ZIBALDONE, di Giacomo Leopardi - pagina 441
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Dalle quali cose è manifesto che la imitazion suggerita dalla natura, è per essenza, del tutto differente dalla drammatica.
Il dramma non è proprio delle nazioni incolte.
Esso è uno spettacolo, un figlio della civiltà e dell'ozio, un trovato [4236]di persone oziose, che vogliono passare il tempo, in somma un trattenimento dell'ozio, inventato, come tanti e tanti altri, nel seno della civiltà, dall'ingegno dell'uomo, non ispirato dalla natura, ma diretto a procacciar sollazzo a se e agli altri, e onor sociale o utilità a se medesimo.
Trattenimento liberale bensì e degno; ma non prodotto della natura vergine e pura, come è la lirica, che è sua legittima figlia, e l'epica, che è sua vera nepote.
- Gli altri che si chiamano generi di poesia, si possono tutti ridurre a questi tre capi, o non sono generi distinti per poesia, ma per metro o cosa tale estrinseca.
L'elegiaco è nome di metro.
Ogni suo soggetto usitato appartiene di sua natura alla lirica; come i subbietti lugubri, che furono spessissimo trattati dai greci lirici, massime antichi, in versi lirici, nei componimenti al tutto lirici, detti ??????, quali furon quelli di Simonide, assai celebrato in tal maniera di componimenti, e quelli di Pindaro: forse anche ????????, come quelle che di Saffo ricorda Suida.
Il satirico è in parte lirico, se passionato, come l'archilocheo; in parte comico.
Il didascalico, per quel che ha di vera poesia, è lirico o epico; dove è semplicemente precettivo, non ha di poesia che il linguaggio, il modo e i gesti per dir così.
ec.
(Recanati.
15.
Dic.
1826.)
Alla p.3177.
Noterò qui, come cosa solamente poco nota oggidì, e curiosa da sapersi che lo stesso argomento della Gerusalemme, nello stesso tempo del Tasso fu trattato in un poema latino di 12 libri, intitolato la Siriade, da un altro Italiano, cioè da Pietro Angelio, o degli Angeli, da Barga (Castello di Toscana 20.
miglia lontano da Lucca), nato del 1517.
e morto del 1596.
a' 29.
Febbraio (non un intero anno dopo il Tasso, morto a' 25 Aprile 1595.), versificatore e prosatore italiano e latino, certo non indotto, e a' suoi tempi, ed anche appresso, molto stimato, il quale aveva viaggiato in Levante, per la Grecia e per l'Asia, andato a Costantinopoli in compagnia d'uno inviato del Re di Francia, ed aveva per zelo ed onore della nazione italiana ucciso un francese chè parlavane con disprezzo, onde incorse poi in gravi pericoli.
V.
Tiraboschi secolo 16° libro 3.
capo 4.
§ .5° e Dati Prefaz.
alle prose fiorent.
nella Raccolta di prose a uso delle regie scuole di Torino, Torino 1753.
p.633.
Non saprei dire qual de' due, il Tasso o l'Angelio, fosse primo a concepire questo bell'argomento, o se l'uno senza saputa dell'altro.
Ciò solo interesserebbe in questo particolare.
(19.
Dic.
1826.).
Vedi l'oraz.
in lode dell'Angelio, recitata [4237]da Francesco Sanleolini fiorentino nell'Accademia della Crusca l'anno 1597.
Prose fior.
parte 1.
vol.1.
oraz.7.
particolarmente verso la fine, ediz.
di Venez., Occhi, 1730-1735.
p.105-106.
dove l'oratore afferma e vuol provare che il primo a concepire il detto argomento fu il degli Angeli.
V.
il Tasso Apologia agli Accad.
della Crusca, opp.
ed.
del Mauro.
t.2.
p.309.
e le Lettere poetiche, dove si vede che il Tasso veniva facendo comunicare al Barga i pezzi del suo poema in iscriverlo, per avere il suo parere.
(20.
Dic.
1826.
Vigilia di S.
Tommaso apost.).
Dice (aiunt) che un certo poeta greco, per nome Simonide diceva di tenere appresso di se due cassette.
A.
M.
Salvini nelle prose fiorentine, parte 3.
vol.1.
lettera 99.
(lett.
al Signore Antonio Montauti) ediz.
di Venez., Occhi, 1730-35.
tomo 5.
parte I.
p.152.
Tenacità dei greci verso la loro lingua, e loro ignoranza delle altre, in ispecie della latina.
V.
Dati, pref.
alle prose fiorentine, nella Raccolta di prose ad uso delle regie scuole di Torino, Torino 1753.
p.620.
segg.
Universalità della lingua greca anticamente.
V.
Dati, loc.
citato qui sopra, p.627.
fin.
e segg.
Studio e pregio in cui era la lingua italiana presso gli stranieri nel Secolo 17° V.
Dati, loc.
citato qui sopra, p.630: e nella medesima Raccolta cit.
qui sopra, v.
le Orazioni del Lollio e del Buommattei e del Salvini in lode della lingua toscana.
(Recanati.
20.
Dic.
1826.)
Defectus per qui defecit o deficit.
V.
Forcellini.
Zocco-zoccolo.
Fagus-fagulus (v.
Forcell.
Gloss.
ec.) - faggio.
Scultare da sculptum, come in franc.
sculpter.
V.
Crusca.
Sminuzzare-sminuzzolare.
Quell'idiotismo nostro e latino del sibi, o mihi ec.
e del si, mi, ti, ci ec.
ridondante, in vero o in apparenza, notato da me altrove, nell'uso dei verbi, anche attivi, ha molta corrispondenza coll'uso del verbo greco medio, nei quali verbi spessissimo a prima vista non si scorge ombra di azione reciproca, e paiono usati a puro capriccio, in vece dell'attivo; benchè poi, attentamente guardando, sempre o il più delle volte, massime ne' buoni autori, vi si scuopra la cagion di usarli piuttosto che gli attivi, e un non so che di reciproco nella significazione.
(Vigilia di Natale.
Domenica.
1826.
Recanati.).
[4238]?(?????????(???? o ???(????, come appunto in latino patina-patella.
Senz'altro fiato (cioè nessuno).
Galilei, Saggiatore, opp.
ed.
di Padova, t.2.
p.284.
luogo molto insigne e notabile al proposito.
Alla p.4204.
Bellissimo, e da vedersi e leggersi attentamente, è il capo 7.
del libro VI.
di Casaubono ad Athenaeum, dove parla degli antichi libri intitolati ????????(?? o ???(??????????(? (che potremmo tradurre delle Esposizioni dei drammi), libri che contenevano le istorie o croniche delle opere drammatiche, in quanto alle circostanze dei tempi, occasioni, modi, in cui furono esposte sulla scena.
Intorno a tale argomento si affaticarono i primi letterati, incominciando da Aristotele, e massime i Critici.
Erano libri, come bene osserva il Casaubono, utilissimi alla cronologia da una parte, e dall'altra alla storia sì delle vicende politiche e sì dei costumi, tanto generali della Grecia o di Atene (dove si esponevano i drammi), quanto individuali delle persone più cospicue e famose di ciascun tempo.
Giacchè mille volte le vicende politiche davano occasione, e argomento intero, a questo o quel dramma, e vi erano figurati i caratteri dei principali personaggi dell'attuale repubblica.
Tali erano le istorie teatrali dei greci; libri, dove quasi senz'avvedersene, s'imparava la storia politica, la storia più intima delle opinioni e dei costumi nazionali, civili, individuali della Grecia, anno per anno.
Che cosa di comune potrebbero avere con queste le nostre istorie teatrali, le istorie, se ne avessimo, delle nostre esposizioni di arti; e simili libri? Quando presso di noi nè drammi, nè opere d'arte, nè cosa alcuna d'ingegno, suol rappresentare le circostanze dei tempi, nè essere occasionata e figlia legittima del tempo? In fatti quale interesse hanno le nostre istorie teatrali, se non forse per le compagnie degl'istrioni?
(Recanati.
29.
Dic.
1826.).
V.
p.4294.
Differenza tra le antiche e le più recenti, le prime e le ultime, mitologie.
Gl'inventori delle prime mitologie (individui o popoli) non cercavano l'oscuro per [4239]tutto, eziandio nel chiaro; anzi cercavano il chiaro nell'oscuro; volevano spiegare e non mistificare e scoprire; tendevano a dichiarar colle cose sensibili quelle che non cadono sotto i sensi, a render ragione a lor modo e meglio che potevano, di quelle cose che l'uomo non può comprendere, o che essi non comprendevano ancora.
Gl'inventori delle ultime mitologie, i platonici, e massime gli uomini dei primi secoli della nostra era, decisamente cercavano l'oscuro nel chiaro, volevano spiegare le cose sensibili e intelligibili, colle non intelligibili e non sensibili; si compiacevano delle tenebre; rendevano ragione delle cose chiare e manifeste, con dei misteri e dei secreti.
Le prime mitologie non avevano misteri, anzi erano trovate per ispiegare, e far chiari a tutti, i misteri della natura; le ultime sono state trovate per farci creder mistero e superiore alla intelligenza nostra anche quello che noi tocchiamo con mano, quello dove, altrimenti, non avremmo sospettato nessuno arcano.
Quindi il diverso carattere delle due sorti di mitologie, corrispondente al diverso carattere sì dei tempi in cui nacquero, sì dello spirito e del fine o tendenza con cui furono create.
Le une gaie, le altre tetre ec.
(Recanati 29.
Dic.
1826.)
Vi-g-ore coi derivati - vi-v-ore coi derivati.
V.
Crusca.
Violato per violaceo, violetto, o appartenente a viole.
V.
Crusca.
Lanatus (v.
Forcell.), lanuto per lanosus, lanoso.
Violetto.
Diminutivo aggettivo positivato.
Misceo, mixtus, misto-mestare (quasi da mesto per misto, come meschio per mischio, e meschiare, mescolare ec.) rimestare mesticare (noi marchegiani diciamo più alla latina misticare, misticanza ec.); coi derivati.
Per il Manuale di filosofia pratica.
Pazienza quanto giovi per mitigare e render più facile, più sopportabile, ed anco veramente più leggero lo stesso dolor corporale; cosa sperimentata e osservata da me in quell'assalto nervoso al petto, sofferto ai 29 di Maggio 1826.
in Bologna; dove il dolore si accresceva effettivamente colla impazienza, e colla inquietezza.
Consiste in una non resistenza, una rassegnazione [4240]d'animo, una certa quiete dell'animo nel patimento.
E potrà essere disprezzata questa virtù quanto si voglia, e chiamata vile: ella è pur necessaria all'uomo, nato e destinato inesorabilmente, inevitabilmente, irrevocabilmente a patire, e patire assai, e con pochi intervalli.
La pazienza e la quiete, è in gran parte quella cosa che a lungo andare rende così tollerabile, p.e.
a un carcerato, il tedio orrendo della solitudine e del non far nulla; tedio da principio asprissimo a tollerare, per la resistenza che l'uomo fa a quella noia, e l'impazienza e smania ed avidità ed ansietà di esserne fuori, la quale passata, e dolore e noia si rendono assai più facili e più leggeri.
E in ciò consiste la pazienza, che è una qualità negativa più che altrimenti.
(30.
Dic.
1826.
Recanati.).
V.
p.4267.
Circa la stima che gli antichi facevano della felicità, e il contarla come una delle principali doti dei loro eroi, e come soggetto principalissimo di lode, è curioso vedere come Giorgio Gemisto Pletone, nella sua breve ed elegantissima orazione in morte della imperatrice Elena, poi fatta monaca e detta Ipomone, pubblicata da Mustoxidi e Scinà nella loro ?????????????????, ?????????, cioè quaderno ??, imitando nelle altre cose, e molto felicemente, gli antichi, gl'imiti anche in questo, di lodar principalmente quella donna per li favori della fortuna; sentimento alieno da' suoi tempi.
(Recanati.
ultimo del 1826.)
Chi scrivendo oggi, cerca o consegue la perfezion dello stile, e procede secondo le sottilissime avvertenze e considerazioni dell'arte antica intorno a questa gran parte, e secondo gli esempi perfettissimi degli antichi, si può dir con tutta verità, che scriva solamente e propriamente ai morti, non meno di chi scrive in latino, o di chi usasse il greco antico.
Tanto è oggi (e sarà forse in futuro) cercare con quanto si sia successo, la perfezion dello stile nelle lingue vive, quanto cercarla ed anco trovarla nelle morte, come facevano molti illustri italiani del cinquecento nella latina.
(2.
1827.)
[4241]Brancicare.
Zoppicare.
Spruzzolare.
Avvolticchiare.
Svolticchiare.
Magalotti Lett.
familiari, lett.8.
circa fin.
par.1.
Non so s'io m'inganno, ma certo mi par di scorgere nella maniera sì di pensare e sì di scrivere del Galilei un segno e un effetto del suo esser nobile.
Quella franchezza e libertà di pensare, placida, tranquilla, sicura, e non forzata, la stessa non disaggradevole, e nel tempo stesso decorosa sprezzatura del suo stile, scuoprono una certa magnanimità, una fiducia ed estimazion lodevole di se stesso, una generosità d'animo, non acquisita col tempo e la riflessione, ma quasi ingenita, perchè avuta fin dal principio della vita, e nata dalla considerazione altrui riscossa fin da' primi anni ed abituata.
Io credo che questa tale magnanimità e di pensare e di scrivere, dico questa tale, e che non sia nè feroce, nè satirica, o mista dell'uno e dell'altro, non si troverà facilmente in iscrittori o uomini non nati nobili o di buon grado; se egli si guarderà bene.
Vi si troverà sempre una differenza.
Simili considerazioni si potrebbero fare intorno alla ricchezza, che suol dare allo stile un certo splendore, abbondanza, e forse scialacquo.
Simili intorno alla potenza, dignità, fortuna.
