ADELCHI, di Alessandro Manzoni - pagina 5
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Or della prova
È giunto il fine; e un guiderdon s'appressa
Degno de' Franchi.
Una schiera porrassi.
- Eccardo, il duce
Tu ne sarai.
- Dell'inimico in cerca
N'andranno, e tosto il giungeran là dove
Ei men s'aspetta.
Ordin più chiari, Eccardo,
Io ti darò.
Nel longobardo campo
Ho amici assai; come li scerna, e d'essi
Ti valga, udrai.
Da queste Chiuse il resto
Voi sniderete di leggier: noi tosto
Le passerem senza contrasto, e tutti
Ci rivedremo in campo aperto.
- Amici!
Non più muraglie, né bastie, né frecce
Da' merli uscite, e feritor che rida
Da' ripari impunito, o che improvviso
Piombi su noi; ma insegne aperte al vento,
Destrier contra destrier, genti disperse
Nel piano, e petti non da noi più lunge
Che la misura d'una lancia.
Il dite
A' miei soldati; dite lor, che lieto
Vedeste il re, siccome il dì che certa
La vittoria predisse in Eresburgo;
Che sian pronti a pugnar; che di ritorno
Si parlerà dopo il conquisto, e quando
Fia diviso il bottin.
Tre giorni; e poi
La pugna e la vittoria; indi il riposo
Là nella bella Italia, in mezzo ai campi
Ondeggianti di spighe, e ne' frutteti
Carchi di poma ai padri nostri ignote;
Fra i tempii antichi e gli atrii, in quella terra
rallegrata dai canti, al sol diletta,
Che i signori del mondo in sen racchiude,
E i martiri di Dio; dove il supremo
Pastore alza le palme, e benedice
Le nostre insegne; ove nemica abbiamo
Una piccola gente, e questa ancora
Tra sé divisa, e mezza mia; la stessa
Gente su cui due volte il mio gran padre
Corse; una gente che si scioglie.
Il resto
Tutto è per noi, tutto ci aspetta.
- Intento,
Dalle vedette sue, miri il nemico
Moversi il nostro campo; e si rallegri.
Sogni il nostro fuggir, sogni del tempio
La scellerata preda, in sua man servo
Sogni il sommo Levita, il comun padre,
Il nostro amico, in fin che giunga Eccardo,
Risvegliator non aspettato.
- E voi,
Vescovi santi e Sacerdoti, al campo
Intimate le preci.
A Dio si voti
Questa impresa, ch'è sua.
Come i miei Franchi,
Umiliati nella polve, innanzi
Al Re de' regi abbasseran la fronte,
Tale i nemici innanzi a lor nel campo.
ATTO TERZO
SCENA PRIMA
Campo de' Longobardi.
Piazza dinanzi alla tenda di Adelchi
ADELCHI, ANFRIDO
ANFRIDO (che sopraggiunge)
Signor!
ADELCHI
Diletto Anfrido; ebben, che fanno
Codesti Franchi? non dan segno ancora
Le tende al tutto di levar?
ANFRIDO
Nessuno
Finora: immoti tuttavia si stanno,
Quali sull'alba li vedesti, quali
Son da tre dì, poi che le prime schiere
Cominciar la ritratta.
Una gran parte
Scorsi del vallo, esaminando; ascesi
Una torre, e guatai: stretti li vidi
In ordinanza, folti, all'erta, in atto
Di chi assalir non pensa, ed in sospetto
Sta d'un assalto; e più si guarda, quanto
Più scemato è di forze; e senza offesa
Ritrarsi agogna, ed il momento aspetta.
ADELCHI
E lo potrà, pur troppo! Ei parte, il vile
Offensor d'Ermengarda, ei che giurava
Di spegner la mia casa; ed io non posso
Spingergli addosso il mio destrier, tenerlo,
Dibattermi con esso.
e riposarmi
Sull'armi sue! Non posso! In campo aperto
Stargli a fronte, non posso! In queste Chiuse,
La fé de' pochi che a guardarle io scelsi,
Il cor di quelli ch'io prendea tra i pochi,
Compagni alle sortite, alla salvezza
Poté bastar d'un regno: i traditori
Stetter lontani dalla pugna, inerti,
Ma contenuti.
In campo aperto, al Franco
Abbandonato da costor sarei,
Solo coi pochi.
Oh vil trionfo! Il messo
Che mi dirà: Carlo è partito, un lieto
Annunzio mi darà: gioia mi fia
Che lunge ei sia dalla mia spada!
ANFRIDO
O dolce
Signor, ti basti questa gloria.
Come
Un vincitor sopra la preda, ei scese
Su questo regno, e vinto or torna; ei vinto
Si confessò quando implorò la pace,
Quando il prezzo ne offerse; e tu sei quello
Che l'hai respinto.
Il padre tuo n'esulta;
Tutto il campo il confessa: i fidi tuoi
Alteri van della tua gloria, alteri
Di dividerla teco; e quei codardi
Che a non amarti si dannar, temerti
Dovranno or più che mai.
ADELCHI
La gloria? il mio
Destino è d'agognarla, e di morire
Senza averla gustata.
Ah no! codesta
Non è ancor gloria, Anfrido.
Il mio nemico
Parte impunito; a nuove imprese ei corre;
Vinto in un lato, ei di vittoria altrove
Andar può in cerca; ei che su un popol regna
D'un sol voler, saldo, gittato in uno,
Siccome il ferro del suo brando; e in pugno
Come il brando lo tiensi.
Ed io sull'empio
Che m'offese nel cor, che per ammenda
Il mio regno assalì, compier non posso
La mia vendetta! Un'altra impresa, Anfrido,
Che sempre increbbe al mio pensier, né giusta
Né gloriosa, si presenta; e questa
Certa ed agevol fia.
ANFRIDO
Torna agli antichi
Disegni il re?
ADELCHI
Dubbiar ne puoi? Securo
Dalle minacce d'esti Franchi, incontro
L'apostolico sire il campo tosto
Ei moverà: noi guiderem sul Tebro
Tutta Longobardia, pronta, concorde
Contro gl'inermi, e fida allor che a certa
E facil preda la conduci.
Anfrido,
Qual guerra! e qual nemico! Ancor ruine
Sopra ruine ammucchierem: l'antica
Nostr'arte è questa: ne' palagi il foco
Porremo e ne' tuguri; uccisi i primi,
I signori del suolo, e quanti a caso
Nell'asce nostre ad inciampar verranno,
Fia servo il resto, e tra di noi diviso;
E ai più sleali e più temuti, il meglio
Toccherà della preda.
- Oh! mi parea,
Pur mi parea che ad altro io fossi nato,
Che ad esser capo di ladron; che il cielo
Su questa terra altro da far mi desse
Che, senza rischio e senza onor, guastarla.
- O mio diletto! O de' miei giorni primi,
De' giochi miei, dell'armi poi, de' rischi
Solo compagno e de' piacer; fratello
Della mia scelta, innanzi a te soltanto
Tutto vola sui labbri il mio pensiero.
Il mio cor m'ange, Anfrido: ei mi comanda
Alte e nobili cose; e la fortuna
Mi condanna ad inique; e strascinato
Vo per la via ch'io non mi scelsi, oscura,
Senza scopo; e il mio cor s'inaridisce,
Come il germe caduto in rio terreno,
E balzato dal vento.
ANFRIDO
Alto infelice!
Reale amico! Il tuo fedel t'ammira,
E ti compiange.
Toglierti la tua
Splendida cura non poss'io, ma posso
Teco sentirla almeno.
Al cor d'Adelchi
Dir che d'omaggi, di potenza e d'oro
Sia contento, il poss'io? dargli la pace
De' vili, il posso? e lo vorrei, potendo?
- Soffri e sii grande: il tuo destino è questo,
Finor: soffri, ma spera: il tuo gran corso
Comincia appena; e chi sa dir, quai tempi,
Quali opre il cielo ti prepara? Il cielo
Che re ti fece, ed un tal cor ti diede.
SCENA SECONDA.
ADELCHI, DESIDERIO
(Anfrido si ritira)
DESIDERIO
Figlio, a te, rege qual son io, m'è tolto
Esser largo d'onor: farti più grande
Nessun mortale il può; ma un premio io tengo
Caro alla tua pietà, la gioia e l'alte
Lodi d'un padre.
Salvator d'un regno,
La tua gloria or comincia: altro più largo
E agevol campo le si schiude.
I dubbi,
Ed il timor, che a' miei disegni un giorno
Tu frapponevi, ecco, gli ha sciolti il tuo
Braccio; ogni scusa il tuo valor ti fura.
Dissipator di Francia! io ti saluto
Conquistator di Roma: al nobil serto
Che non intero mai passò sul capo
Di venti re, tu di tua man porrai
L'ultima fronda, e la più bella.
ADELCHI
A quale
Tu vogli impresa, il tuo guerriero, o padre,
Ubbidiente seguiratti.
DESIDERIO
E a tanto
Acquisto, o figlio, ubbidienza sola
Spinger ti può?
ADELCHI
Questa è in mia mano; e intera
L'avrai, fin ch'io respiro.
DESIDERIO
Ubbidiresti
Biasmando?
ADELCHI
Ubbidirei.
DESIDERIO
Gloria e tormento
Della canizie mia, braccio del padre
Nella battaglia, e ne' consigli inciampo!
Sempre così, sempre fia d'uopo a forza
Traggerti alla vittoria?
SCENA TERZA
Uno SCUDIERO frettoloso e atterrito, e DETTI
LO SCUDIERO
I Franchi! i Franchi!
DESIDERIO
Che dici, insano?
