ADELCHI, di Alessandro Manzoni - pagina 1
ADELCHI, di Alessandro Manzoni
TRAGEDIA
L'AUTORE
Roma col suo ducato apparteneva pure in titolo agli imperatori; ma la loro autorità vi si andava restringendo e indebolendo di giorno in giorno, e vi cresceva quella de' pontefici (ii).
754
Astolfo, re de' Longobardi, ne invade alcune, e minaccia il rimanente.
Il papa Stefano II si porta a Parigi, e chiede soccorso a Pipino, che unge in re de' Franchi.
755
Vicino a questa città, si presentarono a Pipino due messi di Costantino Copronimo imperatore, a pregarlo, con promesse di gran doni, che rimettesse all'Impero le città dell'esarcato, che aveva riprese ai Longobardi.
Così fu troncata brevemente nel fatto quella curiosa questione, sul diritto della quale s'è disputato fino ai nostri giorni inclusivamente: tanto l'ingegno umano si ferma con piacere in una questione mal posta.
Astolfo, stretto in Pavia, venne di nuovo a patti, e rinnovò le vecchie promesse.
Pipino se ne tornò in Francia, e mandò al papa la donazione in iscritto.
756
Ratchis, quel fratello d'Astolfo, ch'era stato re prima di lui, e s'era fatto monaco, ambisce di nuovo il regno; esce dal chiostro, fa raccolta di uomini e va contro Desiderio.
Questo ricorre al papa ; il quale, fattogli promettere che consegnerebbe le città già occupate da Astolfo, e non ancora rilasciate (vi), consente a favorirlo, e consiglia a Ratchis di ritornarsene a Montecassino.
Ratchis ubbidisce e Desiderio rimane re de' Longobardi.
Non si sa precisamente in qual anno, ma certo in uno dei primi del suo regno, Desiderio fondò, insieme con Ansa sua moglie, il monastero di San Salvatore, che fu poi detto di Santa Giulia, in Brescia: Ansberga, o Anselperga, figlia di Desiderio, ne fu la prima badessa (vii).
758
Desiderio gli attacca, gli sconfigge, fa prigioniero Alboino, e mette in fuga Liutprando (viii).
In quest'anno, o nel seguente, fu associato al regno il figliuolo di Desiderio, nelle lettere de' papi e nelle cronache chiamato Adelgiso, Atalgiso, o anche Algiso, ma negli atti pubblici, Adelchis.
770
Stefano III scrive ai re Franchi la celebre lettera, con la quale cerca di dissuaderli dal contrarre un tal parentado (x).
Ciononostante, Bertrada condusse seco in Francia Ermengarda; e Carlo, che fu poi detto il magno, la sposò (xi).
Il matrimonio di Gisla con Adelchi non fu concluso.
771
Carlo, non si sa bene per qual cagione, ripudia Ermengarda, e sposa Ildegarde, di nazione Sveva (xii).
La madre di Carlo biasimò il divorzio; e questo fu cagione del solo dissapore che sia mai nato tra loro (xiii).
Muore Carlomanno: Carlo accorre a Carbonac nella Selva Ardenna, al confine de' due regni: ottiene i voti degli elettori: è nominato re in luogo del fratello; e riunisce così gli stati divisi alla morte di Pipino.
Gerberga, vedova di Carlomanno, fugge co' suoi due figli, e con alcuni baroni, e si ricovera presso Desiderio.
Carlo ne fu punto sul vivo (xiv).
772
A Stefano III succede Adriano.
Desiderio invade altre terre della Donazione (xv).
772-774
Per un re barbaro e di tempi barbari, il ritrovato non era senza merito.
Ma Adriano si mostrò, come doveva, allienissimo dal secondare un tal disegno; del resto, disse d'esser pronto ad abboccarsi col re, dove a quei fosse piaciuto, quando però fossero state restituite alla Chiesa le terre occupate (xvii).
Desiderio ne invase dell'altre, e le mise a ferro e fuoco (xviii).
In tali angustie, e dopo avere invano spedito un'ambasciata, a supplicarlo e ad ammonirlo, Adriano mandò un legato a chieder soccorso a Carlo (xix).
Poco dopo, arrivarono a Roma tre inviati di questo, Albino suo confidente(xx), Giorgio vescovo, e Wulfardo abate, per accertarsi se le città della Chiesa erano state sgomberate, come Desiderio voleva far credere in Francia.
Il papa, quando partirono, mandò in loro compagnia una nuova ambasciata, per fare un ultimo tentativo con Desiderio; il quale, non potendo più ingannar nessuno, disse che non voleva render nulla (xxi).
