UNA VITA, di Italo Svevo - pagina 32
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Annetta doveva aver riflettuto lungamente allo strano contegno di Alfonso perché la sera appresso egli la trovò tranquilla e serena, sempre amichevole, con una certa aria di superiorità sorridente che le stava bene.
Al vederli ora insieme, sembrava che per un tacito accordo fossero ridivenuti buoni amici e null'altro, Alfonso persino timido.
Ah! invece egli soffriva già disperando, e rimpiangeva quelle serate in cui non ancora gli era stato consigliato di essere astuto.
Era molto male ch'ella non gli tenesse il broncio.
Non aveva sperato di aver a udire delle parole di rimprovero, ma neppure pensato che così presto ella avrebbe saputo far mostra di tanta indifferenza.
Poteva ancora far dubitare della sincerità di tale freddezza unicamente il fatto che Annetta non gli dava alcuna lode di aver finalmente assunto il contegno ch'ella aveva desiderato.
La lode gli sarebbe spettata e in Annetta era una mancanza del suo preteso freddo raziocinio il non avergliela data.
Della novità nel contegno di Alfonso ella non parlò mai; cercava mostrar di non essersene accorta e questo silenzio fu l'incoraggiamento che indusse Alfonso a perseverare.
Una sera, otto giorni dopo, ella lo accompagnò fino alla porta del tinello e si ritirò frettolosamente con un piccolo inchino cerimonioso.
S'era contenuto male! Già stanco e freddo perché gli mancava ogni stimolo, non s'era curato di usare ad Annetta gli altri mille riguardi di cui aveva riconosciuto che specialmente allora c'era bisogno con essa per non alienarsela del tutto.
Aveva omesso di dimostrarsene innamorato! La sua parte, da bel principio egli se lo era detto ed era stato per sciocca inerzia che della sua osservazione non aveva fatto miglior uso, la sua parte doveva essere sempre da innamorato ragionevole che si contenta di uno sguardo o di una stretta di mano, ma innamorato doveva apparire.
Ebbe, finché non la rivide, un'immensa inquietudine.
Temeva che in una o altra forma ella gli desse quel congedo ch'egli già aveva temuto di ricevere per le sue arditezze; non avendolo ricevuto allora per quelle cause, era possibile che gli venisse dato ora per queste.
Si vide ridotto a mal partito e se la prendeva nella sua mente con Francesca e il suo consiglio.
Si propose di andare da Annetta a chiederle perdono raccontandole perché avesse assunto quel contegno.
Non si sentiva colpevole e si riprometteva di convincerla che non lo era.
Aveva voluto renderla più mite e più arrendevole e le avrebbe detto che non aveva fatto altro che imitare l'astuzia usata dal loro eroe stesso.
La scusa era facile ed anzi dalla freddezza a cui s'era costretto in quei pochi giorni poteva forse già ritrarre qualche frutto.
Comprese dai modi riservati ma gentili di Annetta che il pericolo temuto era più lontano di quanto egli avesse creduto e la riservatezza di Annetta lo fece suo malgrado, per timidezza, continuare nel contegno che aveva risoluto di lasciare.
Passò la serata molto aggradevolmente.
Come sempre, gli bastava di uscire da un'incertezza, da un timore, perché il rivedere Annetta fosse per lui un'immensa felicità.
A passare gradevolmente il tempo provvide la sua agitazione, essendo sempre là pronto a gettare le braccia al collo ad Annetta e a ritornare a quella sua posizione soggetta che gli offriva tante gioie.
Non ebbe bisogno di sforzo per ricordarsi che ad Annetta sempre bisognava fare la corte.
Egli l'amava, l'amava almeno per quella sera, e così non l'aveva amata dal giorno in cui aveva osato di baciarla per la prima volta sulle labbra.
Erano di nuovo di quelle trepidazioni che aumentano il desiderio.
Egli parlò meglio del solito e azzardò delle allusioni al suo amore come se altre volte non avesse già fatta la sua dichiarazione ardita.
Si ritrovò balzato di nuovo a quella freschezza d'impressione che dà la cosa del tutto nuova e Annetta ascoltava e sorrideva.
Mai ella non gli era apparsa tanto arrendevole.
Altre volte s'era lasciata abbracciare mentre ora non accordava che parole e sguardi, ma prima, concedendo, aveva sempre dimostrato il dispiacere di non saper resistere, mentre ora dava prontamente quello che le si domandava e più.
Naturalmente egli fu subito riconciliato col consiglio di Francesca e la sua energia fu di nuovo quale era stata in seguito all'offesa di Annetta.
Monologando come sempre quando era agitato, egli andava dicendosi beato che Annetta nelle sue mani abili diveniva cera molle cui egli avrebbe dato la forma che avrebbe voluto.
Pensandolo moveva le dita come se avesse avuto in mano quella cera.
Ad Annetta non rimaneva che l'aria di superiorità, la parola più franca quindi e che ancora talvolta sonava imperiosa.
Realmente questa superiorità non sussisteva più e più visibile si manifestava la differenza nel suo contegno quando si trovavano dinanzi a terzi; fra tutti, egli restava sempre la persona di cui ella aveva maggior cura.
Persino nelle discussioni che pur ancora avvenivano sul romanzo, egli, e per quanto poco gl'importasse, riportava sempre la vittoria.
Non sapeva se per questi mutamenti potesse nutrire grandi lusinghe, ma grande lusinga non gli sembrava sperare di portar la loro relazione al punto a cui già si era trovata, ma questa volta col consenso esplicito di Annetta.
Egli rimandava da un giorno all'altro quel passo che prima o poi doveva fare e che gli avrebbe fatto conoscere con piena sicurezza i risultati ottenuti, ma otto giorni più tardi neppure pensava a fare tale passo perché troppo bene si sentiva come era.
Egli aveva sperato di udire delle parole di amore, ma ora sarebbe stato poco abile a chiederle.
Sarebbe equivaluto a retrocedere.
Erano stati per delle ore intere uno accanto all'altra non parlando mai di amore e sempre ambidue con la dolcezza nella voce e nel modo come se ne parlassero.
Anch'ella interrompeva delle frasi incominciate perché poco le importava di compierle ed egli non aveva curiosità di udirle perché comprendeva ch'ella veramente nulla aveva da dirgli.
Finalmente ella si trovava nella condizione d'animo in cui tante volte egli s'era trovato.
Amava o almeno desiderava.
Di spesso, molto di spesso dacché era intervenuta quale consigliera, Francesca assisteva alle loro sedute ed era causa non piccola che i due amanti rimanessero stazionarii.
Nella felicità egli volle dimostrarsi riconoscente a colei cui egli credeva di andar debitore della sua felicità.
Dimenticò il modo con cui il consiglio gli era stato dato e con quella franchezza che gli era propria quando credeva di fare un atto doveroso disse a Francesca stringendole la mano:
- Grazie, grazie.
- Di che? - chiese Francesca con isdegno.
Poi quando spaventato egli si ritirava ritenendo che Francesca fosse sdegnata perché con quel ringraziamento si vedeva accusata di una complicità che non voleva ammettere, violentemente ella scoppiò nelle parole:
- Se tubano come colombi, non ne ho mica io la colpa.
Ancora sempre e di nuovo ella era malcontenta di lui e sembrava ch'egli non avesse perfettamente inteso il suo consiglio.
Egli se ne adirò perché per il momento non si sentiva disposto a tendere dei tranelli ad Annetta.
Andava dicendosi che Francesca s'ingannava credendo che per compiacerla egli avrebbe osato delle novità quando si sentiva tanto bene come era.
In cosa di tanta importanza voleva avere il suo parere proprio.
Il suo proprio parere? Più tardi non avrebbe osato di asserire che le cose fossero camminate a quel modo per suo volere.
Il fatto si è che, calcolata per commovere Annetta, la sua freddezza aveva apportato altrettanto danno a lui.
I suoi sensi erano stati agitati dalle promesse mai mantenute ripetute ad ogni loro convegno.
Prima nel tentativo di rubare una carezza o un bacio, la sua mente era stata conservata in una continua attività verso una meta e, questa meta raggiunta, i suoi sensi si erano calmati nella soddisfazione che, per quanto relativa, era però quella ch'essi avevano cercata.
Ora invece gli mancava ogni attività e ogni soddisfazione ed egli nell'inerzia analizzava i propri desiderî mai soddisfatti né calmati e li rendeva più acuti.
Ma anche per altre cause, naturalmente, erano divenuti più forti.
Egli credeva ora che Annetta sentisse i suoi medesimi desiderî e quando pensava che acciocché questi due desiderî s'incontrassero bastasse il suo volere, il suo ardire, egli si sentiva rimescolare il sangue.
L'idea della vicinanza di tanta felicità gli dava le vertigini.
I suoi sogni prendevano sempre più l'aspetto della realtà.
Conosceva o credeva di conoscere il suono di voce o lo sguardo con cui Annetta lo avrebbe amato.
Una sera con gesto selvaggio volle attrarla a sé.
Con un grido di spavento ella sfuggì all'abbraccio.
Perché l'improvviso spavento? Ella sapeva prima di lui stesso ciò ch'egli voleva?
Quando era presente Francesca, Alfonso parlava molto e di cose che non aveva mai né amate né odiate.
Comprendeva che Annetta seguiva il suono della sua voce e che con tutta vivacità, quella vivacità di cui Macario la credeva incapace, ella sentiva e viveva con lui.
Questa sensazione ricordava, non le proprie parole, non la cosa di cui aveva parlato.
Eppure se anche agì in quell'esaltazione morbosa che per giornate intere lo faceva vivere in un sogno continuato, pure ebbe una freddezza di calcolo da persona che vuole sapendolo.
Aveva atteso con impazienza che Francesca si assentasse, ma non gli bastava che lasciasse la biblioteca, bisognava che uscisse dalla casa.
Era l'unica persona che potesse disturbarlo e voleva assicurarsene.
S'era domato per più di una sera e aveva osservato, roso dall'impazienza, ogni movimento di Francesca che usciva di spesso ma per rientrare subito.
Era costei che aveva fatto tutto, così egli pensò dopo.
Giacché egli non sapeva essere freddo come ella aveva consigliato, ella lo aveva obbligato a certi limiti con la sua continua presenza e il contegno che così gli aveva imposto era già bastato a condurlo dove ella aveva voluto.
Una sera capitò inaspettato.
Avevano stabilito di non vedersi per quel giorno, ma dopo lunga lotta egli non aveva saputo rimanere lontano da quella casa.
Le due donne avevano detto di voler uscire se il tempo fosse stato bello e da poche ore s'era offuscato; era quindi probabile che avevano dovuto rinunziare alla passeggiata.
Sulle scale incontrò Francesca che usciva sola.
Ella lo salutò con maggior cortesia del solito e, guardandolo negli occhi con quel suo sguardo scrutatore quando si degnava di fermarsi sulle cose, gli disse ch'era sorpresa di vederlo e con aria di franchezza gli chiese se Annetta, quando la sera prima li aveva lasciati soli, gli avesse detto di venire.
L'interrogazione inaspettata imbarazzò Alfonso e non seppe cavarsela meglio che fingendo di non rammentarsi che con Annetta fosse stato stabilito di non vedersi per quel giorno.
Così egli aveva fatto credere che Annetta ad insaputa di Francesca gli avesse dato un appuntamento.
- Annetta l'attende in biblioteca, - disse Francesca più seccamente dacché aveva saputo quello che aveva ricercato, e continuò a scendere.
- Fra mezz'ora sarò di ritorno, - disse ancora.
Salendo, ad Alfonso tremavano le gambe.
Avrebbe avuto l'energia di fare in mezz'ora quello che s'era proposto? L'azione in sé l'agitava meno che il vederla costretta in sì breve tempo.
- Finalmente soli, una volta! - disse egli, e non appena entrato l'attirò a sé, ma senza violenza, come se avesse voluto salutarla, stringerle la mano.
Ella poggiò la testa sul suo petto e con rimprovero dolce per la posizione da cui lo faceva, ma con serietà, disse con voce troppo soda e tranquilla per essere naturale: - Eravamo pur soli recentemente.
- Mi scusi! - balbettò Alfonso.
Egli non voleva commoversi di più e la baciava dolcemente sugli occhi, calcolando fin dove avrebbe potuto condurlo quell'abbandono di Annetta.
La biblioteca non era illuminata che dalla lampada a petrolio sul tavolo e la sua luce, chiusa dal paralume, si proiettava tutta all'ingiù, in una larga macchia sul tavolo verde e in un fascio di luce che sfuggiva verso il pavimento.
Si amava bene nell'austerità di quella stanza, in mezzo agli armadi neri e semplici e quella serietà dei libri che mostravano le schiene larghe con le cifre d'oro.
Era una contraddizione che aguzzava maggiormente il desiderio di Alfonso.
Alcuni grossi volumi legati senz'eleganza, forse raccolte di giornali, schierati in un canto emanavano un forte odore di colla.
L'aveva lasciata e tenendola per mano l'aveva tratta fuori della luce.
Vedendolo così tranquillo, ella non ebbe sospetti e sedette accanto a lui sull'ottomana.
Così, uno accanto all'altra o anche abbracciati al medesimo posto, erano già stati altre volte.
Egli provò dispiacere che per caso ella si fosse seduta ove lo schienale mancava.
Ma anche là lo accompagnava la sua timidezza.
L'abbracciò stretta piegandola per indietro.
Voleva esaminare in qual modo ella avrebbe resistito e gli pareva di fare una timida ma chiara domanda; se Annetta non reagiva egli poteva riferirsi a quella domanda per scusarsi.
Per vigliaccheria le chiese anche "Sì...?" ma a voce tanto debole che non poteva sapere se ella avesse udito.
E non fu la parola che avvisò Annetta del pericolo che correva.
Ella pregò e minacciò ma con voce dolce e si difese, ma le braccia puntellate mollemente sul suo petto non impedivano nulla.
Egli però non s'era atteso a resistenze e per deboli che fossero lo irritarono.
La costrinse bruscamente, frettoloso e brutale, e in apparenza almeno fu un tradimento, un furto.
Ritornando in sé percepì di nuovo l'odore intenso di colla che regnava in quella stanza ove gli sembrava di ritornare dopo una lunga assenza.
Ella disse le prime parole: - Mio Dio, che cosa abbiamo fatto? - La sua era sorpresa e disperazione.
Guardava gli oggetti intorno a sé come se avesse sperato ch'essi la richiamassero da quello che sperava un sogno.
Il disordine nelle sue vesti, cui appena allora cercò di riparare, le diede la certezza ch'era perfettamente in sé.
Si rialzò non senza dignità; chiamava in aiuto tutte le sue forze, ma non che un riparo non trovava neppure un contegno che le fosse piaciuto di seguire.
Si padroneggiò e muta si asciugò le lagrime e si avvicinò al tavolo allontanandosi da lui.