UN ALTRO SCUDIERO
I Franchi, o re.
DESIDERIO
Che Franchi?
(la scena s'affolla di Longobardi fuggitivi) (entra Baudo)
ADELCHI
Baudo, che fu?
BAUDO
Morte e sventura! Il campo
È invaso e rotto d'ogni parte: al dorso
Piombano i Franchi ad assalirci.
DESIDERIO
I Franchi!
Per qual via?
BAUDO
Chi lo sa?
ADELCHI
Corriamo; ei fia
Un drappello sbandato.
(in atto di partire)
BAUDO
Un'oste intera:
Gli sbandati siam noi: tutto è perduto.
DESIDERIO
Tutto è perduto?
ADELCHI
Ebben, compagni, i Franchi?
Non siamo noi qui per essi? Andiam: che importa
Da che parte sian giunti? I nostri brandi,
Per riceverli, abbiamo.
I brandi in pugno!
Ei gli han provati: è una battaglia ancora:
Non v'è sorpresa pel guerrier: tornate;
Via, Longobardi, indietro; ove correte,
Per Dio? La via che avete presa è infame:
Il nemico è di là.
Seguite Adelchi.
(entra Anfrido)
Anfrido!
ANFRIDO
O re, son teco.
ADELCHI (avviandosi)
O padre; accorri.
Veglia alle Chiuse.
(parte seguito da Anfrido, da Baudo e da alcuni Longobardi)
DESIDERIO (ai fuggitivi che attraversano la scena)
Sciagurati! almeno
Alle Chiuse con me: se tanto a core
Vi sta la vita, ivi son torri e mura
Da porla in salvo.
(sopraggiungono soldati fuggitivi dalla parte opposta a quella da cui è partito Adelchi)
UN SOLDATO FUGGITIVO
O re, tu qui? Deh! fuggi.
(attraversa le scene)
DESIDERIO
Infame! al re questo consiglio? E voi,
Da chi fuggite? In abbandon le Chiuse
Voi lasciate così? Che fu? Viltade
V'ha tolto il senno.
(i soldati continuano a fuggire.
Desiderio appunta la spada al petto d'uno di essi e lo ferma)
Senza cor, se il ferro
Fuggir ti fa, questo è pur ferro, e uccide
Come quello de' Franchi.
Al re favella:
Perché fuggite dalle Chiuse?
SOLDATI
I Franchi
Dall'altra parte hanno sorpreso il campo;
Gli abbiam veduti dalle torri.
I nostri
Son dispersi.
DESIDERIO
Tu menti.
Il figliuol mio
Gli ha radunati, e li conduce incontro
A que' pochi nemici.
Indietro!
SOLDATI
O sire,
Non è più tempo: e' non son pochi; e' giungono;
Scampo non v'è: schierati ei sono; e i nostri
Chi qua, chi là, senz'arme, in fuga: Adelchi
Non li raduna: siam traditi.
DESIDERIO (ai fuggitivi che s'affollano)
O vili!
Alle Chiuse salviamci; ivi a difesa
Restar si può.
UN SOLDATO
Sono deserte: i Franchi
Le passeranno; e noi siam posti intanto
Tra due nemici: un piccol varco appena
Resta alla fuga: or or fia chiuso.
DESIDERIO
Ebbene;
Moriam qui da guerrier.
UN ALTRO SOLDATO
Siamo traditi;
Siam venduti al macello.
UN ALTRO SOLDATO
In giusta guerra
Morir vogliam, come a guerrier conviensi,
Non isgozzati a tradimento.
ALTRO SOLDATO
I Franchi!
MOLTI SOLDATI
Fuggiamo!
DESIDERIO
Ebben, correte; anch'io con voi
Fuggo: è destin di chi comanda ai tristi.
(s'avvia coi fuggitivi)
SCENA QUARTA
(parte del campo abbandonato da' Longobardi, sotto alle Chiuse)
CARLO circondato da CONTI FRANCHI, SVARTO
CARLO
Ecco varcate queste Chiuse.
A Dio
Tutto l'onor.
Terra d'Italia, io pianto
Nel tuo sen questa lancia, e ti conquisto.
È una vittoria senza pugna.
Eccardo
Tutto ha già fatto.
(A uno de' Conti)
Su quel colle ascendi,
Guarda se vedi la sua schiera, e tosto
Vieni a darmene avviso.
(il Conte parte)
SCENA QUINTA
RUTLANDO e detti
CARLO
E che? Rutlando,
Tu riedi dal conflitto?
RUTLANDO
O re, ti chiamo
In testimonio, e voi Conti, che in questo
Vil giorno il brando io non cavai: ferisca
Oggi chi vuol: gregge atterrito e sperso,
Io non l'inseguo.
CARLO
E non trovasti alcuno
Che mostrasse la fronte?
RUTLANDO
Incontro io vidi
Un drappello venirmi, ed alla testa
Più duchi avea: sopra lor corsi; e quelli
Calar tosto i vessilli, e fecer segni
Di pace, e amici si gridaro.
- Amici?
Noi l'eravam più assai, quando alle Chiuse
Ci scontravam - Chiesero il re; le spalle
Lor volsi; or li vedrai.
No: s'io sapea
A qual nemico si venia, per certo
Mosso di Francia non sarei.
CARLO
T'accheta,
Prode tra' prodi miei.
Bello è d'un regno,
Sia comunque, l'acquisto; in lungo, il vedi,
Non andrà questo; e non temer che manchi
Da far: Sassonia non è vinta ancora.
(entra il Conte spedito da Carlo)
CONTE (a Carlo)
Eccardo è in campo, e verso noi s'avanza;
Ei procede in battaglia: i Longobardi,
Tra il nostro campo e il suo, sfilati, in folla,
Sfuggono a destra ed a sinistra: il piano,
Che da lui ci divide, or or fia sgombro.
CARLO
Esser dovea così.
CONTE
Vidi un drappello,
Che s'arrendette ai nostri; e a questa volta
Venia correndo.
ALTRO CONTE
È qui.
CARLO
Svarto, son quelli
Che m'annunziasti?
SVARTO
Il son.
- Compagni!
SCENA SESTA
ILDECHI ed altri DUCHI, GIUDICI, SOLDATI LONGOBARDI e DETTI
ILDECHI
O Svarto,
Il re!
CARLO
Son desso.
ILDECHI
(s'inginocchia e mette le sue mani tra quelle di Carlo)
O re de' Franchi e nostro!
Nella tua man vittoriosa accogli
La nostra man devota, e dalla bocca
De' Longobardi tuoi l'omaggio accetta,
A te promesso da gran tempo.
CARLO
Svarto,
Conte di Susa...
SVARTO
O re, qual grazia?...
CARLO
Il nome
Dimmi di questi a me devoti.
SVARTO
Il duca
Di Trento Ildechi, di Cremona Ervigo,
Ermenegildo di Milano, Indolfo
Di Pisa, Vila di Piacenza: questi
Giudici son; questi guerrieri.
CARLO
Alzatevi,
Fedeli miei, giudici e duchi, ognuno
Nel grado suo, per ora.
I primi istanti
Che di riposo avremo, io li destino
Al guiderdon de' vostri merti: il tempo
Questo è d'oprar.
Prodi Fedeli, ai vostri
Fratei tornate; dite lor, che ad una
Gente germana, di german guerrieri
Capo, guerra io non porto: una famiglia
Riprovata dal ciel, del solio indegna,
A balzarnela io venni.
Al vostro regno
Non fia mutato altro che il re.
Vedete
Quel sol? qualunque, in pria ch'ei scenda, omaggio
In mia mano a far venga, o de' Fedeli
Franchi, o di voi, nel grado suo serbato,
Mio Fedel diverrà.
Chi a me dinanzi
Tragga i due che fur regi, un premio aspetti
Pari all'opra.
(i Longobardi partono)
CARLO (a Rutlando in disparte)
Rutlando, ho io chiamati
Prodi costor?
RUTLANDO
Pur troppo.
CARLO
Errato ha il labbro
Del re.
Questa parola ai Franchi miei
In guiderdon la serbo.
Oh! possa ognuno
Dimenticar ch'io proferita or l'abbia.
(s'avvia)
SCENA SETTIMA
ANFRIDO ferito, portato da due FRANCHI, e DETTI
RUTLANDO
Ecco un nemico.
Ove si pugna?
UN FRANCO
Il solo
Che pugnasse, è costui.
CARLO
Solo?
IL FRANCO
Gran parte
Gettan l'arme, o si danno; in fuga a torme
Altri ne van.
Lento ritrarsi e solo
Costui vedemmo, che alle barde, all'armi,
Uom d'alto affar parea: quattro guerrieri
Da un drappel ci spiccammo, e a tutta briglia
Sull'orme sue, pei campi.
Egli inseguito
Nulla affrettò della sua fuga; e quando
Sopra gli fummo, si rivolse.
Arrenditi,
Gli gridiamo; ei ne affronta: al più vicino
Vibra l'asta, e lo abbatte: la ritira,
Prostra il secondo ancor: ma nello stesso
Ferir, percosso dalle nostre ei cadde.
Quando fu al suol, tese le mani in atto
Di supplicante, e ci pregò che, posto
Ogni rancor, sull'aste nostre ei fosse
Portato lungi dal tumulto, in loco
Dove in pace ei si muoia.
Invitto sire,
Meglio da far quivi non c'era: al prego
Ci arrendemmo.
CARLO
E ben feste: a chi resiste
L'ire vostre serbate.
(a Svarto)
Il riconosci?
SVARTO
Anfrido egli è, scudier d'Adelchi.
CARLO
Anfrido,
Tu solo andavi contro a lor?