Simili intorno ai contrarii.
Vedi Alfieri Vita sua, capo 1.
principio.
Messala nitidus et candidus, et quodammodo prae se ferens in dicendo nobilitatem suam.
Quintiliano 10.1.
(6.
1827.
Epifania.).
Forse Galileo non riusciva, come fece, il primo riformatore della filosofia e dello spirito umano, o almeno non così libero, se la fortuna non lo facea nascere di famiglia nobile.
V.
p.4419.
Dispetto e despetto, cioè disprezzato, per dispregevole.
Egli è pur certo che l'ordine antico delle stagioni par che vada pervertendosi.
Qui in Italia è voce e querela comune che i mezzi tempi non vi son più, e in questo smarrimento di confini, non vi è dubbio che il freddo acquista terreno.
Io ho udito dire a mio padre che in sua gioventù a Roma, la mattina di pasqua di resurrezione ognuno si rivestiva da state.
Adesso chi non ha bisogno d'impegnar la camiciuola, vi so dire che si guarda molto bene di non alleggerirsi della minima [4242]cosa di quelle ch'ei portava nel cuor dell'inverno.
Magalotti, Lettere familiari, parte I.
lett.28.
Belmonte 9.
Febbraio 1683.
(cento e quarantaquattr'anni fa!!).
(7.
1827.
Recanati.).
Se i sostenitori del raffreddamento progressivo ed ancor durante del globo, se il bravo Dott.
Paoli (nelle sue belle e dottissime Ricerche sul moto molecolare dei solidi) non avessero avuto o avessero da assegnare altre prove di questa loro opinione, che la testimonianza dei nostri vecchi, i quali affermano la stessissima cosa che quello del Magalotti, allegando la stessa pretesa usanza, e fissandola allo stesso tempo dell'anno; si può veder da questo passo, che non farebbero grand'effetto con questo argomento.
Il vecchio, laudator temporis acti se puero, non contento delle cose umane, vuol che anche le naturali fossero migliori nella sua fanciullezza e gioventù, che dipoi.
La ragione è chiara, cioè che tali gli parevano allora; che il freddo lo noiava e gli si faceva sentire infinitamente meno, ec.
ec.
Del resto non ha molt'anni che le nostre gazzette, sulla fede dei nostri vecchi, proposero come nuova nuova ai fisici la questione del perchè le stagioni a' nostri tempi sieno mutate d'ordine ec.
e cresciuto il freddo; e ciò da alcuni fu attribuito al taglio de' boschi del Sempione ec.
ec.
Quello che tutti noi sappiamo, e che io mi ricordo bene è, che nella mia fanciullezza il mezzogiorno d'Italia non aveva anno senza grosse nevi, e che ora non ha quasi anno con nevi che durino più di poche ore.
Così dei ghiacci, e insomma del rigore dell'invernata.
E non però che io non senta il freddo adesso assai più che da piccolo.
L'amor della vita e il timor della morte non sono innati per se: altrimenti niuno s'ammazzerebbe.
Innato è l'amor di se, e quindi del proprio bene, e l'odio del proprio male: e però niun può non amarsi, nè amare il suo creduto male ec.
È però naturale che ogni vivente giudichi la vita il suo maggior bene e la morte il maggior male.
E infatti così egli giudica infallibilmente, se non è molto allontanato dallo stato di natura.
Ecco dunque che la natura ha veramente provveduto alla conservazione, rendendo immancabile questo error di giudizio; benchè non abbia ingenerato [4243]un amor della vita.
Esso è un ragionamento, non un sentimento: però non può essere innato.
Sentimento è l'amor proprio, di cui l'amor della vita è una naturale, benchè falsa conclusione.
Ma di esso altresì è conclusione (bensì non naturale) quella di chi risolve uccidersi da se stesso.
(8.
1827.)
Senza più oltre o più avanti o innanzi pensare, e simili, vagliono spesse volte semplicemente senza punto pensare.
Così senza pensar più là.
Così senza più, o solo, o accompagnato con verbi (senza più pensare) o con nomi, equivale spesso a senza nulla o niuno, appunto come in ispagn.
mas per niuno, del che altrove.
Senza pensar più oltre.
V.
Firenzuola Ragionam.
ed.
Classici ital.
p.229.
cioè penult.
Bembo Asolani p.10.
col.1.
fin., nelle sue opp.
Della diffusione della lingua italiana presso gli stranieri nel 500.
v.
anche Speroni Oraz.
in lode del Bembo.
Tasso opp.
ed.
del Mauro, t.9.
p.148.
lett.238.
Lettere di Principi o a Principi Ven.
1573.
carta 226.
versa.
Disprezzo e ignoranza dei greci per la letteratura latina.
V.
Speroni Diall.
ed.
Ven.
1596.
p.420.
- Si potrebbero in ciò i greci assomigliare ai francesi.
Trovasi anco in inglese lo scambio della s coll'aspirazione.
Salle franc.
- hall ingl.
Altro per niuno o niente.
Firenzuola Ragionamenti, ed.
dei Classici ital.
p.89.
lin.2.
p.230.
cioè ult.
Tu profferisti chiunque con due sillabe; la qual parola non mi voglio ricordare che si truovi se non con tre.
Firenzuola loc.
cit.
qui sopra, p.84.
Vuol dire non mi vuol venire alla mente, non mi posso ricordare.
Grecismo.
Simile alla p.162.
Lucrezia, chè così mi voglio ricordar che fusse il nome della vedova.
Cioè così mi vuol dire, così mi dice, la memoria; così mi pare, mi vien fatto, di ricordarmi.
(Domenica 14.
1827.)
Mia, tua, sua plurali fiorentini, e antichi.
Alla p.4156.
A noi non pare che così fatti sfoghi, questo gridare, questo pianger forte, strapparsi i capelli, gittarsi in terra, voltolarsi, dar del capo nelle pareti, cose usate nelle sventure dagli antichi, usate dai selvaggi, usate tra noi oggidì dalle genti del volgo, possano essere di niun conforto al dolore; e [4244]veramente a noi non sarebbero, perchè non ci siamo più inclinati e portati dalla natura in niun modo; e quando anche le facessimo, le faremmo forzatamente, sarebbe studio e non natura, e però cosa inutile: tanto è mutata, vinta, cancellata in noi la natura dall'assuefazione.
Ma egli è però certo che questi atti, insegnati dalla natura medesima (il che non si può volgere in dubbio), sono a chi li pratica naturalmente, un conforto grandissimo ed un compenso molto opportuno nelle calamità.
Quella resistenza che l'animo fa naturalmente alla sciagura e al dolore, è il più penoso che abbiano le disavventure, è il maggior dolore che prova l'uomo.
Quando l'animo è domato, ogni calamità, per grave che sia, è tollerabile.
Questo domar l'animo, questo ridurlo a cedere alla necessità e conformarsi allo andamento e alla condizion delle cose, lo fa in noi il tempo, il quale però il Voltaire chiama consolatore.
Ma lo fa con lunghezza; e quella prima resistenza, oltre al durar di più, ha questo ancora di più doloroso, che ella si rivolge e si esercita contro di noi stessi; ella è dell'animo all'animo.
Laddove nei selvaggi e nelle persone volgari, ella si esercita contro le cose esterne, per così dire; e siccome le sue operazioni sono più vive, così ella langue e manca più presto.
Ella abbatte il corpo, e però travaglia assai meno l'animo; bensì perchè col corpo anco l'animo è abbattuto, perciò quelle tali persone, dopo quegli atti, si trovano aversi domato l'animo e ridotto, per dir così, alla dedizione, da loro stessi, senza aspettare il tempo; onde quando si risvegliano da quei furori, da quelle smanie, hanno già l'animo accomodato a sopportar la sventura, a poterla guardar fermamente in viso, senza esser però coraggiosi.
Ed è già notato e notasi giornalmente che nei plebei il dolore delle grandi sventure dura assai meno che nelle persone colte.
Sicchè quegli sfoghi sono veramente una medicina quasi un narcotico preparata dalla [4245]natura medesima, perchè l'uomo potesse sopportare i suoi mali più leggermente.
E noi siamo ridotti a non saper nè pure intendere come essi giovino a quelli che naturalmente gli vediamo esercitare.
Ed è questo un altro beneficio della filosofia e della civiltà, che pretendendo insegnarci a sopportare le calamità meglio che non fa a noi la natura, e predicandoci il disprezzo del dolore, e facendoci vergognar di mostrarlo, come di cosa indegna di uomini, e da vigliacchi e indotti; ci ha privati di quel soccorso che la natura ci aveva apprestato, molto più efficace di qualsivoglia dei loro.
V.
p.4283.
(Recanati 15.
1827.
S.
Paolo, primo eremita.)
Alla p.4184.
Molte cose si trovano presso gli antichi, come sarebbe questa opinione sopraddetta, che appartengono e fanno fede ad una squisita umanità, molto superiore ad ogn'idea moderna.
Di tal genere era l'uso di quegli?(????? tanto famosi presso i greci, e tanto usitati, fino a nascerne, come di ogni buona e umana istituzione o usanza, abusi che oggi paiono stranissimi.
Veggansi nel Casaubono, ad Atenae.
libro 7.
capo 5.
fin.
(v.
p.4469.) E veggansi pure nel medesimo, libro 6.
capo 19.
princip.
l'umanità con cui erano trattati i servi, cioè schiavi, dagli Ateniesi, e gli strani diritti che erano loro dati per le leggi di quella repubblica.
V.
la p.4280, capoverso 3.
(15.
1827.).
V.
p.4286.
Melato, mellitus, per melleus o dulcis.
Spedito, espedito, expeditus ec.
Spigliato.
Sforzato, sforzatamente (esforzado).
Crusca.
Strascicare.
Attero, attritum-attritare, contritare.
Crusca.
V.
Forcell.
Gloss.
ec.
Taranta.
Speroni Dial.
ed.
Ven.
1596.
p.135.
- Tarantola.
Tarantella.
Salvini.
V.
Diz.
dell'Alberti.
Tarande-tarantule.
Tarantolato.
V.
gli spagn.
ec.
?(???????(?.
v.
i Lessici e Casaub.
ad Athenae.
Nome di pesce.
??(???????????(?.
v.
Casaub.
ib.
lib.7.
c.10.
init.
c.20.
fin.
(???????(??(???? ib.
c.12.
med.
In proposito del Sassetti, primo notificatore della lingua sascrita, come ho detto altrove, osservo che anche qui si verifica quella osservazione, che agl'italiani par destinato il trovare, e il lasciar poi agli altri l'usare e il perfezionare, e il raccoglier la gloria e l'opinione ancora della scoperta.
(19.
1827.)
(?-gli antichi ?(?, ?(????? ec.
V.
Ateneo, e i Lessici, coi composti e derivati ec.
[4246]Superstiziosa imitazione e venerazione del Petrarca nel 16.
secolo del che altrove ec.
V.
nelle opp.
del Tasso le Opposizioni al Sonetto Spirto, leggiadre rime ec.
e la Risposta del Tasso.
(ed.
del Mauro, t.6.).
V.
ancora il Guidiccioni nelle Lett.
di div.
eccellentiss.
uom.
Ven.
Giolito.
1554.
p.43-48.
Sevum, sevo-sego.
Rovo-rogo.
Trasognato per trasognante.
Straboccato, traboccato per traboccante, o che suol traboccare.
????(?????(??(????(????(????? (cioè ?(????, debet ec.) ????(??(?(???????(??(?????? (vuole, tende per sua natura a fare) Plutar.????(????????(??? de amicorum multitudine, p.95.
A.
V.
Casaubon.
ad Athenae.
l.7.
C.16.
Volere assolutamente per dovere, vedilo nelle Giunte Veronesi.
(Recanati.
25.
1827.)
Preciado spagn.
per prezioso, come noi pregiato.
Continuato o continovato per continuo, e così continué ec.
Vittuaglia, vittuaria-vittovaglia, vettovaglia, vettuvaglia.
Vettuaglia, Ricordano cap.125.
133.
M.
Vill.
ap.
Crus.
in Casale.
Capua, Padua, Mantua, coi derivati Capova, Padova, Mantova ec.
ec.
Balduino e Baldovino.
Menovare, cioè menuare.
v.
Crus.
Auto, riceuto ec.
negli antichi, come Ricordano ec.
omesso il v, per avuto ec.
Monte Guarchi, in Ricordano spesso, per Montevarchi.
Da mutolo per muto, ammutolare, ammutolire per ammutare, ammutire disusati.
Nutrire per avere (io nutro speranza ec.).
V.
Crus.
franc.
spagn.
ec.
-???(?? appunto per?(??.
Casaub.
ad Athenae.
l.7.
c.18.
fin.
Disguizzolare.
Parlottare.
Borbottare.
Digiuna plur.
per quattro tempora.
Dino Comp.
lib.3.
princip.
La Crus.
ha Digiune.
Ragionato per ragionevole, ragionatamente ec.
v.
Crusca.
Minutus, minuto ec.
da minuo, per piccolo.
Svagato, divagato, distratto, distrait ec.
per che suole essere svagato ec.
Dissipito cioè non saputo per dissipiente, che non sa, non ha sapore.
Dissapito.
Dissaporito.
Sfondare-sfondolare, sfondolato.
Aratro arato voce antica - aratolo.
Alla p.4144.
Io credo certo ch'Epitteto (il quale viveva in Roma) alluda in questo luogo al costume romano di chiamar le donne dominae, costume che certo ci dovette essere, e passare in consuetudine grandissima poichè nel nostro volgare domina (donna) è restato sinonimo, anzi vicario, di mulier.
V.
il Ducange in Domina, [4247]§ .6.
e il Forcell.
che dice così chiamate le madri di famiglia e le mogli, e queste, cioè le maritate, sono propriamente in ital.
le donne.
Questa è però, secondo me, la vera interpretazione del luogo di Epitteto, cioè che le femmine, appena maritate, divengono di nome donne, che val padrone.