Egli comprese ch'era suo dovere cercare di consolarla.
Le si avvicinò e la baciò sulla fronte.
Era un dovere e all'infuori di quell'atto altro egli non trovava.
Che cosa doveva dire?
Ella lo lasciava fare, ma il dolore la vinse di nuovo, pianse ancora una volta e ripeté la sua frase disperata.
Non gli disse una sola parola di rimprovero, e ciò provava che relativamente alle circostanze la sua freddezza era abbastanza grande.
A lui nulla aveva da rimproverare perché egli aveva fatto quello a cui egli mirava da lungo tempo e ch'ella sapeva essere il suo scopo.
Alfonso ritrovò finalmente la parola.
Le disse di amarla.
Per quel bacio avrebbe dato la vita e non poteva quindi pentirsi della sua azione.
Pur lasciandosi abbracciare ella gridò:
- Sì, ma non ci vedremo più, mai più!
Fu allora che per un piccolissimo intervallo di tempo la sua lucida mente si offuscò.
Non comprendeva che il passo fatto era irrevocabile e pareva credere potesse venir cancellato da quella sua risoluzione.
- Come vorrà! - gridò Alfonso ingenuamente.
Con quella fanciulla che piangeva si sentiva male e se non avesse temuto di spiacerle se ne sarebbe andato subito e magari promettendo di non ritornare mai più.
Provava sorpresa al sentirsi così calmo e lontano dal desiderio che dieci minuti prima lo aveva condotto ad un'azione tanto arrischiata.
Venne Francesca e poté subito comprendere quello ch'era avvenuto perché Annetta non era ancora al caso di celarlo né degnava di provarvisi.
Aveva gli occhi rossi dal pianto e guardava con ostinazione nel vuoto; si costringeva a riflessione intensa.
Dal canto suo, Francesca non chiese nulla e non diede occasione a bugie.
Alfonso imbarazzato volle andarsene.
Francesca lo salutò con una stretta di mano e un inchino amichevole e anche rispettoso.
"Onore al merito!" sembrava gli dicesse.
Sul pianerottolo egli fu trattenuto da Annetta che con improvvisa risoluzione gli era corsa dietro.
- Qui, qui, - ella gli disse duramente, - ho da parlarle.
Certo il suono della sua voce non rivelava che ella con quelle parole lo invitava a una notte d'amore ed egli comprese che fino ad allora ella non ne aveva avuto l'intenzione.
Nella perfetta oscurità, immobile nel mezzo della stanza, non avendo neppure il coraggio di sedersi per la tema di far rumore, egli venne assalito dai più strani pensieri.
Gli si preparava un bel divertimento, le scene di una ragazza pentita; si propose di sopportare tutto con rassegnazione.
Sapeva di meritate tutti i rimproveri che Annetta avesse potuto fargli.
Invece ella venne a lui e i suoi occhi non portavano più alcuna traccia delle lagrime sparse.
S'era fermata alla porta con l'indice sulle labbra ascoltando se sul corridoio nulla si movesse, sorridente come un fanciullo che per gioco si nasconda a qualcuno, ed era bastato di vederla così per togliere ad Alfonso ogni timore.
Aveva già compreso; un'altra volta in lei i sensi l'avevano vinta.
Fu per lui un'amante compiacente e appassionata.
Gli chiese perdono delle parole brusche che poco prima aveva pronunziate.
- Senza dubbio le pensavo, ma riconosco di aver pensato scioccamente.
Senza che si potesse indovinare l'ordine delle sue idee, ella diede una definizione della sua vita.
La vita era quella che le dava lui quando la baciava; il resto non valeva niente.
Poi egli pensò che espressamente ella aveva voluto rinunziare a tutto il resto per il suo bacio.
La baciò per dimostrarsi grato, ma pensava ch'ella lo disprezzava troppo, credendo che per essersi data a lui perdesse il diritto ad ogni altra felicità.
Annetta ripeté la sua dichiarazione parecchie volte durante la notte mutandone la forma: - Sposare quel ragionatore ch'è mio cugino Macario perché è ricco!
Rise di questa pretesa che qualcuno pur doveva avere avuta.
Se c'era, la felicità di Alfonso veniva diminuita da un timore.
Quella donna che in una sola ora aveva mutato di sentimenti e di opinioni era forse impazzita? Egli si sentiva ragionatore come al solito, calmo, trascinato dai sensi per brevi tratti e poi sazio, e non sapeva figurarsi che in altrui la commozione durasse sempre ugualmente intensa.
Una sola volta con rapidissimo passaggio ella ebbe un'espressione di tristezza anzi di disperazione come un'ora prima.
Aveva nominato per caso una famiglia patrizia presso la quale i Maller erano stati ammessi da poco.
Fu un solo istante, ed ella fece poi ogni sforzo per dimenticarlo e farlo dimenticare.
La cortina rosea della finestra era divenuta visibile per il primo raggio mattutino e, per quanto fosse ancora poca la luce che giungeva dal di fuori, faceva impallidire quella della candela che avevano lasciata accesa.
- Già! - esclamò Annetta stringendosi a lui.
Egli ripeté ipocritamente la stessa parola.
Dal piano superiore si udì il rumore del passo di un piede nudo.
- Poveretta! - mormorò Annetta, - le procurai dei grandi dispiaceri.
- È Francesca? - chiese Alfonso inquieto.
- Sì! - disse Annetta sorridendo, - ma tutto è riparabile ancora.
Lo abbracciò per fargli capire che l'opera buona ch'ella si proponeva di fare era dovuta a lui.
Egli aveva il tempo di essere curioso e Annetta gli raccontò che Francesca era stata l'amante di Maller e che costui aveva manifestato l'intenzione di sposarla.
- Io risi in volto a Francesca e mi opposi come seppi...
naturalmente...
mi pareva un'offesa alla memoria di mia madre.
- Il padre aveva trovato il modo di non iscambiare alcuna parola su questo proposito con la figliuola.
Solo allorché Annetta aveva consigliato Francesca di lasciare la loro casa, Maller esplicitamente si oppose.
I rapporti fra padre e figlia furono freddi per qualche tempo e non si migliorarono che quando Francesca giurò ad Annetta che fra lei e Maller non esisteva più alcun legame.
Fino a quella notte Annetta ci aveva creduto.
- Scommetto che m'ingannano, - pensò ad alta voce e molto tranquillamente.
- Si capisce che per amore l'inganno non è inganno.
Alle quattro della mattina ella si alzò per accompagnarlo fino alla porta di casa.
Nell'atrio oscuro gli gettò ancora una volta le braccia al collo e gli disse che non si sarebbero riveduti finché non potevano farlo alla piena luce del sole.
Ciò doveva avvenire al più presto.
Si mise a ridere e con franca sensualità aggiunse:
- Avremo tanti giorni e tante notti da passare insieme.
Egli stette fuori a seguire gli sforzi ch'ella faceva per girare la chiave nella toppa; poi udì lo strisciare lento, impacciato delle pantofole sulle scale.
- Addio! - le gridò commosso.
- Addio, addio! - rispose Annetta a mezza voce.
Anche in quel saluto aveva messo quanto affetto le era stato possibile ed egli si figurò ch'ella gli avesse gettato dei baci con la mano.
Si diresse verso casa con passo frettoloso quando si sentì chiamare.
Si volse.
Una figura bianca, dalla finestra della stanza di Annetta, gli faceva segni di saluto con una pezzuola bianca.
Egli salutò agitando alto il cappello.
Il gesto era trovato, ma a lui mancava la sensazione corrispondente.
Al vedere Annetta alla finestra s'era ricordato che così si usava in amore.
Poi volle sentirsi felice come la sua buona fortuna lo meritava e canticchiò un'arietta che non voleva riuscire allegra nelle vie vuote appena rischiarate da un sole invisibile nel cielo violaceo.
Un malessere profondo lo fece tacere.
Egli volle spiegarlo con i dubbî sull'avvenire della sua relazione con Annetta; da quella notte non ancora gli erano stati tolti.
Ma Annetta era sua! Non era questo già molto, tanto che avrebbe dovuto sentirsi l'uomo più felice sulla terra? Egli aveva lungamente desiderato Annetta, l'aveva amata.
Erano il sonno e la stanchezza che gli toglievano di godere della sua felicità e, salendo l'erta che conduceva alla casa dei Lanucci, egli andava persuadendosi che la dimane egli si sarebbe risvegliato all'amore e che avrebbe anelato di rivedere Annetta.
Si coricò e s'addormentò non appena poggiata la resta sul guanciale.
172
XV
Ma svegliandosi si ritrovò con quell'istesso malessere.
Riandando col pensiero su tutti gli avvenimenti della notte innanzi, il suo disgusto aumentava.
Tutto gli dispiaceva, dal primo abbraccio che egli aveva rubato fino a quell'ultimo saluto cui egli aveva risposto costringendosi ad una finzione che, per quanto facile, gli era costata dello sforzo.
Volle non ammettere la conclusione ch'evidentemente egli avrebbe dovuto trarre da questo suo sentimento.
Nell'immensa felicità di possedere Annetta, egli si diceva che gli dispiaceva il modo con cui l'aveva conquistata.
Non credeva che Annetta lo amasse; ella si piegava alle conseguenze di un fatto irrevocabile.
Tempo prima Macario gli aveva detto che lo riteneva incapace di lottare e di afferrare la preda, ed egli di questo rimprovero s'era gloriato come di una lode.
Ora egli aveva provato che Macario s'era ingannato sul suo conto.
Vedeva con tutt'altri occhi la sua stanzetta allegra, ridente per il raggio di sole che, unico nella giornata, vi penetrava a quell'ora.
Ci aveva pur passato delle belle ore! Era stata una felicità strana, una soddisfazione continuata del suo orgoglio a scoprire qualche debolezza in altrui di cui egli andava immune, a vedere gli altri tutti in lotta per il denaro e per gli onori e lui rimanere tranquillo, soddisfatto al sentirsi nascere nel cervello la genialità, nel cuore un affetto più gentile di quello che di solito gli umani sentono.
Comprendeva e compativa le debolezze altrui e tanto più superbo andava della propria superiorità.
Quando entrava in biblioteca o nella sua stanzuccia, egli usciva perfettamente dalla lotta; nessuno gli contendeva la sua felicità, egli non chiedeva nulla a nessuno.
Ora invece questi lottatori ch'egli disprezzava lo avevano attirato nel loro mezzo e senza resistenza egli aveva avuto i loro stessi desiderî, adottato le loro armi.
Voleva combattere il proprio disgusto che, attribuito alle cause ch'egli si ostinava di dargli, era assolutamente irragionevole.
Vestendosi pensava che se un suo simile l'avesse risaputo ne avrebbe riso.
Egli era entrato nella lotta perché non gli era stato mai concesso di uscirne del tutto; anche la felicità modesta che aveva chiesta non gli era stata accordata intera.
Oh! via! la sua era una vittoria che gli dava intanto la libertà! Se il suo affetto per Annetta, - così in parentesi già lo confessava, - non era quale avrebbe dovuto essere, la sua vita principiava appena da questo matrimonio ed egli doveva gioirne altamente.
La Lanucci, vedendolo accigliato, s'impensierì e, sapendo ch'era rincasato tardi, gli chiese se avesse passato la notte al tavolino da giuoco e perduto.
Egli rise! Aveva infatti giocato, ma aveva guadagnato.
Durante la mattina, lavorando con lentezza e fermandosi a sognare nel fissare un nome o una cifra, ebbe l'idea strana che forse a quell'ora l'amore di Annetta era già cessato e ch'egli non ne avrebbe più sentito parlare.
Era ammissibilissimo, perché un amore nato così presto, il prodotto della necessità e della rassegnazione, poteva morire con la medesima rapidità con cui era nato.
Non provò alcun timore che così potesse accadere! Se qualcuno glielo avesse annunziato come fatto avvenuto, egli non avrebbe avuto né sorpresa né dolore se anche non piacere.
Sarebbe stato liberato dai dubbî ch'erano di molto più gravi di quelli ch'egli poteva sopportare.
Sapeva che in questo caso Annetta, non che sua amante, non sarebbe stata più neppure sua amica e ch'egli sarebbe ricaduto fra il volgo degl'impiegati da cui non era distinto che da questa sua relazione.
Ma anzitutto desiderava di riavere la sua pace e la sua tranquillità.
A casa lo attendeva una lettera.
Era di Annetta; ne riconobbe subito la scrittura, certi tratti rotondi e piccolissimi ch'egli aveva avuto l'occasione di conoscere lavorando con essa al romanzo.
L'aperse subito.
Forse in quella lettera v'era la parola che lo avrebbe tolto alla sua tortura.
Potevano esserci o nuove affettazioni d'amore, o scuse ricercate per liberarsi da lui.
S'ingannava! Nella lettera non trovò nulla di affettato.
Scritta per raccontargli qualche cosa ch'egli non ancora sapeva, era dapprima tutta dedicata a questo fatto, un'esposizione serrata con qualche piccola osservazione che doveva togliere dei dubbî o prevenire qualche opposizione.
Annetta cominciava col premettere con poche, semplici ma affettuose parole, ch'essi formavano ora una sola persona in quanto a scopi e interessi e che perciò ella si attendeva ch'egli riponesse intera fiducia in lei.
Avrebbe perciò anche agito senza fargli ulteriori comunicazioni che, ella lo comprendeva, non potevano essergli aggradevoli.
Ma ora le occorreva il suo aiuto.
Ella intendeva di andare dal padre e dirgli subito tutto.
Sarebbe stata una brutta scena e non c'era da meravigliarsene perché la sorpresa e anche il dolore non dovevano essere piccoli nel vecchio Maller che per la figliuola, a torto, ella s'affrettava di aggiungere, aveva sognato tutt'altra cosa.
Ella non poteva ripromettersi di fargli mutare così presto di parere, e così Alfonso, per breve tempo bensì, ne era certa, sarebbe rimasto esposto a degli sgarbi forse anche a delle brutalità.
Amandolo, ella avrebbe sofferto per ogni parola meno che dolce che a lui fosse stata diretta, e, per il decoro di Maller, gli proponeva che abbandonasse per qualche tempo la città.
Aveva già detto al padre che Francesca aveva il desiderio di mandarlo con un suo incarico al villaggio e Maller stesso aveva promesso di fargli offrire il permesso.
Ella lo pregava di accettarlo.
La lettera si chiudeva, ma si riapriva in un poscritto, altre due facciate fitte fitte.
Ella voleva rivederlo una volta, una sola volta prima della sua partenza e lo pregava di trovarsi la sera del giorno stesso accanto alla biblioteca civica, su quell'erta verso la villa Necker ove ella già altre volte lo aveva veduto.
In casa sua non voleva perché prima della promissione desiderava di non trovarsi più sola con lui.
Non gliene volesse male per questo.
