i tuoi sacrifizii mi dimostrano che tu non senti più per me...»
«Partiamo!», soggiunsi poco dopo strascinandolo pel braccio, soffocando l'emozione che sentivo prorompere nell'eccitazione della corsa, poiché mi sentivo morire.
L'ultimo raggio di sole rischiarava ancora i merli della più alta torre, e nell'abisso che dovevamo traversare era buio profondo; e gli echi ne erano mugghianti; e gli sprazzi di spuma biancheggiavano come giganteschi fantasmi.
Un momento mi sembrò che l'immenso fascino di quello spaventevole abisso attraesse l'abisso doloroso del mio cuore; che quei bianchi fantasmi mi stendessero le braccia come a prepararmi un letto eterno che dovesse accogliermi assieme all'uomo che adoravo tanto più freneticamente quanto più lo vedevo allontanarsi da me...
Un momento il mio piede si stese sul precipizio e la mia mano strinse più forte la sua per allacciarlo in un modo che nulla sarebbe valso a rapirmelo mai più...
«No! no!», gridò il mio cuore gemente, «no!...
ch'egli viva! ch'egli sia felice!...
io non potrò mai essergli grata abbastanza dei giorni che mi ha dato, dei sacrifizii che ha avuto la bontà d'imporsi per me!...
Ch'egli sia felice...
anche con un'altra!...»
Un'altra!...
Ecco quell'idea terribile, sanguinosa, che mi ha attraversato il cuore come un ferro infuocato, e alla quale non avrei forse saputo resistere se ci avessi prima pensato...
Mi avvidi, quasi con gioia, come se fossi stata salvata da un immenso pericolo, che camminavamo sul selciato della strada.
Una o due volte, in quella notte agitata e febbrile passata al davanzale della mia finestra, ho avuto dei momenti di speranza, d'illusione...
speranza tale che mi faceva mettere dei gridi di gioia, che mi faceva comprimere le tempie fra le mani, quasi le arterie che battevano di felicità minacciassero di sconvolgermi la ragione...
Egli mi avea proposto di accompagnarmi a Catania!...
egli aveva avuto forse un istante d'amore per me!...
dell'amore di una volta!...
Oh! Dio! Dio!...
morire almeno in tal momento!...
Ieri volli uscire con lui; volli fare una passeggiata in barca.
Egli prese i remi, ed entrambi, soli, ci cullammo nella piccola barchetta da pescatori su quelle onde azzurre come il cielo.
Quand'egli è solo, pensieroso, vicino a me...
provo un momento di dubbio, d'incertezza...
Mi pare di sperare, mi pare di averlo mio! tutto mio!...
e che nulla abbia potenza di strapparlo all'amplesso frenetico delle mie braccia.
Appena fummo al largo egli lasciò i remi e venne a prendere la mia mano.
Lo guardai come non l'avevo mai guardato: sentivo che non potevo amarlo più di quanto io l'amavo in quel momento; mi pareva impossibile ch'egli dovesse lasciarmi il dopodomani.
Egli baciava le mie mani, e sostava per guardarle in silenzio, come se avesse temuto di alzare gli occhi nei miei, e per tornare a baciarle...
Le sentii umide delle sue lagrime.
«Pietro!», esclamai palpitante di una sublime emozione, mentre tutti i pori del mio cuore si dilatavano ad assorbire le inebbrianti emanazioni di una lusinghiera speranza: «ieri ti pregai di condurmi a Siracusa...
con te...».
Egli non poté più frenare il pianto, e scosse la testa tristamente.
«Impossibile!», mormorò con un soffio appena intelligibile.
«Impossibile?...», ripetei radunando tutte le forze di cui mi sentivo capace; «e perché, Pietro?!...»
«Oh! grazia! grazia, Narcisa!», singhiozzò egli stringendomi fra le sue braccia, nascondendo la sua testa nel mio petto; «grazia!...
io sono molto vile!!...»
Era orribile a vedersi l'angoscia disperata di quel volto energico, l'annichilamento completo di quel carattere di bronzo.
«Sì, io sono vile! io son colpevole! io sono infame!...», seguitò con voce delirante: «oh! grazia, Narcisa!...».