ANFRIDO
Bisogno
C'è di compagni per morir?
CARLO
Rutlando,
Ecco un prode.
(ad Anfrido)
O guerrier, perché gittavi
Una vita sì degna? e non sapevi
Che nostra divenia? che, a noi cedendo,
Guerrier restavi e non prigion di Carlo?
ANFRIDO
Io viver tuo guerrier, quand'io potea
Morir quello d'Adelchi? Al ciel diletto
È Adelchi, o re.
Da questo giorno infame
Trarrallo il ciel, lo spero, e ad un migliore
Vorrà serbarlo; ma, se mai...
rammenta
Che, regnante o caduto, è tale Adelchi,
Che chi l'offende, il Dio del cielo offende
Nella più pura immagin sua.
Lo vinci
Tu di fortuna e di poter, ma d'alma
Nessun mortale: un che si muor tel dice.
CARLO (ai Conti)
Amar così deve un Fedel.
(ad Anfrido)
Tu porti
Teco la nostra stima.
È il re de' Franchi
Che ti stringe la man, d'onore in segno,
E d'amistà.
Nel suol de' prodi, o prode,
Il tuo nome vivrà; le franche donne
L'udran dal nostro labbro, e il ridiranno
Con riverenza e con pietà: riposo
Ti pregheran.
Fulrado, a questo pio
Presta gli estremi ufizi.
(ai soldati che rimangono)
In lui vedete
Un amico del re.
Conti, ad Eccardo
Incontro andiam: nobil saluto ei merta.
SCENA OTTAVA
Bosco solitario
DESIDERIO, VERMONDO, altri LONGOBARDI fuggiaschi in disordine
VERMONDO
Siamo in salvo, o mio re: scendi, e su queste
Erbe l'antico e venerabil fianco
Riposa alquanto.
O mio signor, ripiglia
Gli affaticati spirti.
Assai dal campo
Siam lunge, e fuor di strada: al nostro orecchio
Lo scellerato mormorio non giunge.
Cinto non sei che di leali.
DESIDERIO
E Adelchi?
VERMONDO
Or or fia qui, lo spero; alla sua traccia
Più d'un fido inviai, che lo ritragga
Dall'empio rischio, a miglior pugna il serbi,
E a questa posta de' leali il guidi.
DESIDERIO
O mio Vermondo, il vecchio rege è stanco,
È stanco - dalla fuga.
VERMONDO
Ahi, traditori!
DESIDERIO
Vili! Nel fango han trascinato i bianchi
Capelli del lor re; l'hanno costretto,
Come un vile, a fuggir.
- Fuggire! e quinci
Non sorgerò che per fuggir di nuovo?
A che pro? dove? in traccia d'un sepolcro
Privo di gloria? - E comple? Io, per costoro,
Fuggir? Chi il regno mi rapì, mi tolga
La vita.
Ebben! quand'io sarò sotterra,
Che mi farà codesto Carlo?
VERMONDO
O nostro
Re per sempre, fa cor: son molti i fidi;
La sorpresa gli ha spersi; a te d'intorno
Li chiamerà l'onor; ti restan tante
Città munite; e Adelchi vive, io spero.
DESIDERIO
Maledetto quel dì che sopra il monte
Alboino salì, che in giù rivolse
Lo sguardo, e disse: Questa terra è mia!
Una terra infedel, che sotto i piedi
De' successori suoi doveva aprirsi,
Ed ingoiarli! Maledetto il giorno,
Che un popol vi guidò, che la dovea
Guardar così! che vi fondava un regno,
Che un'esecranda ora d'infamia ha spento!
VERMONDO
Il re!
DESIDERIO
Figlio, sei tu?
SCENA NONA
ADELCHI, e DETTI
ADELCHI
Padre, ti trovo!
(s'abbracciano)
DESIDERIO
S'io t'avessi ascoltato!
ADELCHI
Oh! che rammenti?
Padre, tu vivi; un alto scopo ancora
È serbato a' miei dì; spender li posso
In tua difesa.
- O mio signor, la lena
Come ti regge?
DESIDERIO
Oh! per la prima volta
Sento degli anni e degli stenti il peso.
Di gravi io ne portai, ma allor non era
Per fuggire un nemico.
ADELCHI (ai Longobardi)
Ecco, o guerrieri,
Il vostro re.
UN LONGOBARDO
Noi morirem per lui!
MOLTI LONGOBARDI
Tutti morrem!
ADELCHI
Quand'è così, salvargli
Forse potrem più che la vita.
- E a questa
Causa, or sì dubbia ma ognor sacra, afflitta
Ma non perduta, voi legate ancora
La vostra fede?
UN LONGOBARDO
A' tuoi guerrieri, Adelchi,
Risparmia i giuri: ai longobardi labbri
Disdicon oggi, o re: somiglian troppo
Allo spergiuro.
Opre ci chiedi: il solo
Segno de' fidi è questo omai.
ADELCHI
V'ha dunque
De' Longobardi ancora! - Ebben; corriamo
Sopra Pavia; fuggiam, salviam per ora
La nostra vita, ma per farla in tempo
Cara costar; donarla al tradimento
Non è valor.
Quanti potrem dispersi
Raccoglierem per via; misti con noi
Ritorneran soldati.
Entro Pavia,
A riposo, a difesa, o padre, intanto
Restar potrai: cinta di mura intatte,
Ricca d'arme è Pavia: due volte Astolfo
Vi si chiuse fuggiasco, e re ne uscìo.
Io mi getto in Verona.
O re, trascegli
L'uom che restar deva al tuo fianco.
DESIDERIO
Il duca
D'Ivrea.
ADELCHI (a Guntigi che s'avanza)
Guntigi, io ti confido il padre.
Il duca di Verona ov'è?
GISELBERTO
(si avanza)
Tra i fidi.
ADELCHI
Meco verrai: nosco trarrem Gerberga.
Triste colui che nella sua sventura
Gli sventurati obblia! Baudo, il tuo posto
Lo sai: chiuditi in Brescia; ivi difendi
Il tuo ducato, ed Ermengarda.
- E voi,
Alachi, Ansuldo, Ibba, Cunberto, Ansprando,
(li sceglie tra la folla)
Tornate al campo: oggi pur troppo ai Franchi
Ponno senza sospetto i Longobardi
Mischiarsi: esaminate i duchi, i conti
Esplorate, e i guerrier: dai traditori
Discernete i sorpresi, e a quei che mesti
Vergognosi, vedrete da codesto
Orrido sogno di viltà destarsi,
Dite ch'è tempo ancor, che i re son vivi,
Che si combatte, che una via rimane
Di morir senza infamia; e li guidate
Alle città munite.
Ei diverranno
Invitti: il brando del guerrier pentito
È ritemprato a morte.
Il tempo, i falli
Dell'inimico, il vostro cor, consigli
Inaspettati vi daranno.
Il tempo
Porterà la salute; il regno è sperso
In questo dì, ma non distrutto!
(partono gli indicati da Adelchi)
DESIDERIO
O figlio!
Tu m'hai renduto il mio vigor: partiamo.
ADELCHI
Padre, io t'affido a questi prodi; or ora
Anch'io teco sarò.
DESIDERIO
Che attendi?
ADELCHI
Anfrido.
Ei dal mio fianco si disgiunse, e volle
Seguirmi da lontan; più presso al rischio
Star, per guardarmi; io non potei dal duro
Voler, da tanta fedeltà distorlo.
Seco indugiarmi, di tua vita in forse,
Io non potea: ma tu sei salvo, e quinci
Non partirò, fin ch'ei non giunga.
DESIDERIO
E teco
Aspetterò.
ADELCHI
Padre...
(a un soldato che sopraggiunge)
Vedesti Anfrido?
IL SOLDATO
Re, che mi chiedi?
ADELCHI
O ciel! favella.
IL SOLDATO
Il vidi
Morto cader.
ADELCHI
Giorno d'infamia e d'ira,
Tu se' compiuto! O mio fratel, tu sei
Morto per me! tu combattesti!...
ed io...
Crudel! perché volesti ad un periglio
Solo andar senza me? Non eran questi
I nostri patti.
Oh Dio!...
Dio, che mi serbi
In vita ancor, che un gran dover mi lasci,
Dammi la forza per compirlo.
- Andiamo.
CORO
Dagli atrii muscosi, dai fori cadenti,
Dai boschi, dall'arse fucine stridenti,
Dai solchi bagnati di servo sudor,
Un volgo disperso repente si desta;
Intende l'orecchio, solleva la testa
Percosso da novo crescente romor.
Dai guardi dubbiosi, dai pavidi volti,
Qual raggio di sole da nuvoli folti,
Traluce de' padri la fiera virtù:
Ne' guardi, ne' volti, confuso ed incerto
Si mesce e discorda lo spregio sofferto
Col misero orgoglio d'un tempo che fu.
S'aduna voglioso, si sperde tremante,
Per torti sentieri, con passo vagante,
Fra tema e desire, s'avanza e ristà;
E adocchia e rimira scorata e confusa
De' crudi signori la turba diffusa,
Che fugge dai brandi, che sosta non ha.
Ansanti li vede, quai trepide fere,
Irsuti per tema le fulve criniere,
Le note latebre del covo cercar;
E quivi, deposta l'usata minaccia,
Le donne superbe, con pallida faccia,
I figli pensosi pensose guatar.
E sopra i fuggenti, con avido brando,
Quai cani disciolti, correndo, frugando,
Da ritta, da manca, guerrieri venir:
Li vede, e rapito d'ignoto contento,
Con l'agile speme precorre l'evento,
E sogna la fine del duro servir.