Del resto noi diciamo similmente le non maritate, donzelle, cioè padroncine.
V.
Ducange in Domicellus, ed anche vedilo in Domnus.
I mariti ancora si chiamavano particolarmente domini.
Forcell.
(Recanati.
2.
Feb.
Festa della Purificazione di Maria Vergine Santissima.
1827.)
Magistrato274 da bene.
Magistrato malvagio.
Qual è il segno da riconoscerlo? Di tutte le altre cose non ne troverete una, dove stabilito ancora e confessato il fatto, non sieno vari e opposti giudizi, o interpretazioni qual buona qual sinistra.
Rigoroso, severo: se tu lo lodi per questo capo, altri per questo medesimo lo chiamerà vendicativo, crudele, ministro della tirannide, esecutore di vendette e risentimenti privati sotto specie di pubblici, nemico dei cittadini, fanatico, persecutore, odiatore dei lumi, della libertà, del progresso della civilizzazione.
Clemente: sarà freddo, debole, protettore dei vizi e dei malvagi, complice dei perturbatori della società, fautore delle male opere.
Se vi sono partiti, ed egli ne favorisce uno, l'altro o gli altri lo condannano; se nessuno, egli è un insensato, un vile, almeno un furbo.
Così dell'ambizione; ec.
ec.
Ma quanto all'astinenza o all'appetenza dell'altrui o del pubblico, voi non troverete due persone che concordato il fatto, discordino nel lodarlo o nel biasimarlo, o anche nell'interpretarlo.
E questo è quasi il solo capo dal quale in verità suol dipendere il nome che uno acquista nei magistrati di uomo da bene, o di tristo.
Da bene è sinonimo di disinteressato, malvagio di cupido; integrità di disinteresse ec.
Da ciò parrebbe che gli uomini non fossero d'accordo se non nel concetto della roba, e che l'ufficiale pubblico potesse a suo modo dispor della vita, dell'onore, della libertà, di tutti gli altri beni dei cittadini, purchè rispettasse i danari e le possessioni.
(4.
Feb.
Domenica.
1827.)
Cano is, con-cino is ec.
- Vati-cinor aris, ec.
buccinare ec.
V.
Forc.
[4248]( ?(???? per ?(??????.
V.
Casaub.
ad Athenae.
l.8.
c.10.
sulla fine.
Plat.
ed Astii t.4.
p.104.
lin.23.
p.200.
lin.9.
???????? ha diverso accento quando si scrive per infelice e quando per malvagio; ?(?????? o ??????(?; come ho notato altrove di ???????.
Puoi vedere Casaub.
ad Athenae.
l.8.
c.10.
titul.
et init.
Del digamma eolico v.
Casaub.
ad Athenae.
l.8.
c.11.
due volte.
Al detto altrove di curtus, cortar, scortare, scorciare, accorciare ec.
aggiungi accortare.
Metior iris-metor aris.
Ed anche metio (Lattanz.
ha metiebantur passiv.) e meto.
Capperi.
Origine greca di questa esclamazione.
V.
Menag.
ad Laert.
l.7.
segm.32.
'P???(?-racaille.
V.
Casaub.
ad Athenae.
l.9.
c.5.
Sottosopra, sossopra, sozzopra ec.
- (????(??.
Assegnato per parco ec.
V.
Crusca, e Caro.
Lett.175.
vol.1.
Certo molte cose nella natura vanno bene, cioè vanno in modo che esse cose si possono conservare e durare, che altrimenti non potrebbero.
Ma infinite (e forse in più numero che quelle) vanno male, e sono combinate male, sì morali sì fisiche, con estremo incomodo delle creature; le quali cose di leggieri si sarebbono potute combinar bene.
Pure perch'elle non distruggono l'ordine presente delle cose, vanno naturalmente e regolarmente male, e sono mali naturali e regolari.
Ma noi da queste non argomentiamo già che la fabbrica dell'universo sia opera di causa non intelligente; benchè da quelle cose che vanno bene crediamo poter con certezza argomentare che l'universo sia fattura di una intelligenza.
Noi diciamo che questi mali sono misteri; che paiono mali a noi, ma non sono;, benchè non ci cade in mente di dubitare che anche quei beni sieno misteri, e che ci paiano beni e non siano.
Queste considerazioni confermano il sistema di Stratone da Lampsaco, spiegato da me in un'operetta a posta.
(18.
Febbraio.
Domenica di Sessagesima.
1827.)
(????? ridondante.
V.
Casaub.
ad Athenae.
l.9.
c.10.
dopo il mezzo, dove il Casaub.
non pare avere atteso a questa proprietà del grecismo, nè compresala bene.
Alla p.4184.
Del resto io posso per la mia inclinazione alla monofagia, esser paragonato all'uccello che i greci chiamavano porfirione, se è vero quel che ne raccontano Ateneo ed Eliano, che quando esso mangia, abbia a male i testimoni.
V.
Casaub.
ad Athenae.
9.
c.10.
sotto il principio.
V.
p.4422.
[4249]GIUOCO DI MANO, GIUOCO DI VILLANO, is a very true saying, among the few true sayings of the Italians.
Chesterfield Letters to his son, lett.259.
Il conte di Chesterfield era veramente molto pratico e della lingua, ed anche dei particolari e minuti detti usuali nel nostro parlar familiare.
Nè io disapproverei molti de' suoi giudizi circa la letteratura e le cose nostre, come p.e.
quello circa il Petrarca (lett.217.), simile al parer del Sismondi: PETRARCA is, in my mind, a sing-song love-sick Poet; much admired, however, by the Italians: but an Italian, who should think no better of him than I do, would certainly say, that he deserved his LAURA better than his LAURO (alludendo alla coronazione del Poeta in Roma); and that wretched quibble would be reckoned an excellent piece of Italian wit.
Io, con licenza di Milord, non credo che sia vera quest'ultima cosa, nè che fosse vera al tempo suo, ma ben sono della sua opinione in quanto al Petrarca.
V.
p.4263.
Il qual giudizio troverà pochi approvatori in Italia fuori di me.
Ma quello dei nostri detti e proverbi, è certamente falso ec.
(Può servire per un articolo sopra i proverbi).
(Recanati 27.
Feb.
ult.
di Carnovale.
1827.)
Ultimatamente per ultimamente, Crusca.
L'usa anco il Bembo nelle Lettere.
Il Bembo fu un Cesari del 500, il Cesari è un Bembo dell'800.
Simili negli effetti che hanno operati, e nelle circostanze dei tempi quanto alla lingua, e nei mezzi usati e nelle opinioni, cioè nella divozione al 300.
ec.
Ma similissimi anco nell'esser loro naturale (lasciando l'esser vicini di patria, e d'una provincia stessa).
Molta lettura e studio: nessuno ingegno da natura; nessuna sembianza di esso, acquistata per l'arte.
Mai niun barlume, niuna scintilla di genio, di felice vena, ne' loro scritti.
Aridità, sterilità, nudità e deserto universalmente.
Pochi o niuno de' nostri autori e libri che hanno avuto fama e che si stampano ancora, furono mai così poveri per questa parte, come il Bembo e gli scritti suoi.
(27.
Feb.
1827.)
Pel Manuale di filosofia pratica.
Desiderio naturale, necessario, e perpetuo [4250]nell'uomo, di un futuro miglior del presente, per buono che il presente possa essere.
Importanza quindi dell'avere una prospettiva e una speranza, per esser felice.
Importanza del sapersi fare, comporre e propor da se stesso tal prospettiva.
Non sempre le circostanze, l'età ec.
permettono una prospettiva di miglioramento e di avanzamento nello stato ec.
Oltracciò gli avanzamenti e miglioramenti grandi sono di difficile conseguimento, e non conseguendosi, e ingannata la speranza, restiamo turbati.
Utilità somma del sapersi proporre di giorno in giorno un futuro facile, o anche certo, ad ottenere; dei beni che avvengono d'ora in ora; godimenti giornalieri, di cui non v'ha condizione che non sia fornita o capace: il tutto sta sapersene pascere, e formarne la propria espettativa, prospettiva e speranza, ora per ora: questo è ufficio di filosofo, ed è pratica incomparabilmente utile al viver felice.
(Recanati.
1° dì di Quaresima.
28.
Feb.
1827.)
Ho detto altrove che nella primavera l'uomo suole sentirsi più scontento del suo stato, che negli altri tempi.
Così ancora nella state più che nel verno.
La cagione è che allora l'uomo patisce meno.
Però desidera più il godimento e il piacere diretto.
Nella primavera poi tanto più sensibile è questo desiderio, quanto è più sensibile la privazione del patimento e dell'incomodità che reca il freddo, la qual cessa allora appunto.
La infermità, il timore, il patimento di qualunque sorta volgono l'amor del piacere nell'amor del non patire, o del fuggire il pericolo.
l'animo in quello stato, è meno esigente.
Il non patire è più possibile ad ottenersi che il godere.
Però nell'inverno si sente meno la scontentezza del proprio essere, che nella buona stagione.
Nella quale l'animo ripiglia la sua avidità del piacere; e, come è naturale, nol ritrova mai.
(Recanati 2.
Marzo.
1827.
I.
Venerdì di Marzo.)
A vóto per frustra.
- ?(?????(?? V.
Casaubon.
ad Athenae.
l.11.
c.6.
sul mezzo.
Parrebbe che tutta quella infinita cura che pose Isocrate circa la collocazione delle parole e la struttura della dizione, non ad altro l'avesse egli posta, [4251]fuorchè a proccurare la più perfetta, la più squisita, la maggior possibile, la più singolare chiarezza.
Questa dote non si osserva negli altri autori che l'hanno, se non in quanto nel leggerli non si patisce, vale a dir non si sentono impedimenti e difficoltà.
In Isocrate ella si osserva, perchè non solo non si patisce leggendolo, ma per essa si prova un certo piacere.
Negli altri ella è qualità negativa, in questo è positiva; ha un certo senso, un sapore proprio.
Quel piacere che dà in molti autori una temperata difficoltà che si prova leggendoli, e superando facilmente quella difficoltà ad ogni passo, quel medesimo dà nel leggere Isocrate la somma e straordinaria facilità.
Par di sentirvi quel gusto che si prova quando in buona disposizione di corpo, e volontà di far moto, si cammina speditamente per una strada, non pur piana, ma lastricata.
Io non credo che si trovi autor così chiaro e facile in alcuna altra lingua, come è Isocrate (e certo senza compagni) nella greca.
Esso è facilissimo anche ai principianti in quella lingua, che è pur la più difficile (se non prevale in ciò la tedesca) di tutte le lingue del mondo.
Tanto più mirabile in questo, quanto che si sa bene con quanto studio Isocrate cercasse gli altri pregi della dicitura, e soprattutto fuggisse il concorso delle vocali; (il che egli ha fatto effettivamente e conseguito quasi da per tutto ed interamente) difficoltà certo grandissima, ed inceppamento; come ognun vedrebbe provandovisi; il quale però non ha punto impedito quella maravigliosa facilità.
(7.
Marzo.
Mercordì di quattro tempora.
1827.)
Grispignolo.
Lappa-lappula.
lat., lappola.
ital.
Parrebbe che secondo ogni ragione, secondo l'andamento naturale dell'intelletto e del discorso, noi avessimo dovuto dire e tenere per indubitato, la materia può pensare, la materia pensa e sente.
Se io non conoscessi alcun corpo elastico, forse io direi: la materia non può, in dispetto della sua gravità, muoversi in tale o tal [4252]direzione ec.
Così se io non conoscessi la elettricità, la proprietà dell'aria di essere instrumento del suono; io direi la materia non è capace di tali e tali azioni e fenomeni, l'aria non può fare i tali effetti.
Ma perchè io conosco dei corpi elastici, elettrici ec.
io dico, e nessuno me lo contrasta; la materia può far questo e questo, è capace di tali e tali fenomeni.
Io veggo dei corpi che pensano e che sentono.
Dico dei corpi; cioè uomini ed animali; che io non veggo, non sento, non so nè posso sapere che sieno altro che corpi.
Dunque dirò: la materia può pensare e sentire; pensa e sente.
- Signor no; anzi voi direte: la materia non può, in nessun modo mai, nè pensare nè sentire.
- Oh perchè? - Perchè noi non intendiamo come lo faccia.
- Bellissima: intendiamo noi come attiri i corpi, come faccia quei mirabili effetti dell'elettricità, come l'aria faccia il suono? anzi intendiamo forse punto che cosa sia la forza di attrazione, di gravità, di elasticità; che cosa sia elettricità; che cosa sia forza della materia? E se non l'intendiamo, nè potremo intenderlo mai, neghiamo noi per questo che la materia non sia capace di queste cose, quando noi vediamo che lo è? - Provatemi che la materia possa pensare e sentire.
- Che ho io da provarlo? Il fatto lo prova.
Noi veggiamo dei corpi che pensano e sentono; e voi, che siete un corpo, pensate e sentite.
Non ho bisogno di altre prove.
- Quei corpi non sono essi che pensano.
- E che cos'è? - È un'altra sostanza ch'è in loro.
- Chi ve lo dice? - Nessuno: ma è necessario supporla, perchè la materia non può pensare.
- Provatemi voi prima questo, che la materia non può pensare.
- Oh la cosa è evidente, non ha bisogno di prove, è un assioma, si dimostra di se: la cosa si suppone, e si piglia per conceduta senza più.
In fatti noi non possiamo giustificare altrimenti le nostre tante chimeriche opinioni, sistemi, ragionamenti, fabbriche in aria, sopra lo spirito e l'anima, se non riducendoci a questo: che la impossibilità di pensare e sentire nella materia, sia un assioma, un principio innato di ragione, che non ha bisogno di prove.
[4253]Noi siamo effettivamente partiti dalla supposizione assoluta e gratuita di questa impossibilità per provare l'esistenza dello spirito.