L'amavo tanto che non sentii tutto lo spasimo sublime che quelle parole mi facevano provare: ebbi soltanto pietà di lui.
Lo abbracciai, piangendo anch'io, tremando convulsivamente del suo tremito, mischiando le mie labbra alle sue.
«Dillo! Pietro...
dillo!», gridai con disperato sforzo di volontà, «tu non mi ami più!...
tu non mi ami più come prima!».
Egli rimase abbattuto, in silenzio, sulla panchetta della barca.
Quel silenzio durò cinque minuti.
Quando risollevò il volto fui atterrita dallo spaventevole pallore che copriva i suoi lineamenti solcati profondamente.
«Ascoltami, Narcisa!», cominciò egli con voce solenne, quasi calma: «io ho un sacro dovere di gratitudine verso di te...
dovere che mi fanno caro le reminiscenze che non potrò dimenticare giammai, e che formano ora il mio inferno...
Eppure, te lo giuro sul mio onore, io non mi trovo colpevole...
no!...
che soltanto queste reminiscenze mi restino ora vicino a te...
Tu hai il diritto di disporre di me, in tutto...
Io sacrificherò al dovere quello che avrei sacrificato all'amore, e farò quanto è possibile all'uomo per renderti la tua felicità.
Ho tanto provato di sì immenso nella voluttà del godimento, nel delirio dell'esser felice, che forse all'uomo non è concesso di godere...
e Dio mi punisce, col soffiare su tutte quelle sensazioni che formavano il mio amore...
che cerco invano da due mesi...
e spegnerle per me.
Nel tremito ardente delle tue labbra, sul tepore della tua pelle rosata, nelle nervose e convulse pressioni delle tue braccia, nel delirio fervente delle tue carezze, ho cercato invano un atomo, un atomo solo, di quello che provavo d'arcano, d'indefinibile, di più che terreno, quando, seduto sul lastrico della strada, ti vedevo al verone, ciò che formava il delirio dei miei sogni; che nei primi trasporti del possederti, quando mi pareva di divenire folle per la felicità dell'amor tuo, io provai sino a quel parossismo del godimento che ci annienta, direi, nel godimento istesso, e che ci lascia sbalorditi della sua estensione.
Io ho cercato invano questo profumo, questo vapore che ti circondava d'incenso come gli angeli, e in cui non osavo immergermi per timore di perdervi la ragione o di perdervi l'illusione...
È duro, è crudele quello che dico...
ma tu hai mente per apprezzarlo e cuore per perdonarmelo...
come mi hai perdonato tutto quello che ti ho fatto soffrire da due mesi, che mi sono rimproverato, e di cui il rimorso mi lacera...
Quello che io piango, Narcisa, è l'amore che ho provato e che non posso più trovare...
che cerco assetato per inebbriarmene, poiché la sete che ne ho è ardente, divoratrice, e che mi fugge sempre dinanzi come un fuoco fatuo...
Io avrei paura, rimanendoti più a lungo vicino, che la stanchezza dell'animo non vincesse anche il desiderio ineffabile che ho di questo amore...
e che tutto questo tesoro di diletti che trovasi in te, di cui m'abbeverai forse sino all'ebbrietà, non vada perduto dell'intutto per me! Oh! io ho paura di ciò, Narcisa!...
poiché la speranza di riamarti un giorno come ti ho amato m'impedisce che mi bruci le cervella, non avendo più nulla a godere sulla terra.
Bisogna ch'io mi allontani da te per qualche tempo, ch'io torni a dubitare della felicità che ho goduto...
ch'io dubiti della speranza fin anche di questa felicità, per esser pazzo di te come lo ero quando passavo le notti innanzi la tua casa senza sperare un'occhiata da te...
bisogna che io ti vegga ancora lontana da me, in mezzo alle pompe del tuo lusso, all'incanto delle tue seduzioni, per cercarti ansioso, cieco, folle, come allora; e stendere le braccia, delirante, invocando un altro sorso di questa coppa fatata...
a cui fui tanto stolto da bere troppo...».
Egli non poté più proseguire, soffocato dalla violenza della sua commozione, tenendosi il petto colle mani increspate da una violenza contrazione, inginocchiato ai miei piedi, coll'occhio luccicante di una fosca luce sul pallore quasi tetro del suo volto, coi capelli irti sulla fronte madida di freddo sudore.