Ella s'era scoperta debole una prima volta quando tanti riguardi e tanti timori avrebbero dovuto sostenerla; sapeva quindi che avrebbe ceduto egualmente una seconda volta quando questi riguardi più non fossero esistiti.
La lettera si chiudeva definitivamente con una frase con cui Annetta voleva spiegare e scusare la sua caduta: "Sai, caro, è l'amore che mi ha fatto cedere tanto facilmente, non il tuo coraggio, grande, a dire il vero.
Io ti amavo da lungo tempo e tu lo sapevi.
Quando mi abbandonavo ad una tua carezza ero altrettanto colpevole.
Con te cedetti sempre, tu però non volesti sempre la stessa cosa."
Questa lettera, segnata da capo a fondo da un grande affetto, commosse Alfonso, ma in tutt'altro senso di quello che Annetta avrebbe potuto sperare.
Ai suoi occhi restava inutile quello sforzo di apparire non rassegnata ma lieta e di far credere che, se non fosse stato già fatto, ella sarebbe stata disposta a fare di nuovo e perfettamente conscia di sé il medesimo passo.
No, ella era caduta e agiva come la persona che cadendo cerca l'atteggiamento più elegante e più dignitoso e dimentica di stendere le braccia per salvare il capo dalla botta.
Quella testina, portata sempre fieramente ritta sul collo, aveva battuto malamente il suolo e Annetta rinunziava di levarla mai più in alto.
In quella lettera a lui parve che, ove cessava la sensualità, cominciasse il contegno indicato da un ragionamento di necessità.
Ora, ora appena comprendeva perché, dopo raggiunto lo scopo cui aveva mirato da sì lungo tempo, anziché felice si sentisse inquieto e disgustato.
Non era così ch'egli avrebbe voluto ottenere la ricchezza, anche rassegnandosi a riceverla da Annetta.
Si rammentava di aver sperato di raggiungere il medesimo scopo per tutt'altra via.
Annetta avrebbe dovuto dichiarargli serenamente ch'ella lo amava e che riconosceva di non saper porre il proprio destino in migliori mani che nelle sue! Molto tempo prima aveva riconosciuto ch'era inammissibile che il suo sogno si realizzasse ed era proceduto oltre trascinato dalla sensualità, non da altri scopi.
Annetta era la più colpevole fra i due perché le scuse ch'egli aveva trovate per sé, per lei non sussistevano.
Ella aveva agito per sensualità e per vanità, dal principio sino alla fine.
Egli aveva sempre avuto il conato d'ingentilire il loro amore con la parola e coi modi mentre ella non aveva che tollerato in lui quest'amore senza mostrare di dividerlo.
Così egli s'era ritrovato con un sentimento che aveva finito coll'essere simile a quello di Annetta: cessava quando cessava il desiderio.
Eppure più di qualunque altro dubbio lo turbava la compassione che gli destava Annetta.
Ella era stata colpita proprio nella parte più importante della sua vita, nella sua superbia, e prima o poi ne avrebbe sofferto orribilmente.
Non s'era mai sentito tanto infelice alla banca come quel giorno, quantunque dopo ricevuta quella lettera lavorasse rapidamente e bene quasi avesse voluto apportare qualche utile al signor Maller per indennizzarlo della mala azione fatta in suo danno.
Lo incontrò sul corridoio e gli s'inchinò profondamente per fargli buona impressione.
Nel pomeriggio venne improvvisamente invitato da Santo di portarsi dal signor Maller.
Trasalì.
Maller ben di rado aveva bisogno di parlargli, e andando da lui, pensò che Annetta avesse parlato prima del tempo, lasciandolo impreparato dinanzi alla collera del padre.
Si trattava invece di affari d'ufficio.
Fu tanto imbarazzato che il signor Maller lo guardò con curiosità, certo pensando che la letteratura non era fatta per rendere i suoi cultori più disinvolti.
Il motivo ai suoi sogni ulteriori era dato precisamente da questo spavento.
Si vedeva chiamato dal signor Maller, più addolorato di dover maritare a lui la figliuola che del disonore di costei.
Lo accoglieva con rimproveri e insulti che non cessavano neppure quando egli dichiarava che, i fatti pur comportandosi a quel modo, le conseguenze da trarne non erano quelle che il signor Maller riteneva perché egli, se così si voleva, si sarebbe ritirato e avrebbe rinunziato ad Annetta conservando il segreto come una tomba.
Ah! egli poteva fare ben poco per diminuire l'ira di Maller al quale la sua colpa doveva sembrare enorme.
E per quanto egli avesse voluto imporre le sue condizioni, - rifiutare consensi strappati per forza, - non ne aveva alcuna libertà.
Doveva assoggettarsi al volere di coloro nelle cui mani era posto il suo destino.
Durante la giornata sentiva ardente il bisogno di confidarsi con qualcuno.
Gli costò molto di non parlarne affatto con Ballina, in stanza del quale passò metà della giornata, per non sentirsi tanto solo co' suoi pensieri.
Provava il bisogno di sentire il parere di qualcuno non acciecato da utopie come, a quanto gli era stato detto di spesso, era lui.
Il comune degli uomini pensava forse tutt'altrimenti e la parola di un amico avrebbe potuto alleggerirgli la coscienza se anche non portarlo a tripudiare di una cosa che non gli si confaceva.
Ma con Ballina seppe trattenersi.
White abbandonava il giorno appresso la banca, e ne parlò a lui togliendo al fatto i nomi e ogni particolare più concreto.
Gli raccontò che un giovane di sua conoscenza aveva corteggiata una ragazza molto più ricca di lui e che veramente di lui non ne voleva sapere, finché, colta in un momento patologico, gli aveva ceduto e mutato di parere per necessità.
Il giovane a fatto compiuto esitava ad approfittare della sua cattiva azione per mettersi in circostanze che, lo prevedeva, non potevano di certo dargli la felicità.
White lo guardò col suo sguardo calmo, non uso ad offuscarsi per le preoccupazioni altrui e rispose:
- Bisogna conoscere altri particolari.
Se il giovine ama la ragazza, l'affare è certamente buono; se non l'ama, pessimo.
Aveva proprio messo il dito sulla piaga e così, imposto da altri, Alfonso non poté sorpassare senza risposta quel dilemma che già dalla mattina gli torturava il cervello.
L'aveva amata ma non sapeva se l'amasse ancora.
Era accaduto qualche cosa che avesse dovuto togliergli tale affetto? No, ma non l'amava! Per lui il quesito era sciolto, ma non volle dirlo a White.
- Se non l'ama, - continuò White, - gli consiglio di togliersi senz'alcun riguardo da qualunque impegno perché è affare sconsigliabile sempre e in tutte le circostanze.
Non lo si crederebbe, ma pure ancora esistono a questo mondo delle cose che non si possono vendere.
Egli parlava gravemente e commosso, ma Alfonso comprese che la commozione non era destata dal quesito ch'egli aveva posto.
White era disattento; si capiva che non sapeva rivolgere tutto il suo pensiero a rispondere ad Alfonso.
Il congedo da White fu molto affettuoso.
Alfonso era tanto predisposto alla commozione che per commoversi fino alle lagrime non gli abbisognava che di una occasione qualunque, e sembrava che l'altro, di solito tanto freddo, si trovasse nell'identico stato.
Raccontò ad Alfonso che non sapeva ancora precisamente a quale scalo del Levante egli verrebbe destinato, ma ad ogni modo molto molto lontano e in quel molto ripetuto la sua voce si spezzava dalla commozione.
Alfonso, che aveva dopo ufficio ancora mezz'ora di tempo prima dell'appuntamento, lo accompagnò a casa.
- E la signora...? - chiese accennando alla casa di White.
- Ella non mi accompagna perché...
non lo vuole.
Per tagliar corto rispondeva subito anche ad altra domanda che Alfonso avrebbe potuto fargli e mutò subito discorso.
- Ah! in questa città sono stato molto più felice che a Parigi ed è doloroso doverla abbandonare per guadagnarsi la pagnotta.
Oh! maledetto l'argento! - La parola francese dava meglio l'aspetto di sincerità all'imprecazione.
- Se lei può attendermi ridiscendo subito e faremo un pezzo di strada insieme verso la stazione ove abita una famiglia dalla quale devo prendere congedo.
Ma Alfonso non poteva attendere perché aveva giusto il tempo di arrivare, come suo dovere, poco prima dell'ora stabilita.
I due amici si strinsero la mano e si guardarono per un istante senza parole negli occhi, White col suo volto regolare molto serio, gli occhiali quasi aderenti agli occhi.
Poi si divisero ambidue con passo rapido e Alfonso sentì tutta l'importanza di tale separazione.
Due esseri ch'erano stati avvicinati per caso, s'erano conosciuti e apprezzati e si dividevano per non rivedersi mai più.
È sempre triste l'abbandono definitivo di una cosa o di una persona.
Si era sull'imbrunire.
Alfonso sentiva una profonda tristezza.
Ora appena comprendeva quanto in ogni caso egli perdesse dall'avventura della notte.
White partiva ed egli se ne risentiva come se lo avesse abbandonato una persona che molto avesse importato nella sua vita.
Si sentiva solo.
Che cosa poteva ora essere la sua vita quando, ventiquattr'ore dopo raggiunto, riconosceva che lo scopo per cui era vissuto non dava la felicità?
Eppure ancora desiderava Annetta.
Avvicinandosi l'ora in cui doveva rivederla, egli evocava la bella figura e esaminava con curiosità quale impressione gli producesse.
Era di desiderio, ma un desiderio che non gli toglieva nessuna delle sue ripugnanze e gli parve una nuova ragione per apprezzare i propri sentimenti.
Ora poteva vantarsi dell'odio al proprio misfatto perché pur desiderando, amando, egli diceva, Annetta, non provava meno ripugnanza per il modo con cui ne aveva conquistato l'affetto.
E nella sua tristezza fu colto da una compassione commossa per Annetta riconoscendo che dagli avvenimenti di cui egli si doleva ella perdeva molto più che lui.
Credette che questa commozione formasse la parte maggiore della sua ripugnanza.
Giunto vicino al piazzale si mise a correre temendo di arrivare in ritardo.
Annetta non c'era ancora.
Secondo quanto gli aveva scritto, ella doveva trovarsi dinanzi alla scuola, verso il Tribunale.
Anche in quella sera, avendo paura degli sguardi indiscreti, non volle stare fermo e fece due volte con passo lento la piccola erta designata.
Come si accingeva a risalire, venne chiamato.
- Signor Alfonso!
Era Francesca, non Annetta.
Ella gli venne incontro, il volto leggermente arrossato e lo salutò con quella sua voce solita, inalterata che finiva col sembrare quella di una macchina.
- Avrei lassù, - e accennò verso villa Necker, - la carrozza nella quale si potrebbe parlare con piena calma ma preferisco camminare.
Già, io sono perfettamente irriconoscibile.
Non lo era ad onta del fitto velo che le copriva il volto, e Alfonso pensò ch'egli avrebbe riconosciuto anche a grande distanza quel corpo gracile dai movimenti virili nel vestito nero, molle.
- E Annetta? - chiese rammentandosi finalmente di dimostrare disillusione.
Ella s'era messa a camminare con passo piccolo ma rapido verso villa Necker sull'erta ove a lui già una volta era mancato il fiato.
Lo precedeva di due passi per far credere ai passanti che non si trovava in sua compagnia.
Soltanto dopo il Tribunale lo attese e rispose alla sua dimanda.
Annetta non poteva venire e lo pregava di scusarla; precisamente all'ora destinata per l'appuntamento, il padre per una disgraziata combinazione aveva avuto il capriccio di trattenerla con sé.
Gli porse un bigliettino di Annetta, due parole scritte in fretta all'ultimo momento.
- Lo leggerà dopo, - disse con impazienza allorché egli accennò di volerlo aprire subito.
- Non so che cosa pensi di me, - ella disse senza rossori e senza esitazioni, - ma la parte d'intermediaria mi è stata imposta; è il meglio che ora, per il bene di Annetta, mi resti a fare.
Si deve giungere al più presto al risultato voluto.
Questo risultato voluto doveva essere il matrimonio; era l'unico sottinteso e quello per nessuna ragione necessario.
- Annetta dice...
- continuò Francesca e già da quest'esordio si comprendeva che alle comunicazioni ch'era stata incaricata di fare avrebbe fatto seguire le proprie considerazioni e i propri consigli.
Era evidente che Francesca aveva riflettuto a tutto quanto voleva dirgli e se dopo dimostrò sorprese e dubbî ciò avvenne perché il contegno di Alfonso fu troppo differente da quanto ella avesse potuto prevedere.
Annetta semplicemente gli faceva ripetere quanto già gli aveva scritto.
Non voleva ch'egli avesse a subire degli affronti, voleva che si allontanasse per qualche tempo dalla città acciocché ritornando trovasse tutto regolato.
Di nuovo soltanto c'era la comunicazione, ch'ella aveva avuto l'opportunità di parlare con Cellani e che sarebbe stato costui che gli avrebbe dato il chiesto permesso.
Francesca s'interruppe accorgendosi del mutismo di Alfonso ch'ella interpretò con la sua consueta rapidità:
- A lei questo piano dispiace? - e con soddisfazione calma aggiunse: - Oh! io lo prevedevo!
- No! non mi dispiace! - fece Alfonso esitante.
Quello che maggiormente lo impensieriva era la paura che Francesca potesse comprendere ch'egli non dedicava alla questione l'interesse che avrebbe dovuto.
Con voce che volle sembrasse addolorata aggiunse: - E sarà duro per la signorina Annetta di fare i passi di cui ella qui mi parla?
- Perché?
- Oh bella! può avere a udire qualche brutta parola!
S'era adirato, perché nulla è più irritante che non venir subito compreso quando si finge.
- Ad Annetta non può importare nulla di una parola dura ricevendola per una questione che ha per essa un'enorme importanza, quantunque a lei signor Alfonso pare non sembri così!
La sua voce si prestava molto bene all'ironia.
Egli sentiva ch'ella era molto lontana dal sospettare quanto con quel rimprovero si apponesse al vero, ma l'ironia l'offendeva istesso.
- Lei può facilmente immaginare quanta importanza abbia per me questa faccenda, ma però a me non piace di lasciare la signorina Annetta qui sola a combattere anche per mio conto!
Ella lo guardò attentamente:
- Ella dunque non vuole partire?
- Io non voglio nulla, ma, mi sarà permesso, lo spero, di esprimere un mio piacere o un mio dispiacere?
Ella parve disillusa.
- Così...? Senta, voglio essere franca.
Io non vedo la ragione per cui ella dovrebbe allontanarsi.
Annetta è padrona in casa e alla prima parola ch'essa dirà, se sarà detta come si deve, nessuno avrà più nulla da opporre.
Non vi sono dunque a temere degli affronti per Annetta o per lei.
- Poi, vedendolo esitante e sorpreso: - Io non so come conquistarmi in sì breve tempo la sua fiducia, ma ne ho di bisogno.