Circa quel tempo, dovette il re de' Franchi ricevere una men nobile ambasciata, inviatagli segretamente da alcuni tra' principali longobardi, per invitarlo a scendere in Italia, e ad impadronirsi del regno, promettendogli di dargli in mano Desiderio o le sue ricchezze (xxiii).
Carlo radunò il campo di maggio, o, come lo chiamano alcuni annalisti, il sinodo, in Ginevra; e la guerra vi fu decisa (xxiv).
S'avviò quindi con l'esercito alle Chiuse d'Italia.
Erano queste una linea di mura, di bastite e di torri, verso lo sbocco di Val di Susa, al luogo che serba ancora il nome di Chiusa.
Desiderio le aveva ristaurate e accresciute (xxv); e accorse col suo esercito a difenderle.
I Franchi di Carlo vi trovarono molto maggior resistenza, che quelli di Pipino (xxvi).
Il monaco della Novalesa, citato or ora, racconta che Adelchi, robusto, come valoroso, e avvezzo a portare in battaglia una mazza di ferro, gli appostava dalle Chiuse, e piombando loro addosso all'improvviso, co' suoi, percoteva a destra e a sinistra, e ne faceva gran macello (xxvii).
Questo Martino fu poi uno de' successori di Leone su quella sede (xxix).
Mandò Carlo per luoghi scoscesi una parte scelta dell'esercito, la quale riuscì alle spalle de' Longobardi, e gli assalì; questi, sorpresi dalla parte dove non avevano pensato a guardarsi, e essendo tra loro de' traditori, si dispersero.
Carlo entrò allora col resto de' suoi nelle Chiuse abbandonate (xxx).
Desiderio, con parte di quelli che gli eran rimasti fedeli, corse a chiudersi in Pavia; Adelchi in Verona, dove condusse Gerberga co' figliuoli (xxxi).
Molti degli altri Longobardi sbandati ritornarono alle loro città: di queste alcune s'arresero a Carlo, altre si chiusero e si misero in difesa.
Tra quest'ultime fu Brescia, di cui era duca il nipote di Desiderio, Poto, che, con inflessione leggiera, e conforme alle variazioni usate nello scrivere i nomi germanici, è in questa tragedia nominato Baudo.
Questo, con Answaldo suo fratello, vescovo della stessa città, si mise alla testa di molti nobili, e resistette a Ismondo conte, mandato da Carlo a soggiogare quella città.
Più tardi, il popolo, atterrito dalle crudeltà che Ismondo esercitava contro i resistenti che gli venivano nelle mani, costrinse i due fratelli ad arrendersi (xxxii).
Carlo mise l'assedio a Pavia, fece venire al campo la nuova sua moglie, Ildegarde; e vedendo che quella città non si sarebbe arresa così presto, andò, con vescovi, conti e soldati, a Roma, per visitare i limini apostolici e Adriano, dal quale fu accolto come un figlio liberatore (xxxiii).
Ritornato Carlo al campo sotto Pavia, i Longobardi, stanchi dall'assedio, gli apriron le porte (xxxiv).
Desiderio, consegnato da' suoi Fedeli al nemico (xxxv) fu condotto prigioniero in Francia, e confinato nel monastero di Corbie, dove visse santamente il resto de' suoi giorni (xxxvi).
I Longobardi accorsero da tutte le parti a sottomettersi (xxxvii), e a riconoscer Carlo per loro re.
Non si sa bene quando si presentasse sotto Verona: al suo avvicinarsi, Gerberga gli andò incontro coi figli, e si mise nelle sue mani.
Adelchi abbandonò Verona, che s'arrese; e di là si rifugiò a Costantinopoli, dove, accolto onorevolmente, si fermò: dopo vari anni, ottenne il comando d'alcune truppe greche, sbarcò con esse in Italia (xxxviii), diede battaglia ai Franchi, e rimase ucciso (xxxix.)
Nella tragedia, la fine di Adelchi si è trasportata al tempo che uscì da Verona.
Questo anacronismo, e l'altro d'aver supposta Ansa già morta prima del momento in cui comincia l'azione (mentre in realtà quella regina fu condotta col marito prigioniera in Francia, dove morì), sono le due sole alterazioni essenziali fatte agli avvenimenti materiali e certi della storia.
Per ciò che riguarda la parte morale, s'è cercato d'accomodare i discorsi de' personaggi all'azioni loro conosciute, e alle circostanze in cui si sono trovati.
...
[Pagina successiva]