Sarebbe infinito il rilevare tutte le assurdità e i ragionamenti le contraddizioni al nostro medesimo usato metodo e andamento di discorrere che si sono dovuti fare per ragionare sopra questa supposta sostanza, e per arrivare alla conclusione della sua esistenza.
Qui davvero che il povero intelletto umano si è portato da fanciullo quanto mai in alcuna cosa.
E pur la verità gli era innanzi agli occhi.
Il fatto gli diceva: la materia pensa e sente; perchè tu vedi al mondo cose che pensano e sentono, e tu non conosci cose che non sieno materia; non conosci al mondo, anzi per qualunque sforzo non puoi concepire, altro che materia.
Ma non conoscendo il come la materia pensasse e sentisse, ha negato alla materia questo potere, e ha spiegato poi chiarissimamente e compreso benissimo il fenomeno, attribuendolo allo spirito: il che è una parola, senza idea possibile; o vogliam dire un'idea meramente negativa e privativa, e però non idea; come non è idea il niente, o un corpo che non sia largo nè profondo nè lungo,275 e simili immaginazioni della lingua piuttosto che del pensiero.
Che se noi abbiamo conchiuso non poter la materia pensare e sentire, perchè le altre cose materiali, fuori dell'uomo e delle bestie, non pensano nè sentono (o almeno così crediamo noi); per simil ragione avremmo dovuto dire che gli effetti della elasticità non possono esser della materia, perchè solo i corpi elastici sono atti a farli, e gli altri no; e così discorretela.
(9.
Marzo.
1827.
2° Venerdì di Marzo.)
Il bambino, quasi appena nato, farà dei moti, per li quali si potrebbe intender benissimo che egli conosce l'esistenza della forza di gravità dei corpi, in conseguenza della qual cognizione egli agisce.
Così di moltissime altre cognizioni fisiche che tutti gli uomini hanno, e che il bambino manifesta quasi [4254]subito.
Forse che queste cognizioni e idee sono in lui innate? Non già: ma egli sente in se ben tosto, e nelle cose che lo circondano, che i corpi son gravi.
Questa esperienza, in un batter d'occhio, gli dà l'idea della gravità, e gliene forma in testa un principio: del quale di là a pochi momenti gli parrebbe assurdo il dubitare, e il quale ei non si ricorda poi punto come gli sia nato nella testa.
Il simile accade appunto nei principii e morali e intellettuali.
Ma le idee fisiche ognun concede e afferma non essere innate: le morali, signor sì, sono.
Buona pasqua alle signorie vostre.
(9.
Marzo.
1827.
Recanati.)
Pregiudicato, spregiudicato.
Volgare ital.
Gratito, as, avi, atum.
Mutito.
Mutuito.
V.
Forcell.
Ho notato che i continuativi dai verbi della prima coniugazione si fanno in ito, e possono perciò essere insieme o parimente frequentativi, come mussito ec.
Similmente i continuativi formati da' verbi che hanno i supini in itum (usitati o antichi), come domito, agito ec.
Ma non so s'io abbia notato che dai verbi della quarta, supini in itum, si fanno i continuativi in ito (non ito), i quali perciò non si possono confondere coi frequentativi, malgrado la desinenza in ito.
Come p.e.
dormito as.
I know, by my own experience, that the more one works, the more willing one is to work.
We are all, more or less, des animaux d'habitude.
I remember very well, that when I was in business, I wrote four or five hours together every day, more willingly than I should now half an hour.
Chesterfield, Letters to his son, lett.318.
I have so little to do, that I am surprised how I can find time to write to you so often.
Do not stare at the seeming paradox; for it is an undoubted truth, that the less one has to do, the less time one finds to do it in.
One yawns, one procrastinates; one can do it when one will, and therefore one seldom does it at all; whereas those who have a great deal of business, must (to use a vulgar expression) buckle to it; and then they always [4255]find time enough to do it in.
Lett.320.
It is not without some difficulty that I snatch this moment of leisure from my extreme idleness, to inform you of the present lamentable and astonishing state of affairs here.
Lett.321.
(12.
Marzo.
1827.).
V.
p.4281.
Uomo ordinato e assegnato in ogni cosa.
Guicciard.
ed.
Friburgo, t.4.
p.67.
Brevetti d'invenzione non ignoti alle antiche repubbliche.
V.
Casaub.
ad Athenae.
l.12.
cap.4.
'?????(???(??????????(????????(?????(?.
Casaub.
ad Athenae.
l.12.
c.7.
Androcoto e Sandrocoto (nome proprio) appresso i greci.
V.
Casaub.
ibid.
(??(????, ??????(????, ?(???????(????? ec.
per (e(, t( (?????(? ec.
- urgentissimo per necessarissimo, Guicciard.
ed.
Friburgo, p.238.
t.2.
V.
Crus.
in urgenza, urgente ec.
che noi usiamo realmente per necessità necessario ec.
V.
anche Forcell.
in urgeo ec.
se ha nulla, e i franc.
e spagn.
V.
Toupio ad Longin.
sect.43.
fin.
Dei nostri sommi poeti, due sono stati sfortunatissimi, Dante e il Tasso.
Di ambedue abbiamo e visitiamo i sepolcri: fuori delle patrie loro ambedue.
Ma io, che ho pianto sopra quello del Tasso, non ho sentito alcun moto di tenerezza a quello di Dante: e così credo che avvenga generalmente.
E nondimeno non mancava in me, nè manca negli altri, un'altissima stima, anzi ammirazione, verso Dante; maggiore forse (e ragionevolmente) che verso l'altro.
Di più, le sventure di quello furono senza dubbio reali e grandi; di questo appena siamo certi che non fossero, almeno in gran parte, immaginarie: tanta è la scarsezza e l'oscurità delle notizie che abbiamo in questo particolare: tanto confuso, e pieno continuamente di contraddizioni, il modo di scriverne del medesimo Tasso.
Ma noi veggiamo in Dante un uomo d'animo forte, d'animo bastante a reggere e sostenere la mala fortuna; oltracciò un uomo che contrasta e combatte con essa, colla necessità col fato.
Tanto più ammirabile certo, ma tanto meno amabile e commiserabile.
Nel Tasso veggiamo uno che è vinto dalla sua miseria, soccombente, atterrato, che ha ceduto all'avversità, che soffre continuamente e patisce oltre modo.
Sieno ancora immaginarie [4256]e vane del tutto le sue calamità; la infelicità sua certamente è reale.
Anzi senza fallo, se ben sia meno sfortunato di Dante, egli è molto più infelice.
(Recanati.
14.
Marzo.
1827.).
(Si può applicare all'epopea, drammatica ec.).
È molto notabile nella considerazione comparativa delle antiche e delle moderne nazioni civili, che quelle furono tutte quante di situazione meridionali.
Dell'Italia non era ben civile che la parte meridionale.
Del resto dell'Europa, la Grecia sola.
Dell'Asia, solo il mezzodì, sì quello civilizzato dai greci, e sì l'India, la Persia ec.
Dell'Affrica non parlo, la quale è meridionale tutta.
Or questo doveva necessariamente produrre, e produsse, una grandissima differenza, sì nei costumi, nei modi del vivere, negli esercizi, nelle instituzioni pubbliche e private, sì nei caratteri dei popoli civili e della civiltà antica, dai costumi, dai caratteri, dalla civiltà moderna.
Perchè, secondo quella verissima osservazione già fatta da altri, che la civiltà è andata sempre, e va tuttavia progredendo dal sud al nord, ritirandosi da quello; i popoli civili moderni sono tutti settentrionali, o più settentrionali che gli antichi; o certo risedendo, come è manifesto, la maggior civiltà moderna nel settentrione (ciò si vede anche in America), il resto dei popoli più o manco civili, pigliano dai settentrionali il carattere della lor civiltà.
E in somma la civiltà antica fu una civiltà meridionale, la nostra è una civiltà settentrionale.
Proposizione che siccome a prima vista si riconosce per verissima moralmente, così nè più nè meno è vera letteralmente presa, e geograficamente.
Differenza del resto grandissima e sostanzialissima, se non principale, e includente in se tutte le altre.
L'antichità medesima e la maggior naturalezza degli antichi, è una specie di meridionalità nel tempo.
(14.
Marzo.
1827.
Recanati.)
Alla p.4253.
Appunto, se noi diciamo un corpo che non sia nè largo nè lungo nè profondo, noi non ci pensiamo punto di avere perciò una menoma idea, nè chiara nè oscura, di tal cosa.
Cambiamo la parola; diciamo uno spirito; a noi par di avere un'idea.
E pur che altro abbiamo che una parola?
[4257]Formica-formicola.
Crusca.
Segneri, Incred.
senza scusa, par.1.
c.5.
§.5.
V.
Forcell.
Caprea-capreolus ec.
Caprio cavrio (Segneri, ib.
c.13.
§.1.) cavriuolo, capriuolo, capriatto ec.
Inviolato per inviolabile.
V.
Forcell.
Efferatus, efferato, per fiero.
Undatus - undulatus.
Ondato - ondeggiato, ondare - ondeggiare, coi derivati ec.
ondazione (Segneri ib.
c.16.
§.2.) ondulazione, undulazione (Alberti).
Ondoyer, ondoyé.
Ondulation.
Osservate in qualunque letteratura, antica o moderna, quali sieno le opere più insigni e più grandi, e troverete sempre che sono quelle che furono fatte in tempo che la nazione non aveva ancora una letteratura; quelle che furono dagli autori immaginate e composte con tutt'altra mira, con tutt'altro spirito (almen principale) che il desiderio di fama letteraria (non ancora in uso, nè desiderata), o pur di altre ricompense letterarie; il desiderio di fare una bella opera di letteratura, di arte di scrivere.
(Recanati.
17.
Marzo.
1827.)
Sugo is - sugare.
Crus.
V.
Forcell.
Uomo o cosa aggiustata, aggiustatamente, aggiustatezza ec.
Falco-faucon, falcone ec.
V.
spagn.
Forcell.
ec.
Mugir meugler, meuglement; o beugler, beuglement.
Flocon.
Violette.
Uscia, plurale.
Noi diciamo rondinella (o rondinetta) per vezzo, e in verso e in prosa: così i nostri antichi scrittori: e val quanto rondine nè più nè meno.
Non è ancor positivato, cioè non ha perduto il suo sentimento vezzeggiativo: ma può esser esempio di come l'hanno perduto gli altri diminutivi di animali e di piante, a forza di usarsi così semplicemente in cambio del positivo, andato a poco a poco, bene spesso, in disuso.
(19.
Marzo.
Festa di S.
Giuseppe.
1827.).
Così pecorella ec.
ec.
i francesi dicono già hirondelle positivo, anticamente aronde.
Lodasi senza fine il gran magisterio della natura, l'ordine incomparabile dell'universo.
Non si hanno parole sufficienti a commendarlo.
Or che ha egli, perch'ei possa dirsi lodevole? Almen tanti mali, quanti beni; almen tanto di cattivo, quanto di buono; tante cose che vanno male, quante che camminan bene.
Dico [4258]così per non offender le orecchie, e non urtar troppo le opinioni: per altro, io son persuaso, e si potrebbe mostrare, che il male v'è di gran lunga più che il bene.
Ora un tal magisterio, sarà poi tanto grande? un tal ordine tanto commendevole? Ma il male par male a noi, non è veramente.
E il bene, chi ci ha detto che sia bene veramente, e non paia solo a noi? Se noi non possiamo giudicare dei fini, nè aver dati sufficienti per conoscere se le cose dell'universo sien veramente buone o cattive, se quel che ci par bene sia bene, se quel che male sia male; perchè vorremo noi dire che l'universo sia buono, in grazia di quello che ci par buono; e non piuttosto, che sia malo, in vista di quanto ci par malo, ch'è almeno altrettanto? Astenghiamoci dunque dal giudicare, e diciamo che questo è uno universo, che questo è un ordine: ma se buono o cattivo, non lo diciamo.
Certo è che per noi, e relativamente a noi, nella più parte è cattivo; e ciascuno di noi per questo conto l'avria saputo far meglio, avendo la materia, l'onnipotenza in mano.
Cattivo è ancora per tutte le altre creature, e generi e specie di creature, che noi conosciamo: perchè tutte si distruggono scambievolmente, tutte periscono; e, quel ch'è peggio, tutte deperiscono, tutte patiscono a lor modo.
Se di questi mali particolari di tutti, nasca un bene universale, non si sa di chi (o se dal mal essere di tutte le parti, risulti il ben essere del tutto; il qual tutto non esiste altrimenti nè altrove che nelle parti; poichè la sua esistenza, altrimenti presa, è una pura idea o parola); se vi sia qualche creatura, o ente, o specie di enti, a cui quest'ordine sia perfettamente buono; se esso sia buono assolutamente e per se; e che cosa sia, e si trovi, bontà assoluta e per se; queste sono cose che noi non sappiamo, non possiamo sapere; che niuna di quelle che noi sappiamo, ci rende nè pur verisimili, non che ci autorizzi a crederle.
Ammiriamo dunque quest'ordine, questo universo: io lo ammiro più degli altri: lo ammiro per la sua pravità e deformità, che a me paiono estreme.
Ma per lodarlo, aspettiamo di sapere almeno, con certezza, che egli non sia il pessimo dei possibili.
- Quel che ho detto di bontà e di cattività, dicasi eziandio di bellezza e bruttezza di questo ordine ec.
(21.
Marzo.
1827.)
A [4259]veder se sia più il bene o il male nell'universo, guardi ciascuno la propria vita; se più il bello o il brutto, guardi il genere umano, guardi una moltitudine di gente adunata.
Ognun sa e dice che i belli son rari, e che raro è il bello.
Graziato, aggraziato, disgraziato ec.
per grazioso, mal grazioso ec.
Purgato, épuré ec.
per puro.