Quest'addio che quel cuore mi dava era grande, era sublime, come l'amore di cui m'aveva amato.
Lo sollevai fra le mie braccia; lo baciai in fronte, sentendomi ancor io fredda di sudore ghiacciato, provando una forte risoluzione che quelle parole infondevanmi, la quale correva al cuore, quasi con gli smarrimenti di una vertigine, insieme al sangue che da tutte le vene vi affluiva.
«Addio dunque!», gli dissi con una calma nella voce della quale io stessa ero atterrita: «Addio, Pietro!...».
Egli cercò le mie labbra colle sue, fredde, tremanti d'angoscia e di voluttà.
«Addio!...», gli mormorarono ancora le mie labbra palpitanti nelle sue - E svenni fra le sue braccia.
11 Novembre
Posdomani egli deve partire.
Ho numerato minuto per minuto queste ultime ore che io ho passato vicino a lui...
cercando illudermi spesso per sentirne poi più amaramente tutta la disperazione del disinganno.
No! lo sento...
il suo cuore non può più rinascere per me! Egli tenta lusingarsi nelle sue speranze...
o piuttosto ha pietà di quello che soffro...
Quand'egli partirà!...
Dio! Dio!...
Quando non udrò più la sua voce, il rumore dei suoi passi...; quando non lo vedrò più e non l'attenderò più la sera, affacciata alla finestra!...
Oh! no!...
no!...
è meglio prima...
prima ch'ei parta...
Riprenderò questa lettera all'ultimo istante, per farla poi mettere alla Posta a catania...
Domani egli aspetta il suo amico, forse lei stesso, che deve venire a prenderlo...
in tal caso sarebbe forse meglio...
L'ora non può essere molto lontana: egli parte dopodomani...
Ho peccato! e Dio mi punisce col mio peccato!
12 Novembre
L'inverno è sopravvenuto troppo improvvisamente per queste contrade...
Dio mio! Ho avuto paura di questo mare burrascoso, di questi nuvoloni che fanno nero e triste il cielo, di questo vento che strappa le ultime foglie dagli alberi...
Sì, ho paura di questa natura, pochi giorni fa ancora tanto ridente, e che sembra fuggirmi con la vita...
Ho pianto molto...
sì a lungo che ora sono stanca di piangere.
Gli occhi mi bruciano; mi sembra che il petto si rompa...
Dio! Dio mio!
Pietro mi sfugge, teme d'incontrarsi con me...
Che gli ho fatto?...
Dio mio! che gli ho fatto?!...
12 Novembre - ore 10 di sera
Dio! Dio! Pietà! pietà! Son pazza, Dio mio! Mi pare di perdere la ragione!...
mi pare di morire!
Ho urlato come una tigre; ho lacerato coi denti le lenzuola, le vesti, il fazzoletto; mi son rotte le membra urtando contro i mobili come ebbra...
Oh, no! no! Dio non è giusto! Dio è crudele!...
Quale tortura! quale tortura orrenda!...
Dio! Dio mio!...
L'ho udito! sì, la sua voce!...
la sua voce istessa...
che ordinava i cavalli per domani...
Oh, quest'uomo!...
quest'uomo!...
Ma io l'amo!...
ma io l'adoro...
com'egli si spaventerebbe a provarlo, se lo potesse, quest'uomo che mi sfugge!...
che ha il cuore morto per me!...
Che fare?...
che fare, Dio mio?!...
Se fossi pazza?!...
se impazzissi?!...
Dio!!!...
No! Dio non può punirmi del mio delitto...
No! Dio non può punirmi dell'opera sua...
perché...
perché io son debole...
perché io son vile dinanzi all'estensione di questo dolore sovrumano che mi si apre dinanzi...
perché io, da Lui che mi percuote, voglio il sonno...
l'oblìo almeno!...
Dio! Dio!...
pietà! pietà!...
grazia!!!...
IX
Un'ora del mattino suonava lentamente all'orologio del salotto nel grazioso casino che abitavano i due giovani.