Udite! Quei forti che tengono il campo,
Che ai vostri tiranni precludon lo scampo,
Son giunti da lunge, per aspri sentier:
Sospeser le gioie dei prandi festosi,
Assursero in fretta dai blandi riposi,
Chiamati repente da squillo guerrier.
Lasciar nelle sale del tetto natio
Le donne accorate, tornanti all'addio,
A preghi e consigli che il pianto troncò:
Han carca la fronte de' pesti cimieri,
Han poste le selle sui bruni corsieri,
Volaron sul ponte che cupo sonò.
A torme, di terra passarono in terra,
Cantando giulive canzoni di guerra,
Ma i dolci castelli pensando nel cor:
Per valli petrose, per balzi dirotti,
Vegliaron nell'arme le gelide notti,
Membrando i fidati colloqui d'amor.
Gli oscuri perigli di stanze incresciose,
Per greppi senz'orma le corse affannose,
Il rigido impero, le fami durâr;
Si vider le lance calate sui petti,
A canto agli scudi, rasente agli elmetti,
Udiron le frecce fischiando volar.
E il premio sperato, promesso a quei forti,
Sarebbe, o delusi, rivolger le sorti,
D'un volgo straniero por fine al dolor?
Tornate alle vostre superbe ruine,
All'opere imbelli dell'arse officine,
Ai solchi bagnati di servo sudor.
Il forte si mesce col vinto nemico,
Col novo signore rimane l'antico;
L'un popolo e l'altro sul collo vi sta.
Dividono i servi, dividon gli armenti;
Si posano insieme sui campi cruenti
D'un volgo disperso che nome non ha.
ATTO QUARTO
SCENA PRIMA
Giardino del monastero di San Salvatore in Brescia
ERMENGARDA, sostenuta da due DONZELLE, ANSBERGA
ERMENGARDA
Qui sotto il tiglio, qui.
(s'adagia sur un sedile)
Come è soave
Questo raggio d'april! come si posa
Sulle frondi nascenti! Intendo or come
Tanto ricerchi il sol colui, che, d'anni
Carco, fuggir sente la vita!
(alle Donzelle)
A voi
Grazie, a voi, che, reggendo il fianco infermo,
Pago feste l'amor ch'oggi mi prese
Di circondarmi ancor di queste aperte
Aure, ch'io prime respirai, del Mella;
Sotto il mio cielo di sedermi, e tutto
Vederlo ancor, fin dove il guardo arriva.
- Dolce sorella, a Dio sacrata madre,
Pietosa Ansberga!
(le porge la mano: le Donzelle si ritirano: Ansberga siede)
- Di tue cure il fine
S'appressa, e di mie pene.
Oh! con misura
Le dispensa il Signor.
Sento una pace
Stanca, foriera della tomba: incontro
L'ora di Dio più non combatte questa
Mia giovinezza doma; e dolcemente,
Più che sperato io non avrei, dal laccio
L'anima, antica nel dolor, si solve.
L'ultima grazia ora ti chiedo: accogli
Le solenni parole, i voti ascolta
Della morente, in cor li serba, e puri
Rendili un giorno a quei ch'io lascio in terra.
- Non turbarti, o diletta: oh! non guardarmi
Accorata così.
Di Dio, nol vedi?,
Questa è pietà.
Vuoi che mi lasci in terra
Pel dì che Brescia assaliran? per quando
Un tal nemico appresserà? che a questo
Ineffabile strazio Ei qui mi tenga?
ANSBERGA
Cara infelice, non temer: lontane
Da noi son l'armi ancor: contra Verona,
Contra Pavia, de' re, dei fidi asilo,
Tutte le forze sue quell'empio adopra;
E, spero in Dio, non basteranno.
Il nostro
Nobil cugin, l'ardito Baudo, il santo
Vescovo Ansvaldo, a queste mura intorno
Del Benaco i guerrieri e delle valli
Han radunati; e immoti stanno, accinti
A difesa mortal.
Quando Verona
Cada e Pavia (Dio, nol consenti!) un novo
Lungo conflitto...
ERMENGARDA
Io nol vedrò: disciolta
Già d'ogni tema e d'ogni amor terreno,
Dal rio sperar, lunge io sarò; pel padre
Io pregherò, per quell'amato Adelchi,
Per te, per quei che soffrono, per quelli
Che fan soffrir, per tutti.
- Or tu raccogli
La mia mente suprema.
Al padre, Ansberga,
Ed al fratel, quando li veda - oh questa
Gioia negata non vi sia! - dirai
Che, all'orlo estremo della vita, al punto
In cui tutto s'obblia, grata e soave
Serbai memoria di quel dì, dell'atto
Cortese, allor che a me tremante, incerta
Steser le braccia risolute e pie,
Né una reietta vergognar; dirai
Che al trono del Signor, caldo, incessante,
Per la vittoria lor stette il mio prego;
E s'Ei non l'ode, alto consiglio è certo
Di pietà più profonda: e ch'io morendo
Gli ho benedetti.
- Indi, sorella...
oh! questo
Non mi negar...
trova un Fedel che possa,
Quando che sia, dovunque, a quel feroce
Di mia gente nemico approssimarsi...
ANSBERGA
Carlo!
ERMENGARDA
Tu l'hai nomato: e sì gli dica:
Senza rancor passa Ermengarda: oggetto
D'odio in terra non lascia, e di quel tanto
Ch'ella sofferse, Iddio scongiura, e spera
Ch'Egli a nessun conto ne chieda, poi
Che dalle mani sue tutto ella prese.
Questo gli dica, e...
se all'orecchio altero
Troppo acerba non giunge esta parola...
Ch'io gli perdono.
- Lo farai?
ANSBERGA
L'estreme
Parole mie riceva il ciel, siccome
Queste tue mi son sacre.
ERMENGARDA
Amata! e d'una
Cosa ti prego ancor: della mia spoglia,
Cui mentre un soffio l'animò, sì larga
Fosti di cure, non ti sia ribrezzo
Prender l'estrema; e la componi in pace.
Questo anel che tu vedi alla mia manca,
Scenda seco nell'urna; ei mi fu dato
Presso all'altar, dinanzi a Dio.
Modesta
Sia l'urna mia: - tutti siam polve: ed io
Di che mi posso gloriar? - ma porti
Di regina le insegne: un sacro nodo
Mi fe' regina: il don di Dio, nessuno
Rapir lo puote, il sai: come la vita,
Dee la morte attestarlo.
ANSBERGA
Oh! da te lunge
Queste memorie dolorose! - Adempi
Il sagrifizio; odi: di questo asilo,
Ove ti addusse pellegrina Iddio,
Cittadina divieni; e sia la casa
Del tuo riposo tua.
La sacra spoglia
Vesti, e lo spirto seco, e d'ogni umana
Cosa l'obblio.
ERMENGARDA
Che mi proponi, Ansberga?
Ch'io mentisca al Signor! Pensa ch'io vado
Sposa dinanzi a Lui; sposa illibata,
Ma d'un mortal.
- Felici voi! felice
Qualunque, sgombro di memorie il core
Al Re de' regi offerse, e il santo velo
Sovra gli occhi posò, pria di fissarli
In fronte all'uom! Ma - d'altri io sono.
ANSBERGA
Oh mai
Stata nol fossi!
ERMENGARDA
Oh mai! ma quella via,
Su cui ci pose il ciel, correrla intera
Convien, qual ch'ella sia, fino all'estremo.
- E, se all'annunzio di mia morte, un novo
Pensier di pentimento e di pietade
Assalisse quel cor? Se, per ammenda
Tarda, ma dolce ancor, la fredda spoglia
Ei richiedesse come sua, dovuta
Alla tomba real? - Gli estinti, Ansberga,
Talor de' vivi son più forti assai.
ANSBERGA
Oh! nol farà.
ERMENGARDA
Tu pia, tu poni un freno
Ingiurioso alla bontà di Lui,
Che tocca i cor, che gode, in sua mercede,
Far che ripari, chi lo fece, il torto?
ANSBERGA
No, sventurata, ei nol farà.
- Nol puote.
ERMENGARDA
Come? perché nol puote?
ANSBERGA
O mia diletta,
Non chieder oltre; obblia.
ERMENGARDA
Parla! alla tomba
Con questo dubbio non mandarmi.
ANSBERGA
Oh! l'empio
il suo delitto consumò.
ERMENGARDA
Prosegui!
ANSBERGA
Scaccialo al tutto dal tuo cor.
Di nuove
Inique nozze ei si fe' reo: sugli occhi
Degli uomini e di Dio, l'inverecondo,
Come in trionfo, nel suo campo ei tragge
Quella Ildegarde sua...
(Ermengarda sviene)
Tu impallidisci!
Ermengarda! non m'odi? Oh ciel! sorelle,
Accorrete! oh che feci!
(entrano le due Donzelle e varie Suore)
Oh! chi soccorso
Le dà? Vedete: il suo dolor l'uccide.
PRIMA SUORA
Fa core; ella respira.
SECONDA SUORA
Oh sventurata!
A questa età, nata in tal loco, e tanto
Soffrir!
UNA DONZELLA
Dolce mia donna!
PRIMA SUORA
Ecco le luci
Apre.
ANSBERGA
Oh che sguardo! Ciel! che fia?
ERMENGARDA (in delirio)
Scacciate
Quella donna, o scudieri! Oh! non vedete
Come s'avanza ardimentosa, e tenta
Prender la mano al re?
ANSBERGA
Svegliati: oh Dio!
Non dir così; ritorna in te; respingi
Questi fantasmi; il nome santo invoca.
ERMENGARDA (in delirio)
Carlo! non lo soffrir: lancia a costei
Quel tuo sguardo severo.
