ADELCHI, di Alessandro Manzoni - pagina 3
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Questo consiglio
Più dalle labbra non ti sfugga: il padre
Te lo comanda.
SCENA TERZA
VERMONDO che precede ERMENGARDA e DETTI, DONZELLE che l'accompagnano
VERMONDO
O regi, ecco Ermengarda.
DESIDERIO
Vieni, o figlia; fa cor.
(Vermondo parte: le Donzelle si scostano)
ADELCHI
Sei nelle braccia
Del fratel tuo, dinanzi al padre, in mezzo
Ai fidi antichi tuoi; sei nel palagio
De' re, nel tuo, più riverita e cara
D'allor che ne partisti.
ERMENGARDA
Oh benedetta
Voce de' miei! Padre, fratello, il cielo
Queste parole vi ricambi; il cielo
Sia sempre a voi, quali voi siete ad una
Vostra infelice.
Oh! se per me potesse
Sorgere un lieto dì, questo sarebbe,
Questo, in cui vi riveggo - Oh dolce madre!
Qui ti lasciai: le tue parole estreme
Io non udii; tu qui morivi - ed io...
Ah! di lassù certo or ci guardi: oh! vedi;
Quella Ermengarda tua, che di tua mano
Adornavi quel dì, con tanta gioia,
Con tanta pièta, a cui tu stessa il crine
Recidesti quel dì, vedi qual torna!
E benedici i cari tuoi, che accolta
Hanno così questa reietta.
ADELCHI
Ah! nostro
È il tuo dolor, nostro l'oltraggio.
DESIDERIO
E nostro
Sarà il pensier della vendetta.
ERMENGARDA
Oh padre,
Tanto non chiede il mio dolor; l'obblìo
Sol bramo; e il mondo volentier l'accorda
Agl'infelici; oh! basta; in me finisca
La mia sventura.
D'amistà, di pace
Io la candida insegna esser dovea:
Il ciel non volle: ah! non si dica almeno
Ch'io recai meco la discordia e il pianto
Dovunque apparvi, a tutti a cui di gioia
Esser pegno dovea.
DESIDERIO
Di quell'iniquo
Forse il supplizio ti dorrìa? quel vile,
Tu l'ameresti ancor?
ERMENGARDA
Padre, nel fondo
Di questo cor che vai cercando? Ah! nulla
Uscir ne può che ti rallegri: io stessa
Temo d'interrogarlo: ogni passata
Cosa è nulla per me.
Padre, un estremo
Favor ti chieggio: in questa corte, ov'io
Crebbi adornata di speranze, in grembo
Di quella madre, or che farei? ghirlanda
Vagheggiata un momento, in su la fronte
Posta per gioco un dì festivo, e tosto
Gittata a' piè del passeggiero.
Al santo
Di pace asilo e di pietà, che un tempo
La veneranda tua consorte ergea,
- Quasi presaga - ove la mia diletta
Suora, oh felice! la sua fede strinse
A quello Sposo che non mai rifiuta,
lascia ch'io mi ricovri.
A quelle pure
Nozze aspirar più non poss'io, legata
D'un altro nodo; ma non vista, in pace
Ivi potrò chiudere i giorni.
ADELCHI
Al vento
Questo presagio: tu vivrai: non diede
Così la vita de' migliori il cielo
All'arbitrio de' rei: non e' in lor mano
Ogni speranza inaridir, dal mondo
Tôrre ogni gioia.
ERMENGARDA
Oh! non avesse mai
Viste le rive del Ticin Bertrada!
Non avesse la pia, del longobardo
Sangue una nuora desiata mai,
Né gli occhi vòlti sopra me!
DESIDERIO
Vendetta,
Quanto lenta verrai!
ERMENGARDA
Trova il mio prego
grazia appo te?
DESIDERIO
Sollecito fu sempre
Consigliero il dolor più che fedele,
E di vicende e di pensieri il tempo
Impreveduto apportator.
Se nulla
Al tuo proposto ei muta, alla mia figlia
Nulla disdir vogl'io.
SCENA QUARTA
ANFRIDO, e DETTI
DESIDERIO
Che rechi, Anfrido?
ANFRIDO
Sire, un legato è nella reggia, e chiede
Gli sia concesso appresentarsi ai regi.
DESIDERIO
Donde vien? Chi l'invia?
ANFRIDO
Da Roma ei viene,
Ma legato è d'un re.
ERMENGARDA
Padre, concedi
Ch'io mi ritragga.
DESIDERIO
O donne, alle sue stanze
La mia figlia scorgete; a' suoi servigi
Io vi destino: di regina il nome
Abbia e l'onor.
(Ermengarda parte con le Donzelle)
DESIDERIO
D'un re dicesti, Anfrido?
Un legato...
di Carlo?
ANFRIDO
O re, l'hai detto.
DESIDERIO
Che pretende costui? quali parole
Cambiar si ponno fra di noi? qual patto
Che di morte non sia?
ANFRIDO
Di gran messaggio
Apportator si dice: ai duchi intanto,
Ai conti, a quanti nella reggia incontra,
Favella in atto di blandir.
DESIDERIO
Conosco
L'arti di Carlo.
ADELCHI
Al suo stromento il tempo
D'esercitarle non si dia.
DESIDERIO
Raduna
Tosto i Fedeli, Anfrido, e in un con essi
Ei venga.
(Anfrido parte)
DESIDERIO
Il giorno della prova è giunto:
Figlio, sei tu con me?
ADELCHI
Sì dura inchiesta
Quando, o padre, mertai?
DESIDERIO
Venuto è il giorno
Che un voler solo, un solo cor domanda:
Dì, l'abbiam noi? Che pensi far?
ADELCHI
Risponda
Il passato per me: gli ordini tuoi
Attender penso, ed eseguirli.