Scappare-scapolare.
Saltabellare.
Scartabellare.
????????(?????????(??????????????(????.
V.
Casaubon.
ad Athenae.
l.14.
c.20.
init.
Entro a pochi dì, per fra pochi dì.
Bartoli, Missione al gran Mogol, ed.
Roma 1714.
p.72.
Così diciamo dentro il termine di tanti giorni, e simili.
Pel manuale di filosofia pratica.
A voler vivere tranquillo, bisogna essere occupato esteriormente.
Error mio nel voler fare una vita, tutta e solamente interna, a fine e con isperanza di esser quieto.
Quanto più io era libero da fatiche e da occupazioni estrinseche, da ogni cura di fuori, fino dalla necessità di parlare per chiedere il mio bisognevole (tanto che io passava i giorni senza profferire una sillaba) tanto meno io era quieto nell'animo.
Ogni menomo accidente che turbasse il mio modo e metodo ordinario (e n'accadevano ogni giorno, perchè tali minuzie sono inevitabili) mi toglieva la quiete.
Continui timori e sollecitudini, per queste ed altre simili baie.
Continuo poi il travaglio della immaginazione, le previdenze spiacevoli, le fantasticherie disgustose, i mali immaginarii, i timori panici.
Gran differenza è dalla fatica e dalla occupazione, e dalle cure e sollecitudini stesse, alla inquietudine.
Gran differenza dalla tranquillità all'ozio.
Le persone massimamente di una certa immaginazione, le quali essendo per essa molto travagliati negli affari, nella vita attiva o semplicemente sociale, e molto irresoluti (come nota la Staël nella Corinna a proposito Lord Nelvil); e le quali perciò appunto tendono all'amor del metodo, e alla fuga dell'azione e della società, e alla solitudine; [4260]s'ingannano in ciò grandemente.
Esse hanno più che gli altri, per viver quiete, necessità di fuggir se stesse, e quindi bisogno sommo di distrazione e di occupazione esterna.
Sia pur con noia.
Si annoieranno per esser tranquille.
Sia ancora con afflizioni e con angustie.
Maggiori sarebbero quelle che senza alcun fondamento reale, fabbricherebbe loro inevitabilmente la propria immaginazione nella vita solitaria, interiore, metodica.
Chi tende per natura all'amor del metodo, della solitudine, della quiete, fugga queste cose più che gli altri, o attenda più a temperarle co' lor contrarii; se vuol potere veramente esser quieto.
Al che lo aiuterà poi il giudicare e pensar filosoficamente delle cose e dei casi umani.
Ma certo un uom d'affari (senz'ombra di filosofia) ha l'animo più tranquillo nella continua folla e nell'affanno delle cure e delle faccende; e un uom di mondo nel vortice e nel mar tempestoso della società; di quello che l'abbia un filosofo nella solitudine, nella vita uniforme, e nell'ozio estrinseco.
(Recanati.
24.
Marzo.
1827.)
Quanto più, in questo tal modo, si fuggono le sollecitudini e i dispiaceri, tanto più vi s'incorre: perchè mancandone le cause reali (o vogliamo dir di momento) e che sopravvengono di fuori, noi ce ne fingiamo e facciamo da noi medesimi e, per così dire, del nostro capitale proprio, assai più, ed infinite.
E queste sollecitudini e questi dispiaceri così prodotti, non solo sono per noi di ugual momento che sarebbero i reali; ma si sentono, e travagliano molto più, per la mancanza di distrazioni e la monotonia della vita, di quel che fanno i grandissimi e sommi, nella vita agitata e attiva.
Che è quanto dir che sono maggiori assai.
E si sentono tutti, dove che nella vita attiva, moltissimi non si sentono, e però non sono nè pur dispiaceri.
(Recanati 25.
Marzo.
Domenica.
Festa dell'Annunziazione di Maria.
1827.)
Quanto, in quanto, per poichè, perocchè ec.
- ???'?(???, ovvero (??? ec.
V.
un [4261]esempio di (??? in questo senso, usato da Ateneo, ap.
Casaubon.
ad Athenae.
l.15.
c.2.
verso il fine, e dallo scoliaste di Pindaro, ap.
eumd.
ib.
c.19.
fin.
Dimonia.
Demonia.
Mulina.
plurali.
Tutti siamo naturalmente inclinati a stimar noi medesimi uguali a chi ci è superiore, superiori agli uguali, maggiori di ogni comparazione cogl'inferiori; in somma ad innalzare il merito proprio sopra quel degli altri fuor di modo e ragione.
Questo è natura universale, e vien da una sorgente comune a tutti.
Ma un'altra sorgente d'orgoglio e di disistima altrui, sconosciuta affatto a noi; divenuta, per l'assuefazione incominciata sin dall'infanzia, naturale e propria; è ai Francesi e agl'Inglesi la stima della propria nazione.
Tant'è: il più umano e ben educato e spregiudicato francese o inglese, non può mai far che trovandosi con forestieri, non si creda cordialmente e sinceramente di trovarsi con un inferiore a se (qualunque si sieno le altre circostanze); che non disprezzi più o meno le altre nazioni prese in grosso; e che in qualche modo, più o meno, non dimostri esteriormente questa sua opinione di superiorità.
Questa è una molla, una fonte ben distinta di orgoglio, e di stima di se, in pregiudizio o abbassamento d'altrui della quale niun altro fra i popoli civili, se non gli uomini delle dette nazioni, possono avere o formarsi una giusta idea.
I Tedeschi che potrebbero con altrettanto diritto aver lo stesso sentimento, ne sono impediti dalla lor divisione, dal non esserci nazion tedesca.
I Russi sentono di esser mezzo barbari; gli Svedesi, i Danesi, gli Olandesi, di essere troppo piccoli, e di poter poco.
Gli Spagnuoli del tempo di Carlo quinto e di Filippo secondo, ebbero certamente questo sentimento, come veggiamo dalle storie, niente meno che i francesi e gl'inglesi di oggidì, e con diritto uguale; forse, senza diritto alcuno, l'hanno anche oggi; e così i Portoghesi: ma chi pone oggi in conto gli Spagnuoli e i Portoghesi, parlando di popoli civili? Gl'italiani forse l'ebbero (e par veramente di sì) nei secoli 15° e 16° e parte del precedente e del susseguente; per conto della lor civiltà, che essi ben conoscevano, e gli altri riconoscevano, esser superiore a quella di tutto il resto d'Europa.
Degl'italiani d'oggi non parlo; non so ben se ve n'abbia.
[4262]Questo sentimento della inferiorità dei forestieri, questo riguardarli e trattarli come d'alto in basso, è ai francesi e agl'inglesi, per l'abitudine, così naturalizzato e immedesimato, come è ad un uomo nato nobile e ricco, il parlare e trattare co' poveri e co' plebei, come con gente naturalmente inferiore: che anche l'uomo del più buon cuore del mondo, e il più filosofo, essendo nella detta condizione, li tratterà così, se non attenderà e non si sforzerà di proposito per fare altrimenti: perchè quell'opinione di sua superiorità sopra questi tali, è in lui non dipendente dal raziocinio, nè dalla volontà.
Molto utile può essere ed è senza fallo questa opinione che hanno i francesi e gl'inglesi di se.
Sarebbe utile anche a chi l'avesse senza ragione.
La stima grande di se stesso è il primo fondamento sì della moralità, sì delle mire ed azioni nobili e onorate.
Pure, perchè il conoscere in altri un'opinione della inferiorità propria, e un certo disprezzo di se in qualunque cosa, è sempre dispiacevole; non è dubbio che il veder questo tale orgoglio nazionale nei francesi e inglesi, non riesca assai dispiacevole e odioso ai forestieri.
E perchè la civiltà e la creanza comandano, e sopra tutto, che si nasconda il sentimento della superiorità propria, e il disprezzo di quelli con cui trattiamo, per ragionevole e fondato che ei sia; pare che i francesi e gl'inglesi dovrebbero nascondere quel lor sentimento tra forestieri.
Gl'inglesi non si piccano di buona creanza; piuttosto di non averla, piuttosto di mala creanza: però di loro non ci maraviglieremo.
I francesi non solo se ne piccano, ma vogliono essere, credono essere, e certo sono, la meglio educata gente del mondo.
Anzi in questo fondano per gran parte quella loro opinione di superiorità.
Perciò pare strano che al più ben creato francese non riesca o non cada in mente di tenersi, parlando o scrivendo a forestieri, dal dar loro ad intendere in qualche modo (ma chiaro), che esso li tiene senza controversia per da meno di se.
Molto meno poi negli scritti che pubblicano.
Anco pare strana questa cosa, considerata la gran sensibilità e paura che hanno i francesi del ridicolo.
Perchè se quella lor pretensione riesce ridicola a chi la stima giusta, e d'altronde utile e lodevole, come sono io; quanto non dovrà parere a quei che non pensano più che tanto, o che la stimano assolutamente vana, esagerata ec.? Il che dee [4263]naturalmente accadere con molti, ma con gl'inglesi accade di necessità.
E già ogni pretension che si dimostra, ancorchè giusta, è soggetta a ridicolo, perchè il mostrar pretensione è ridicolo.
E manco strano sarebbe che eglino non si guardassero co' forestieri da questo ridicolo in casa propria; dove essi sono i più forti, perchè l'opinion comune è per loro, la lor superiorità è ricevuta come assioma, e l'uditorio è tutto dalla lor parte.
Ma che non se ne guardino (come non se ne guardano punto) in casa dei medesimi forestieri, viaggiando tra loro, co' loro medesimi ospiti? Questo veramente è strano assai ne' francesi; ma molto più strano, che alla fin de' fatti, essi viaggiano tra noi trionfalmente, dimostrandoci il lor disprezzo, mettendoci in ridicolo in faccia nostra propria e parlando a noi (non che tornati che sono a casa); e che da noi non ricevono il menomo colpo, il più piccolo spruzzo, di ridicolo nè in parole, quando noi trattiamo qui con loro, nè in lettere, nè in istampa.
Da che vien questo? da bontà degl'Italiani, o da dabbenaggine, o da paura, o da che altro?
(25.
Marzo.
1827.)
Pennelleggiare.
Tratteggiare.
Alla p.4249.
fin.
Il medesimo Chesterfield nota più volte come pregi distintivi e dei principali della letteratura nostra, e come di quelli che principalmente la possono far degna della curiosità degli stranieri, l'aver degli eccellenti storici, e delle eccellenti traduzioni dal latino e dal greco, mostrando poi di aver l'occhio particolarmente a quelle della Collana.
Va bene il primo capo.
Il secondo non può servire ad altro che a mostrar l'ignoranza grande dei forestieri circa le cose nostre.
Perchè se la nostra letteratura è povera in alcuno articolo, lo è certamente in quel delle buone traduzioni dal latino e dal greco.
Di quelle specialmente della Collana non ve n'è appena una che si possa leggere, quanto alla lingua e allo stile, e per se; e che non dica poi, almeno per la metà, il rovescio di quel che volle dire e disse l'autor greco e latino.
Tutte le letterature (eccetto forse la tedesca da poco in qua) sono povere di traduzioni veramente buone: ma l'italiana in questo, se non si distingue dall'altre come più povera, non si distingue in modo alcuno.
Solamente è vero che noi cominciammo ad aver traduzioni dal latino e dal greco classico (non buone, ma traduzioni semplicemente), molto [4264]prima di tutte le altre nazioni.
Il che è naturale perchè anche risorse prima in Italia che altrove, la letteratura classica, e lo studio del vero latino, e del greco.
E n'avemmo anche in gran copia.
E queste furono forse le cagioni che produssero tra gli stranieri superficialmente acquainted with le cose nostre quella opinione, che ebbe tra gli altri il Chesterfield.
Nondimeno in quel medesimo tempo, anzi alquanto innanzi, avveniva al Maffei in Baviera, dov'ei si trovava, quel ch'egli scrive nella prefazione276 de' suoi Traduttori italiani ossia notizia de' Volgarizzamenti d'antichi scrittori latini e greci, che sono in luce indirizzata a una colta Signora, da lui frequentata colà.
Vostro costume era d'antepor la (lingua) francese alle altre, per l'avvantaggio di goder per essa gli antichi autori latini e greci, della lettura de' quali sommamente vi compiacete, avendogli traslatati i francesi.
Qui io avea bel dire, che questo piacere potea conseguirsi ugualmente con l'italiana, e che già fin dal felice secolo del 1500 la maggior parte de' più ricercati antichi scrittori era stata in ottima volgar lingua presso di noi recata, che suscitandomisi contra tutti gli astanti, e gl'italiani prima degli altri, restava fermato, che solamente in francese queste traduzioni si avessero.
Ed ecco dagli stranieri negato agl'italiani formalmente, e trasferito alla letteratura francese quel medesimo pregio (e circa il medesimo tempo) che altri stranieri come il Chesterfield attribuivano alla italiana.
Nella qual prefazione il Maffei afferma aver gl'italiani tradotto prima, più, e meglio delle altre nazioni.
Per provar la qual proposizione, assunse di comporre, e compose quel suo catalogo dei nostri volgarizzatori.
E quanto a me concedo e credo vere le due prime parti di essa proposizione, almen relativamente al tempo in cui il Maffei la scriveva.
Concederò anche la terza, relativamente allo stesso tempo, purchè quel meglio delle altre, non escluda il male e il pessimamente assoluto.
(Recanati.
27.
Marzo.
1827.).
V.
p.4304.
fine.
Alla p.4234.
V.
ancora la lettera del Manfredi, nelle Considerazioni sopra la Maniera di ben pensare ec.
dell'Orsi, Modena 1735.
tom.1.
p.686.
fin.
e l'Orazione di Girolamo Gigli in lode della toscana favella, che sta colle sue Lezioni di lingua toscana, Ven.
1744.
3a ediz.
Alla p.4194.