Narcisa, pallida del suo delicato pallore di cera, coll'occhio brillante di un inusitato splendore che avea dei lampi di felicità, vestita di bianco, il suo colore favorito, sebbene la stagione fosse alquanto inoltrata, coi capelli raccolti mollemente dentro una reticella di seta ed arricciantisi sulla fronte quasi sino alle sopra[c]ciglia, con quella moda ardita che ricordava le più belle teste delle statue greche, stava seduta abbandonatamente sopra un canapè, accanto a Pietro, nella sua attitudine solita, allacciandogli il collo con le sue belle braccia, figgendo avidamente gli occhi negli occhi di lui, ascoltando le sue parole; e sembrava deliziarsi nella trasparente e profumata atmosfera che le mille sensazioni di quel momento le creavano.
Giammai la donna amante avea sussultato di tale amore fra le braccia dell'uomo amato; giammai la sirena si era abbandonata più molle, più languente; giammai la maliarda avea avuto sguardo più inebbriante da fare oscillare convulsivamente le più intime fibre del cuore di lui.
Sembrava che qualche cosa di più che mortale eccitasse in lei tutte le più squisite risorse, le ispirazioni più ardenti della donna affascinante, della donna ebbra anch'essa di questa voluttà che ispirava e che cercava, per formarne un fascino irresistibile, divorante.
L'occhio di Pietro era raggiante; la sua parola interrotta a scosse come per delirio; le sue membra tremanti di sovrumano diletto.
Egli suggeva avidamente coi baci per la fronte, pei capelli, per le labbra, per gli occhi, pel collo quelle emanazioni acri e violente di una voluttà insaziabile, che eccitava il godimento sino al delirio...
«Oh! Narcisa! Narcisa!», esclamava egli come un pazzo, «Narcisa di Napoli...
di Catania!...
t'ho trovata alfine! sì, t'ho trovata!!...»
Tutt'a un tratto quel corpo affascinante di mille seduzioni ebbe un fremito che non seppe reprimere, e quasi una dolorosa contrazione.
Pietro l'abbracciò più strettamente, come ebbro...
poiché lo scambiò per un fremito di piacere.
«Che io ti vegga, Narcisa!», esclamò egli colle mani giunte, inginocchiandosi sul tappeto, come se avesse voluto adorarla: «oh! ch'io possa vederti!..
Perché nel tempo istesso che io provo questo godimento supremo, che mi comunico il tuo corpo da fata fra le mie braccia, non posso analizzarti col mio sguardo, ed assorbire quell'altra ebbrezza sublime di divorare le tue bellezze?...».
Egli si tacque, sorpreso, allarmato dal pallore che copriva i delicati lineamenti di lei, che tradivano qualche lievissima contrazione spasmodica: e che cominciavano a bagnarsi di fredde stille di sudore a fior di pelle alla radice dei capelli.
Narcisa, come per nascondergli quel triste spettacolo inebbriandolo fra le sue carezze, lo attirò fra le sue braccia, baciandolo del suo bacio languido e divorante nella sua molle seduzione; e posò il suo viso sul volto di lui, mischiando i ricci dei suoi capelli ai suoi...
«Che hai, Narcisa?», le gridò Pietro spaventato dal freddo sudore di cui gli inumidiva il volto il contatto di lei.
«Oh, nulla!...
È la felicità!...
è la gioia suprema che provo...
che sembra farmi svenire...
Oh! come son felice!...
Dio mio! come son felice!...»
Mentre quella testolina ricciuta si posava sulla sua, Pietro la sentì farsi più pesante sulla sua spalla.
«Narcisa!...»
«Oh, qual felicità, Pietro!...
Mi pare di aver sonno...
di dover sognare questi squisiti diletti...
Avevo tanto sofferto!...
Adagiami sul canapè...
e suonami qualche cosa sul pianoforte...
Provo delle sfumature sì care...
dei sogni incerti sì belli!...
Oh, Pietro, se li provassi anche tu! Mi pare di dover godere di più con quei suoni tratti da te...»
La sua pupilla era prodigiosamente dilatata; ma lo fissava ancora coi raggi più vivi del suo sguardo.
Pietro s'inginocchiò ai suoi piedi; ella ebbe il coraggio di cambiare in un sorriso la contrazione di spasimo delle sue labbra.
«Suonami il valtzer...
Il Bacio...
fammi contenta...»
Pietro esitava.
«Ma che hai? Dio mio! sei pallida da far paura...»