DESIDERIO
E quando
A' tuoi disegni opposti sieno?
ADELCHI
O padre!
Un nemico si mostra, e tu mi chiedi
Ciò ch'io farò? Più non son io che un brando
Nella tua mano.
Ecco il legato: il mio
Dover fia scritto nella tua risposta.
SCENA QUINTA
DESIDERIO, ADELCHI, ALBINO,
FEDELI LONGOBARDI
DESIDERIO
Duchi, e Fedeli; ai vostri re mai sempre
Giova compagni ne' consigli avervi,
Come nel campo.
- Ambasciator, che rechi?
ALBINO
Carlo, il diletto a Dio sire de' Franchi,
De' Longobardi ai re queste parole
Manda per bocca mia: Volete voi
Tosto le terre abbandonar di cui
L'uomo illustre Pipin fe' dono a Piero?
DESIDERIO
Uomini longobardi! in faccia a tutto
Il popol nostro, testimoni voi
Di ciò mi siate; se dell'uom che questi
Or v'ha nomato, e ch'io nomar non voglio,
Il messo accolsi, e la proposta intesi,
Sacro dover di re solo potea
Piegarmi a tanto.
- Or tu, straniero, ascolta.
Lieve domando il tuo non è; tu chiedi
Il segreto de' re: sappi che ai primi
Di nostra gente, a quelli sol da cui
Leal consiglio ci aspettiamo, a questi
Alfin che vedi intorno a noi, siam usi
Di confidarlo: agli stranier non mai.
Degna risposta al tuo domando è quindi
Non darne alcuna.
ALBINO
E tal risposta è guerra.
Di Carlo in nome io la v'intimo, a voi
Desiderio ed Adelchi, a voi che poste
Sul retaggio di Dio le mani avete,
E contristato il Santo.
A questa illustre
Gente nemico il mio signor non viene:
Campion di Dio, da Lui chiamato, a Lui
Il suo braccio consacra; e suo malgrado
Lo spiegherà contro chi voglia a parte
Star del vostro peccato.
DESIDERIO
Al tuo re torna,
Spoglia quel manto che ti rende ardito,
Stringi un acciar, vieni, e vedrai se Dio
Sceglie a campione un traditor.
- Fedeli!
Rispondete a costui.
MOLTI FEDELI
Guerra!
ALBINO
E l'avrete,
E tosto, e qui: l'angiol di Dio, che innanzi
Al destrier di Pipin corse due volte,
Il guidator che mai non guarda indietro,
Già si rimette in via.
DESIDERIO
Spieghi ogni duca
Il suo vessillo; della guerra il bando
Ogni Giudice intìmi, e l'oste aduni;
Ogni uom che nutre un corridor, lo salga,
E accorra al grido de' suoi re.
La posta
È alle Chiuse dell'Alpi.
(al Legato)
Al re de' Franchi
Questo invito riporta.
ADELCHI
E digli ancora,
Che il Dio di tutti, il Dio che i giuri ascolta
Che al debole son fatti, e ne malleva
L'adempimento o la vendetta, il Dio,
Di cui talvolta più si vanta amico
Chi più gli è in ira, in cor del reo sovente
Mette una smania, che alla pena incontro
Correr lo fa; digli che mal s'avvisa
Chi va de' brandi longobardi in cerca,
Poi che una donna longobarda offese.
(partono da un lato i re con la più parte de' longobardi e dall'altro il legato)
SCENA SESTA
DUCHI rimasti
INDOLFO
Guerra, egli ha detto!
FARVALDO
In questa guerra è il fato
Del regno.
INDOLFO
E il nostro.
ERVIGO
E inerti ad aspettarlo
Staremci?
ILDECHI
Amici, di consulte il loco
Questo non è.
Sgombriam; per vie diverse
Alla casa di Svarto ognuno arrivi.
SCENA SETTIMA
Casa di SVARTO
SVARTO
Un messaggier di Carlo! Un qualche evento,
Qual ch'ei pur sia, sovrasta.
- In fondo all'urna,
Da mille nomi ricoperto, giace
Il mio; se l'urna non si scote, in fondo
Si rimarrà per sempre; e in questa mia
Oscurità morrò, senza che alcuno
Sappia nemmeno ch'io d'uscirne ardea.
- Nulla son io.
Se in questo tetto i grandi
S'adunano talor, quelli a cui lice
Essere avversi ai re; se i lor segreti
Saper m'è dato, è perché nulla io sono.
Chi pensa a Svarto? chi spiar s'affanna
Qual piede a questo limitar si volga?
Chi m'odia? chi mi teme? - Oh! se l'ardire
Desse gli onor! se non avesse in pria
Comandato la sorte! e se l'impero
Si contendesse a spade, allor vedreste,
Duchi superbi, chi di noi l'avria.
Se toccasse all'accorto! A tutti voi
Io leggo in cor; ma il mio v'è chiuso.
Oh! quanto
Stupor vi prenderia, quanto disdegno,
Se ci scorgeste mai che un sol desio
A voi tutti mi lega, una speranza...
D'esservi pari un dì! - D'oro appagarmi
Credete voi.
L'oro! gittarlo al piede
Del suo minor, quello è destin; ma inerme,
Umil tender la mano ad afferrarlo,
Come il mendico...
SCENA OTTAVA
SVARTO, ILDECHI; poi altri che sopraggiungono
ILDECHI
Il ciel ti salvi, o Svarto:
Nessuno è qui?
SVARTO
Nessun.
Qual nuove, o Duca?
ILDECHI
Gravi; la guerra abbiam coi Franchi: il nodo
Si ravviluppa, o Svarto; e fia mestieri
Sciorlo col ferro: il dì s'appressa, io spero,
Del guiderdon per tutti.
SVARTO
Io nulla attendo,
Fuor che da voi.