A questo genere appartiene, cred'io, quell'aneddoto della femmina [4265]spagnuola di Buenos-Ayres in America, per nome Maldonata (avrà voluto dir Maldonada) alimentata lungo tempo, e poi casualmente salvata da una leonessa, da lei già beneficata, nel secolo decimosesto.
Benchè questa istorietta sia riferita seriamente e con belle riflessioni filosofiche dal Raynal (Leçons de littérature et de morale, cioè Antologia francese, par MM.
Noël et Delaplace, 4me édit.
Paris 1810.
tome 1.
p.16-18.) Ma essa, mutatis mutandis, è la stessissima che quella (ben più antichetta) dello schiavo fuggitivo per nome Androdo, alimentato in Numidia, e poi salvato da morte in Roma, da un leone, da lui beneficato.
(Gell.
N.
Att.
l.5.
c.14.
Aelian.
hist.
animal.
l.7.
c.48.) Nè ardisco già dire che questa sia stata il primo e original tipo di questa favola.
(Anzi ella mi ha sembianza di esser d'origine greca.
Vedi altre simili storielle, appunto greche, in Plinio, l.8.
c.16.
che sono come primi abbozzi di questa.) Dico poi favola, sì per il sospetto, troppo fondato, d'imitazione; e sì perchè si sa molto bene che in America non sono e non furono mai leoni: e però, s'io non erro, nè anche leonesse; (Recanati.
29.
Marzo.
1827.) dico di quelle nate quivi da se, e viventi nelle foreste e nelle caverne, come era quella; non trasportate d'altronde, e mantenute in gabbie e in serragli.
Noi italiani siamo derisi per le nostre cerimonie e i nostri titoli (che noi abbiamo avuti dagli spagnuoli) specialmente dai francesi, che hanno fama d'essere in ciò i più disinvolti.
Frattanto noi non abbiamo il costume che hanno i francesi, che il Monsieur sia, per così dire, inseparabile da tutti i nomi di persone; che gli autori lo aggiungano al lor nome proprio nei frontespizi delle loro opere; che esso vi si conservi perpetuamente, o vi sia posto, anche quando gli autori son morti; e simili.
(Recanati.
29.
Marzo.
1827.)
????(??????(?, ???(? o ???(?????(?.
V.
Casaub.
ad Athenae.
l.15.
c.18.
?????(????(????.
(?????(?????.
(?(??????(??.
V.
ibid.
Se era intenzione della natura, facendo l'uomo così debole e disarmato, che egli provvedendo alla vita ed al ben essere suo coll'ingegno, arrivasse allo stato di civiltà; perchè tante centinaia di nazioni selvagge e barbare dell'America, dell'Africa, dell'Asia dell'Oceanica, non vi sono arrivate ancora, non hanno fatto alcun [4266]passo per arrivarvi, e certo non vi arriveranno mai, nè saranno mai civili in niun modo (o non sarebbero mai state), se noi non ve li ridurremo (o non ve gli avessimo ridotti)? Le quali nazioni sono pure una buona metà, e più, del genere umano in natura.
Perchè dato ancora che le popolazioni civili, nella somma loro, vincano di numero d'uomini la somma delle non civili nè state mai civilizzate, questa moltitudine di quelle è posteriore alla civilizzazione, ed effetto di essa: la quale favorisce la moltiplicazion della specie e l'aumento della popolazione.
È stata dunque la natura così sciocca, e così mal provvidente, che ella abbia missed il suo intento per più della metà?
(Recanati 30.
Mar.
ult.
Venerdì.
1827.)
In qualunque cosa tu non cerchi altro che piacere, tu non lo trovi mai: tu non provi altro che noia, e spesso disgusto.
Bisogna, per provar piacere in qualunque azione ovvero occupazione, cercarvi qualche altro fine che il piacere stesso.
(Può servire al Manuale di filosofia pratica).
(30.
Marzo.
1827.).
Così accade (fra mille esempi che se ne potrebbero dare) nella lettura.
Chi legge un libro (sia il più piacevole e il più bello del mondo) non con altro fine che il diletto, vi si annoia, anzi se ne disgusta, alla seconda pagina.
Ma un matematico trova diletto grande a leggere una dimostrazione di geometria, la qual certamente egli non legge per dilettarsi.
V.
p.4273.
E forse per questa ragione gli spettacoli e i divertimenti pubblici per se stessi, senza altre circostanze, sono le più terribilmente noiose e fastidiose cose del mondo; perchè non hanno altro fine che il piacere; questo solo vi si vuole, questo vi si aspetta; e una cosa da cui si aspetta e si esige piacere (come un debito) non ne dà quasi mai: dà anzi il contrario.
Il piacere (si può dir con perfettissima verità) non vien mai se non inaspettato; e colà dove noi non lo cercavamo, non che lo sperassimo.
Per questo nel bollore della gioventù, quando l'uomo si precipita col desiderio e colla speranza dietro al piacere, ei non prova che spaventevole e tormentoso disgusto e noia nelle più dilettevoli cose della vita.
E non si comincia a provar qualche piacere nel mondo, se non sedato quell'impeto, e cominciata [4267]la freddezza, e ridotto l'uomo a curarsi poco e a disperare omai del piacere.
(30.
Marzo.
1827.).
Simile è in ciò il piacere alla quiete, la quale quanto più si cerca e si desidera per se e da se sola, tanto si trova e si gode meno, come ho esposto in altro pensiero poco addietro.
Il desiderio stesso di lei, è necessariamente esclusivo di essa, ed incompatibile seco lei.
Alla p.4240.
La sopraddetta utilità della pazienza, non si ristringe al solo dolore, ma si stende anche ad altre mille occasioni; come se tu hai da aspettare, da fare un'operazione lunga, monotona e fastidiosa; da soffrire una compagnia noiosa, mentre hai altro da fare; ascoltare un discorso lungo di cosa che nulla t'importa, un poeta o scrittore che ti reciti una sua composizione; e così discorrendo: dove l'impazienza, la fretta, l'ansietà di finire, l'inquietudine ti raddoppiano la molestia.
In somma si stende a tutte le occasioni e stati dove può aver luogo quello che noi chiamiamo pazienza e impazienza; a tutti i dispiaceri; o sieno dolori o noie.
(Recanati.
31.
Marzo.
1827.)
Quegli tra gli stranieri che più onorano l'Italia della loro stima, che sono quei che la riguardano come terra classica, non considerano l'Italia presente, cioè noi italiani moderni e viventi, se non come tanti custodi di un museo, di un gabinetto e simili; e ci hanno quella stima che si suole avere a questo genere di persone; quella che noi abbiamo in Roma agli usufruttuarii per così dire, delle diverse antichità, luoghi, ruine, musei ec.
(31.
Marzo.
1827.)
The ancients (to say the least of them) had as much genius as we; they constantly applied themselves not only to that art, but to that single branch of an art, to which their talent was most powerfully bent; and it was the business of their lives to correct and finish their works for posterity.
If we can pretend to have used the same industry, let us expect the same immortality: Though, if we took the same care, we should still lie under a farther misfortune: They writ in languages that became universal and everlasting, while ours are extremely limited both in extent and in duration.
A mighty foundation for our pride! when the utmost we can hope, is but to be read in one island, and to be thrown aside at the end of an age.
Pope Prefazione generale [4268]alla Collezione delle sue Opere giovanili (Collezione pubblicata nel 1717.) data Nov.
10.
1716.
Pope era nato del 1688.
The muses are amicae omnium horarum; and, like our gay acquaintance, the best company in the world, as long as one expects no real service from them.
Ibid.
We spend our youth in pursuit of riches or fame, in hopes to enjoy them when we are old; and when we are old, we find it is too late to enjoy any thing.
Ibid.
(31.
Marzo.
1827.)
??(????(??.
Vespa - guêpe, antic.
gUespe.
Serpyllum, serpillo, serpollo-sermollino, serpolet.
Tubo, tube-tuyau.
Benda, bande-bandeau.
È notabile ancora e caratteristico delle antiche nazioni il modo come essi nominavano l'opposto dell'uomo di garbo, cioè il malvagio.
????(? timido, codardo, vale anche malvagio presso gli antichissimi (Casaub.
ad Athenae.
l.15.
c.15.
poco dopo il mezzo).
Viceversa ???(? malvagio è usato continuamente e con proprietà di lingua, per codardo, o da nulla; ignavus.
Così (???(? ed (???(? e simili, per valoroso, utile, prode, strenuus.
Similmente bonus e malus presso i latini.
(?(??? da nulla, da poco, spesso è il medesimo che tristo, cattivo (come vaurien in franc.), tanto di uomo, quanto di cosa.
?????(? è utile e buono (similmente ?????(???); (??????? inutile e cattivo.
È osservazione antica che quanto decrescono nelle repubbliche e negli stati le virtù vere, tanto crescono le vantate, e le adulazioni; e similmente, che a misura che decadono le lettere e i buoni studi, si aumentano di magnificenza i titoli di lode che si danno agli scienziati e a' letterati, o a quelli che in sì fatti tempi sono tenuti per tali.
Il somigliante par che avvenga circa il modo della pubblicazione dei libri.
Quanto lo stile peggiora, e divien più vile, più incolto, più ?(???(?, di meno spesa; tanto cresce l'eleganza, la nitidezza, lo splendore, la magnificenza, il costo e vero pregio e valore delle edizioni.
Guardate le stampe francesi d'oggidì, anche quelle delle semplici brochures e fogli volanti ed efimeri.
Direste che non si può dar cosa più perfetta [4269]in tal genere, se le stampe d'Inghilterra, quelle eziandio de' più passeggeri pamphlets, non vi mostrassero una perfezione molto maggiore.
Guardate poi lo stile di tali opere, così stampate; il quale a prima giunta vi parrebbe che dovesse esser cosa di gran valore, di grande squisitezza, condotta con grand'arte e studio.
Disgraziatamente l'arte e lo studio son cose oramai ignote e sbandite dalla professione di scriver libri.
Lo stile non è più oggetto di pensiero alcuno.
Paragonate ora e le stampe dei secoli passati, e gli stili di quei libri così modestamente, così umilmente, e spesso (vilmente, abbiettamente) poveramente impressi; colle stampe e gli stili moderni.
Il risultato di questa comparazione sarà che gli stili antichi e le stampe moderne paion fatte per la posterità e per l'eternità; gli stili moderni e le stampe antiche, per il momento, e quasi per il bisogno.
(Anche le stampe italiane d'oggi, benchè non possano sostenere il paragone delle francesi e inglesi, non temono pero quello di tutte l'altre, anzi sono sicure di uscirne vittoriose; e molte stampe italiane che oggi non paiono più che ordinarie, sarebbono parute splendide nel secolo passato, magnifiche e principesche nei precedenti.)
Noi però abbiamo buonissima ragione di non porre più che tanto studio intorno allo stile dei libri, atteso la brevità della vita che essi in ogni modo (non ostante la bontà della stampa) sono per avere.
Se mai fu chimerica la speranza dell'immortalità, essa lo è oggi per gli scrittori.
Troppa è la copia dei libri o buoni o cattivi o mediocri che escono ogni giorno, e che per necessità fanno dimenticare quelli del giorno innanzi; sian pure eccellenti.
Tutti i posti dell'immortalità in questo genere, sono già occupati.
Gli antichi classici, voglio dire, conserveranno quella che hanno acquistata, o almeno è credibile che non morranno così tosto.
Ma acquistarla ora, accrescere il numero degl'immortali; oh questo io non credo che sia più possibile.
[4270]La sorte dei libri oggi, è come quella degl'insetti chiamati efimeri (éphémères): alcune specie vivono poche ore, alcune una notte, altre 3 o 4 giorni; ma sempre si tratta di giorni.
Noi siamo veramente oggidì passeggeri e pellegrini sulla terra: veramente caduchi: esseri di un giorno: la mattina in fiore, la sera appassiti, o secchi: soggetti anche a sopravvivere alla propria fama, e più longevi che la memoria di noi.
Oggi si può dire con verità maggiore che mai: ?(???????(?????????(, ???(?????(?(???(? (Iliad.
6.
v.146.) Perchè non ai soli letterati, ma ormai a tutte le professioni è fatta impossibile l'immortalità, in tanta infinita moltitudine di fatti e di vicende umane, dapoi che la civiltà, la vita dell'uomo civile, e la ricordanza della storia ha abbracciato tutta la terra.
Io non dubito punto che di qua a dugent'anni non sia per esser più noto il nome di Achille, vincitor di Troia, che quello di Napoleone, vincitore e signore del mondo civile.
Questo sarà uno dei molti, si perderà tra la folla; quello sovrasterà, per esser montato in alto assai prima; conserverà il piedestallo, il rialto, che ha già occupato da tanti secoli.
Del resto, come la impossibilità di divenire immortali, giustifica la odierna negligenza dello stile nei libri; così questa negligenza dal canto suo, inabilita, e fa impossibile ai libri, il conseguimento della immortalità.
Notabili e vere parole di Buffon (Discours de réception à l'Académie française): Les ouvrages bien écrits seront les seuls qui passeront à la postérité; la quantité des connaissances, la singularité des faits, la nouveauté même des découvertes ne sont pas de sûrs garants de l'immortalité.
Si les ouvrages qui les contiennent ne roulent que sur de petits objets, s'ils sont écrits sans goût, sans noblesse et sans génie, ils périront, parceque les connaissances, les faits et les découvertes s'enlèvent aisément, se transportent, et gagnent même à être mis en oeuvre par des mains plus habiles.
Ces choses sont hors de l'homme, le style est l'homme même.
Le style ne peut donc ni s'enlever, ni [4271]se transporter, ni s'altérer.
S'il est élevé, noble, sublime, l'auteur sera également admiré dans tous les temps.