Ella sta per commettere una sciocchezza ed io voglio impedirgliela.
Dunque mi ascolti, segua un mio consiglio, non parta.
- Gli disse che a lui voleva bene, che si rammentava sempre con uguale commozione del villaggio, dell'anno trascorsovi e della madre sua ch'ella aveva amata, tutto questo con la sua voce esile, dolce, ma calma e fredda, incapace di finzione.
- Dunque abbia fiducia in me, non parta! - E parlò ancora.
Gli disse ch'ella non aveva sentito dolore all'apprendere che Annetta lo amava, perché si trattava di lui, ma che se Annetta si fosse data a quel modo ad altri, ella non se ne sarebbe consolata mai più perché il tutto era potuto accadere soltanto per un suo errore, perché non aveva avuto il coraggio di far intervenire Maller a tagliare la tresca ch'ella sapeva incominciata.
- Ho errato, ma, se la conseguenza del mio errore ha da essere il suo matrimonio con Annetta, il mio pentimento è ben piccolo.
Mi accade proprio di venir premiata di un errore.
L'erta era finita.
Più che a guardare ove andavano erano occupati ad osservarsi l'un l'altra.
Quasi istintivamente Alfonso voleva attraversare la piazza perché tirando dritti si doveva passare per una via molto popolata, ma ella lo fece deviare:
- La carrozza mi attende là!
- Ma perché ho da agire contro l'espresso volere di Annetta?
- Insomma come lei stesso ha detto, è dovere di cavaliere di non lasciare a questo modo il posto.
- Ella accettava un argomento che, per leggerezza, poco prima aveva distrutto.
- E di più sarebbe da poco accorto.
Ella gli dava dunque il consiglio di rimanere acciocché non vi fosse pericolo per il matrimonio ch'ella già aveva dato prova di desiderare vivamente.
Una seconda volta dava consigli, si rendeva, peggio che sua complice, sua istigatrice.
Egli ne fu agghiacciato.
- Io non mi opporrò mai al volere della signorina Annetta.
Obbedirò con scupolosa esattezza ai suoi ordini o desiderî.
Parlava col tono di chi vuole tagliar corto.
Non portava argomenti lui; aveva deciso così e non si curava di sapere ove sarebbe giunto con l'obbedienza passiva di cui parlava.
Ella lo guardò stupefatta, non certa ancora di aver udito per bene.
Poi parlò di nuovo e per la prima volta Alfonso udì quella vocina alterarsi; rimaneva sempre esile ma era rotta dall'affanno e, gridata, aveva perduto ogni dolcezza.
- Ma se seguendo i consigli di Annetta espone a grande pericolo la felicità ch'ella crede di avere in saccoccia? Ma quale amore crede lei di averle ispirato, forse di quelli delle dame antiche, amori che resistevano agli ostacoli e duravano per tempo infinito? - Rise perché volle ridere.
- Ella si affida di lasciarla qui esposta ai consigli del padre e dei parenti? Se ne vada pure giacché lo vuole e ritorni anche dopo una sola settimana.
Sarà ridivenuto il travetto della banca Maller e Annetta non si rammenterà neppure di averla conosciuta.
- Le parole le erano uscite di bocca compatte come un solo grido.
Continuò più calma:
- Conosco i Maller.
Crede ella che quando si sarà spiegato ad Annetta quello che oggi, ma oggi soltanto, ha dimenticato, crede che le rimarrà ancora fedele?
- Lo credo! - disse tranquillamente Alfonso.
A questa soluzione non aveva pensato durante la lunga giornata, ma non appena rammentata da Francesca la riconobbe quale la più probabile e nello stesso tempo la più felice.
Infatti non era quasi certo che l'ambizione di Annetta, per breve tempo dimenticata, riconquisterebbe subito il suo posto avendolo occupato sempre fino ad allora? Era una soluzione felice perché, mentre egli aveva temuto di venir costretto a fare lui la parte di traditore, tutto ad un tratto diveniva il tradito e non gli restava altro compito che di dare generosamente il suo perdono, cosa facile e aggradevole.
- Allora per lei tutto è perduto! - disse Francesca con voce che per dare maggior serietà a queste parole ridivenne calma per un istante.
- Io non capisco le ragioni per cui agisce così e non mi curo di conoscerle; se abbandona la città anche soltanto per pochi giorni, non rivedrà mai più Annetta.
- Devo partire se Annetta me lo ordina.
- È tanto evidente la giustezza di quanto le dico che non posso fare a meno di pensare che di Annetta nulla le importi oppure che tutto ad un tratto ella abbia perduto il lume dell'intelletto.
Parlava a casaccio senza molto riflettere a quello che diceva e Alfonso lo sentiva, ma non per ciò dimenticò di rispondere a quelle parole che lo colpivano nel vivo.
- A me di Annetta importa quanto della luce dei miei occhi, - e fu soddisfatto dalla frase.
- Ma non voglio rubare il suo amore; voglio che mi venga dato spontaneamente.
- Poi gli riuscì di trovate l'intonazione e la parola giusta.
- Io non so che farmene di un amore che avrebbe a cessare nello spazio di otto giorni, ed ora che ella mi ha messo in dubbio, se Annetta stessa non avesse proposto questo viaggio, lo proporrei io.
Ella rise con disprezzo.
- Ha trovato il modo di dare il nome di dignità alla sua freddezza.
Era di nuovo giusto; per caso ella aveva capito quale parola maggiormente lo avesse offeso e insisteva alla cieca su quella per procurarsi la soddisfazione di offenderlo ancora.
Egli rimase inalteratamente calmo.
Solo una volta si agitò allorché per errore, stanco di veder continuata la discussione sempre con le medesime parole, aveva dichiarato che la discussione fra di loro era inutile perché per non partire egli doveva trovare delle buone ragioni per convincere Annetta.
Ella gliene suggerì dieci in un fiato.
Alfonso si commosse perché gli balenava alla mente la possibilità che potesse venir costretto a rimanere; riconobbe il suo errore e senza perdersi a confutare le ragioni portate da Francesca, con un'ostinazione che a lui stesso ricordò quella della gente di poche idee, dei contadini, si limitò a protestare ch'egli avrebbe fatto semplicemente il volere di Annetta senza indagare se ella avesse ragione di volere così o meno.
Egli faceva un matrimonio d'amore, per parlare più a lungo si ripeteva, egli faceva un matrimonio d'amore e non voleva agire con l'accortezza di chi persegue un interesse.
Ella camminava di nuovo due passi dinanzi a lui e sembrava di aver rinunziato a convincerlo.
Tutto ad un tratto rallentò il passo.
Ebbe di nuovo il dubbio ch'egli diffidasse di lei.
Era una supposizione non ragionevole, ma la sorpresa, il dolore di dover lasciarlo senz'aver ottenuto quello che le era sembrato tanto facile, la turbavano.
Ella agiva inconsideratamente seguendo i primi impulsi.
Si mise a spiegargli perché ella prendesse tanta parte al suo destino e la voce calma doveva celare una grande agitazione che la portava a tali confessioni.
- È ben vero che io voglio bene a lei e alla sua famiglia, - incominciò con una freddezza che rendeva ironica la sua frase, - però non è soltanto quest'affetto che mi fa agire.
Le conseguenze che devono derivare a me da questo matrimonio sono tali che ne dipende la felicità della mia vita.
Ha capito o dubita ancora che i miei consigli sieno dati in mala fede?
Egli più non ne poteva dubitare; aveva compreso.
Nel delirio della notte, Annetta gli aveva confessato ch'era stata dessa a opporsi al matrimonio di Maller e gli aveva anche fatto capire che, accettando lui per marito, non poteva più persistere in quell'opposizione.
Francesca dunque aveva il maggior interesse acché questo matrimonio si facesse ed era spiegabile il suo furore al vedere che giunta tanto vicina alla meta, sorgesse qualche cosa di nuovo, imprevisto e irragionevole, a mettere in dubbio la sua vittoria.
Fu tanto scosso da questa confessione che ancora una volta deviò dal metodo seguito per difendersi: volle convincerla che la sua partenza non poteva essere di pericolo sì grande alla sua relazione con Annetta.
Annetta lo amava, gliel'aveva ripetuto su tutti i toni, gliene aveva dato le prove.
Perché dunque offenderla dubitando della serietà del suo affetto?
Ella cessò per la prima dalla lotta.
Camminò ancora dieci passi circa oltre la carrozza di cui il cocchiere teneva aperto lo sportello.
Non rispondeva ai lunghi discorsi di Alfonso e forse non li seguiva.
Lo guardò tutto ad un tratto alzando con movimento rapido la testa:
- O non ama Annetta o ha una paura ridicola del padre.
A lui parve dignitoso non rispondere.
Ritornando alla carrozza ella mormorò:
- Non si è visto giammai una cosa simile.
- Prima di lasciarlo, si volse a lui e mettendogli la fredda piccola mano nella sua, pronta a stringere con l'amicizia ch'egli altrimenti non aveva saputo dimostrarle, gli disse: - Ad ogni modo sono obbligata di fare il possibile per risparmiarle la sventura ch'ella merita.
Me ne dispiace.
Saltò in carrozza e aiutò il cocchiere esitante a chiudere lo sportello.
Era finalmente libero.
Nessuno più avrebbe tentato di toglierlo dal suo proposito; sarebbe partito pur sapendo che con questo passo egli rinunziava ad Annetta.
Francesca lo aveva convinto; la partenza equivaleva ad una rinunzia.
Si sentì calmo e felice.
Se quello che Francesca prevedeva si avverava, egli era liberato da ogni dovere e da ogni rimorso.
Ella gli aveva detto che, abbandonato da Annetta, sarebbe ridivenuto il miserabile travetto di casa Maller.
No! Egli sarebbe rimasto superiore anche alla posizione che Annetta aveva voluto fargli e la sua superiorità era stata dimostrata precisamente dalla sua rinunzia.
Alla banca egli si sentì meglio il giorno appresso.
Lavorava volentieri perché sapendo che nulla d'inaspettato gli poteva capitare si sentiva calmo, libero dalle paure che il giorno innanzi lo avevano travagliato e, rammentandosi del bisogno che aveva provato di confidarsi con qualcuno per averne consiglio o appoggio, stupì.
Ora stava bene chiuso in se stesso col suo segreto che gli appariva quale un episodio interessante della sua vita.
Cellani doveva parlare con lui, non egli con Cellani e così non temeva neppure quel colloquio.
Non vedendosi chiamato fino a mezzodì ebbe una sola paura e cioè che Francesca, non avendo potuto convincere lui della necessità di rimanere, fosse riuscita a convincere Annetta ch'era preferibile di non farlo partire.
Si trovava in mani loro e gli sarebbe toccato di ricevere da Maller i rimproveri meritati e poi, ciò ch'era ben peggio, assumere la parte di amoroso ardente.
A mezzodì il piccolo Giacomo lo avvertì che il procuratore lo attendeva nella sua stanza.
Alfonso perdette un poco della sua calma perché già aveva dubitato di non venir chiamato, e le cose inaspettate lo agitavano sempre.
Il signor Cellani era solo e aveva il tavolo netto di carte.
Per quel tavolo passavano tutti gl'innumerevoli documenti della banca e non lo abbandonavano che segnati da lui; già quell'ufficio di lettore delle lettere che arrivavano e di quelle che partivano doveva dargli un lavoro enorme.
Cellani era uomo che facilmente s'imbarazzava e perciò Alfonso trattava con lui con maggior disinvoltura che con Maller.
Dapprima il procuratore gli chiese come stesse, poi, con la parola come al solito stentata, spiritosamente osservò che generalmente non usava accordare che i permessi che gli venivano chiesti e ch'era la prima volta che si trovava obbligato ad offrirne.
Visto che ne trattava tanto leggermente, si capiva ch'egli non era stato messo a giorno della ragione per cui veniva domandato quel permesso.
Alfonso fu tanto tranquillo che fece anche lui dello spirito e trasse il procuratore dall'impaccio accusato.
- Le chieggo questo permesso che non può offrirmi.
- Accordato! - disse Cellani ridendo.
- Non so bene di che si tratti, ma pare importi sommamente alla signorina Francesca e un pochino anche alla signorina Annetta che mi pregò di permetterle di partire immediatamente.
Sono sicuro che non abuserà di tale permesso e che la rivedrò di qui a quindici giorni.
- Lo pregò di avvertire Sanneo e di mettersi d'accordo con lui per il lavoro; era forse anche necessario che per quel giorno lavorasse più a lungo del solito.
- Infine se il signor Maller le chiedesse la ragione per cui domandò questo permesso, gli dica qualche motivo buono che non ammetta obbiezioni.
Dica per esempio ch'è fortemente ammalata sua madre; del male con ciò non le farà.
- Poi lo congedò affettuosamente.
- Si diverta e a rivederci.
Sanneo era ancora tutto al suo lavoro, chino su un foglio di carta che riempiva con la sua grossa scrittura mormorando le parole che scriveva.
Alfonso entrò e attese rispettosamente.
- Dica pure! - disse costui senza alzare il capo.
Alfonso cominciò a parlare dicendo senza rimorsi che sua madre era ammalata e che il signor Cellani aveva voluto accordargli un permesso di quindici giorni.
S'accorse che Sanneo continuava a scrivere e a mormorare con accanimento quello che scriveva; doveva essere una polemica e nel suo ardore, - qualche ira per conto della banca Maller e C., - non doveva avere udito nulla di quanto gli era stato detto.
Alfonso s'impazientò e con voce mutata concluse:
- Parto domani.
- Come, come? - chiese Sanneo sorpreso e alzando finalmente la testa.
- Lei parte?
Alfonso ripeté tutto quanto aveva già detto e Sanneo ebbe l'aspetto di persona seccata.
La cosa aveva ora tutta la sua attenzione e depose persino la penna per staccarsi del tutto da altre idee.
Il giorno prima aveva dato ordine ad Alfonso di assumere un nuovo lavoro, lo scontro di certi conteggi della liquidazione che, fino allora, dopo la dipartita di Miceni dalla corrispondenza, aveva fatto egli stesso.
Era un lavoro che ogni quindici giorni lo costringeva a prolungare parecchio le sue ore di lavoro e dopo essersi risoluto di appiopparlo ad Alfonso, era spaventato di vederselo ripiombare addosso.
S'era sottoposto a una fatica per consegnare il lavoro e insegnarlo ad Alfonso e diveniva ora fatica sprecata.
- Se il signor Cellani gliene ha dato il permesso, - volontieri lo avrebbe messo in dubbio, - ella è libero di partire.
Venne chiamato con dispaccio?
- Sì! - rispose Alfonso seccato di dover dare dei particolari.
- Oh! allora non c'è nulla da obbiettare, - disse Sanneo, - quantunque io in questi casi usi di non partire immediatamente e di attendere conferma della notizia che talvolta è data da parenti troppo presto spaventati.