Oh! tosto in fuga
Andranne: io stessa, io sposa tua, non rea
Pur d'un pensiero, intraveder nol posso
Senza tutta turbarmi.
- Oh ciel! che vedo?
Tu le sorridi? Ah no! cessa il crudele
Scherzo; ei mi strazia, io nol sostengo.
- O Carlo,
Farmi morire di dolor, tu il puoi;
Ma che gloria ti fia? Tu stesso un giorno
Dolor ne avresti.
- Amor tremendo è il mio.
Tu nol conosci ancora; oh! tutto ancora
Non tel mostrai; tu eri mio: secura
Nel mio gaudio io tacea; né tutta mai
Questo labbro pudico osato avria
Dirti l'ebbrezza del mio cor segreto.
- Scacciala, per pietà! Vedi; io la temo,
Come una serpe: il guardo suo m'uccide.
- Sola e debol son io: non sei tu il mio
Unico amico? Se fui tua, se alcuna
Di me dolcezza avesti...
oh! non forzarmi
A supplicar così dinanzi a questa
Turba che mi deride...
Oh cielo! ei fugge!
Nelle sue braccia!...
io muoio!...
ANSBERGA
Oh! mi farai
Teco morir!
ERMENGARDA (in delirio)
Dov'è Bertrada? io voglio
Quella soave, quella pia Bertrada!
Dimmi, il sai tu? tu, che la prima io vidi,
Che prima amai di questa casa, il sai?
Parla a questa infelice: odio la voce
D'ogni mortal; ma al tuo pietoso aspetto,
Ma nelle braccia tue sento una vita,
Un gaudio amaro che all'amor somiglia.
- Lascia ch'io ti rimiri, e ch'io mi segga
Qui presso a te: son così stanca! Io voglio
Star presso a te; voglio occultar nel tuo
Grembo la faccia, e piangere: con teco
Piangere io posso! Ah non partir! prometti
Di non fuggir da me, fin ch'io mi levi
Inebbriata dal mio pianto.
Oh! molto
Da tollerarmi non ti resta: e tanto
Mi amasti! Oh quanti abbiam trascorsi insieme
Giorni ridenti! Ti sovvien? varcammo
Monti, fiumi e foreste; e ad ogni aurora
Crescea la gioia del destarsi.
Oh giorni!...
No, non parlarne per pietà! Sa il cielo
S'io mi credea che in cor mortal giammai
Tanta gioia capisse e tanto affanno!
Tu piangi meco! Oh! consolar mi vuoi?
Chiamami figlia: a questo nome io sento
Una pienezza di martir, che il core
M'inonda, e il getta nell'obblio.
(ricade)
ANSBERGA
Tranquilla
Ella moria!
ERMENGARDA (in delirio)
Se fosse un sogno! e l'alba
Lo risolvesse in nebbia! e mi destassi
Molle di pianto ed affannosa; e Carlo
La cagion ne chiedesse, e, sorridendo,
Di poca fe' mi rampognasse!
(ricade in letargo)
ANSBERGA
O Donna
Del ciel, soccorri a questa afflitta!
PRIMA SUORA
Oh! vedi:
Torna la pace su quel volto; il core
Sotto la man più non trabalza.
ANSBERGA
O suora!
Ermengarda! Ermengarda!
ERMENGARDA (riavendosi)
Oh! Chi mi chiama?
ANSBERGA
Guardami; io sono Ansberga: a te d'intorno
Stan le donzelle tue, le suore pie,
Che per la pace tua pregano.
ERMENGARDA
Il cielo
Vi benedica.
- Ah! sì: questi son volti
Di pace e d'amistà.
- Da un tristo sogno
Io mi risveglio.
ANSBERGA
Misera! travaglio
Più che ristoro ti recò sì torba
Quiete.
ERMENGARDA
È ver: tutta la lena è spenta.
Reggimi, o cara; e voi, cortesi, al fido
Mio letticciol traetemi: l'estrema
Fatica è questa che vi doma tutte
Son contate lassù.
- Moriamo in pace.
Parlatemi di Dio: sento ch'Ei giunge.
CORO
Sparsa le trecce morbide
Sull'affannoso petto,
Lenta le palme, e rorida
Di morte il bianco aspetto,
Giace la pia, col tremolo
Sguardo cercando il ciel.
Cessa il compianto: unanime
S'innalza una preghiera:
Calata in su la gelida
Fronte, una man leggiera
Sulla pupilla cerula
Stende l'estremo vel.
Sgombra, o gentil, dall'ansia
Mente i terrestri ardori;
Leva all'Eterno un candido
Pensier d'offerta, e muori:
Fuor della vita è il termine
Del lungo tuo martir.
Tal della mesta, immobile
Era quaggiuso il fato:
Sempre un obblio di chiedere
Che le saria negato;
E al Dio de' santi ascendere
Santa del suo patir.
Ahi! nelle insonni tenebre,
Pei claustri solitari,
Tra il canto delle vergini,
Ai supplicati altari,
Sempre al pensier tornavano
Gl'irrevocati dì;
Quando ancor cara, improvida
D'un avvenir mal fido,
Ebbra spirò le vivide
Aure del Franco lido,
E tra le nuore Saliche
Invidiata uscì:
Quando da un poggio aereo,
Il biondo crin gemmata,
Vedea nel pian discorrere
La caccia affaccendata,
E sulle sciolte redini
Chino il chiomato sir;
E dietro a lui la furia
De' corridor fumanti;
E lo sbandarsi, e il rapido
Redir de' veltri ansanti;
E dai tentati triboli
L'irto cinghiale uscir;
E la battuta polvere
Riga di sangue, colto
Dal regio stral: la tenera
Alle donzelle il volto
Volgea repente, pallida
D'amabile terror.
Oh Mosa errante! oh tepidi
Lavacri d'Aquisgrano!
Ove, deposta l'orrida
Maglia, il guerrier sovrano
Scendea del campo a tergere
Il nobile sudor!
Come rugiada al cespite
Dell'erba inaridita,
Fresca negli arsi calami
Fa rifluir la vita,
Che verdi ancor risorgono
Nel temperato albor;
Tale al pensier, cui l'empia
Virtù d'amor fatica,
Discende il refrigerio
D'una parola amica,
E il cor diverte ai placidi
Gaudii d'un altro amor.
Ma come il sol che, reduce,
L'erta infocata ascende,
E con la vampa assidua
L'immobil aura incende,
Risorti appena i gracili
Steli riarde al suol;
Ratto così dal tenue
Obblio torna immortale
L'amor sopito, e l'anima
Impaurita assale,
E le sviate immagini
Richiama al noto duol.
Sgombra, o gentil, dall'ansia
Mente i terrestri ardori;
Leva all'Eterno un candido
Pensier d'offerta, e muori:
Nel suol che dee la tenera
Tua spoglia ricoprir,
Altre infelici dormono,
Che il duol consunse; orbate
Spose dal brando, e vergini
Indarno fidanzate;
Madri che i nati videro
Trafitti impallidir.
Te, dalla rea progenie
Degli oppressor discesa,
Cui fu prodezza il numero,
Cui fu ragion l'offesa,
E dritto il sangue, e gloria
Il non aver pietà,
Te collocò la provida
Sventura in fra gli oppressi:
Muori compianta e placida;
Scendi a dormir con essi:
Alle incolpate ceneri
Nessuno insulterà.
Muori; e la faccia esanime
Si ricomponga in pace;
Com'era allor che improvida
D'un avvenir fallace,
Lievi pensier virginei
Solo pingea.
Così
Dalle squarciate nuvole
Si svolge il sol cadente,
E, dietro il monte, imporpora
Il trepido occidente;
Al pio colono augurio
Di più sereno dì.
SCENA SECONDA
Notte.
Interno d'un battifredo sulle mura di Pavia.
Un'armatura nel mezzo
GUNTIGI, AMRI
GUNTIGI
Amri, sovvienti di Spoleti?
AMRI
E posso
Obbliarlo, signor?
GUNTIGI
D'allor che, morto
Il tuo signor, solo, dai nostri cinto,
Senza difesa rimanesti? Alzata
Sul tuo capo la scure, un furibondo
Già la calava; io lo ritenni: ai piedi
Tu mi cadesti, e ti gridasti mio.
Che mi giuravi?
AMRI
Ubbidienza e fede
Fino alla morte.
- O mio signor, falsato
Ho il giuro mai?
GUNTIGI
No; ma l'istante è giunto
Che tu lo illustri con la prova.
AMRI
Imponi.
GUNTIGI
Tocca quest'armi consacrate, e giura
Che il mio comando eseguirai; che mai,
Né per timor né per lusinghe, fia,
Mai, dal tuo labbro rivelato.
AMRI (ponendo le mani sull'armi)
Il giuro:
E se quandunque mentirò, mendico
Andarne io possa, non portar più scudo,
Divenir servo d'un Romano.
GUNTIGI
Ascolta.
A me commessa delle mura, il sai,
È la custodia; io qui comando, e a nullo
Ubbidisco che al re.
Su questo spalto
Io ti pongo a vedetta, e quindi ogn'altro
Guerriero allontanai.
Tendi l'orecchio,
E osserva al lume della luna; al mezzo
Quando la notte fia, cheto vedrai
Alle mura un armato avvicinarsi:
Svarto ei sarà...
Perché così mi guardi
Attonito? egli è Svarto, un che tra noi
Era da men di te; che ora tra i Franchi
In alto sta, sol perché seppe accorto
E segreto servir.
Ti basti intanto,
Che amico viene al tuo signor costui.