«È nulla, ti dico...
è l'eccesso della gioia, della felicità...
Son tanto felice, mio Pietro!...
Fammi questo piacere, suona quel valtzer...
che mi domandavi sempre...» E giunse le mani con atto infantile di preghiera.
Pietro cominciò ad eseguire quella musica che faceva la più strana impressione in mezzo al silenzio della notte (nella mestizia che, suo malgrado, cominciava ad offuscarlo), ascoltata da quella donna coricata sul divano, che giungeva le mani; della quale i tratti, sussultanti di quando in quando, sembravano assorbire le vibrazioni come delle care reminiscenze; della quale gli occhi si dilatavano colla pupilla di una spaventevole fissità; della quale infine le labbra si aprivano anelanti come a bever l'onda di quell'armonia, in mezzo alle contrazioni spasmodiche che non poteva dissimulare; nel silenzio quasi lugubre di quel salotto, che cominciava ad esser rotto dall'anelito affannoso e soffocato della respirazione di lei.
Ella si era alzata lentamente, come attratta da quel suono; cogli occhi come affascinati da immagini che ella sola poteva vedere...
E si era trascinata barcollante, stendendo le mani tentoni, come se non vedesse più, verso il punto dove risuonavano quelle note festanti.
Ella vi giunse, anelante di fatica e di piacere, e si aggrappò alla spalla di Pietro per non cadere, gridando con accento indescrivibile:
«Oh! Pietro! Pietro!...
dove sei?!...».
E cadde inginocchiata.
Le sue pupille azzurre, chiare, quasi fosforescenti, si fissavano in volto a lui, senza sguardo, come cercandolo; e allorquando sembrò ch'ella non potesse rompere quel velo che le annebbiava la vista, che le impediva di pascersi nelle sembianze di lui, i suoi lineamenti, che cominciavano a contrarsi, espressero l'angoscia...
un terrore nuovo, incomprensibile.
«Oh, Dio! Dio mio!», singhiozzò agitando le labbra convulsivamente, come se stentasse a trarre quei suoni dalla sua gola arida e ad articolarli colle sue labbra tremanti: «Oh! Dio!...
sì presto! sì presto!...».
E quando incontrò gli abiti del giovane, le sue mani increspate cercarono brancolando le mani di lui, che strinsero avidamente, con tenace ostinazione, quasi temessero di lasciarsele sfuggire.
La pelle del suo viso si era fatta arida, e le vene cominciavano ad iniettarsi di sangue.
Pietro, stordito, spaventato, afferrò il cordone del campanello.
«È giunto il signor Angiolini»: disse un domestico sulla soglia.
«Presto! presto! che corra...
soccorso! Ella muore!», gridò Pietro.
Sollevò quel bel corpo, fattosi di un'inerte pesantezza, fra le sue braccia, stringendovelo con una furibonda tenerezza, e lo coricò sul divano.
In tutto quel tempo le mani convulse di lei cercarono ancora le sue; e quando le trovarono fecero atto di recarsele alle labbra, fissandolo sempre di quella pupilla cerulea, dilatata, senza sguardo.
Si udirono dei passi precipitati, e comparve Raimondo, che veniva a prendere Brusio per condurlo da sua madre, come Narcisa ne avea avuto sentore.
Con un solo sguardo egli vide di che si trattava, e senza perder tempo in domande inutili, corse da lei, distesa sul divano, e le prese il polso.
Le pulsazioni erano deboli, lente, mancanti; osservò la pelle arida, picch[i]ettata in alcuni punti delle braccia di bollicine incolori; il volto acceso e che cominciava a farsi livido; gli occhi fissi che operavano uno sforzo prodigioso per non cedere alla pesantezza delle palpebre, onde fissarsi ancora su di Pietro, quantunque non lo vedessero più.
Toccò vivamente la regione epigastrica che tradì uno spasimo acuto.
«Hai in casa dell'emetico?», domandò vivamente Raimondo al suo amico, rizzandosi con la pronta decisione che dà l'intuizione al medico di genio, e che lo fa sollevare e dominare in tali momenti.
«Oh no!...
Dio mio!...»
«Un momento! avrete almeno questo»; e spezzò il cordone del campanello, strappandolo con violenza.