ILDECHI
(a Farvaldo che sopraggiunge)
Farvaldo, alcun ti segue?
FARVALDO
Vien su' miei passi Indolfo.
ILDECHI
Eccolo.
INDOLFO
Amici!
ILDECHI
Vila! Ervigo!
(ad altri che entrano)
Fratelli! Ebben: supremo
È il momento, il vedete: i vinti in questa
Guerra, qual siasi il vincitor, siam noi,
Se un gran partito non si prende.
Arrida
La sorte ai re; svelatamente addosso
Ci piomberan; Carlo trionfi; in preso
Regno, che posto ci riman? Con uno
De' combattenti è forza star.
- Credete
Che in cor di questi re siavi un perdono
Per chi voleva un altro re?
INDOLFO
Nessuna
Pace con lor.
ALTRI DUCHI
Nessuna!
ILDECHI
È d'uopo un patto
Stringer con Carlo.
FARVALDO
Al suo legato...
ERVIGO
È cinto
Dagli amici de' regi; io vidi Anfrido
Porglisi al fianco: e fu pensier d'Adelchi.
ILDECHI
Vada adunque un di noi; rechi le nostre
Promesse a Carlo, e con le sue ritorni,
O le rimandi.
INDOLFO
Bene sta.
ILDECHI
Chi piglia
Quest'impresa?
SVARTO
Io v'andrò.
Duchi, m'udite.
Se alcun di voi quinci sparisce, i guardi
Fieno intesi a cercarlo; ed il sospetto
Cercherà l'orme sue, fin che le scopra.
Ma che un gregario cavalier, che Svarto
Manchi, non fia che più s'avvegga il mondo,
Che d'un pruno scemato alla foresta.
Se alla chiamata alcun mi noma, e chiede:
Dov'è? dica un di voi: Svarto? io lo vidi
Scorrer lungo il Ticino; il suo destriero
Imbizzarrì, giù dall'arcion nell'onda
Lo scosse; armato egli era, e più non salse.
Sventurato! diranno; e più di Svarto
Non si farà parola.
A voi non lice
Inosservati andar: ma nel mio volto
Chi fisserà lo sguardo? Al calpestio
Del mio ronzin che solo arrivi, appena
Qualche Latin fia che si volga; e il passo
Tosto mi sgombrerà.
ILDECHI
Svarto, io da tanto
Non ti credea.
SVARTO
Necessità lo zelo
Rende operoso; e ad arrecar messaggi
Non è mestier che di prontezza.
ILDECHI
Amici!
Ch'ei vada?
I DUCHI
Ei vada.
ILDECHI
Al di novello in pronto
Sii, Svarto; e in un gli ordini nostri il fieno.
ATTO SECONDO
SCENA PRIMA
Campo de' Franchi in Val di Susa
CARLO, PIETRO
PIETRO
Carlo invitto, che udii? Toccato ancora
Il suol non hai dove il secondo regno
Il Signor ti destina; e di ritorno
Per tutto il campo si bisbiglia! Oh! possa,
Dal tuo labbro real tosto smentita,
L'empia voce cader! L'età ventura
Non abbia a dir che sul principio tronca
Giacque un'impresa risoluta in cielo,
Abbracciata da te.
No; ch'io non torni
Al Pastor santo, e debba dirgli: il brando,
Che suscitato Iddio t'avea, ricadde
Nella guaina; il tuo gran figlio volle,
Volle un momento, e disperò.
CARLO
Quant'io
Per la salvezza di tal padre oprai,
Uomo di Dio, tu lo vedesti, il vide
Il mondo, e fede ne farà.
Di quello
Che resti a far, dal mio desir consiglio
Non prenderò, quando m'ha dato il suo
Necessità.
L'Onnipotente è un solo.
Quando all'orecchio mi pervenne il grido
Del Pastor minacciato, io, su gl'infranti
Idoli vincitor, dietro l'infido
Sassone camminava; e la sua fuga
Mi batteva la via; ristetti in mezzo
Della vittoria, e patteggiai là dove
Tre dì più tardi comandar potea.
Tenni il campo in Ginevra; al voler mio
Ogni voler piegò; Francia non ebbe
Più che un affar; tutta si mosse, al varco
D'Italia s'affacciò volenterosa,
Come al racquisto di sue terre andria.
Ora, a che siam tu il vedi: il varco è chiuso.
Oh! se frapposti tra il conquisto e i Franchi
Fosser uomini sol, questa parola
Il re de' Franchi proferir potrebbe:
Chiusa è la via? Natura al mio nemico
Il campo preparò, gli abissi intorno
Gli scavò per fossati; e questi monti,
Che il Signor fabbricò, son le sue torri
E i battifredi: ogni più picciol varco
Chiuso è di mura, onde insultare ai mille
Potrieno i dieci, ed ai guerrier le donne.
- Già troppo, in opra ove il valer non basta,
Di valenti io perdei: troppo, fidando
Nel suo vantaggio, il fiero Adelchi ha tinta
Di Franco sangue la sua spada.
Ardito
Come un leon presso la tana, ei piomba,
Percote, e fugge.
Oh ciel! più volte io stesso,
Nell'alta notte visitando il campo,
Fermo presso le tende, udii quel nome
Con terror proferito.
I Franchi miei
Ad una scola di terror più a lungo
Io non terrò.
S'io del nemico a fronte
Venir poteva in campo aperto, oh! breve
Era questa tenzon, certa l'impresa...
Fin troppo certa per la gloria.
E Svarto,
Un guerrier senza nome, un fuggitivo,
L'avria con me divisa, ei che già vinti
Mi rassegnò tanti nemici.
Un giorno,
Men che un giorno bastava: Iddio mel niega.
Non se ne parli più.
PIETRO
Re, all'umil servo
Di Colui che t'elesse, e pose il regno
Nella tua casa, non vorrai tu i preghi
Anco inibir.