Però, visto che Alfonso nulla rispondeva a questa ch'era una proposta velata, Sanneo divenne improvvisamente l'amico cortese che prende congedo.
Gli augurò di trovare la madre in buona salute e, volendo cancellare il cattivo effetto che potevano aver fatto le sue esitazioni, aggiunse ridendo:
- Se anche trovasse sua madre in perfetta buona salute non rinunzi ad alcuna parte del permesso ottenuto.
A rivederci dunque oggi a quindici.
Maller non c'era più e Alfonso dovette ritornare al pomeriggio per congedarsi da lui.
Lo trovò solo in stanza che lavorava accanitamente anche lui, delle annotazioni in un libretto tascabile.
Alfonso stava per dire la bugia suggeritagli da Cellani, ma Maller lo interruppe:
- Buon viaggio, signor Nitti, buon viaggio!
Alfonso uscì inchinandosi; era malcontento.
Lo turbava il contegno freddo di Maller per quanto poco per il momento gli premesse di venirne amato e calcolasse anzi sulla sua decisa opposizione per esser liberato dai suoi obblighi con Annetta.
Gli unici impiegati che salutò all'infuori dei colleghi della corrispondenza furono Miceni e Starringer lo speditore.
Salutò anche Marlucci, ma solo perché lo trovò in stanza con Miceni.
Il toscano si contenne freddamente avendo compreso la ragione per cui Alfonso s'era ricordato di lui.
Miceni si contenne meglio di tutti.
Starringer aveva chiesto tutti i particolari e di quale malattia soffrisse la vecchia e da quanto tempo e come avesse potuto avvenire che fino allora egli nulla ne avesse saputo.
Poi, dimostrando soltanto che non sapeva mettersi nei panni di un figliuolo che riceve l'annuncio del pericolo che corre la madre, disse:
- Beato lei che va a casa, - e un'ombra di tristezza passò sul suo largo volto.
Ah! egli non pensava che a se stesso, al permesso che aveva avuto il mese innanzi e che gli toglieva il diritto di chiederne altri per ben due anni.
Ballina, dopo di essersi condoluto sentitamente, ebbe un grande dubbio:
- I denari per il viaggio le vengono anticipati dal signor Maller?
Con grande serietà, Miceni, che, si capiva, conosceva meglio gli usi del mondo, gli augurò di trovare la madre in buona salute.
Lo esonerò poi dal seccarsi col salutare tutti gli altri impiegati e gli promise di scusarlo con essi.
A lui Alfonso raccontò della fredda accoglienza che gli aveva fatta Maller, e Miceni fu al caso di tranquillarlo raccontandogli quali fossero le cause del malumore del principale.
- È uomo che ha molti pensieri e giusto adesso è afflitto da una sventura di famiglia e da un accidente finanziario.
Si trattava della demenza di Fumigi e del prossimo inevitabile fallimento della sua casa.
Gli raccontò che, per affetto al nipote, Maller aveva dovuto addossarsi la liquidazione della sua casa, e che soltanto dopo assunta s'era accorto ch'era passiva per speculazioni sbagliate fatte da Fumigi nei due ultimi mesi.
Miceni diceva che il disastro era stato apportato precisamente dall'indebolimento delle qualità intellettuali di Fumigi.
Quanto alla causa della malattia stessa, supponeva che fosse da ricercarsi nell'esagerata sua attività.
- So io che questa estate lavorava dieci ore al giorno in ufficio e poi ancora dell'altro a casa, su certi problemi di matematica.
Il suo debole organismo non resse alla fatica.
Alfonso pensò ch'egli conosceva meglio la causa di tale malattia.
Doveva essere stata prodotta dal dolore per il rifiuto di Annetta.
Comprese che se a Fumigi fosse toccata in sorte la sua fortuna ne avrebbe gioito ben maggiormente che lui e ancora una volta provò rimorso di non saper approfittare della sua fortuna.
Lo seccava ora grandemente di trovate una buona bugia per spiegare ai Lanucci la sua improvvisa partenza.
Non volle dire che partiva per la malattia della madre perché gli sarebbero stati chiesti troppi particolari.
- Parto! - disse rivolto alla Lanucci che trovò seduta a tavola col vecchio.
Lucia all'ora di pranzo era sempre a passeggio con Gralli.
- Quanto tempo rimarrà assente? - chiese il vecchio Lanucci alzando il naso dal piatto e molto spaventato.
- Quindici giorni! - gli disse presto Alfonso per tranquillarlo.
Aveva compreso il motivo di tale spavento.
- Parto per un affare...
- Non s'era ancora risolto per uno o l'altro motivo di cui avrebbe potuto indicare parecchi, ma nessuno tanto verosimile da venir creduto senza esitazioni.
Si rammentò in tempo che sua madre molto tempo prima gli aveva scritto che desiderava di vendere la loro casa.
- Vendiamo la nostra casa che per mamma è troppo grande e troppo lontana dal villaggio.
Il vecchio cessò ancora una volta di mangiare e drizzò gli occhiali, segno sicuro che voleva parlare di affari:
- E lei per questo parte! Lascia l'impiego per quindici giorni, e se basteranno!
Alfonso rispose che il signor Maller gli accordava volontieri quel tempo di permesso e ch'egli per quest'assenza nulla perdeva, ma il Lanucci non si diede così presto per vinto.
Gli rimproverò di voler da solo accingersi ad un affare di tale importanza, pur essendo troppo giovine per saper contrattare.
- Il notaro Mascotti mi aiuterà, - rispose seccamente Alfonso.
Fra tanti mestieri del Lanucci v'era anche quello di sensale di case.
Propose ad Alfonso che senza partire gli desse la descrizione della casa, gliene indicasse il prezzo per cercare un compratore in città.
Alfonso non accettò e dovette ridere pensando che correva il rischio di vendere la casa non avendone l'intenzione, senza perciò aver spiegata la sua partenza.
Alla sera la Lanucci lo aiutò a preparare degli effetti ch'egli doveva portare con sé.
Anche durante quest'operazione, movendosi per la stanza con della biancheria sulle braccia e poi lungamente china sul baule affaticandosi a chiuderlo, gli parlò della felicità che attendeva Lucia.
Quel giorno Gralli era stato dai Lanucci tre volte, una delle quali per pochi minuti non essendogli concesso dal suo lavoro di rimanere di più.
Aveva fatto un'oretta di cammino soltanto per vedere l'amato viso.
In quel momento erano là accanto, in tinello, a ciarlare.
- Chissà di che? - chiese la Lanucci alzando gli occhi dalla chiave del baule che tentava di far girare.
E gettandosi con tutto il suo peso sul baule, aggiunse ridendo: - Parlano di qualche cosa che io non so più e lei non sa ancora.
Prima di coricarsi Alfonso andò nel tinello ove trovò Lucia semisdraiata sul sofà e Gralli sedutole dinanzi per terra alla turca, che l'ammirava.
Anche dopo veduto Alfonso, ella rimase nella sua posizione, mentre Gralli con uno sforzo della sua figurina nervosa si alzò.
- Ella parte domani? Buon viaggio! - gli disse Lucia, e senza moversi, con gesto signorile gli porse la mano.
Dacché era promessa sposa aveva perduto il pudore perché glielo avevano comandato, ma il rispetto ad Alfonso in seguito a proprio ragionamento.
S'era avvilita per tanto tempo lasciandosi maltrattare dapprima, poscia rinunziando a vendicarsi, che ora voleva fargli sentire ch'ella era indipendente, nulla attendendo da lui e non amandolo.
Aumentava le sue sgarbatezze specialmente allo scopo di fargli dimenticare che in altra epoca il suo contegno aveva potuto fargli credere ch'ella lo amasse.
Per le tante altre cose che Alfonso aveva avuto per il capo non s'era neppure avvisto degli sforzi che Lucia aveva fatto per offenderlo, e quella sera che dovette scorgere la sua freddezza pensò ch'ella aveva ragione.
Erano le dieci sonate allorché Santo gli portò un'altra lettera di Annetta.
Annetta gli comunicava che Francesca le aveva fatto dubitare della opportunità del viaggio di lui.
Lo lasciava libero di fare quello ch'egli preferisse ed ella sempre ancora desiderava ch'egli rimanesse al sicuro da qualsiasi offesa.
Non vedeva d'altronde più la possibilità per lui di rimanere dopo di aver ricevuto alla banca il permesso di partire.
Per il caso che partisse ella lo salutava addolorata di non aver potuto rivederlo prima.
Egli prima di rispondere non ebbe esitazioni.
Voleva partire e i dubbî che Francesca aveva destati in Annetta non gli sembravano meritare la sua attenzione.
Se Annetta stessa continuava ad essere piuttosto del parere ch'egli dovesse partire!
Scrisse la risposta con Santo in piedi accanto al tavolo e conservando, con sforzo, calmo il volto per non lasciar capire a costui che si trattava di tutt'altra cosa che della risposta ad un incarico ricevuto.
Dovette coprire la sua lettera con altro foglio perché vide che Santo con tutta calma s'era levato in piedi e leggeva oltre la sua spalla.
Vistosi scoperto, Santo non ebbe confusione di sorta e sedette sorridendo:
- Non guardavo mica la lettera.
Alfonso franco, senza rimorsi, aveva messo in testa alla lettera l'intestazione: "Amata sposa." Poi: "Partirò!" esclamava col tono di chi si risolve a un sagrifizio.
Partiva perché se anche per il premio che gli veniva riservato non trovava offensivo alcun eccesso del padre "che a ragione mi odia", - non sapeva quanta indifferenza oggettiva vi fosse in questa frase, - partiva perché non voleva che per questi eccessi soffrisse anche colei per cui voleva sopportarli.
Gli parve di poter essere lieto di quel paio di frasi, ma rileggendo la lettera di Annetta dovette riconoscere ch'egli semplicemente aveva dimenticato di rispondervi.
Annetta infatti gli comunicava che lo lasciava libero di partire o meno e egli le rispondeva che con grande suo dispiacere, perché ella glielo imponeva, sarebbe partito.
Trovò poi che sarebbe stato obbligato a rispondere con maggior accuratezza e abilità a quella lettera.
La sua risposta doveva finire col farlo considerare sciocco o indifferente ad onta delle frasi melodrammatiche, e, fatta a quel modo, non aveva scopo o lo sbagliava.
Se ad Annetta ancora importava di studiare le lettere ch'ella riceveva da lui, facilmente con la sua intelligenza avrebbe compreso che Alfonso fingeva, e neppur prendendosi la cura di fingere abilmente.
Questo fatto sarebbe dovuto spiacergli grandemente perché aveva tentato e sperato di riuscire a farsi credere lui il tradito, ma la sua indifferenza era tale che facilmente se ne consolò.
Annetta non si sarebbe soffermata tanto a lungo a studiare quel biglietto.
Fu svegliato dal vecchio Lanucci che volle accompagnarlo alla stazione.
Il Lanucci si alzava sempre a quell'ora e a quanto egli stesso raccontava dormiva una piccolissima parte delle poche ore che passava a letto.
Doveva essere circa la stessa ora a cui due notti innanzi egli era uscito dalla stanza di Annetta e quel chiarore mesto dell'aurora, quelle vie deserte in cui risonavano i loro passi, gli rammentavano la passeggiata ch'egli aveva fatta per rincasare tutto stupito non dell'avventura che gli era toccata, ma delle proprie strane sensazioni.
Era giusto che una passeggiata ricordasse l'altra; questa era la conseguenza di quella.
Il cielo non prometteva una buona giornata.
Una nube nera pesava sulla città e l'aria tiepida rivelava lo scirocco.
Il vecchio Lanucci andava consigliandolo sul modo che aveva da tenere per vendere la casa.
Doveva dapprima fingere di non avere premura e di non essere venuto nel villaggio espressamente a questo scopo perché altrimenti sarebbe stato strozzato; la voce ch'egli volesse vendere la casa doveva venir sparsa con arte.
Al primo offerente si doveva dare a credere che si stava ad ascoltare la sua offerta per sola curiosità.
Poi, secondo l'offerta, bisognava fingere di essersi lasciati sedurre da essa a trattare oppure far capire che su quell'offerta non si voleva neppure riflettere, ma che migliorata avrebbe trovato tutt'altra accoglienza.
Il tutto con l'aspetto non di persona che chieda favori, ma che ne accordi.
Ma Alfonso non ascoltava quel vano cicaleccio.
Attraversando la via dei Forni guardò la casa Maller bruna come tutte le altre e triste nel colore indeciso dell'aurora, a cielo annuvolato.
Nella via grigia, vuota, essa conservava l'aspetto signorile essendo di soli due piani, le finestre più larghe, con qualche tentativo di ornato, del resto priva di grazia.
Egli fuggiva causa la tempesta che stava per scoppiarvi, e sentendosi più che mai lieto di poter allontanarsi volle scusare il proprio egoismo e lo fece con una ragione ch'era dettata dall'egoismo in persona: Non valeva la pena di soffrire per cosa che non desiderava.
Non ragionò più e non sentì più il bisogno di scusarsi quando si trovò solo nella carrozza di terza classe e allorché non vide più la faccia triste del vecchio Lanucci.
Era libero finalmente! Per soli quindici giorni, ma durante i quali non voleva neppure ricordarsi della città ove aveva tanto sofferto.
Voleva dimenticare le proprie azioni poco oneste e le proprie e le altrui sventure.
Fuggiva Annetta, quella ragazza che gli si era data per una curiosità da adolescente e che lo perseguitava col suo amore fittizio, ma respirava anche all'uscire da quell'ambiente o di cattivi o di disgraziati in cui era stato costretto a vivere.
Francesca che si era data a Maller perché il più ricco, e, simulatrice astuta, celava sotto un aspetto di sommissione un volere ferreo, un'attività intelligente nell'intrigo con cui tentava di risollevarsi; quella triste casa dei Lanucci ove si sentiva tanto male in mezzo a quegl'imbarazzi, accanto a quella ragazza che già amava colui che le avevano detto che nel suo interesse doveva amare.
Oh! gente trista e disgraziata! Gli sembrava che la ferrovia correndo sull'argine piano lo portasse in alto ad un punto donde poteva giudicare tutte quelle persone che correvano dietro a scopi sciocchi o non raggiungibili.
E di là si chiese: - Perché non vivono più quieti?
Si fece allo sportello.
La città con le sue bianche case alla riva in largo semicerchio abbracciava il mare e sembrava che tale forma le fosse stata data da un'onda enorme che l'avesse respinta al centro.
Era grigia e triste, una nube sempre più densa sul capo sembrava da essa prodotta perché a lei tinta dalle sue nebbie, l'unica traccia della sua vitalità.
Era là dentro, in quell'alveare, che la gente si affannava per l'oro, e Alfonso, che là aveva conosciuto la vita e che credeva che così non fosse che là, respirò liberandosi con la foga da quella cappa di nebbia.