Col pomo della spada in sullo scudo
Sommessamente ei picchierà: tre volte
Gli renderai lo stesso segno.
Al muro
Una scala ei porrà: quando fia posta,
Ripeti il segno; ei saliravvi: a questo
Battifredo lo scorgi, e a guardia ponti
Qui fuor: se un passo, se un respiro ascolti,
Entra ed avvisa.
AMRI
Come imponi, io tutto
Farò.
GUNTIGI
Tu servi a gran disegno, e grande
Fia il premio.
(Amri parte)
SCENA TERZA
GUNTIGI
Fedeltà? - Che il tristo amico
Di caduto signor, quei che, ostinato
Nella speranza, o irresoluto, stette
Con lui fino all'estremo, e con lui cadde,
Fedeltà! fedeltà! gridi, e con essa
Si consoli, sta ben.
Ciò che consola,
Creder si vuol senza esitar.
- Ma quando
Tutto perder si puote, e tutto ancora
Si può salvar; quando il felice, il sire
Per cui Dio si dichiara, il consacrato
Carlo un messo m'invia, mi vuole amico,
M'invita a non perir, vuol dalla causa
Della sventura separar la mia...
A che, sempre respinta, ad assalirmi
Questa parola fedeltà ritorna,
Simile all'importuno? e sempre in mezzo
De' miei pensier si getta, e la consulta
Ne turba? - Fedeltà! Bello è con essa
Ogni destin, bello il morir.
- Chi 'l dice?
Quello per cui si muor.
- Ma l'universo
Seco il ripete ad una voce, e grida
Che, anco mendico e derelitto, il fido
Degno è d'onor, più che il fellon tra gli agi
E gli amici.
- Davver? Ma, s'egli è degno,
Perché è mendico e derelitto? E voi
Che l'ammirate, chi vi tien che in folla
Non accorriate a consolarlo, a fargli
Onor, l'ingiurie della sorte iniqua
A ristorar? Levatevi dal fianco
Di que' felici che spregiate, e dove
Sta questo onor fate vedervi: allora
Vi crederò.
Certo, se a voi consiglio
Chieder dovessi, dir m'udrei: rigetta
L'offerte indegne; de' tuoi re dividi,
Qual ch'ella sia, la sorte.
- E perché tanto
A cor questo vi sta? Perché, s'io cado,
Io vi farò pietà; ma se, tra mezzo
Alle rovine altrui, ritto io rimango,
Se cavalcar voi mi vedrete al fianco
Del vincitor che mi sorrida, allora
Forse invidia farovvi; e più v'aggrada
Sentir pietà che invidia.
Ah! non è puro
Questo vostro consiglio.
- Oh! Carlo anch'egli
In cor ti spregerà.
- Chi ve l'ha detto?
Spregia egli Svarto, un uom di guerra oscuro,
Che ai primi gradi alzò? Quando sul volto
Quel potente m'onori, il core a voi
Chi 'l rivela? E che importa? Ah! voi volete
Sparger di fiele il nappo, a cui non puote
Giungere il vostro labbro.
A voi diletta
Veder grandi cadute, ombre d'estinta
Fortuna, o favellarne, e nella vostra
Oscurità racconsolarvi: è questo
Di vostre mire il segno: un più ridente
Splende alla mia; né di toccarlo il vostro
Vano clamor mi riterrà.
Se basta
I vostri plausi ad ottener, lo starsi
Fermo alle prese col periglio, ebbene,
Un tremendo io ne affronto: e un dì saprete
Che a questo posto più mestier coraggio
Mi fu, che un giorno di battaglia in campo.
Perché, se il rege, come suol talvolta,
Visitando le mura, or or qui meco
Svarto trovasse a parlamento, Svarto,
Un di color, ch'ei traditori, e Carlo
Noma Fedeli...
oh! di guardarsi indietro
Non è più tempo: egli è destin, che pera
Un di noi due; far deggio in modo, o Veglio,
Ch'io quel non sia.
SCENA QUARTA
GUNTIGI, SVARTO, AMRI
SVARTO
Guntigi!
GUNTIGI
Svarto!
(ad Amri)
Alcuno
Non incontrasti?
AMRI
Alcun.
GUNTIGI
Qui intorno veglia.
(Amri parte)
SCENA QUINTA
GUNTIGI, SVARTO
SVARTO
Guntigi, io vengo, e il capo mio commetto
Alla tua fede.
GUNTIGI
E tu n'hai pegno; entrambi
Un periglio corriamo.
SVARTO
E un premio immenso
Trarne, sta in te.
Vuoi tu fermar la sorte
D'un popolo e la tua?
GUNTIGI
Quando quel Franco
Prigion condotto entro Pavia, mi chiese
Di segreto parlar, messo di Carlo
Mi si scoverse, e in nome suo mi disse
Che l'ira di nemico a volger pronto
In real grazia egli era, e in me speranza
Molta ponea; che ogni mio danno avria
Riparato da re; che tu verresti
A trattar meco; io condiscesi: un pegno
Chiese da me; tosto de' Franchi al campo
Nascosamente il mio figliuol mandai
Messo insieme ed ostaggio; e certo ancora
Del mio voler non sei? Fermo è del pari
Carlo nel suo?
SVARTO
Dubbiar ne puoi?
GUNTIGI
Ch'io sappia
Ciò ch'ei desia, ciò ch'ei promette.
Ei prese
La mia cittade, e ne fe' dono altrui;
Né resta a me che un titol vano.
SVARTO
E giova
Che dispogliato altri ti creda, e quindi
lmplacabile a Carlo.
Or sappi; il grado
Che già tenesti, tu non l'hai lasciato
Che per salir.
Carlo a' tuoi pari dona
E non promette: Ivrea perdesti: il Conte,
Prendi,
(gli porge un diploma)
sei di Pavia.
GUNTIGI
Da questo istante
Io l'ufizio ne assumo; e fiane accorto
Dall'opre il signor mio.
Gli ordini suoi
Nunziami, o Svarto.
SVARTO
Ei vuol Pavia; captivo
Vuole in sua mano il re; l'impresa allora
Precipita al suo fin.
Verona a stento
Chiusa ancor tiensi: tranne pochi, ognuno
Brama d'uscirne, e dirsi vinto: Adelchi
Sol li ritien; ma quando Carlo arrivi,
Vincitor di Pavia, di resistenza
Chi parlerà? L'altre città che sparse
Tengonsi, e speran nell'indugio ancora,
Cadon tutte in un dì, membra disciolte
D'avulso capo: i re caduti, è tolto
Ogni pretesto di vergogna: al duro
Ostinato ubbidir manca il comando:
Ei regna, e guerra più non v'è.
GUNTIGI
Sì, certo
Pavia gli è d'uopo; ed ei l'avrà: domani,
Non più tardi, l'avrà.
Verso la porta
Occidental con qualche schiera ei venga:
Finga quivi un assalto; io questa opposta
Terrò sguernita, e vi porrò sol pochi
Miei fidi: accesa ivi la mischia, a questa
Ei corra; aperta gli sarà.
- Ch'io, preso
Il re consegni al suo nemico, questo
Carlo da me non chieda; io fui vassallo
Di Desiderio, in dì felici, e il mio
Nome d'inutil macchia io coprirei.
Cinto di qua, di là, lo sventurato
Sfuggir non può.
SVARTO
Felice me, che a Carlo
Tal nunzio apporterò! Te più felice,
Che puoi tanto per lui! - Ma dimmi ancora:
Che si pensa in Pavia? Quei che il crollante
Soglio reggere han fermo, o insieme seco
Precipitar, son molti ancora? o all'astro
Trionfator di Carlo i guardi alfine
Volgonsi e i voti? e agevol fia, siccome
L'altra già fu, questa vittoria estrema?
GUNTIGI
Stanchi e sfidati i più, sotto il vessillo
Stanno sol per costume: a lor consiglia
Ogni pensier di abbandonar cui Dio
Già da gran tempo abbandonò; ma in capo
D'ogni pensier s'affaccia una parola
Che li spaventa: tradimento.
Un'altra
Più saggia a questi udir farò: salvezza
Del regno; e nostri diverran: già il sono.
Altri, inconcussi in loro amor, da Carlo
Ormai nulla sperando...
SVARTO
Ebben, prometti:
Tutti guadagna.
GUNTIGI
Inutil rischio ei fia.
Lascia perir chi vuol perir; senz'essi
Tutto compir si può.
SVARTO
Guntigi, ascolta.
Fedel del Re de' Franchi io qui favello
A un suo Fedel; ma Longobardo pure
A un Longobardo.
I patti suoi, lo credo,
Carlo terrà; ma non è forse il meglio
Esser cinti d'amici? in una folla
Di salvati da noi?
GUNTIGI
Fiducia, o Svarto,
Per fiducia ti rendo.
Il dì che Carlo
Senza sospetto regnerà, che un brando
Non resterà che non gli sia devoto...
Guardiamci da quel dì! Ma se gli sfugge
Un nemico, e respira, e questo novo
Regno minaccia, non temer che sia
Posto in non cal chi glielo diede in mano.
SVARTO
Saggio tu parli e schietto.
- Odi: per noi
Sola via di salute era pur quella
Su cui corriamo; ma d'inciampi è sparsa
E d'insidie: il vedrai.
Tristo a chi solo
Farla vorrà.
- Poi che la sorte in questa
Ora solenne qui ci unì, ci elesse
All'opera compagni ed al periglio
Di questa notte, che obbliata mai
Da noi non fia, stringiamo un patto, ad ambo
Patto di vita.
Sulla tua fortuna
Io di vegliar prometto; i tuoi nemici
Saranno i miei.