Pensa a che man tu lasci
Quel che padre tu nomi.
Il suo nemico
Già provocato a guerra avevi, in armi
Già tu scendevi, e ancor di rabbia insano,
Più che di tema, il crudo veglio al santo
Pastor mandava ad intimar, che ai Franchi
Desse altri re: - tu li conosci.
- Ei tale
Mandò risposta a quel tiranno: immota
Sia questa man per sempre; inaridisca
Il crisma santo su l'altar di Dio,
Pria che, sparso da me, seme diventi
Di guerra contro il figliuol mio.
- T'aiti
Quel tuo figliuol, fe' replicargli il rege;
Ma pensa ben, che, s'ei ti manca un giorno,
Fia risoluta fra noi due la lite".
CARLO
A che ritenti questa piaga? In vani
Lamenti vuoi che anch'io mi perda? o pensi
Che abbia Carlo mestier di sproni al fianco?
- È in periglio Adrian; forse è mestieri
Che altri a Carlo il rimembri? Il vedo, il sento;
E non è detto di mortal che possa
Crescere il cruccio che il mio cor ne prova.
Ma superar queste bastite, al suo
Scampo volar...
de' Franchi il re nol puote.
Detto io te l'ho; né volentier ripeto
Questa parola.
- Io da' miei Franchi ottenni
Tutto finor, perché sol grandi io chiesi
E fattibili cose.
All'uom che stassi
Fuor degli eventi e guata, arduo talvolta
Ciò ch'è più lieve appar, lieve talvolta
Ciò che la possa de' mortali eccede.
Ma chi tenzona con le cose, e deve
Ciò ch'egli agogna conseguir con l'opra,
Quei conosce i momenti.
- E che potea
Io far di più? Pace al nemico offersi,
Sol che le terre dei Romani ei sgombri;
Oro gli offersi per la pace; e l'oro
Ei ricusò! Vergogna! a ripararla
Sul Vèsero ne andrò.
SCENA SECONDA
ARVINO, e DETTI
ARVINO
Sire, nel campo
Un uom latino è giunto, e il tuo cospetto
Chiede.
PIETRO
Un Latin?
CARLO
Donde arrivò? Le Chiuse
Come varcò?
ARVINO
Per calli sconosciuti,
Declinandole, ei venne; e a te si vanta
Grande avviso recar.
CARLO
Fa' ch'io gli parli.
(Arvino parte)
E tu meco l'udrai.
Nulla intentato
Per la salvezza d'Adriano io voglio
Lasciar: di questo testimon ti chiamo.
SCENA TERZA
MARTINO introdotto da ARVINO, e DETTI
(Arvino si ritira)
CARLO
Tu se' latino, e qui? tu nel mio campo,
Illeso, inosservato?
MARTINO
Inclita speme
Dell'ovil santo e del Pastor, ti veggo;
E de' miei stenti e de' perigli è questa
Ampia mercé; ma non è sola.
Eletto
A strugger gli empi! ad insegnarti io vengo
La via.
CARLO
Qual via?
MARTINO
Quella ch'io feci.
CARLO
E come
Giungesti a noi? Chi se'? Donde l'ardito
Pensier ti venne?
MARTINO
All'ordin sacro ascritto
De' diaconi io son: Ravenna il giorno
Mi dié: Leone, il suo Pastor, m'invia.
Vanne, ei mi disse, al salvator di Roma;
Trovalo: Iddio sia teco; e s'Ei di tanto
Ti degna, al re sii scorta: a lui di Roma
Presenta il pianto, e d'Adrian.
CARLO
Tu vedi
Il suo legato.
PIETRO
Ch'io la man ti stringa,
Prode concittadino: a noi tu giungi
Angel di gioia.
MARTINO
Uom peccator son io;
Ma la gioia è dal cielo, e non fia vana.
CARLO
Animoso Latin, ciò che veduto,
Ciò che hai sofferto, il tuo cammino e i rischi,
Tutto mi narra.
MARTINO
Di Leone al cenno,
Verso il tuo campo io mi drizzai; la bella
Contrada attraversai, che nido è fatta
Del Longobardo e da lui piglia il nome.
Scorsi ville e città, sol di latini
Abitatori popolate: alcuno
Dell'empia razza a te nemica e a noi
Non vi riman, che le superbe spose
De' tiranni e le madri, ed i fanciulli
Che s'addestrano all'armi, e i vecchi stanchi,
Lasciati a guardia de' cultor soggetti,
Come radi pastor di folto armento.
Giunsi presso alle Chiuse: ivi addensati
Sono i cavalli e l'armi; ivi raccolta
Tutta una gente sta, perché in un colpo
Strugger la possa il braccio tuo.
CARLO
Toccasti,
Il campo lor? qual è? che fan?
MARTINO
Securi
Da quella parte che all'Italia è volta,
Fossa non hanno, né ripar, né schiere
In ordinanza: a fascio stanno; e solo
Si guardan quinci, donde solo han tema
Che tu attinger li possa.
A te, per mezzo
Il campo ostil, quindi venir non m'era
Possibil cosa; e nol tentai; ché cinto
Al par di rocca è questo lato; e mille
Volte nemico tra costor chiarito
M'avria la breve chioma, il mento ignudo,
L'abito, il volto ed il sermon latino.
Straniero ed inimico, inutil morte
Trovato avrei; reddir senza vederti
M'era più amaro che il morir.
Pensai
Che dall'aspetto salvator di Carlo
Un breve tratto mi partia: risolsi
La via cercarne, e la rinvenni.
CARLO
E come
Nota a te fu? come al nemico ascosa?
MARTINO
Dio gli accecò.
Dio mi guidò.