«Recate un bicchier d'acqua e del sapone, e preparate due tazze di caffè molto carico e senza zucchero; subito!», ordinò al cameriere che comparve.
«Bisogna che tu passi nell'altra stanza»; soggiunse quindi a Brusio che sembrava di sasso.
Narcisa, che udì forte e comprese quelle parole, strinse più vivamente le mani del giovane, quasi volesse attaccarsi a lui.
«No! no!», singhiozzò Pietro cadendo inginocchiato dinanzi al canapè; «no! io non la lascerò un minuto...
Io sarò forte, Raimondo!»
Il medico si strinse con impazienza nelle spalle, e tentò di far bere a Narcisa il bicchier d'acqua che gli avevano recato ove avea sciolto del sapone.
Ella ne inghiottì avidamente due o tre sorsi, afferrando il bicchiere come se avesse voluto aggrapparsi alla vita che sentiva sfuggirle; provò qualche movimento di vomito, che rimase senza effetto; e ricadde pesantemente sul canapè mormorando:
«Oh! la vista!...
Dio mio! la vista!...
vederlo almeno!...».
E due lagrime luccicarono sulla sua orbita.
I suoi lineamenti erano orribili di questa lotta penosa che cercava vincere e dissimulare con isforzi sovrumani.
Raimondo, che avea preso la testa di lei fra le sue braccia, un minuto dopo la lasciò ricadere sul cuscino, resa di una cadaverica pesantezza; e rimase muto, disanimato.
Poco dopo mormorò, come parlando a se stesso:
«È l'oppio in forti dosi...
Ora il delirio...
dopo il coma...».
«Che sete! Dio mio, che sete!», mormorava Narcisa colla voce secca, stentando a disnodare la lingua, legata da una spaventevole aridità; «acqua! per pietà, Pietro!...
acqua!...»
Raimondo le fece inghiottire quasi tre tazze di caffè amaro.
«Che fare? Dio!...
che fare?», gridava Pietro implorando, con l'accento del cuore, da Raimondo quell'aiuto che questi non poteva dargli mentre avea chinato la testa sul petto, come se avesse voluto dire: troppo tardi!
La fisionomia di Narcisa si animava come se contemplasse deliziose visioni che il suo occhio sbarrato e fisso poteva vedere soltanto.
Ella mormorava frasi interrotte, appena sensibili, in cui spesso le sue labbra si agitavano come per sorridere.
Una o due volte sembrò riscuotersi bruscamente, con un senso penoso...
e allora i suoi tratti esprimevano un immenso affanno...
in cui ella mormorava:
«Oh, Pietro!...
il valtzer!...
il valtzer!...».
Pietro, che aveva soltanto la forza di bagnare di pianto le sue mani che si teneva alle labbra, gridò singhiozzando:
«Ma salvala, Raimondo!...
fratello mio!...
Non vedi che muore!...
Bisogna ch'ella non muoia!...
Non voglio che ella muoia!...».
Tutt'a un tratto Raimondo corse al pianoforte, come cedendo ad un'ultima e subitanea ispirazione; lo strascinò sulle sue carrucole sino al canapè dov'era sdraiata l'agonizzante; sollevò questa fra le sue braccia, perché le braccia di lei potessero ancora circondare il collo di Pietro che non volevano abbandonare; e disse a Brusio che sembrava istupidito:
«Non c'è più che un miracolo che possa prevenire il coma, che possa salvarla: bisogna prolungare questo delirio per dare il tempo di operare all'infuso di caffè...
Suonale quello che vuole...
Ci son dei casi in cui la scienza bisogna che ricorra all'arte o al caso».
Pietro cominciò a suonare quel valtzer allegro e brillante, di cui le note acquistavano la più triste inflessione sotto le sue dita increspate e tremanti, e che strillavano sinistramente in mezzo al funereo silenzio di quella stanza.
Due o tre volte le labbra di Narcisa sorrisero; i suoi lineamenti perdettero la loro rigida alterazione per esprimere il piacere più intenso che quel suono certamente le procurava o che determinava i sogni deliziosi del suo delirio...