GUNTIGI
La tua parola, o Svarto,
Prendo, e la mia ti fermo.
SVARTO
In vita e in morte.
GUNTIGI
Pegno la destra.
(gli porge la destra: Svarto la stringe)
Al re de' Franchi, amico,
Reca l'omaggio mio.
SVARTO
Doman!
GUNTIGI
Domani.
Amri!
(entra Amri.)
È sgombro lo spalto?
AMRI
È sgombro; e tutto
Tace d'intorno.
GUNTIGI (ad Amri, accennando Svarto)
Il riconduci.
SVARTO
Addio.
ATTO QUINTO
SCENA PRIMA
Palazzo reale in Verona
ADELCHI, GISELBERTO, duca di Verona
GISELBERTO
Costretto, o re, dell'oste intera io vengo
A nunziarti il voler: duchi e soldati
Chiedon la resa.
A tutti è noto, e indarno
Celar si volle, che Pavia le porte
Al Franco aprì che il vincitor s'affretta
Sopra Verona; e che pur troppo ei tragge
Captivo il re.
Co' figli suoi Gerberga
Già incontro a Carlo uscì, dell'aspro sire
Più ancor fidando nel perdon, che in una
Impotente amistà.
Verona attrita
Dal lungo assedio, di guerrier, di scorte
Scema, non forte assai contra il nemico
Che già la stringe, non potrà la foga
Dei sorvegnenti sostener; né quelli
Che l'han difesa fino ad or, se pochi
Ne traggi, o re, vogliono al rischio starsi
Di pugna impari, e di spietato assalto.
Fin che del fare e del soffrir concesso
Era un frutto sperar, fenno e soffriro;
Quanto il dover, quanto l'onor chiedea,
Il diero: ai mali che non han più scopo
Chiedono il fine.
ADELCHI
Esci: la mia risposta
Tra poco avrai.
(Giselberto parte)
SCENA SECONDA
ADELCHI
Va, vivi, invecchia in pace;
Resta un de' primi di tua gente: il merti:
Va, non temer; sarai vassallo: il tempo
È pe' tuoi pari.
- Anche il comando udirsi
Intimar de' codardi, e di chi trema
Prender la legge! è troppo.
Han risoluto!
Voglion, perché son vili! e minacciosi
Li fa il terror; né soffriran che a questo
Furor di codardia s'opponga alcuno,
Che resti un uom tra loro! - Oh cielo! il padre
Negli artigli di Carlo! I giorni estremi
Uomo d'altrui vivrà, soggetto al cenno
Di quella man, che non avria voluto
Come amico serrar; mangiando il pane
Di chi l'offese, e l'ebbe a prezzo! E nulla
Via di cavarlo dalla fossa, ov'egli
Rugge tradito e solo, e chiama indarno
Chi salvarlo non può! nulla! - Caduta
Brescia, e il mio Baudo, il generoso, astretto
Anch'ei le porte a spalancar da quelli
Che non voglion morire.
Oh più di tutti
Fortunata Ermengarda! Oh giorni! oh casa
Di Desiderio, ove d'invidia è degno
Chi d'affanno morì! - Di fuor costui,
Che arrogante s'avanza, e or or verrammi
Ad intimar che il suo trionfo io compia;
Qui la viltà che gli risponde, ed osa
Pressarmi; - è troppo in una volta! Almeno
Finor, perduta anche la speme, il loco
V'era all'opra; ogni giorno il suo domani,
Ed ogni stretta il suo partito avea.
Ed ora...
ed or, se in sen de' vili un core
Io piantar non potei, potranno i vili
Togliere al forte, che da forte ei pera?
Tutti alfin non son vili: udrammi alcuno;
Più d'un compagno troverò, s'io grido:
Usciam costoro ad incontrar; mostriamo
Che non è ver che a tutto i Longobardi
Antepongon la vita; e...
se non altro,
Morrem.
- Che pensi? Nella tua rovina
Perché quei prodi strascinar? Se nulla
Ti resta a far quaggiù, non puoi tu solo
Morir? Nol puoi? Sento che l'alma in questo
Pensier riposa alfine: ei mi sorride,
Come l'amico che sul volto reca
Una lieta novella.
Uscir di questa
Ignobil calca che mi preme; il riso
Non veder del nemico; e questo peso
D'ira, di dubbio e di pietà, gittarlo!...
Tu, brando mio, che del destino altrui
Tante volte hai deciso, e tu, secura
Mano avvezza a trattarlo...
e in un momento
Tutto è finito.
- Tutto? Ah sciagurato!
Perché menti a te stesso? Il mormorio
Di questi vermi ti stordisce; il solo
Pensier di starti a un vincitor dinanzi
Vince ogni tua virtù; l'ansia di questa
Ora t'affrange, e fa gridarti: è troppo!
E affrontar Dio potresti? e dirgli: io vengo
Senza aspettar che tu mi chiami; il posto
Che m'assegnasti, era difficil troppo;
E l'ho deserto! - Empio! fuggire? e intanto,
Per compagnia fino alla tomba, al padre
Lasciar questa memoria; il tuo supremo
Disperato sospir legargli! Al vento,
Empio pensier.
- L'animo tuo ripiglia,
Adelchi; uom sii.
Che cerchi? In questo istante
D'ogni travaglio il fin tu vuoi: non vedi,
Che in tuo poter non è? - T'offre un asilo
Il greco imperador.
Sì; per sua bocca
Te l'offre Iddio: grato l'accetta: il solo
Saggio partito, il solo degno è questo.
Conserva al padre la sua speme: ei possa
Reduce almeno e vincitor sognarti,
Infrangitor de' ceppi suoi, non tinto
Del sangue sparso disperando.
- E sogno
Forse non fia: da più profondo abisso
Altri già sorse: non fa patti eterni
Con alcun la fortuna: il tempo toglie
E dà: gli amici, il successor li crea.
- Teudi!
SCENA TERZA
ADELCHI, TEUDI
TEUDI
Mio re.
ADELCHI
Restano amici ancora
Al re che cade?
TEUDI
Sì: color che amici
Eran d'Adelchi.
ADELCHI
E che partito han preso?
TEUDI
L'aspettano da te.
ADELCHI
Dove son essi?
TEUDI
Qui nel palazzo tuo, lungi dai tristi
A cui sol tarda d'esser vinti appieno.
ADELCHI
Tristo, o Teudi, il valor disseminato
Tra la viltà! - Compagni alla mia fuga
Io questi prodi prenderò: null'altro
Far ne poss'io; nulla ei per me far ponno,
Che seguirmi a Bisanzio.
Ah! se avvi alcuno
Cui venga in mente un più gentil consiglio,
Per pietà, me lo dia.
- Da te, mio Teudi,
Un più coral servigio, un più fidato
Attendo ancor: resta per ora; al padre
Fa che di me questa novella arrivi:
Ch'io son fuggito, ma per lui; ch'io vivo,
Per liberarlo un dì; che non disperi.
Vieni, e m'abbraccia: a dì più lieti! - Al duca
Di Verona dirai che non attenda
Ordini più da me.
- Sulla tua fede
Riposo, o Teudi.
TEUDI
Oh! la secondi il cielo.
(escono dalle parti opposte)
SCENA QUARTA
Tenda nel campo di Carlo sotto Verona
CARLO, un ARALDO, ARVINO, CONTI
CARLO
Vanne, araldo, in Verona; e al duca, a tutti
I suoi guerrier questa parola esponi:
Re Carlo è qui: le porte aprite; egli entra
Grazioso signor; se no, più tarda
L'entrata fia, ma non men certa; e i patti
Quali un solo li detta, e inacerbito.
(l'Araldo parte)
ARVINO
Il vinto re chiede di parlarti, o sire.
CARLO
Che vuol?
ARVINO
Nol disse; ma pietosa istanza
Egli ne fea.
CARLO
Venga.
(Arvino parte)
Vediam colui,
Che destinata a un'altra fronte avea
La corona di Carlo.
(ai Conti)
Ite: alle mura
La custodia addoppiate; ad ogni sbocco
Si vegli in arme: e che nessun mi sfugga.
SCENA QUINTA
CARLO, DESIDERIO
CARLO
A che vieni, infelice? E che parola
Correr puote tra noi? Decisa il cielo
Ha la nostra contesa; e più non resta
Di che garrir.
Tristi querele e pianto
Sparger dinanzi al vincitor, disdice
A chi fu re; né a me con detti acerbi
L'odio antico appagar lice, né questo
Gaudio superbo che in mio cor s'eleva,
Ostentarti sul volto; onde sdegnato
Dio non si penta, e alla vittoria in mezzo
Non m'abbandoni ancor.
Né, certo, un vano
Da me conforto di parole attendi.
Che ti direi? ciò che t'accora, è gioia
Per me; né lamentar posso un destino,
Ch'io non voglio mutar.
Tal del mortale
È la sorte quaggiù: quando alle prese
Son due di lor, forza è che l'un piangendo
Esca dal campo.
Tu vivrai; null'altro
Dono ha Carlo per te.
DESIDERIO
Re del mio regno,
Persecutor del sangue mio, qual dono
Ai re caduti sia la vita, il sai?
E pensi tu, ch'io vinto, io nella polve,
Di gioia anco una volta inebbriarmi
Non potrei? del velen che il cor m'affoga,
Il tuo trionfo amareggiar? parole
Dirti di cui ti sovverresti, e in parte
Vendicato morir? Ma in te del cielo
Io la vendetta adoro, e innanzi a cui
Dio m'inchinò, m'inchino: a supplicarti
Vengo; e m'udrai; ché degli afflitti il prego
È giudizio di sangue a chi lo sdegna.