Dal campo
Inosservato uscii; l'orme ripresi
Poco innanzi calcate; indi alla manca
Piegai verso aquilone, e abbandonando
I battuti sentieri, in un'angusta
Oscura valle m'internai: ma quanto
Più il passo procedea, tanto allo sguardo
Più spaziosa ella si fea.
Qui scorsi
Gregge erranti e tuguri: era codesta
L'ultima stanza de' mortali.
Entrai
Presso un pastor, chiesi l'ospizio, e sovra
Lanose pelli riposai la notte.
Sorto all'aurora, al buon pastor la via
Addimandai di Francia.
- Oltre quei monti
Sono altri monti, ei disse, ed altri ancora;
E lontano lontan Francia; ma via
Non avvi; e mille son que' monti, e tutti
Erti, nudi, tremendi, inabitati,
Se non da spirti, ed uom mortal giammai
Non li varcò.
- Le vie di Dio son molte,
Più assai di quelle del mortal, risposi;
E Dio mi manda.
- E Dio ti scorga, ei disse:
Indi, tra i pani che teneva in serbo,
Tanti pigliò di quanti un pellegrino
Puote andar carco; e, in rude sacco avvolti,
Ne gravò le mie spalle: il guiderdone
Io gli pregai dal cielo, e in via mi posi.
Giunsi in capo alla valle, un giogo ascesi,
E in Dio fidando, lo varcai.
Qui nulla
Traccia d'uomo apparia; solo foreste
D'intatti abeti, ignoti fiumi, e valli
Senza sentier: tutto tacea; null'altro
Che i miei passi io sentiva, e ad ora ad ora
Lo scrosciar dei torrenti, o l'improvviso
Stridir del falco, o l'aquila, dall'erto
Nido spiccata sul mattin, rombando
Passar sovra il mio capo, o, sul meriggio,
Tocchi dal sole, crepitar del pino
Silvestre i coni.
Andai così tre giorni;
E sotto l'alte piante, o ne' burroni
Posai tre notti.
Era mia guida il sole;
Io sorgeva con esso, e il suo viaggio
Seguia, rivolto al suo tramonto.
Incerto
Pur del cammino io gìa, di valle in valle
Trapassando mai sempre; o se talvolta
D'accessibil pendio sorgermi innanzi
Vedeva un giogo, e n'attingea la cima,
Altre più eccelse cime, innanzi, intorno
Sovrastavanmi ancora; altre, di neve
Da sommo ad imo biancheggianti, e quasi
Ripidi, acuti padiglioni, al suolo
Confitti; altre ferrigne, erette a guisa
Di mura insuperabili.
- Cadeva
Il terzo sol quando un gran monte io scersi,
Che sovra gli altri ergea la fronte, ed era
Tutto una verde china, e la sua vetta
Coronata di piante.
A quella parte
Tosto il passo io rivolsi.
- Era la costa
Oriental di questo monte istesso,
A cui, di contro al sol cadente, il tuo
Campo s'appoggia, o sire.
- In su le falde
Mi colsero le tenebre: le secche
Lubriche spoglie degli abeti, ond'era
Il suol gremito, mifur letto, e sponda
Gli antichissimi tronchi.
Una ridente
Speranza, all'alba, risvegliommi; e pieno
Di novello vigor la costa ascesi.
Appena il sommo ne toccai, l'orecchio
Mi percosse un ronzio che di lontano
Parea venir, cupo, incessante; io stetti,
Ed immoto ascoltai.
Non eran l'acque
Rotte fra i sassi in giù; non era il vento
Che investia le foreste, e, sibilando,
D'una in altra scorrea, ma veramente
Un rumor di viventi, un indistinto
Suon di favelle e d'opre e di pedate
Brulicanti da lungi, un agitarsi
D'uomini immenso.
Il cuor balzommi; e il passo
Accelerai.
Su questa, o re, che a noi
Sembra di qui lunga ed acuta cima
Fendere il ciel, quasi affilata scure,
Giace un'ampia pianura, e d'erbe è folta,
Non mai calcate in pria.
Presi di quella
Il più breve tragitto: ad ogni istante
Si fea il rumor più presso: divorai
L'estrema via: giunsi sull'orlo: il guardo
Lanciai giù nella valle, e vidi...
oh! vidi
Le tende d'Israello, i sospirati
Padiglion di Giacobbe: al suol prostrato,
Dio ringraziai, li benedissi, e scesi.
CARLO
Empio colui che non vorrà la destra
Qui riconoscer dell'Eccelso!
PIETRO
E quanto
Più manifesta apparirà nell'opra,
A cui l'Eccelso ti destina!
CARLO
Ed io
La compirò.
(a Martino)
Pensa, o Latino, e certa
Sia la risposta: a cavalieri il passo
Dar può la via che percorresti?
MARTINO
Il puote.
E a che l'avrebbe preparata il Cielo?
Per chi, signor? perché un mortale oscuro
Al re de' Franchi narrator venisse
D'inutile portento?
CARLO
Oggi a riposo
Nella mia tenda rimarrai: sull'alba,
Ad un'eletta di guerrier tu scorta
Per quella via sarai.
- Pensa, o valente,
Che il fior di Francia alla tua scorta affido.
MARTINO
Con lor sarò: di mie promesse pegno
Il mio capo ti fia.
CARLO
Se di quest'alpe
Mi sferro alfine, e vincitore al santo
Avel di Piero, al desiato amplesso
Del gran padre Adrian giunger m'è dato,
Se grazia alcuna al suo cospetto un mio
Prego aver può, le pastorali bende
Circonderan quel capo; e faran fede
In quanto onor Carlo lo tenga.
- Arvino!
(entra Arvino)
I Conti e i Sacerdoti.
(al legato e a Martino)
E voi, le mani
Alzate al Ciel; le grazie a lui rendute
Preghiera sian che favor novo impetri.