Ella stringeva più fortemente, sebbene con moto convulso, quella testa che abbracciava; e qualche volta le sue labbra si agitarono come per baciare; e il suo capo si avanzava tentoni come se avesse voluto incontrare quello di lui;...
e la sua pupilla appannata, vitrea, fissa, ebbe un lampo, un raggio di uno sguardo in cui balenava tutto l'ineffabile amore che l'agonia non poteva assopire in quel cuore.
«Oh! Pietro! Pietro!...
ti vedo!...», gridò esultante; con un accento indescrivibile che avea più dell'urlo dello spasimo che del trasporto della gioia; «m'ami?!...
m'ami tu?!!!...»
E si rovesciò assieme a lui sul canapè vincendo, con uno sforzo disperato, miracoloso, la difficoltà di proferire, il torpore della mente, l'inerzia delle forze, l'agonia insomma.
«Pietro, m'ami ancora?!»
«Sì! sì! t'adoro!...», singhiozzò egli tentando inumidire l'aridità di quella pelle coll'umido delle sue labbra, di scacciare il torpore di quelle membra, la pesantezza di quelle palpebre coll'impeto dei suoi baci; cercando trasfondere la vita che sentiva rigogliosa, giovane, potente in lui, nel soffio che alitava fra le labbra di lei violacee, semiaperte e convulse.
«E non me lo dici perché hai pietà di me?...
e non me lo dici perché io muoio?!...», seguitò ella aggrappandosi al suo collo, nelle convulsioni dell'agonia, con quel moto incerto e straziante del volto e delle labbra che cercavano il volto di lui per baciarlo.
«Oh, no!...
non ti ho mai amato come t'amo!...
Narcisa!...
Narcisa!...
non mi abbandonare!...»
«Grazie!...
grazie!...», mormorò la moribonda con un anelito interrotto che la stentata respirazione soffocava nella sua gola; «grazie!...
oh! la vita!...
dottore, fatemi vivere...
egli mi ama!!...
io non voglio morire!!!», finì con accento straziante.
E non poté più proferire, quantunque agitasse ancora penosamente le labbra, e alcuni suoni rochi e interrotti scappassero dalla sua gola arida.
Ella rimase come profondamente assopita; riscossa di tratto in tratto da sussulti convulsivi: rivelando mille impressioni, ora deliziose ora tristi, nella mutabile espressione dei suoi lineamenti, in cui l'occhio soltanto, colla sua larga e lucida fissità faceva prevedere la morte.
Era orribile a vedersi la rapida decomposizione di quella fisonomia.
Finalmente sopraggiunse il sonno.
Pietro rimaneva, com'ella l'aveva attirato rovesciandolo nella sua caduta, ancora avvinghiato a quel corpo per tre quarti cadavere, e che aveva tuttavia i suoi ultimi moti convulsivi, gli estremi sforzi dei suoi rantoli, la disperata tensione della pupilla per lui; egli era come affascinato da quell'orribile spettacolo che impietrava le lagrime nel suo occhio ardente e dilatato quasi al pari di quello di lei.
«Ma parti, disgraziato!», gli gridò Raimondo tentando di strapparlo a quell'amplesso di morte; «non vedi che ciò ti uccide...!»
Pietro non rispose, e abbracciò più strettamente quel corpo inerte, in cui gli parve sentire un ultimo sussulto al suo abbraccio, mentre le mani gli parve lo stringessero più tenacemente, come per ringraziarlo e non lasciarlo.
Quell'agonia fu lunga, penosa, orrenda.
A pena il medico, colla mano sul petto di lei a numerare i battiti del cuore, poté discernere il punto in cui il sonno del veleno si mischiò al sonno della morte.
Pietro rimase istupidito, come un pazzo; per un mese intiero.
Il secondo rivide sua madre; poi gli amici.
Un anno dopo ricomparve in società...
Chi sa quante volte al giorno pensa a quest'ora a Narcisa, la donna ch'è morta d'amore per lui?!...
Le splendide promesse del suo ingegno, che l'amore di un giorno aveva elevato sino al genio nella sua anima fervente, erano cadute con quest'amore istesso.
Pietro Brusio è meno di una mediocrità, che trascina la vita nel suo paese natale rimando qualche sterile verso per gli onomastici dei suoi parenti, e dissipando il più allegramente possibile lo scarso suo patrimonio.
Misteri del cuore!
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