Al che aggiungo io, che quando anche le mani qui enlèvent i pensieri, non sieno più habiles in materia di stile, (come certo oggi e in futuro è difficile che sieno), nondimeno il libro perira egualmente; perchè in esso non si troverà nulla di più che nelle sue copie; probabilmente assai meno (dico per il fondo, non per lo stile); e così i libri nuovi faranno dimenticare e sparire il vecchio: appunto, se non altro, perchè essi nuovi, e vecchio quello: del che abbiamo l'esperienza quotidiana per testimonio.
(Anche intorno a libri bene scritti; quando si tratta di verità e di scienze; come sono quelli di Galileo, che da quale scienziato sono letti oggidì?).
E con questa osservazione di Buffon chiudo questo discorso non troppo lieto, e piuttosto malinconico che altrimenti.
(Recanati 2.
Aprile.
1827.)
(Similmente poi, per altra parte, la negligenza universale intorno allo stile, rende inutile la diligenza individuale, se alcuno sapesse e volesse usarne, intorno al medesimo.
Perchè, in sì fatti generi, le cose quanto sono più rare, tanto meno si apprezzano.
Il pubblico, appunto perchè in ciò negligente, ed assuefatto a trascurar tale studio, non ha nè gusto nè capacità nè per sentire nè per giudicare le bellezze degli stili, nè per esserne dilettato.
Perchè certi diletti, e non sono pochi, hanno bisogno di un sensorio formatovi espressamente, e non innato; di una capacità di sentirli acquisita.
A chi non l'ha, non sono diletti in niun modo.
L'arte più sopraffina non sarebbe conosciuta: l'ottimo stile non sarebbe distinto dal pessimo.
Così l'eccellenza medesima dello stile non sarebbe più una via all'immortalità, che senza essa, tuttavia, non si può dai libri conseguire.).
(Recanati.
2.
Aprile.
1827.)
(Molti libri oggi, anche dei beni accolti, durano meno del tempo che è bisognato a raccorne i materiali, a disporli e comporli, a scriverli.
Se poi si volesse aver cura della perfezion dello stile, allora certamente la durata della vita loro non avrebbe neppur proporzione alcuna con quella della lor produzione; allora sarebbero più che mai simili [4272]agli efimeri, che vivono nello stato di larve e di ninfe per ispazio di un anno, alcuni di due anni, altri di tre, sempre affaticandosi per arrivare a quello d'insetti alati, nel quale non durano più di due, di tre, o di quattro giorni, secondo le specie; e alcune non più di una sola notte, tanto che mai non veggono il sole; altre non più di una, di due o di tre ore).
(Encyclopéd.
art.
éphémères).
(2.
Apr.
1827.)
Pavot non sembra essere che un diminutivo positivato di papaver; contratte, per corrotta e precipitata pronunzia, le due prime sillabe pa, in una sola.
Un uomo disarmato, alle prese con una bestia di corporatura e di forze uguale a lui, p.e.
con un grosso cane, difficilmente resterà superiore, verisimilmente sarà vinto.
Per vincere, gli bisogna qualche arma, che diagli una forza non naturale, e una decisa superiorità.
La ragione è perchè il cane vi adopra e vi mette tutto se stesso, fa ancor più del suo potere; dove che l'uomo riserva sempre una gran parte di se medesimo fuor di fazione, e fa sempre meno di quello che può.
Il cane non guarda a pericolo, non considera, non usa prudenza.
L'uomo al contrario, se non è disperato affatto, stato al quale egli arriva difficilmente, eziandio che abbia piena ragione di disperarsi.
Egli si risparmia sempre, perchè sempre spera; e così risparmiandosi, non ottiene quello che la speranza gli promette, o non fugge quello che egli sperasi di fuggire; quello che, se non lo sperasse, otterrebbe o fuggirebbe.
E che questa sia veramente la cagion di ciò, vedetelo in un fanciullo: il quale assai più facilmente che un uomo riuscirà pari o superiore in una zuffa con un animale di forze uguali alle sue; zuffa che egli medesimo talvolta attaccherà volontariamente.
Il fanciullo, e più il bambino, adopra tutto se stesso, come una bestia, o poco meno.
E per questo lato io non trovo niente d'inverisimile nella favola di Ercole bambino, strozzatore dei due serpenti.
E la crederò vera più facilmente che quella del medesimo Ercole adulto, sbranatore del leone nemeo, senza altre armi che le sue braccia, come nell'altra battaglia, cioè in quella de' serpenti.
(3.
Aprile.
1827.)
Fouiller probabilmente è da fodere, e quindi fratello di fodicare.
[4273]Metrodoro epicureo ap.
Ateneo l.12.
p.546.
f.?(????(??(???????(?????(??? che CAMMINA, PROCEDE, secondo natura.
Il qual luogo è spiegato dal Casaubono negli Addenda Animadversionibus, al capo 12.
Nella version latina di quel passaggio del Riccio rapito di Pope (Canto 1.) che contiene la descrizione della toilette, fatta dal D.
Parnell (versione assai bizzarra, e che parrebbe piuttosto fatta nell'ottavo secolo che nel decimottavo, poichè consiste di versi dei quali ogni mezzo verso rima coll'altro mezzo, p.e.
Et nunc dilectum speculum, pro more retectum, Emicat in mensa, quae splendet pyxide densa, che sono i primi), trovo questi due versi, di séguito: Induit arma ergo Veneris pulcherrima virgo: Pulchrior in praesens tempus de tempore crescens, dove, come si vede, ergo fa rima con virgo, e praesens con crescens.
Che dicono gl'italiani di questa pronunzia?
(Recanati.
5.
Aprile.
1827.).
V.
p.4497.
Tricae-tracasserie, tracasser, tracassier ec.
Aerugo, o rubigo o robigo, ruggine-rouille, coi derivati.
Alla p.4266.
Io stesso, che pur non ho maggior piacere che il leggere, anzi non ne ho altri, ed in cui il piacer della lettura è tanto più grande, quanto che dalla primissima fanciullezza sono sempre vissuto in questa abitudine (e l'abitudine è quella che fa i piaceri) quando talvolta per ozio, mi son posto a leggere qualche libro per semplice passatempo, ed a fine solo ed espresso di trovar piacere e dilettarmi; non senza maraviglia e rammarico, ho trovato sempre che non solo io non provava diletto alcuno, ma sentiva noia e disgusto fin dalle prime pagine.
E però io andava cangiando subito libri, senza però niun frutto; finchè disperato, lasciava la lettura, con timore che ella mi fosse divenuta insipida e dispiacevole per sempre, e di non aver più a trovarci diletto: il quale mi tornava però subito che io la ripigliava per occupazione, e per modo di studio, e con fin d'imparare qualche cosa, o di avanzarmi generalmente nelle cognizioni, senza alcuna mira particolare al diletto.
Onde i libri che mi hanno dilettato meno, e che perciò da qualche tempo io non soglio più leggere, sono stati sempre quelli che si chiamano [4274]come per proprio nome, dilettevoli e di passatempo.
(6.
Aprile.
1827.)
Radiatus per radians ec.
V.
Forcellini.
Pel manuale di filosofia pratica.
A me è avvenuto di conservare per lo più ogni amicizia contratta una volta, eziandio con persone difficilissime, di cui tutti a poco andare si disgustavano, o che si disgustavano con tutti.
E la cagion, per quello che io posso trovare, è che io non mi disgusto mai di un amico per sue negligenze, e per nessuna sua azione che mi sia o nocevole o dispiacevole; se non quando io veggo chiaramente, o posso con piena ragione giudicare in lui un animo e una volontà determinata di farmi dispiacere e offesa.
Cosa che in verità è rarissima.
Ma a vedere il procedere degli altri comunemente nelle amicizie, si direbbe che gli uomini non le contraggono se non per avere il piacere di romperle; e che questo è il principal fine a cui mirano nell'amicizia: tanto studiosamente cercano e tanto cupidamente abbracciano le occasioni di rompersi coll'amico, eziandio frivolissime, ed eziandio tali che essi medesimi nel fondo del loro cuore non possono a meno di non discolpar l'amico, e di non conoscere che quella offesa o dispiacere, almen secondo ogni probabilità, non venne da volontà determinata di offenderli.
(7.
Apr.
1827.)
Perchè l'esistenza dell'universo fosse prova di quella di un essere infinito, creatore di esso, bisognerebbe provare che l'universo fosse infinito, dal che risultasse che solo una potenza infinita l'avesse potuto creare.
La quale infinità dell'universo, nessuna cosa ce la può nè provare, nè darcela a congetturare probabilmente.
E quando poi l'universo fosse infinito, la infinità sarebbe già nell'universo, non sarebbe più propria esclusivamente del creatore, di quell'essere unico e perfettissimo; allora bisognerebbe provare che l'universo non fosse quello che lo credono i panteisti e gli spinosisti, cioè dio esso medesimo; ovvero, che l'universo essendo infinito di estensione, non potesse anco essere infinito di tempo, cioè eterno, stato sempre, e sempre futuro.
Nel qual caso non avremmo più bisogno di un altro ente infinito.
Il quale sarebbe sempre ignoto e nascosto: dove che l'universo è palese [4275]e sensibile.
(7.
Apr.
Sabato di Passione.
1827.
Recanati.).
Chi vi ha poi detto che esser infinito sia una perfezione?
Alla p.4245.
Un'altra cagione per la quale io amo la ????????? è per non avere (come necessariamente avrei se mangiassi in compagnia) dintorno alla mia tavola, assistenti al mio pasto, d'importuns laquais, épiant nos discours, critiquant tout bas nos maintiens, comptant nos morceaux d'un oeil avide, s'amusant à nous faire attendre à boire, et murmurant d'un trop long dîner.
(Rousseau, Émile.) Disgraziatamente non mi è mai riuscito di assuefarmi a provar piacere in presenza di persone che, di mia certa scienza, lo condannino, lo deridano, se ne annoino; non ho mai potuto comprendere come gli altri sopportino anzi si compiacciano, di siffatti testimonii, l'occupazione e i pensieri dei quali in quel tempo, tutti sanno essere appunto quelli detti di sopra.
Anche gli antichi a tavola si facevano servire, ma da schiavi, cioè da genti che essi stimavano meno che uomini, o certo, meno uomini che essi.
Però aveano forse ragione di non curarsi, e di non temere le loro railleries e disapprovazioni.
Ma i nostri servitori sono nostri uguali.
Ed è bene strano che noi, tanto sensibili sopra ogni menomo ridicolo, ogni menoma parola o pensiero che noi possiamo sapere o sospettare in altrui a nostro disfavore; non ci diamo cura alcuna di quelli dei servitori in quel tempo, i quali, non sospettiamo, ma sappiamo ben certo quali sieno intorno di noi: e che mentre non potremmo senza molestia starcene fermi e oziosi a sedere in un luogo dove fosse presente uno che noi sapessimo che attualmente si trattenesse in dir male di noi ed in ischernirci; possiamo poi, avendo molti dintorno di questa sorte, gustare tranquillamente, e pienamente senza disturbo alcuno, i piaceri della tavola.
L'opinione che gli antichi avevano dei loro schiavi, li giustifica anche per un altro verso, cioè del loro non curarsi dell'incomodo, della noia, della rabbia che i loro servi dovevano necessariamente provare nel tempo, e per cagione, di quei loro piaceri; e che ciascun di noi proverebbe se si trovasse nel [4276]luogo dei nostri servi quando assistono alle nostre tavole.
In vero l'umanità e la cordialità nostra possono essere un poco accusate, quando elle ci permettono abitualmente di godere in presenza di persone che il nostro godimento fa patire, e il cui patimento ci sta sotto gli occhi; e nondimeno godere senza il menomo disturbo.
Non è molto umano il divertirsi in una conversazione mentre il vostro cocchiere sta esposto alla pioggia: ma in fine voi non lo vedete.
Non è molto umano lo stornar gli occhi dai patimenti degli altri per non esserne afflitto o turbato, perchè quel pensiero non vi guasti i vostri diletti.
Ma il dilettarsi tranquillamente e a tutto suo agio, finchè n'è capace il corpo e lo spirito, avendo, non lontane, ma presenti, non nel pensiero, ma negli occhi, persone uguali a noi, che manifestamente (e con tutta ragione) soffrono, e non per altra causa, ma pel nostro stesso godere, quanto sarà umano? Io confesso che non mi è riuscito mai di provar piacere in cosa che io, non dico vedessi, non sapessi, ma che pur sospettassi che fosse di molestia o di noia ad alcuno: perchè non mi è mai riuscito di potermi in quel tempo cacciar quel pensiero dalla mente.
E ciò, quando anche non fosse ragionevole in quella tal persona il darsene quella molestia.
Perciò non voglio mangiare in compagnia, per non aver servitori intorno: perchè appunto io voglio alla tavola provar piacere: e mangiando solo, non voglio averne che mi assistano.
Tanto più che io per bisogno, e con molta ragione, voglio mangiare a grand'agio, e con lunghezza di tempo (non parendomi anche che il tempo sia male impiegato in questo, come par che stimino molti, che si affrettano d'ingoiare ogni cosa, e di levarsi su, quasi che questo momento fosse il più bello del desinare); la qual lunghezza, con altrettanta ragione, da chi mi servisse, sarebbe trovata estremamente fastidiosa e intollerabile.
(7.
Apr.
1827.)
To pant inglese - panteler francese.
[4277]Allegano in favore della immortalità dell'animo il consenso degli uomini.
A me par di potere allegare questo medesimo consenso in contrario, e con tanto più di ragione, quanto che il sentimento ch'io sono per dire, è un effetto della sola natura, e non di opinioni e di raziocinii o di tradizioni; o vogliamo dire, è un puro sentimento e non è un'opinione.
Se l'uomo è immortale, perchè i morti si piangono? Tutti sono spinti dalla natura a piangere la morte dei loro cari, e nel piangerli non hanno riguardo a se stessi, ma al morto; in nessun pianto ha men luogo l'egoismo che in questo.