192
XVI
Nell'agitazione degli ultimi giorni aveva del tutto dimenticato che il suo viaggio non gli apportava soltanto il piacere di sfuggire i luoghi odiati ma anche la felicità di rivedere il suo paesello.
Lo evocò dinanzi alla mente e fu subito liberato da ogni amarezza.
Si sentiva una gioia purissima all'idea del piacere inaspettato che apportava alla madre.
Il villaggio era un gruppo di case gettato là in un cantuccio dell'immensa e verde vallata attraversata diagonalmente dalla ferrovia.
La stazione giaceva a un tiro di schioppo dal villaggio.
Era un casotto da cantoniere elevato alla dignità di stazione in seguito alla domanda fattane dal deputato della regione.
Prima si doveva lasciare la ferrovia alla stazione precedente e andare al villaggio in carretta.
- Povera ma gente felice! - pensò Alfonso rammentandosi del gaudio che era regnato nel villaggio allorché ottenne la sua stazione.
E la bella via che avevano costruito per congiungere la nuova stazione al villaggio! Diritta come sulla carta e larga che ci potevano correre simultaneamente tre carri.
La casa dei Nitti essendo lontana dalla stazione quanto il villaggio stesso, il padre di Alfonso per giungervi aveva voluto avere anche lui una via più breve che quella oltre il villaggio, e a questo scopo aveva fatto migliorare un viottolo già esistente che andava oltre ai campi dalla sua casa e che si ricongiungeva circa a mezza via alla strada comunale.
A quanto Alfonso se ne rammentava, suo padre era stato uomo che aveva dovuto aver vissuto anche in centri popolati; eppure anche lui con quanta semplicità si compiacque che quel viottolo venisse denominato nel villaggio: "Via Nitti".
Alfonso voleva ricordarsi dell'esistenza di quel viottolo che doveva ora condurlo più presto fra le braccia di sua madre.
Dinanzi al casotto, appoggiato ad un grosso bastone, assisteva al passaggio del treno il notaio Mascotti.
Era vestito con una giubba di velluto nero, pantaloni chiari e stivali altissimi.
Tozzo e grosso ma alquanto curvo dall'età, una faccia abbrunata dal sole circondata da una barba corta grigia, era una figura da soldato ma da soldato in ritiro.
- Già qui? - chiese sorpreso ad Alfonso.
Alfonso altrettanto sorpreso di rimando chiese: - Ella mi attendeva?
- No! no! - fece il notaio portando lentamente l'indice alle radici del naso che fregò fino all'altezza dell'occhio.
Alfonso comprese dal gesto, ch'egli ricordava, che il notaio rifletteva intensamente.
Con naturalezza che ingannò anche Alfonso aggiunse: - Mi sorprende di vederla, ecco tutto! Non l'attendevo.
Scesero dall'argine sulla strada passando accanto al casotto abitato dal cantoniere e dalla sua famiglia, la moglie e due figliuoli seminudi che guardavano con tanto d'occhi Alfonso come se fosse piovuto dal cielo.
Dei due fanciulli, uno di sei anni vestito di una camicia e di calzoni che gli arrivavano al ginocchio, teneva in braccio l'altro di due al massimo, vestito della sola camicia fermata a mezzo il corpo da una fascia da cui pendeva un altro camiciotto.
Un miscuglio di membra magre e brune perché anche quello che ancora non sapeva camminare da sé aveva la pelle annerita dal sole.
Alfonso non comprese subito quanto strano fosse il contegno di Mascotti, perché, tutto inteso a gustare le prime sensazioni che si attendeva dal rivedere il villaggio, non trovava il tempo di osservarlo.
L'autunno aveva già spogliata la valle e così nuda tradiva la vicinanza della regione dei sassi.
La campagna non aveva il colore bruno della terra fertile, umida, ma era sbiancata dalla presenza della pietra bianca che pochi chilometri più in giù o anche più in su signoreggiava.
Nei campi più vicini si vedevano i piccoli sassi misti alla terra, v'erano lasciati acciocché il vento boreale che anche qui infuriava non spazzasse via la terra libera; qualche masso maggiore era piantato solidamente e interrompeva la regolarità del solco o impediva nel suo sviluppo qualche albero che rimaneva gracile e con la corona povera.
Le case del villaggio, nella nebbia leggera che copriva la valle, erano appena appena visibili; visibile invece come una striscia lucida la via larga sulla quale doveva poggiare la casa dei Nitti e che senza mutare direzione diveniva la via principale del villaggio.
Il paesaggio non gli dava alcuna sorpresa; se ne era rammentato nei minimi particolari.
Di là dal villaggio vedeva biancheggiare la punta del colle di sassi, una cupola regolare senza case e senza vegetazione, alla sua destra un piccolo bosco di pini giovani piantato per lottare con una plaga di sassi.
Ma dacché egli era partito il boschetto aveva fatto pochi progressi.
Ebbe una sola sorpresa.
Aveva creduto che la sua casa si trovasse più vicina al villaggio; nel suo desiderio che la madre fosse meno lontana dall'abitato, aveva spostata la casa e la cercò ove non c'era.
Giaceva proprio molto lontana, perduta in mezzo ai campi, sola, mentre il vecchio Nitti aveva sperato ch'essendo da quella parte la zona più fertile della valle ben presto sarebbe stata più abitata.
Alfonso accelerava impaziente il passo.
Vedeva ora un lato della casa, rosso di terra cotta.
La facciata era volta verso il villaggio ed era l'unico lato che avesse delle finestre meritevoli di tale nome; la postica aveva due buchi praticati dal vecchio medico in persona per agevolare il giro dell'aria.
Arrivò al viottolo che portava direttamente alla casa.
Doveva esser poco frequentato perché per brevi intervalli si confondeva nei campi e mai se ne staccava distintamente.
Mascotti, che aveva lungamente taciuto, dopo aver atteso invano di essere interrogato, parlò per primo:
- Badi che ho sessantacinque anni e che se corre tanto non potrò giungere, come voglio, a casa sua con lei! - Si appoggiò ad un albero per riposare.
Poi con aspetto indifferente e tutto occupato a guardarsi il cappellone di felpa bianco che s'era levato di testa, disse: - Sua madre non sta del tutto bene!
Alfonso lo guardò attentamente e titubante.
L'aspetto indifferente di Mascotti era sincero? Commosso chiese:
- Che cosa ha?
- Un difettuccio al cuore, non batte regolarmente, a quanto ne dice il medico, - rispose Mascotti che credeva di aver trovato la forma più mite per definire la grave malattia.
- Ella mi attendeva alla stazione; mi hanno mandato un telegramma? - chiese Alfonso che si rammentò della prima sorpresa di Mascotti al vederlo.
- Sì, ma grazie al cielo...
Alfonso non stette a udire che il sì:
- Ci rivedremo a casa, - e, col baule in una mano, il bastone nell'altra, si mise a correre non badando più a Mascotti che lo seguì per un tratto gridando qualche parola ch'egli non intese.
La notizia inaspettata gli aveva fatto battere rapidamente il cuore.
Doveva essere ben grave se erano stati costretti a richiamarlo con tanta premura.
Fu ben presto stanco dalla corsa e dall'emozione, ma continuò a correre sembrandogli che qualche parte della vita della madre dipendesse dall'esito di questo suo sforzo.
E correndo gli si rizzarono i capelli sulla testa pensando che forse egli correva ad abbracciare un cadavere; non poteva essere che fosse questo l'annuncio che Mascotti aveva voluto dargli gridandogli dietro?
Oh! egli da molto tempo l'aveva dimenticata quella povera donna che moriva.
Erano tre settimane ch'ella non gli aveva scritto e lui tutto intento intorno alle gonnelle di Annetta non se n'era neppure accorto.
Non avrebbe dovuto comprendere che solo un grave impedimento poteva averle fatto interromper l'invio di solito tanto regolare delle sue letterine?
Era giunto finalmente nell'orto dinanzi alla casa.
Una vecchia alta e robusta vi raccoglieva delle ortaglie.
- Che cosa comanda? - gli chiese rizzandosi in tutta la sua lunghezza.
Era una faccia a lui del tutto nuova.
La pelle di questo volto, che solo per la mancanza di peli si riconosceva appartenere a donna, era incartapecorita dal sole e tutta l'espressione della faccia si concentrava nei due occhietti neri, vivaci, da sorcio, inquadrati in quel legno.
- Come sta mia madre? - chiese Alfonso impaziente.
- Oh! il signor Alfonso! Ha fatto bene a venire, - disse con lentezza la vecchia, e venne a lui.
- La signora, dice il signor dottore, sta meglio.
Stava meglio quando egli la credeva morta! Ad ogni modo gli veniva accordato il tempo per baciarla e dimostrarle l'affetto immenso che gli gonfiava il cuore.
Il caso lo trattava meglio di quanto egli meritasse.
- Entri! entri! - gli disse la vecchia che guardava con desiderio le sue ortaglie.
Egli non volle e la invitò ad andare essa la prima a preparare l'ammalata.
Poi, vedendo ch'ella indugiava, le spiegò che doveva avvertire dapprima che c'era qualcuno, poi qualcuno che l'avrebbe grandemente sorpresa di rivedere, infine qualcuno che le sarebbe stato caro di rivedere, suo figlio.
Entrò con lei in casa.
Le due uniche stanze che i Nitti avessero abitato nella casa relativamente vasta erano situate al pianterreno.
Erano le uniche due che avessero luce a sufficienza e vano era stato il tentativo del defunto dottore di abituarsi ad una terza per servirsene di stanza di studio.
Mancava di luce ed era troppo grande perché il vecchio medico co' suoi pochi mobili e la miserabile biblioteca non vi si sentisse troppo solo; la stanza rimase destinata a biblioteca, ma il dottore non studiò più nulla.
La stanza posta immediatamente all'entrata era vuota con un solo letticciuolo in un canto, mentre quando Alfonso l'aveva abitata era stata fornita di tutto quanto si poteva nelle condizioni della famiglia Nitti.
Alle mura erano stati appesi i pochi quadri che la famigliuola possedeva e molte riproduzioni di quadri celebri, parecchi di Orazio Vernet, cammelli dai corpi enormi e fisonomie tranquille, pazienti, bestie più simpatiche degli uomini che li conducevano.
Nell'altra stanza avevano abitato i coniugi Nitti.
Era ripiena di vecchi mobili enormi di legno semplice che stavano bene in quello stanzone e lo rendevano abitabile.
Fra le due finestre v'era un orologio moderno a pendolo, l'ultimo oggetto che il Nitti avesse portato in casa.
Durante i mesi di malattia del vecchio medico, la famigliuola, per fargli compagnia, aveva pranzato in quella stanza e nel mezzo era stato posto il tavolo che doveva ancora esserci, a quanto la signora Carolina aveva scritto ad Alfonso.
La tristezza che lo assalì in quella prima stanza, ove attendeva di venir chiamato e che riconosceva ad onta che non vi fosse alcun oggetto che aiutasse i suoi ricordi, non era tutta risultato del trovare sua madre ammalata.
Questa a cui egli sentiva di andare ad assistere era una delle sventure della sua vita.
Grandissima era stata quella della morte del padre! In quei luoghi, dinanzi al villaggio e alla casa e in quella prima stanza, dacché aveva abbandonato la ferrovia, egli si sentiva accompagnato dal suo ricordo.
La bella gioventù che gli aveva fatto passare: quanto tranquilla, protetta! La famiglia doveva certo aver passato delle brutte epoche ed egli nulla ne aveva saputo, né durante la prima gioventù in villaggio, né poi in città ove il vecchio Nitti per qualche tempo aveva tentato invano di farsi una clientela.
Quanta bontà e quanta rassegnazione! Non s'era lagnato mai il vecchio e le esperienze fatte dal padre non avevano rubato le illusioni al figliuolo.
- È giusto! - aveva detto un giorno ad Alfonso che nelle vacanze era venuto a casa con uno splendido certificato, - la fortuna che non ho avuto io l'avrai tu.
- E Alfonso l'aveva creduto perché vedeva che i genitori, persone vecchie e d'esperienza, lo credevano.
La madre lo aveva chiamato con un grido in cui egli aveva riconosciuto l'emozione della gioia e la debolezza della malattia.
Volle gettarsi fra le sue braccia, ma, fatto un passo nella stanza, si trovò nella più profonda oscurità e non ebbe il coraggio di avanzarsi.
Si sentì preso ruvidamente per un braccio e tratto a sinistra.
Comprese che la madre si trovava in quel letto e da lì ella gli chiese balbettando:
- Sei tu, Alfonso?
- Stai meglio, mamma?
- Sì, sì, molto.
Apri la finestra, Giuseppina, acciocché lo vegga.
La vecchia spalancò dapprima la finestra più lontana dal letto e nella penombra egli riconobbe il volto della madre che gli parve poco mutato.
Giaceva supina, non lo guardava e mormorava delle parole a bassa voce.
Egli fu spaventato credendola febbricitante e la chiamò.
- Sono religiosa, - disse ella scotendosi, - non speravo più di rivederti e ringrazio chi fece che tu arrivassi tanto presto, - e lo attirò a sé sorridendo.
Egli conosceva questa voce e questo modo.
La gravità e la serietà tanto pronte a fondersi nella dolcezza e nello scherzo.
E ancora una volta rivide la fisonomia del padre che pensava e parlava proprio così, mai tanto vicino a sorridere come quando il suo volto si atteggiava a grande serietà e la sua parola risonava pateticamente commossa.
Nei lunghi anni ch'ella aveva vissuto con lui se ne era assimilato i modi.
Giuseppina aperse anche l'altra finestra; la spalancò con un solo colpo, rumorosamente.
Neppure allora Alfonso si accorse di quanto fosse mutata la fisonomia della madre.
La baciò in fronte quasi tranquillato:
- Hai un aspetto florido.
- Sono grassa, eh?
Senza riguardi Giuseppina intervenne con la sua voce poco aggradevole, bassa.
- Ma sì! lo dico sempre io che ha l'aspetto florido e che il dottore che la fa rimanere a letto è un asino.
La signora Carolina aveva attirato Alfonso di nuovo a sé e gli passava la mano attraverso ai capelli bruni.
- Tu sei divenuto anche più bello, ciò che Rosina sicuramente non avrebbe creduto che fosse possibile, - gli disse guardandolo con attenzione.
- Abbiamo avuto torto di dividerci.
Adesso sarei certamente in questa stessa situazione, ma avrei passato meglio la vita fin qui!
A quella distanza Alfonso aveva capito che cosa desse alla madre l'aspetto tanto florido.
Era gonfia, una guancia molto più che l'altra, e su questa gonfiezza s'era riprodotta la trama della tela grossolana e di qualche cucitura irregolare del guanciale.
La sua faccia ch'era stata ovale tendeva ora ad arrotondarsi.