(partono il Legato e Martino)
SCENA QUARTA
CARLO
Così, Carlo reddiva.
Il riso amaro
Del suo nemico e dell'età ventura
Gli stava innanzi; ma l'avea giurato,
Egli in Francia reddia.
- Qual de' miei prodi,
Qual de' miei fidi, per consiglio o prego,
Smosso m'avria dal mio proposto? E un solo,
Un uom di pace, uno stranier, m'apporta
Novi pensier! No: quei che in petto a Carlo
Rimette il cor, non è costui.
La stella
Che scintillava al mio partir, che ascosa
Stette alcun tempo, io la riveggo.
Egli era
Un fantasma d'error quel che parea
Dall'Italia rispingermi; bugiarda
Era la voce che diceami in core:
No, mai, no, rege esser non puoi nel suolo
Ove nacque Ermengarda.
- Oh! del tuo sangue
Mondo son io; tu vivi: e perché dunque
Ostinata così mi stavi innanzi,
Tacita, in atto di rampogna, afflitta,
Pallida, e come dal sepolcro uscita?
Dio riprovata ha la tua casa, ed io
Starle unito dovea? Se agli occhi miei
Piacque Ildegarde, al letto mio compagna
Non la chiamava alta ragion di regno?
Se minor degli eventi è il femminile
Tuo cor, che far poss'io? Che mai faria
Colui che tutti, pria d'oprar, volesse
Prevedere i dolori? Un re non puote
Correr l'alta sua via, senza che alcuno
Cada sotto il suo piè.
Larva cresciuta
Nel silenzio e nell'ombra, il sol si leva,
Squillan le trombe; ti dilegua.
SCENA QUINTA
CARLO, CONTI e VESCOVI
CARLO
A dura
Prova io vi posi, o miei guerrier; vi tenni
A perigli ozïosi, a patimenti
Che parean senza onor: ma voi fidaste
Nel vostro re, voi gli ubbidiste come
In un dì di battaglia.
Or della prova
È giunto il fine; e un guiderdon s'appressa
Degno de' Franchi.
Al sol nascente, in via
Una schiera porrassi.
- Eccardo, il duce
Tu ne sarai.
- Dell'inimico in cerca
N'andranno, e tosto il giungeran là dove
Ei men s'aspetta.
Ordin più chiari, Eccardo,
Io ti darò.
Nel longobardo campo
Ho amici assai; come li scerna, e d'essi
Ti valga, udrai.
Da queste Chiuse il resto
Voi sniderete di leggier: noi tosto
Le passerem senza contrasto, e tutti
Ci rivedremo in campo aperto.
- Amici!
Non più muraglie, né bastie, né frecce
Da' merli uscite, e feritor che rida
Da' ripari impunito, o che improvviso
Piombi su noi; ma insegne aperte al vento,
Destrier contra destrier, genti disperse
Nel piano, e petti non da noi più lunge
Che la misura d'una lancia.
Il dite
A' miei soldati; dite lor, che lieto
Vedeste il re, siccome il dì che certa
La vittoria predisse in Eresburgo;
Che sian pronti a pugnar; che di ritorno
Si parlerà dopo il conquisto, e quando
Fia diviso il bottin.
Tre giorni; e poi
La pugna e la vittoria; indi il riposo
Là nella bella Italia, in mezzo ai campi
Ondeggianti di spighe, e ne' frutteti
Carchi di poma ai padri nostri ignote;
Fra i tempii antichi e gli atrii, in quella terra
rallegrata dai canti, al sol diletta,
Che i signori del mondo in sen racchiude,
E i martiri di Dio; dove il supremo
Pastore alza le palme, e benedice
Le nostre insegne; ove nemica abbiamo
Una piccola gente, e questa ancora
Tra sé divisa, e mezza mia; la stessa
Gente su cui due volte il mio gran padre
Corse; una gente che si scioglie.
Il resto
Tutto è per noi, tutto ci aspetta.
- Intento,
Dalle vedette sue, miri il nemico
Moversi il nostro campo; e si rallegri.
Sogni il nostro fuggir, sogni del tempio
La scellerata preda, in sua man servo
Sogni il sommo Levita, il comun padre,
Il nostro amico, in fin che giunga Eccardo,
Risvegliator non aspettato.
- E voi,
Vescovi santi e Sacerdoti, al campo
Intimate le preci.
A Dio si voti
Questa impresa, ch'è sua.
Come i miei Franchi,
Umiliati nella polve, innanzi
Al Re de' regi abbasseran la fronte,
Tale i nemici innanzi a lor nel campo.
ATTO TERZO
SCENA PRIMA
Campo de' Longobardi.
Piazza dinanzi alla tenda di Adelchi
ADELCHI, ANFRIDO
ANFRIDO (che sopraggiunge)
Signor!
ADELCHI
Diletto Anfrido; ebben, che fanno
Codesti Franchi? non dan segno ancora
Le tende al tutto di levar?
ANFRIDO
Nessuno
Finora: immoti tuttavia si stanno,
Quali sull'alba li vedesti, quali
Son da tre dì, poi che le prime schiere
Cominciar la ritratta.
Una gran parte
Scorsi del vallo, esaminando; ascesi
Una torre, e guatai: stretti li vidi
In ordinanza, folti, all'erta, in atto
Di chi assalir non pensa, ed in sospetto
Sta d'un assalto; e più si guarda, quanto
Più scemato è di forze; e senza offesa
Ritrarsi agogna, ed il momento aspetta.