Coloro medesimi che dalla morte di alcuno ricevono qualche grandissimo danno, se non hanno altra cagione che questa di dolersi di quella morte, non piangono; se piangono, non pensano, non si ricordano punto di questo danno, mentre dura il lor pianto.
Noi c'inteneriamo veramente sopra gli estinti.
Noi naturalmente, e senza ragionare; avanti il ragionamento, e mal grado della ragione; gli stimiamo infelici, gli abbiamo per compassionevoli, tenghiamo per misero il loro caso, e la morte per una sciagura.
Così gli antichi; presso i quali si teneva al tutto inumano il dir male dei morti, e l'offendere la memoria loro; e prescrivevano i saggi che i morti e gl'infelici non s'ingiuriassero, congiungendo i miseri e i morti come somiglianti: così i moderni; così tutti gli uomini: così sempre fu e sempre sarà.
Ma perchè aver compassione ai morti, perchè stimarli infelici, se gli animi sono immortali? Chi piange un morto non è mosso già dal pensiero che questi si trovi in luogo e in istato di punizione: in tal caso non potrebbe piangerlo: l'odierebbe, perchè lo stimerebbe reo.
Almeno quel dolore sarebbe misto di orrore e di avversione: e ciascun sa per esperienza che il dolor che si prova per morti, non è nè misto di orrore o avversione, nè proveniente da tal causa, nè di tal genere in modo alcuno.
Da che vien dunque la compassione che abbiamo agli estinti se non dal credere, seguendo un sentimento intimo, e senza ragionare, che essi abbiano perduto la vita [4278]e l'essere; le quali cose, pur senza ragionare, e in dispetto della ragione, da noi si tengono naturalmente per un bene; e la qual perdita, per un male? Dunque noi non crediamo naturalmente all'immortalità dell'animo; anzi crediamo che i morti sieno morti veramente e non vivi; e che colui ch'è morto, non sia più.
Ma se crediamo questo, perchè lo piangiamo? che compassione può cadere sopra uno che non è più? - Noi piangiamo i morti, non come morti, ma come stati vivi; piangiamo quella persona che fu viva, che vivendo ci fu cara, e la piangiamo perchè ha cessato di vivere, perchè ora non vive e non è.
Ci duole, non che egli soffra ora cosa alcuna, ma che egli abbia sofferta quest'ultima e irreparabile disgrazia (secondo noi) di esser privato della vita e dell'essere.
Questa disgrazia accadutagli è la causa e il soggetto della nostra compassione e del nostro pianto; Quanto è al presente, noi piangiamo la sua memoria, non lui.
In verità se noi vorremo accuratamente esaminare quello che noi proviamo, quel che passa nell'animo nostro, in occasion della morte di qualche nostro caro; troveremo che il pensiero che principalmente ci commuove, è questo: egli è stato, egli non è più, io non lo vedrò più.
E qui ricorriamo colla mente le cose, le azioni, le abitudini, che sono passate tra il morto e noi; e il dir tra noi stessi: queste cose sono passate; non saranno mai più; ci fa piangere.
Nel qual pianto e nei quali pensieri, ha luogo ancora e parte non piccola, un ritorno sopra noi medesimi, e un sentimento della nostra caducità (non però egoistico), che ci attrista dolcemente e c'intenerisce.
Dal qual sentimento proviene quel ch'io ho notato altrove; che il cuor ci si stringe ogni volta che, anche di cose o persone indifferentissime per noi, noi pensiamo: questa è l'ultima volta: ciò non avrà luogo mai più: io non lo vedrò più mai: o vero: questo è passato per sempre.
V.
p.4282.
Di modo che nel dolore che si prova per morti, il pensiero dominante e principale è, insieme colla rimembranza e su di essa fondato, il pensiero della caducità umana.
Pensiero veramente non troppo simile nè analogo nè concorde a quello della nostra immortalità.
[4279]Alla quale noi siamo così alieni dal pensar punto in cotali occasioni, che se noi dicessimo allora a noi stessi: io rivedrò però questo tale dopo la mia morte: io non sono sicuro che tutto sia finito tra noi, e di non rivederlo mai più: e se noi non potessimo nel nostro pianto, usare e tener fermo quel mai più; noi non piangeremmo mai per morti.
Ma venga pure innanzi chi che si voglia e mi dica sinceramente se gli è mai, pur una sola volta, accaduto di sentirsi consolare da siffatto pensiero e dall'aspettativa di rivedere una volta il suo caro defonto: che pur ragionevolmente, poste le opinioni che abbiamo della immortalità dell'uomo, e dello stato suo dopo morte, sarebbe il primo pensiero che in tali casi ci si dovrebbe offrire alla mente.
Ma in fatti, come dal fin qui detto apparisce, quali si sieno le nostre opinioni, la natura e il sentimento in simili occasioni ci portano senza nostro consenso o sconsenso a giudicare e tenere per dato, che il morto sia spento e passato del tutto e per sempre.
Concludo che per quanto permette la infinita diversità ed assurdità dei giudizi, dei pregiudizi, delle opinioni, delle congetture, dei dogmi, dei sogni degli uomini intorno alla morte; noi possiamo trovare, massime se interroghiamo la pura e semplice natura, che essi in sostanza, e nel fondo del loro cuore, piuttosto consentono in credere la estinzione totale dell'uomo, che la immortalità dell'animo: senza che, nella detta diversità ed assurdità, io pretenda che tal consentimento sia di gran peso.
(Recanati.
9.
Apr.
Lunedì Santo.
1827.)
Embrasé per ardente.
Ses regards embrasés.
Barthélemy, Voyage d'Anacharsis, dove parla di Omero.
Raffiné spesso per fin semplicemente.
(?????(?(????, abbaco.
V.
Forcell.
ec.
Congetture sopra una futura civilizzazione dei bruti, e massime di qualche specie, come delle scimmie, da operarsi dagli uomini a lungo andare, come si vede che gli uomini civili hanno incivilito molte nazioni o barbare o selvagge, certo non meno feroci, e forse meno ingegnose delle scimmie, specialmente di alcune specie di esse; e che insomma la civilizzazione tende naturalmente a propagarsi, [4280]e a far sempre nuove conquiste, e non può star ferma, nè contenersi dentro alcun termine, massime in quanto all'estensione, e finchè vi sieno creature civilizzabili, e associabili al gran corpo della civilizzazione, alla grande alleanza degli esseri intelligenti contro alla natura, e contro alle cose non intelligenti.
Può servire per la Lettera a un giovane del 20° secolo.
Il vedersi nello specchio, ed immaginare che v'abbia un'altra creatura simile a se, eccita negli animali un furore, una smania, un dolore estremo.
Vedilo di una scimmia nel Racconto di Pougens, intitolato Joco, Nuovo Ricoglitore di Milano, Marzo 1827.
p.215-6.
Ciò accade anche nei nostri bambini.
V.
Roberti Lettera di un bambino di 16 mesi.
Amor grande datoci dalla natura verso i nostri simili!!
(Recanati.
13.
Apr.
Venerdì Santo.
1827.).
V.
p.4419.
Badare-badigliare, sbadigliare ec.; badaluccare, badalucco ec.
V.
N.
Ricoglitore, loc.
cit.
qui sopra, p.162-3.
Rosecchiare, rosicchiare.
Presso gli Spagnuoli, i quali si dicono essere quelli che nelle colonie meglio trattano gli schiavi, i Neri nell'isola di Cuba hanno diritto di forzar per giudizio i loro padroni a venderli ad altri, in caso di mali trattamenti.
V.
il N.
Ricoglitore, loc.
cit.
qui sopra, p.175.
Così appunto gli schiavi aveano il diritto ??(???(?????(??(? presso gli Ateniesi, dov'erano meglio trattati che in alcun'altra parte di Grecia.
V.
Casaubon.
ad Athenae.
l.6.
c.19.
init.
(Recanati.
15.
Apr.
dì di Pasqua.
1827.)
Dico altrove che la moderna pronunzia francese distrugge ed annulla bene spesso l'imitativo che aveva il suono della parola in latino, e in cui spesso consisteva tutta la ragione di essa parola.
Il simile si dee dire di altre voci che la lingua francese ha da altre lingue che la latina, ovvero sue proprie ed originali.
Miauler, miaulement parole espressive della voce del gatto, nella lor forma scritta (e però primitiva) hanno una perfettissima imitazione, nella pronunziata che ne rimane? Ognuno che abbia udito una sola volta il verso del gatto, sa che esso è mià e non miò; e dirà imitativo l'italiano miagolare (o sia questo originato dal francese, o viceversa, o l'uno [4281]e l'altro nati indipendentemente dalla natura), e corrotto affatto il franc.
miauler, miaulement (noi diciamo miao o gnao, come anche gnaulare, e non già gnolare).
Gli spagnuoli maullar o mahullar, maullido, maullamiento, mau.
(16.
Aprile.
Lunedì di Pasqua.
1827.)
Miauler franc.
maullar o mahullar spagn.
- mia-g-olare.
Upupa lat.
e italiano - bubbola.
Hamus-hameau.
Alla p.4255.
principio.
Vir gente et fama nobilis, dice il Reimar, Praefat.
ad Dion.
§.6, di Giovanni Leunclavio, famoso erudito tedesco del secolo 16°, quem merito admiratur Marquardus Freherus in epistola dedicatoria ad Leunclavii Jus Graeco-Romanum quod inter varias peregrinationes, in multis principum aulis, legationibus et negotiis occupatus, tot ac tanta opera summa accuratione ediderit, quot et quanta quis otiosus et huic uni rei operatus vix proferret in lucem.
Le soprascritte osservazioni del Chesterfield spiegano questo fenomeno, ripetuto del resto assai spesso; e notato colla stessa ammirazione da molti, in molti e molti altri; e certamente non raro.
Esse spiegano il simile e maggior fenomeno di Cicerone tra gli antichi, di Federico di Prussia tra i moderni, e di tanti altri tali.
A segno che sarà forse più difficile il trovare un letterato, altronde ozioso e disoccupato, che abbia molto scritto e con accuratezza grande, di quello che un letterato che, occupato d'altronde, abbia prodotto molte e studiate opere.
Certo di questi non è difficile a trovarne, e ciò conferma le osservazioni del Chesterfield; secondo le quali, le stesse occupazioni di siffatti uomini, debbono servire a render ragione della moltitudine e dell'accuratezza dei loro lavori, e a scemarne la meraviglia, mostrandole occasionate da un abito di attività prodotto o sostenuto da esse occupazioni; attività tanto maggiore e più viva ed acuta, quanto la copia e la folla e l'assiduità di esse occupazioni era più grande.
(Recanati.
17.
Aprile.
Martedì di Pasqua.
1827.).
Esempio mio, [4282]per lo più ozioso, ed inclinato all'inerzia, o per natura o per abito; pure in mezzo a questa inazione profonda, un giorno che io abbia occasione di adoperarmi, e molte cose da fare, non solo trovo tempo da sbrigar tutto, ma me ne avanza, e in quell'avanzo, io provo (e m'è avvenuto più volte) un vero bisogno, una smania, di far qualche cosa, un orrore del non far nulla, che mi pare incomportabile, come se io non fossi avvezzo a passar le ore, e per così dire i mesi, nella mia stanza colle braccia in croce.
(Recanati.
17.
Apr.
Martedì di Pasqua.
1827.)
Uomo, viso, contegno, stile (ec.) sostenuto.
Volg.
ital.
Onde è sostenutezza, usato dal Salvini, e registrato dalla Crusca.
Consummatus per summus.
V.
Forcellini.
Anche i francesi nel dir familiare usano autre per aucun, o ridondante.
Così sans autre examen senz'altro esame, per sans aucun examen, in certi versi del modernissimo Andrieux, appresso MM.
Noël e Delaplace, Leçons de littérature et de morale, 4me édit.
Paris 1810.
tome 2.
p.58.
Così ancora autrement per guère, o ridondante, pure nello stil familiare.
V.
Alberti, e Richelet, Dizz.
(Recanati.
18.
Apr.
1827.)
Homme, esprit, dissipé.
Disapplicato.
??????(?( (cioè in questa, in questo, in questo mezzo).
Dione Cass.
ed.
Reimar, p.65.
lin.98.
p.192.
lin.5.
(Recanati.
20.
Apr.
1827.)
Nae-v-us - Ne-o.
V.
franc.
spagn.
ec.
Amouracher, s'amouracher.
Flamboyer.
Culter, cultrum-cultellus, coltello, couteau ec.
ec.
V.
Forcell., gli Spagnuoli ec.
Alla p.4278.
Il qual dolore si prova anche lasciando uno stato penoso, e il fine del quale sia stato da noi desideratissimo, e ci sia attualmente oltremodo caro.
Il carcerato posto in libertà, piangerà nell'uscir della sua prigione, non per altro che pensando alla fine del suo stato passato: Filottete, partendo per l'assedio di Troia, dà un addio doloroso all'isola disabitata e all'antro de' suoi patimenti.
L'estate, oltrechè liberandoci dai patimenti, produce in noi il desiderio de' piaceri, [4283]ci dà anche una confidenza di noi stessi, e un coraggio, che nascono dalla facilità e libertà di agire che noi proviamo allora per la benignità dell'aria.
Dalla qual sicurezza d'animo, e fiducia di se, nasce, come sempre, della magnanimità, della inclinazione a compatire, a soccorrere, a beneficare; siccome dalla diffidenza che produce il freddo, nasce l'egoismo, l'indifferenza per gli altri ec.
Alla p.4245.
Aggiungi a queste cose la voluttà (ben conosciuta e notata dagli antichi) del piangere, del gemere, dello stridere, dell'ululare nelle disgrazie; della quale noi siamo privati.
(Recanati.
Domenica in Albis.
22.
Aprile.
1827.)
Il primo fondamento del sacrificarsi o adoperarsi per gli altri, è la stima di se