CARLO
Parla.
DESIDERIO
In difesa d'Adrian, tu il brando
Contro di me traesti?
CARLO
A che domandi
Quello che sai?
DESIDERIO
Sappi tu ancor che solo
Io nemico gli fui, che Adelchi - e m'ode
Quel Dio che è presso ai travagliati - Adelchi
Al mio furor preghi, consigli, ed anche,
Quanto è concesso a pio figliuol, rampogne
Mai sempre oppose: indarno!
CARLO
Ebben?
DESIDERIO
Compiuta
È la tua impresa: non ha più nemici
Il tuo Romano: intera, e tal che basti
Al cor più fiacco ed iracondo, ei gode
La sicurezza e la vendetta.
A questo
Tu scendevi, e l'hai detto: allor tu stesso
Segnasti il termin dell'offesa.
Ell'era
Causa di Dio, dicevi.
È vinta; e nulla
Più ti domanda Iddio.
CARLO
Tu legge imponi
Al vincitor?
DESIDERIO
Legge? Oh! ne' detti miei
Non ti fingere orgoglio, onde sdegnarli.
O Carlo, il ciel molto ti die': ti vedi
Il nemico ai ginocchi, e dal suo labbro
Odi il prego sommesso e la lusinga;
Nel suolo ov'ei ti combattea, tu regni.
Ah! non voler di più: pensa che abborre
Gli smisurati desideri il cielo.
CARLO
Cessa.
DESIDERIO
Ah! m'ascolta: un dì tu ancor potresti
Assaggiar la sventura, e d'un amico
Pensier che ti conforti, aver bisogno;
E allor gioconda ti verrebbe in mente
Di questo giorno la pietà.
Rammenta
Che innanzi al trono dell'Eterno un giorno
aspetterai tremando una risposta,
O di mercede o di rigor, com'io
Dal tuo labbro or l'aspetto.
Ahi! già venduto
Il mio figlio t'è forse! Oh! se quell'alto
Spirto indomito, ardente, consumarsi
Deve in catene!...
Ah no! pensa che reo
Di nulla egli è; difese il padre: or questo
Gli è tolto ancor.
Che puoi temer? Per noi
Non c'è brando che fera: a te vassalli
Son quei che il furo a noi: da lor tradito
Tu non sarai: tutto è leale al forte.
Italia è tua; reggila in pace; un rege
Prigion ti basti; a stranio suol consenti
Che il figliuol mio...
CARLO
Non più; cosa mi chiedi
Tu! che da me non otterria Bertrada.
DESIDERIO
- Io ti pregava! io, che per certo a prova
Conoscerti dovea! Nega; sul tuo
Capo il tesor della vendetta addensa.
Ti fe' l'inganno vincitor; superbo
La vittoria ti faccia e dispietato.
Calca i prostrati, e sali; a Dio rincresci...
CARLO
Taci, tu che sei vinto.
E che? pur ieri
La mia morte sognavi, e grazie or chiedi,
Qual converria, se, nella facil ora
Di colloquio ospital, lieto io sorgessi
Dalla tua mensa! E perché amica e pari
Non sonò la risposta al tuo desio,
Anco mi vieni a imperversar d'intorno,
Come il mendico che un rifiuto ascolta!
Ma quel che a me tu preparavi - Adelchi
Era allor teco - non ne parli: or io
Ne parlerò.
Da me fuggia Gerberga,
Da me cognato, e seco i figli, i figli
Del mio fratel traea, di strida empiendo
Il suo passaggio, come augel che i nati
Trafuga all'ugna di sparvier.
Mentito
Era il terror: vero soltanto il cruccio
Di non regnar; ma obbrobriosa intanto
Me una fama pingea quasi un immane
Vorator di fanciulli, un parricida.
Io soffriva, e tacea.
Voi premurosi
La sconsigliata raccettaste, ed eco
Feste a quel suo garrito.
Ospiti voi
De' nipoti di Carlo! Difensori
Voi, del mio sangue, contro me! Tornata
Or finalmente è, se nol sai, Gerberga
A cui fuggir mai non doveva; a questo
Tutor tremendo i figli adduce, e fida
Le care vite a questa man.
Ma voi,
Altro che vita, un più superbo dono
Destinavate a' miei nipoti.
Al santo
Pastor chiedeste, e non fu inerme il prego,
Che sulle chiome de' fanciulli, al peso
Non pur dell'elmo avvezze, ei, da spergiuro,
L'olio versasse del Signor.
Sceglieste
Un pugnal, l'affilaste, e al più diletto
Amico mio por lo voleste in pugno,
Perch'egli in cor me lo piantasse.
E quando
Io, tra 'l Vèsero infido o la selvaggia
Elba, i nemici a debellar del cielo
Mi sarei travagliato, in Francia voi
Correre, insegna contro insegna, e crisma
Contro crisma levar, perfidi! e pormi
In un letto di spine, il più giocondo
De' vostri sogni era codesto.
Al cielo
Parve altrimenti.
Voi tempraste al mio
Labbro un calice amaro; ei v'è rimasto:
Votatelo.
Di Dio tu mi favelli;
S'io nol temessi, il rio che tanto ardia
Pensi che in Francia il condurrei captivo?
Cogli ora il fior che hai coltivato, e taci.
Inesausta di ciance è la sventura;
Ma del par sofferente e infaticato
Non è d'offeso vincitor l'orecchio.
SCENA SESTA
CARLO, DESIDERIO, ARVINO
ARVINO
Viva re Carlo! Al cenno tuo, dai valli
Calan le insegne; strepitando a terra
Van le sbarre nemiche; ai claustri aperti
Ognun s'affolla, ed all'omaggio accorre.
DESIDERIO
Ahi dolente, che ascolto! e che mi resta
Ad ascoltar!
CARLO
Né si sottrasse alcuno?
ARVINO
Nessuno, o re: pochi il tentar, ma invano.
Sorpresi nella fuga, d'ogni parte
Cinti, pugnar fino all'estremo; e tutti
Restar sul campo, quale estinto, e quale
Ferito a morte.
CARLO
E son?
ARVINO
Tale è presente,
A cui troppo dorrà, se tutto io dico.
DESIDERIO
Nunzio di morte, tu l'hai detto.
CARLO
Adelchi
Dunque perì?
DESIDERIO
Parla, o crudele, al padre.
ARVINO
La luce ei vede, ma per poco, offeso
D'immedicabil colpo.
Il padre ei chiede,
E te pur anche, o sire.
DESIDERIO
E questo ancora
Mi negherai?
CARLO
No, sventurato.
- Arvino,
Fa ch'ei sia tratto a questa tenda; e digli
Che non ha più nemici.
SCENA SETTIMA
CARLO, DESIDERIO
DESIDERIO
Oh! come grave
Sei tu discesa sul mio capo antico,
Mano di Dio! Qual mi ritorni il figlio!
Figlio, mia sola gloria, io qui mi struggo,
E tremo di vederti.
Io del tuo corpo
Mirerò la ferita! io che dovea
Esser pianto da te! Misero! io solo
Ti trassi a ciò: cieco amator, per farti
Più bello il soglio, io ti scavai la tomba!
Se ancor, tra il canto de' guerrier, caduto
Fossi in un giorno di vittoria! o chiusi,
Tra il singulto de' tuoi, tra il riverente
Dolor de' fidi, sul real tuo letto,
Gli occhi io t'avessi...
ah! saria stato ancora
Ineffabil cordoglio! Ed or morrai
Non re, deserto, al tuo nemico in mano,
Senza lamenti che del padre, e sparsi
Innanzi ad uom che in ascoltarli esulta?
CARLO
Veglio, t'inganna il tuo dolor.
Pensoso,
Non esultante, d'un gagliardo il fato
Io contemplo, e d'un re.
Nemico io fui
D'Adelchi; egli era il mio, né tal, che in questo
Novello seggio io riposar potessi,
Lui vivo, e fuor delle mie mani.
Or egli
Stassi in quelle di Dio: quivi non giunge
La nimistà d'un pio.
DESIDERIO
Dono funesto
La tua pietà, s'ella giammai non scende,
Che sui caduti senza speme in fondo;
Se allor soltanto il braccio tuo rattieni,
Che più loco non trovi alle ferite.
SCENA OTTAVA
CARLO, DESIDERIO, ADELCHI, ferito e portato
DESIDERIO
Ahi, figlio!
ADELCHI
O padre, io ti rivedo! Appressa;
Tocca la mano del tuo figlio.
DESIDERIO
Orrendo
M'è il vederti così.
ADELCHI
Molti sul campo
Cadder così per la mia mano.
DESIDERIO
Ahi, dunque
Insanabile, o caro, è questa piaga?
ADELCHI
Insanabile.
DESIDERIO
Ahi lasso! ahi guerra atroce!
Io crudel che la volli; io che t'uccido!
ADELCHI
Non tu, né questi, ma il Signor d'entrambi.
DESIDERIO
Oh desiato da quest'occhi, oh quanto
Lunge da te soffersi! Ed un pensiero
Fra tante ambasce mi reggea, la speme
Di narrartele un giorno, in una fida
Ora di pace.
ADELCHI
Ora per me di pace,
Credilo, o padre, è giunta; ah! pur che vinto
Te dal dolor quaggiù non lasci.
DESIDERIO
Oh fronte
Balda e serena! oh man gagliarda! oh ciglio
Che spiravi il terror!
ADELCHI
Cessa i lamenti,
Cessa o padre, per Dio! Non era questo
Il tempo di morir? Ma tu, che preso
Vivrai, vissuto nella reggia, ascolta.
Gran segreto è la vita
...
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