ADELCHI
E lo potrà, pur troppo! Ei parte, il vile
Offensor d'Ermengarda, ei che giurava
Di spegner la mia casa; ed io non posso
Spingergli addosso il mio destrier, tenerlo,
Dibattermi con esso.
e riposarmi
Sull'armi sue! Non posso! In campo aperto
Stargli a fronte, non posso! In queste Chiuse,
La fé de' pochi che a guardarle io scelsi,
Il cor di quelli ch'io prendea tra i pochi,
Compagni alle sortite, alla salvezza
Poté bastar d'un regno: i traditori
Stetter lontani dalla pugna, inerti,
Ma contenuti.
In campo aperto, al Franco
Abbandonato da costor sarei,
Solo coi pochi.
Oh vil trionfo! Il messo
Che mi dirà: Carlo è partito, un lieto
Annunzio mi darà: gioia mi fia
Che lunge ei sia dalla mia spada!
ANFRIDO
O dolce
Signor, ti basti questa gloria.
Come
Un vincitor sopra la preda, ei scese
Su questo regno, e vinto or torna; ei vinto
Si confessò quando implorò la pace,
Quando il prezzo ne offerse; e tu sei quello
Che l'hai respinto.
Il padre tuo n'esulta;
Tutto il campo il confessa: i fidi tuoi
Alteri van della tua gloria, alteri
Di dividerla teco; e quei codardi
Che a non amarti si dannar, temerti
Dovranno or più che mai.
ADELCHI
La gloria? il mio
Destino è d'agognarla, e di morire
Senza averla gustata.
Ah no! codesta
Non è ancor gloria, Anfrido.
Il mio nemico
Parte impunito; a nuove imprese ei corre;
Vinto in un lato, ei di vittoria altrove
Andar può in cerca; ei che su un popol regna
D'un sol voler, saldo, gittato in uno,
Siccome il ferro del suo brando; e in pugno
Come il brando lo tiensi.
Ed io sull'empio
Che m'offese nel cor, che per ammenda
Il mio regno assalì, compier non posso
La mia vendetta! Un'altra impresa, Anfrido,
Che sempre increbbe al mio pensier, né giusta
Né gloriosa, si presenta; e questa
Certa ed agevol fia.
ANFRIDO
Torna agli antichi
Disegni il re?
ADELCHI
Dubbiar ne puoi? Securo
Dalle minacce d'esti Franchi, incontro
L'apostolico sire il campo tosto
Ei moverà: noi guiderem sul Tebro
Tutta Longobardia, pronta, concorde
Contro gl'inermi, e fida allor che a certa
E facil preda la conduci.
Anfrido,
Qual guerra! e qual nemico! Ancor ruine
Sopra ruine ammucchierem: l'antica
Nostr'arte è questa: ne' palagi il foco
Porremo e ne' tuguri; uccisi i primi,
I signori del suolo, e quanti a caso
Nell'asce nostre ad inciampar verranno,
Fia servo il resto, e tra di noi diviso;
E ai più sleali e più temuti, il meglio
Toccherà della preda.
- Oh! mi parea,
Pur mi parea che ad altro io fossi nato,
Che ad esser capo di ladron; che il cielo
Su questa terra altro da far mi desse
Che, senza rischio e senza onor, guastarla.
- O mio diletto! O de' miei giorni primi,
De' giochi miei, dell'armi poi, de' rischi
Solo compagno e de' piacer; fratello
Della mia scelta, innanzi a te soltanto
Tutto vola sui labbri il mio pensiero.
Il mio cor m'ange, Anfrido: ei mi comanda
Alte e nobili cose; e la fortuna
Mi condanna ad inique; e strascinato
Vo per la via ch'io non mi scelsi, oscura,
Senza scopo; e il mio cor s'inaridisce,
Come il germe caduto in rio terreno,
E balzato dal vento.
ANFRIDO
Alto infelice!
Reale amico! Il tuo fedel t'ammira,
E ti compiange.
Toglierti la tua
Splendida cura non poss'io, ma posso
Teco sentirla almeno.
Al cor d'Adelchi
Dir che d'omaggi, di potenza e d'oro
Sia contento, il poss'io? dargli la pace
De' vili, il posso? e lo vorrei, potendo?
- Soffri e sii grande: il tuo destino è questo,
Finor: soffri, ma spera: il tuo gran corso
Comincia appena; e chi sa dir, quai tempi,
Quali opre il cielo ti prepara? Il cielo
Che re ti fece, ed un tal cor ti diede.
SCENA SECONDA.
ADELCHI, DESIDERIO
(Anfrido si ritira)
DESIDERIO
Figlio, a te, rege qual son io, m'è tolto
Esser largo d'onor: farti più grande
Nessun mortale il può; ma un premio io tengo
Caro alla tua pietà, la gioia e l'alte
Lodi d'un padre.
Salvator d'un regno,
La tua gloria or comincia: altro più largo
E agevol campo le si schiude.
I dubbi,
Ed il timor, che a' miei disegni un giorno
Tu frapponevi, ecco, gli ha sciolti il tuo
Braccio; ogni scusa il tuo valor ti fura.
Dissipator di Francia! io ti saluto
Conquistator di Roma: al nobil serto
Che non intero mai passò sul capo
Di venti re, tu di tua man porrai
L'ultima fronda, e la più bella.
ADELCHI
A quale
Tu vogli impresa, il tuo guerriero, o padre,
Ubbidiente seguiratti.
DESIDERIO
E a tanto
Acquisto, o figlio, ubbidienza sola
Spinger ti può?
ADELCHI
Questa è in mia mano; e intera
L'avrai, fin ch'io respiro.
DESIDERIO
Ubbidiresti
Biasmando?
ADELCHI
Ubbidirei.
DESIDERIO
Gloria e tormento
Della canizie mia, braccio del padre
Nella battaglia, e ne' consigli inciampo!
Sempre così, sempre fia d'uopo a forza
Traggerti alla vittoria?
SCENA TERZA
Uno SCUDIERO frettoloso e atterrito, e DETTI
LO SCUDIERO
I Franchi! i Franchi!