I capelli bianchi che ancora le restavano facevano corona intorno ad un volto che sembrava infantile.
Ella comprese quale impressione dolorosa la vista di quella gonfiezza gli avesse prodotta e volle attenuarla.
- Oh qui non mi duole! - e con un dito si toccò con disprezzo la guancia.
Vi produsse una cavità livida che rimase anche quando ella ritirò il dito.
Quello non era nulla, gli spiegò, e non le dava sofferenze.
Soffriva molto ai polmoni, non aveva aria a sufficienza.
Era probabile che così si morisse.
Trovandovisi tanto vicina, andava studiando il mistero della morte.
Egli cercò di provarle che s'ingannava e avrebbe dovuto essergli facile trovandosi di fronte alla nozione tanto imperfetta della malattia, ma non sapeva mettere tutta la sua intelligenza a ingannarla.
Ella moriva, questo era il doloroso, non ch'ella lo sapesse.
Aveva compreso che non v'era più rimedio.
S'informava ancora di altri sintomi sempre sperando di scoprire degli indizi di benignità.
Invano; si trattava proprio di un organismo che andava in isfacelo.
Ella aveva sofferto già da anni di disturbi nei quali un occhio esperto avrebbe forse riconosciuto la malattia organica che ne era causa.
Anche quando si avvide di avere qualche poco di gonfiezze ai piedi non s'era rivolta al medico, un po' per ignoranza e molto per riguardo e per economia.
Quando finalmente s'era consultata con lui, egli l'aveva fatta rimanere a letto; non s'era alzata più, dicendo che vi si sentiva meglio che in piedi e che le ripugnava di vestirsi per vedersi il corpo sfigurato a quel modo.
Ora non poteva più moversi.
Quello che non aveva fatto la malattia era stato compiuto dall'inerzia e dalla mancanza d'aria pura.
In quella stanza si soffocava.
Allorché per un istante erano state aperte le finestre, era giunto fino ad Alfonso un soffio dell'aria di fuori, balsamica in confronto a quella della stanza.
- Giacché lei c'è qui posso ritornare in orto.
Se avessero bisogno di me basta che picchino alla finestra, - disse Giuseppina e uscì.
- È l'infermiera? - chiese Alfonso.
- E di solito ti lascia così sola come ti ho trovata poc'anzi?
La madre gli spiegò che l'aveva presa in casa da un mese anche perché la rimpiazzasse in quei piccoli lavori ai quali pur era d'uopo provvedere.
- Così la tolsi alla più squallida miseria.
Mi pareva tanto buona e attenta!
Egli rilevò quell'imperfetto che accennava ad un presente in cui l'opinione su Giuseppina doveva essersi mutata, ed era tanto evidente che attorno a sua madre regnava un'incuria e un'indifferenza grande, sproporzionatamente alla gravità del male di cui moriva, che, incapace di frenarsi, egli scoppiò in singhiozzi.
Ella comprese perché piangesse, e, avendo immediatamente le lagrime agli occhi anch'essa, lo abbracciò stretto per ringraziarlo della manifestazione d'affetto a cui doveva essere poco abituata.
- Adesso ci sei tu e non ho bisogno d'altri.
Per tranquillarla volle indicare tutt'altra ragione allo scoppio del suo dolore e si lamentò che non lo si fosse avvisato prima perché egli avrebbe portato con sé qualche bravo medico della città il quale l'avrebbe fatta guarire prima e le avrebbe risparmiato molte sofferenze.
Ma le sue parole non riuscirono che a commoverla maggiormente.
Piangeva e il povero corpo a mezzo inanimato rimaneva immobile come inchiodato; la sola testa si piegava sul guanciale per avvicinarsi a lui.
Spaventato della commozione in cui l'aveva gettata, le assicurò che ben presto, con l'aiuto del medico che voleva chiamare quel giorno stesso, sarebbe guarita.
Del resto incapace di rassegnarsi a quella situazione disperata, per quanto poco potesse ancora sperare, voleva pregare Prarchi di venire lui a curarla.
Ma ella aveva la mente più solida del figliuolo.
Gli proibì di far venire altri medici perché ella ne aveva a sufficienza di quello che veniva a trovarla.
Voleva morire in pace, e, presa fra le sue una mano di Alfonso, se la portò alla guancia e per poggiarvi la testa, con sforzo immenso si gettò su un fianco.
Poi pianse chetamente senza singhiozzi, celandosi gli occhi con una mano.
Era proprio finita.
Quale miracolo avrebbe più potuto regolare quel corpo che muovendosi gli si era rivelato informe del tutto?
Giacché salvarla non si poteva più, egli fece dei tentativi per distrarla.
Come se vi desse importanza le chiese quali medicine le fossero state date.
- Dovrei prendere di quella, - gli rispose ella, - ma non ne voglio perché mi fa male.
Dopo presa, oltre la difficoltà di respirare mi capitano giramenti di testa...
qualche volta anche le convulsioni.
Ella non aveva ancora liberi gli occhi dalle lagrime che alzò il capo con vivacità e con malizia, sorridente, gli chiese:
- Diventi presto direttore? Come va alla banca?
Appena allora entrò il notaio e disse anche d'essere stanco per la corsa che Alfonso gli aveva fatta fare.
Il buon uomo invece aveva la respirazione calma e sulla sua fronte increspata e bassa non v'era traccia di sudore.
Rimproverò e acerbamente Alfonso di aver fatto piangere la signora Carolina.
- Ella è intelligente e dovrebbe capire che le può far male.
- Ho pianto io, non è lui che mi ha fatto piangere, - disse la signora Carolina.
Ma Mascotti non udiva e ripeteva le stesse frasi forse lieto di potersi mostrare zelante mentre Alfonso soffriva al vederlo rumoreggiare senza riguardi in quella stanza come se si fosse trovato in piazza.
Con una risoluzione di cui non l'avrebbe ritenuta capace, per interrompere quel gridio, a voce alta la signora Carolina dichiarò che stava benone e premette il polso della mano sinistra di Alfonso; aveva ancora sempre sotto il suo capo la destra.
Alfonso avrebbe avuto il desiderio di sfogarsi con Mascotti, rimproverarlo di non averlo avvertito prima e fargli capire che non era soddisfatto del modo con cui la povera ammalata era stata trattata, ma per il momento non poteva.
Provò una certa soddisfazione all'accorgersi che Mascotti stesso doveva sentirsi colpevole visto che cercava di scolparsi.
Senza che nessuno lo avesse interrogato sulla ragione che lo aveva indotto a lasciar ignorare ad Alfonso la malattia della signora Carolina, disse che gli era sembrato inutile di avvisarlo, visto ch'essa era stata sempre in buone mani e ripeté questa frase come per far tacere qualcuno che avesse asserito il contrario.
Egli veniva a farle visita ogni giorno, ben volontieri s'intende, e la Giuseppina ch'egli le aveva messo accanto era una buona infermiera.
Questo, che forse era vero, parve ad Alfonso tanto poco, che non seppe trattenersi e dinanzi alla madre lo rimproverò: - Avrebbe dovuto prevenirmi! - e lo guardò con sdegno proprio per fargli comprendere che aveva da fargli anche altri più gravi rimproveri.
- E la sua carriera? - chiese Mascotti.
- Io, quale suo tutore, dovevo pur aver cura che non la interrompesse.
La signora Carolina non aveva badato a questi discorsi:
- Adesso capisco, - e sembrava che lungamente avesse studiato silenziosa, - adesso capisco perché hai l'aspetto tanto mutato.
Vesti tutt'altrimenti.
Ti sei messo alla moda.
- Rise lieta di scoprire nel figliuolo l'apparenza da signore.
Ammirò pezzo per pezzo, dal solino rigido fino al taglio dei calzoni, e così la discussione fra Mascotti e Alfonso venne interrotta.
"Non abbandonata però," pensò Alfonso, che avrebbe voluto trovare qualcuno su cui vendicarsi.
Poco dopo venne il dottor Frontini, un bel giovine vestito ricercatamente, dal volto ovale regolare ma troppo regolare e i mustacchi folti di color bruno con qualche bagliore d'oro.
Fu cortese con l'ammalata ma, e gliene derivò un sentimento di antipatia per il dottore, Alfonso comprese ch'ella lo temeva.
Ella giurò di aver presa la pozione due volte in quel giorno, mentre a lui aveva confessato che dalla sera innanzi non l'aveva toccata.
Come Alfonso più tardi apprese, il dottor Frontini era un giovine che aveva esordito in una grande città ove però, forse per mancanza di aderenze, non aveva saputo conquistarsi una clientela sufficiente e sbalestrato al posto miserabile di medico condotto si credeva uno spostato e non amava i suoi clienti.
Dopo di aver dichiarato che riscontrava qualche miglioramento nello stato dell'ammalata e raccomandato di prendere con regolarità la medicina, si avviò per andarsene.
Alfonso gli corse dietro e lo raggiunse in orto.
Voleva sentire la sua opinione franca.
Il dottor Frontini dichiarò che la malattia era molto ma molto grave, ma non escludeva la possibilità che il cuore potesse riprendere la sua attività regolare; ciò accadeva di spesso.
S'era accorto dell'immensa angoscia impressa sul volto di Alfonso e aveva aggiunto la seconda frase per compassione.
Vedendo che il medico lo guardava con attenzione, con la sua solita rapidità di percezione Alfonso comprese che la prognosi era stata modificata per risparmiarlo.
Non poté lagnarsene.
Egli conosceva quanto il medico stesso la gravità della malattia e il giudizio di costui non poteva tranquillarlo, ma per il riguardo che il dottore gli usava pensò di essersi ingannato sul suo conto.
Certo almeno in quell'istante il dottor Frontini s'interessava all'ammalata.
Era forse un vantaggio che alla signora Carolina derivava dalla venuta di Alfonso perché preziosa apparisce la vita di una persona prima di tutto per il valore che altri vi pone.
Alfonso passò il resto della giornata accanto al letto della madre.
Soffriva di non poter andare nel villaggio a salutare degli amici e rivedere qualche parte del caro nido, soddisfare il lungo desiderio.
Ma non poté allontanarsi.
Era rientrato nella stanza e la signora Carolina aveva ben presto espresso il desiderio di dormire; gli occhi le si chiudevano dal sonno.
Egli si gettò sul letto del padre a guardarla addormentarsi.
Ma per la signora Carolina era compito più difficile di quanto ella stessa sembrasse supporre.
Precisamente quando stava per pigliare sonno, con un sussulto violento ritornava in sé.
Qualche volta il sussulto era tanto violento ch'ella agitava le braccia come persona che perda l'equilibrio.
- Non posso! - sospirò, e già rassegnata lo pregò che le parlasse per farle passare il sonno che non poteva soddisfare.
Pronto, egli si alzò e si sedette accanto al suo letto.
Anziché parlarle d'altro come ella avrebbe voluto, cercò di convincerla di tentare ancora di dormire.
Ella chiuse gli occhi per compiacerlo ed egli rimase fermo a guardarla.
Quando da un movimento quasi impercettibile del braccio egli comprese ch'ella stava per destarsi col solito sussulto, incapace di rimanere spettatore passivo, le afferrò nella sua la mano e ve la tenne stretta solidamente.
Vedendo che l'ammalata si acquietava afferrò anche l'altra mano.
Sorpreso e beato la vide addormentarsi di un sonno quieto, ristoratore, ma anche nel sonno, se egli soltanto rallentava la stretta delle sue mani, ella appariva subito meno sicura.
Qualche vantaggio le poteva dunque ancora apportare e ne fu tanto lieto che per qualche tempo dimenticò il brutto pronostico fatto dal medico e la propria disperazione.
Da lungo tempo non aveva provato una gioia così intensa e così pura! Pensò con disprezzo ai dolori che aveva sofferto in città.
Che importanza poteva loro accordare in confronto ai sentimenti da cui era invaso accanto al letto della povera donna moribonda? Godeva ripensando alle parole di Francesca per le quali poteva credere che abbandonando la città tagliasse definitivamente la sua relazione con Annetta.
Ora, a quel letto, non sentiva né rimorsi né rimpianti.
La sua indifferenza dava il medesimo aspetto incolore tanto al suo amore per Annetta quanto alla ripugnanza che aveva sentito per essa.
Tutta l'avventura mancava d'importanza, e se ne aveva, era unicamente per il fatto che casualmente era stata dessa che lo aveva portato più presto al suo posto, presso sua madre.
Nelle lunghe ore ch'egli passò là, inerte, ragionò anche una volta sui motivi che lo avevano indotto a lasciare Annetta, ma come sempre il suo ragionamento non era altro che il suo sentimento travestito.
La sua ripugnanza per Annetta, egli andava dicendosi, era spiegabile, anzi naturale.
Non v'era nulla di comune fra lui e quella donnetta ch'egli aveva potuto conoscere tanto esattamente come se gli fosse stato dato di saperne ogni azione, ogni parola, ogni pensiero da lei avuto dacché era nata.
Quando ella parlava dimostrava più che altro il desiderio di piacere, quando scriveva era vana, e vana e sensuale quando amava.
Egli faceva dei confronti fra lei e la povera donna di cui sosteneva il sonno.
Anche in quello stato la signora Carolina tradiva quanto avesse amato il marito e in quale modo; tanto umilmente che ancora ne conservava, ricordo vivente, i gesti, i modi che inconsciamente imitava, persino qualche cosa della fisonomia.
Per lui sarebbe stata una tortura di vivere accanto ad Annetta.
Lo avrebbe reso ricco e avrebbe ritenuto suo diritto di averlo a schiavo; la vanità e i sensi che l'avevano gettata fra le sue braccia potevano farla cadere anche con altri.
- Ti sei seccato molto? - chiese la signora Carolina aprendo gli occhi verso sera.
Nel debole chiarore del tramonto quegli occhi lucevano ridenti.
Da lungo tempo non aveva dormito così bene e, dicendolo, per gratitudine, baciò le mani che Alfonso ora poteva ritirare.
- Chissà, forse potrò vivere ancora! - Doveva sentirsi meglio di molto per parlare così e non occorreva di più per dare grandi speranze ad Alfonso.
La baciò lungamente sulla fronte e le disse che avrebbero sempre passato insieme la vita che loro rimaneva; identificava le sue alle condizioni della madre per fortificarla nelle sue illusioni.
Neppure allora ella non aveva speranze tanto grandi.
Dichiarò che non sperava più di poter correre, saltare, forse neppure uscire di casa; magari in letto, ma voleva vivere.
Cenò con lui che stava a guardarla estatico, meravigliato di vedersi svegliare in lei prontamente col desiderio la capacità di vivere.
Volle non vedere nella fame svegliatasi improvvisamente nella madre che la naturale reazione di un organismo indebolito che vuole rifarsi, mentre la fretta con cui ella ingoiava il poco cibo che le riusciva di prendere dinotava piuttosto il vivo desiderio d'illudersi, la fretta di usare vantaggiosamente della tregua accordatale.