DESIDERIO
Che dici, insano?
UN ALTRO SCUDIERO
I Franchi, o re.
DESIDERIO
Che Franchi?
(la scena s'affolla di Longobardi fuggitivi) (entra Baudo)
ADELCHI
Baudo, che fu?
BAUDO
Morte e sventura! Il campo
È invaso e rotto d'ogni parte: al dorso
Piombano i Franchi ad assalirci.
DESIDERIO
I Franchi!
Per qual via?
BAUDO
Chi lo sa?
ADELCHI
Corriamo; ei fia
Un drappello sbandato.
(in atto di partire)
BAUDO
Un'oste intera:
Gli sbandati siam noi: tutto è perduto.
DESIDERIO
Tutto è perduto?
ADELCHI
Ebben, compagni, i Franchi?
Non siamo noi qui per essi? Andiam: che importa
Da che parte sian giunti? I nostri brandi,
Per riceverli, abbiamo.
I brandi in pugno!
Ei gli han provati: è una battaglia ancora:
Non v'è sorpresa pel guerrier: tornate;
Via, Longobardi, indietro; ove correte,
Per Dio? La via che avete presa è infame:
Il nemico è di là.
Seguite Adelchi.
(entra Anfrido)
Anfrido!
ANFRIDO
O re, son teco.
ADELCHI (avviandosi)
O padre; accorri.
Veglia alle Chiuse.
(parte seguito da Anfrido, da Baudo e da alcuni Longobardi)
DESIDERIO (ai fuggitivi che attraversano la scena)
Sciagurati! almeno
Alle Chiuse con me: se tanto a core
Vi sta la vita, ivi son torri e mura
Da porla in salvo.
(sopraggiungono soldati fuggitivi dalla parte opposta a quella da cui è partito Adelchi)
UN SOLDATO FUGGITIVO
O re, tu qui? Deh! fuggi.
(attraversa le scene)
DESIDERIO
Infame! al re questo consiglio? E voi,
Da chi fuggite? In abbandon le Chiuse
Voi lasciate così? Che fu? Viltade
V'ha tolto il senno.
(i soldati continuano a fuggire.
Desiderio appunta la spada al petto d'uno di essi e lo ferma)
Senza cor, se il ferro
Fuggir ti fa, questo è pur ferro, e uccide
Come quello de' Franchi.
Al re favella:
Perché fuggite dalle Chiuse?
SOLDATI
I Franchi
Dall'altra parte hanno sorpreso il campo;
Gli abbiam veduti dalle torri.
I nostri
Son dispersi.
DESIDERIO
Tu menti.
Il figliuol mio
Gli ha radunati, e li conduce incontro
A que' pochi nemici.
Indietro!
SOLDATI
O sire,
Non è più tempo: e' non son pochi; e' giungono;
Scampo non v'è: schierati ei sono; e i nostri
Chi qua, chi là, senz'arme, in fuga: Adelchi
Non li raduna: siam traditi.
DESIDERIO (ai fuggitivi che s'affollano)
O vili!
Alle Chiuse salviamci; ivi a difesa
Restar si può.
UN SOLDATO
Sono deserte: i Franchi
Le passeranno; e noi siam posti intanto
Tra due nemici: un piccol varco appena
Resta alla fuga: or or fia chiuso.
DESIDERIO
Ebbene;
Moriam qui da guerrier.
UN ALTRO SOLDATO
Siamo traditi;
Siam venduti al macello.
UN ALTRO SOLDATO
In giusta guerra
Morir vogliam, come a guerrier conviensi,
Non isgozzati a tradimento.
ALTRO SOLDATO
I Franchi!
MOLTI SOLDATI
Fuggiamo!
DESIDERIO
Ebben, correte; anch'io con voi
Fuggo: è destin di chi comanda ai tristi.
(s'avvia coi fuggitivi)
SCENA QUARTA
(parte del campo abbandonato da' Longobardi, sotto alle Chiuse)
CARLO circondato da CONTI FRANCHI, SVARTO
CARLO
Ecco varcate queste Chiuse.
A Dio
Tutto l'onor.
Terra d'Italia, io pianto
Nel tuo sen questa lancia, e ti conquisto.
È una vittoria senza pugna.
Eccardo
Tutto ha già fatto.
(A uno de' Conti)
Su quel colle ascendi,
Guarda se vedi la sua schiera, e tosto
Vieni a darmene avviso.
(il Conte parte)
SCENA QUINTA
RUTLANDO e detti
CARLO
E che? Rutlando,
Tu riedi dal conflitto?
RUTLANDO
O re, ti chiamo
In testimonio, e voi Conti, che in questo
Vil giorno il brando io non cavai: ferisca
Oggi chi vuol: gregge atterrito e sperso,
Io non l'inseguo.
CARLO
E non trovasti alcuno
Che mostrasse la fronte?
RUTLANDO
Incontro io vidi
Un drappello venirmi, ed alla testa
Più duchi avea: sopra lor corsi; e quelli
Calar tosto i vessilli, e fecer segni
Di pace, e amici si gridaro.
- Amici?
Noi l'eravam più assai, quando alle Chiuse
Ci scontravam - Chiesero il re; le spalle
Lor volsi; or li vedrai.
No: s'io sapea
A qual nemico si venia, per certo
Mosso di Francia non sarei.
CARLO
T'accheta,
Prode tra' prodi miei.
Bello è d'un regno,
Sia comunque, l'acquisto; in lungo, il vedi,
Non andrà questo; e non temer che manchi
Da far: Sassonia non è vinta ancora.
(entra il Conte spedito da Carlo)
CONTE (a Carlo)
Eccardo è in campo, e verso noi s'avanza;
Ei procede in battaglia: i Longobardi,
Tra il nostro campo e il suo, sfilati, in folla,
Sfug
...
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