Ben presto con ribrezzo volle allontanato l'apparecchio.
Si stese nel letto e fu difficile capire se fosse veramente lieta di poter dire: - Da lungo tempo non ho mangiato tanto.
La Giuseppina annunziò la visita del medico, ciò che scosse la signora Nitti.
Meravigliata e seccata, disse ch'era la prima volta ch'egli sentisse il bisogno di venirla a vedere due volte in un giorno.
Alfonso ridendo le chiese se volesse fargli il rimprovero che quel giorno veniva due volte oppure che gli altri non veniva che una.
Con disprezzo ella rispose ch'egli non capiva nulla della sua malattia e che avrebbe fatto meglio a non venire affatto.
Poi ella lo subì e non seppe o non si curò di nascondere che la sua visita l'annoiava.
Egli si dimostrava premuroso, chiedeva notizie, dava consigli, ma non riceveva in risposta che monosillabi, e vedeva ricevuti i suoi consigli con silenzio interrotto da qualche esclamazione poco entusiastica:
- Sì...
sì...
proverò anche questo se vuole.
- Alfonso cercò di riparare alle mancanze della madre dando lui le risposte che il medico voleva dall'ammalata, ma comprese all'aspetto pallido di costui, al suo imbarazzo, all'interruzione improvvisa della visita, di non essere riuscito nel suo intento.
Spaventato dall'ira ch'egli credeva covasse sotto all'affettata freddezza, gli corse dietro e con la franchezza che credeva essere la migliore politica gli chiese se fosse adirato per il contegno della madre.
Attese con vera ansietà la risposta.
Nelle vicinanze non essendoci altri medici gli premeva di renderselo amico.
Il giovine medico ebbe il torto di esitare per un istante e poi quello maggiore ancora di dire con disprezzo, lisciandosi affettuosamente con una mano i grossi baffi:
- Oh! questi vecchi, specialmente quando sono ammalati, perdono la testa! - Poi nulla aggiunse e non rispose nulla alla promessa di Alfonso che avrebbe indotto la madre a portare maggior rispetto a chi lo meritava.
Il giovine medico era offeso e aveva anche l'intenzione di farlo sentire.
Ritornato dalla signora Carolina, Alfonso volle convincerla che il dottor Frontini meritava di venir trattato meglio.
- Ma sì, ma sì - rispose ella annoiata, - lo tratterò meglio, ma poi non due volte al giorno.
- E immediatamente dimenticò il medico.
Non aveva più voglia di dormire altro e passarono metà della notte a fare dei piani per l'avvenire.
Ella doveva venir a vivere con lui in città.
Per adescarla meglio a sperare, facendole credere nella sincerità delle sue speranze, le descrisse la vita in città cercando anche di abbellirla.
Così dovette raccontarle molta parte delle proprie avventure e, visto che ne era la più importante, non seppe omettere completamente tutto quanto si riferiva a quella con Annetta.
Raccontò della sua amicizia col vecchio Maller e con Macario e anche come passava le sere a scrivere il romanzo con Annetta.
Quest'Annetta che subito diede sospetto alla signora Nitti egli disse essere brutta molto e per di più promessa sposa di un suo cugino; non si poteva trovare meglio l'accento dell'indifferenza.
In città, in due, sarebbero vissuti felici e comodi perché il ricavato della vendita della casa e dell'orto li avrebbe aiutati.
Non sarebbero andati dai Lanucci, gente troppo triste; sarebbero rimasti soli perché volevano vivere allegri.
Forse nessuno dei due sinceramente sperava, ma intanto era una bella musica che ascoltavano.
Le parole non sembravano irragionevoli.
Perché abbandonando quei luoghi ella non avrebbe potuto lasciarvi la malattia?
Furono ben presto richiamati alla triste realtà.
Per un quarto d'ora alla signora Carolina riuscì di celare che si sentiva male.
Alle domande di Alfonso, il quale della sua inquietezza s'era avvisto, ella rispondeva che stava bene quantunque agitata.
Volle anche reagire.
Premeva una mano di Alfonso come se in quella stretta cercasse sollievo e teneva chiusi gli occhi avvertendo che voleva dormire.
Ma questa resistenza durò poco e con un grido di dolore si levò a sedere.
- Non ne posso più! - mormorò sordamente.
Aveva il respiro frequente e breve.
- Fin qui, - disse accennando a un punto del petto, - l'aria non giunge più oltre.
- Da questa espressione soltanto egli comprese che cosa ella sentisse.
Come ella volle, l'aiutò ad alzarsi dal letto e sedere su un seggiolone comodo su cui il vecchio Nitti aveva passato parecchie ore d'ozio all'aria aperta e che ora era accanto al letto, destinato proprio a ricettare l'ammalata nelle sue ore peggiori.
La coprì, mentre livida, coperta da un sudore freddo, ella abbandonava la testa sullo schienale; apparentemente non vedeva ciò ch'egli andava facendo.
Di tempo in tempo dava un grido con voce alterata, o anche, con sommo sforzo, esprimeva qualche parola con la quale si lagnava o imprecava.
Per parlargli ella non trovava tanta voce quanto per lagnarsi.
Due volte egli non comprese che cosa ella gli chiedesse.
Voleva aria, voleva ch'egli aprisse la finestra e, dopo compreso, avendo egli esitato temendo per essa del freddo, esasperata con un'occhiata di risentimento, ella mormorò:
- L'aprirò io.
Non lo fece perché non le riuscì di alzarsi dal seggiolone.
Dalla finestra ch'egli aveva spalancata, entrava ora l'aria in abbondanza.
Ad onta della mortale agitazione in cui si trovava, egli se la sentiva entrare benefica nei polmoni assetati.
La respirazione della madre continuò frettolosa e superficiale.
Egli si rammentò che avrebbe potuto avere bisogno di Giuseppina.
Corse nella stanza vicina e la trovò che dormiva con le coperte fino al mento.
La chiamò gridando, ma inutilmente, e impaziente dovette risolversi a scuoterla per un braccio.
- Che c'è? - mormorò ella, e si capiva che a mezzo desta lottava per continuare a dormire perché tentava di sottrarsi alla mano che l'aveva afferrata, e si faceva piccola piccola contro il muro.
- Mamma sta male.
Si alzi e accenda il fuoco.
- Ma se non serve! Bisogna lasciare che passi da solo.
Senza dubbio ella era quasi del tutto desta, ma usava della poca capacità di ragionare che così aveva acquistato, per tentar di provargli che sarebbe stato bene di lasciarla nel suo letto.
- Si alzi! - ripeté imperiosamente Alfonso e dovette correre via chiamato da un grido della madre.
La signora Carolina era ritornata da sola nel letto e premeva la bocca sul guanciale.
Lo pregò ora di chiudere la finestra perché il caldo forse le avrebbe fatto bene e poco dopo gliela fece riaprire, sempre sorpresa che da tanti tentativi non le venisse alcun sollievo.
- Ho fatto accendere il fuoco.
Vuoi un tè che forse ti calmerà?
- Sì, sì, - gridò ella con una gioia come se le avessero proposto di star bene.
Giuseppina era ancora in letto e di nuovo addormentata.
Furibondo egli la trasse con violenza per il braccio che pendeva penzoloni fuori del letto; era l'unica parte che avesse obbedito alla prima chiamata.
Irritata e quindi ben desta, Giuseppina si mise a gridare ch'era una vergogna che dopo una giornata in cui aveva molto lavorato non la si lasciasse dormire.
Poi però fu spaventata.
- È matto? - chiese a mezza voce vedendolo saltare per la stanza e gettarle raggomitolate le sue gonnelle.
- Si levi immediatamente e faccia un tè, - le gridò furibondo, - altrimenti la getto fuori della porta.
Ella si apprestò ad alzarsi senza mormorare più oltre.
L'affanno doloroso avuto dalla madre era diminuito; aveva ancora la respirazione celere ma non si lamentava più.
Qualche poco di sangue era ritornato a colorirle il volto.
Così supina con le braccia inerti sembrava dormisse.
Badando di non far rumore egli chiuse la finestra.
Allorché venne Giuseppina col tè, volle impedirle di andare al letto, ma la signora Carolina la chiamò.
Bevette qualche cucchiaiata di tè senz'aprire gli occhi e Giuseppina, vedendola calma, disse agramente:
- Non era dunque tanto grave!
- Esca! - gridò Alfonso indignato al vederla tanto indifferente.
- Perché ti adiri tanto? - chiese la signora Carolina quando Giuseppina fu uscita.
- Già non serve! Non capisce nulla!
Ella dunque soffriva dell'imbecillità e indifferenza del suo contorno.
Per altra mezz'ora ella non si mosse, ma quando egli già sperava che si fosse addormentata la sentì parlare.
Era un pensare ad alta voce.
- Non dicevo niente! - rispose all'interrogazione ch'egli le fece.
Ma poi senza ch'egli altro domandasse, soggiunse: - Pensavo quale sciocchezza sia quella di fare dei piani per l'avvenire trovandosi nelle mie condizioni.
Cercò d'incoraggiarla e mancando di migliori argomenti parlò della medicina prescrittale dal medico.
Quella doveva darle la salute e, visto che non l'aveva mai presa regolarmente come si doveva, bisognava tentare.
Fu il primo ad essere convinto dalle proprie parole.
Infatti il più forte dei suoi doveri, quello che gli altri avevano trascurato, era di convincerla a seguire la cura.
Se la salvezza era ancora possibile, non poteva venire che da quella.
Le portò un cucchiaio della pozione fin sotto le labbra quando ella non aveva ancora assentito.
Stringendosi nelle spalle ella si lasciò convincere.
Un'ora dopo stava meglio.
- Sì, sì, - disse ella per calmare gli entusiasmi di Alfonso, - anche il mese scorso la medicina mi giovò la prima volta che la presi, mentre poi non mi fece che male.
Egli si sdraiò vestito sul letto del padre e si propose di non dormire.
Il sonno lo vinse e non si svegliò che a giorno chiaro.
- Come stai? - chiese alla madre ch'era stata a guardarlo a dormire.
- Meglio, meglio! - rispose essa con un sorriso di gratitudine, - ho preso un'altra cucchiaiata della medicina e mi sento alquanto sollevata.
Poi gli chiese se non avesse desiderio di vedere il villaggio e salutare i suoi vecchi amici.
Lo assicurò che per una o due ore poteva rimanere sola.
Egli raccomandò a Giuseppina, che trovò già occupata di nuovo nell'orto, di badare alla madre ed ella glielo promise.
Le parlò con dolcezza.
Già spaventata al vederlo, la contadina s'era affrettata a raccontargli che stava raccogliendo erbaggi per il pranzo.
Ella non era una poltrona, ma preferiva lavorare la terra che servire un'ammalata, e il torto era di chi l'aveva destinata a infermiera.
La casa stranamente volgeva uno dei lati alla strada maestra ed era unita a questa da un viottolo costruito dal piede dei passanti.
La campagna era ancora bianca dalla brina che il sole autunnale non aveva saputo sciogliere.
Visto da quel punto, il villaggio sembrava molto più insignificante di quanto fosse; pareva composto di due semplici file di case.
Una curva della strada maestra nascondeva la parte meno regolare ma più popolata.
Dalla parte della valle v'era ancora una via della lunghezza di metà della principale a cui era parallela e poi, addossato a quella, un mucchio disordinato di casette sucide ove abitava la parte più povera della popolazione.
Nel suo piccolo, il villaggio aveva in embrione tutte le sezioni della città.
Alfonso si agitò e accelerò il passo vedendo alla finestra la testa nera di Rosina, il suo primo amore.
Non l'amava più, questo era certo, ma quale dolce e giocondo sentimento al rivederla!
Era una giovinetta che serviva la vecchia parente presso la quale abitava, ma in casa aveva tanto poco da fare che viveva come una signorina, meglio di qualunque altra ragazza del villaggio.
Alfonso aveva ballato con lei ad una sagra e l'aveva prescelta prima di tutto perché egli la vedeva bellissima e poi perché per cultura e vestire gli sembrava superiore alle altre.
Poi s'era sviluppata fra di loro una buona amicizia che si manifestava in alcune parole che scambiavano giornalmente, ella sulla finestra e lui sulla via.
Qualche sera chiacchierarono insieme fermandosi un poco più in là della casa, dunque fuori del villaggio, ma nella completa oscurità egli non s'era arrischiato neppure di baciarle la mano.
Le aveva fatto delle lodi esagerate della sua bellezza, ma non le aveva neppure detto di amarla.
Il suo ideale non era realizzato in Rosina ed allora non aveva ancora rinunziato a trovarlo.
Non aveva dunque mai avuto l'intenzione di andare più oltre, mentre nel villaggio si disse, e la signora Carolina lo riscrisse ad Alfonso, che Rosina aveva provato una forte disillusione alla sua partenza.
Si avvicinò meravigliato ch'ella non lo avesse riconosciuto subito pur avendolo veduto:
- Signorina, non mi riconosce?
- Oh! il signor Alfonso! - disse Rosina con sorpresa calma, e fece un leggiero inchino esitante forse perché non ancora lo aveva riconosciuto oppure perché non s'era ancora risolta a riconoscerlo.
- Non mi dà neppure la mano?
- Eccola!
Ma non gliela diede ancora.
Prima di sporgersi dalla finestra guardò a destra e a sinistra per accertarsi che nessuno la vedesse.
- Come sta la signora Carolina? - chiese essa ritirando la mano che per un solo istante aveva lasciata inerte in quella di Alfonso.
- Oh! male! male! - disse Alfonso commosso stranamente da quegli occhi neri e dai capelli lisciati alle tempie e a chiocciola sulle orecchie.
Quello che le mancava nel vestire e nel parlare le dava quella freddezza che rendeva tanto desiderabile il sorriso amichevole di cui altre volte non era stata parca.
- Rimane qui ora?
- No! - rispose Alfonso, - soltanto finché mamma per la sua malattia non possa moversi; poi ci stabiliremo in città.
- Io sono promessa sposa, - disse ella con semplicità.
Visto che di questa comunicazione nessuno l'aveva richiesta, era evidente che la faceva per avvisarlo che poco le importava della sua partenza dal villaggio.
Egli quasi si dimenticava di chiederle chi fosse lo sposo felice.
- Gianni.
Gianni era il figliuolo di Creglingi il bottegaio.
Un bel giovinotto che sorvegliava l'amministrazione dei campi del padre, il quale non aveva mai voluto lasciare la sua bottega ove aveva fatto i danari.
Rosina faceva una bella fortuna, certamente maggiore che se avesse sposato Alfonso.
- Le mie congratulazioni! - disse Alfonso un po' troppo tardi perché potessero venir credute sincere.
- Tanti saluti alla signora Carolina, - fece improvvisamente Rosina e si ritirò senz'altro.
Comprese subito la ragione di tale fuga.
Da